n° 16 – 17 Aprile 2021  – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Anna Maria Merlo*: Iscritti all’Aire nel limbo dell’incertezza. Vaccini. Il problema degli italiani residenti all’estero ma tornati temporaneamente. La trafila burocratica è nelle mani del generale Figliuolo, che ha fatto valere degli «ostacoli tecnici»: dalla mancanza di tessera sanitaria al medico di base.

02 –  Deputate Pd Estero*: abbiamo rinnovato la richiesta al ministro speranza e al commissario Figliuolo di ammettere alla vaccinazione gli iscritti aire temporaneamente in Italia.

03 – Schirò (Pd): avviare le trattative con la spagna per un accordo bilaterale sul riconoscimento della doppia cittadinanza.

04 – Deputate Pd Estero*: adottare subito forme di sostegno e ristoro per le associazioni italiane all’estero1

05 – Deputate Pd Estero*: soddisfazione per l’approvazione della legge sui diritti del personale a contratto delle sedi estere,

06 – SCIENZA*: 46 milioni di visite mediche in meno a causa della pandemia. Tra 2019 e 2020 c’è stata una riduzione del 31% di visite specialistiche e accertamenti diagnostici, dice il Censis. E il costo di questa mancanza lo sosterremo nei prossimi anni

07 – Guido Viale*: che il capitalismo non sia che un bozzolo entro cui cresce una larva pronta a trasformarsi in farfalla.

08 – Mario Agostinelli e Alfiero Grandi la transizione ecologica non ha alternative.

09 – AMERICA CENTRALE. Il declino delle potenti famiglie dell’America Centrale.

10 – Luigi Mastrodonato*: L’Europa e il divano della vergogna. La presidente della Commissione europea lasciata senza una sedia è il simbolo di un’Europa che sulla Turchia e sul Mediterraneo orientale ha preferito non scegliere.

11 – Chi è Maria Chiara Carrozza, nuova presidente del Cnr. Ordinaria di bioingegneria industriale presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, è stata ministra dell’Istruzione, Università e ricerca tra il 2013 e il 2014.

12 – Luciana Castellina*: Il disastro della terra si chiama capitalismo.

13 – Ilaria Betti*: Perché AstraZeneca costa meno degli altri vaccini (e Pfizer di più)? Pfizer schizza a 19,50 euro a dose, AstraZeneca rimane intorno ai due euro. Anna Rubartelli, docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano: “Non è questione di efficacia”.

 

 

01 – Anna Maria Merlo*: ISCRITTI ALL’AIRE NEL LIMBO DELL’INCERTEZZA. VACCINI. IL PROBLEMA DEGLI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO MA TORNATI TEMPORANEAMENTE. LA TRAFILA BUROCRATICA È NELLE MANI DEL GENERALE FIGLIUOLO, CHE HA FATTO VALERE DEGLI «OSTACOLI TECNICI»: DALLA MANCANZA DI TESSERA SANITARIA AL MEDICO DI BASE.

C’è un grosso buco nella campagna di vaccinazione: i cittadini iscritti all’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero), che non possono vaccinarsi in Italia, anche se sono temporaneamente in patria e non riescono a tornare nel luogo di residenza all’estero a causa delle semi-chiusure delle frontiere e delle molteplici norme tutte diverse varate nell’absurdistan europeo (e mondiale) dell’anti-Covid, tra test obbligatori e quarantene più o meno lunghe.

Ci sono più di 5 milioni di iscritti all’Aire (più di 3 milioni di residenti in Europa), cioè una popolazione simile a quella della Danimarca. Certo non tutti sono in Italia in questo momento, ma il problema riguarda centinaia di migliaia di persone, che si trovano in un limbo rischioso non solo per loro stessi ma anche per gli altri, visto che il vaccino è una questione di salute pubblica. Il deputato Massimo Ungaro, eletto con il Pd nel 2018 tra i rappresentanti degli italiani all’estero nella circoscrizione Europa, oggi a Italia Viva, si sta occupando di correggere questo bug. Più di un mese fa, il 10 marzo ha presentato un odg per garantire a tutti gli iscritti Aire temporaneamente in Italia il diritto ad accedere al vaccino. «Il governo ha accolto questa domanda – spiega Ungaro – la bozza dell’ordinanza è pronta», ma ci vorranno ancora giorni se non settimane – la promessa governativa è per fine aprile al massimo – per rendere operativo questo diritto. A questo punto, toccherà alle Regioni organizzare la vaccinazione per questa parte di italiani.

La trafila burocratica è nelle mani del generale Figliuolo, che ha fatto valere degli «ostacoli tecnici»: tra questi, c’è il fatto che gli italiani iscritti all’Aire non hanno la tessera sanitaria e quindi evidentemente il medico di base. La burocratizzazione all’eccesso della campagna vaccinale fa qui nuove vittime. Alcuni, per di più, non hanno neppure il codice fiscale. Il problema sarebbe la “tracciabilità” della somministrazione del vaccino. Ma basta guardare al di là delle frontiere per vedere che la questione della “tracciabilità” è stata risolta. Lo ha fatto, per esempio, la Francia, che vaccina tutti i residenti, francesi o stranieri, anche se questi ultimi non hanno la carte vital (tessera sanitaria): è stata creata una scheda specifica per il Covid (del resto, anche i sans papiers, che non hanno nessun documento, vengono vaccinati).

Le Regioni si barricano dietro la burocrazia per non dare risposte ai cittadini residenti all’estero che chiedono spiegazioni. Alla Regione Piemonte e all’Asl di Torino, per esempio, vengono date risposte confuse e contraddittorie, il cittadino è rimbalzato da un numero di telefono a un altro, da un numero verde a una mail “info Covid” e, alla fine, mandato chiaramente a quel paese. In sostanza, nessuno sa niente e i burocrati, a tutti i livelli, non sembrano aver intenzione di fare nessuno sforzo per trovare una risposta.

La soluzione dovrebbe venire dall’ordinanza del governo, sempre che il generale degli Alpini trovi il tempo di occuparsi di 5 milioni di italiani, che, tra l’altro, vivono tra due paesi e hanno bisogno di potersi spostare. Oggi, il Parlamento europeo discute del “pass” sanitario, sarebbe grave che i soli a non poterlo avere fossero gli iscritti all’Aire.

(Anna-Maria Merlo-Poli (laurea in filosofia e dottorato in storia dell’economia) è corrispondente de “Il Manifesto” in Francia dall’1988. Ha collaborato a lungo per “Il Messaggero” e ora è anche corrispondente de “Il Giornale dell’Arte”)

 

02 –  DEPUTATE PD ESTERO*: ABBIAMO RINNOVATO LA RICHIESTA AL MINISTRO SPERANZA E AL COMMISSARIO FIGLIUOLO DI AMMETTERE ALLA VACCINAZIONE GLI ISCRITTI AIRE TEMPORANEAMENTE IN ITALIA. 15 APRILE 2021

Abbiamo rivolto nuove e pressanti sollecitazioni al Ministro della salute, on. Speranza, e al Commissario per l’emergenza, generale Figliuolo, affinché si apra finalmente la fase operativa per la vaccinazione dei cittadini italiani iscritti all’AIRE temporaneamente presenti in Italia e impossibilitati per varie ragioni a ritornare nei loro paesi di residenza.

Dopo la richiesta rivolta al Commissario Figliuolo nel corso dell’audizione in Parlamento, durante la quale un suo collaboratore ha risposto che si stavano studiando i passaggi tecnici per ammettere i cittadini AIRE in Italia alle prenotazioni, abbiamo scritto nuovamente al Commissario per l’emergenza per sapere se tali procedure fossero state definite e, soprattutto, quando si potrà passare alla fase operativa.

Oggi, inoltre, nel corso dell’informativa resa alla Camera dal Ministro Speranza sul piano di vaccinazione, abbiamo chiesto al collega Vito De Filippo, intervenuto a nome del Gruppo PD, di proporre di nuovo la questione allo stesso ministro. Cosa che l’on. De Filippo ha fatto a nome di tutto il PD, elevando l’autorevolezza e la forza della nostra richiesta.

Restiamo in vigile attesa degli sviluppi della questione e soprattutto della conferma che la situazione si è finalmente sbloccata.

Per la ripartizione Nord e Centro America: Francesca La Marca

Per la ripartizione Europa: Angela Schirò

 

03 – SCHIRÒ (PD): AVVIARE LE TRATTATIVE CON LA SPAGNA PER UN ACCORDO BILATERALE SUL RICONOSCIMENTO DELLA DOPPIA CITTADINANZA.

La Spagna è uno dei paesi di elezione degli italiani che vanno all’estero. Sono ormai 275.000 i connazionali ufficialmente censiti che vi risiedono e addirittura 340.000 quelli che hanno dichiarato di esservi domiciliati. L’afflusso non si è fermato nemmeno durante la pandemia, tant’è che nel corso del 2020 vi sono arrivati altri 7000 connazionali, il 2,5% in più rispetto all’anno precedente.

Eppure, agli italiani che vi risiedono non è data la possibilità di acquisire la cittadinanza spagnola conservando quella italiana, in quanto l’ordinamento di quel paese, in cambio della concessione della cittadinanza, al compimento del diciottesimo anno di età richiede la rinuncia a quella originaria. Il contrario di ciò che accade in Italia alle coppie italo-spagnole e ai loro figli, che possono avere permanentemente la doppia cittadinanza.

Di recente, un incontro tra il primo ministro spagnolo e quello francese ha sbloccato la questione della doppia cittadinanza per i cittadini dei due paesi, accogliendo un orientamento abbastanza diffuso e consolidato a livello europeo. A questo punto, diventa ancora più stridente l’esclusione degli italiani da questa possibilità, tanto più che i rapporti tra i due paesi sono ottimi, le affinità culturali profonde, gli interessi reciproci del tutto evidenti essendo l’Italia il secondo partner commerciale della Spagna e la Spagna il sesto mercato di riferimento dei prodotti italiani.

Per queste ragioni, raccogliendo una sollecitazione del COMITES di Madrid, mi sono fatta interprete a livello istituzionale di questa esigenza, chiedendo con un’interrogazione al Ministro degli affari esteri di avviare al più presto i contatti con le autorità spagnole al fine di stipulare un accordo bilaterale volto al reciproco riconoscimento della doppia cittadinanza sia per i cittadini spagnoli che per quelli italiani.

(Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

04 –  DEPUTATE PD ESTERO: ADOTTARE SUBITO FORME DI SOSTEGNO E RISTORO PER LE ASSOCIAZIONI ITALIANE ALL’ESTERO1, 6 aprile 2021

Le misure decise da molti paesi per contrastare il contagio da Coronavirus e il fermo delle attività che esse hanno comportato stanno producendo effetti preoccupanti anche per la vita delle migliaia di associazioni italiane presenti e attive nel mondo, vero punto di forza dell’italianità in ambito globale.

Queste associazioni, fino all’insorgere della pandemia, hanno alimentato le proprie attività tramite i ricavi di eventi e incontri o di piccole attività di intrattenimento che hanno consentito annualmente di coprire le spese vive di gestione. Il fermo di oltre un anno ha fatto sì che siano venute a mancare le pur limitate risorse per far fronte alle spese ordinarie, quali i canoni di affitto delle sedi, le rate condominiali, il riscaldamento, le bollette della luce e così via. Alcuni sodalizi hanno dovuto già disdire i contratti di affitto o sono diventati morosi per altri adempimenti. In diverse realtà, tali sodalizi, essendo considerati associazioni di svago, non hanno rilevanza fiscale, sicché non sono rientrati nei provvedimenti di ristoro adottati dalle autorità del posto.

Se non si interviene presto con forme straordinarie di sostegno, rischiamo di trovarci con una rete associativa lacerata e ristretta: un grave danno sia per le nostre comunità all’estero che per gli interessi del nostro paese.

Per questo, abbiamo scritto al responsabile della Direzione generale per gli italiani all’estero del MAECI, Ministro Plenipotenziario Luigi Maria Vignali, per chiedere di avviare un piano generale di sostegno e ristoro per le associazioni in difficoltà o, quanto meno, l’ammissione di quelle più esposte ai fondi per l’assistenza straordinaria per gli italiani all’estero, rafforzati di due milioni proprio a seguito di un nostro emendamento.

La risposta del Ministro Vignali, a sua volta, sottolinea le problematicità di un simile intervento sia per il fatto che la maggior parte delle associazioni non ha personalità giuridica che possa giustificare un trasferimento di fondi sia per la scelta di dedicare i nuovi fondi dell’assistenza al sostegno delle piccole attività messe in crisi dalla pandemia.

Restiamo convinte, tuttavia, della necessità e dell’urgenza di una tale iniziativa per cui, con gli strumenti parlamentari adeguati, ci rivolgeremo al Governo perché prenda in considerazione la necessità e l’urgenza di un intervento di ristoro del mondo associativo italiano all’estero sulla base di criteri compatibili con il complesso quadro giuridico e con le situazioni locali.

* (Per la ripartizione Europa: On. Angela Schirò – Per la ripartizione Nord e Centro America: On. Francesca La Marca)

 

05 – DEPUTATE PD ESTERO: SODDISFAZIONE PER L’APPROVAZIONE DELLA LEGGE SUI DIRITTI DEL PERSONALE A CONTRATTO DELLE SEDI ESTERE, 16 aprile 2021

“Salutiamo con soddisfazione l’approvazione definitiva, avvenuta in Senato, della legge riguardante il personale a contratto che presta la sua opera all’estero presso le ambasciate, i consolati e gli istituti di cultura.

Si tratta di una platea di circa 2.700 persone che non hanno avuto finora certezza di diritti, gratificazioni salariali e riconoscimento del ruolo sempre più sostanziale che di fatto sono chiamati a svolgere nella nostra rete estera. Eppure, esse hanno dovuto farsi carico della enorme quantità di lavoro da riassorbire a causa della diminuzione, per il blocco del turnover, di 1300 persone nella pianta organica del MAECI, e del moltiplicarsi delle funzioni addossate alla rete diplomatico-consolare nel corso degli anni

Ci piace ricordare che il gruppo del PD ha fatto proprio da tempo l’obiettivo di riconoscere diritti e giusto trattamento a questo personale, a partire dalle lontane iniziative dell’on. Marco Fedi, che negli anni passati fu il primo ad ottenere una normativa di tutela dei diritti sindacali di tali lavoratori.

Nel passaggio della legge alla Camera, poi, abbiamo avuto il piacere di esprimere il convinto consenso a nome del nostro gruppo con le motivazioni raccolte nell’intervento in aula pronunciato dalla deputata La Marca, il cui testo è consultabile al seguente link.

Ci auguriamo che il passo compiuto si riveli non solo giusto per i lavoratori interessati, ma utile per dare maggiore stabilità ed efficienza al sistema dei servizi al quale quotidianamente fanno ricorso i nostri connazionali all’estero”.

*( Per la ripartizione Nord e Centro America: Francesca La Marca – Per la ripartizione Europa: Angela Schirò )*

 

06 – SCIENZA*: 46 MILIONI DI VISITE MEDICHE IN MENO A CAUSA DELLA PANDEMIA. TRA 2019 E 2020 C’È STATA UNA RIDUZIONE DEL 31% DI VISITE SPECIALISTICHE E ACCERTAMENTI DIAGNOSTICI, DICE IL CENSIS. E IL COSTO DI QUESTA MANCANZA LO SOSTERREMO NEI PROSSIMI ANNI.

Il coronavirus ha avuto un enorme impatto sulla nostra quotidianità. E, anche una volta finita la pandemia, il suo impatto economico e sociale durerà per generazioni. Per quanto riguarda il mondo della salute, anche qui le previsioni non sono affatto buone: sappiamo bene, infatti, che l’emergenza sanitaria ha messo sotto stress il nostro sistema sanitario, tanto che la domanda delle prestazioni sanitarie, come visite specialistiche, ricoveri e screening oncologici, è significativamente diminuita. A raccontarlo è stato il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, in occasione della presentazione del progetto I cantieri per la sanità del futuro su Ansa, promosso dal Censis e Janssen Italia.

Nel 2020 a causa della pandemia, secondo i dati riportati dal Censis, ci sono stati 46 milioni (-31%) di visite specialistiche e accertamenti diagnostici in meno (-31%) rispetto al 2019, 700mila ricoveri in meno in medicina interna (-70%), 57 milioni di ricette per accertamenti specialistici (-38%) e 3 milioni in meno di screening di prevenzione oncologica (-55%), con 14 mila diagnosi di tumore in meno. La pandemia, ha commentato Valerii, ha quindi accelerato fenomeni che già esistevano ed evidenziato la vulnerabilità e la necessità di una riorganizzazione del sistema sanitario nazionale. Per fare un confronto internazionale, nel periodo compreso tra il 2014 e il 2019 la spesa sanitaria pubblica in Italia ha registrato una riduzione dell’1,2%, mentre è aumentata in Francia del 15,1%, in Germania del 18,4%, nel Regno Unito 12,5%. Tra i 38 paesi Ocse, l’Italia è stato l’unico a tagliare la spesa e questo, ovviamente, ha avuto un impatto sul sistema sanitario.

A prescindere dalla pandemia, maggiori investimenti nella sanità sarà fondamentali per il futuro. “LA RADICALE TRANSIZIONE DEMOGRAFICA, CON L’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE E L’AUMENTO DELLE MALATTIE CRONICHE, CI OBBLIGA A RIPENSARE GIÀ OGGI IL MODELLO DI OFFERTA DI SALUTE DEL FUTURO”, aggiunge Valerii. Oggi, infatti, gli anziani rappresentano il 23% della popolazione, mentre tra 20 anni saliranno al 32,6%, e la spesa sanitaria pubblica per gli over 64, che oggi è del 54%, arriverà al 66% della spesa totale. “PREVENZIONE, SANITÀ DI TERRITORIO E TELEMEDICINA”, ha aggiunto Valerii, “sono questi i cardini di una sanità post-pandemia per non avere più una sanità impreparata di fronte a una domanda di salute che si evolve con la popolazione”.

MA CHE NE PENSANO GLI ITALIANI? Da un sondaggio riportato sempre dal Censis è emerso che la maggior parte delle persone ritiene che ancora oggi non ci sia la spinta necessaria per poter riorganizzare il sistema sanitario. Oltre il 40% degli italiani, infatti, ritiene che la sanità della propria regione non sia pronta, una volta finita la pandemia, ad affrontare una nuova emergenza. Inoltre, ben il 93% circa considera una priorità quella di destinare più risorse alla sanità e garantire più personale sanitario. Dopo la pandemia, infine, per il 91,7% degli italiani non potrà mancare nella sanità una maggior prevenzione dai virus e dalle patologie in generale, per il 94% ci dovrà essere un potenziamento della sanità di territorio, con più strutture sanitarie di prossimità, medici di medicina generale, specialisti e infermieri a cui rivolgersi e, infine, per il 70,3% bisognerà aumentare l’utilizzo della telemedicina e di strumenti digitali per velocizzare controlli, cure e diagnosi.

( da Wired di Marta Musso*)

 

07 – Guido Viale*: CHE IL CAPITALISMO NON SIA CHE UN BOZZOLO ENTRO CUI CRESCE UNA LARVA PRONTA A TRASFORMARSI IN FARFALLA. NON LA PENSAVA COSÌ MARX, CHE SOSTENEVA SÌ, CHE IL CAPITALISMO ALLEVA IN SENO IL SUO ANTAGONISTA, MA RIFIUTAVA DI DELINEARE LA SOCIETÀ FUTURA PERCHÉ NON AVEVA MAI PENSATO CHE FOSSE GIÀ TUTTA PRESENTE IN NUCE IN QUELLE “FORZE PRODUTTIVE” A CUI IL CAPITALE IMPEDIREBBE DI MANIFESTARE LE PROPRIE POTENZIALITÀ.

Che è invece una tesi, mai pienamente esplicitata, presente in molti scritti del neo-operaismo. La questione investe il rapporto tra le forme dei conflitti e delle iniziative che si scontrano con il dominio del capitale e i connotati di un “ALTRO MONDO POSSIBILE”.

Oggi al modello di comunismo come statalizzazione di tutti gli aspetti della vita – passaggio obbligato verso la società senza classi – non si rifà più nessuno: è fallito per sempre con l’esperimento sovietico. E nessuno pensa più il socialismo come nazionalizzazione della grande industria e programmazione dello “SVILUPPO”, a cui aprirebbe la strada la concentrazione del potere economico. Ma, soprattutto a partire dal Sessantotto, e anche prima, ci si è spesso accontentati di considerare il comunismo “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, senza cercare nelle forme assunte dalle lotte in corso la prefigurazione, se non di una società futura, per lo meno di una direzione di marcia. Il rimando, spesso solo verbale, al comunismo o al socialismo ha finito per nascondere un vuoto di pensiero sufficiente a spiegare il fallimento delle sinistre a livello mondiale: discutere del futuro è tempo perso o mera fantasticheria.

L’ecologia ci ha in parte liberato dalla gabbia di quell’esito scontato, mettendo in discussione l’impianto produttivista, sviluppista e antiecologico di un approccio comune – anche quando non esplicito – a gran parte delle forze che si pongono in continuità con la storia del movimento operaio. Mano a mano che si faceva evidente il rapporto tra le tante sofferenze umane – soprattutto dell’umanità più sfruttata ed emarginata – e quelle del mondo della natura, si dissolveva anche il senso di un “anticapitalismo” incapace di coglierne la centralità.

Per alcuni, anzi molti, non c’è problema: l’ecologia deve solo correggere un eterno presente a cui non c’è alternativa. Ma per l’ecologia integrale – che fa coincidere lotta per la giustizia sociale e lotta per la salvaguardia della Terra – quel rapporto ingiunge un rovesciamento radicale del sistema che non cerca più solo in nuovi “RAPPORTI DI PRODUZIONE” il rimedio alle ferite inferte dal capitalismo alla vita e all’integrità degli ecosistemi.

Su quel rovesciamento è in corso un dibattito che questo giornale ha da tempo promosso, come nell’importante intervista di ieri di Luciana Castellina a Maurizio Landini. Non sempre il dibattito mette a fuoco il suo legame con la questione dei beni comuni – tali solo se gestiti da una comunità aperta – come alternativa alla proprietà, sia privata che statuale, delle risorse fondamentali; ma anche con una rinnovata critica del lavoro come attività per lo più nociva per chi la svolge e per ciò che produce e imposta con il ricatto di disoccupazione e miseria; per mettere al centro l’obiettivo della cura, cioè di attività liberamente scelte che includano, accanto alla produzione di beni essenziali, tutti gli impegni legati alla riproduzione sia della vita che delle relazioni su cui si fonda una comunità e il suo rapporto con un territorio.

È una prospettiva legata a pratiche quotidiane che non escludono né antagonismo né conflitto aperto, ma con un perimetro più ampio di elaborazioni e prassi mutualistiche, come quelle che avevano accompagnato gli esordi del movimento operaio, ovviamente adattate ai tempi nostri. Dentro cui rivendicazioni come reddito di base, riduzione del tempo di lavoro, salario minimo, servizi sociali e istruzione pubblica ma autogestita sono sì strumenti di rottura con gli assetti in atto, ma richiedono fin da ora la presa in carico, in forme condivise, del tempo e delle potenzialità che possono liberare.

COME PROCEDERE LUNGO QUESTA STRADA?

Che non ha come “sbocco” una conciliazione finale tra individui, interessi, fedi e classi diverse, e nemmeno tra la nostra specie e il mondo della natura, bensì la conquista di una condizione ogni volta da rinnovare che non cesserà di essere problematica e conflittuale.

OCCORRE FORSE CONVINCERE CHE NON C’È ALTRA VIA, PERCHÉ I DISASTRI AMBIENTALI E SOCIALI IN CORSO CI FANNO GIÀ VEDERE, E IN PARTE VIVERE, LE FORME CHE POTRÀ ASSUMERE L’ESTINZIONE DELLA VITA UMANA SULLA TERRA?

No. Non ha funzionato nei cinquant’anni di allarme sulle condizioni del pianeta; non funziona né funzionerà neanche ora.

OPPURE BISOGNA ASPETTARE UN COLLASSO DEL SISTEMA? Collassi del genere li abbiamo già attraversati, li stiamo attraversando e saranno sempre più frequenti: sono diventati la condizione stessa di esistenza del sistema. Che ogni volta ha proseguito per la sua strada, anche rinunciando a qualcuna delle sue funzioni: occupazione, redditi decenti, welfare, sicurezza; ma anche a qualche linea di approvvigionamento delle sue unità produttive e di tante esistenze umane. E’ una deriva sotto i nostri occhi anche con questa pandemia.

Ma è in quei vuoti che deve sapersi inserire l’iniziativa di chi lavora a rovesciare il mondo giorno per giorno: occupare spazi, sostituire funzioni, ridimensionare le catene di approvvigionamento, proporre e imporre soluzioni alternative allo sfruttamento e al profitto nel lavoro e nel welfare: le pratiche sperimentate sono tante; i risultati, finora, scarsi e “di nicchia”; ma concorrono tutti a mettere a punto una prospettiva generale per orientarci là dove la crisi colpisce di più.

(da Il Manifesto di Guido Viale, è un saggista e sociologo italiano)

 

08 – Mario Agostinelli e Alfiero Grandi *: LA TRANSIZIONE ECOLOGICA NON HA ALTERNATIVE, MARIO AGOSTINELLI E ALFIERO GRANDI SU  www.jobsnews.it

La prima presentazione del PNRR italiano fatta dal governo Conte 2 si era sostanzialmente arenata su tre aspetti. Primo, l’uso di parte consistente dei fondi (oltre un terzo) per interventi che avrebbero sostituito finanziamenti già previsti in precedenza dal bilancio dello Stato, diminuendo così l’impatto per il rilancio occupazionale, sociale ed economico degli interventi straordinari previsti dal Next Generation EU della Commissione Europea. Secondo, una gestione farraginosa, con la previsione del coinvolgimento di centinaia di tecnici, con decisioni sull’uso delle risorse in gran parte esterna alle sedi politiche naturali e cioè Governo, Regioni, Comuni. Una sorta di circolazione istituzionale extracorporea e questo ovviamente non garantiva la necessaria trasparenza delle decisioni di spesa. Terzo, la raccolta di progetti già pronti di grandi aziende che pensavano di avere trovato finalmente la fonte per finanziare progetti di vario tipo, alcuni probabilmente utili, altri discutibili e forse negativi soprattutto per le conseguenze ambientali.

È evidente che se raccogli i progetti esistenti, anche selezionandoli, è difficile dare una forza politica ed economica alle scelte pubbliche. Mentre occorreva partire dai 6 capitoli e in particolare dalla transizione ambientale che è certamente il capitolo che più di ogni altro può aiutare a rendere compatibile lo sviluppo con l’ambiente, a innovare tecnologie e settori produttivi, a qualificare ed estendere una nuova occupazione di qualità. Draghi nel discorso alle Camere è sembrato consapevole dell’esigenza di mettere l’accento sulle novità, a partire dal 37% delle risorse destinato all’Italia per la transizione ecologica. Nessuna delega in bianco. Il Governo va sfidato ad essere coerente e in particolare ad esserlo i Ministri che sono preposti ad organizzare le scelte. Per ora non siamo al caro amico ma nemmeno al merito delle scelte, eppure i Ministeri stanno lavorando e a fine aprile Draghi riferirà in parlamento sulle scelte definitive che il governo proporrà alla Commissione Europea.

 

Per questo il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Sii, Nostra hanno elaborato un documento che verrà presentato il 17 aprile in videoconferenza, già disponibile sui siti delle associazioni, che vuole contribuire a scegliere con nettezza. A proporre un’idea di futuro. Se le aspettative sui risultati del piano straordinario debbono rimettere in moto l’occupazione e l’economia dell’Italia – e debbono farlo con una forte impronta innovativa sull’ambiente, sulla ricerca, sull’innovazione – le scelte non possono che essere coraggiose e nette. È un’occasione unica. Cambiare e dare ragione a tutti è impossibile, occorrono dei Sì e dei No chiari e netti.

 

Ad esempio raggiungere gli obiettivi di cessazione dell’uso del carbone e dei combustibili fossili ha bisogno di tempo ma proprio per questo richiede di partire subito, di scegliere con coraggio ed impegno le fonti energetiche alternative. I tempi sono definiti, ad esempio entro il 2025 il carbone deve cessare di essere utilizzato, ma non è saggio proporre di continuare sotto altre forme l’uso dei combustibili fossili, come il gas per produrre energia elettrica, finiremmo con l’entrare in contraddizione con gli obiettivi europei. Sono già disponibili modalità di produzione energetica rinnovabile, combinata dall’estensione dell’uso delle rinnovabili disponibili, compreso l’eolico offshore, con sistemi di accumulazione e produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. Certo anche la rete fondata su grandi impianti va ripensata per consentire di usufruire di una produzione diffusa nel territorio, anche incentivando l’autoconsumo.

 

Le dichiarazioni che stanno facendo esponenti importanti di aziende, anche a partecipazione pubblica, puntano a rinviare le scelte nel tempo, sembrano non rendersi conto che questo non solo avrebbe conseguenze sul clima, che continuerebbe nel frattempo a peggiorare, ma creerebbe un nodo irrisolvibile rinviando le scadenze previste per evitare il superamento dei limiti che possono contenere il cambiamento del clima. Colpisce una dichiarazione di Giunti di Enipower che ha dichiarato che per decarbonizzare (come se avessimo la possibilità di non farlo) occorrono idrogeno, cattura del CO2 e fusione nucleare, con questo schema non rispetteremo i vincoli, neppure al 2050. Infatti prendendo la palla al balzo l’Associazione italiana per il nucleare propone il nucleare da fissione come premessa da usare per arrivare (un giorno, forse) a quello da fusione. In altre parole è in corso un attacco sistematico per farsi dare i soldi del PNRR senza cambiare la sostanza di quanto fatto sin qui e mantenendo pressoché invariate le scelte. Quindi non solo ci sono resistenze a togliere benefici incompatibili con l’ambiente, contraddittori con il finanziamento di un cambio di paradigma, e si tenta di mantenere in vita fino al limite di rottura le scelte previste. Anche in Europa in verità qualcosa non va. Il nucleare gode di un forte rilancio da parte di un gruppo di paesi, Francia in testa, per ottenere l’equiparazione del nucleare da fissione con le rinnovabili (per avere i quattrini) e candidarlo ad essere la fonte energetica per produrre idrogeno.

 

È quanto di più vecchio si possa immaginare, ma è grave che il centro studi che lavora per la Commissione Europea abbia proposto di considerare il nucleare alla stregua del fotovoltaico e la stessa descrizione dei depositi di scorie come sicuri serve solo – mentendo – a giustificare la scelta del nucleare da fissione. L’Italia deve farsi sentire e bloccare questa deriva europea, non basta che ci sia il diritto per i singoli paesi a non investire nel nucleare da fissione, ci mancherebbe altro. Occorre impedire alla Commissione di scivolare sul nucleare e a quanto pare anche sugli Ogm. Occorre che entrino in campo con forza le rappresentanze dei lavoratori. Questo scontro, per ora attutito da tecnicismi velati ha bisogno dei sindacati e dei lavoratori che rappresentano.

 

In un futuro di scelte ambientali radicali ci sono spazi enormi per la ricerca, per investimenti innovativi, per la crescita di occupazione di qualità, in grado di compensare la caduta in altri settori. In passato troppe volte gli interessi dei lavoratori sono sembrati in contrasto con l’ambiente e le conseguenze sono state drammatiche per la vita delle popolazioni e per i lavoratori interessati costretti in una ridotta difensiva, a volte perfino corporativa. La ferita dell’Ilva, che non ha salvato né il lavoro né l’ambiente, è ancora aperta, non è risolta e deve essere un impegno prioritario.

 

Oggi una piattaforma netta può consentire di realizzare una nuova alleanza tra lavoro ed ambiente, in cui le condizioni di vita, la salute siano coerenti con una nuova prospettiva occupazionale. Studi hanno dimostrato che un altro futuro non è solo necessario ma possibile, anzi indispensabile. Già in passato il mondo del lavoro ha portato avanti obiettivi generali, basta pensare al sistema sanitario nazionale e di welfare. Oggi c’è una nuova fase e una nuova possibilità, per certi versi un obbligo, che è sperabile sia compresa e raccolta per evitare che il nodo degli interessi e delle rendite di posizione che vogliono conservare la situazione esistente prevalga.

 

Per questo il modo migliore di mettere alla prova le vere intenzioni del nuovo governo è entrare in campo, avanzare proposte, sviluppare iniziative. Per questo le associazioni (Cdc, Laudato Sii, Nostra) hanno scritto un documento con proposte nette, forse radicali, con l’obiettivo di discuterle, di aiutare la creazione di movimenti e risposte all’altezza della sfida. Parafrasando, si potrebbe dire che la transizione ecologica è un compito troppo importante per lasciarlo al solo governo, meglio “accompagnarlo” e per maggiore sicurezza meglio prendere le iniziative necessarie.

(Mario Agostinelli dell’Associazione Laudato si’, un’Alleanza per il clima, la cura della Terra, la giustizia sociale, di cui è promotore dal 2015;  Alfiero Grandi politico e sindacalista, è vicepresidente del “Comitato per il NO”, )

 

09 – AMERICA CENTRALE IL DECLINO DELLE POTENTI FAMIGLIE DELL’AMERICA CENTRALE. CITTÀ DEL GUATEMALA, 22 NOVEMBRE 2020. DAVANTI AL CONGRESSO DOPO LE PROTESTE CONTRO LA CRISI ECONOMICA E PER CHIEDERE LE DIMISSIONI DEL PRESIDENTE ALEJANDRO GIAMMATTEI.

La famiglia Castillo è ai vertici da 500 anni. Le sue origini risalgono a Bernal Díaz del Castillo, il cronista della conquista del Messico per mano dello spagnolo Hernán Cortés. L’impero spagnolo lo premiò con una encomienda su quello che oggi è il Guatemala, concedendo a Castillo il diritto di sfruttare la manodopera non cristiana. La ricchezza della famiglia esplose dopo il 1886, con la creazione della Central American brewery, che per decenni ha avuto un monopolio nazionale sulla produzione di birra. Da allora si è evoluta in due conglomerate diverse, diversificandosi nei settori del caffè, della finanza, dei parchi divertimento e dell’imbottigliamento della Pepsi.

Clan come quello dei Castillo occupano una posizione particolare nelle menti dei 33 milioni di persone che vivono nel cosiddetto Triángulo norte formato da Guatemala, El Salvador e Honduras. Da decenni i salvadoregni parlano delle “quattordici famiglie” che si dice controllino il paese. In Guatemala sono otto, in Honduras cinque. I numeri precisi sono un mito, ma le disuguaglianze e l’immobilità sociale a cui questi racconti fanno riferimento sono reali.

Basta un’occhiata ai tre paesi centroamericani per capire il successo di questi racconti. Povertà e violenza sono ovunque. Gli stati, fragili, non sono in grado di risolvere i problemi. Le ondate migratorie verso nord rappresentano una via di fuga dalla disperazione. Le aziende di famiglia sono comuni in tutti i paesi, ma sono pochi i posti in cui quelle più importanti detengono posizioni così dominanti o ispirano altrettanta diffidenza come nel Triángulo norte. Nessun’azienda di famiglia della regione è quotata in borsa. Sono per la maggior parte sistemi chiusi e nessuno sa di preciso quanto sono ricchi i proprietari.

SEGNALI POSITIVI

A lungo queste famiglie hanno usato il loro potere politico non solo per guadagnare soldi, ma anche per mantenere in vita le falle del sistema grazie al quale si sono potute arricchire. Il 26 marzo Juan González, consigliere del presidente Joe Biden, ha affermato che è in parte a causa di una “élite predatoria” se così tanti centroamericani fuggono negli Stati Uniti.

Dopo aver affrontato guerre civili, dittature militari e l’avvento della democrazia, queste reti di famiglie sono tra le istituzioni più resistenti della regione. In poche vantano ricchezze e potere così antichi come i Castillo, ma oggi molti clan sono ai vertici da almeno un secolo. Eppure alcuni segnali fanno pensare che questo dominio stia finalmente cominciando a declinare.

Nel Salvador e in Guatemala il sistema coloniale ha distribuito le migliori posizioni di potere ai coloni spagnoli che vendevano i prodotti del lavoro indigeno – come indaco e argento – alla madrepatria. È stato però solo con l’arrivo del caffè, nell’ottocento, che si assistette al decollo del settore agroindustriale. Le famiglie più ricche persuasero i governi ad approvare leggi che fecero finire nelle loro mani terre che prima erano gestite in comune. Le leggi contro il “vagabondaggio” costrinsero i contadini nativi a lavorare per metà dell’anno nelle aziende agricole. Qualsiasi resistenza era severamente punita.

 

NEL SALVADOR NON CI SONO TASSE NÉ SULLE PROPRIETÀ NÉ SULLE SUCCESSIONI, UN BEL VANTAGGIO PER I RICCHI

 

IL CASO DELL’HONDURAS È STATO DIVERSO. La sua coltura principale, all’inizio del novecento, non era il caffè ma le banane. Le esportazioni erano gestite dagli stranieri. Aziende come la United fruit company costruivano porti e strade in cambio della terra. Questo impedì l’emersione di una classe dirigente agricola interna, una situazione che gli honduregni commentano dicendo che il loro paese era “così povero da non potersi permettere nemmeno un’oligarchia”.

 

A metà del novecento le rivolte erano ovunque e i lavoratori honduregni nelle piantagioni di banane scioperavano. Nel 1944 il Guatemala rovesciò il suo dittatore aprendo a un decennio di sperimentazione democratica poi soppressa da un colpo di stato appoggiato dalla Cia (l’agenzia d’intelligence statunitense), che fece sprofondare il paese in 36 anni di guerra civile. Nel 1979 un gruppo di soldati salvadoregni lanciò un “colpo di stato riformista”, previa approvazione degli Stati Uniti, nel tentativo di bloccare gruppi di guerriglieri sempre più numerosi nelle campagne. Quando però il conflitto dilagò in tutto il paese, molti membri dell’élite volarono all’estero.

Con l’arrivo della pace, negli anni novanta, le economie del paesi del Triángulo norte diventarono più dinamiche. Milioni di migranti in fuga dalle guerre civili cominciarono a inviare soldi a casa. Si diffusero commercio e turismo, con centri commerciali e alberghi gestiti dalle grandi famiglie. Perfino in Honduras le famiglie dell’élite, molte immigrate dalla Palestina, guadagnarono molti soldi. Altrove le famiglie di latifondisti si legarono attraverso matrimoni con altri clan, entrando in settori diversi da quello agricolo. Poiché commercio e industria prosperano meglio in società più ricche e istruite, in questa diversificazione gli interessi delle famiglie dell’élite e quelli dei comuni centroamericani si sono allineati un po’ più che in passato.

 

TRUCCARE LE REGOLE

È in corso un acceso dibattito su come considerare le grandi conglomerate di famiglia, comuni nei paesi più poveri: “Campioni o parassiti”? Creano molti posti di lavoro e pagano molte tasse, fanno notare alcuni. Molti oligarchi parlano con toni lirici del dovere morale di usare il loro potere per migliorare la vita di tutti, altri aggiungono di sentirsi ingiustamente demonizzati in una regione in cui di certo non mancano i cattivi.

Secondo altri studiosi, le conglomerate sono al tempo stesso un sintomo e una causa del malgoverno. In un paese ben governato, prosperano le aziende in grado di innovare, che tendono a specializzarsi. In paesi governati male contano le conoscenze politiche e le aziende che ne dispongono possono espandersi in vari settori non correlati tra loro. Questo lascia fuori le aziende più piccole e rallenta la nascita di una classe media.

Una volta consolidate, le grandi famiglie possono ulteriormente truccare le regole. Nel Salvador non ci sono tasse sulle proprietà né sulle successioni, un bel vantaggio per i ricchi. L’aliquota massima di imposta sul reddito in Guatemala è appena del 7 per cento, nonostante i tentativi di aumentarla.

Le opinioni degli oligarchi possono ancora influire su questioni importanti. Il colpo di stato militare del 2009 in Honduras ha avuto la benedizione della maggior parte delle famiglie più importanti. Per anni la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig), un organismo anticorruzione sostenuto dalle Nazioni Unite, ha documentato il malcostume del governo e l’aggressività dell’esercito. Quando però ha cominciato a indagare sulle donazioni non dichiarate in occasione delle campagne elettorali, le grandi famiglie si sono opposte con forza. La commissione è stata smantellata nel 2019.

Tra le grandi famiglie ci sono delle differenze. Le dinastie industriali che si sono arricchite da poco sono più aperte ai cambiamenti rispetto ai vecchi clan del caffè. Quelle i cui affari dipendono dalla cooperazione con il governo, come nel caso delle compagnie aeree o dell’edilizia, cercano di saltare sul carro di qualsiasi presidente. Gli oligarchi di un paese in particolare hanno fama di essere a favore di un conservatorismo populista: “I nostri uomini d’affari sembrano degli appassionati di yoga di San Francisco se paragonati a quelli guatemaltechi”, dice un salvadoregno.

 

PROBLEMI DI SUCCESSIONE

Molte aziende di famiglia si sono arricchite grazie al protezionismo: finché i governi hanno sbarrato le porte alla concorrenza straniera, potevano far pagare prezzi più alti ai consumatori locali. L’arrivo della globalizzazione però non le ha danneggiate quanto ci si aspettava. Le aziende straniere hanno bisogno di partner locali, e gli oligarchi hanno le conoscenze giuste. Marchi come Burger King, Hilton e Zara fanno gestire i punti vendita alle famiglie locali. Altre famiglie, soprattutto nel Salvador, hanno venduto alle multinazionali banche, supermercati, birrifici e tabacchifici. Con i soldi ricavati si sono diversificate ancora di più.

La successione, però, può essere un problema. Figli nati negli agi avranno meno incentivi a lavorare sodo. Le lotte per il potere si fanno più intricate a mano a mano che l’albero genealogico si estende e cognati e cugini si gettano nella mischia. Come spiega un uomo d’affari nella sua villa, oggi la maggioranza delle famiglie si affida a consulenti per gestire la transizione generazionale. Nel giorno del loro sedicesimo compleanno i suoi figli hanno sottoscritto un codice di condotta di famiglia con cui s’impegnano a comportarsi bene e a perseguire l’indipendenza economica. Non entreranno nell’azienda di famiglia se prima non avranno preso due lauree e lavorato per cinque anni in un’altra azienda.

Anche l’avvento della democrazia e la diffusione della criminalità organizzata hanno complicato la vita degli oligarchi. In Guatemala il controllo dello stato è stato assunto da una rete rivale di generali, criminali e politici loschi. Le vecchie aziende di famiglia con una reputazione da difendere non solo devono evitare di avere rapporti con questo sottobosco, ma finiscono per esserne sconfitte nella corsa al potere. In un rapporto del 2015, la Cicig stimava che i tre quarti delle donazioni in campagna elettorale erano legati a casi di corruzione e al traffico di droga. Nessun candidato “favorevole agli affari” ha superato il ballottaggio per le presidenziali dopo Óscar Berger, che vinse nel 2003. Nello stesso modo dal 2005 a oggi nel Salvador il presidente favorito dal settore privato ha perso tutte le elezioni. In Honduras, invece, un sistema bipartitico vecchio di un secolo ha prodotto una classe politica forte con dinastie autonome che non hanno lasciato spazio alle famiglie del mondo degli affari. Ma è aumentata l’influenza dei baroni della droga, soprattutto dopo il colpo di stato del 2009. La maggior parte delle vecchie famiglie del mondo degli affari si sono tenute alla larga dai soldi della droga. Lo stesso non si può dire di alcuni politici del paese.

L’élite salvadoregna è sotto assedio, forse perché il partito Alianza republicana nacionalista (Arena), la sua casa spirituale, continua a perdere un’elezione dopo l’altra. Presidenti di sinistra hanno governato dal 2009 al 2019; poi è arrivato Nayib Bukele, un populista millennial ricco, ma che non appartiene alla vecchia élite. Bukele ha accentrato il potere e si è alleato con un pugno di famiglie potenti, demonizzando tutte le altre.

Per i presidenti dell’America Centrale oggi è più facile che mai opporsi alle grandi famiglie, per esempio hanno imposto lockdown dolorosi sul piano economico per contrastare il covid-19 senza particolari conseguenze. Bukele, che a febbraio ha conquistato il controllo del parlamento, vuole approvare leggi invise al settore privato su questioni come le pensioni, l’acqua e forse il fisco.

A mano a mano che le grandi famiglie perdono influenza, potrebbero apprezzare i benefici di una gestione politica più onesta. “Nessuno si fida di nessuno e nessuno sembra avere legittimità”, dice un rampollo salvadoregno da uno dei balconi di famiglia. In una regione segnata dalla corruzione e dalla demagogia, l’impresa di costruire uno stato imparziale ha bisogno di tutto il sostegno possibile, perfino quello degli oligarchi.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa, Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

 

10 – Luigi Mastrodonato*: L’EUROPA E IL DIVANO DELLA VERGOGNA. LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA LASCIATA SENZA UNA SEDIA È IL SIMBOLO DI UN’EUROPA CHE SULLA TURCHIA E SUL MEDITERRANEO ORIENTALE HA PREFERITO NON SCEGLIERE

L’immagine del presidente turco Recep Erdogan che nell’incontro con la delegazione europea lascia senza sedia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha fatto il giro del mondo, e non è un caso. Non c’è solo la gravità del gesto in sé da parte turca, un modo per umiliare un’Europa arrivata lì per parlare (anche) di diritti delle donne dopo l’annuncio turco di uscita dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere. C’è anche la totale sottomissione europea, che di fronte a tutto questo non ha battuto ciglio, facendo capire chi delle due parti ha in mano le redini delle relazioni diplomatiche.

TURCHIA, ERDOGAN RICEVE VON DER LEYEN SENZA UNA SEDIA PER LEI

Dopo le strette di mano, il trio composto dal presidente turco, dalla presidente della Commissione europea e dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è diretto verso le sedute, che però erano solo due, destinate ai maschi come vuole quell’islamismo più estremista per cui le donne contano meno e a cui Erdogan strizza l’occhio. Uno schema sociale inammissibile per l’Europa, che peraltro era lì per parlare anche di questo, ma che si è completamente piegata al giochino turco. Risultato, Michel che si accomoda sulla sua sedia senza esitazioni e la von der Leyen che in silenzio prende posto a distanza, sul divano. In quei pochi secondi è crollato simbolicamente tutto il senso della visita, peggiorato ulteriormente quando le due controparti si sono messe amichevolmente a parlare di relazioni commerciali e nuovi finanziamenti a Istanbul per la gestione dei flussi migratori, con il tema dei diritti già esanime che ha subito il colpo di grazia.

Ieri si è consumata la definitiva sconfitta dell’Europa, che ha mostrato la sua debolezza nei rapporti con quella Turchia sempre più autoritaria e ha perso totale credibilità come creatura forte e in grado di imporre i suoi temi e i suoi valori. Come sottolinea Amnesty International, il regno di Erdogan anno dopo anno si è trasformato in una sorta di dittatura contemporanea, un inferno per molte categorie sociali. Giornalisti che vengono arrestati e testate che vengono chiuse per la sola colpa di esprimere dissenso, avvocati e insegnanti imprigionati perché accusati di opposizione al regime, così come gli attivisti per i diritti umani, con tanto di nuove leggi apposite contro le ong. Nei giorni scorsi sono stati arrestati anche dieci ex ammiragli, colpevoli unicamente di aver firmato una lettera di critica al nuovo mastodontico progetto del canale di Istanbul e marchiati come golpisti.

Sullo sfondo vanno avanti le torture e le sparizioni forzate, che colpiscono soprattutto gli esponenti della minoranza curda ma che si estendono poi anche a quei migranti “accolti” proprio grazie agli accordi e ai miliardi versati dall’Europa – sei fino a ora – ma spesso rimpatriati forzatamente in Siria dalle autorità locali. E poi c’è il tema delle donne, sempre più escluse dalla società in quella che è una vera e propria deriva integralista che ha come ciliegina sulla torta la fuoriuscita dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, firmata dieci anni fa proprio nella capitale turca.

È questa la situazione nel Mediterraneo orientale, una discesa verso gli abissi davanti a cui l’Europa non fa niente, se non parlare genericamente come fatto dalla von der Layen di “diritti non negoziabili” mentre mestamente si dirigeva sul suo divano e accettava silenziosamente l’umiliazione turca, a se stessa in quanto donna ma più in generale all’Unione Europea come culla di diritti e democrazia. Uno sgarbo festeggiato paradossalmente con l’annuncio nuovi accordi, nello specifico tre miliardi di euro che potrebbero essere presto versati ad Ankara perché continui il suo lavoro di cuscinetto nei flussi migratori, così da sollevare l’Europa dal problema di non avere una politica estera delineata e condivisa che sappia andare oltre appunto al destinare soldi a pioggia a regimi come quello turco o libico.

L’Europa è corresponsabile dell’inferno turco perché non fa nulla per cambiare le cose e continua a mantenere un approccio conciliatore verso chi come Erdogan va assumendo sempre più le sembianze di un dittatore. Una subalternità che non è un problema solo per le vittime turche della repressione, ma anche per la credibilità internazionale di Bruxelles. Che si fa calpestare senza battere ciglio e non è in grado di imporre i suoi valori nemmeno in una sala istituzionale, davanti a due sedie.

(Luigi Mastrodonato*da Wired )

 

11 – Kevin Carboni*: CHI È MARIA CHIARA CARROZZA, NUOVA PRESIDENTE DEL CNR. ORDINARIA DI BIOINGEGNERIA INDUSTRIALE PRESSO LA SCUOLA SUPERIORE SANT’ANNA DI PISA, È STATA MINISTRA DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA TRA IL 2013 E IL 2014*.

Maria Chiara Carrozza è stata nominata presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). È la prima donna a ricoprire questa carica. Docente ordinaria di Bioingegneria industriale presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, coordina diversi progetti di ricerca nei settori della biorobotica, della biomeccatronica e della neuro-robotica. È stata ministra dell’Istruzione, università e ricerca dal 2013 al 2014.

Laureata in fisica nel 1990 e con un dottorato di ricerca in ingegneria, è stata eletta rettrice della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa nel 2007, diventando così la più giovane rettrice italiana nella storia. Maria Chiara Carrozza è una delle più conosciute accademiche del nostro Paese a livello internazionale. Il suo principale focus di ricerca riguarda il settore della neuro-robotica, disciplina che si occupa di riprodurre, tramite tecnologie cibernetiche, i meccanismi di elaborazione sensoriale tipici degli organismi animali. In questo ambito, ha diretto vari progetti su protesi in grado di restituire il senso del tatto, la capacità di una manipolazione complessa, o nello sviluppo di esoscheletri per la riabilitazione di persone colpite da ictus o da patologie neuromuscolari. Nella sua carriera accademica è stata più volte invitata a tenere conferenze e lezioni presso le più prestigiose università internazionali, come il Massachusetts institute of technology (Mit) negli Stati Uniti, all’École normale superieure in Francia e all’Università di Tokyo in Giappone.

“Sono felice ed emozionata per la nomina a presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Ringrazio la ministra Messa (Cristina, all’università e ricerca, ndr) e il comitato di selezione per la fiducia riposta nella mia persona”, ha detto la presidente Carrozza: “Essere la prima donna alla guida del più importante e grande centro di ricerca del Paese è una sfida e una responsabilità senza precedenti. Ma anche un cambio di passo e di prospettiva. Confido sull’aiuto e sulla collaborazione di tutte le ricercatrici e ricercatori dell’ente, sulle loro preziose indiscusse competenze e sul loro entusiasmo. Insieme dobbiamo riportare al centro dell’attenzione sociale, economica e politica la ricerca unico volano per la ricostruzione del Paese e il futuro dei giovani”.

L’attuale ministra dell’Università e della ricerca Maria Cristina Messa, con il decreto firmato il 12 aprile, ha nominato la docente Carrozza alla guida del Cnr per i prossimi quattro anni. Il Cnr è un ente pubblico che ha il compito di realizzare progetti di ricerca scientifica e di applicarne i risultati per lo sviluppo del Paese. Conta 8.500 dipendenti che operano su tutto il territorio nazionale, di cui oltre 7.000 impegnati in ricerca e attività di supporto alla ricerca. La rete scientifica è costituita da 88 istituti di ricerca e da sette dipartimenti per aree macro-tematiche: Scienze del sistema terra e tecnologie per l’ambiente; Ingegneria – Ict e tecnologia per l’energia e i trasporti; Scienze umane e sociali – patrimonio culturale; Scienze chimiche e tecnologie dei materiali; Scienze fisiche e tecnologie della materia; Scienze bio-agroalimentari; Scienze biomediche.

(da Wired, Kevin Carboni Contributor)

 

12 – Luciana Castellina*: IL DISASTRO DELLA TERRA SI CHIAMA CAPITALISMO – ITINERARI CRITICI. A PROPOSITO DI «AFFRONTARE LA COMPLESSITÀ», UN VOLUME DI FEDERICO BUTERA. PER EDIZIONI AMBIENTE UN LIBRO CHE ACCOMPAGNA TRA COMPRENSIONI E INSIDIE DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA. L’OBIETTIVO CHE CI SI PREFISSA È DIFFICILE, PERCHÉ IL VERO «GREEN NEW DEAL» È L’ACCORDO FRA UMANO E NATURA. SECONDO L’AUTORE, CREDERE CHE SOSTITUENDO IL FOTOVOLTAICO AL PETROLIO, L’EOLICO AL CARBONE, TORNEREMO IN ARMONIA CON L’AMBIENTE È UN ERRORE CHE PORTA A LASCIARE LE COSE COME STANNO.

Mi immergo con troppa disinvoltura nella lettura dell’ultimo libro di Federico Butera, autorevole membro della nostra Task Force «Natura e lavoro»: Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica (Edizioni Ambiente, pp. 312, euro 26 ). Non fate il mio stesso errore. Il libro è tosto, anzi tostissimo, e prima di leggerlo bisogna prepararsi. Non perché sia troppo pesante o troppo difficile (Federico Butera ha l’arte della semplificazione che gli viene dall’aver non solo costruito cose eccezionali ma insegnato per decenni al Politecnico di Milano). Al contrario: prepararsi perché ti prende e travolge con una valanga di informazioni che non sono quisquilie ma notizie che ti trascinano a riproporti quelle domande essenziali che si affacciano alla mente nell’adolescenza e poi via via ti abitui a lasciarle senza risposte e alla fine fai a meno di portele: che cosa è la Terra, chi la comanda, come è nata, dove finirà, chi diavolo sono io e che ci faccio qui in questo stivaletto che è chiamato Italia in un anno che viene indicato come 2021 ma non capisco nemmeno che senso abbia questa cifra?

 

COSÌ COMINCIO A LEGGERE e subito mi rendo conto di quella che dovrebbe essere un’ovvietà: sebbene negli ultimi tempi con grande frequenza ripetiamo certe locuzioni non ci soffermiamo nemmeno a cercare di capire cosa significhino.

 

«Cambiamenti climatici», per esempio. Sì, oddio, un bel guaio. Ma detto così non si capisce subito di che si tratti davvero, che indica solo l’inizio di una catena senza fine di guasti irreparabili, perché gli eventi metereologici anomali determinano temperature che sciolgono i ghiacciai (nelle Alpi europee già metà dal 1900) e però svuotano anche i bacini esistenti, sicché in quelli che ancora resistono debbono abbeverarsi tre volte tanti animali e umani e già ora ben 145 paesi devono ormai condividere quel residuo di acqua con altri 268; e siccome l’equità è difficile da praticare la condivisione negli ultimi 50 anni ha già prodotto, oltre a epocali migrazioni, 37 conflitti di grande portata e assai di più ne produrrà perché alla già nota land grabbing pienamente in atto soprattutto in Africa si è ora aggiunta la water grabbing.

 

E poi alla carestia di acqua si aggiungono i danni dell’acqua in eccesso, quella che dalle montagne è scesa a valle innalzando il livello dei mari e minacciando ormai non solo la nostra Venezia e il Bangladesh ma anche New York, e tutti i principali aeroporti del mondo chissà perché tutti costruiti vicino alla costa. E, per effetto di giganteschi temporali, allagando con sempre maggiore frequenza il Texas che cito perché è solo l’ultima vittima, quella che abbiamo visto sott’acqua solo pochi giorni fa alla televisione. Troppa o troppo poca acqua: perché produce anche siccità che estingue le riserve sotterranee e nel liquido che resta, per via del calore, muffe e funghi; in superficie distruzione dei raccolti, perciò poco cibo mentre la popolazione aumenta e già così, per via di come noi abbiamo disegnato il mondo, ci sono 800 milioni di esseri denutriti e 2 milioni di obesi.

 

COMINCIA A VENIRTI l’angoscia, perché queste cose le hai già lette molte volte ma spiegate bene e tutte insieme ti fanno un altro effetto. Tiro un sospiro di sollievo perché alla fine dell’elenco sui danni dell’acqua (solo un capitolo del libro!) Butera avverte che però c’è una grande risorsa sostitutiva: la tundra russa e le estese zone gelide del Canada. Tuttavia il sollievo è breve: purtroppo non possono aiutare a darci acque e terre normali, perché contengono un terzo dello stock di carbonio organico del mondo (qualcosa che equivale a 100 volte le attuali emissioni degli Stati Uniti). Perciò addio.

 

Questo libro di Federico Butera – la raccomandazione del suo autore è sacrosanta – non va letto per ritrovare sia pure con una spiegazione di alto livello la documentazione completa di tutti i fenomeni che stanno ammazzando il nostro ecosistema (basterebbero le 400 note bibliografiche che accompagnano lo scritto per capire quanto sostanziosa e precisa sia la documentazione su ogni fenomeno indicato). È stato concepito nell’intento di far capire – come del resto dice il titolo – che non c’è alcuna speranza di vincere la difficilissima battaglia che con tanto ritardo abbiamo cominciato a combattere per salvarci dalla catastrofe solo se saremo capaci di capire, e dunque affrontare, la complessità, le tante connessioni che legano uno all’altro i fenomeni in atto e che non saremo mai in grado di fermare uno per uno. È un concetto decisivo ma che mi mette paura, quando penso a come invece la questione viene affrontata dai vari piani istituzionali che si stanno varando.

 

Il volume – avverte Butera – è destinato ai docenti, che peraltro non esistono ancora e sarebbe urgente cominciare a formare affinché siano forniti, all’asilo così come all’università. Ma anche, almeno con un «bignami», ai ministri.

«Credere che sostituendo il fotovoltaico al petrolio, l’eolico al carbone, il biogas al gas naturale, la plastica biodegradabile a quella fatta di petrolio – scrive Butera – torneremo in armonia con l’ambiente è un errore che porta a lasciare le cose come stanno, continuando a navigare verso la catastrofe solo a velocità più ridotta».

L’obiettivo è più difficile, perché il vero green new deal è l’accordo fra umano e natura. E, va aggiunto, perché ne è la premessa: fra gli esseri umani, impedendo che una piccola parte di loro imponga a tutti la conservazione di un sistema fondato sull’attuale modello di sviluppo, vale a dire su una produzione sempre più vasta di beni che non rispondono ai bisogni vitali ma sono imposti   efficace che il movimento operaio stesso da più di un secolo ha finito per accettare l’idea che un maggior benessere avrebbe potuto venire da un sempre più celere sviluppo di beni-merci, quali che sia. Senza alcuna misura che consenta di stabilire compatibilità fra la velocità del loro utilizzo e quella della loro rigenerazione, il metodo di misurazione chiamato «impronta ecologica», che dovrebbe in realtà esser obbligatoria per ogni prodotto. (Pensate come sarebbe importante chiederla prima di concedere anche solo un euro di finanziamento pubblico?).

DIVENTEREBBE più chiaro che già oggi l’Italia consuma tanta materia non rinnovabile quanto solo un pianeta quattro volte più grande di quello che abbiamo può fornire senza accumulare un debito che non saremo in grado di ripagare. E l’Italia non è il peggio, e se solo l’India, che consuma di meno di quanto potrebbe (0,7% dice la sua impronta paese) è un paese dove ci sono tanti ricchi ma anche buona parte degli 800 milioni di denutriti del mondo vuol dire che c’è qualcosa che non funziona in questo sistema. Che Federico Butera ha l’onestà di chiamare per nome: il capitalismo.

La Terra si è già molto ammalata nel corso della storia, l’ultima volta pare sia stato 250.000 anni fa. Ma allora noi umani ancora non esistevamo. Ora invece ci siamo e potremo attrezzarci. Se non siamo capaci di farlo, peggio per noi: siamo solo lo 0,6 % delle specie viventi, e se spariamo non se ne accorgerà nessuno.

Nemmeno un bel funerale a meno che non provvedano gli scarafaggi.

*(Luciana Castellina, è una politica, giornalista e scrittrice italiana, parlamentare comunista, più volte eurodeputata, autrice di numerose pubblicazioni, presidente onoraria dell’ARCI – Federico Maria Butera è un accademico italiano, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano)

 

13 – Ilaria Betti*: Perché AstraZeneca costa meno degli altri vaccini (e Pfizer di più)?

Pfizer schizza a 19,50 euro a dose, AstraZeneca rimane intorno ai due euro. Anna Rubartelli, docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano: “Non è questione di efficacia”

 

Mentre il prezzo di Pfizer si prepara a aumentare del 60% arrivando a sfiorare i 19 euro e 50 centesimi a dose nel biennio 2022-23, l’opinione pubblica fa i conti in tasca agli altri vaccini: perché AstraZeneca costa così poco (non più di 2,80 a dose)? Sarà forse meno efficace? E perché, invece, Pfizer e Moderna hanno un prezzo elevato e pochi effetti collaterali “imprevisti”? La professoressa Anna Rubartelli, docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e membro del gruppo Scienziate per la Società, ci spiega che il costo potrebbe essere motivato da diversi fattori: “Prima di tutto, le modalità di conservazione. Pfizer finora veniva conservato a temperature di circa -70 gradi, ora sembra che possa resistere anche a -20 gradi. Vaccini come AstraZeneca, invece, possono essere conservati in un normale frigorifero e questo di certo abbatte i costi di gestione rendendo AstraZeneca molto più ‘maneggevole’”.

Dietro ai diversi costi c’è poi un discorso legato all’innovazione. I vaccini a mRNA, come Pfizer e Moderna, sono i primi al mondo ad essere realizzati con una tecnica completamente innovativa, ovvero quella dell’Rna messaggero. A differenza del già noto vettore virale adenovirus (su cui si basano Oxford/AstraZeneca, Johnson&Johnson, il russo Sputnik), la tecnologia a mRNA (di Moderna e Pfizer/BioNTech) segna un nuovo approccio per quanto riguarda lo sviluppo dei vaccini. Di solito nel paziente da immunizzare viene iniettato il virus (o il batterio) “indebolito”, oppure una parte di esso: il sistema immunitario riconosce “l’intruso” e produce gli anticorpi che utilizzerà quando incontrerà il vero virus. Nel caso dei vaccini a mRNA, invece, si inoculano le “istruzioni” per produrre una particolare proteina, detta “Spike” (quella che il virus utilizza per attaccarsi alle cellule). La cellula genera quindi da sola la proteina estranea che, una volta riconosciuta, fa attivare gli anticorpi che combattono il virus. Al di là dell’alta efficacia (secondo recenti dati provenienti da Israele, Pfizer si è rivelato efficace fino al 97% nel prevenire malattie sintomatiche, gravi o decessi), i vaccini a mRNA sono anche caratterizzati da una grande “versatilità”. Visto che l’mRNA contiene le informazioni per la creazione della proteina Spike, cambiando la sua sequenza sarà possibile ottenere eventuali nuovi vaccini efficaci contro le varianti del virus.

Ma di che prezzi si tratta? I costi dei farmaci anti-Covid sono informazioni strettamente riservate e la Commissione europea non ha mai confermato né smentito le cifre in circolazione. Tuttavia, a fine 2020 la segretaria di Stato al Bilancio del Governo belga, Eva De Bleeker, ha twittato il prezzo di ogni dose applicato ai Paesi Ue, salvo poi cancellare il post pochi minuti dopo (quando ormai era stato già riportato da numerose testate). Il vaccino più economico sembrerebbe essere l’AstraZeneca, che costa 1,78 euro a dose, poi 12 euro a dose per il vaccino contro la Covid-19 sviluppato da Pfizer e BionTech e 18 dollari a dose per quello di Moderna. Per Curevac sono 10 euro a dose, per Sanofi/Gsk 7,56 euro a dose, per Johnson & Johnson 8,5 dollari a dose.

La differenza di costi si deve anche ad un gioco di strategia tra le diverse case farmaceutiche: non è un mistero che per le aziende produttrici la campagna vaccinale sia un affare colossale, soprattutto se per conservare un’immunità contro il coronavirus saranno necessari richiami periodici o vaccini modificati contro nuove possibili varianti. Già nelle scorse settimane la Pfizer aveva evocato un aumento dei prezzi in una seconda fase. Questo balzo in alto sembra ora confermato dalle prime indiscrezioni su un negoziato in corso tra l’Ue e il colosso farmaceutico per una fornitura fino a 1,8 miliardi di dosi nel periodo 2022-2023. Ad anticipare il prezzo su cui ci si starebbe mettendo d’accordo a Bruxelles è stato il premer bulgaro Boyko Borissov, il quale ha rivelato che dai circa 12 euro iniziali a dose si arriverebbe ora a 19,5 euro. A metà marzo, d’altronde, era stato un dirigente Pfizer di alto rango, il Chief Financial Officer Frank D’Amelio, a sottolineare parlando agli investitori alla conferenza virtuale Barclays Global Healthcare che nell’attuale fase la domanda e i prezzi “non sono guidati da normali condizioni di mercato”. Una situazione destinata tuttavia a cambiare, a suo parere: “Come ci muoviamo da una una situazione pandemica a una endemica – aveva detto -, le normali forze di mercato inizieranno a manifestarsi” e “la consideriamo, francamente, un’opportunità significativa per il nostro vaccino dal punto di vista della domanda e dei prezzi”. Per intavolare il suo negoziato sulle dosi per il 2022-23 la Commissione europea avrebbe individuato Pfizer-BionTech dato che il loro vaccino è a tecnologia mRNA (ritenuta più efficace dall’Ema) e dato che al momento l’azienda è quella con maggiore capacità produttiva, grazie allo stabilimento tedesco di Marburgo.

Se tutti vogliono Pfizer, compresa l’Ue, malgrado i prezzi elevati, è anche per una questione di bugiardino: effetti collaterali diversi e “imprevisti” nei vaccini Pfizer e Moderna non si sono verificati, mentre nel caso di AstraZeneca si sono registrati rari eventi trombotici post-somministrazione, finiti poi sotto la lente d’ingrandimento degli enti regolatori internazionali. “AstraZeneca ha aggiornato il bugiardino in corso d’opera perché durante una vaccinazione di massa è buona norma osservare cosa accade nei vaccinati. È un’eventualità rarissima quella che si è verificata – ci spiega Rubartelli – si parla di 222 casi di trombocitopenia trombotica immune indotta da vaccino su 34 milioni di vaccinati con AstraZeneca (circa 1 su 100.000). Ma è stato dimostrato che un nesso causale tra somministrazione di vaccino a vettore virale adenovirus e queste forme atipiche di trombosi c’è. Non sappiamo ancora cosa in questo vaccino scateni tale risposta, ma una correlazione c’è”.

Due studi, uno tedesco e uno norvegese, appena pubblicati sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, aiutano a fare chiarezza. Gli scienziati hanno scoperto che una sindrome nuova, chiamata “Vitt”, mediata da auto-anticorpi, molto diversa dalle classiche trombosi venose profonde, si innesca in rarissimi casi in giovani donne (under 55) sottoposte a vaccino AstraZeneca. I dati dimostrano che i sintomi (difficoltà respiratoria, dolore al petto, forte mal di testa, dolore addominale persistente, vista offuscata, vertigini, comparsa spontanea di lividi) compaiono da cinque a 20 giorni dopo la vaccinazione, e correlano con la produzione di anticorpi contro un normale componente del nostro organismo, una proteina prodotta dalle piastrine che si chiama FP4. Questi auto-anticorpi patologici si legano a FP4, attivano le piastrine provocando una catena di eventi che portano alla trombosi. Sulla base di alcune importanti caratteristiche e della probabile associazione col vaccino, questa sindrome è stata denominata trombocitopenia trombotica immune indotta da vaccino. L’aspetto positivo è che si può trattare con immunoglobuline in vena (che hanno la funzione di proteggere piastrine) e anticoagulanti non eparinici. La prevenzione è però fondamentale: ai medici vaccinatori spetta il compito di informare i soggetti a rischio, in questo caso giovani donne sottoposte ad AstraZeneca, degli eventuali sintomi a cui fare attenzione.

“AstraZeneca ha il grande vantaggio di essere efficace contro i sintomi gravi dell’infezione da Covid che potrebbero condurre alla morte, ma ha rarissimi effetti collaterali gravi, mentre quest’ultimi non si sono registrati per Pfizer e Moderna – aggiunge la professoressa -. In un mondo ideale in cui fossero disponibili Pfizer e Moderna per tutti, tutti sceglieremmo quelli. Ma nel mondo reale in cui c’è carenza di vaccini, in cui c’è la necessità di immunizzare la popolazione, dobbiamo utilizzare quelli che abbiamo, trovando la maniera però di utilizzarli nel modo giusto. Nel caso di AstraZeneca questo potrebbe dire proporlo a persone sopra i 60 anni perché gli effetti collaterali gravi si sono registrati solo in soggetti giovani, in maggioranza donne”.

Fondamentale è tenere conto del rapporto rischio/benefici soprattutto quando si parla di vaccinazioni nei più giovani. La domanda che si pongono in molti è: perché devo fare un vaccino con il quale posso rischiare di sviluppare una trombosi letale, quando se contraessi il Covid avrei alte chance di sopravvivere? Come scrivono Scienziate per la società, “per i vaccini, come per i farmaci, il rapporto rischio/beneficio deve essere in favore del secondo. La letalità per Covid-19 in Italia è vicina allo zero per la fascia d’età fino ai 40 anni, sale a 0,2% e 0,6% nella quinta e sesta decade, e si impenna nelle decadi successive (dati Istituto superiore Sanità, 10 marzo 2021). La possibilità di avere una complicazione grave come la Vitt a seguito di vaccinazione con AstraZeneca, seppur molto rara, può quindi rappresentare nei giovani un rischio più alto dello stesso Covid-19. Al contrario, i benefici del vaccino superano i rischi nelle persone sopra i 60 anni. Avendo a disposizione più vaccini, è evidente che la soluzione migliore è riservare la vaccinazione con AstraZeneca tra i 60 e i 79 anni ed invece vaccinare gli individui sotto i 60 anni e sopra gli 80 con i vaccini a Rna. Questi vaccini infatti non sono stati associati a effetti collaterali gravi, e si sono rivelati i più efficaci nell’indurre anticorpi anti Sars-Cov-2 anche negli anziani, che hanno un sistema immunitario meno reattivo. Inoltre la vaccinazione di soggetti giovani (che hanno una vita lavorativa e sociale più attive) con Pfizer e Moderna velocizzerebbe anche il raggiungimento dell’immunità di gregge. Infatti, le evidenze a oggi disponibili indicano come questi vaccini a differenza di AstraZeneca, proteggono non solo da malattia grave ma anche da infezione asintomatica impedendo la diffusione del virus e di sue varianti”.

*( Ilaria Betti da HuffPost)

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