n° 9 – 27/2/2021 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI e DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

00 – Schirò (Pd): sostenere la repubblica di san marino nell’avvio della campagna di vaccinazioni.
01 – Schirò (Pd): rinnovare al più presto le graduatorie del personale scolastico per l’estero e garantire la regolare apertura del nuovo anno scolastico. Una mia interrogazione ai ministri degli esteri e dell’istruzione
02 – Schirò (Pd): per raggiungere gli obbiettivi indicati draghi guardi anche agli italiani all’estero
03 – Deputate Pd Estero: dolore per i caduti nel Congo orientale e solidarietà al personale della Farnesina
04 – Alfiero Grandi*: La parentesi Draghi deve servire a rendere Renzi inoffensivo,
05 – I temi caldi per il guardasigilli Cartabia. Appena insediatosi il nuovo ministro si trova già di fronte ad importanti cambiamenti da vagliare: prescrizione e la riforma della giustizia
06 – Schirò (Pd): con il “ristori 5” Draghi non si dimentichi degli italiani che rientrano
Il Governo si prepara a varare il Decreto Ristori 5 con nuovi aiuti per individui, famiglie e imprese che dovrebbero e potrebbero interessare le migliaia di italiani che in questa particolare e difficile congiuntura, sanitaria ed economica, stanno rientrando in Italia.
07 – Schirò (Pd): assicurare una sistemazione stabile al liceo scientifico italiano di Barcellona. Una mia interrogazione ai ministri degli esteri e dell’istruzione.
08- Perché il governo Draghi non è il nostro governo.
09 – Alfiero Grandi*: Draghi, il detto e il non detto Alfiero Grandi su www.jobsnews.it Il dibattito. La sinistra e Draghi.
10 – Il presidente statunitense Joe Biden ha chiarito che la sua strategia per migliorare i rapporti con
gli alleati europei non consiste solo nel ripristinare lo status quo alterato da Donald Trump.
11 – MESSICO Il presidente messicano non sta mantenendo le sue promesse. “Stiamo vivendo un momento stellare”, ha dichiarato il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador il 10 febbraio, a poco più di due anni dall’inizio del suo mandato.

00 – SCHIRÒ (PD): SOSTENERE LA REPUBBLICA DI SAN MARINO NELL’AVVIO DELLA CAMPAGNA DI VACCINAZIONI. IN UN MOMENTO DI COSÌ GRAVE PREOCCUPAZIONE PER LA SALVAGUARDIA DELLA SALUTE E DELLA VITA, HO SENTITO IL DOVERE RACCOGLIERE LA RICHIESTA DI SOLIDARIETÀ VENUTA DAL COMITES DI SAN MARINO SULLA DELICATA QUESTIONE DELLA CAMPAGNA DI VACCINAZIONE DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE NELLA REPUBBLICA DEL TITANO. 24 febbraio 2021

Il governo italiano aveva stipulato un accordo per favorire il trasferimento alle autorità sammarinesi di 50.000 dosi di vaccino da somministrare alla popolazione locale. Questo non è ancora avvenuto, probabilmente per le note problematiche insorte con alcune case produttrici a livello internazionale. Di conseguenza, negli ultimi giorni, le autorità sammarinesi hanno deciso di acquistare un certo numero di dosi del vaccino Sputnik, ad integrazione delle dosi previste nel precedente accordo.
Sta di fatto che mentre in Italia, sia pure con contraddizioni e ritardi, la campagna di vaccinazioni si è avviata sia con la prioritaria copertura degli operatori sanitari che con l’immunizzazione degli over 80, San Marino è rimasta una delle poche realtà in Europa in cui le vaccinazioni non sono nemmeno iniziate.
Considerate la mole dei contatti che San Marino ha con le realtà circostanti e le pesanti conseguenze che s’intravedono sia sugli scambi che sull’avvio primaverile delle attività turistiche, è interesse comune fare in modo che i vaccini arrivino nella Repubblica e che anche in quella realtà la campagna di vaccinazione possa avere inizio.
Per questo, ho interrogato il Ministro della salute chiedendo se non ritenga di considerare, compatibilmente con le altrettanto urgenti esigenze di sviluppo del piano di vaccinazioni in Italia, l’opportunità di cooperare con gli organi di governo della Repubblica di San Marino allo scopo di favorire l’acquisizione di un numero congruo di vaccini da utilizzare per la protezione delle persone residenti nella Repubblica, compreso un congruo numero di connazionali.
Ho colto l’occasione, inoltre, per chiedere se il Ministro degli affari esteri ritenga tutt’ora congruo lo stanziamento previsto nel bilancio del MAECI per le attività assistenziali a beneficio dei connazionali e delle attività colpiti particolarmente dalla pandemia o se occorra prevedere un’ulteriore integrazione di tale fondo.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it

01 – SCHIRÒ (PD): RINNOVARE AL PIÙ PRESTO LE GRADUATORIE DEL PERSONALE SCOLASTICO PER L’ESTERO E GARANTIRE LA REGOLARE APERTURA DEL NUOVO ANNO SCOLASTICO. UNA MIA INTERROGAZIONE AI MINISTRI DEGLI ESTERI E DELL’ISTRUZIONE, 23 febbraio 2021
L’invio del personale scolastico all’estero anche quest’anno sta registrando criticità e ritardi seri e preoccupanti, come dimostrano le nomine per l’Istituto onnicomprensivo di Addis Abeba e per la scuola paritaria di Tunisi, avvenute a quattro mesi di distanza dall’inizio dell’anno scolastico e che non potranno diventare operative prima di un mese.
Si tratta solo di esempi di una situazione purtroppo più diffusa che ricade su famiglie e alunni e che alla lunga rischia di introdurre fattori disincentivanti per la frequenza e difficoltà nei rapporti con le autorità scolastiche locali, soprattutto per i corsi integrati nei sistemi formativi del posto.
In più, per il mancato rinnovo delle graduatorie delle singole classi di concorso, si sta ricorrendo ad assegnazioni temporanee per i pochi mesi che restano alla conclusione dell’anno scolastico, attingendo nientemeno alle graduatorie del 2013. Tutto, insomma, all’insegna del ritardo e della provvisorietà.
Dopo vari tentativi soprattutto da parte mia, finalmente il Parlamento ha corretto l’improvvida disposizione del Decreto 64/2017 che ha diviso il contingente preposto alle assegnazioni tra Ministero dell’Istruzione e Ministero degli esteri e quindi vi sono le condizioni per sanare al più presto questo squilibrio che si è creato nel sistema formativo per l’estero. Si tratta, ora, di fare presto.
Per questo, assieme alla collega Francesca La Marca, ho interrogato i Ministri degli esteri e dell’Istruzione intanto per avere un quadro preciso dei ritardi nella copertura dei posti vacanti e poi, soprattutto, per sapere quali misure si stanno adottando per svolgere al più presto i concorsi necessari alla formazione delle nuove graduatorie.
La cosa essenziale è quella di poter dare precise assicurazioni agli enti di formazione, alle famiglie e ai discenti che l’inizio dell’anno scolastico 2021-’22 avvenga in condizioni normali e nel rispetto delle legittime attese degli operatori e dei destinatari dell’attività formativa.
Angela Schirò
Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA
Tel. 06 6760 3193 Email: schiro_a@camera.it

02 – SCHIRÒ (PD): PER RAGGIUNGERE GLI OBBIETTIVI INDICATI DRAGHI GUARDI ANCHE AGLI ITALIANI ALL’ESTERO, 22 febbraio 2021
Il Governo Draghi ha avuto l’avallo del Parlamento e con la nomina dei viceministri e dei sottosegretari sarà pronto per affrontare con l’urgenza e la determinazione necessarie gli immani compiti che lo stesso Presidente del Consiglio ha indicato nel suo discorso programmatico.
Si tratta di tutelare la salute e salvare la vita delle persone, di risalire dal baratro sociale che la pandemia ha determinato, di rilanciare un’economia in ginocchio, di rinnovare il Paese accompagnandolo verso una transizione verde e una profonda modernizzazione tecnologica e digitale.
Un orizzonte di ripresa e di cambiamento che giustamente ha riportato alla mente quello che si era presentato davanti ai nostri nonni e padri dopo la fine della guerra e nella fase della ricostruzione.
Draghi non solo ha indicato con lucidità gli snodi essenziali di questa impresa epocale, ma ha anche definito con estrema chiarezza le coordinate nelle quali l’Italia compirà il suo sforzo: un europeismo attivo e solidale, un rinnovato dialogo con l’America democratica, il rilancio della vocazione mediterranea in chiave europea.
Vedremo quando si dovrà integrare e definire il quadro del Recovery plan, decisivo per il nostro immediato futuro, e quando si dovrà mettere mano alle riforme che la situazione ci impone e l’Europa ci richiede, se l’ampia ed eterogenea coalizione che ha risposto positivamente all’appello alla responsabilità del Presidente Mattarella reggerà alla prova.
E’ poi tutto da scrivere il capitolo sugli italiani all’estero. Non come programma settoriale, ma come impegno trasversale per le azioni di governo che saranno adottate e per le riforme da mettere in campo.
DUE ESEMPI PER FARMI CAPIRE.
La modernizzazione della pubblica amministrazione è un punto cruciale per dare dinamismo al sistema, ma lo è ancora di più all’estero, dove la rete dei servizi ai connazionali e alle imprese, per vecchie tare e per nuovi freni dovuti alla pandemia, è diventata sempre meno accessibile e adeguata. Ne va della cittadinanza reale degli italiani all’estero e della possibilità di sviluppare in modo adeguato l’internazionalizzazione del Paese.
Così anche per il sistema della promozione linguistica e culturale. Nell’opinione comune, siamo ancora una potenza culturale mondiale, ma non possiamo dormire sugli allori. La pesantezza e i ritardi della nostra programmazione amministrativa in questo campo (si pensi ai contributi agli enti gestori e all’invio di docenti all’estero) rischiano di riassorbire progressivamente questo credito.
Ci sarà, insomma, parecchio da lavorare, tanto più se si svilupperà la fase dinamica che è stata anticipata. L’essenziale che si capisca che questo è uno dei momenti in cui gli italiani all’estero possono dare all’Italia un contributo essenziale per la ripresa. Ma occorre che siano messi nella condizione di poterlo fare.
Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati Piazza Campo Marzio, 42 00186 ROMA Tel. 06 6760 3193 Email: schiro_a@camera.it

03 – DEPUTATE PD ESTERO: DOLORE PER I CADUTI NEL CONGO ORIENTALE E SOLIDARIETÀ AL PERSONALE DELLA FARNESINA, 22 FEBBRAIO 2021
Esprimiamo la nostra costernazione e il nostro sincero dolore per il pesante costo di vite umane che l’attacco armato al convoglio delle Nazione Uniti ha provocato nel Congo orientale. Sono drammaticamente scomparsi l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo Luca Attanasio, il carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci e l’autista che li accompagnava.
Ci stringiamo ai familiari delle persone cadute nell’adempimento del loro servizio e manifestiamo la nostra solidarietà al corpo diplomatico, al personale della Farnesina e all’Arma dei Carabinieri.
Francesca La Marca e Angela Schirò

04 – LA PARENTESI DRAGHI DEVE SERVIRE A RENDERE RENZI INOFFENSIVO, Alfiero Grandi su DOMANI 22 febbraio 2021
Renzi voleva la crisi del governo Conte 2, ne ha provocato le dimissioni e dopo avere seminato macerie tenta di convincere che aveva previsto tutto, compreso l’incarico a Draghi di formare un nuovo governo. Renzi appartiene a quelli che scrivono la storia dalla fine, ma non dice che dobbiamo a lui se Berlusconi e Salvini sono entrati nell’area di governo dopo l’incarico a Draghi, quando il Presidente Mattarella ha constatato l’impossibilità di altre soluzioni e spiegato con chiarezza che le elezioni anticipate avrebbero messo in pericolo il paese, per la gravità della pandemia, per l’urgenza di decidere sull’uso dei fondi europei a sostegno della ripresa dell’Italia – senza la quale l’Europa stessa sarebbe a rischio – per garantire la tenuta delle istituzioni repubblicane, concetto a cui Draghi ha fatto chiaro riferimento.
La maggioranza di Draghi non ha un asse di centro sinistra. Ci sono rischi di involuzione, di slittamenti a destra, l’unica via per evitarli è che le sinistre prendano seriamente gli impegni programmatici di Draghi e si muovano.
La destra che Renzi ha rimesso in gioco è di fronte a serie difficoltà. Basta ricordare le parole nette di Draghi sull’Europa, sull’Euro (non reversibile), sulle alleanze internazionali.
E’ Salvini che deve fare i conti con sé stesso. Qual’è il vero Salvini ? Sfoga la rabbia con questo e con quello, deve pur nascondere il suo voltafaccia.
Anche la precedente maggioranza è travagliata. Il Movimento 5 Stelle ha accelerato la sua crisi, curiosamente tante, alcune comprensibili, preoccupazioni vengono manifestate oggi con Draghi ma non c’erano quando si formò il governo 5Stelle/Lega. Eppure la Lega è un impasto reazionario, razzista, sanfedista. E’ auspicabile che questa complicata fase serva a rendere inoffensivo il corsaro Renzi, che continua a lavorare per riconquistare o distruggere il Pd.
E’ urgente riposizionare il cervello sulle novità. Bene o male Draghi offre questa opportunità.
La pandemia ha chiarito che non si può continuare con Regioni che sembrano avere l’unico obiettivo di fare confusione, di rendere i cittadini italiani diversi per residenza malgrado la Costituzione garantisca diritti uguali a tutti ma non tutti ne godano. Occorre un caposaldo costituzionale chiaro che garantisca l’interesse nazionale con l’obbligo per il governo di farlo rispettare, sostituendosi alle regioni che non ci stanno. Con questo, insieme al blocco dell’autonomia differenziata, l’Italia potrebbe dedicarsi alla lotta al virus, a ricostruire il SSN a partire dal territorio, alla salute dei cittadini, senza perdere tempo con una ciurma confusionaria.
Occorre una legge costituzionale proporzionale che garantisca ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti in parlamento, superando liste bloccate e decisioni dall’alto. Servono altri interventi per ridare dignità alla politica come una legge sulla democrazia nei partiti e la ricostruzione di partiti degni di questo nome, ma la nuova legge elettorale è urgente dopo aver corso il rischio di votare con il rosatellum riscritto dalla Lega, con il consenso del M5Stelle, nel maggio 2019.
Centrale, anche nel PNRR, è la transizione ecologica dell’economia e della società. Si è scritto che Draghi ha usato toni forti. Comunque sia va preso in parola. Se è vero che rappresenta l’elite vuol dire che questa ha capito che occorre impedire che salti il pianeta e se fosse così ci sono spazi per intese. La mia sinistra dovrebbe cambiare almeno altrettanto, se vuole essere all’altezza. La lacerazione tra lavoro e ambiente è stata devastante per decenni, va ricomposta puntando su una scelta green radicale per puntare su un lavoro diffuso di qualità, protagonista del futuro. Puntando su ricerca diffusa, innovazione e ristrutturazioni (camicia di forza a Salvini che vuole moltiplicare gli inceneritori) e costruendo nuovi settori produttivi a partire da quelli indispensabili per la salute, imprimendo una svolta nella produzione energetica che nei tempi previsti dall’Europa deve abbandonare il fossile puntando su idrogeno, estensione delle fonti rinnovabili e blocco di quelle da fossili e dei loro sussidi.
Occorre passare dalla descrizione dei pericoli (tanti) a quella degli obiettivi, ad organizzarne la realizzazione.
Forse esiste uno spazio di intesa tra sinistre reduci da una sconfitta ed élite invisa alla destra becera.
Se Renzi è riuscito nell’agguato è anche per gli errori di Conte e del resto della maggioranza, che non hanno capito che il governo aveva bisogno del parlamento, mentre si è fatto di tutto per mortificarne il ruolo con il taglio del parlamentari e l’uso di strumenti coercitivi come decreti, voti di fiducia, maxiemendamenti, dpcm.
Ora Draghi si rivolge al parlamento, va sfidato sulla coerenza.
Alfiero Grandi

05 – I TEMI CALDI PER IL GUARDASIGILLI CARTABIA. APPENA INSEDIATOSI IL NUOVO MINISTRO SI TROVA GIÀ DI FRONTE AD IMPORTANTI CAMBIAMENTI DA VAGLIARE: PRESCRIZIONE E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA. GIUSTIZIA, IL PRIMO SCOGLIO DEL GOVERNO
Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale e nuovo ministro alla Giustizia, appena insediatasi si trova già di fronte ad importanti cambiamenti da vagliare che riguardano appunto la giustizia e non è escluso che sul tema la maggioranza crei un apposito tavolo. Cartabia intanto ha incontrato Alfonso Bonafede, un confronto di due ore nel quale l’ex ministro grillino ha illustrato i provvedimenti fermi in Parlamento e il suo piano di spesa dei quasi tre miliardi riservati al comparto giustizia, soprattutto per accelerare i processi, come previsto dal Recovery plan.
In primis il capitolo prescrizione e, più in generale, la riforma della giustizia. Il discorso sulla prescrizione si ferma. Si continuerà a discutere in commissione domani con gli emendamenti al decreto Milleproroghe. Ma non si voterà in attesa della fiducia al nuovo governo a Montecitorio il giorno dopo.
PRIMO PASSO, LA PRESCRIZIONE
Proprio sulla prescrizione è forte l’attesa sulla presa di posizione del neo ministro, basterebbe questo per far scomparire gli emendamenti. La base, ossia il precedente, è rappresentato dall’ex guardasigilli che Alfonso Bonafede che voleva limitarla e da ministro della Giustizia l’ha fermata dopo il primo grado. L’altra sponda opposta invece è costituita da chi considera la prescrizione imprescindibile come garanzia di una giustizia giusta. Ricordiamo però che il prossimo 8 marzo scade il termine per presentare gli emendamenti al disegno di legge sul processo penale, la sede naturale in cui discutere di prescrizione. Potrebbe infatti non essere il decreto Milleproroghe la sede più opportuna per discutere di una questione così delicata.
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ED IL PLACET DELL’AVVOCATURA
Ma i nodi da sciogliere sono tanti: dalla riforma del Csm alla situazione nelle carceri dove presumibilmente la guardasigilli seguirà da un lato la linea politica concordata con Draghi, e dall’altro il metodo già applicato alla Consulta: cercare soluzioni che possano bilanciare tutti gli interessi sul piatto. Una cosa è certa la nomina a ministro della Giustizia di Cartabia incassa un coro di sì. Persino dall’Aiga che esprime «Piena soddisfazione» per la nomina e con l’augurio, forse, di ricevere più attenzione rispetto al predecessore. Per primo il Consiglio nazionale forense della presidente Maria Masi, formula gli auguri al neo ministro «con la certezza che saprà dare, con autorevolezza e competenza, un contributo essenziale per l’affermazione dei principi enunciati dalla nostra Carta costituzionale».

06 – SCHIRÒ (PD): CON IL “RISTORI 5” DRAGHI NON SI DIMENTICHI DEGLI ITALIANI CHE RIENTRANO
IL GOVERNO SI PREPARA A VARARE IL DECRETO RISTORI 5 CON NUOVI AIUTI PER INDIVIDUI, FAMIGLIE E IMPRESE CHE DOVREBBERO E POTREBBERO INTERESSARE LE MIGLIAIA DI ITALIANI CHE IN QUESTA PARTICOLARE E DIFFICILE CONGIUNTURA, SANITARIA ED ECONOMICA, STANNO RIENTRANDO IN ITALIA. 24 febbraio 2021
Sono molti i nostri connazionali che rientrano e non avendo prospettive occupazionali e risorse economiche disponibili avrebbero bisogno di un sostegno da parte dello Stato italiano.
C’è molta attesa per il nuovo decreto Ristori 5, il primo del governo Draghi ed il quinto dall’inizio della pandemia del Covid. Il varo del nuovo round di aiuti potrebbe arrivare al più tardi a inizio marzo. Sarà un decreto “sostanzioso” perché dovrebbe stanziare delle risorse fino a 37 miliari di euro per i risarcimenti e gli indennizzi Covid, per i bonus selettivi, per gli ammortizzatori sociali, per il fisco e per il lavoro.
Mi auguro che nelle misure previste possano essere inseriti alcuni provvedimenti specifici per i nostri connazionali che rientrano in Italia.
In particolare mi riferisco alla conferma e all’ampliamento del Reddito di cittadinanza anche agli italiani che rientrano attraverso l’eliminazione del requisito di residenza in Italia dei due anni immediatamente prima della presentazione della domanda (requisito che i nostri connazionali che rientrano non possono ovviamente far valere). Do per scontato che con la proroga del RDC saranno introdotte misure più efficaci per il controllo dell’effettivo diritto. Credo inoltre che sarebbe utile prorogare il Reddito di emergenza (l’accesso al quale, ricordiamo, prevede solo il requisito delle residenza in Italia al momento della domanda) di alcune mensilità o almeno fino a quando non ci sia una chiara ripresa economica ed occupazionale. Infine sarebbe utile ed opportuno che nella probabile riforma della Naspi (il sussidio di disoccupazione) possa essere previsto anche una indennità per gli italiani i quali hanno perso il lavoro all’estero e decidono di rientrare in Italia.
Vediamo se il Governo Draghi si ricorderà del mondo dell’emigrazione.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42
00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it

07 – SCHIRÒ (PD): ASSICURARE UNA SISTEMAZIONE STABILE AL LICEO SCIENTIFICO ITALIANO DI BARCELLONA. UNA MIA INTERROGAZIONE AI MINISTRI DEGLI ESTERI E DELL’ISTRUZIONE
L’incertezza sulla nuova sistemazione del liceo scientifico italiano di Barcellona, frequentato da circa 150 alunni, mi ha indotto ad interrogare il Ministro degli esteri e quello dell’Istruzione per sapere quali garanzie essi pensano di dare a famiglie e alunni circa il regolare inizio del nuovo anno scolastico 2021-’22 e quali azioni pensano di adottare per assicurare una prospettiva stabile sia al liceo che all’istituto comprensivo di cui fa parte. 25 febbraio 2021

Negli ultimi anni, infatti, a causa delle locali normative sulla sicurezza scolastica, si sono evidenziate serie problematiche rispetto ai due plessi in cui erano rispettivamente sistemati la scuola dell’obbligo e il liceo.
Mentre per il plesso che ospita i livelli scolastici di primo e secondo grado si è potuto procedere agli adeguamenti richiesti, per il liceo scientifico non sarebbero state ancora conseguite le condizioni necessarie per garantire la continuità didattica degli studenti dell’istituto in vista del normale avvio del prossimo anno scolastico.
Stiamo parlando di un istituto comprensivo di primaria importanza che nel suo complesso accoglie circa 550 alunni in una circoscrizione consolare, come quella di Barcellona, nella quale i soli iscritti AIRE superano le 105.000 unità, senza contare coloro che non hanno proceduto a una regolare iscrizione. Uno dei crocevia, dunque, delle nuove migrazioni, provenienti non solo dall’Italia ma anche dal Sud America e in particolare, dal martoriato Venezuela. Per questo credo che sia necessario assicurare una prospettiva stabile e di lunga durata a un istituto formativo destinato a rispondere alle crescenti esigenze dell’utenza.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42
00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it

08 – Maurizio Brotini*: PERCHÉ IL GOVERNO DRAGHI NON È IL NOSTRO GOVERNO.CALATA UN POCO LA POLVERE DELLA GRANCASSA PROPAGANDISTICA A FAVORE DELLE VIRTÙ TAUMATURGICHE DEL NOVELLO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MARIO DRAGHI, INFRANTASI IMMEDIATAMENTE CONTRO LO SCARTO DELL’ANNUNCIATO GOVERNO DEI MIGLIORI E LA PIÙ PROSASTICA COMPOSIZIONE DEL NUOVO ESECUTIVO, È POSSIBILE E DOVEROSO RIFLETTERE E RICORDARE ALCUNI PASSAGGI.
La candidatura di Draghi non è nata nei giorni della crisi, ma la crisi è stata prodotta per imporre Draghi e quel che rappresenta. Il sicario per conto terzi è stato il senatore di Scandicci Matteo Renzi, gli obiettivi duplici: sul piano politico impedire che potesse consolidarsi
un fronte democratico connotato socialmente incardinato sull’alleanza Pd, M5s e Leu; sul piano economico-sociale stroncare ogni apertura che non mettesse al centro della ricostruzione post pandemica il primato dell’impresa privata e del Nord. Il governo che è nato non è solo oggettivamente più a destra del precedente per la sua base parlamentare e per la presenza nell’esecutivo di esponenti di Forza Italia e della Lega, ma rappresenta il tentativo di ricostruire un blocco di potere atlantista nella collocazione geopolitica (a fronte del timido tentativo del governo Conte di muoversi riconoscendo l’importanza e l’opportunità offerte dalla Cina all’interno del nuovo ordine multipolare), centrista dal punto di vista politologico, operando una sovra rappresentazione di Forza Italia, un tentativo di ulteriore indebolimento di qualunque vago sentore di sinistra del Pd e soprattutto la ripulitura della Lega in vista di un possibile approdo nel Partito popolare europeo di cui Draghi si fa oggettivamente garante. Le varie truppe centriste esistenti, da Italia viva a Calenda passando per Bonino potranno, a seconda della bisogna, o confluire nei suddetti soggetti (pare evidente che sia già partita la riconquista del Pd da parte dei renziani in sonno a scapito della segreteria Zingaretti) oppure tentare di costruire una nuova autonoma formazione. Tale operazione di riassetto del quadro politico poggia su un’ipotesi di ricomposizione delle fratture tra le imprese private sane e quelle zombie del Nord Italia (v. Musacchio su Left del 12 febbraio, ndr) a scapito del Mezzogiorno e dei barlumi di possibile nuovo rinnovato ruolo pubblico nell’economia. La presenza di Brunetta al ministero della Pubblica amministrazione non è solo una evidente provocazione, ma il segno che il perimetro pubblico – e quindi delle prestazioni universalistiche erogate – lungi dall’estendersi sarà ulteriormente ridotto o sopravviverà, senza poter costituire un robusto ceto medio alternativo alla pletora di attività e soggetti cresciuti ed arricchitesi nelle pieghe dell’elusione e dell’evasione fiscale sfruttando il lavoro grigio, informale e nero. Draghi, più che Keynes, pare avere la distruzione creatrice di Schumpeter come l’alfa e l’omega della propria azione, con Giorgetti a far da garante proprio di quelle aziende zombie che costituiscono la base materiale dell’insediamento sociale ed elettorale della Lega. Questa la vera sfida dell’ex Presidente della Bce. Se queste considerazioni hanno un minimo di presa sulla realtà, appare evidente chi subirà gli effetti di questo tentativo di ristrutturazione capitalistica: il lavoro debole e frantumato – soprattutto femminile e giovanile -, soggetto ad una ulteriore pressione disciplinatrice dal ridimensionamento del pur imperfetto reddito di cittadinanza; il Mezzogiorno e gran parte dell’Italia di mezzo; i sistemi di protezione universalistici e più decisamente il ruolo del pubblico e dello Stato all’interno delle dinamiche economiche. E poi la politica intesa come capacità collettiva di trasformazione ed emancipazione, la sinistra come strumento politico di un ben preciso ed identificato segmento della società.
Una operazione, quella del governo Draghi, niente af-fatto banale, che corre il rischio di far presa anche sullo strato di lavoratori e lavoratrici collocati nei settori e nelle aziende sane attraverso il coinvolgimento in via gerarchica tipico del toyotismo irrobustito da contratti nazionali tutto sommato dignitosi e soprattutto da una contrattazione integrativa che compenserà ampiamente i tagli ai sistemi universalistici di protezione. Una spinta ulteriore alla corporativizzazione e verticalizzazione dell’intero corpo sociale che si ripercuote e rispecchia negli assetti politico-istituzionali. Siamo stati sconfitti nei luoghi della produzione materiale ed immateriale; non ci sono scorciatoie. Torneremo ad esistere quando riusciremo a rompere la sudditanza che il lavoro ha nei confronti dell’impresa, dentro l’impresa e nella società. Viviamo il tallone di ferro di londoniana memoria, cosi sarà finché avremo partiti senza lavoratori e lavoratori senza partito.
*(Maurizio Brotini è segretario Cgil Toscana e componente del direttivo della Cgil nazionale)

09 – Alfiero Grandi*: DRAGHI, IL DETTO E IL NON DETTO ALFIERO GRANDI SU www.jobsnews.it IL DIBATTITO. LA SINISTRA E DRAGHI.
Più semplice è giudicare gli impegni presi da Draghi in parlamento durante la fiducia. Ma in questa occasione mi interessa mettere l’accento sui silenzi, che possono avere diverse motivazioni, come concentrare l’attenzione su alcuni punti oppure allontanare problemi complicati che potrebbero aprire ferite nella compagine che lo sostiene.
In attesa di chiarimenti vale la pena di sottolineare alcuni silenzi perché si tratta di argomenti di grande rilievo che prima o poi busseranno alla porta.
ANZITUTTO LA LEGGE ELETTORALE.
Il governo Conte 2 si è occupato della legge elettorale nella fase finale della sua vita, quando il Presidente del Consiglio affermò in parlamento che il governo sceglieva il proporzionale. Troppo tardi perché ormai il destino del governo era imminente. La maggioranza parlamentare si era fatta bloccare dall’interdizione di Italia Viva che ha sabotato (anticipo di un sabotaggio ben più grave come la caduta del governo Conte) la possibilità di prendere decisioni in materia di nuova legge elettorale e di modifiche costituzionali ritenute importanti per recuperare alcuni dei difetti più gravi del taglio del parlamento. Perfino l’abbassamento dell’età per votare per il Senato è stato bloccato da Italia Viva. La maggioranza non ha saputo fare altro che subire lo stop in attesa di tempi migliori.
Così si è arrivati all’assurdo che il governo Conte all’inizio del gennaio 2021 ha approvato il decreto che ridisegna i collegi elettorali e le circoscrizioni previste dal rosatellum sulla base della legge fatta approvare nel maggio 2019 dalla maggioranza Lega – Movimento 5 Stelle che anticipava il taglio dei parlamentari. Andare al voto anticipato quindi voleva dire farlo con il rosatellum reso ancora più maggioritario e incostituzionale. Una legge che consegna a tavolino un vantaggio al centro destra, messa in funzione dalla maggioranza Pd/Leu/M5Stelle solo perché l’insipienza ha lasciato trascorrere il tempo. Quindi in caso di elezioni anticipate il sistema di voto sarebbe stato il peggiore possibile.

DRAGHI NON HA CHIARITO COSA INTENDE FARE E SE L’IMPEGNO PER APPROVARE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE PRESO DAL PRECEDENTE GOVERNO ANDRÀ AVANTI.
È vero che la legge elettorale è un tipico compito del parlamento. Anche se la Costituzione non detta regole precise su come deve essere costruita la legge elettorale sono previste regole per la sua approvazione e alcuni principi da rispettare. Tuttavia è normale che il parlamento approvi una nuova legge elettorale alla presenza del governo che dovrebbe evitare di invadere poteri altrui. In passato Renzi da presidente del Consiglio lo ha fatto per l’Italicum, usando più volte il voto di fiducia su un testo approvato dal governo. Per fortuna la vittoria del No al referendum ha sterilizzato anche la legge elettorale, l’Italicum.

NATURALMENTE SAREBBE UN ERRORE CHIEDERE AL GOVERNO DRAGHI DI IMITARE IL GOVERNO RENZI, TUTTAVIA IL GOVERNO PUÒ E DEVE AVERE UNA SUA OPINIONE SULL’ARGOMENTO E PUÒ AIUTARE IL PARLAMENTO.
Il nodo di fondo è comprendere che va chiusa l’epoca delle manomissioni della Costituzione, il cui ruolo è fondamentale nella nostra democrazia parlamentare. Per questo la legge elettorale dovrebbe aiutare a impostare la prossima legislatura come un’autentica svolta politica nella capacità di essere effettivamente rappresentativa dei cittadini e composta da parlamentari scelti da loro direttamente e non dai vertici dei partiti. Una sorta di nuova fase politica, quasi una costituente, della capacità di rappresentare i cittadini.
Altrimenti sarà la nostra democrazia parlamentare a correre seri rischi, aprendo la strada al presidenzialismo, all’accentramento delle decisioni e dei poteri, all’uomo/donna forte. Per questo la legge elettorale deve cambiare, il rosatellum va buttato nel cestino della storia, con una scelta di fondo verso il proporzionale, la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, il superamento della subalternità del parlamento al governo. In altre parole va rilanciata la nostra democrazia parlamentare. Di questo il governo Draghi deve occuparsi e deve scegliere.

Il secondo silenzio riguarda il rischio che corre l’unità nazionale. Non basta citare Cavour come ha fatto Draghi. L’autonomia regionale differenziata su cui insistono alcune regioni, purtroppo anche di centro sinistra, potrebbe essere il grimaldello per mettere in discussione l’unità nazionale, la solidarietà, i diritti che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini.

Anche su questo importante punto silenzio. Eppure la pandemia ha dimostrato che la non chiarezza nella divisione dei poteri tra regioni e stato, disegnata dal titolo V modificato nel 2001, spinge alla confusione che spesso ha prevalso durante questo anno segnato dal Covid 19 e questo ha indebolito la risposta e creato confusione e incertezza tra i cittadini. In realtà è la riforma del 1978 che ha creato il SSN che pian piano è stata modificata dalle singole regioni, che nel caso della Lombardia ha portato alla crisi del sistema sanitario territoriale e ha creato una pressione ingestibile sugli ospedali. In questo modo i diritti dei cittadini non sono stati garantiti allo stesso modo in tutta l’Italia, non solo nelle regioni più deboli ma anche nelle regioni considerate forti come la Lombardia. La differenziazione ha creato problemi a tutti i cittadini.

La sanità è solo l’antipasto. Se dovesse andare avanti l’autonomia differenziata ci troveremmo in settori fondamentali come sanità, scuola, investimenti, ambiente, lavoro di fronte al concreto rischio di non essere più in grado di garantire gli stessi diritti esigibili a tutti i cittadini in ogni parte del nostro paese.
Andrebbe rivisto il titolo V della Costituzione riscritto nel 2001, ma in questa complicata e difficile situazione politica e sociale è difficile immaginare che questo parlamento possa compiere questo miracolo, forse conviene concentrarsi su un punto centrale: rafforzare l’attuale articolo 120 prevedendo in sostanza una norma sulla prevalenza dell’interesse nazionale e l’obbligo per il governo di farlo rispettare alle regioni. In altre parole: no all’autonomia regionale differenziata, si al rispetto dei diritti per tutti i cittadini previsto dalla Costituzione.
Ci sono ragioni di preoccupazione per alcuni Ministri del governo, per il ruolo della Lega nella maggioranza anomala che sostiene il governo Draghi. Per questo la questione dell’autonomia regionale differenziata non deve essere lasciata a sé stessa, anche perché entrerà direttamente nelle scelte sul rapporto Nord/Sud.
Non è un caso che la neo assessore Moratti abbia cercato di gettare sulla bilancia delle vaccinazioni la spada di Brenno, proponendo di tenere conto del Pil nella suddivisione dei vaccini tra le regioni.
La questione Nord/Sud sarà centrale nelle prossime scelte nel PNRR che non solo deve essere indirizzato alla transizione ambientale ma essere caratterizzata da una priorità trasversale in tutte le materie di intervento, a partire dalla mobilità, per affermare che il motore della ripresa sarà la capacità di fare del rilancio del Mezzogiorno una chiave interpretativa fondamentale.
In altre parole ciò di cui Draghi non ha parlato lascia preoccupazioni ed interrogativi a cui occorre dare risposte e anzitutto deve darle il governo.( di Alfiero Grandi)

10 – Biden tende la mano all’Europa. IL PRESIDENTE STATUNITENSE JOE BIDEN HA CHIARITO CHE LA SUA STRATEGIA PER MIGLIORARE I RAPPORTI CON. GLI ALLEATI EUROPEI NON CONSISTE SOLO NEL RIPRISTINARE LO STATUS QUO ALTERATO DA DONALD TRUMP. “È in corso un dibattito fondamentale sul futuro del nostro mondo”, ha dichiarato Biden alla conferenza di Monaco sulla sicurezza.
Secondo Biden le democrazie devono vincere la sfida con la Russia, la Cina e altre dittature, e per riuscirci è indispensabile un’alleanza più stretta. Costruire quest’alleanza non sarà facile. Di recente
l’Unione europea ha siglato un importante trattato commerciale con la Cina nonostante lo staff di Biden avesse chiesto di aspettare. Vari governi, tra cui quello francese, preferiscono la distensione con il regime di Vladimir Putin al conflitto. Gli europei hanno accolto con favore le dichiarazioni di Biden, ma molti temono che la politica del “Prima l’America” di Trump non sia sparita per sempre.
Biden ha accompagnato alla retorica alcune abili mosse di apertura verso gli europei. Per prima cosa ha rinnegato il controproducente tentativo dell’amministrazione Trump di imporre il ripristino delle sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran. Inoltre il segretario di stato americano Antony Blinken ha accettato l’offerta dell’Unione europea di aprire un dialogo per ripristinare l’accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano, ripudiato da Trump. Il risultato è stato che Teheran ha ritirato la minaccia di porre fine alla collaborazione con gli ispettori delle Nazioni Unite.
Il dipartimento di stato inoltre ha evitato di imporre sanzioni alle aziende che stanno costruendo
il gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, un progetto che era al centro delle tensioni fra Trump e Berlino. Il gasdotto potrebbe aumentare l’influenza della Russia in Europa e indebolire l’Ucraina, che oggi beneficia del transito del gas russo sul proprio territorio. Ma far saltare un’opera già completa al 90 per cento potrebbe rovinare i rapporti con lo stato più potente d’Europa, che dovrà essere al centro di qualsiasi alleanza democratica. Blinken sta cercando un modo per ridimensionare il problema del gasdotto, magari con una serie di garanzie per l’Ucraina. È una strategia che permette alla nuova amministrazione di concentrarsi sulla missione principale indicata da Biden.
( da Internazionale, The Washington Post, Stati Uniti)

11 – MESSICO IL PRESIDENTE MESSICANO NON STA MANTENENDO LE SUE PROMESSE. “STIAMO VIVENDO UN MOMENTO STELLARE”, HA DICHIARATO IL PRESIDENTE MESSICANO ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR IL 10 FEBBRAIO, A POCO PIÙ DI DUE ANNI DALL’INIZIO DEL SUO MANDATO. È difficile trovarne delle prove. Perfino per gli standard di un mondo devastato dal covid-19 il paese se la sta passando male. Il Messico è al quarto posto per numero di decessi in rapporto alla popolazione dall’inizio della pandemia. La sua economia era in recessione prima dell’arrivo del virus. Il tasso di povertà è probabilmente cresciuto più che nelle altre grandi economie dell’America Latina. Secondo dati ufficiali, alla fine del 2020 quasi la metà dei circa 126 milioni di messicani non si poteva permettere di mangiare in modo adeguato. Mentre in alcuni paesi violenti dell’America Latina il tasso di omicidi è sensibilmente diminuito durante la pandemia, in Messico il calo è stato minimo.

Non è un momento stellare, ma la maggior parte dei messicani confida nel fatto che presto López Obrador, spesso chiamato semplicemente Amlo, lo renderà tale. Secondo un recente sondaggio, il suo tasso di approvazione è del 62 per cento. Un altro sondaggio ha rilevato che quasi il 40 per cento dei messicani pensa di votare per il suo partito, Morena, alle elezioni legislative e regionali previste per giugno. I due principali partiti dell’opposizione registrano ciascuno un quarto di quei consensi (e un terzo degli elettori è indeciso).

La popolarità di Amlo è evidente in posti come Ecatepec, un comune non lontano da Città del Messico povero, violento e piagato dal covid. Alcuni quartieri non hanno acqua corrente, i muri sono tappezzati di manifesti di persone scomparse e di offerte di aiuto per ottenere un visto per gli Stati Uniti. “Non abbiamo ancora visto alcun risultato” da Amlo, ammette Efrain Salguero, un autista locale. “Penso che dovremmo concedergli un po’ di tempo in più”.

Tre caratteristiche della trasformazione
Salguero è uno dei milioni di messicani che spera ancora nella “quarta trasformazione” di Amlo, che consisterebbe nel far funzionare meglio il paese mettendo fine alla corruzione e al crimine dilagante e distribuendo con maggiore equità i frutti della crescita economica. Nella sua visione, seguirebbe le trasformazioni della guerra d’indipendenza del 1810-21, della guerra per la riforma liberale del 1858-61 e della rivoluzione del 1910-17. In due anni però Amlo ha cambiato il Messico in misura molto minore di quanto non abbiano fatto questi eventi cruciali, e quasi sempre in peggio. In pratica la quarta trasformazione sembra avere tre caratteristiche principali: l’annullamento delle riforme recenti, nuove iniziative che non riescono a risolvere i problemi per cui sono state concepite e la concentrazione del potere nelle mani del presidente.

Le riforme introdotte dai predecessori “neoliberisti” di Amlo, anche se ragionevoli, sono state rapidamente fatte fuori. All’inizio del 2019 Amlo ha abolito una riforma dell’istruzione introdotta dal suo predecessore Enrique Peña Nieto, che legava il salario e le promozioni degli insegnanti ai risultati ottenuti dai loro allievi. Inoltre ha abolito Prospera, un programma di trasferimento di denaro condizionato per i più poveri, che aveva ricevuto molte lodi. I sussidi, per esempio agli agricoltori, ora sono presentati come elargizioni presidenziali. Amlo ha cercato di revocare l’apertura dei mercati energetici, un tempo dominati dai monopoli di stato, a privati e imprese straniere.

Il congresso del Messico sta discutendo un disegno di legge in base al quale l’elettricità generata dalla Comisión federal de electricidad, di proprietà dello stato, otterrebbe un accesso prioritario alla rete rispetto ad alternative più economiche. Questo non solo porterebbe a un aumento dei prezzi per i consumatori ma violerebbe l’Usmca, il patto di libero scambio nordamericano che lega Stati Uniti, Messico e Canada. Metterebbe a rischio circa 150 progetti legati alle fonti di energia rinnovabile che dovrebbero generare investimenti per un valore di 40 miliardi di dollari e renderebbe impossibile per il Messico rispettare gli impegni presi rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra. Amlo ha cancellato la costruzione di un aeroporto da 13 miliardi di dollari per Città del Messico, già per metà realizzato. Queste politiche hanno indebolito la fiducia degli investitori.

Le soluzioni di Amlo sono proiettili a salve sparati da una pistola antica, male indirizzati e privi della necessaria potenza di fuoco fiscale

Se tutto questo preludesse all’introduzione di idee audaci per migliorare il benessere del Messico il prezzo potrebbe essere tollerabile. Tuttavia le soluzioni di Amlo sono proiettili a salve sparati da una pistola antica, male indirizzati e privi della necessaria potenza di fuoco. La sua dedizione alla disciplina fiscale, lodevole in un populista di sinistra, è diventata controproducente nella pandemia. In una bizzarra inversione di ruoli, il Fondo monetario internazionale (Fmi) sta chiedendo al Messico di spendere molto più dello 0,7 per cento del pil, come ha fatto finora, per contrastare gli effetti economici della pandemia. Il Brasile, per esempio, ha speso l’8 per cento del pil e l’Argentina il 3,8 per cento. Amlo fa resistenza perché teme che il Messico possa indebitarsi con creditori stranieri come accaduto in occasione di una crisi finanziaria nel 1982.

Alcuni economisti temono che questa taccagneria possa condurre a un “effetto cicatrice”, ossia a un calo permanente della produzione a causa della perdita di posti di lavoro e di imprese durante la pandemia. Condizionato da vincoli fiscali, il protettore dei poveri ha fatto ben poco per proteggerli. Ha spostato soldi da una parte all’altra tagliando le spese per l’apparato governativo e aumentando quelle per programmi sociali a lui cari. Ha raddoppiato le pensioni di anzianità e punta a pagare 2,3 milioni di giovani adulti per proseguire gli studi o intraprendere percorsi di apprendistato. Nel complesso tuttavia la spesa sociale è aumentata di poco. I programmi sociali sono realizzati “al risparmio”, osserva il commentatore televisivo Javier Tello. Un rilevante aumento del salario minimo ha aiutato alcuni lavoratori con impieghi nell’economia formale, ma sono le imprese a finanziarlo.

Pericoli vecchi e nuovi
Amlo non ha invece badato a spese nel caso di progetti improntati a una vecchia economia con scarso ritorno sugli investimenti. Ha versato denaro nella Pemex, la compagnia petrolifera più indebitata del mondo, e progetta di spendere 8 miliardi di dollari per costruire la raffineria di Dos Bocas nello stato di Tabasco, dove è nato. Secondo le compagnie aeree, il territorio montuoso intorno all’aeroporto militare che dovrebbe diventare l’hub per l’aviazione civile alternativo a Città del Messico imporrà delle restrizioni ai voli.

La quarta trasformazione non ha fatto molto per contrastare i due principali pericoli per la sicurezza dei messicani, uno vecchio e uno nuovo. La gestione governativa della pandemia è stata disastrosa. Con una spesa sociale così ridotta si è diffusa l’idea secondo cui lavorare in condizioni non sicure è l’unica alternativa alla fame. Amlo è stato visto solo una volta indossare una mascherina (che invece la maggior parte dei messicani usa). Il Messico esegue pochi test per il covid-19 rispetto agli standard internazionali. Gli ospedali sono pieni e le bombole di ossigeno scarseggiano. La campagna vaccinale è partita con estrema lentezza. Chi sperava di vedere Amlo animato da un maggiore senso di urgenza dopo aver contratto il virus è rimasto deluso. L’8 febbraio è riapparso dopo una convalescenza di due settimane. Ha dichiarato di essersi ammalato perché, come molti messicani, non può smettere di lavorare.

Gli elettori che hanno consegnato ad Amlo una vittoria schiacciante nel 2018 probabilmente desideravano più di ogni altra cosa una consistente diminuzione dell’altissimo numero di omicidi nel paese. Stanno ancora aspettando. Amlo ha sbandierato il calo dello 0,4 per cento dello scorso anno come un “successo significativo”, che però giungeva dopo un aumento registrato l’anno precedente. Nel 2020 il numero di femminicidi, che hanno provocato proteste di massa, è rimasto a livelli record.

Amlo ha rifiutato la tattica dei governi precedenti, che consisteva nell’eliminazione o nella cattura dei boss criminali, perché ha condotto a una frammentazione delle gang e a un aumento della violenza. Tuttavia le politiche da lui volute per combattere il crimine finora non hanno funzionato. La sua idea secondo cui riducendo la povertà alla fine si ridurrà anche il crimine “potrebbe forse impedire che un bambino di tre anni diventi El Chapo”, un famigerato signore della droga, afferma Tello. “Ma non dà risposte al problema dei tanti El Chapo di oggi”. In passato sospettoso nei confronti delle forze armate, con un decreto Amlo gli ha attribuito la responsabilità principale della lotta contro il crimine. Una nuova Guardia nazionale di 100mila unità è composta principalmente da soldati e non da persone addestrate per compiti di polizia.

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Per contrastare il reato meno cruento della corruzione Amlo si è elevato a esempio di onestà e ha imposto pene più severe ai burocrati corrotti. Ha fatto meno per rafforzare le istituzioni che dovranno condurre questa battaglia. Il procuratore nazionale anticorruzione è subissato di casi. Una proposta avanzata dai procuratori anticorruzione per un’autonomia garantita dalla costituzione e un budget minimo su cui poter contare “non ha registrato il favore della maggioranza di López Obrador al congresso”, secondo un recente rapporto del centro studi Wola, con sede a Washington. Secondo le stime di un’agenzia governativa autonoma, il numero di atti di corruzione è aumentato del 19 per cento tra il 2017 e il 2019. La stragrande maggioranza dei contratti governativi non è sottoposta a un bando.

L’ultima occasione
I messicani comuni hanno ignorato gli insuccessi di Amlo perché lui ha con loro un legame che la maggior parte degli altri presidenti non aveva. “Viene dal popolo, è per il popolo e con il popolo”, dice Daniel Sibaja, un funzionario di Morena a Ecatepec. Trae la sua popolarità da chi è e non da quello che fa. Così il potere si accentra nelle sue mani.
Amlo stabilisce ogni mattina il programma nazionale durante conferenze stampa quotidiane che possono durare anche tre ore. Ha tagliato i bilanci e licenziato i capi di istituzioni autonome come il Coneval, che ha il compito di misurare la povertà. Il mese scorso ha proposto di abolire diverse agenzie autonome, tra cui l’ente di vigilanza contro i monopoli e l’istituto per la libertà di informazione. Si scaglia contro i mezzi di comunicazione e le agenzie di rating che lo criticano.
Amlo danneggia il tessuto sociale “definendo continuamente le élite malvagie e i poveri santi e vittimizzati”, osserva la storica Soledad Loaeza. Le élite lo considerano una versione messicana di Hugo Chávez, il defunto uomo forte socialista del Venezuela. Questa è un’esagerazione. Ma il miscuglio di fallimenti politici e accentramento del potere è preoccupante. Le elezioni di giugno potrebbero rappresentare per i messicani l’ultima occasione per domare il loro sfrenato presidente.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
L’originale di questo articolo è stato pubblicato dall’Economist.

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