n° 6. 06 Feb. 2021 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

00 – Andrea Fabozzi*: Draghi, tanti paletti ma fuori dalla porta. Le consultazioni. Sfilano i gruppi politici dal presidente incaricato, il perimetro della maggioranza si allarga a dispetto delle pregiudiziali che i partiti presentano alla stampa.
01 – Schirò (Pd) – superbonus 110%: le agevolazioni ai non residenti
02 – Schirò – La Marca PD: gli emendamenti degli eletti all’estero al “milleproroghe”.
03 – Schirò (Pd): la proroga di “opzione donna” interessa anche le nostre connazionali residenti all’estero.
04 – Piero Bevilacqua*: Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo
Crisi di governo. Il capo di Iv è il re del travestitismo, inganna i suoi sodali, si muove alle spalle del proprio schieramento, tramortisce l’opinione pubblica con accorate finzioni.
05 – Alfiero Grandi. Chi ha incoraggiato Renzi ad aprire la crisi di governo ora?. La crisi di governo è stata descritta da tanti come uno scontro tra persone. Questi elementi ci sono ma non sono decisivi.
06 – Andrea Carugati*: Renzi sta sereno: votiamo sì a prescindere. Il Pd preme sul fisco per escludere la Lega Le consultazioni. Leu avverte: un governo con dentro tutti dura poco. Farà parte del governo anche la Lega di Salvini, l’uomo del Papeete e dei «pieni poteri»?
07 – Cosa sta accadendo nel mondo con lo “ smart working. Quali sono le ripercussioni sulla nostra emigrazione? ( tre articoli interessanti).
08 – Mario Di Vito*: Vaccini. No ai «brevetti leggeri», i paesi ricchi chiudono. Appello delle ong. Bocciata al Wto la proposta di India e Sudafrica.
09 – Brasile. Claudia Fanti*: Bolsonaro si compra il Congresso con Lira. Eletto un fedelissimo alla presidenza della Camera, addio speranze di impeachment
10 – Roberto Livi*: Sei mesi per vaccinare gli 11 milioni di cubani con il Soberana nazionale Pubblico e gratuito. Potranno vaccinarsi tutti i cittadini, gratuitamente su base volontaria. E sono interessati all’acquisto di Soberana02 anche altri paesi come Venezuela, Vietnam e Iran.

 

00 – ANDREA FABOZZI*: DRAGHI, TANTI PALETTI MA FUORI DALLA PORTA. LE CONSULTAZIONI. SFILANO I GRUPPI POLITICI DAL PRESIDENTE INCARICATO, IL PERIMETRO DELLA MAGGIORANZA SI ALLARGA A DISPETTO DELLE PREGIUDIZIALI CHE I PARTITI PRESENTANO ALLA STAMPA.
Prima del secondo giro l’ex presidente della Bce sentirà anche le parti sociali, poi la lista dei ministri: ci saranno anche i politici. Il “facciario” con i volti dei parlamentari sul tavolo di Mario Draghi durante le consultazioni alla camera dei deputati.
È il giorno dei paletti. Sfilano le delegazioni nelle due stanze di Montecitorio dove il presidente del Consiglio incaricato si trasferisce a turno, via l’uno avanti un altro. Prima di cominciare ogni incontro c’è giusto il tempo delle foto, di una breve ripresa. Nelle immagini si vede che aperto davanti a Draghi, sul tavolo, c’è il «facciario», quell’album fotografico che i commessi del Palazzo usano nei primi giorni della legislatura per riconoscere deputati e senatori. Un eccesso: chi ha davanti Draghi lo sa bene, ha un calendario in più gli ospiti gli vengono presentati di volta in volta. Che negli intervalli stia già studiando il parlamento, diavolo di un supermario? I colloqui filano via tranquilli.
Dopo una breve premessa, sempre la stessa, già sentita nella sua essenza mercoledì al Quirinale – ma tutti uscendo, riferiscono di essere stati colpiti dall’enfasi sul piano vaccinale – il presidente incaricato essenzialmente ascolta. E lì dentro nessuno degli intervenuti fa domande. Giorgia Meloni dice di aver provato a capire se si poteva sperare in un governo a termine ma probabilmente non lo ha neanche chiesto, pure lei sa che la risposta sarebbe stata una bocciatura in diritto costituzionale. I governi non hanno data di scadenza.
I problemi sono tutti fuori e i problemi sono i paletti. Salvini esibisce lo stesso passo ubriaco – «aprite!», «chiudete!» – che lo ha reso celebre ai tempi dei lockdown. È partito dal mai con Draghi ma ora è lì che spinge per l’abbraccio. Naturalmente «per il bene del paese». Stamattina si presenterà alle consultazioni «da primo partito italiano» (i sondaggi). Se c’è Salvini non ci siamo noi, spiega intanto la senatrice di Leu Loredana De Petris, che va dritta sulla «incompatibilità con la Lega» e la «impossibile convivenza con i sovranisti». Sfuma appena un po’ il concetto il collega capogruppo di Leu alla camera Federico Fornaro: «Al nuovo governo serve un livello minimo di omogeneità della base parlamentare». Altrimenti non si dura. Il Pd ha la stessa preoccupazione.
Zingaretti, uscendo dal colloquio, legge un testo dal quale ha lasciato fuori quel «il Pd e la Lega sono alternativi» che aveva pronunciato 24 ore prima. Domande non ne accetta. Bisogna affidarsi a Delrio: «Non poniamo veti ma questioni di principio». Che sono, tornando a Zingaretti, «ancoraggio all’Unione europea» e «amicizia euro-atlantica». Tradotto: niente sovranisti e niente amici di Putin, sperando che basti a fermare Salvini. Il quale invece ci ha preso gusto e ogni minuto che passa insiste un po’: «Se entriamo lo facciamo con i nostri ministri». Fuori sicura solo Meloni che non ha avuto la promessa sul governo a termine e, spiega, al massimo può astenersi.
Renzi intanto si sente in grado di dare l’interpretazione autentica del Quirinale: «Chi pone paletti non risponde all’appello del presidente Mattarella, lui ha escluso che questo governo debba avere una connotazione politica». Salvini gradisce. Berlusconi non ha alcun problema, se non la salute che lo costringe a non scendere a Roma. Rimedia con una telefona «lunga e cordiale» come si dice. Tanto Forza Italia non ha dubbi. «Pieno appoggio» sono le prime parole che dice Tajani appena mette piede fuori dalla stanza di Draghi.
I capi dei 5 Stelle, e adesso c’è anche Conte nel gruppo, hanno ognuno la sua idea. Realizzano così, senza volerlo, la olocrazia che Casaleggio è sceso a Roma a predicare. Di certo anche loro andranno oggi da Draghi, ultimi dopo la Lega, da numeri primi: «Siamo il primo gruppo parlamentare». Altro che zero paletti, Toninelli annuncia che ne porterà «una valigia» e forse per questo non lo faranno andare. Crimi ha aperto quasi un concorso, chiedendo ai parlamentari idee da girare a Draghi, anche sgradite agli alleati: «Possiamo dettare le condizioni». In ogni caso c’è Grillo con loro.
Usciti i 5 Stelle, oggi alle 13.15, Draghi avrà finito il primo giro. Non dovrebbe parlare alla stampa, forse solo un saluto di cortesia. È deciso che sentirà le parti sociali, probabilmente lunedì. Poi il secondo, rapido giro e la lista dei ministri, tra i quali ci saranno certamente anche esponenti politici dei partiti che lo sosterranno. Il giuramento a metà settimana.

 

01 – SCHIRÒ (PD) – SUPERBONUS 110%: LE AGEVOLAZIONI AI NON RESIDENTI. L’AGENZIA DELLE ENTRATE SI È NUOVAMENTE ESPRESSA SUL SUPERBONUS 110% PER I NON RESIDENTI CONFERMANDO CHE IL REDDITO FONDIARIO APRE ALLA DETRAZIONE CHE, IN CASO DI IN CAPIENZA O DI IMPOSSIBILITÀ DI OTTENERE LE DETRAZIONI, PUÒ ESSERE USUFRUITA MEDIANTE CESSIONE DEL CREDITO O SCONTO IN FATTURA. 5 FEBBRAIO 2021
I chiarimenti sono nella risposta dell’ADE all’interpello n. 60 del 28 gennaio 2021.
Ad una nostra connazionale residente all’estero proprietaria in Italia esclusivamente di una abitazione sulla quale intende effettuare alcuni lavori ammessi alla agevolazione prevista dall’articolo 119 del decreto legge n. 34 del 2020 (cd. Superbonus), e che chiedeva se in qualità di non residente può optare per la cessione del credito d’imposta corrispondente alla detrazione spettante, l’Agenzia delle Entrate ha risposto che la nuova norma ha introdotto nuove disposizioni che disciplinano la detrazione delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, spettante nella misura del 110 per cento delle spese stesse a fronte di specifici interventi finalizzati alla efficienza energetica (ivi inclusa la installazione di impianti fotovoltaici e delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici) nonché al consolidamento statico o alla riduzione del rischio sismico degli edifici (cd. Superbonus) effettuati su unità immobiliari residenziali.
Queste nuove disposizioni, ha ricordato l’ADE, si affiancano a quelle già vigenti che disciplinano le detrazioni spettanti per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici (nonché per quelli di recupero del patrimonio edilizio, inclusi quelli antisismici (cd. Sisma bonus).
Nel merito del quesito posto dalla nostra connazionale l’Agenzia ha ribadito che il Superbonus 110% spetta a fronte del sostenimento delle spese relative a taluni specifici interventi finalizzati alla riqualificazione energetica e alla adozione di misure antisismiche degli edifici (cd. interventi “trainanti”) nonché ad ulteriori interventi, realizzati congiuntamente ai primi (cd. interventi “trainati”) e che i soggetti – anche se residenti all’estero – che sostengono, negli anni 2020 e 2021, spese per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, per taluni interventi di recupero del patrimonio edilizio, nonché per gli interventi che accedono al bonus facciate possono optare, in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione, per un contributo, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto fino a un importo massimo pari al corrispettivo stesso, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi e da quest’ultimo recuperato sotto forma di credito d’imposta, con facoltà di successiva cessione del credito ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari (cd. sconto in fattura).
In alternativa, i contribuenti possono, altresì, optare per la cessione di un credito d’imposta di importo corrispondente alla detrazione ad altri soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari con facoltà di successiva cessione.

Con specifico riferimento alla possibilità di accedere al beneficio in argomento da parte di soggetti fiscalmente non residenti, l’Agenzia ha chiarito che, atteso che ai sensi dell’articolo 119, comma 1, lettera b) e comma 9 lettera b) del Decreto Rilancio tra i destinatari del Superbonus sono individuati «le persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni», la detrazione in argomento “riguarda tutti i contribuenti residenti e non residenti nel territorio dello Stato che sostengono le spese per l’esecuzione degli interventi agevolati”.
Giova tuttavia rimarcare che sulla base dei chiarimenti più volte forniti dall’Agenzia delle Entrate restano esclusi dall’accesso al Superbonus i soggetti residenti fiscalmente all’estero che detengono (ma non ne sono proprietari) l’immobile oggetto degli interventi in base ad un contratto di locazione o di comodato.
Nel caso tuttavia della nostra connazionale che ha presentato istanza di interpello, ella, quale proprietario di una casa in Italia, è titolare del relativo reddito fondiario e, pertanto, allo stesso non è precluso l’accesso al Superbonus, ferma restando la presenza dei requisiti e delle condizioni normativamente previste. Inoltre, va appunto specificato che in mancanza di una imposta lorda sulla quale operare la detrazione del 110 per cento, la nostra connazionale potrà optare per la fruizione del Superbonus in una delle modalità alternative previste dall’articolo 121 del decreto Rilancio e cioè lo sconto in fattura o il credito di imposta.
Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati Piazza Campo Marzio, 42
00186 ROMA Tel. 06 6760 3193 Email: schiro_a@camera.it

 

02 PD: GLI EMENDAMENTI DEGLI ELETTI ALL’ESTERO AL “MILLEPROROGHE”. MENTRE PROSEGUE IL CONFRONTO TRA LE FORZE POLITICHE NEL TENTATIVO DI DARE AL PAESE LA GUIDA AUTOREVOLE ED INCISIVA DI CUI I CITTADINI HANNO BISOGNO, CI SEMBRA DOVEROSO CONTINUARE IL NOSTRO IMPEGNO PARLAMENTARI NEL LAVORO CHE LE COMMISSIONI STANNO PORTANDO AVANTI, NONOSTANTE LA CRISI DI GOVERNO. – 4 FEBBRAIO 2021
Con riferimento al cosiddetto “Milleproroghe”, abbiamo presentato emendamenti volti a cogliere alcune esigenze ed urgenze che a noi sembrano obiettive.
Il primo riguarda l’adeguamento delle retribuzioni del personale a contratto, fortemente penalizzato allo stato fortemente penalizzato, che nonostante sia un indispensabile supporto per i nostri consolati, stentano a vedere riconosciuto anche in termini retributivi questo loro apporto.
Il secondo emendamento si riferisce al prolungamento della permanenza di una limitata quota di personale scolastico all’estero, con lo scopo di unificare il periodo di permanenza all’estero di tutto questo personale nel limite di dodici anni fissato dal decreto 64/2017 che ne ha rinnovato la regolamentazione.
Un altro nostro emendamento riguarda la proroga dei termini per l’applicazione esclusiva del sistema SPID e dell’uso della carta d’identità elettronica allo scopo di evitare che alle scadenze previste vi sia ancora un consistente numero di connazionali che non abbia la possibilità di poter utilizzare tali modalità innovative.
Schirò – La Marca
Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati Piazza Campo Marzio, 42 00186 ROMA Tel. 06 6760 3193 Email: schiro_a@camera.it angela-schiro.com

 

03 – SCHIRÒ (PD): LA PROROGA DI “OPZIONE DONNA” INTERESSA ANCHE LE NOSTRE CONNAZIONALI RESIDENTI ALL’ESTERO. RITENGO OPPORTUNO RICORDARE, VISTO CHE IL PROVVEDIMENTO NORMATIVO INTERESSA ANCHE LE NOSTRE CONNAZIONALI RESIDENTI ALL’ESTERO, CHE LA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2021 HA ESTESO LA POSSIBILITÀ DI ACCEDERE AL TRATTAMENTO PENSIONISTICO ANTICIPATO C.D. “OPZIONE DONNA”, DI CUI ALL’ARTICOLO 16 DEL DECRETO-LEGGE N. 4 DEL 2019 CONVERTITO, CON MODIFICAZIONI, DALLA LEGGE N. 26 DEL 2019, ALLE LAVORATRICI CHE ABBIANO PERFEZIONATO I PRESCRITTI REQUISITI ENTRO IL 31 DICEMBRE 2020. 4 FEBBRAIO 2021

L’Inps, con il messaggio n. 217 del 19 gennaio 2021 ha recepito la proroga di “Opzione donna” e il conseguente differimento dei termini fissati per la fruizione del beneficio.
Il risultato è quindi che la platea di potenziali beneficiarie del pensionamento anticipato si amplia dal momento che è previsto un anno ulteriore per la maturazione dei requisiti.
“Opzione donna 2021” dà la possibilità di pensionamento anticipato alle lavoratrici, in presenza di determinati requisiti previsti dalla legge.
Le nuove disposizioni concernenti “Opzione donna” estendono quindi la possibilità di fruizione alle lavoratrici che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2020, in luogo del 31 dicembre 2019 attualmente previsto (ed è questa la novità) un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni ed un’età anagrafica pari o superiore a 58 anni (per le lavoratrici dipendenti) e a 59 anni (per le lavoratrici autonome).
Si ricorda che l’anzianità contributiva richiesta di 35 anni può essere maturata con il meccanismo della totalizzazione dei periodi contributivi versati sia in Italia che all’estero. Ciò significa che molte delle nostre connazionali residenti all’estero che fanno valere i requisiti richiesti potrebbero diventare titolari di un pro-rata pensionistico italiano anticipato (considerato che l’età pensionistica di vecchiaia italiana è attualmente di 67 anni sia per gli uomini che per le donne).
Giova tuttavia ricordare che la cosiddetta “Opzione donna” – misura sperimentale introdotta dalla legge n. 243/2004 – prevede la possibilità per le lavoratrici di accedere anticipatamente al trattamento pensionistico a condizione però che esse optino per il sistema di calcolo contributivo integrale (che potrebbe comportare una riduzione dell’importo pensionistico rispetto al calcolo con il sistema retributivo).
Va infine segnalato che ai fini della decorrenza del trattamento pensionistico anticipato “Opzione donna” il diritto alla decorrenza della pensione si consegue trascorsi: a) dodici mesi dalla data di maturazione dei previsti requisiti, nel caso in cui il trattamento pensionistico sia liquidato a carico delle forme di previdenza dei lavoratori dipendenti; b) diciotto mesi dalla data di maturazione dei previsti requisiti, nel caso in cui il trattamento sia liquidato a carico delle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi. Nel caso delle lavoratrici dipendenti è necessario aver cessato il rapporto di lavoro. Le lavoratrici autonome non devono invece interrompere l’attività.
Consigliamo alle nostre connazionali interessate alla possibilità di ottenere un pro-rata anticipato dall’Italia di rivolgersi ad un patronato di fiducia per verificare se sussistono i requisiti, se sussistono le convenienze e infine per presentare l’eventuale domanda.
Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati Piazza Campo Marzio, 42 00186 ROMA Tel. 06 6760 3193 Email: schiro_a@camera.it

 

04 – Piero Bevilacqua*: COME CRAXI, RENZI PUNTA A DIVENTARE AGO DELLA BILANCIA DI QUALSIASI GOVERNO. CRISI DI GOVERNO. IL CAPO DI IV È IL RE DEL TRAVESTITISMO, INGANNA I SUOI SODALI, SI MUOVE ALLE SPALLE DEL PROPRIO SCHIERAMENTO, TRAMORTISCE L’OPINIONE PUBBLICA CON ACCORATE FINZIONI.
Ha centrato il cuore del problema MAURIZIO LANDINI, intervenendo al Congresso di Sinistra Italiana. Sbarazzando il campo dalle fantasticherie giornalistiche sulla diversità dei caratteri fra Conte e Renzi, e da altre amenità di pari consistenza, che sarebbero alla base dello scontro in atto, ha sottolineato che il conflitto nasce da due progetti contrapposti di gestione della crisi pandemica e delle risorse del Recovery Fund. Punto. Landini non si è poi soffermato molto sul tema, anche se ha ricordato che in Europa siamo il paese che ha più a lungo protetto i lavoratori dai licenziamenti.
Un provvedimento che fa tanto innervosire Matteo Renzi, il quale, com’è noto, e come bisognerebbe ricordare a politici e giornalisti senza memoria, brucia di così tanto amore per le condizioni della classe operaia da aver abolito l’articolo 18 e imposto la precarietà e il caporalato di Stato attraverso il Jobs Act. E oggi il nostro stratega – lo racconta bene Roberta Covelli in La scelta di Renzi: cacciare Conte e portare avanti il programma di Confindustria in Fanpage.it – presso la corte di uno sceicco assassino, dove va a raccattare danaro, si dichiara «molto invidioso» dei salari di fame che gli imprenditori sauditi possono permettersi a Riad. Sulla cui condotta criminale il manifesto ha più volte richiamato l’attenzione (si veda da ultimo, Francesco Strazzari, Il primo, tardivo, segnale di politica pacifista).
Ma che Renzi sia uno dei più temibili uomini di destra della scena italiana è il segreto di pulcinella per i gonzi, e per la vasta fauna di scrittori e cianciatori nulla sapienti, che affollano la scena pubblica italiana. È tra i più diabolici per la sua straordinaria capacità di travestimento, in grado di ingannare anche i suoi sodali, di muoversi alla spalle del proprio schieramento, di tramortire l’opinione pubblica con accorate finzioni, di fare patti sotterranei col nemico.
Basterebbe l’elenco delle sue scelte di governo: dal Jobs act, alla Buona scuola, all’esenzione dall’IMU sulla prima casa, alla lotta contro il reddito di cittadinanza, alla critica contro le iniziative di sostegno sociale dell’attuale governo, ecc. Ma basta questo per spiegare la sua caparbia avversione al governo Conte? È solo una prima ragione. Perché questo governo, lo si voglia o no, per quanto era nelle sue possibilità, ha puntato a proteggere la vita dei cittadini, contro la volontà di Confindustria (e di Renzi) di continuare le attività produttive nonostante il virus (qualcuno ricorda quanto accadeva nelle fabbriche lombarde, nella scorsa primavera?). E ha cercato di attenuare il peso della paralisi economica sulla condizione dei ceti più deboli, con un minimo di distribuzione monetaria.
Ma io credo che Renzi sia animato da un doppio progetto politico, uno immediato e un altro di prospettiva. L’uomo, in realtà non ha alcuna fede, se non in sé stesso, e appoggia i gruppi dominanti per ambizione, per averne in cambio sostegno di potere e danaro. Danaro non per avidità personale, ma per costruire le proprie fortune politiche. Perché primeggiare nel comando è il rovello che non lo fa dormire la notte.
Ebbene, agli occhi di Renzi Giuseppe Conte ha non solo il torto di non avviare subito la vecchia politica di opere pubbliche – oggi in contrasto con lo spirito del piano Next generation – di riaprire i cantieri, vale a dire riprendere il progetto del Tav in Val di Susa, il Ponte sullo stretto, tornare a saccheggiare il nostro territorio, facendo ripartire le grandi opere, magari senza appalti e senza tanti vincoli. Non è solo questo.
Conte ha il torto di tenere insieme due forze diversissime, per anni in reciproco conflitto, facendole cooperare all’interno di uno degli esecutivi di maggior successo in Europa. Chi sostiene il contrario, ricordando il numero dei morti da Covid in Italia, dimentica che la pandemia in Europa è iniziata in casa nostra, quando l’ignoranza sul virus era universalmente totale, e le nostre strutture sanitarie smantellate e impoverite da decenni di tagli
Ma Conte non solo riesce a far cooperare due forze diverse, con una politica di europeismo critico, che gli è valso un riscontro senza precedenti nella storia dei nostri rapporti con l’Ue. Egli tiene uniti i singoli partiti, i quali non sono partiti, ma coacervi di correnti, gruppi, club, aggregati da collanti labili. Se salta Conte anche questi corpi rischiano di esplodere e nel rimescolamento generale Renzi conta non solo di dar vita a un esecutivo amico, ma di pescare forze fra i fuoriusciti dalla diaspora che seguirebbe.
Il suo l’obiettivo di fondo è di guadagnare nel prossimo futuro una consistenza parlamentare sufficiente a farlo diventare, in modo stabile, l’ago della bilancia di ogni possibile governo. Qualcosa di simile al ruolo di arbitro supremo che si ritagliò a suo tempo Bettino Craxi. È il caso di ricordare, dunque, alla sinistra, ma anche a tutti i democratici, a chi ha a cuore le sorti del paese, che bandire dalla scena politica Matteo Renzi costituisce una delle condizioni inaggirabili per la liberazione e il progresso della vita civile italiana nei prossimi anni.
*( da Il Manifesto di Piero Bevilacqua)

 

05 – ALFIERO GRANDI. CHI HA INCORAGGIATO RENZI AD APRIRE LA CRISI DI GOVERNO ORA?. LA CRISI DI GOVERNO È STATA DESCRITTA DA TANTI COME UNO SCONTRO TRA PERSONE. QUESTI ELEMENTI CI SONO MA NON SONO DECISIVI. L’attacco a Conte ha nascosto, fino al camuffamento, che la principale ragione della crisi sono i fondi del Next Generation EU, indispensabile aiuto dell’Europa per sostenere la ripresa dell’Italia dopo le drammatiche conseguenze economiche e sociali causate dalla pandemia da Coronavirus. I fondi per l’Italia sono il 28 % del totale europeo, una percentuale tanto rilevante che un loro uso fallimentare avrebbe conseguenze pesanti non solo sull’Italia ma sulla stessa Unione Europea. Un fallimento segnerebbe la fine di ogni tentativo di adottare scelte europee che vanno oltre la sospensione delle regole europee dettate dall’austerità e dell’obiettivo di cambiarle prima che a qualcuno venga in mente di farle tornare in vigore. Ritorno in vigore che per l’Italia sarebbe una sciagura ingestibile con conseguenti tagli e sacrifici sociali di proporzioni senza precedenti.

PERCHÉ TRA FINE 2020 E INIZIO 2021 RENZI HA PORTATO ITALIA VIVA AD UN ATTACCO CORSARO A CONTE E AL SUO GOVERNO CON L’OBIETTIVO DI FARLO CADERE?
Perché è chiaro che Renzi vuole ad ogni costo che Conte lasci la Presidenza del Consiglio. E’ vero che Renzi ha poco da perdere in termini di consensi, visto che è inchiodato dai sondaggi al 3 %, forse ora è sotto. Ma questo non spiega granché, conferma solo che chi fa il corsaro in genere ha poco da perdere. In realtà Renzi ha inaugurato una stagione politica del conto terzi, infatti ha deciso questo attacco a Conte sia perché i 210 miliardi di fondi del NGEU saranno disponibili al 70 % nel biennio 21/22, sia perché ha capito (o gli è stato fatto capire) che interessi economici e finanziari potenti vogliono ad ogni costo decidere chi e come usare questi fondi ed evidentemente il governo Conte non li lasciava tranquilli. E’ stato spiegato fino alla noia che questi fondi sono l’unico treno che passerà per rimettere in moto l’Italia, per ridargli slancio e che non ci saranno altre occasioni. Questi fondi fanno gola a molti che sperano di poterli usare e ad altri che sperano di trarne benefici per averli aiutati ad usarli. In sostanza chi decide avrà dei vantaggi di potere, di consenso, di sostegno e per chi oggi non li ha non è un incentivo da poco. Si potrebbe dire che è l’ultima possibilità per Italia Viva.

CERTO IL GOVERNO CONTE HA FATTO ERRORI.
Ha rivelato, con l’indicazione di una complessa struttura “tecnica” parallela/sovraordinata ai ministeri e alle altre istituzioni, che intendeva gestire direttamente l’uso di queste risorse. Ha dato l’impressione di volere accentrare, di volere decidere senza condividere, di appoggiarsi essenzialmente sui progetti che grandi aziende e gruppi di vario tipo avevano pronti, senza capire che anche il progetto più condivisibile ha bisogno di una politica, di una strategia e questo non c’era nel primo progetto NGEU dell’Italia e perfino nell’ultima versione, pur migliorata, non ha la forza necessaria. Renzi ha attaccato su questo punto, affastellando problemi diversi, contraddittori, rivelando la strumentalità dell’attacco, con l’unico obiettivo di usare tutti gli argomenti, anche quelli contraddittori contro Conte e il governo. Uno per tutti: dire che il NGEU ha più condizionalità del Mes dovrebbe portare a non usarne le risorse, in realtà non è così. Nessuno, nemmeno Renzi, pensa di non usare le risorse del NGEU, anzi sembra meno deciso sul Mes. La disponibilità a sostenere un governo Conte 3 è suonata da subito falsa perché è evidente che se il Presidente del Consiglio ha i difetti di fondo e le responsabilità indicate nell’intervento di Renzi al Senato il vero obiettivo della crisi è scaricarlo. Stranamente i mezzi di informazione hanno ignorato che la BCE, dopo la crisi, ha dovuto fare interventi sullo spread italiano dopo mesi di tranquillità. Non tutti gli argomenti critici di merito portati sono per questo infondati. Anzi avrebbero dovuto essere affrontati in una discussione aperta con tutta la coalizione fin dall’inizio, ma suona falso il loro uso strumentale al solo fine di mettere in crisi il governo. La dichiarazione: partiamo dai contenuti, il resto lo vediamo dopo, è il culmine della rappresentazione teatrale che cerca di nascondere la verità.

DA TEMPO SI PONE UN PROBLEMA DI FONDO.
La proprietà pubblica deve avere solo il compito di salvare aziende in difficoltà con costi rilevanti per la collettività per poi lasciare al cosiddetto mercato il ruolo di giudice della bontà dei comportamenti delle aziende pubbliche (tutte o in parte non importa)? O invece deve esserci un mandato dell’azionista pubblico, in un quadro di programmazione e di sviluppo. Ad esempio intervenendo in settori innovativi in cui i privati entrano malvolentieri, o perché richiedono investimenti ingenti che solo un interesse pubblico può motivare. Mariana Mazzucato ha contribuito a rendere esplicite le scelte di cui ci sarebbe necessità. Non può essere l’azionista, il Ministro dell’Economia, a dare le direttive alle aziende pubbliche, né può risolvere il problema la nomina di amministratori di fiducia e nemmeno quella sorta di nuova Iri che è la Cdp. Il governo ha bisogno di una sede di politica di qualità per disegnare il futuro. In passato lo ha fatto il Ministero della programmazione economica. Alcuni interventi decisi da Arcuri, commissario per l’emergenza Covid 19, sono stati tipici atti di politica industriale, a volte di creazione di nuovi settori produttivi, vaccini compresi. Azione giusta ma figlia dell’emergenza e non di una riflessione di fondo come dovrebbe essere quella di riportare in Italia (e in Europa) produzioni strategiche per la salute pubblica per garantire l’autonomia nazionale.

E’ QUESTO L’IMPIANTO DI RIFLESSIONE SULL’ITALIA DEL FUTURO: QUALI PRODUZIONI, QUALE PREPARAZIONE E QUALE COINVOLGIMENTO DEI LAVORATORI SONO NECESSARI.
In altre parole occorre smettere di strimpellare qua e là per costruire una sinfonia di interventi, il più possibile organica, per individuare la transizione dell’Italia dal prima del Covid al dopo. Nulla sarà più come prima, a partire dalle drammatiche divaricazioni sociali. L’Italia perde in un anno il 10 % del Pil, ma all’interno ha alcuni milioni di lavoratori autonomi e dipendenti che sono schiacciati verso il basso, verso una stentata sopravvivenza, mentre una ristretta cerchia aumenta volume di affari e ricchezza e questo richiede strategie altrettanto forti per un riequilibrio, anzitutto fiscale. Le banali risposte sulla patrimoniale lasciano interdetti. Da un lato si propone di sostituire con le risorse europee (67 miliardi del NGEU) finanziamenti già previsti per interventi di varia natura, con la preoccupazione di contenere il deficit che è ormai al10% del Pil, mentre il debito va verso il 160 %, ma dall’altro non si vogliono affrontare i problemi delle ricchezze oggi distribuite peggio di prima. Colpisce che non si proponga di istituire un’agenzia specializzata per la gestione del debito pubblico nazionale sul modello tedesco e non è cosa da poco. Il NGEU deve essere usato tutto per rimettere in moto il paese, non per finanziare scelte già decise, semmai politiche fiscali adeguate possono far fronte alle esigenze già previste. Perché la scommessa è che gli investimenti sostenuti dall’Europa aiutino lo sviluppo a ripagare il debito per evitare macelleria sociale. Tutte queste scelte dovrebbero fare parte di un progetto che ha come obiettivo centrale di mantenere e rilanciare l’unità del paese, respingendo le suggestioni che vengono dalle regioni che vogliono correre da sole, salvandole dalla loro stessa miopia, perché il Sud è il primo motore di una possibile ripresa italiana. Don Lorenzo Milani sosteneva che non si possono fare parti uguali tra diseguali. Vanno individuati gli obiettivi produttivi e sociali che debbono caratterizzare il futuro dell’Italia.

OCCORRE UN PROGETTO, CHI LO ELABORA, CHI LO APPROVA, CHI LO SOSTIENE, CERCANDO UN NUOVO EQUILIBRIO SOCIALE.
Questo nel progetto italiano non c’è in modo coerente. Ci sono spunti, ma tante scelte indicate sembrano più l’adesione ai piani di grandi gruppi che una convinta riflessione sulla loro utilità. La scelta green ad esempio non può essere un capitolo, per quanto il più consistente ben 69 miliardi, ma deve essere coerente ovunque nei contenuti, in tutti i capitoli e non basta certo allocare molte risorse sul risparmio energetico degli edifici. L’idrogeno combinato con produzione elettrica sostenibile è o no una scelta di fondo dell’Italia? L’eolico off shore in Italia può essere una scelta di fondo e abbiamo le competenze per realizzarlo. La decarbonizzazione serve solo a sostituire il carbone con il gas che produce sempre CO2? O si passa direttamente ad un rilancio di tutte le rinnovabili e allo stoccaggio della produzione elettrica da rinnovabili al massimo livello, in modo da lanciare un progetto di futuro ambientale ecocompatibile e di sanificazione del territorio, per il quale occorrono molte risorse. In altre parole il 2050 è un limite massimo, ma l’Italia farebbe bene ad anticiparne gli obiettivi. Il fatto che Renzi abbia usato strumentalmente questi problemi non deve portare a posizioni difensive, di difesa acritica del testo. Del resto solo un forte rilancio del progetto di un’Italia futura può rompere i giochi strumentali e mobilitare le migliori energie nazionali. Questa è la migliore risposta agli attacchi corsari per fare cadere il governo e a quanti lo hanno spinto a farlo. Certo il personaggio Renzi ha esagerato come sempre. Come quando ospite dell’erede al trono saudita non ha trovato di meglio che paragonare un regime sanguinario al rinascimento, riconoscimento che fatto dall’ex sindaco di Firenze suona come una bestemmia.

 

06 – Andrea Carugati*: RENZI STA SERENO: VOTIAMO SÌ A PRESCINDERE. IL PD PREME SUL FISCO PER ESCLUDERE LA LEGA LE CONSULTAZIONI. LEU AVVERTE: UN GOVERNO CON DENTRO TUTTI DURA POCO. FARÀ PARTE DEL GOVERNO ANCHE LA LEGA DI SALVINI, L’UOMO DEL PAPEETE E DEI «PIENI POTERI»?
A MATTEO RENZI NON IMPORTA PIÙ. COME NON GLI IMPORTA DEL MES, DEL REDDITO DI CITTADINANZA, DEL PONTE SULLO STRETTO E DI TUTTI GLI ALTRI TEMI CHE PER SETTIMANE HA SCAGLIATO CONTRO LA MAGGIORANZA DI CUI FACEVA PARTE.
Fino all’imbarazzante tarantella del tavolo sul programma allestito da Roberto Fico, dove a ogni istante da Iv usciva un pretesto in più per affossare Giuseppe Conte
Ieri, accompagnato da Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova (silenti), il rottamatore è stato consultato da Mario Draghi, e all’uscita si è rivolto ai cronisti: «Se ciascuno di voi riflette sul fatto che i 209 miliardi saranno spesi da Draghi si sente meglio pensando al proprio futuro». Per essere ancora più chiaro ha abbassato la mascherina per mostrare il sorriso di chi ha fatto il colpaccio. «Solo per farvi capire come sto…».
E i contenuti? «Gli manderemo del materiale, le nostre battaglie storiche su vaccini, investimenti e scuola sono sul suo tavolo». «Lo sosterremo indipendentemente dal governo che vorrà fare». Come Totò: a prescindere. «Siamo a sua disposizione, e auspichiamo che tutti i partiti facciano lo stesso. Chi pone veti dice no all’appello del presidente Mattarella». E i veti dell’altro ieri su Bonafede, Azzolina, Arcuri? Puff, spariti. «Io sono rilassato, ci vediamo nel 2023», scherza con i cronisti. «Draghi è una polizza assicurativa per i nostri figli, nessuno può negarlo. Chi meglio di lui può gestire il Recovery?».

Di colpo la politica scompare nel discorso dell’ex premier. La presenza dei sovranisti nella eventuale maggioranza? «Non mi permetto di giudicare il comportamento degli altri partiti, ognuno risponde alla sua coscienza e al Paese». Dopo aver aperto la crisi in piena pandemia, e dopo aver palesemente sabotato l’esplorazione di Fico voluta dal Capo dello Stato, si permette di «ringraziare chi ha avuto la forza di opporsi alla narrazione a senso unico che vedeva in Italia Viva la pericolosa responsabile dell’apertura della crisi».

E di lanciare, dopo aver tenuto un paese in ostaggio per settimane, addirittura un «messaggio per le giovani generazioni che si affacciano alla politica: “Non seguite i sondaggi, abbiate il coraggio di combattere per le vostre idee”».

Zingaretti, consultato nel pomeriggio, ricorda invece perchè si è arrivati al super tecnico: dopo «una crisi improvvisa e ingiustificata» che ha buttato il paese «nell’incertezza». Da questa premessa deriva «la piena disponibilità del Pd a concorrere al successo» di Draghi. Il leader Pd cita Ciampi («L’Italia ce la farà») con la speranza che il nuovo governo somigli a quello del 1993 e non a quello di Monti.

Ed elenca i temi chiave: fisco progressivo (e non flat tax) , ancoraggio all’Europa, no all’austerità. Fa di tutto per far capire che con la Lega dentro non si andrebbe lontano, cosa che poco prima la delegazione di Leu aveva detto in modo più esplicito direttamente a Draghi: «Senza un minimo di omogeneità programmatica qualsiasi governo rischia di avere vita breve», ha detto Federico Fornaro.

E Loredana de Petris, con la solita franchezza: «C’è una incompatibilità con forze come la Lega, solo con una base forte formata da Pd, M5S e Leu il governo può avere il respiro per arrivare a fine legislatura». «Con tutti dentro si dura poco, con una scelta della maggioranza più netta si può arrivare al 2023», ha detto De Petris al nuovo premier: «Sta a lei scegliere». (l’ex presidente Bce ha preso nota senza commentare).

Zingaretti è stato più soft: nessun veto su altri partiti. «L’Italia è stata protagonista della costruzione della nuova Europa, evitando il danno intollerabile e irreparabile che il nazionalismo avrebbe arrecato», ha ricordato. «Invieremo le nostre proposte per un programma di governo forte, di lunga durata», ha aggiunto, a sottolineare la convergenza di vedute con la sinistra di Leu.

L’obiettivo del Nazareno quindi è «aiutare Draghi a costruire un maggioranza stabile, compatta e credibile». «Non siamo nelle condizioni di porre veti su nessuno, non è un governo politico», confessa Delrio. Semmai si tratta di una preghiera. Con una consolazione: «Draghi è la migliore garanzia di europeismo».

 

07 – COSA STA ACCADENDO NEL MONDO CON LO “ SMART WORKING. QUAL’E’ LA RISPOSTA DELLA SINISTRA? QUALI SONO LE RIPERCUSSIONI SULLA NOSTRA EMIGRAZIONE?
( tre articoli interessanti)
a. “Smart working + farm supporting: l’ultima frontiera del lavoro da remoto”.
b. ”2 lavoratori su 3 sceglierebbero l’holiday working: “È una rivoluzione”
c. “Lo smart working conviene a tutti: il risparmio per lavoratori e capi è innegabile”?

a. Ilaria Betti:* “Smart working + farm supporting: l’ultima frontiera del lavoro da remoto”. Federico Pisenty, ideatore di Borgo Office: “Abbiamo creato un circolo virtuoso: aziende agricole e smart workers si supportano a vicenda”
Friendly team harvesting fresh organic vegetables from the community greenhouse garden and planning harvest season on a digital tablet – Focus on man glove hand – Healthy lifestyle and summer concept
Si chiama “smart working + farm supporting” ed è l’ultima frontiera del lavoro da remoto. La formula fa riferimento alla parola “farm” (in inglese, “azienda agricola”): si tratta infatti di lavorare a distanza alloggiando gratuitamente in aziende agricole attrezzate appositamente per ospitare smart workers, quindi dotate di tutti i comfort nonché di una rete WI-FI potentissima. Troppo bello per essere vero? Il fatto che sia una proposta gratuita potrebbe, in effetti, destare dei sospetti. A chiarire il funzionamento ad HuffPost è Federico Pisanty, ideatore di Borgo Office, la prima piattaforma che unisce le necessità di lavorare da remoto dei nomadi digitali all’offerta di ospitalità in zone rurali: “In realtà è una forma ‘DO UT DES’ perché gli smart workers, seppur non obbligati, sono invitati a sostenere la struttura comprando dei pacchetti con prodotti tipici. In questo modo, si ‘sdebitano’ e aiutano la realtà locale”.
Il soggiorno è a tutti gli effetti a costo zero, ma Pisanty è convinto che si possa facilmente creare un circolo virtuoso tra nomadi digitali e proprietari delle strutture. “L’ospite – ci spiega – può liberamente decidere di acquistare o meno il pacchetto di sostegno, e quindi il cesto prodotti. Al momento, abbiamo tre tagli, da 100, 200 o 400 euro. Il modello si regge sul fatto che l’ospite si affeziona al posto in cui si trova ed è moralmente invogliato ad acquistare i prodotti dell’azienda agricola. Ne diventa facilmente cliente e talvolta continua ad acquistare anche una volta tornato a casa, a distanza. Così facendo si attiva un meccanismo virtuoso anche per il borgo dove è sita l’azienda agricola, grazie alla crescita del turismo da smart working”. I pacchetti di soggiorno gratuiti proposti oggi sono tre e vanno da una notte al week end per arrivare all’intera settimana, ma Pisanty dice che si sta valutando l’opportunità di organizzare soggiorni anche per periodi più lunghi, fino a sei mesi.
Ma non c’è il rischio che smart workers furbetti possano approfittare del soggiorno libero e andarsene senza prendere nemmeno un cesto? La risposta è sì, ma finora non si è mai verificato: “Pur esistendo da pochi mesi, abbiamo notato – ci dice Pisanty – che chi riceve un regalo (in questo caso l’ospitalità gratuita) desidera naturalmente sdebitarsi con chi fa l’omaggio. Noi puntiamo su questo”. Se sarà una scelta troppo ottimista, soltanto il tempo potrà dirlo. Al momento, le adesioni sono numerose sia da parte delle aziende agricole, sia da parte di chi vuole provare a lavorare da un luogo diverso rispetto a casa propria.

BORGO OFFICE
Da Nord a Sud, isole comprese, le strutture operative sono dieci e l’obiettivo è quello di arrivare a una trentina entro l’anno. Pisanty ribadisce che l’interesse principale è quello di promuovere i borghi, per un duplice motivo: “Sono quelli che più spesso soffrono dello spopolamento. D’altra parte sono anche quelli in cui si lavora meglio, dove la natura e la pace la fanno da padrone”. Il compito di Borgo Office è quello di selezionare, all’interno di borghi meravigliosi, strutture idonee ad ospitare lavoratori da remoto, dunque che offrano comodità come wi-fi, stampanti, work desk panoramici e altri servizi. Borgo Office prevede una commissione solo sul primo acquisto di “pacchetti di sostegno” del cliente nell’azienda agricola; richiederà poi, solo dal secondo anno di affiliazione della struttura al portale, una modesta fee per la presenza sulla vetrina online.
“Via dalle città: nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”: così il sito della piattaforma cita Stefano Boeri, architetto e Urbanista. Ed eccoli tutti i paesini incantati da esplorare: si parte da Caldonazzo, in Trentino, centro adagiato nella piana alluvionale del Centa, all’estremità meridionale dell’omonimo lago. Scendendo nel bresciano si passa poi per Bagolino, antico borgo medievale situato nell’alta Valle Sabbia, poco distante dal Lago d’Idro. In provincia di Alessandria, sui colli tortonesi dove si coltivano le uve di Timorasso e si producono i baci di dama, si trova invece Paderna. Borgo storico è anche Bertinoro, a 15 km da Forlì, conosciuto come il “Balcone della Romagna” per la vista incantevole su tutta la pianura romagnola. Proseguendo verso Sud si arriva invece a Staffolo, centro medioevale che sorge in cima ad un colle a circa 40 km da Ancona e insignito della Bandiera Arancione per la qualità del turismo e della Bandiera Verde per l’agricoltura. Oltrepassando l’Appennino, la proposta di Borgo Office cade su Sarteano, paesino del senese tra la Valdichiana e Val d’Orcia il cui profilo è dominato dal Castello quattrocentesco. Nel Lazio la meta suggerita agli smart worker è Tuscania, antico borgo che sorge su promontori di roccia tufacea a 180 metri sul livello del mare, mentre in Molise si può soggiornare e lavorare ad Oratino, in provincia di Campobasso, centro isolato su una rupe nella Valle del Biferno. Per gli appassionati delle isole, infine, sono pronte ad accogliere i nomadi digitali due aziende agricole di Aci Trezza, pittoresco borgo di pescatori a pochi chilometri da Catania in provincia di Catania dove Giovanni Verga ambientò il suo celebre romanzo “I Malavoglia”, e Gavoi, borgo circondato dai monti del Gennargentu nel cuore della Sardegna, a 800 metri di altitudine (Nuoro dista circa 30 km) e al centro di un’area di oltre tremila ettari ricoperta per due terzi da boschi. Insomma ce n’è per tutti i gusti, dunque perché rinunciare? “In questo modello – ribadisce Pisanty – tutti hanno dei vantaggi”.

 

b. Ilaria Betti*: 2 LAVORATORI SU 3 SCEGLIEREBBERO L’HOLIDAY WORKING: “È UNA RIVOLUZIONE” L’INDAGINE DI AIRBNB: SU 2000 LAVORATORI IL 66% SOGNA DI LAVORARE DA REMOTO LONTANO DALLA PROPRIA RESIDENZA. ALBERTO MATTEI, FOUNDER DEI “NOMADI DIGITALI”: “LA LIBERTÀ CI RENDE PRODUTTIVI”

Lavorare respirando a pieni polmoni l’aria aperta della campagna, oppure da una casa vista mare o in uno chalet di montagna: non è un’utopia, ma una tendenza che si imporrà sempre di più. Si chiama “holiday working” e, secondo un’indagine condotta da AirBnb, sarà la formula preferita degli smart workers per la prossima stagione: due lavoratori su tre, intervistati dal colosso dell’ospitalità, hanno ammesso di sognare di lavorare da remoto da un luogo solitamente giudicato “di vacanza”. Guai, però, a definirla un scelta da alternativi. Alberto Mattei, fondatore della community “Nomadi digitali”, ci tiene a fare una precisazione: ”L’immagine dello smart workers che con lo zainetto gira per il mondo è uno stereotipo – afferma ad HuffPost -. La pandemia ha accelerato un cambiamento già in atto: la gente sta capendo che per lavorare non ha bisogno di andare in ufficio, che può farlo da casa o addirittura da luoghi di vacanza e questa è una rivoluzione. La libertà aumenta la nostra produttività, la creatività, il nostro benessere generale. E non deve essere per forza vista come una scelta ‘di nicchia’”.
Lo sa bene Paolo, consulente aziendale, che quest’estate, ha trascorso due settimane nell’agriturismo Ferronio, un casale immerso nella campagna reatina. Paolo non era solo col suo computer: insieme a lui c’era la moglie, i due figli e altre tre coppie di amici con bambini. “Tutti eravamo lì per lavorare da remoto e goderci nello stesso tempo un po’ di relax insieme – racconta ad HuffPost -. L’idea ci è venuta appena dopo il lockdown: cercavamo un posto non troppo lontano da casa e dotato di wifi, dove potessimo lavorare comodamente, e in cui i nostri figli potessero divertirsi. Alternare una call ad un tuffo in piscina era un’idea che ci allettava particolarmente e così ci abbiamo provato. Non solo è stato un successo, ma ci ha lasciato addosso la voglia di riprovare un’esperienza simile al più presto”.

Secondo l’indagine di Airbnb, condotta su un campione di 2.000 dipendenti d’azienda e basata sulle ricerche di prenotazione sul portale nel mese di settembre, sembra che la pandemia abbia pian piano fatto scaturire nella mente delle persone una nuova intuizione: non è necessario abitare nelle vicinanze del luogo in cui si lavora. Il 60% degli intervistati ha ammesso di aver pensato – spinto dal ricordo dei mesi di quarantena – di trasferirsi in campagna, mentre il 66% ha già in programma per i prossimi mesi – se le condizioni dei contagi da Covid-19 lo consentiranno – di lavorare da remoto lontano dalla propria residenza.

Il campione si dice pronto ad assaporare lo smart working, ma meglio se fuori porta: il 34% cercherebbe una sistemazione raggiungibile in giornata in automobile dalla propria residenza, meglio se all’interno della stessa regione (20%). Solo il 13% prenderebbe in considerazione un altro paese europeo. Ma non si va da nessuna parte senza connessione: 1 ricerca su 2 per soggiorni di oltre 7 giorni su Airbnb è vincolata alla presenza del wi-fi.

Preparata la valigia e con il computer sottobraccio, dove si va? Stando sempre all’indagine di Airbnb, il 39% degli intervistati lavorerebbe con piacere da una casa vista mare, il 20% nel calore di uno chalet di montagna, il 13% da una casa al lago. C’è chi poi preferisce l’attico di una grande città (il 7%) e chi si accontenterebbe semplicemente di un cambio di scenario, quindi di una casa in una città diversa.

Sogni a parte, l’Italia è davvero pronta ad accogliere gli smart workers? “Il Bel Paese con il suo clima ideale, la sua vastità di scenari, il buon cibo potrebbe diventare davvero il paradiso degli smart workers, eppure siamo ancora molto indietro – afferma Alberto Mattei -. Non è solo un fattore di connessione, che in alcune aree geografiche è assente o mal funzionante. Bisogna anche creare spazi adatti a chi lavora da remoto. Della serie: è bello lavorare in inverno in Sardegna, c’è pace, la natura è mozzafiato. Ma si è anche isolati. Quindi è necessario pensare a nuove strutture di ospitalità: offrire spazi di co-living, oppure luoghi in cui il professionista possa relazionarsi con altri lavoratori da remoto”.

Qualcuno intanto ci sta provando. Da nord a sud, in Italia stanno nascendo piccole ma interessanti realtà che puntano a coniugare il buon vivere e lo smart working. Come nel comune di Santa Fiora sul Monte Amiata, in provincia di Grosseto, dove è stato indetto un bando con incentivi sull’affitto per chiunque voglia trasferirsi lì e lavorare da remoto. Al grido di “Vieni a Santa Fiora. Lavora in smart working”, il paesino punta a trasformarsi nel primo “smart working village” d’Italia grazie alla banda ultra larga recentemente posata. L’iniziativa si rivolge a tutti, dai dipendenti pubblici e privati ai lavoratori autonomi. Il bando prevede l’erogazione di voucher per coloro che prenderanno casa per almeno due mesi, che andranno a copertura delle spese sostenute dal lavoratore per l’affitto dell’abitazione, fino ad un massimo del 50% della spesa sostenuta, per un importo mensile non superiore ai 200 euro e per una durata non superiore ai sei mesi, eventualmente prorogabili dal Comune. Non mancano i servizi per far sentire il lavoratore davvero indipendente: dalla baby sitter, all’idraulico, dal medico all’elettricista, dalla consegna dei pasti a domicilio al noleggio dell’e-bike.
Cercasi smart workers anche nel comune di Pontremoli, in Toscana, “il posto migliore di questa galassia”, afferma il messaggio promozionale della pagina Fb. Il motivo è presto detto: “In un’oretta raggiungi mare, monti e 8 città (Milano è a 2 ore). Hai fibra e più di 100 esercizi commerciali e servizi sotto casa. Trovi una comunità viva che ti accoglierà a braccia aperte. Ti troviamo anche casa (no, non stai sognando)”. Simile l’annuncio di Latronico, in provincia di Potenza, il cui sindaco Fausto De Maria ha lanciato un appello su Facebook: “Vivi in una città e lavorerai in smart working? Allora perché non vieni a vivere nella nostra Latronico in questi mesi! Il miglior modo per difendersi dal Coronavirus! Tanto verde, aria pulita, e tante buone cose. Case in affitto e/o vendita da trovare anche sul sito del nostro comune”. Il borgo, 4.500 anime e nessun positivo al momento, proponendosi come “baluardo del benessere” vuole risolvere il problema dello spopolamento, dato che il 5 per cento del patrimonio immobiliare è vuoto ed è a prezzi bassi.
C’è poi l’esperienza degli Smartrekkers, una nuova iniziativa che vorrebbe unire lo smartworking al trekking. “Grazie alla diffusione della banda larga, è finalmente possibile lavorare parte dell’anno anche da un rifugio alpino”, si legge nella descrizione del gruppo Facebook che riunisce gli appassionati di questo nuovo stile di vita. In Lombardia intanto è stata inaugurata la prima alta via di smart trekking: lungo 65 chilometri, il percorso richiede 16 giorni, contando la possibilità di camminare il week end e di fare smart working durante la settimana, potendo contare sulla banda larga offerta dai rifugi. Un’idea perfetta per chi si lamenta e dice che, lavorando da remoto, non cammina mai.

 

c. Ilaria Betti:* “Lo smart working conviene a tutti: il risparmio per lavoratori e capi è innegabile”
Il lavoro agile ha modificato entrate e uscite. Si stima che nel 2021 almeno 4 milioni di lavoratori lavoreranno prevalentemente in smart working. Nel 2019 erano solo 570mila. Il manager Pier Luigi Celli ad HuffPost: “Il taglio sui costi c’è”

“Lo smart working conviene a tutti, al datore di lavoro e al dipendente?. Dopo mesi di ‘prova’ possiamo dire che c’è un risparmio da entrambe le parti. Gli unici che ci perdono sono bar e ristoranti, tutto l’indotto che gira intorno ai luoghi di lavoro”: a parlare ad HuffPost è il manager Pier Luigi Celli, ex presidente della Luiss di Roma e della RAI, membro dei consigli di amministrazione di Illy e Unipol. Ad HuffPost il professore dice la sua sull’impatto economico del lavoro da remoto: “Il risparmio per il datore di lavoro non è banale: oltre ai costi dell’affitto degli uffici, c’è il taglio delle spese del servizio mensa, delle pulizie, dell’illuminazione, del riscaldamento, della linea telefonica e di Internet. Da parte sua, anche il dipendente viene alleggerito: risparmia sul trasporto, risparmia sul pranzo, non è costretto a vestirsi ogni giorno in giacca e cravatta, dunque risparmia anche sul turnover del vestiario. Ha poi il vantaggio di godere di un ambiente a lui familiare, con tutti gli agi e i comfort di casa, in cui gli basta allungare una mano per prendere quello di cui ha bisogno”.

Per Celli, che ha collaborato al libro “Il lavoro da remoto – Per una riforma dello smart working oltre l’emergenza” a cura dell’ex ministro del Lavoro Michel Martone, siamo di fronte ad una rivoluzione culturale ed economica, che però “necessita di essere governata con intelligenza e flessibilità”: “Se è vero che il vantaggio economico dello smart working è innegabile per le aziende e i dipendenti, è anche vero che possiamo trasformarlo in qualcosa di più. C’è bisogno di capi illuminati, che smettano di controllare ossessivamente il lavoratore e che si fidino finalmente di lui. In questo modo, il dipendente sarà più sereno, meno stressato, renderà di più anche lontano dall’occhio vigile del capo e l’azienda ne guadagnerà. Sono sempre le persone che fanno la differenza”.

Persone come Andrea – 32 anni, grafico in una grande azienda della Capitale – la cui vita lavorativa ha completamente cambiato volto dal lockdown. Anche le sue entrate e uscite si sono trasformate da quando ha iniziato a fare smart working. “Il mio ufficio si trova a 20 km da casa. Prima ogni giorno dovevo pagare 2,20 euro di casello autostradale, andata e ritorno. Per evitare di pagare il parcheggio in centro, lasciavo la macchina vicino alla stazione e prendevo la metro. L’abbonamento mensile costa 59 euro. A queste spese aggiungiamo quelle della benzina (circa 30 euro a settimana), del pranzo e del caffè, che si aggirano almeno sui 5 euro al giorno”. Oggi – dice – “tutte quelle spese del tragitto di punto in bianco si sono azzerate, così come quelle del pranzo. Il wi-fi a casa lo pagavo anche prima e sulla bolletta non ho riscontrato aumenti esorbitanti, se non quei 20-30 euro dovuti ai condizionatori accesi d’estate e al gas usato per cucinare. Ho soltanto dovuto fare un ‘investimento a lungo termine’, riadattando una stanza della casa ad ufficio”.

Esperienza simile quella di Martina, 39 anni, manager di una multinazionale di Roma. Dopo una vita passata in ufficio, da inizio marzo si è trovata catapultata in un mondo che non conosceva affatto: quello del lavoro da casa. E ha lanciato una pagina Instagram, Easysmartworking, per condividere con la sua community gioie e dolori del momento. Un sogno per lei non ritrovarsi immersa nel traffico della Capitale al mattino, risparmiare sui costi del trasporto e quelli del pranzo. “Dal punto di vista economico, sicuramente il bilancio è positivo – racconta ad HuffPost -. Arrivavo a spendere anche 10 euro a pranzo, non avendo tavole calde a buon prezzo vicino. Sembra una stupidaggine, ma alla lunga sono spese che pesano”. “Consapevole di avere davanti molti mesi ancora di lavoro da remoto, mi sono creata un angolo ufficio in casa che non avevo: ho comprato monitor, tastiera e mouse da collegare al suo portatile, una scrivania, una lampada, una pedana e una poltrona ergonomica. Ho speso dei soldi sì, ma non ho più le uscite quotidiane di un tempo. Il caffè, ad esempio, ce l’ho sempre qui a disposizione e di certo mi costa meno”.

Si stima che nel 2021 almeno 4 milioni di lavoratori lavoreranno prevalentemente in smart working. Nel 2019 erano solo 570mila. Il dato emerge dallo studio dell’Osservatorio “The World After Lockdown” curato da Nomisma e CRIF, che ormai da oltre sette mesi analizza in maniera continuativa l’impatto della pandemia sulle vite dei cittadini, grazie al coinvolgimento di un campione di 1000 italiani (18-65 anni). L’esercito di chi lavora da casa è in crescita e rispondere alle sue nuove esigenze dovrebbe essere una priorità del Governo. Lo è, ad esempio, nei Paesi Bassi dove i dipendenti pubblici riceveranno un bonus annuale di 363 euro per compensare le spese domestiche. Secondo uno studio condotto dall’istituto nazionale olandese NIBUD, lavorare da casa costa in media due euro al giorno in più a ogni lavoratore, quindi un po’ più di 40 euro al mese e circa 500 euro l’anno. Nel conto vanno a finire i consumi energetici, idrici e di gas, i caffè e le altre bevande consumate, “l’ammortamento di sedia e scrivania” e anche l’uso di carta igienica.

Secondo un’indagine condotta da Repubblica, le aziende ogni anno guadagnerebbero 10mila euro dal risparmio che deriva da ogni posto di lavoro spostato in remoto. Ogni azienda decide di utilizzare questo “surplus” a proprio piacimento. Alcuni, ad esempio, scelgono di incentivare: in Italia c’è realtà, la VoipVoice di Montelupo Fiorentino, che durante l’emergenza Covid-19 ha concesso ai dipendenti in smart working un bonus da 100 euro lordi per ogni mese in cui hanno lavorato da casa. “Non abbiamo rinunciato a dare i benefit di cui godevano in azienda: abbiamo continuato a offrirgli il ticket restaurant, gli abbiamo fornito il portatile e la connessione – ci spiega il proprietario Simone Terreni -. E poi abbiamo erogato per ognuno di loro un bonus che andasse a ricoprire le spese extra. Parlo di corrente, materiale di cancelleria, carta igienica, ma non solo: parlo anche e soprattutto della dotazione per rendere la postazione idonea e sana, con la scrivania e la sedia giusta, il monitor o doppio monitor etc. Se il dipendente ha una postura scorretta, avrà l’emicrania, il mal di schiena e questo minerà la sua produttività. Oggi tutti si riempiono la bocca della parola ‘smart working’ senza capire che per fare smart working bisogna pensare prima al benessere del collaboratore. Siamo convinti che sia necessario dotarlo degli stessi strumenti e degli stessi benefit che ha in ufficio. Prendercene cura, insomma”.
*(Ilaria Betti da Huffpost)

 

08 – Mario Di Vito*: VACCINI. NO AI «BREVETTI LEGGERI», I PAESI RICCHI CHIUDONO. APPELLO DELLE ONG. BOCCIATA AL WTO LA PROPOSTA DI INDIA E SUDAFRICA. SECONDO L’ANALISI DELLA PEOPLE’S VACCINE ALLIANCE, I TRE PIÙ GRANDI GRUPPI FARMACEUTICI DEL PIANETA (PFIZER/BIONTECH, MODERNA E ASTRAZENECA) PRODURRANNO DOSI SOLO PER L’1.5% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE
La riunione informale al Wto per discutere della proposta di India e Sudafrica di sospendere i diritti di proprietà intellettuale sui farmaci si è conclusa senza che il blocco dei contrari – tutta l’Europa insieme a Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Brasile – abbia dato il benché minimo segnale di apertura. Anzi, è arrivata, tutti in coro, l’ennesima chiusura ai «brevetti leggeri» perché «un’apertura avrebbe gravi conseguenze sulla spinta delle aziende a investire in ricerca e innovazione».
Intanto, si amplia il fronte dei cosiddetti trips waiver – quelli che cioè vorrebbero sospendere l’accordo sulla proprietà intellettuale a cui aderiscono 162 paesi nel mondo -, con diverse ong che si sono schierate al fianco dei paesi svantaggiati che vorrebbero poter produrre da sé vaccini, test e farmaci per combattere meglio il Covid. Secondo un’analisi di Oxfam, Emergency, Frontline Aids e Global Justice Now – riuniti sotto le insegne della People’s vaccine alliance – i tre più grandi gruppi farmaceutici del pianeta (Pfizer/BioNTech, Moderna e AstraZeneca) produrranno dosi di vaccino solo per l’1.5% della popolazione mondiale.

Durante il meeting al Wto, la rappresentanza del Sudafrica ha sottolineato come la propria posizione sia sponsorizzata in linea di principio anche dal consigliere medico capo di Joe Biden Anthony Fauci, che in un’intervista di qualche giorno fa ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno «la responsabilità morale di aiutare i paesi che non riescono ad accedere ai vaccini, supportando la loro capacità di produrre farmaci. Dobbiamo far sì che tutto il mondo sia vaccinato, non solo il nostro paese. Altrimenti ogni anno ci saranno problemi con le mutazioni del virus».

«Ad oggi – sostengono dal canto loro le ong di People’s vaccine alliance – sono stati vaccinate 108 milioni di persone nel mondo, ma solo il 4% nei paesi in via di sviluppo. A fronte di 100 miliardi di finanziamenti pubblici, le aziende produttrici dei tre vaccini approvati realizzeranno entrate per trenta miliardi di dollari».
Proseguono le ong: «Attualmente, Pfizer/BioNTech, Moderna e AstraZeneca, che sono produttori di vaccini approvati dai più importanti enti regolatori, possono coprire il fabbisogno solo di circa un terzo della popolazione mondiale. Ma dato che i paesi ricchi hanno acquistato dosi in eccesso, la quota di popolazione mondiale che potrà beneficiarne è destinata a ridursi. Mentre AstraZeneca ha venduto la maggior parte della sua produzione ai paesi in via di sviluppo, Pfizer/BioNTech e Moderna hanno riservato quasi tutte le loro dosi ai paesi ricchi, senza condividere la tecnologia».
La Caritas, intanto, ha inviato un appello direttamente alle Nazioni Unite per «chiedere una riunione del Consiglio di sicurezza e affrontare l’accesso ai vaccini come un problema di sicurezza globale».
In tutto questo, le posizioni delle multinazionali non sembrano ammorbidirsi, anzi. Nella giornata di ieri, Pfizer ha ritirato la sua domanda di autorizzazione per l’uso del suo vaccino in India (dopo aver fatto la stessa cosa con la Cina), dopo che il governo locale aveva chiesto di effettuare un test ponte sulla sicurezza del farmaco.
I governi dei paesi più ricchi ancora non si sbilanciano sulla questione della sospensione dei brevetti. Il prossimo round al Wto comincerà a marzo, ma forse sarà troppo tardi.
*(Mario Di Vito, da Il Maniesto)

 

09 – BRASILE. CLAUDIA FANTI*: BOLSONARO SI COMPRA IL CONGRESSO CON LIRA. ELETTO UN FEDELISSIMO ALLA PRESIDENZA DELLA CAMERA, ADDIO SPERANZE DI IMPEACHMENT
È stato il trionfo della vecchia pratica del toma-lá-dá-cá (traduzione brasiliana del nostro do ut des), proprio quella contro cui il Bolsonaro in versione «candidato anti-sistema» aveva tuonato per tutta la campagna elettorale. Non a caso, per garantirsi il primo febbraio il controllo della nuova presidenza di Camera e Senato, il presidente, oltre a promettere incarichi e prebende di ogni tipo, aveva messo a disposizione di deputati e senatori risorse straordinarie pari a 3 miliardi di reais, da investire nelle rispettive regioni, in cambio dell’appoggio ai propri candidati Arthur Lira e Rodrigo Pacheco.

Soldi ottimamente spesi, considerando il successo di quella che era senza dubbio un’operazione chiave per la sua sopravvivenza alla guida del paese, dal momento che in Brasile è il presidente della Camera a decidere l’apertura o meno di un processo di impeachment. E se non c’era nessuna garanzia che il candidato di opposizione, il moderatissimo Baleia Rossi, si decidesse ad ammettere una delle 66 richieste di destituzione presentate contro Bolsonaro nel corso di questi due anni, di certo, con Arthur Lira, la sua presidenza sarà blindata.

Bolsonaro potrà insomma portare tranquillamente a termine il suo mandato, condannando la popolazione brasiliana ad altri due anni di incubo. E potrà farlo, ora, con un potere ulteriormente accresciuto, richiamando all’ordine di tanto in tanto l’indisciplinato ma infine subordinabile Supremo tribunale federale e controllando quello che il sociologo Fernando de la Cuadra ha definito come «il più nefasto Congresso nazionale della storia recente del Brasile». Un Congresso, cioè, dominato dal cosiddetto Centrão, «ammasso gelatinoso di partiti impegnati a perseguire interessi spuri al solo fine di riprodursi nella sfera del potere», di cui fanno parte sia Lira che Pacheco, quest’ultimo votato peraltro anche dal Pt, «in mancanza di alternativa».

Del Centrão faceva parte anche l’imbelle ex presidente della Camera Rodrigo Maia, il quale sarà ricordato per aver ignorato ogni richiesta di impeachment contro Bolsonaro, dopo aver votato a cuor leggero, nel 2016, la destituzione di Dilma Rousseff.

Una pugnalata a tradimento, tuttavia, lo ha raggiunto proprio alla fine del suo inglorioso mandato e ad opera del suo stesso partito, il Dem, che, alla vigilia del voto, fedele all’inveterata consuetudine di schierarsi dalla parte con maggiori possibilità di successo, ha scaricato il suo candidato Baleia Rossi per appoggiare il bolsonarista Lira. Il quale, tanto per cambiare, e subito dopo aver promesso misure contro la pandemia, ha celebrato la sua vittoria in una festa con 300 invitati privi di mascherine.

 

10 – Roberto Livi*: SEI MESI PER VACCINARE GLI 11 MILIONI DI CUBANI CON IL SOBERANA NAZIONALE PUBBLICO E GRATUITO. POTRANNO VACCINARSI TUTTI I CITTADINI, GRATUITAMENTE SU BASE VOLONTARIA. E SONO INTERESSATI ALL’ACQUISTO DI SOBERANA02 ANCHE ALTRI PAESI COME VENEZUELA, VIETNAM E IRAN.
Produrremo entro l’anno 100 milioni di vaccini Soberana02 contro il Covid-19, per immunizzare la popolazione cubana, e l’estero». È l’obiettivo di Vicente Vérez Bencomo, direttore dell’Istituto Finlay. Cioè l’Istituto che ha sviluppato il vaccino, progettato e prodotto con tecnologia cubana e finanziato al 100% dallo Stato cubano. Cuba diventerà così l’unico paese al mondo autosufficiente nell’immunizzare la propria popolazione (poco più di 11 milioni). Entro sei mesi, secondo Vérez, potranno venir vaccinati tutti i cittadini, gratuitamente e su base volontaria. E si sono dimostrati interessati all’acquisto di Soberana02 Venezuela, Vietnam e Iran. E’ stato raggiunto un accordo in base al quale la terza fase della sperimentazione del vaccino – nelle prossime settimane- sarà attuata anche in Iran su circa 150.000 volontari. Un’ampia collaborazione in questo settore viene sviluppata anche con il Pakistan e l’India.
Vérez non ha specificato il prezzo di Soberana02, mentre si stanno sviluppando nell’isola altri tre vaccini: Soberana01 (nell’Istituto Finlay), Abadala e Mambisa prodotti nel Centro di ingegneria genetica e biotecnologica (BioCubaFarma). Tutti finanziati dal Fondo cubano per la scienza e innovazione e dal Ministero della scienza, tecnologia e ambiente. Mambisa, ancora nella fase 1 della sperimentazione, ha la particolarità che si somministra per via intranasale e non con un’iniezione.

In un articolo per la piattaforma Cubadebate l’immunologo italiano Fabrizio Chiodo (professore di Chinica nell’Università dell’Avana) che ha partecipato al “disegno” di Soberana01 e 02 spiega che entrambi i vaccini “si basano in subunità”. Della proteina S – parte del virus SARS-Cov2 che induce la risposta immunologica più forte negli esseri umani- i “candidati” cubani utilizzano la parte che è involucrata nel contatto con il ricettore della cellula, il RBD (receptor-binding domain o regione di unione col ricettore, l’estremo delle “spine” che possiede il virus, ndr) che è anche il punto dove il sistema immunitario umano scatena la sua risposta.

“Nel caso di Soberana02 –scrive Chiodo- si unisce il RBD con il toxoide tetanico, base del vaccino contro il tetano e utilizzato anche come base per altri vaccini cubani come quello sviluppato contro H.Influenza tipo B, QuimiHib (il primo vaccino sintetico della storia come ebbe a pubblicare la rivista specializzata Science nel 2004). Si tratta di “piattaforme valide, utilizzate già in bambini, stabili a temperatura ambiente e che si possono conservare in un comune frigo”. Dunque con maggiore flessibilità e minor costo di utilizzo. Secondo l’immunologo italiano, Soberana02 ha dimostrato una risposta immunitaria entro i primi 14 giorni. Il che ha permesso di passare più rapidamente alle fasi successive. “La fase 3, che misura l’efficacia del vaccino dopo averne comprovato la sicurezza e la capacità immunologica nelle precedenti fasi, si prevede sarà conclusa in marzo o aprile”.

“In molti hanno pensato che eravamo matti a puntare su un vaccino di nostra produzione di fronte a giganti mondiali del settore”, dice Eduardo Martinez, presidente di BioCubaFarma. Altri hanno più o meno velatamente parlato di propaganda politica. “Si sbagliano, sostiene Martinez. Cuba ha una lunga esperienza nel settore: 8 degli 11 vaccini che impiega il programma nazionale di immunizzazzione contro 13 malattie sono di produzione nazionale. Inoltre tutti i dati, sui prodotti e sulla loro sperimentazione, sono resi pubblici in internet”.
Una delle ragioni che hanno permesso di portare avanti un programma nazionale di immunizzazione con tempi più lunghi rispetto a vaccini già sperimentati all’estero è stata la relativa bassa incidenza del Covid-19 nell’isola. Grazie ad un efficiente sistema di salute pubblica, fino alla fine dell’anno scorso venivano registrati un totale di circa 150 decessi per coronavirus e in varie provincie dell’isola il contagio era stato praticamente azzerato.
La situazione è pericolosamente cambiata nelle ultime settimane con l’apertura al turismo, specie dei cubanoamericani, molti dei quali giunti nell’isola non hanno rispettato le regole di sicurezza nei confronti dei familiari. Così nell’ultima settimana i contagi sono cresciuti in modo preoccupante, superando 500 casi al giorno e rendendo più difficile il controllo dei focolai. Anche le morti sono in crescita con un bilancio che si avvicina a un totale complessivo di 200 vittime. All’Avana, come in altre provincie sono riprese misure di contenimento, restrizione del traffico e dei movimenti dei cittadini, chiusure delle scuole. Per questa ragione le autorità sanitarie hanno deciso di usare un altro prodotto innovativo cubano, il Nasalferón, una versione nasale del Interferón alfa 2-b che ha dimostrato “un’alta efficacia preventiva nella lotta contro il Covid-19”. Ai turisti e ai familiari o conviventi verranno applicate queste gocce nasali.
*(Roberto Livi da Il Manifesto)

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