20 12 19 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ ESTERO ED ALTRE DAL MONDO

01 – Schirò (Pd) – Brexit e sicurezza sociale: gli effetti devastanti di un “no deal”.
02 – La Marca (Pd): soddisfazione per il nuovo accordo di mobilità giovanile tra Canada -Italia
03 – USA / di Bhaskar Sunkara. Qualcosa non va nella squadra di Joe Biden
04 – La plastica nella placenta e Karl Marx. Ambiente. C’è chi ha dato la colpa del Coronavirus ai pangolini: siamo bravi a non vedere più in là del nostro naso, ce lo ha insegnato il migliore dei maestri, il capitalismo stesso.
05 – Un’alleanza per salvare l’Italia, cioè per cambiarla. Persona, lavoro, sociale. Che fare? Rompere gli schemi. Attrezzarci per quella che abbiamo definito una nuova fase della lotta democratica e antifascista.
06 – EUROPA / Il segretario Onu Guterres a Berlino: «È tempo di ridurre le spese militari».
07 – Marina Catucci. Altro record di Trump, la prima volta del boia durante la «transizione»
08 – Francesco Pallante – Governo, regioni e sistema di voto: gli squilibri sono tre. Tre nodi costituzionali vengono, in queste ore, al pettine, intrecciandosi pericolosamente l’uno all’altro.


01 – SCHIRÒ (PD) – BREXIT E SICUREZZA SOCIALE: GLI EFFETTI DEVASTANTI DI UN “NO DEAL, ” 15 dicembre 2020. E’ INCONCEPIBILE E INGIUSTIFICABILE CHE AL TERMINE ORAMAI DEL PERIODO DI TRANSIZIONE – DAL 1° FEBBRAIO AL 31 DICEMBRE 2020 – DURANTE IL QUALE IL DIRITTO DELL’UNIONE IN MATERIA DI SICUREZZA SOCIALE HA CONTINUATO AD ESSERE APPLICATO AL REGNO UNITO (GRAZIE ALL’ACCORDO DI RECESSO), NON SIA STATO ANCORA RAGGIUNTO UN ACCORDO PER SALVAGUARDARE IL SISTEMA DI COORDINAMENTO DEI REGIMI DI SICUREZZA SOCIALE CON L’ADOZIONE DI ACCORDI E DI MISURE ATTI A TUTELARE, SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITÀ, I DIRITTI ACQUISITI E SOPRATTUTTO FUTURI DEI CITTADINI DELL’UNIONE EUROPEA A 27 E DAI CITTADINI DEL REGNO UNITO.
Queste incomprensibili e – in termini di tutela dei diritti – potenzialmente devastanti inerzia e incapacità vedono corresponsabili il Regno Unito, l’Unione Europea ma anche l’Italia. Devastante è l’ammissione dello stesso Istituto previdenziale italiano (Inps) che in una circolare emanata quest’anno ha candidamente dichiarato che in assenza di un quadro giuridico certo di riferimento ad oggi non è possibile fornire istruzioni relative al periodo successivo al 31 dicembre 2020.
L’effetto di un “no deal” sarà quello di rendere inapplicabili al Regno Unito, per il futuro, i regolamenti (CE) n. 883/2004 e n. 987/2009 di sicurezza sociale. Ciò significa che non saranno più garantiti i benefici di sicurezza sociale (per i lavoratori ovviamente che si sposteranno tra l’Unione europea, l’Italia e il Regno Unito) in relazione a situazioni che si verificheranno a partire al 1° gennaio 2021 in materia di prestazioni pensionistiche, familiari, di disoccupazione, malattia, maternità e paternità, legislazione applicabile, distacchi di lavoratori all’estero, recuperi di contributi e prestazioni indebite, pensionistiche e non pensionistiche, e indicazioni sulle modalità degli scambi di informazioni tra Istituzioni. Diritti attualmente garantiti dai vari regolamenti comunitari di sicurezza sociale.
Potranno quindi, con molta probabilità, essere disattesi, nei futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea (Italia) alcuni principi sociali fondamentali che hanno sempre tutelato la libera circolazione e i diritti dei lavoratori, come la parità di trattamento, la non discriminazione, l’esportabilità delle prestazioni, la totalizzazione dei contributi versati, etc.
Auspico perciò che nei colloqui attualmente in corso per evitare un “no deal” tra Regno Unito e Unione europea e per verificare le possibilità di un accordo prima della scadenza del 31 dicembre (speriamo prorogabile) non ci si concentri quasi esclusivamente su temi (senz’altro importanti sia ben chiaro) relativi al commercio, al mercato, alla pesca, all’energia, ai trasporti, ma si valuti bensì con attenzione l’impatto che un “no deal” avrebbe sulle norme di coordinamento dei sistemi nazionali di sicurezza sociale che si sono finora iscritte nell’ambito della libera circolazione delle persone e hanno contribuito al miglioramento del livello di vita e delle condizioni d’occupazione dei nostri lavoratori, pensionati e delle loro famiglie.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 00186 ROMA
Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it

02 – LA MARCA (PD): SODDISFAZIONE PER IL NUOVO ACCORDO DI MOBILITÀ GIOVANILE TRA CANADA-ITALIA – 15 DICEMBRE 2020. “SALUTO CON SINCERA SODDISFAZIONE IL NUOVO ACCORDO BILATERALE TRA ITALIA E CANADA DI MOBILITÀ GIOVANILE, FIRMATO IL 10 DICEMBRE DALL’ON. MARCO MENDICINO, MINISTRO DELL’IMMIGRAZIONE, DEI RIFUGIATI E DELLA CITTADINANZA, E L’ON. LUIGI DI MAIO, MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI.
L’accordo, che rinnova quello precedente del 2006, per essere operativo, dovrà prima essere perfezionato dai rispettivi ministeri e poi essere ratificato dai parlamenti di ciascuno dei due Paesi. Ringrazio, in particolare, l’Ambasciatore Claudio Taffuri si è molto adoperato per giungere a questa positiva soluzione.

In questo modo si facilitano le esperienze di lavoro dei giovani di entrambi i Paesi che ora possono fare domanda per due cicli annuali, per un totale di 24 mesi, e usufruire di due programmi ulteriori: cooperazione internazionale e giovani professionisti.
In questo momento di freno della mobilità, il rinnovo dell’accordo bilaterale è un messaggio di speranza per il futuro, che speriamo possa al più presto restituire a tutti, soprattutto ai giovani in cerca di esperienze di lavoro e di qualificazione professionale, la possibilità di riprendere agevolmente i contatti e di cogliere le possibilità di miglioramento.
Questo è particolarmente vero per realtà come il Canada, dove risiede oltre un milione e mezzo di oriundi italiani con rapporti ancora vivi con il Paese di origine, e l’Italia, che ha sempre visto nel Canada un approdo di lavoro e un partner privilegiato per i suoi rapporti internazionali.
Mi auguro che anche nella successiva definizione del numero degli ammessi si tenga conto di questo importante retroterra.
La mia soddisfazione è legata anche al fatto di vedere che le sollecitazioni per il rinnovo dell’accordo, che dal 2014 in poi ho fatto periodicamente sia in sede parlamentare che direttamente ai rappresentanti diplomatici canadesi a Roma e italiani a Ottawa, abbiano raggiunto il loro obiettivo.
Il mio impegno, ora, sarà rivolto a fare in modo che la ratifica avvenga nel più breve tempo possibile, in modo che i giovani di entrambi i Paesi possano cogliere concretamente questa opportunità”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America – Ufficio/Office: – Roma, Piazza Campo Marzio, 42 – Tel – (+39) 06 67 60 57 03 – Email – lamarca_f@camera.it

03 – USA / DI BHASKAR SUNKARA .QUALCOSA NON VA NELLA SQUADRA DI JOE BIDEN. IL FUTURO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI JOE BIDEN HA EREDITATO UN PAESE ALLO SBANDO, IN CUI LA PANDEMIA HA UCCISO PIÙ DI 310MILA PERSONE.
Il mese scorso 853mila statunitensi hanno presentato la domanda di disoccupazione e i commercianti denunciano un’impennata dei furti di prodotti alimentari e latte in polvere. Se Biden ha una risposta a questo, ci piacerebbe sentirla.
Invece la squadra del presidente e i mezzi d’informazione si sono concentrati su un altro aspetto della nuova amministrazione: la sua varietà etnica e di genere. Di recente Biden ha presentato gli alti funzionari della Casa Bianca che nelle sue intenzioni dovrebbero portare il paese fuori dalla crisi ma, invece di ricevere informazioni su cosa faranno concretamente per migliorare la vita delle persone, abbiamo sentito parlare solo delle loro “esperienze di vita”.
È cominciato con Antony Blinken, nominato da Biden segretario di stato. Blinken è un maschio bianco che ha appoggiato la guerra in Iraq e ha convinto Biden a fare la stessa cosa.
Ha fondato una “società di consulenza strategica” che lavora con i sistemi di difesa di mezzo mondo.
Non c’è da essere entusiasti. Un attimo, però. Come si legge in un articolo recente, “Antony Blinken ha due bambini piccoli, e questa è una buona notizia per tutti i padri”. Forse non è una buona notizia per i padri che vivono in Medio Oriente, ma almeno avremo “un papà rockettaro al dipartimento di stato”.
Altri futuri funzionari dell’amministrazione Biden appartengono a gruppi storicamente oppressi. Il problema è che gli annunci delle loro nomine sembrano seguire tutti lo stesso copione: privilegiare l’identità etnica a scapito della politica. I progressisti, per esempio, sostengono da tempo che George W. Bush non avrebbe dovuto creare il dipartimento della sicurezza interna. Ma perché abolirlo, se lo si può affidare a una persona appartenente a una minoranza?
Quando i collaboratori di Biden hanno annunciato che Alejandro Mayorkas era stato scelto per questo incarico, sono andati dritti al punto: anziché spiegare i loro piani per rimediare agli orrori della politica di Trump sull’immigrazione, ci hanno ricordato che “Mayorkas sarà il primo ispanico e immigrato a guidare il dipartimento”.
Un minuto dopo è arrivata la notizia che Avril Haines sarà la prima donna a dirigere l’intelligence nazionale. Haines è stata vicedirettrice della Cia ed è tra i responsabili del programma dei droni dell’era Obama.
Ma naturalmente l’aspetto rilevante è che “è proprietaria di una libreria ed è attiva nella comunità”. Il 30 novembre Politico ha rivelato che il Congressional black caucus (Cbc), un gruppo di deputati neri, stava facendo pressione a Biden. Voleva un segretario della difesa nero. L’8 dicembre Biden ha scelto Lloyd Austin, un afroamericano che è stato nell’esercito per 41 anni. La nomina ha allarmato tutti quelli che temono il declino del controllo civile sull’esercito. Altrettanto allarmante è il fatto che solo l’anno scorso Austin ha guadagnato più di 350mila dollari perché siede nel consiglio direttivo della Raytheon, un’azienda che lavora per l’esercito statunitense. Non è chiaro cosa ne pensi il Cbc.
L’unica cosa che gli interessa sembra essere da quale comunità viene Austin.
In molti hanno celebrato la scelta di Biden di creare uno staff della comunicazione composto unicamente da donne, insieme alla nomina di Neera Tanden come responsabile del budget.
Certo, Tanden è di origini asiatiche, ma ha anche sostenuto i tagli alla previdenza sociale e ha sostenuto che bisognava usare il petrolio libico per finanziare i bombardamenti in quel paese.
Alcune scelte sembrano migliori di altre. La nuova segretaria del tesoro, Janet Yellen, è un’economista di centrosinistra e rappresenta comunque un miglioramento rispetto alle scelte di Obama.
Al di là delle scelte, mi preoccupa il modo in cui sono state annunciate. I democratici continuano la loro trasformazione da partito del new deal di Franklin Delano Roosevelt e della ridistribuzione economica a partito della diversità e delle pose culturali. Le minoranze etniche, le donne e la comunità lgbt faranno meglio ad accontentarsi di quello che vedono, perché non otterrano nient’altro. Pensate se uno dei sostenitori di Biden dicesse a un bianco appena licenziato di non preoccuparsi, perché un esponente “della sua comunità” farà parte dell’amministrazione. Sarebbe ridicolo. È un trucco tipico delle pubbliche relazioni, simile a quelli messi in atto di recente dalle multinazionali. Questa attenzione superficiale alla sfera personale non solo è irrilevante, ma ci distrae dalla semplicità delle proposte per contrastare la crisi che ha colpito i lavoratori e i poveri statunitensi, dall’assistenza sanitaria al sistema educativo, dai salari agli impieghi pubblici. Invece di sostenere le masse impoverite con un forte stato sociale, i leader democratici continuano a propinare questo ritornello sulla diversità.

Nota.
BHASKAR SUNKARA è il direttore della rivista statunitense Jacobin. Collabora con In These Times e The Nation. Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

04 – LA PLASTICA NELLA PLACENTA E KARL MARX. AMBIENTE. C’È CHI HA DATO LA COLPA DEL CORONAVIRUS AI PANGOLINI: SIAMO BRAVI A NON VEDERE PIÙ IN LÀ DEL NOSTRO NASO, CE LO HA INSEGNATO IL MIGLIORE DEI MAESTRI, IL CAPITALISMO STESSO, di Michelangelo Pistoletto
Le placente umane – anche le placente umane – contengono plastica. Non come un bicchiere contiene il succo d’arancia, no. Piuttosto come il succo d’arancia contiene le vitamine. Ma è un paragone sbagliato, fuorviante. Perché le vitamine ci fanno bene. Anche Antonio Ragusa, primo autore dello studio e direttore di Ostetricia e ginecologia al Fatebenefratelli di Roma, l’ospedale che insieme al Politecnico delle Marche ha condotto la ricerca, ha provato con un paragone: «È come avere un bimbo cyborg, non più composto solo da cellule umane, ma misto tra entità biologica e entità inorganiche».
Solo che i cyborg sono personaggi della fantascienza, e sono fichissimi. Invece l’idea che un bambino venga nutrito da residui di plastica di bottiglie, smalti per unghie o tracce di cosmetici è spaventosa. Eppure non ci siamo spaventati. Telegiornali e quotidiani non l’hanno data con i toni apocalittici che usano quando falliscono le banche o crollano le borse. Invece dovrebbe farci molta paura. Nessuno sa a che livello di profondità e complessità quelle particelle interferiranno con gli organismi delle prossime generazioni. Se un’indagine si fa su 6 donne e su tutte e 6 si trovano riscontri, allora è molto probabile (e infatti ci sono già altri studi a dimostrarlo) che quelle microplastiche siano in tutti noi: anche nei bambini in età scolare, nelle donne non gravide, negli uomini. Non siamo cyborg, ma, e con una potenzialità molto più alta della norma, malati oncologici, leucemici, adulti sterili, e non si sa – non si sa – cos’altro.

Tuttavia c’è una riflessione che dovrebbe spaventarci ancora di più. Ed è quella su quanto lontano ci siamo spinti, quanto lontano (da noi stessi e dai nostri interessi di specie vivente) ci ha spinto un sistema orientato eminentemente al mercato, al profitto. Il capitalismo ha iniziato presto a sfoggiare con tracotanza i suoi stessi difetti, il carrozzone di diritti negati, disuguaglianze e iniquità del quale è alla guida. Ma dato che toccava sempre a “qualcuno altro” rispetto alle classi più protette e i cui diritti erano invece garantiti nessuno ha intralciato il cammino del carrozzone.

Qualche correzione, certo, è stata messa in atto, qualche grande conquista è stata raggiunta. Ma non si aveva mai la chiara esplicitazione della lotta che le persone dovevano condurre contro il capitalismo. La giornata lavorativa di 8 ore anziché le 16 di inizio rivoluzione industriale, ad esempio, così come tutti i diritti dei lavoratori che nel tempo sono stati messi nero su bianco, non viene spiegata nelle scuole come una vittoria dei cittadini contro il capitalismo, ma come una conquista a favore dei diritti dei lavoratori.

In ogni caso, la narrazione dice che se il capitalismo fa danni li fa “a casa sua” ovvero nei luoghi di lavoro e nei mercati. E gli altri danni? Chi inquina i nostri fiumi e i nostri mari? Chi rende irrespirabile l’aria delle città? Chi consente di costruire edifici che certamente crolleranno causando altrettanto prevedibili morti? Chi sotterra rifiuti tossici in aree agricole? Chi – a monte – consente produzioni tossiche? Chi sversa metalli pesanti in mare? Chi smaltisce illegalmente plastica che si disperderà nell’ambiente? Chi non si pone il problema della contaminazione da packaging del cibo messo in commercio? Chi non rispetta il principio di precauzione quando si tratta di immettere nel sistema vivente una nuova sostanza?

Di volta in volta si trovano locuzioni tranquillizzanti o colpevoli singoli, ma il capitalismo non viene indicato come responsabile: invece sono tutte vittorie del Capitalismo contro l’Umanità. Sulla responsabilità della plastica nei feti, qualcuno proverà a darla alle donne della ricerca pubblicata da Environment International, e d’altronde c’è chi ha dato la colpa del Coronavirus ai pangolini: siamo bravi a non vedere più in là del nostro naso, ce lo ha insegnato il migliore dei maestri, il capitalismo stesso.

Eppure qualcuno aveva visto il danno già molto tempo fa: «Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza ecc – tutto divenne commercio». Era il 1847. Era Karl Marx. Se politica, ricerca e impresa sanno ancora fare il proprio mestiere, non possono che ripartire da lì.


05 – UN’ALLEANZA PER SALVARE L’ITALIA, CIOÈ PER CAMBIARLA. PERSONA, LAVORO, SOCIALE. CHE FARE? ROMPERE GLI SCHEMI. ATTREZZARCI PER QUELLA CHE ABBIAMO DEFINITO UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DEMOCRATICA E ANTIFASCISTA. Per questo l’Anpi ha avanzato la proposta di un’alleanza “per la persona, il lavoro, la socialità” per salvare l’Italia, cioè per cambiarla, di Gianfranco Pagliarulo
E ci si trova – per dirla con Gramsci – nella situazione in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Intendiamoci: la linfa del nuovo, se nuovo si può chiamare, c’è e scorre nella società come un fiume carsico; penso al personale di tanti ospedali; ad un volontariato diffusissimo e silenzioso; ad una parte consistente della popolazione italiana con intatte radici di convinzioni democratiche; alle buone pratiche di tante istituzioni. Ma questa Italia quotidiana migliore è spaesata e frantumata. Va a lei consegnata una speranza e una responsabilità. Quella linfa va messa a valore.
L’impressione è di vivere una sorta di anacronismo generalizzato, in cui ciò che è, appare largamente inadeguato alle durissime repliche della realtà, e il cosiddetto modello di sviluppo presentatoci per trent’anni come unico e immarcescibile si rivela, gratta gratta, una trappola mortale. Il punto grave è che lo si sta già riproponendo.

Il tutto avviene quando ogni giorno, come in una nuova, straniante normalità, sgraniamo il rosario di centinaia e centinaia di nuovi decessi, attoniti davanti a una catastrofe nostra e mondiale, insomma dell’umana gente, quando cambia tutto, dal lavoro ai rapporti sociali alla stessa percezione della realtà. Mentre sono colpite le fondamenta culturali dello stare insieme e muta il comune sentire, nel ventre della società crescono due fenomeni conflittuali: l’odio/rancore, la solidarietà/prossimità.

Si vive sul bilico di una instabilità strutturale di un sistema politico, economico e sociale che passa dalla rottura dei meccanismi di rappresentanza e giunge al calo di credibilità delle istituzioni. Il pericolo – non l’unico – è il sorgere di fenomeni di cesarismo, dove una personalità emerge proponendosi come arbitro e risolutore dell’impasse. Ciò è evocato dalla richiesta dell’uomo forte, che essenzialmente rappresenta la domanda di sicurezza a scapito di libertà e diritti.

Che fare? Rompere gli schemi. Attrezzarci per quella che abbiamo definito una nuova fase della lotta democratica e antifascista. Per questo l’Anpi ha avanzato la proposta di un’alleanza “per la persona, il lavoro, la socialità” per salvare l’Italia, cioè per cambiarla. Un’alleanza rivolta ai mondi del volontariato, associazionismo, cooperazione, cultura, informazione, scienza, arte, al mondo del lavoro in generale con una speciale attenzione alle giovani generazioni. In altre parole, tutto ciò che di democratico e civile si organizza nella società, un tessuto fittissimo, ma sfilacciato. Eppure questo tessuto è oggi una vera riserva della Repubblica.

Siamo partiti da un incontro nazionale: presenti i tre sindacati, Libera, Acli, Sardine, associazioni partigiane, associazioni a difesa della Costituzione come il Coordinamento per la democrazia costituzionale, Prc, Pd, Art.1, M5S. Abbiamo articolato i temi della proposta, sottolineando la consonanza con tanti segnali, a cominciare da diverse posizioni di Papa Bergoglio. Abbiamo specificato che non si tratta di dar vita a un cartello di sigle e che l’obiettivo non è definire piattaforme rivendicative, ma avanzare indirizzi, sottolineare priorità, imporre valori.

È seguito un dibattito ampio, con un’adesione unanime ed una comune spinta a ripartire dai territori creando un movimento nuovo nella società, nella cultura e nella politica, fondato sull’unità e l’unitarietà di tutte le energie in campo.
Stiamo lavorando ad un appello da lanciare nel Paese. Obiettivo: una sinergia che contrasti la patologia delle diseguaglianze, sostenga il valore e la dignità della persona umana e il lavoro, la tutela della salute come diritto fondamentale, la centralità della scuola e della formazione, la reale libertà di informazione. Ed ancora, i valori della pace e dei diritti umani, il freno alla corsa alla produzione di armamenti, l’impegno per la difesa dell’ambiente e contro il riscaldamento globale, un sano europeismo, il rilancio della legalità democratica.

Su questi temi nei giorni scorsi si sono incontrati i dirigenti provinciali Anpi di tutta l’Italia condividendo l’orientamento ed arricchendolo di idee e di proposte. La sfida che vede ora protagoniste tutte le forze che si sono incontrate a Roma è davvero ardua. Ci sarà da approfondire il metodo, da individuare contenuti, da programmare iniziative, da promuovere esperienze. Ci sarà da curare le relazioni mettendo a valore ciò che ci unisce – a cominciare dalla consapevolezza antifascista – e trascurando nel lavoro unitario ciò che ci fa legittimamente diversi.

Abbiamo una bussola ed un’esperienza simbolica. La bussola è la Costituzione, la cui realizzazione dovrà essere il riferimento dell’azione comune. L’esperienza simbolica è la radice del nostro esistere. 75 anni fa un esercito male armato e peggio equipaggiato, forte di un appoggio diffuso della popolazione, sconfisse la Wehrmacht. Erano i partigiani. Ed anche allora, in un contesto così speciale, si saldarono forze diverse. Non è un paragone, sia chiaro. Ma senz’altro è uno sprone. Ecco, ritrovare questa voce comune nel momento più difficile è la sfida della tremenda modernità che stiamo vivendo.
*Presidente nazionale Anpi

06– EUROPA / IL SEGRETARIO ONU GUTERRES A BERLINO: «È TEMPO DI RIDURRE LE SPESE MILITARI». GERMANIA. VENTIQUATTRO ORE PRIMA DEL DISCORSO AL BUNDESTAG PER CELEBRARE I 75 ANNI DELLE NAZIONI UNITE, LE PAROLE DIROMPENTI DEL SEGRETARIO GENERALE, MENTRE NELLA GROKO INFURIA IL DIBATTITO SUI DRONI ARMATI, di Sebastiano Canetta
«Meno spese per gli armamenti, più investimenti per le emergenze sanitarie e umanitarie». Così Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu ieri in conferenza stampa a Berlino ospite del ministro degli Esteri Heiko Maas. Assicurando di non volere entrare in alcun modo nel «dibattito interno della Nato» (che pretende dalla ministra della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer, il versamento dell’equivalente del 2% del Pil tedesco per l’alleanza militare) e tantomeno nella discussione politica dentro la Grande coalizione, più che infiammata dal rifiuto della Spd di dotare la Luftwaffe dei droni armati ordinati nel 2010 all’industria aerospaziale israeliana.
Eppure la sue parole – ventiquattro ore prima del discorso al Bundestag per celebrare i 75 anni delle Nazioni Unite – sono dirompenti quanto basta a guastare il business as usual che la Bundesrepublik, al pari degli altri Stati dell’Onu, non ha la minima intenzione di riformare veramente.
Da tre giorni nella Germania guidata dalla cancelliera “amica dei profughi” Angela Merkel sono ricominciate le deportazioni dei migranti in Afghanistan, spacciate ufficialmente per «rimpatri» in un «Paese sicuro» nonostante i bollettini di guerra quotidiani e le severe restrizioni di movimento causa Covid-19 che, a quanto pare, riguardano esclusivamente i tedeschi.
Mentre l’economia, in formato bellico e non, ha ripreso a volare quasi come prima come ha certificato ieri l’Istituto federale di statistica con cifre inequivocabili: gli ordini dell’industria locale sono cresciuti dell’1,5% su base mensile (dato di ottobre) con l’aumento dell’1,8% della domanda interna e dell’1,2% sul mercato estero. Significa che rispetto a febbraio (ultimo rilevamento pre-pandemia) l’incremento si è consolidato a quota 2,3%, con buona pace delle catastrofiche previsioni della scorsa primavera.
La Locomotiva d’Europa, insomma, ha ricominciato a sbuffare su tutti i binari, anche e soprattutto grazie ai quasi 18 miliardi di euro al mese che il governo Merkel elargisce per sostenere il made in Germany infettato dal Coronavirus. Non esattamente la priorità «per venire incontro ai bisogni che il mondo sta affrontando oggi, con la crisi sanitaria e le nuove emergenze provocate dal cambiamento climatico e dai conflitti, insieme alle minori risorse stanziate per le operazioni umanitarie, che rendono la situazione già abbastanza difficile da gestire per l’Onu» auspicata da Guterres.
A cui ieri il settimanale Die Zeit ha chiesto conto della sua proposta di cessate il fuoco globale durante la pandemia, che non ha funzionato. «Lo stop alle armi in Libia, Siria e Ucraina sta più o meno tenendo, così come nel Nagorno-Karabach, ma non in Afghanistan. Si tratta di fatti da non sottovalutare, anche se non possiamo essere soddisfatti. Il Consiglio di sicurezza non funziona sotto diversi aspetti e la ragione è molto semplice: il rapporto fra le grandi potenze non è mai stato così divisivo come oggi. Lo vediamo nel deterioramento delle relazioni tra Usa e Cina e tra Usa e Russia. Di conseguenza, le potenze di medie dimensioni operano in varie parti del mondo con la prospettiva dell’impunità e di diventare lo spoiler delle crisi. Guardate alla Libia: lì vari “giocatori” intervengono attivamente inviando armi oppure mercenari».

07 – Marina Catucci. ALTRO RECORD DI TRUMP, LA PRIMA VOLTA DEL BOIA DURANTE LA «TRANSIZIONE» L’AMMINISTRAZIONE TRUMP HA EFFETTUATO LA DECIMA ESECUZIONE FEDERALE DELL’ANNO E LE PRIME DUE, IN 130 ANNI DI STORIA, DURANTE IL PERIODO DI TRANSIZIONE, MANDANDO A MORTE BRANDON BERNARD, E ALFRED BOURGEOIS, ENTRAMBI AFROAMERICANI.
Altre quattro esecuzioni federali sono previste nelle settimane prima dell’insediamento del presidente eletto Joe Biden. Brandon, un membro di una banda di strada del Texas, era stato condannato più di 20 anni fa per il ruolo giocato negli omicidi di una coppia di religiosi dell’Iowa. Molti personaggi famosi statunitensi, tra cui Kim Kardashian West e avvocati di alto profilo, avevano chiesto, inutilmente, la grazia in un appello alla Corte Suprema; gli avvocati di Bernard hanno sostenuto fino alla fine che l’accusa aveva agito incostituzionalmente negando prove che avrebbero portato i giurati a non condannarlo all’ergastolo.
Meno di 24 ore dopo l’esecuzione in Bernard è stata la volta di Bourgeois, 56 anni, condannato per aver torturato la figlia di 2 anni fino a picchiarla a morte. Durante lo scorso luglio Trump ha ripreso le esecuzioni federali che non si tenevano da 17 anni, questo ritorno ha incluso l’esecuzione dell’unico nativo americano nel braccio della morte, andando contro i desideri della sua tribù, e l’esecuzione, prevista per il mese prossimo, della prima donna detenuta, in quasi 70 anni.

08 – Francesco Pallante. GOVERNO, REGIONI E SISTEMA DI VOTO: GLI SQUILIBRI SONO TRE.
TRE NODI COSTITUZIONALI VENGONO, IN QUESTE ORE, AL PETTINE, INTRECCIANDOSI PERICOLOSAMENTE L’UNO ALL’ALTRO. IL PRIMO NODO È RAPPRESENTATO DALLA VERTICALIZZAZIONE DELLA FORMA DI GOVERNO E, AL SUO INTERNO, DEL POTERE ESECUTIVO.
Sempre più, nell’ultimo quarto di secolo, il governo è andato identificandosi nella figura del presidente del Consiglio, alimentando una distorsione del sistema parlamentare arrivata a tollerare il nome del candidato premier nei simboli elettorali.
COME SE FOSSIMO IN UN REGIME PRESIDENZIALE.
Dal Silvio Berlusconi «unto del Signore» del 1994 al Giuseppe Conte «avvocato del popolo» del 2018 la parola d’ordine è sempre la stessa: «Direttismo», il modo in cui Giovanni Sartori aveva (criticamente) definito l’attitudine dei leader a costruire una relazione personale e diretta con il corpo elettorale.
Una delle più evidenti conseguenze della centralità assunta non solo dal governo, ma soprattutto dalla sua figura di vertice è l’incremento delle funzioni, e conseguentemente degli apparati, di palazzo Chigi (ed è curioso notare come la polemica sui costi della politica, tanto inesorabile quando si tratta dei bilanci parlamentari, mai abbia investito la presidenza del Consiglio).
Non è una questione di numeri, anche se i 750 consulenti del premier, censiti da alcune inchieste giornalistiche, impressionano. È una questione di competenze sottratte ai ministeri e attribuite alla presidenza del Consiglio: dal commissariamento, di fatto, degli uffici legislativi ministeriali da parte del dipartimento affari giuridici e legislativi di palazzo Chigi sino all’apice – inaudito nella sua sfrontatezza – della ventilata attribuzione a sei «supermanager» dipendenti dal presidente Conte del cruciale compito di gestire il Recovery Fund.
IL SECONDO NODO consiste nella configurazione dei rapporti Stato-regioni secondo la logica della sussidiarietà: un principio in base al quale la legittimazione all’azione politica ascende dal basso verso l’alto, a sancire la primazia delle regioni sullo Stato. Da qui sembra scaturire il pregiudizio politico favorevole di cui gli enti territoriali godono nei confronti dell’amministrazione centrale: un pregiudizio tale per cui le regioni possono sempre rivendicare le proprie competenze come originarie, scaricando sullo Stato l’onere di fornire la prova della propria legittimazione ad agire.
Non si spiega altrimenti come, nonostante i ripetuti fallimenti nel contenimento della pandemia, le regioni possano persistere nell’assunzione di atteggiamenti arroganti, contraddittori e irresponsabili senza patire conseguenze: nemmeno la revoca in dubbio dei progetti di autonomia differenziata (che, anzi, starebbero per ricevere un’accelerazione). È davvero impossibile immaginare un regionalismo in cui non vi sia spazio – valga un solo esempio – per un presidente di regione che apertamente incita a violare la normativa statale?
IL TERZO NODO deriva dall’aver ridotto il numero dei parlamentari senza aver prima modificato la legge elettorale, ingenuamente confidando nella successiva spontanea convergenza delle forze politiche verso un sistema proporzionale. Com’era prevedibile, gli interessi politici immediati e contingenti hanno rapidamente preso il sopravvento sulle nobili intenzioni di lungo periodo, riducendo la discussione sulla più importante delle leggi – quella da cui dipende la formazione della rappresentanza parlamentare – a calcoli spicci di convenienza partitica. Risultato: il Rosatellum è rimasto saldo al suo posto e, in caso di elezioni anticipate, sarà la legge con cui andremo a votare.
Tenuto conto che la destra unita sfiora oggi il 50 per cento dei consensi e che, al momento, un’alleanza tra Pd e M5S è quantomeno incerta, cosa questo potrebbe significare è presto detto: alla quasi totalità dei 147 collegi della camera attribuiti con il maggioritario, la destra potrebbe sommare almeno la metà dei restanti 245 collegi assegnati con il proporzionale (8 sono riservati agli italiani all’estero). Il totale arriva sulla soglia dei due terzi con cui si può modificare la Costituzione senza che sia poi possibile richiedere il referendum oppositivo. Al senato, con soglie di sbarramento implicite più elevate, per la destra l’esito sarebbe ancora più favorevole.
Aggrovigliati l’uno all’altro, i tre nodi rischiano di farsi matassa inestricabile, suscettibile di soffocare la Costituzione. Occorre al più presto avviare un duplice percorso volto a riequilibrare la forma di governo e le relazioni tra lo Stato e le regioni. Nel frattempo, approvare una legge elettorale rigorosamente proporzionale, a collegio unico nazionale e senza soglie di sbarramento (vale a dire una legge che dia a ciascuno il suo, senza favorire o danneggiare nessuno), è un’urgenza non ulteriormente procrastinabile.

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