Tra l’Essere e il non essere e vice versa

Editoriale di Andrea Ermano dall’Avvenire dei Lavoratori (Zurigo)

 

Tra l’Essere e il non essere e vice versa

 

Lungi da me, in questa ripresa autunnale, cercare di emulare gli editoriali dei grandi commentatori sui grandi giornali. Stendo queste righe nello spirito del tipografo Ferrauto di Conversazione in Sicilia, ma senza essere “in preda ad astratti furori”, come Elio Vittorini scrive invece appunto di Ferrauto all’inizio del suo romanzo del 1941. Di esso i letterati parlano come di una critica al fascismo avvolta in una narrazione vagamente onirica, che poi altro non è se non la storia di un incontro con la madre…

 

di Andrea Ermano

 

La letteratura occidentale non lesina precedenti in tema di madri. Il gran padre Omero dipingeva ad esempio l’infantilismo di Achille, eroe quasi invulnerabile, che a ogni difficoltà va a piagnucolare tra le gonne di mamma Teti lamentandosi del terribilissimo Agamennone (su ciò > imperdibile l’interpretazione di Moni Ovadia).

    Ma Omero, nella sua cecità, sa divenire anche profondissimo e visionario; basti pensare alla visitazione effettuata da Ulisse nel regno dei morti, com’è cantata dall’Odissea. Il Re di Itaca, primo grande migrante-naufrago-profugo del Mediterraneo, veleggia fino alla terra dei Cimmeri, remota quant’altre mai, e discende all’Ade, dove l’ombra veggente del cieco Tiresia gli indicherà la via del Ritorno. E, giunto sin qui, avvista – tuffo al cuore – il fantasma di Anticlea, sua madre, spentasi per il dolore della sua troppo lunga assenza. E lui? Lui cerca per ben tre volte di abbracciarla: «E per tre volte essa mi si dileguò tra le braccia come un’ombra, come un sogno».

    Da questa “ombra” e da questo “sogno” omerici discende a cascata una vera e propria ossessione di pensieri piuttosto ponderosi, oggi abbastanza rimossi dal sentire comune, perché già la sola e semplice coscienza dell’esistenza del sogno in quanto sogno adombra un dubbio radicale: il dubbio sull’essere e sul non essere. In effetti noi non sappiamo perché veniamo al mondo, luogo di cui poco conosciamo, provenendo da un non si sa dove. E dopo un po’ ce ne andiamo di nuovo in un non si sa dove. A voler essere onesti, noi non sappiamo né chi che cosase, quindi, siamo.

    Pindaro denunciava in noi “mortali” una doppia irrealtà: «Progenie d’un giorno! Che cos’è qualcuno? Che cos’è nessuno? Sogno di un’ombra l’essere umano». La vita è rêve d’une ombre, francesizza Leopardi: una image sublime che dipinge “tutto il nulla dell’uomo”. Immagine certo “sublime”, quella pindarica, ma anche decisamente superaffollata: “Fantasma di un’ombra” rilancia Eschilo. “Polvere e vana ombra” ribadisce Sofocle. I giorni dell’essere umano «vanno via come l’ombra», attestano i Salmi. Per non parlare di Orazio, secondo il quale siamo pulvis et umbra, così ripreso da un sillogismo medievale: «Siamo polvere e ombra, la polvere non è che fumo; ma il fumo è nulla, quindi noi non siamo nulla». Dopodiché ecco il Petrarca del “sogno lieve” e del “fugacissimo fantasma”, nonché, scendendo per li rami, William Shakespeare: Life is but a walking shadow; giù fino a Calderon de la Barca (La vida es sueño) e a Grillparzer (Il sogno, una vita), senza tacere di Giosuè Carducci: «Contessa, che mai è la vita? / È l’ombra d’un sogno fuggente».

    E ditemi voi se non è ossessione questa.

    Ora, tra l’essere e il non essere c’è il divenire, come sosteneva Hegel, teologo prestato alla filosofia, di cui si celebra proprio in questi giorni il 250esimo dalla nascita. In un celebre passo della Fenomenologia dello Spirito scrive Hegel che secondo il suo discernimento: «tutto dipende dal concepire ed esprimere il vero non soltanto come sostanza, bensì altrettanto come soggetto». Traducendo dal ‘filosofese’ e semplificando molto, io nel segno di una riflessione laica e post-metafisica azzarderei che: per il grande pensatore tedesco stare al mondo non basta, perché il semplice ‘essere’ della sostanza deve inverarsi nel patire e nell’agire, nell’intendere e nel volere, che caratterizzano il soggetto. Ed ecco vorrei proporre qualche considerazione su questo punto. In ciò prenderei le mosse da una vittoria consumatasi proprio in questi mesi di pandemia, una vittoria della cultura politica solidale sulle teorie bellicose dell’emergenza, del rigorismo, della durezza umana eccetera eccetera che hanno imperversato anche in Europa negli ultimi tre decenni e che in questo momento attraversano una ecclissi, per così dire.

 

Vedi alla voce Freddezza emotiva. Troppo facilmente il rigorismo della durezza umana, appellandosi a una qualche emergenza, ha contribuito e contribuisce a creare un clima di generale disumanità, come pur oggi vediamo – e spesso rimuoviamo – in rapporto alla crisi dei rifugiati nel Mediterraneo.

  Ma non dimentichiamolo: fu proprio sotto il segno della freddezza emotiva che ebbe luogo, nella tempesta del XX secolo, un’enorme “modernizzazione dell’orrore”. Peter Sloterdijk ha affrontato questo argomento ricostruendo il tema della “algodicea politica”. Così è designato il nucleo di una perversa ‘razionalizzazione’ cinica del dolore, secondo la quale la sofferenza umana risulta disconosciuta, fraintesa e ‘giustificata’ secondo questo schema elementare: «Revoca di ogni compassione in freddezza puramente contemplante».

    Lo spirito del nazional-sovranismo non nasce oggi, come si vede, ma fu oggetto di critica antifascista radicale già da parte della prima Scuola di Francoforte. Il leitmotiv venne ripreso il dodici settembre 1969 da Habermas in ricordo di Adorno con queste parole: «L’undici settembre Theodor W. Adorno avrebbe compiuto 66 anni. Qualche settimana fa, nel nostro ultimo incontro, raccontò una storia sull’inimitabile talento di Chaplin. Era accaduta durante una festa tenutasi a Hollywood dopo la guerra in onore del co-protagonista de “I migliori anni della nostra vita”, un reduce che aveva perso entrambi gli arti superiori. Adorno, unico ignaro di ciò, tese la mano all’eroe festeggiato per subito ritrarsi non senza qualche sussulto nell’intercettare, in luogo dell’arto, l’artiglio metallico della protesi fissata all’avambraccio. Chaplin allora reagì fulmineamente, traducendo in pantomima il gran spavento di Adorno e il suo disperato tentativo dissimulatorio. Questa, dedicata a Chaplin, è naturalmente una storia su Adorno. Che chiamò freddezza il principio della soggettività borghese senza cui Auschwitz non sarebbe stata possibile».

  La fredda soggettività borghese senza cui Auschwitz non sarebbe stata possibile… Una spinta supplementare fu impressa alla tempesta del XX secolo dallo spirito della tecnica nella “modernizzazione dell’orrore” in epoca weimariana. Annota Walter Benjamin nel testo Sul planetarium (1928): «Masse umane, gas, forze elettriche vennero lanciate in campo aperto, correnti ad alta frequenza traversarono il paesaggio, nuove stelle esplosero in cielo, lo spazio aereo e la profondità dei mari mugghiarono di propulsori, e in ogni dove, nella Madre Terra, si scavarono cunicoli sacrificali. Questo gran corteggiamento del cosmo trovò per la prima volta compimento su scala planetaria: nello spirito della tecnica». E nella Tesi VIII Sul concetto di storia (1940), Benjamin incalza così: «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato d’eccezione in cui viviamo è la regola. Dobbiamo arrivare a un concetto di storia corrispondente a questo status.»

 

Vedi alla voce Storia. Quale sia il concetto di storia che dovremmo formarci in corrispondenza di questo stato d’eccezione permanente è annunciato nella Tesi IX: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi è raffigurato un angelo che sembra sul punto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la sua bocca è aperta, le sue ali sono distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di eventi, egli vede un’unica catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le scaglia davanti ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma dal Paradiso spira una tempesta che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge incessantemente verso il futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine davanti a lui cresce fino al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.»

    Il “normale” stato d’eccezione della Storia consiste, dunque, in una tempesta di progresso tecnico privo di progresso umano. Se ci chiediamo ora come si chiama il ‘Sovrano’ che decide sulla predetta eccezione, sovviene l’immagine di un archetipo barocco e tempestoso insito al concetto di storia, quale si trova nel Macbeth di Shakespeare:

 

«Un’ombra che cammina, un povero commediante

che si pavoneggia e si aggira sulla scena del mondo

per la sua ora e poi non se ne parla più; una favola

raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore,

che non significa nulla».

 

Ogni riferimento alla campagna elettorale statunitense è puramente casuale. Ma ecco una variazione sul tema, in presa diretta, nell’emergenza globale Covid-19. Ce la fornisce il filosofo e psicoanalista Slavoj Žižek: «L’essere umano è molto meno sovrano di quanto egli pensi. Differisce quel che gli si afferisce. Parla e non sa quel che dice. Appare. E prima o poi scompare dalla superficie terrestre. Questo deve riuscire a sopportare senza impazzire.» E qui sorge spontanea una domanda: che cosa dobbiamo fare affinché la nostra coesistenza futura rimanga umana?

 

Vedi alla voce Umanità. L’essere si vela e si svela nella storia, afferma Heidegger. Ma nella fase storica presente l’umanità si svela essere, senza dubbio, il proprio problema principale. Concordano su questo punto innumerevoli osservatori della situazione mondiale, tra cui la giovane attivista Greta Thunberg, l’economista Jacques Attali, il biologo evoluzionista Jared Diamond, lo storico Yuval Noah Harari, ma anche il 45esimo Vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore, e Francesco, il 266esimo Vescovo di Roma e Papa “preso quasi dalla fine del mondo”, nonché António Guterres, nono Segretario Generale delle Nazioni Unite.

  Ma cosa vuol dire che l’umanità sia diventata il problema principale per se stessa? In breve, ciò significa che noi produciamo più accadimenti di quanti ne possiamo governare. Ma se consideriamo più dappresso la parola “noi”, ci rendiamo conto che in realtà non c’è alcun “noi” nel senso di una umanità capace di governarsi. C’è bensì una “sostanza” esistente, ma non un “soggetto” agente. Circa 7,75 miliardi di persone abitano il pianeta Terra (status novembre 2019) e 195 Stati, come pure una fiumana di istituzioni, fanno parte delle Nazioni Unite. E però tutti questi “soggetti”, ben lungi da costituire un soggetto “noi” (al nominativo), producono eventi piuttosto caotici in una misura tale da esporre a crescente pericolo esistenziale il “noi” in quanto sostanza umana (all’accusativo).

    Quale sia il modo tramite cui la tempesta possa mai acquietarsi in un autogoverno dell’umanità, e dunque in che modo, parafrasando Hegel, la sostanza possa maturare a una soggettività condivisa, capace di autogovernarsi, ciò costituisce per tutti noi il compito politico, cioè cosmopolita, per antonomasia.

    Questa questione fondamentale appare completamente aperta. E se ne parla poco. Eppure, registriamo questa sollecitazione da più parti: bisognerà pur riflettere ai radicali cambiamenti che hanno stravolto l’umanità in brevissimo tempo. Per esempio: dall’isteria ottocentesca al narcisismo e all’ansia contemporanei molti mali e disagi ed effetti distorcenti sulla percezione del Sé confluiscono nell’alienazione che avanza e che pone in evidenza i limiti del capitalismo nella sua fase finanziaria di vero e proprio scatenamento anarchico (iper-populista, antipolitico, sovranista) globale.

    Per concludere, non possiamo che sottolineare qui la nostra adesione alle posizioni rappresentate da Valdo Spini, storico vice segretario del PSI: «Questo compito cosmopolitico è la nostra sfida epocale: affrontare la questione della democrazia nella dimensione sovranazionale e della sovranità condivisa. Una forte ripresa delle culture politiche ci appare per tutto ciò indispensabile».

    Ma allora, con particolare riferimento a chi oggi in Italia si impegna nobilmente per una rinascita della cultura di governo riformista, va detto che occorre assolutamente evitare la tentazione di scambiare il problema del radicamento e della concretezza con l’enfasi “nazionale”. Perché il tema della solidarietà e della pace internazionale è, resta e resterà un punto di riferimento ineludibile per tutti coloro i quali vogliano proporre al nostro Paese “un socialismo dell’avvenire”. (1/2 – Continua)

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