COVID-19: Addio a Luis Sepulveda, un grande latino-americano

Bene, gatto. Ci siamo riusciti – disse sospirando.
Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante – miagolò Zorba.
Ah sì? E cosa ha capito? – chiese l’umano.
Che vola solo chi osa farlo – miagolò Zorba.

—————————————————————

di Davide Turrini (da Il Fatto Quotidiano)

Il vecchio l’accarezzò, ignorando il dolore del piede ferito, e pianse di vergogna, sentendosi indegno, umiliato, in nessun caso vincitore di quella battaglia”. Lo scrittore Luis Sepulveda è morto. Quel maledetto bastardo del Coronavirus se l’è portato via dopo un lungo mese di agonia. Aveva 71 anni, Sepulveda, ed era nato ad Ovalle, nell’ottobre del 1949, in Cile. Figlio di quel Sudamerica che tra gli anni cinquanta e settanta fu un ribollire di utopie socialiste e sogni talvolta realizzati per poco di società egualitarie. Autore sopraffino, capace di un realismo magico dove convivevano in simbiosi George Amado e Ernest Hemingway, Emilio Salgari ed Herman Melville. Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, il suo primo libro, clamoroso successo di pubblico, soprattutto in Italia e nell’Europa mediterranea, è del 1989. Ed è di quei fulmini letterari a ciel sereno che ti lasciano appiccicato con gli occhi alla pagina fino a che il romanzo non finisce. Tra quelle 130 pagine (in Italia edite da Guanda), come dicono tante nonnine, “scritte in grande”, c’è la ricetta perfetta del romanzo evocativo di un’atmosfera e di un’epoca, come di un vibrante anelito supremo ed etico alla convivenza con l’altro da sé.

Sepulveda è già tutto spiegato tra queste pagine che grondano umidità equatoriale e fruscio di foglie della foresta. C’è uno sguardo intenso, essenziale, purissimo verso l’orgoglio e la sofferenza di un continente – il Sudamerica -, verso uno spazio incontaminato e specifico – l’Amazzonia. C’è l’intreccio formale sottile sul confine labilissimo tra umanità e animalità che poi verrà declinato in altre opere meno potenti ma altrettanto importanti. La dentiera avvolta in un fazzoletto tenuto in tasca, Antonio Jose Bolivar Proano è l’unico che può cacciare la femmina di tigrillo che sta mettendo in subbuglio il paesino di El Idilio al confine con l’intricata foresta. Lui ha vissuto per anni con gli indios shuar. E tra loro ha goduto dell’amore per una donna e il disonore della comunità per un errore personale. Antonio racchiude in sé il segreto della natura e il significato della magia della creature che la compongono, ma è anche conscio dell’immensa piccineria dei gringos di fronte al creato.

Debitore di una scabra e allo stesso tempo altisonante descrittività alla Hemingway e Melville, Sepulveda compie il suo miracolo letterario, mostrando la profonda e vibrante lotta dell’uomo con se stesso. L’animale non più nemico, ma simbolico “senso di colpa collettivo di fronte alla natura ferita”. Qualcosa che rimarrà tremendamente attuale nei secoli dei secoli. Il vecchio che leggeva romanzi d’amore rimarrà nelle classifiche dei classici di tutti i tempi. Poi certo Sepulveda tornerà in grande spolvero con La frontiera scomparsa (1994) – ancora un clamoroso simbolismo attorno ad una “frontiera” della felicità scomparsa per l’America Latina – e nel 1995 con Patagonia Express – una moleskine zeppa di intersezioni di viaggio forse più note di quelle di Bruce Chatwin.

Anche se è del 1996 che esce un altro must dello scrittore cileno: Storia di una gabbianella e di in gatto che le insegnò a volare. Una fiaba “animale” dal valore universale senza quella spocchia da forzata doppia lettura umana (ovviamente presente) che molti fallaci epigoni del nostro hanno riprodotto frusti e patetici nei decenni a venire. La morente gabbiana Keghan e quel suo ovetto deposto tra le grinfie del gatto Zorba. La promessa di crescerlo tra mille ritrosie speciste, la dimensione della fiaba che non è mai leggera, la solidarietà e le generosità fatte a parabola del creato, l’uomo inquinatore terribilmente presente, Sepulveda raggiunge forse qui il suo apice comunicativo e simbolico, la sua maggiore densità stilistica e il suo più rarefatto afflato politico.

Lui che era sopravvissuto alle carceri e alle torture della dittatura di Pinochet. Che aveva resistito agli orrori del nazismo militare supportato dalla Cia che uccise Salvator Allende. L’11 settembre del 1973 Sepulveda era parte attiva dei GAP, la guardia personale del presidente cileno, e mentre i golpisti bombardavano la Moneda tentò di tornarvi per difendere Allende, dopo essere stato messo a guardia di una centrale idroelettrica. Arrestato, sottoposto alle camere di tortura, rinchiuso in una cella dove non poteva nemmeno stare in piedi, venne condannato all’ergastolo, ma il suo caso venne difeso da Amnesty International. La condanna commutata in otto anni di esilio, finito dopo due e mezzo con asilo politico offerto dalla Svezia. Fu sul finire degli anni settanta e l’inizio degli ottanta che Sepulveda intraprese la carriera da regista teatrale in Europa. Spazio scenico dove volle rappresentare la sua arte intriso di giustizia sociale e anelito egualitario. Ma è con le parole, con la forma letteraria del romanzo che troverà la sua incredibile voce sul finire degli anni ottanta. “Il nemico esiste solo come invenzione umana” raccontò lo scrittore in una qualche intervista di cui non ricordiamo più la fonte. E se questo tipo di letteratura impegnata non andrà forse più di moda oggi, se tutto questo armamentario di lotta e di affermazione della parola prima del gesto finiranno per essere dimenticate, l’addio a Sepulveda è dentro a quelle immagini dolci della memoria di Antonio Jose Bolivar, in quello scrigno di sopravvivenza di fronte al male. “Senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/

 


 

Sepulveda: «Fa rabbia il ritorno a tempi che credevamo superati»

Intervista . «Il problema è che questa esplosione non ha un obiettivo politico definito, non propone un’alternativa»

di Roberto Zanini (da Il Manifesto del 22 ottobre 2019)

 

Ha appena compiuto 70 anni, Luis Sepulveda. Ne aveva 28 quando il Cile di Pinochet lo espulse benignamente invece di fargli scontare il meritato ergastolo come membro del Gap, il Grupo amigos personales del presidente Allende. I carri armati per le strade di Santiago li porta letteralmente nella carne, nelle ossa piegate da anni di una cella grande come un frigorifero, nelle unghie strappate. Ora i tank sono tornati, è di nuovo stato d’emergenza

Cosa hai sentito nel tuo cuore a vedere i soldati per le strade, un’altra volta?
Una grande, grande rabbia. Il ritorno a tempi che credevamo superati. Ma non è così, il fantasma del pinochettismo continua a essere molto vivo in Cile, e il presidente Sebastian Pinera, che è una persona perfettamente inutile, ne dimostra l’atteggiamento apertamente fascista.

E’ ancora Pinochet, il suo spettro, o c’è qualcosa di nuovo in questo governo di destra che arma le strade?
Nel fondo c’è una parte dell’eredità di Pinochet. E appena sopra c’è un’estrema destra fascista nello stile di Bolsonaro, sempre più presente in ogni paese dell’America Latina.

Ogni giorno di più: a parte il Messico, la destra va molto bene in tutto il subcontinente.
Sì, c’è una fioritura dell’estrema destra, unita a narcotaffico, sette evangeliche e fondamentalismi religiosi. Il panorama è brutto, e diventa peggiore.

Hai paura di qualcosa di simile ad allora o la democrazia cilena è abbastanza forte da poter superare questi soldati per le strade?
Il golpe militare del ’73 aveva un solo obiettivo: imporre un sistema economico, il modello neoliberale dell’economia. Questo venne imposto. Ora le conseguenze del neoliberalismo hanno portato a un’esplosione sociale, che era là, contenuta, ma che presto o tardi sarebbe scoppiata. Il problema è che questa esplosione sociale non ha un obiettivo politico ben definito, è ira popolare che divampa in maniera spontanea, ma senza che alcuna forza politica proponga un’alternativa. E’ rabbia per la rabbia, e questo è molto preoccupante. Non credo che si possa ripetere il golpe del ’73, un colpo di stato con quelle caratteristiche, ma tutto ciò che è stato conquistato dagli anni del golpe, anche le conquiste più minime, ora è in pericolo.

Dunque questa è una jaquerie, ribellione senza orizzonte politico, è così?
Esattamente, è una reazione popolare di fronte a una serie di misure assolutamente odiose. Il Cile è un paese dove le disuguaglianze sociali sono incredibili quando si prova va descriverle, i molto ricchi e una maggioranza di persone che vive della povertà di quelli più in basso. Il trionfo ideologico del neoliberalismo ha fatto sì che molta gente, per il semplice fatto di avere una puta carta di credito, si senta parte integrante della classe media. E’ un paese ideologicamente molto debole, la sinistra cilena è nel suo peggiore momento, non c’è un’alternativa e la rabbia popolare, l’ira delle classi popolari, si manifesta in questa maniera. Ma la risposta della repressione ci può portare verso tempi tremendamente brutti.

Hai qualche speranza in ciò che resta della storica sinistra cilena, o in altri gruppi?
La sola vera speranza è la gente giovane, quella che ha manifestato più duramente e da più tempo contro il governo, ma manca un’articolazione politica intelligente, la costruzione di un progetto politico alternativo, le risorse intellettuali per proporre qualcosa di diverso, e questo è un lavoro di anni. Spero verrà fatto.

Altre esperienze in America latina? Quello di oggi è un fenomeno cileno o è latinoamericano?
Ciò che accade in Cile è parte di un fenomeno globale, con tutta evidenza anche il neoliberalismo è in crisi. Quando un paese come gli Stati Uniti elegge presidente un imprenditore del tutto inetto, inefficace e ignorante, non si può sperare che gli altri mandatarios del mondo possano essere molto diversi. Meno di una settimana fa Donald Trump ha detto che la relazione tra Stati Uniti e Italia risale all’antica Roma! Ci sono alcune speranze: la Bolivia di Evo Morales, combattere ogni povertà in un modo reale ed efficiente e far crescere il paese, l’Uruguay del Frente Amplio, Pepe Mujica ha iniziato un’altra maniera di fare politica che il Frente Amplio ha proseguito, senza grandi ambizioni ha conquistato cose fondamentali e la gente vive meglio. Evidentemente non è la grande soluzione, la grande soluzione dovrebbe essere un altro modo di vivere, allontanarsi dalla realtà e dal mito della crescita economica. Bisogna avere un’altra idea di sviluppo, manca questo per completare l’idea di una alternativa.

Pinera ha dichiarato: “Siamo in guerra contro un nemico potente, molto organizzato e implacabile, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite”. Sembra la descrizione di un’invasione. Ma chi è il nemico? Ed è davvero organizzato?
Macché nemico organizzato, il “nemico” sono i pensionati che vivono con un assegno miserabile, gli studenti che terminano i corsi con trent’anni di debiti scolastici, gli insegnanti con il salario più basso d’America Latina, i giovani senza alcun futuro, la classe lavoratrice senza alcun diritto… Ogni giorno la polizia entra nelle scuole e nei licei e picchia brutalmente. E questa esplosione spontanea, cominciata con una manifestazione del tutto pacifica contro il costo dei biglietti della metro, non giustifica in alcun modo la violenza dello stato. Quando lo stato comincia a praticare la violenza, evidentemente incontra una risposta violenta.

Hits: 208

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.