8401 Diritti e cittadinanza in Svizzera. È urgente costruire un fronte comune!

20101203 12:40:00 redazione-IT

Lo scorso 28 novembre l’elettorato svizzero si è espresso, con il 53% dei voti favorevoli, per l’espulsione degli stranieri che si macchiano di reati, così come richiesto genericamente nel testo dell’iniziativa promossa dal partito xenofobo della destra Unione di Centro (UDC). Con una percentuale simile è stata bocciata la controproposta governativa che accoglieva in linea di principio la richiesta dell’iniziativa, ma limitando significativamente le fattispecie dei reati per i quali si poteva prevedere l’espulsione. Per la verità, analizzando nel dettaglio il risultato, con una lettura differenziata tra città e campagna, tra Svizzera tedesca e italiana da una parte e Svizzera francese dall’altra, emerge ancora una volta un quadro complesso degli umori e delle posizioni di questo Paese: si va infatti cristallizzando da un lato una Svizzera moderna, urbana, che convive serenamente con la sua dimensione multiculturale, dall’altro si conferma l’esistenza di una Svizzera montana e valligiana ancora immersa nelle paure del diverso.
[b]di Cesidio Celidonio[/b]

Quest’ultima prevale in termini assoluti, ma le distanze si sono accorciate. Questo elemento di speranza andrebbe valorizzato, ma è sul saldo totale negativo che è utile imbastire qualche riflessione critica. Non si tratta certo di fare accademia “a posteriori”, ma occorre analizzare in tutte le sfaccettature la complessità di questo drammatico momento storico anche per “darci la sveglia”. È fondamentale infatti ricostruire un fronte progressista capace di contrastare già sul nascere i nuovi attacchi che si preannunciano dalla destra svizzera sulle procedure di naturalizzazione e sulla doppia cittadinanza, un fronte che sia nello stesso tempo capace di rilanciare i temi dei diritti e della piena integrazione.

Il voto negativo del 28 novembre conferma un trend che si è manifestato negli ultimi anni nella bocciatura delle proposte di naturalizzazione facilitata, nel massiccio rifiuto di iniziative cantonali per il diritto di voto, nell’introduzione del divieto di costruzione dei minareti. Permane in una maggioranza dell’elettorato e nell’opinione pubblica elvetica un mix di paure e risentimenti antistranieri, su cui la destra imbastisce le proprie campagne e le proprie fortune elettorali. L’Unione di Centro, il partito maggioritario della destra svizzera, agisce secondo un cliché ormai consolidato, con proposte e messaggi estremamente semplificati (spesso anche semplicistici sul piano giuridico) e con campagne pubblicitarie in cui si ricorre sempre più spesso a immagini brutali e di forte impatto. Anche nel caso del voto sull’espulsione ha colpito la sproporzione tra la potenza della propaganda della destra, che gode evidentemente di risorse ingenti, e la pochezza degli strumenti messi in campo dalle forze contrarie all’iniziativa. La destra ha imparato benissimo a operare su paure diffuse della popolazione, in qualche modo le “alliscia” e le cavalca e nello stesso tempo ne genera di nuove. Non v’è dubbio che essa abbia individuato con chiarezza alcuni fattori di malessere ed insicurezza: in tal senso i temi della criminalità, regolarmente messi in relazione con la presenza degli stranieri, rappresentano anche in Svizzera un ottimo ingrediente per le campagne xenofobe. L’equazione “straniero=criminale” viene agitata al di là di ogni considerazione obiettiva e serena dei dati di fatto, che descrivono condizioni di sicurezza nelle varie realtà di questo Paese tutt’altro che drammatiche. In queste campagne si omette il dato che la stragrande maggioranza delle collettività immigrate in Svizzera vivono e lavorano pacificamente nel pieno rispetto delle leggi locali.

In questo voto il fronte anti-iniziativa – e lo stesso Partito Socialista – si è diviso drammaticamente tra chi propugnava la battaglia sul principio, quindi il doppio No all’iniziativa e alla controproposta del governo, e chi ha sostenuto la linea del “male minore” quindi il controprogetto governativo. Noi come SEL avevamo fatto appello al doppio No. E, pur se bocciate entrambe le linee, credo che sia stato giusto così. Di fronte a temi che chiamano in causa principi giuridici fondamentali e i valori della convivenza servono a poco le ambiguità e le mezze misure, mentre occorre con determinazione impegnarsi in campagne di sensibilizzazione e di controinformazione che smascherino le mistificazioni della destra. Ed è questa determinazione che ancora una volta è mancata da parte del fronte progressista, forse preoccupato di toccare nervi sensibili di parti del suo elettorato popolare. La destra svizzera con le sue ripetute campagne xenofobe va affrontata a viso aperto, mettendo in campo una linea alternativa che faccia leva sui diritti e sulla cittadinanza come fondamentali risorse di una convivenza serena e feconda. Cedere sul terreno dell’ordine e della sicurezza, agitato strumentalmente dalle destre, non porta da nessuna parte!

Ancora una volta lo strumento referendario, e soprattutto in particolare la forma dell’iniziativa popolare, mostra i suoi limiti. È necessaria una riflessione sullo strumento in sé, ma soprattutto sull’uso demagogico che ne fa la destra, con il suo richiamo continuo alla volontà popolare. Intanto emerge anche in questo caso come le cosiddette iniziative spesso vengano ammesse al voto senza un attento esame dei principi costituzionali che esse vanno ad intaccare, creando così innumerevoli contenziosi giuridici. È stato il caso del voto sui minareti, il cui divieto contrasta con il principio-cardine della libertà religiosa, è il caso dell’iniziativa sull’espulsione che contrasta con norme fondamentali del diritto internazionale e lascia aperti numerosi interrogativi circa l’ambito della sua applicazione. Ma le domande sono anche più di fondo: in Svizzera, dove la popolazione straniera (straniera per passaporto, ma non per cultura e lingua!) supera il 20% (in alcune aree urbane ben oltre il 50%) chi è il popolo? Di fatto gli elettori diventano sempre più una minoranza che decide per la maggioranza! E ancora: con quali strumenti e con quale “par condicio” si garantiscono l’informazione e il corretto svolgimento delle campagne referendarie?

Si dice spesso che quanto emerge dalle consultazioni referendarie svizzere sia in linea con sentimenti diffusi e cavalcati dai movimenti di destra in tutta Europa. È vero. Ma in Svizzera attraverso le forme della democrazia diretta si offre uno strumento di sfogo di tali umori negativi. E non v’è dubbio che in Svizzera i referendum antistranieri siano ormai una costante storica che regolarmente espongono questo paese all’attenzione dell’opinione pubblica europea. Io continuo a ritenere che al di là del contesto sociale e politico che favorisce le iniziative antistraniere, una ragione fondamentale dei successi della destra su questo terreno sia da ricercare nelle insufficienze del fronte progressista, nella sua non determinazione ad investire su questo tema come priorità assoluta della sua politica, nelle sue ricorrenti tentazioni a copiare le destre sulla linea “Law and Order”, nella sua incapacità a coinvolgere le rappresentanze degli immigrati. Ed è su questo terreno che come espressione della sinistra italiana dobbiamo dare un forte impulso di idee e di proposte, proponendo un fronte comune contro le prossime iniziative referendarie xenofobe.

Un’ultima riflessione concerne la comunità italiana e le sue espressioni politiche ed associative. In generale gli italiani in Svizzera non si sono sentiti identificati con “Ivan S”, il losco figuro dai forti tratti somatici meridionali-orientali che campeggiava nei manifesti antistranieri. Anzi: qua e là si coglievano espressioni di simpatia per le campagne della destra xenofoba dirette ormai ad altri obiettivi. Le espressioni politiche ed associative degli italiani in Svizzera, a parte qualche appello generico, sono rimaste sostanzialmente silenti, come del resto accade da alcuni anni. Pare che esse siano ormai ridotte a perpetuare riti e tradizioni italiche, a seguire alcune rivendicazioni tutte interne alle nostre collettività, ma risultano incapaci di interloquire con il contesto locale su temi di comune interesse. Gli unici sussulti degli ultimi anni hanno riguardato il voto politico italiano, che ha visto diverse associazioni agire come comitati elettorali di questo o quel rappresentante di turno. Credo, e lo dico anche in senso autocritico, che almeno le organizzazioni politiche del campo progressista debbano seriamente interrogarsi sulle priorità del proprio impegno in loco, rivendicare alla sinistra locale una forte e coerente battaglia per i diritti e la cittadinanza, contro la cultura dell’odio e della divisione propugnata dalle destre. Altrimenti affondiamo tutti: anche in Svizzera!

Cesidio Celidonio
Sinistra italiana in Svizzera
aderente a Sinistra Ecologia e Libertà
www.sinistraitaliana.ch

www.sinistraitaliana.ch

 

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