REFERENDUM: Il governo non farà votare i fuorisede. Sono circa 5 milioni di elettori in meno.

FOTO: Daiano Cristini/Sintesi

Al referendum sulla giustizia non potranno andare alle urne cinque milioni di cittadini che studiano o lavorano in un Comune diverso da quello di residenza

 

Domenica 22 e lunedì 23 marzo si voterà sulla riforma costituzionale della giustizia, ma il governo non ha previsto la possibilità di votare per i fuorisede. Il referendum riguarda tra le altre cose la separazione delle carriere dei magistrati, tra giudici e pubblici ministeri, e chiede di esprimersi a favore o contro la riforma Nordio approvata in parlamento a fine ottobre scorso, per la quale la Cassazione ha accolto i quesiti referendari su cui andremo al voto a marzo.

Milioni di fuorisede senza diritto di voto

Milioni di persone che studiano o lavorano lontano dal proprio comune di residenza, però, rischiano di non poter votare. E questo nonostante il galoppante astensionismo registrato nelle ultime tornate elettorali. Nel decreto legge dello scorso dicembre non c’è traccia del voto a distanza, che era stato invece previsto per le europee del 2024 e per i referendum promossi dalla Cgil del 2025 su lavoro e cittadinanza. E anche nella seduta del consiglio dei ministri di gennaio, nessun cenno al voto fuorisede.

Necessario mobilitarsi

“È una scelta sbagliata, contro cui è necessario mobilitarsi – afferma Natale Di Cola, segretario generale Cgil Roma e Lazio -. La crescita dell’astensionismo ha ragioni profonde, strettamente intrecciate all’aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali, che rendono il nostro sistema democratico sempre più esclusivo ed escludente, a cui si affiancano decisioni politiche che limitano concretamente la partecipazione democratica”.

Affluenza in calo

I dati parlano chiaro: alle politiche del 2022 l’affluenza è stata del 63,8 per cento, circa 34,7 milioni di voti su 50,6 milioni di aventi diritto; alle europee del 2024 l’affluenza nazionale è stata del 49,69 per cento, circa 28 milioni di elettori sono andati alle urne. E le sperimentazioni condotte hanno dimostrato che quando le persone vengono messe nelle condizioni di votare, lo fanno.

Chi può, vota a distanza

Nel 2024 si sono iscritti per votare dal comune di domicilio circa 24 mila studenti fuorisede, nel 2025 la richiesta è stata presentata da più di 67 mila cittadini, tra cui 38.105 studenti, 28.430 lavoratori e 770 soggetti che si trovavano fuori dal proprio comune per motivi di cura.

“Milioni di persone, soprattutto giovani, nel nostro Paese continuano a spostarsi costantemente all’interno dei confini nazionali per motivi di studio e di lavoro – prosegue Di Cola -. Raramente avviene per libera scelta ma per la mancanza di investimenti sul diritto allo studio e per l’assenza di politiche industriali e di sviluppo. A queste persone è ingiusto e immorale imporre costi di viaggio onerosi e la necessità di riorganizzare la propria vita per poter esercitare il diritto di voto in un mondo in cui informatizzazione e digitalizzazione rendono possibili soluzioni impensabili fino a pochi anni fa”.

Gli unici senza una legge

In effetti l’Italia resta l’unico Stato dell’Unione senza una vera legge che permetta il voto a distanza a chi si trova fuori dal proprio comune di residenza, eccezion fatta per Cipro e Malta. Una condizione che penalizza 5 milioni di cittadini, ostacolando di fatto l’esercizio di un diritto costituzionale.

Intanto, ha da poco iniziato l’iter alla commissione Affari costituzionali del Senato la proposta di legge di iniziativa popolare che permette di votare anche al di fuori del proprio comune di residenza: la raccolta delle 50 mila firme necessarie si era conclusa lo scorso dicembre, ed era opera di Good lobby, Will Media e la Rete voto fuori sede.

La proposta di legge

La proposta riprende il testo di una legge delega esistente e introduce tre modifiche: l’inclusione di qualsiasi tipologia di elettore fuorisede e di tutti i tipi di elezione, la riduzione da 18 a 6 mesi del tempo a disposizione del governo per l’attuazione della delega, così da garantire tempi tecnici compatibili con la fine della legislatura.

“Non ci sono alibi che tengano – conclude Di Cola -. Non c’è nessuna valida ragione che impedisca di poter votare fuorisede se non la volontà politica di comprimere nella sostanza gli spazi di democrazia nel nostro Paese”.

 

FONTE: https://www.collettiva.it/speciali/referendum-giustizia/referendum-giustizia-fuorisede-voto-frd8muqa

 

 

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