
01 – Marco Bascetta*: Trump: c’è del metodo nella follia. Molte persone pensano che le esternazioni del presidente Usa, Donald Trump, siano unicamente dettate da caratteristiche personologiche analizzabili con i tratti della psicopatologia. Per costoro si tratta di sperare che l’uomo solo al comando faccia meno danni possibili e che nel frattempo cambino i risultati elettorali, prima nell’appuntamento di mid-term del prossimo novembre e poi nelle elezioni presidenziali del 2028. Sperando che, tolto il dente, passi il dolore.
02 – Giovanna Branca*: Minnesota in «sciopero generale» contro l’occupazione violenta. America oggi Centinaia di attività chiuse, marce, astensioni dal lavoro. Arrestata una bimba di due anni
03 – Lina Ghassan Abu Zayed*: Il Board of Peace è la nuova faccia dell’occupazione
04 – Domenico Moro*: Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump
05 – Giuseppe Masala *: L’economia Usa cola letteralmente a picco. I dati relativi alla Posizione Finanziaria Netta USA pubblicati ieri dall’US Bureau Economics Analysis segnalano un dato drammatico che non ha riscontri nella storia USA. Per uscire dalla crisi gli USA hanno di fronte due possibilità
06 – Geraldina Colotti*: ANALISI. Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole
07 – Anna Fabi *: Pensione APE Sociale con i contributi esteri: requisiti e tempi cumulo contributi.
08 – Luca Kocci*: Migranti deportati, il papa contro la Casa bianca – Immigrazione E lo zar trumpiano delle frontiere replica: anche il Vaticano ha un muro, giusto?
09 -Luca Kocci*: Tre cardinali Usa contro la Casa bianca: «Politiche distruttive». E il Vaticano rilancia la notizia. Severa bocciatura della politica estera aggressiva di Trump da parte di tre cardinali arcivescovi statunitensi, Robert McElroy (Washington), Blase Cupich (Chicago) e Joseph Tobin (Newark).
10. Christian L. Di Benedetto *: Vecchi Libretti Postali in Lire: come recuperare interessi maturati e somme dimenticate
01 – Marco Bascetta*: TRUMP: C’È DEL METODO NELLA FOLLIA. MOLTE PERSONE PENSANO CHE LE ESTERNAZIONI DEL PRESIDENTE USA, DONALD TRUMP, SIANO UNICAMENTE DETTATE DA CARATTERISTICHE PERSONOLOGICHE ANALIZZABILI CON I TRATTI DELLA PSICOPATOLOGIA. PER COSTORO SI TRATTA DI SPERARE CHE L’UOMO SOLO AL COMANDO FACCIA MENO DANNI POSSIBILI E CHE NEL FRATTEMPO CAMBINO I RISULTATI ELETTORALI, PRIMA NELL’APPUNTAMENTO DI MID-TERM DEL PROSSIMO NOVEMBRE E POI NELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI DEL 2028. SPERANDO CHE, TOLTO IL DENTE, PASSI IL DOLORE.
Purtroppo non è questa la situazione. Perché se è vero che diversi tratti della figura di Trump possono essere ricondotti ad elementi di profondo disturbo della personalità e delle relazioni, c’è del metodo nella follia del presidente Usa, ed è bene averne la maggiore consapevolezza possibile.
Siamo infatti dentro un’epoca che, sempre se l’umanità riuscirà ad attraversare la crisi ecologica e climatica in cui è immersa, sarà studiata nei futuri libri di storia come il “declino dell’impero americano”. E’ lo stesso Trump a riconoscerlo, nel momento in cui chiama il proprio movimento “Make America Great Again”: se l’America va fatta tornare grande, è perché non lo è più. Se analizziamo la situazione economico-finanziaria degli Usa, comprendiamo meglio la questione.
Gli Stati Uniti sono seduti su una montagna di debiti, che nel 2025 ha superato i 38mila miliardi di dollari, una cifra che cresce di sei miliardi di dollari al giorno, di 250 milioni di dollari ogni ora, di 70mila dollari al secondo. Su questo debito, gli Stati uniti nel 2025 hanno pagato 970 miliardi di dollari di interessi, un importo che supera la spesa totale per la Difesa e che brucia il 19% di tutte le entrate fiscali. Significa che per ogni dollaro intascato dal governo Usa, diciannove centesimi se ne vanno prima che un singolo insegnante venga pagato, un marciapiede venga rifatto o un anziano riceva assistenza.
Gli Stati Uniti hanno anche un deficit della bilancia commerciale (rapporto fra esportazioni e importazioni) che potremmo definire cronico, frutto delle politiche di deindustrializzazione portate avanti da tutti i governi per privilegiare il settore dei servizi e della finanza; hanno livelli altissimi di indebitamento privato e sono al centro di un’economia tutta basata sui grandi fondi finanziari e le relative bolle da questi create, rispetto alle quali, nonostante i proclami post-crisi del 2008, nessun argine è stato realmente posto.
Sono questi dati a rendere evidente il mutamento epocale che stiamo attraversando, che vede la Cina emergere come nuova potenza economica mondiale e in generale il continente asiatico progressivamente sostituirsi a quell’insieme di potenze che continua a denominarsi “Occidente”.
Se questa è la situazione, forse si comprendono meglio le motivazioni delle ‘sparate’ e delle ‘giravolte’ di Trump: frutto certamente della sua personalità disfunzionale, ma legate alla disperazione con la quale gli Usa cercano di fermare il proprio declino.
Gli Usa sono alla ricerca di soldi, sporchi, maledetti e subito per frenare l’emorragia del debito; sono all’angosciante ricerca di un riavvio, attraverso i dazi, di una parvenza di reindustrializzazione del paese (prospettiva a dir poco illusoria); sono immersi nel tentativo di ridurre l’esorbitante spesa militare (da qui la delega totale a Israele sul Medio Oriente e il tentativo di scaricare la guerra in Ucraina sull’Europa); sono concentrati a garantirsi, manu militari, la propria area di dominio nel pianeta (dall’America Latina alla Groenlandia), dentro la quale poter disporre di tutte le materie prime e risorse energetiche necessarie.
Il pregio della follia di Trump è quello di aver reso tutto questo manifesto, senza più perifrasi retoriche sull’esportazione di democrazia
*(Fonte: Il Manifesto – Marco Buscetta, giornalista)
02 – Giovanna Branca*: MINNESOTA IN «SCIOPERO GENERALE» CONTRO L’OCCUPAZIONE VIOLENTA. AMERICA OGGI CENTINAIA DI ATTIVITÀ CHIUSE, MARCE, ASTENSIONI DAL LAVORO. ARRESTATA UNA BIMBA DI DUE ANNI
Quella di ieri potrebbe diventare la più grande azione dei lavoratori nella storia del Minnesota. L’ha detto al New York Times Christa Sarrack, presidente di un sindacato che rappresenta 6.000 lavoratori e lavoratrici ospedalieri nello stato. Ice Out! Statewide Shutdown è la protesta organizzata proprio da alcuni sindacati e leader religiosi del Minnesota, e si svolge su più livelli. A partire dallo «sciopero generale», espressione così inusuale negli Stati uniti contemporanei, che prevede la chiusura delle attività commerciali che vogliono aderire: la lista, continuamente aggiornata sul sito del Minnesota Bring Me The News, elenca centinaia di attività – negozi, bar, boutique, ristoranti… – che ieri hanno chiuso i battenti, in maggioranza nelle città gemelle: Minneapolis e St. Paul.
ALCUNI hanno aperto non al pubblico, ma come servizio di ristoro per i manifestanti della marcia di protesta contro l’occupazione dell’Ice che si terrà a Minneapolis e contemporaneamente in molte altre città americane, da New York a Los Angeles. Manifestazione che inizia troppo tardi per noi, ma già durante la giornata di ieri delle prime proteste si sono viste all’aeroporto di Minneapolis, dove centinaia di persone hanno sfidato il freddo e il vento a oltre venti gradi sotto zero per manifestare la propria indignazione contro l’occupazione violenta dell’Ice.
In tanti hanno partecipato anche non andando a lavoro o a scuola, altri attraverso il digiuno, e anche chi è vincolato dalla propria azienda a clausole no strike, che impediscono gli scioperi, è stato esortato dalle organizzazioni sindacali a dare il proprio contributo in modo alternativo.
LO SCIOPERO è stato suscitato anche dalla scelta delle grandi corporation (17 delle 500 più grandi d’America hanno sede in Minnesota, fra cui Target) di non dire una parola contro le violenze a cui lo stato è sottoposto. E l’indignazione è resa più cocente dall’immagine che ha fatto il giro del mondo del piccolo Liam Conejo Ramos, il bimbo di cinque anni rapito dall’Ice – immagine che il commentatore del Washington Post Philip Kennicott paragona alla Napalm Girl della guerra in Vietnam. Su di lui è intervenuto ieri durante una conferenza stampa il capo del Border Patrol Gregory Bovino, l’uomo che ama sfoggiare divise chiaramente evocative di Gestapo e SS, e che poco prima era impegnato a lanciare lacrimogeni ai cittadini in protesta a Minneapolis.
Trasportato in un centro di detenzione per immigrati in Texas, non ha potuto negare Bovino, Liam Ramos è “in buone mani”: «Dirò inequivocabilmente che qui al Border Patrol siamo esperti nel gestire i bambini». Affermazione che dietro una esile parvenza di rassicurazione afferma a chiare lettere la deliberata crudeltà anche contro i più vulnerabili – perfino un bimbo di 5 anni. «Non smetteremo – ha aggiunto Bovino – finché non li avremo arrestati tutti».
Ieri, oltretutto, il Minnesota Tribune ha reso pubblica la notizia dell’arresto a Minneapolis di un’altra bimba (che va ad aggiungersi ai 4 minori già confermati di cui fa parte il piccolo Liam Ramos), di due anni, arrestata con il padre Elvis Joel Tipan Echeverria nel quartiere di Powderhorn Park mentre tornavano a casa dopo aver fatto la spesa.
È notizia di ieri anche la manipolazione con l’intelligenza artificiale dell’immagine di una delle attiviste arrestate per aver protestato contro un pastore collaborazionista dell’Ice in una chiesa di St. Paul, Nekima Levy Armstrong. La foto del suo arresto, in cui appare serena e composta, è stata postata dalla Casa bianca in versione alterata, in cui piange e il suo colorito (Armstrong è afroamericana) è reso più scuro. Il vicedirettore delle comunicazioni del governo Usa Kaelan Dorr ha risposto con un post su X: «L’applicazione della legge continuerà. E continueranno i meme».
È DISPERANTE, in tutto questo, che giovedì notte il voto di sette democratici alla Camera abbia reso possibile l’approvazione di un disegno di legge per confermare i finanziamenti annui di 10 miliardi di dollari per il Department of Homelad Security (a capo di Ice e Border Patrol).
Al Washington Post, la 64enne Kimberly Case ha detto di aver deciso di partecipare alla protesta dopo aver saputo che sua nipote e i compagni di classe hanno deciso di scavare delle fosse nel cortile della loro scuola per nascondersi dagli agenti dell’Ice che potrebbero arrivare nel loro istituto.
*(Giovanna Branca, giornalista de Il Manifesto, analizza le giravolte e le minacce di Trump: l’esercito si prepara all’attacco all’Iran)
03 – Lina Ghassan Abu Zayed*: IL BOARD OF PEACE È LA NUOVA FACCIA DELL’OCCUPAZIONE
PALESTINA GAZA CONOSCE GIÀ LE CONSEGUENZE DEL PIANO TRUMP: TRAMUTARLA IN UN «NON-LUOGO» E CONSOLIDARE I RISULTATI DELL’OFFENSIVA ISRAELIANA. QUELLA MAPPA NON È ALTRO CHE UN BUSINESS PLAN COSTRUITO SU UN GENOCIDIO: IL SANGUE E LA MEMORIA SONO VISTI COME OSTACOLI DA RIMUOVERE, NON COME REALTÀ DA RICONOSCERE.
Quella che viene definita la «seconda fase» a Gaza non è una strada verso la pace. È una forma di controllo. Mentre la guerra continua, il blocco rimane e la popolazione vive nella paura costante, il futuro di Gaza viene discusso in termini di amministrazione e governance, non di diritti e giustizia.
L’annuncio di un Board of Peace guidato da personalità del mondo della finanza, direttamente collegate al presidente degli Stati uniti Donald Trump, non è stato accolto a Gaza come un’iniziativa diplomatica. È interpretato come un serio avvertimento: la Striscia sarà gestita come un’entità separata dalla sua popolazione, come se fosse un progetto che richiede un’amministrazione esterna piuttosto che una comunità che ha diritto alla libertà.
Una moderna governance di tipo coloniale, che impone il controllo sia sul territorio che sulla popolazione con il pretesto della «ricostruzione» e della «stabilità», mentre i suoi abitanti sono esclusi da qualsiasi processo decisionale.
UNO DEGLI ASPETTI più pericolosi della fase 2 è la cosiddetta «linea gialla». Una linea non ufficiale né visibile, ma fortemente presente nella vita quotidiana, che dà vita a confini rigidi dentro Gaza. Avvicinarsi può significare la morte. A volte, anche starle lontani non garantisce la sicurezza: il controllo militare israeliano è del tutto arbitrario. Questa linea riflette una politica continua di espansione degli insediamenti e delle zone cuscinetto, trasformando ogni metro aggiunto all’area proibita in uno spazio in cui il destino delle persone è deciso con la forza, non la legge.
Un pescatore mi ha espresso in poche parole questa dura realtà: «Il mare è nostro solo sulla carta, mentre la terra è loro grazie alle pallottole». Una semplice affermazione che coglie un sentimento collettivo: le nostre vite sono gestite dall’esterno e la libertà di movimento è diventata uno strumento di contrattazione.
Oggi Gaza non solo è sotto assedio, ma è anche sottoposta a una ridefinizione forzata: dove è permesso camminare e dove è vietato vivere. Che tipo di pace può nascere dall’espansione delle zone di uccisione e dalla gestione della vita quotidiana attraverso linee gialle? E quale tipo di governo può essere legittimo quando le persone vengono uccise semplicemente per essersi avvicinate a confini che non hanno scelto?
PER NOI PALESTINESI linee gialle e «consigli di amministrazione» sono realtà quotidiane. «Se vogliono gestire Gaza, allora noi cosa siamo? I loro dipendenti?», sbotta un conoscente, riassumendo il senso collettivo di esclusione dal proprio futuro e il duplice pericolo del blocco militare e del controllo amministrativo.
La «seconda fase» non significa ricostruzione postbellica, ma consolidamento dei risultati della guerra, che trasforma Gaza da una città viva a uno spazio governato dall’esterno. Qualsiasi nuova amministrazione, qualsiasi consiglio di pace, qualsiasi comitato finanziario non ricostruisce, ma genera meccanismi di controllo sugli spazi e la sua popolazione.
Il colonialismo moderno, in tal senso, può operare senza eserciti permanenti, senza occupazione visibile, ma attraverso confini imposti, piani amministrativi e decisioni economiche e politiche: usa il potere imposto «legalmente» e militarmente per controllare il territorio, far rispettare confini inventati e imporre un futuro estraneo, privando le persone di qualsiasi voce in capitolo su ciò che accade loro.
GUARDATE LA MAPPA presentata a Davos dagli Stati uniti per la ricostruzione. La pianificazione delle aree è stata fatta come se fossero completamente vuote, senza alcuna considerazione per le città e i villaggi da cui le persone provengono o per i legami sociali che si sono formati nel corso delle generazioni. I diritti di proprietà e le storie personali sono completamente ignorati e le persone sono collocate in luoghi casuali, inesistenti, come se le comunità stesse non fossero mai esistite.
E poi, le macerie e il totale disprezzo per ciò che le rovine nascondono agli occhi: nel master plan Usa migliaia di corpi sepolti sotto di esse non esistono. La storia, il dolore e la perdita di vite umane vengono completamente ignorati, come fossimo semplici numeri che possono essere spostati e collocati qui o là. Conosco persone che si sono rifiutate di lasciare le loro case distrutte, nonostante il grande pericolo, semplicemente perché non vogliono lasciare i corpi dei loro figli da soli sotto le macerie.
Quella mappa non è altro che un business plan costruito su un genocidio: il sangue e la memoria sono visti semplicemente come ostacoli da rimuovere, non come realtà da riconoscere. La ricostruzione non mira a restituire dignità o diritti alle persone, ma a ridistribuire la terra secondo determinati interessi.
LA SECONDA FASE, così come la vivono i palestinesi di Gaza, è una vera e propria prova di resistenza umana e di resilienza della comunità di fronte al colonialismo moderno mascherato da amministrazione del presente. Non chiediamo miracoli. Chiediamo solo che il nostro futuro non venga deciso senza di noi e che la «pace» non venga usata come copertura per riprodurre l’ennesima forma di controllo.
Gaza non ha bisogno di una nuova gestione; ha bisogno di una fine vera della guerra e dell’occupazione, di una cessazione della politica di uccisione ai confini e di un semplice e chiaro riconoscimento: chi ha subito e subisce il crimine è l’unico a possedere il diritto a determinare il proprio futuro.
*(Fonte: Il Manifesto Lina Ghassan Abu Zayed – Scrittrice e laureata in Optometria presso la Facoltà di Medicina e Scienze della Salute)
04 – Domenico Moro*: QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP.
In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e la Groenlandia sono entrate nel mirino di Trump, per la medesima ragione. Tuttavia, questi due nuovi paesi, su cui Trump si sta concentrando, rappresentano un salto di qualità importante.
Il sequestro di Maduro e l’attacco al Venezuela hanno rappresentato la volontà di ristabilire il controllo statunitense sull’Emisfero Occidentale (le Americhe), da sempre considerato il giardino di casa degli Usa. La Cina era presente in Venezuela, e i suoi investimenti erano tesi a svilupparne le infrastrutture petrolifere, ma l’importanza del Venezuela per la Cina è molto inferiore a quella dell’Iran, altro grande produttore di petrolio.
Infatti, l’Iran è un tassello molto più importante per la Cina, essendo un pilone fondamentale della sua strategia sia di rifornimento energetico sia di sviluppo di rotte commerciali internazionali (la nuova via della seta). La Cina è, tra le tre aree economiche principali a livello mondiale – Usa, Ue e Cina -, la maggiore importatrice di petrolio, che rimane, nonostante lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la materia prima più importante.
Infatti, gli Usa sono energeticamente indipendenti, importando pochissimo petrolio, grazie al fatto che con la fratturazione idraulica sono diventati il principale produttore mondiale
. La Ue, invece, povera di materie prime energetiche, importa una grande quantità di petrolio (circa 8 milioni di barili al giorno), ma la provenienza di questo petrolio è abbastanza distribuita. I maggiori fornitori sono l’Africa (2,2 milioni di barili al giorno), il Nord America (2,03 milioni), il Medio Oriente (1,44 milioni), l’Asia centrale (1,37 milioni), l’America Latina (0,9 milioni) e, all’ultimo posto dopo le sanzioni, la Russia (0,32 milioni).[i]
Diversa è la situazione della Cina. Pur essendo produttrice di petrolio, essa ne è la più forte importatrice mondiale. Su un fabbisogno di 16 milioni di barili al giorno, essa ne importa circa il 60-70%, pari a 11-12 milioni di barili. Il problema della Cina, però, è non soltanto la sua dipendenza dall’estero, ma la sua dipendenza da una sola area. Infatti, la metà delle sue importazioni di petrolio viene dal Medio Oriente (quasi 6 milioni di barili al giorno), seguito a distanza dalla Russia (2 milioni), dall’America latina (1,14 milioni), dall’Africa (1,09 milioni), e dal Nord America (0,23 milioni).[ii]
L’Iran è importante dal punto di vista petrolifero, perché la Cina importa da questo paese 1,2 milioni di barili al giorno, pari al 10% del totale. E la Cina è importante per l’Iran, visto che quest’ultimo dirige ben il 73,2% delle sue esportazioni di petrolio verso il paese estremo orientale[iii], che è la seconda destinazione delle esportazioni iraniane (20,7 miliardi di dollari), subito dopo l’Iraq (43,9 miliardi), e prima della Turchia (8,9 miliardi).[iv] Ma l’Iran è importante per la Cina soprattutto perché è un paese strategico per il controllo dell’intera area del Medio-Oriente, in cui ci sono le maggiori riserve mondiali di petrolio e da cui proviene la metà del greggio importato dalla Cina. Fra l’altro, l’Iran controlla lo stretto di Ormuz attraverso il quale transita una importante rotta marittima e una grande quantità del petrolio esportato dal Medio Oriente verso la Cina e l’Estremo Oriente.
È evidente, quindi, l’interesse statunitense a effettuare un colpo di stato in Iran, come accaduto già nel 1953, quando il premier iraniano, Mossadeq, fu rovesciato da Regno Unito e Usa, sempre con l’obiettivo del controllo del petrolio. A tutto questo va aggiunto che la presa statunitense sul Medio Oriente si sta indebolendo. L’Arabia Saudita, il secondo paese del mondo dal punto di vista delle riserve di petrolio, recentemente ha stabilito un accordo con il Pakistan, potenza nucleare, per la mutua assistenza in caso di aggressione militare. Fino ad ora l’Arabia Saudita si era basata solamente sulla protezione militare e sull’ombrello nucleare degli Usa, a cui in cambio aveva assicurato la vendita del petrolio in dollari, sostenendone così il ruolo di valuta mondiale. È, quindi, significativo che i sauditi abbiano deciso di trovare un protettore alternativo. Fra l’altro, a questa alleanza pare si aggiunga anche un terzo stato islamico, la Turchia.
Sempre a proposito di petrolio, è utile ricordare che la Prima guerra mondiale scoppiò per il contrasto tra l’imperialismo britannico in declino e l’imperialismo tedesco in ascesa, anche per il controllo del petrolio del Medio Oriente. La Gran Bretagna aveva deciso di opporsi alla costruzione della ferrovia di Bagdad, la cui costruzione sarebbe stata pagata dalla Turchia alla Germania con la concessione di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri sul percorso.
Dunque, l’eventuale caduta dell’attuale regime dell’Iran e la sua sostituzione con un regime controllato dagli Usa aiuterebbe questi ultimi a rinsaldare il loro controllo sul Medio Oriente e quindi sulla Cina (e sul resto dell’Asia Orientale). Per questa ragione la perdita dell’Iran avrebbe un impatto sulla Cina di gran lunga maggiore, sul piano strategico, della perdita del Venezuela.
Anche il proposito, espresso da Trump, di annettersi la Groenlandia rappresenta un salto di qualità nella strategia statunitense di dominio imperiale mondiale. Va premesso che la Groenlandia e il Mar Glaciale Artico su cui si affaccia hanno acquistato e acquisteranno sempre di più una importanza strategica a livello mondiale a causa del riscaldamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci determinerà due importanti conseguenze. La prima è che le risorse minerarie della Groenlandia, che possiede 25 su 34 minerali considerati critici da Usa e Ue, saranno più facilmente e quindi più economicamente estraibili. La seconda è che sarà maggiormente percorribile dalla navigazione il Mar Glaciale Artico, che rappresenterà una valida alternativa ai canali di Panama e Suez per le comunicazioni tra i continenti e che, per questo, è vista con interesse dalla Russia, che si affaccia sull’Artico, e dalla Cina, anche in riferimento ai collegamenti tra le due nazioni alleate. A questo si aggiunge, come dichiarato da Trump, la necessità del controllo dell’isola per l’installazione del futuro sistema di difesa anti-missile statunitense.
Tuttavia, la Groenlandia, pur essendo collocata nell’Emisfero Occidentale, il giardino di casa degli Usa, è sotto il dominio europeo, essendo di fatto una colonia danese. La minaccia di Trump di acquistare o addirittura di impossessarsi militarmente della Groenlandia è qualcosa di inaudito, per lo meno dalla fine della Seconda guerra mondiale, in quanto rivolta verso un paese alleato e appartenente alla Nato e alla Ue. Una eventuale occupazione militare statunitense della Groenlandia implicherebbe la fine della Nato, come puntualizzato dal lituano Andrius Kubilius, Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Kubilius ha anche ricordato che l’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea obbliga gli Stati membri a prestare assistenza alla Danimarca qualora si trovasse ad affrontare un’aggressione militare. Intanto, alcuni alleati europei della Danimarca hanno annunciato che invieranno soldati in Groenlandia: la Svezia, la Gran Bretagna, la Norvegia, la Francia e la Germania.
Sebbene Trump abbia giustificato le sue mire sulla Groenlandia con la presenza attorno all’isola di mezzi navali russi e cinesi, la sua mossa è chiaramente un altro attacco alla Ue, dopo i dazi commerciali e la minaccia di lasciare la Nato, se gli alleati europei non avessero portato le spese militari al 5% del Pil. Senza parlare dei continui attacchi verbali contro la Ue di Trump e del suo vicepresidente J.D. Vance. Malgrado uno scontro militare tra Usa e Europa sia inverosimile, rimane il fatto che la questione della Groenlandia dimostra che le classiche contraddizioni inter-imperialistiche, nello specifico tra imperialismo statunitense e imperialismo europeo sono tutt’altro che superate e ci fanno capire che la presidenza Trump rappresenta un qualcosa di nuovo nel comportamento imperiale statunitense.
Il sequestro di Maduro e la volontà di ricondurre il Venezuela e il resto dell’America Latina sotto il completo controllo degli Usa si combina con le minacce di intervento militare in Iran e in Groenlandia in una strategia tendente a ristabilire l’egemonia imperiale statunitense a livello globale. Ciò contrasta con quanti, invece, fino a poco tempo fa parlavano dell’isolazionismo della politica internazionale trumpiana. Il controllo delle vie marittime e delle fonti di materie prime, a partire da quelle energetiche, ne è un passaggio importante, insieme alla reinternalizzazione negli Usa delle produzioni manifatturiere strategiche. L’implementazione di questa strategia è portata avanti con una rinnovata e potenziata minaccia dell’uso dello strumento militare, sostenuta dall’annunciato aumento del bilancio del Dipartimento della guerra statunitense da 1000 a 1500 miliardi di dollari.
Tutto questo avviene a dispetto delle promesse elettorali in senso contrario di Trump, che aveva annunciato una riduzione delle spese militari e il non coinvolgimento degli Usa in nuove avventure militari. Il nodo di fondo, comunque, sta nella rottura dell’equilibrio di potenza, determinato dall’ascesa della Cina come prima potenza industriale del mondo. Del resto, come scriveva Lenin nel 1915: “In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra in politica.” [v] Anche se l’esistenza della deterrenza atomica rende più difficile lo scoppio di una guerra imperialista mondiale, come quelle verificatesi nel XX secolo, l’uso o la minaccia della forza rimane una opzione attuale, come la cronaca dell’ultimo periodo si è purtroppo incaricata di dimostrare.
*(Fonte: Sinistrainrete – Domenico Moro. ricercatore presso l’Istat, dove si occupa di indagini economiche strutturali sulle imprese)
05 – Giuseppe Masala *: L’ECONOMIA USA COLA LETTERALMENTE A PICCO. I DATI RELATIVI ALLA POSIZIONE FINANZIARIA NETTA USA PUBBLICATI IERI DALL’US BUREAU ECONOMICS ANALYSIS SEGNALANO UN DATO DRAMMATICO CHE NON HA RISCONTRI NELLA STORIA USA. PER USCIRE DALLA CRISI GLI USA HANNO DI FRONTE DUE POSSIBILITÀ
Donald Trump pur non disvelando il problema e la sua entità non ha mai nascosto che l’elemento cruciale della propria azione politica è il riequilibrio della bilancia commerciale con il resto del mondo e, di conseguenza, anche un graduale rientro dei conti nazionali comprensivi dei flussi finanziari in entrata e in uscita dagli USA. E’ stato così fin dal suo primo mandato, del quale ricordiamo le violentissime polemiche (e minacce) rivolte all’Unione Europea, accusata (non a torto) delle peggiori nefandezze in materia di concorrenza sleale. In particolare, a ricevere gli strali di Trump fu la Germania della Merkel grande creditore americano e detentrice di enormi surplus finanziari.
Con l’avvento di Joseph Biden alla Casa Bianca, i toni verso l’Europa cambiarono notevolmente sul piano verbale e delle relazioni di facciata ma, nella sostanza, i rapporti tra le due sponde dell’Atlentico peggiorarono enormemente. Innanzitutto, la Casa Bianca fece deflagrare in guerra aperta la crisi del Donbass obbligando Kiev a trasferire grandi contingenti dell’esercito verso le regioni ribelli per una spedizione punitiva e la loro riconquista. Fatto che spinse i russi ad entrare direttamente in campo per proteggere le due repubbliche di Donetsk e Lugansk.
Un conflitto che – come scrissi all’epoca su l’AntiDiplomatico – era da considerarsi come l’omicidio (quasi) perfetto dell’Unione Europea perpetrato dall’amministrazione Biden: infatti a causa di questa guerra i paesi europei furono costretti a comminare sanzioni rovinose contro la Russia che ben presto si rivelarono autodistruttive a causa della perdita delle materie prima che Mosca forniva copiosamente a prezzo “politico” e alla perdita dell’accesso al mercato russo. In definitiva le sanzioni si rivelarono l’ordigno che ha distrutto la competitività europea nei mercati mondiali e dunque anche nei confronti delle merci americane.
Come se non bastasse, l’amministrazione Biden introdusse nell’ordinamento giuridico americano una misura, l’Inflaction Reduction act che, sostanzialmente, aveva l’obbiettivo di favorire gli investimenti produttivi sul suolo americano delle imprese europee (ma anche della sud-est asiatico a partire da Taiwan).
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato si è tornati, su questo tema, ai vecchi toni polemici del primo mandato, ma accompagnati da una potentissima guerra commerciale scatenata contro il resto del mondo. Ricordiamo tutti i fortissimi dazi annunciati contro i paesi che, a dire di Trump (non a torto), facevano concorrenza sleale alle imprese a stelle e strisce. Ovviamente in prima fila c’erano gli europei e naturalmente la Cina Popolare di Xi.
A questa furibonda guerra commerciale il Dipartimento di Stato affiancò un secondo binario, quello di trattative con i paesi ritenuti sleali. Ricordiamo tutti, la resa dell’Europa, rappresentata plasticamente dalla genuflessione della von der Layen a Trump nel suo campo da golf scozzese. Non solo, Trump, nella sua strategia intraprese un tour diplomatico nelle petromonarchie del Golfo Persico riuscendo a ottenere promesse di investimenti da migliaia di miliardi di dollari complessivi dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati. Dunque, una strategia complessa tendente da un lato (quello europeo e magari dell’estremo oriente) a diminuire il gap commerciale americano ma dall’altro lato (quello del Golfo Persico) ad attrarre cospicui investimenti, così da non veder ridurre il fondamentale flusso di investimenti verso gli USA.
Una strategia, mi permetto di dire, intelligente, complessa e ben strutturata che in teoria avrebbe dovuto avere successo, sebbene ciò poteva avvenire nel medio e lungo periodo. Come si sa, riassestare i conti con l’estero è una impresa titanica e difficilissima anche se il paese in difficoltà sono gli Stati Uniti.
Infatti, nonostante gli sforzi titanici di Trump e di tutto il suo staff le cose stanno peggiorando a vista d’occhio. Con un report di ieri, la Bea (US Federal Boureau of Economics Analysis) ha annunciato che la posizione finanziaria netta (NIIP, Net International Investment Position) degli USA è crollata al suo peggior risultato di sempre a ben 27610 miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra incommensurabile, anche per gli USA. Basti pensare, giusto per fare un esempio a noi vicino, che quando l’Italia fu commissariata da Mario Monti il passivo della posizione finanziaria netta (NIIP) era di “appena” 300 miliardi di euro. Una cifra che ormai gli USA perdono in 15 giorni.
Ricordo, che in sostanza il NIIP è la differenza tra gli investimenti esteri in USA e gli investimenti americani nel resto del mondo. Un passivo di questa portata ci indica due cose: la prima è che l’economia USA è sostanzialmente dipendente dai capitali esteri e la seconda è che il sistema finanziario americano (a partire da Wall Street) è completamente esposto agli umori degli investitori internazionali; in altri termini, un deflusso di capitali esteri (una “fuga di capitali” per usare una terminologia popolare) causerebbe probabilmente il crollo di Wall Street e la crisi del sistema bancario statunitense. Anche con l’intervento “provvidenziale della FED” che inonderebbe il mercato di liquidità. Le cifre necessaria potrebbero essere troppo alte anche per la banca centrale americana che potrebbe dover scegliere tra salvare il dollaro e salvare il sistema finanziario!
Come si uscirà da questa situazione? I modi sono due, o gli USA accettano un ridimensionamento sostanzialmente cedendo il proprio impero e ridimensionando la loro smisurata e costosissima macchina da guerra che ormai costa all’anno 1000 miliardi di dollari (oltre ai 500 miliardi all’anno di benefits per i veterani delle forze armate) oppure innescano un grande conflitto nel quale si brucino i libri contabili.
A sentire gli annunci di Trump che vuole continuare ad aumentare le spese militari e soprattutto vuole mettere le mani sulla Groenlandia (peraltro sfilandola a un vassallo europeo, la Danimarca) viene il dubbio che a Washington le scelte fondamentali siano state fatte. Anche se l’estensore dell’articolo, ovviamente spera di sbagliarsi.
*(Fonte: Sinistrainrete-Anti diplomatico, Giuseppe Masala. Giornalista)
06 – Geraldina Colotti*: ANALISI. STRATEGIA DELLE CALUNNIE PER MOSTRARE UN VENEZUELA DEBOLE E ARRENDEVOLE
NON È STATA UNA “PASSEGGIATA”, COME DICHIARATO DA TRUMP, L’ATTACCO AL VENEZUELA CHE, IL 3 GENNAIO, HA UCCISO, CON ARMI ULTRASOFISTICATE, MILITARI E CIVILI DURANTE UN BOMBARDAMENTO NOTTURNO CHE HA COLPITO LA CAPITALE E ALCUNI PORTI DEL PAESE. NON SI È TRATTATO DI UNA “OPERAZIONE CHIRURGICA E INDOLORE” A CUI NON È STATA OPPOSTA ALCUNA RESISTENZA. IL SEGRETARIO DI GUERRA USA, PETE HEGSETH, HA AMMESSO CHE 200 MEMBRI DELLE FORZE SPECIALI DELTA, SCESI DAGLI ELICOTTERI IN UNA PIOGGIA DI PROIETTILI, HANNO AFFRONTATO UNA RESISTENZA FEROCE.
Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.
Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.
Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.
Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale.
Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.
Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere.
Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.
Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).
È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense.
Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari.
Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio.
Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale.
Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servita a giustificare l’intervento di Washington.
In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale… E poi, la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.
Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.
Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.
Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.
Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.
In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.
Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero.
Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un’impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.
Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.
Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.
Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o dall’estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.
La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.
Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange -, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.
“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”.
*(Geraldina Colotti, giornalista e scrittrice, cura la versione italiana di “Le Monde diplomatique”. Esperta di America Latina, ha pubblicato saggi, raccolte di racconti e poesie)
07 – Anna Fabi *: PENSIONE APE SOCIALE CON I CONTRIBUTI ESTERI: REQUISITI E TEMPI CUMULO CONTRIBUTI.
ESEMPIO: 26 ANNI DI CONTRIBUTI IN ITALIA E 14 MATURATI IN AUSTRALIA, HO 64 ANNI E SONO IN NASPI FINO A FEBBRAIO: QUANDO SI PUÒ FARE DOMANDA PER L’APE SOCIALE?
Con 64 anni di età, 26 anni di contributi in Italia e 14 anni maturati in Australia, la possibilità di presentare domanda di APE Sociale nel 2026 dipende da tre snodi: categoria di accesso, requisito contributivo (anche con eventuale valorizzazione dei periodi esteri) e tempistica legata alla NASpI.
PRIMA CONDIZIONE: RIENTRO IN UNA DELLE CATEGORIE APE SOCIALE?
L’APE sociale non è una pensione ma un anticipo per chi rientra in specifiche condizioni. Nel caso descritto, la strada più plausibile è quella dei disoccupati (ex percettori di NASpI). In alternativa, può essere valutata solo se ricorrono anche altre condizioni (ad esempio invalidità civile in determinate percentuali, caregiver con requisiti precisi, oppure mansioni gravose con storico lavorativo coerente).
REQUISITO ANAGRAFICO PER USCIRE NEL 2026
Nel 2026 l’APE sociale richiede un’età minima che, nel suo caso, risulta parzialmente raggiunta e prevedibilmente lo sarà entro dicembre 2026 (è uno dei requisiti che si possono vantare in via prospettica): a 64 anni e 5 mesi il requisito anagrafico non sarà quindi un problema.
Requisito contributivo: i 26 anni italiani bastano?
DIPENDE DALLA CATEGORIA DI ACCESSO:
per la via “disoccupati” serve un requisito contributivo minimo che è superiore a 26 anni;
per alcune categorie (ad esempio gravosi) il requisito contributivo è anche più alto rispetto ai disoccupati.
Quindi, con i soli 26 anni italiani è probabile che il requisito contributivo non sia sufficiente. La partita si gioca sul secondo punto: se e come possono essere considerati i 14 anni in Australia.
Contributi in Australia per il requisito contributivo?
L’INPS ha chiarito che, ai fini del requisito contributivo per l’APE sociale, i periodi assicurativi maturati all’estero possono essere presi in considerazione se si tratta di periodi in Paesi per i quali è prevista la totalizzazione/certificazione in base a regole UE o a convenzioni bilaterali applicabili.
In pratica, se i 14 anni australiani risultano certificabili e valorizzabili nella posizione previdenziale ai fini del requisito, il totale “26 + 14” porta a 40 anni e il tema contributivo diventerebbe, in linea di principio, superato.
Operativamente, però, non è automatico: serve che il periodo estero sia agganciato correttamente tramite la procedura di certificazione/totalizzazione prevista, con i documenti necessari e le verifiche dell’INPS.
NASPI IN CORSO: QUANDO CHIEDERE L’APE SOCIALE
Per i disoccupati in NASpI è richiesto che la prestazione sia conclusa. Se la disoccupazione termina a febbraio 2026, potrà fare domanda subito dopo. La richiesta va infatti agganciata al momento in cui i requisiti risultano effettivamente maturati, a parte quelli presumibili in via prospettica come il requisito anagrafico al momento della decorrenza.
La prima finestra ordinaria per l’invio della domanda di certificazione del diritto è in scadenza il 31 marzo 2026. Dopo la risposta con l’esito positivo potrà inoltrare domanda vera e propria.
*(Fonte: PMI.it – Anna Fabi, Esperta di Economia, Fisco e Information Technology, scrive da anni di attualità legata al mondo delle piccole e medie imprese.)
08 – Luca Kocci*: MIGRANTI DEPORTATI, IL PAPA CONTRO LA CASA BIANCA – IMMIGRAZIONE E LO ZAR TRUMPIANO DELLE FRONTIERE REPLICA: ANCHE IL VATICANO HA UN MURO, GIUSTO?
«LE DEPORTAZIONI DI MASSA» DEI MIGRANTI AVVIATE DA DONALD TRUMP «LEDONO LA DIGNITÀ DI MOLTI UOMINI E DONNE», I CATTOLICI – MA ANCHE «TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE DI BUONA VOLONTÀ» – DEVONO OPPORSI E «NON CEDERE A NARRAZIONI CHE DISCRIMINANO E CAUSANO INUTILI SOFFERENZE AI NOSTRI FRATELLI E SORELLE MIGRANTI E RIFUGIATI».
È durissimo l’attacco sferrato da papa Francesco alle politiche contro i migranti della nuova amministrazione Usa. Che infatti, tramite Tom Homan, consigliere del presidente per la politica migratoria, reagisce in maniera scomposta: il pontefice deve «pensare alla Chiesa cattolica e lasciare che noi ci occupiamo delle frontiere. Vuole attaccarci perché garantiamo la sicurezza delle nostre frontiere? Ha un muro interno al Vaticano, no? Noi non possiamo avere un muro intorno agli Stati Uniti?».
La “scomunica” di Bergoglio alle «deportazioni» dei migranti – viene utilizzato il termine esatto: «program of mass deportations» – è contenuta in una lettera del papa ai vescovi degli Usa diffusa ieri dalla sala stampa vaticana. Francesco, dopo aver ricordato che anche Gesù ha vissuto «il dramma dell’immigrazione» e la «difficile esperienza di essere espulso dalla propria terra», spiega che «la legittimità delle norme e delle politiche» va giudicata «alla luce della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali, e non viceversa». Pertanto va espresso «il proprio disaccordo nei confronti di qualsiasi misura che identifichi tacitamente o esplicitamente lo status di clandestinità di alcuni migranti con la criminalità», come appunto si configura il progetto di Trump.
«L’atto di deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità», scrive il papa. Non vuol dire che non si possano attuare politiche per regolare le migrazioni, ma questo «non può avvenire attraverso il privilegio di alcuni e il sacrificio di altri»: i sommersi e i salvati.
Bergoglio non è da solo. Sempre ieri, infatti, il pontefice ha nominato vescovo di Detroit monsignor Weisenburger, che poche settimane fa aveva protestato contro la minaccia di Trump di andare a scovare i migranti anche in chiese e ospedali. A marzo poi assumerà la guida della diocesi di Washington il cardinale McElroy, che pochi giorni fa ha bollato le misure contro i migranti della nuova amministrazione Usa come una «guerra di paura e terrore».
I vescovi Usa non sono tutti antitrumpiani, anzi il consenso verso l’amministrazione è alto (è utile leggere il volume appena uscito dello storico Massimo Faggioli, Da Dio e Trump. Crisi cattolica e politica americana, Morcelliana). Ma la lettera di Francesco sembra un invito a serrare le fila dell’episcopato contro le politiche antisociali e antiumane di Trump. Si vedrà se il livello di tensione con il neo presidente si alzerà ancora.
*(Luca Kocci –insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori. Collabora con il quotidiano il manifesto e con l’agenzia settimanale Adista.)
09 -Luca Kocci*: TRE CARDINALI USA CONTRO LA CASA BIANCA: «POLITICHE DISTRUTTIVE». E IL VATICANO RILANCIA LA NOTIZIA. SEVERA BOCCIATURA DELLA POLITICA ESTERA AGGRESSIVA DI TRUMP DA PARTE DI TRE CARDINALI ARCIVESCOVI STATUNITENSI, ROBERT MCELROY (WASHINGTON), BLASE CUPICH (CHICAGO) E JOSEPH TOBIN (NEWARK).
Severa bocciatura della politica estera aggressiva di Trump da parte di tre cardinali arcivescovi statunitensi, Robert McElroy (Washington), Blase Cupich (Chicago) e Joseph Tobin (Newark): «L’uso della forza militare» da parte degli Usa mette a rischio la «pace», scrivono in una inusuale dichiarazione congiunta, rilanciata anche dai media vaticani, Osservatore Romano e Vatican News, segno che Oltretevere si condivide quanto affermano i tre porporati nominati da Bergoglio.
«Gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia hanno sollevato interrogativi fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace», si legge nella nota degli arcivescovi di Washington, Chicago (città natale di papa Prevost) e Tobin. «La costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità ora e in futuro, viene ridotta a categorie faziose che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive».
La «bussola etica» da seguire, allora, è quella indicata da papa Leone XIV nei recenti discorsi, a partire da quello dello scorso 9 gennaio agli ambasciatori presso la Santa sede, ampiamente citato da McElroy, Cupich e Tobin. «La debolezza del multilateralismo è motivo di particolare preoccupazione», perché «una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza, sia da parte di singoli individui che di gruppi di alleati. La guerra è tornata in auge e si sta diffondendo un entusiasmo per la guerra. Il principio stabilito dopo la seconda guerra mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato. La pace non è più ricercata come dono e bene desiderabile in sé», ma «attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio».
Pertanto «come pastori e cittadini, abbracciamo questa visione per l’istituzione di una politica estera autenticamente morale per la nostra nazione», aggiungono i tre cardinali statunitensi. «Cerchiamo di costruire una pace veramente giusta e duratura», «rinunciamo alla guerra come strumento per ristretti interessi nazionali» e «proclamiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come un normale strumento di politica nazionale». E lanciano il programma dell’episcopato Usa – perlomeno dei settori progressisti – per il futuro: «Il dibattito nazionale sui fondamenti morali della politica americana è afflitto da polarizzazione, faziosità e ristretti interessi economici e sociali. Papa Leone ci ha fornito il prisma attraverso cui elevarlo a un livello molto più alto. Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e ci impegneremo per rendere possibile questo livello più alto». Per Trump, quindi, potrebbe aprirsi un nuovo fronte interno, quello contro i vescovi cattolici.
*(Luca Kocci –insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori. Collabora con il quotidiano il manifesto e con l’agenzia settimanale Adista.)
10 – Christian L. Di Benedetto *: VECCHI LIBRETTI POSTALI IN LIRE: COME RECUPERARE INTERESSI MATURATI E SOMME DIMENTICATE
• COME SI CALCOLANO GLI INTERESSI SU UN LIBRETTO POSTALE IN LIRE
• PERCHÉ È IMPORTANTE VERIFICARE UN VECCHIO LIBRETTO POSTALE.
Hai un vecchio libretto postale in Lire. Come verificare se ci sono interessi maturati e come recuperare eventuali somme dimenticate.
I Libretti Postali rappresentano da sempre una delle forme di risparmio più diffuse tra gli italiani, apprezzati per la loro sicurezza e semplicità di gestione. Se negli ultimi anni l’attenzione si è spostata sull’euro, non bisogna dimenticare che molti cittadini conservano ancora vecchi libretti in Lire. Questi strumenti, apparentemente obsoleti, possono nascondere un valore economico molto più alto di quanto si pensi, soprattutto se consideriamo gli interessi maturati nel corso dei decenni.
Durante gli anni della lira, i tassi di interesse offerti dai libretti erano spesso più alti rispetto agli attuali rendimenti. Questo significa che anche piccoli importi depositati allora, se lasciati intatti, possono oggi rappresentare somme consistenti grazie all’effetto cumulativo degli interessi e alla rivalutazione monetaria. È il caso, ad esempio, di un cittadino trentino che ha ritrovato un libretto del 1943 con un valore rivalutato di circa 8 milioni di euro. Una situazione rara, ma che dimostra come il tempo possa moltiplicare il valore del risparmio.
Come si calcolano gli interessi su un libretto postale in Lire
Nel corso degli anni, i Libretti Postali hanno applicato tassi variabili in base all’andamento economico generale. Gli interessi venivano accreditati con periodicità annuale e registrati direttamente sul libretto. Se il libretto è rimasto inattivo per più di dieci anni e presenta un saldo superiore a 100 euro (circa 193.627 lire), potrebbe essere stato classificato come “rapporto dormiente” e le somme trasferite al Fondo istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Tuttavia, anche in questi casi, è ancora possibile fare richiesta di rimborso tramite CONSAP, entro i termini previsti. La procedura prevede l’identificazione dell’intestatario, la verifica della documentazione e la presentazione di una domanda ufficiale.
Perché è importante verificare un vecchio libretto postale
La possibilità di recuperare somme dimenticate rende fondamentale il controllo di qualsiasi vecchio libretto in Lire in proprio possesso. Molti italiani tengono ancora questi documenti in casa senza conoscerne il potenziale valore. Il consiglio è di recarsi presso un ufficio postale muniti di documento d’identità e codice fiscale per verificare lo stato del libretto. È inoltre possibile consultare il portale dei rapporti dormienti della CONSAP per capire se il proprio libretto rientra tra quelli trasferiti al Fondo. Una volta verificato, si può procedere con l’eventuale richiesta di rimborso e, in caso di saldo ancora attivo, con la conversione in euro seguendo i criteri ufficiali.
Il valore reale di questi libretti non sta solo nella somma iniziale depositata, ma negli interessi maturati e nella rivalutazione legata al lungo periodo. Spesso, per importi anche modesti all’epoca, oggi si possono ottenere cifre molto più alte. Ignorare l’esistenza o l’importanza di questi strumenti di risparmio significa rinunciare a una possibile risorsa economica.
Se sei in possesso di un vecchio libretto postale in Lire, controllarlo è un’opportunità concreta. Verificare lo stato attuale del libretto, rivalutare gli importi e capire se vi sono interessi maturati potrebbe restituirti un piccolo capitale dimenticato. Un semplice gesto di verifica può trasformarsi in un’importante occasione di recupero del risparmio.
*(Fonte: News Mondo Christian L. Di Benedetto – giornalista)
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