n° 24 – 15/06/24 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALE ED INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Sen. Francesca La Marca*: Il PD è il primo partito dell’opposizione
02 – Barbara Weisz*: Pensione INPS: come fare domanda dall’estero.
03 – Andrea Carugati*: Meloni impone ai G7 la retromarcia su aborto e diritti lgbt. SFOLLAGENDER. Nel comunicato finale cancellati i passaggi più avanzati del 2023 Tolta «l’identità di genere» invisa alle destre. Imbarazzo di Biden
04 – Andrea Colombo*: Meloni resta in piedi in casa ma perde lo scettro europeo – CUORE DI TENEBRA. La premier potrà entrare nel palazzo del potere della Ue solo da una porta laterale.
05 – Giuliano Santoro*: «Questo è solo l’inizio». Exploit Avs, Salis eletta – A SINISTRA. I rossoverdi vanno ben oltre il 6%. Fratoianni annuncia: «Ilaria è europarlamentare»
06 – Paolo Mossetti°: LA GUERRA IN UCRAINA11.06.2024 – Ma cosa si potrà ottenere alla conferenza di pace sull’Ucraina? Biden si è sfilato, la Cina traccheggia e Zelensky rischia l’isolamento. Al summit in Svizzera non ci saranno Brasile e Pakistan e Brasile e Unione europea non bastano
07 – Maria Cristina Fraddosio*: Il Controvertice: «L’economia di guerra è un cattivo affare». NO G7. Incontri pubblici e corto ieri a Fasano, oggi nuova manifestazione. Mentre i sette mettevano a punto la dichiarazione finale, gli attivisti di Extinction Rebellionsi si incatenavano ai cancelli del media center. FASANO.
08 – Andrea Valdambrini*: «Dobbiamo condizionare la nuova Commissione» IL DEPUTATO DI LEFT HELMUT LEFT. «Bsw non è molto diversa dall’Afd. Anche loro fanno leva sull’insicurezza delle persone. Usano la paura verso i migranti e così ottengono consenso. Il populismo è questo» BRUXELLES
09 – Federico Larsen *: Accordi sottobanco e manganelli, la legge di Milei in Argentina – ARGENTINA. Passa la Ley Bases: privatizzazioni selvagge e superpoteri al capo. Scontri davanti al Congresso. Intervista allo storico Adamovsky. BUENOS AIRES.
10 – Glória Paiva*: In Brasile avanza la legge che equipara aborto e omicidio. Un test “evangelico” per Lula – DIRITTI A RISCHIO. Regime d’urgenza per il PL 1904. E ondata “verde” di protesta in tutto il Paese. L’avvocata Maíra Recchia denuncia: «Alle donne pena doppia rispetto agli stupratori»
11 – Patrizio Gonnella*: Storia di Hysaj, sbarcato a Bari neonato, difensore della Lazio che canta Bella Ciao SPORT E DIRITTI. Punizione! si farà il tifo stasera anche nelle carceri, dove la comunità albanese è la quarta più numerosa.

 

01 – Sen. Francesca La Marca*: IL PD È IL PRIMO PARTITO DELL’OPPOSIZIONE- UNA GRANDE SQUADRA, UN GRANDE RISULTATO PER IL PARTITO DEMOCRATICO CHE SI CONFERMA LA PRINCIPALE FORZA DI OPPOSIZIONE A QUESTA DESTRA NAZIONALISTA E POPULISTA.

Un Partito Democratico che torna tra la gente, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle periferie e al Sud, un grande lavoro che ha permesso al Partito di tornare ad essere il più votato proprio nel Meridione come all’estero. Il lavoro, il clima, i diritti, la sanità pubblica sono le priorità sulle quali si è lavorato in campagna elettorale e saranno i temi chiave dell’impegno in Europa.
Qui potete trovare tutti i risultati in tempo reale: https://elezioni.interno.gov.it/europee/scrutini/20240609/scrutiniEI
I risultati dei seggi esteri mostrano un PD in gran forma e che si conferma un punto di riferimento per gli italiani all’estero. Con 1.932 sezioni scrutinate su 2.255 al primo posto c’è il PD con il 30,01%, seguito da Fratelli d’Italia (19,11) e Alleanza Verdi Sinistra (17,15). Il Movimento 5 Stelle arriva all’8,14%, Stati Uniti d’Europa al 5,83 e Forza Italia al 4,83.
Seguono Azione (4,55), Lega (3,81), Pace terra e libertà (3,38).
L’astensionismo è un dato preoccupante che continua a crescere. Occorre quindi continuare il lavoro fatto in questi mesi e costruire nuovo consenso sui temi che le persone hanno a cuore.
I dati segnalano anche come il Partito Democratico e Alternativa Verdi e Sinistra sono le uniche due forze politiche che accrescono i voti assoluti rispetto all’ultima competizione elettorale. Un segnale importante di come la chiarezza nei contenuti e il coraggio delle proposte porti ad un maggior consenso.
L’assenza della possibilità di voto per gli italiani residenti fuori dall’UE ha influito pesantemente su questo dato negativo e continua a rappresentare una nota dolente per l’Italia. La Senatrice, nel corso di questa legislatura, ha tentato più volte di ampliare il diritto di voto ai cittadini italiani residenti extra UE, presentando due interrogazioni che potete trovare qui: https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=19&id=1372898 , https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=19&id=1410915 .
Il lavoro e l’impegno della Senatrice in questa direzione proseguiranno nei prossimi mesi con l’obiettivo di regolamentare quanto prima le modalità di voto.
“Una campagna elettorale palmo a palmo, più di 120 tappe in giro per l’Italia, l’ultima quella di venerdì a Padova, là dove il 7 giugno di 40 anni tenne l’ultimo comizio Berlinguer. Con umiltà e fatica siamo tornati tra la gente, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle periferie e al Sud con l’obiettivo di andare ad incontrare tutte e tutti i delusi dalla politica. Oggi è il giorno dopo, si fanno i primi bilanci. Una grande squadra, un grande risultato per il Partito Democratico che si conferma la principale forza di opposizione alla Destra nazionalista e populista, attualmente al Governo. La Segretaria ha fatto un gran lavoro nella costruzione delle liste e nel supporto ai diversi candidati e insieme a tutto il Partito, ha ottenuto un risultato incredibile. Ora a lavoro con i nostri eletti per un’Europa più sociale, più verde e più inclusiva.”
*(Senatrice La Marca.3ª Commissione – Affari Esteri e Difesa – Electoral College – North and Central America – Senato della Repubblica XIX Legislatura)

02 – Barbara Weisz*: PENSIONE INPS: COME FARE DOMANDA DALL’ESTERO.
Esempio
Il prossimo mese compie 67 anni. Quando presentare la domanda per la pensione di vecchiaia all’INPS?
Residente all’estero da anni e non ha le credenziali per la domanda online.
Come fare?
La domanda di pensione di vecchiaia si può presentare all’INPS quando mancano almeno tre mesi alla maturazione del requisito (67 anni di età e 20 anni di contributi versati).]

https://pmi.it/economia/lavoro/370608/pensione-vecchiaia-domanda.html
=> CALCOLO IMPORTO E DECORRENZA PENSIONE ONLINE
https://pmi.it/servizi/145093/calcolo-pensione.html

La procedura web semplificata per la domanda di pensione di vecchiaia ordinaria è disponibile al seguente percorso sul sito INPS: “Pensione e Previdenza” > “Domanda di pensione”> “Domanda Pensione, Ricostituzione, Ratei, Certificazioni, APE Sociale e Beneficio precoci” > “Nuova prestazione pensionistica” > “Pensione di vecchiaia”.

=> Pensione di vecchiaia: come e quando fare domanda
https://pmi.it/economia/lavoro/370608/pensione-vecchiaia-domanda.html
Il fatto di essere residente all’estero non le impedisce di ottenere le credenziali per inoltrare la richiesta online.
Può ad esempio chiedere la CIE (Carta d’identità elettronica) presso il consolato da utilizzare come credenziale di accesso. Oppure può farsi rilasciare una identità digitale SPID seguendo la procedura prevista per i residenti all’estero.
Trova tutte le indicazioni sul portale del Governo dedicato al sistema pubblico di identità digitale (spid.gov.it): i documenti necessari sono un documento di identità valido, il codice fiscale, un numero di cellulare (anche estero) e un indirizzo di posta elettronica.
=> Pensione: SPID per italiani residenti all’estero
https://pmi.it/tecnologia/proddotti-e-servizi-ict/esperto/400018/pid-per-residenti-allestero.html
*(Fonte PMI.it: di Barbara Weisz, Giornalista professionista, scrive di economia, politica e finanza per la stampa specializzata, tra testate online quotidiani e riviste a diffusione nazionale.)

 

03 – Andrea Carugati*: MELONI IMPONE AI G7 LA RETROMARCIA SU ABORTO E DIRITTI LGBT. SFOLLAGENDER. NEL COMUNICATO FINALE CANCELLATI I PASSAGGI PIÙ AVANZATI DEL 2023 TOLTA «L’IDENTITÀ DI GENERE» INVISA ALLE DESTRE. IMBARAZZO DI BIDEN.

Tra gli ulivi e le suite a 5 stelle di Borgo Egnazia, tra il panem (con pomodoro) dello chef Bottura e i circenses affidati alla voce di Andrea Bocelli, Giorgia Meloni ha fatto anche molta politica. Non solo con le decine di photo opportunity e strette di mano con i leader di decine di paesi fuori dal G7 (dal Papa a Lula, da Milei a Erdogan a Modi) che lei ha voluto invitare in Puglia. Ma nelle due direzioni che la contraddistinguono: asse ferreo con Biden sul sostegno all’Ucraina (con annesse critiche al sostegno cinese a Mosca) e conservatorismo spinto sui diritti civili.
IL COMUNICATO FINALE firmato ieri dai 7 Grandi segna una vittoria della premier italiana: la parola «aborto» non compare nel testo, mentre c’era in quello del precedente G7 di Hiroshima. Gli sherpa italiani l’hanno spuntata, dopo una lunga notte di discussioni, col risultato che nel documento ci si limita a richiamare gli impegni del vertice del 2023, e cioè l’«accesso universale ad adeguati e fruibili servizi sanitari per le donne, inclusa la salute sessuale e riproduttiva». L’anno scorso, con la presidenza giapponese, si parlava di «accesso all’aborto legale e sicuro e alle cure post-aborto».
RETORICA BELLICISTA, CONFINI E AFFARI: IL G7 FORMATO ITALIA
Francesi e canadesi avrebbero voluto fare un passo avanti rispetto a un anno fa, col sostegno di Biden. E invece l’Italia ha posto il veto, impedendo ogni miglioria e ottenendo che sparisse la stessa parola «aborto». Secondo la ricostruzione di fonti italiane, alle 3 del mattino di martedì scorso si sarebbe deciso all’unanimità di adeguarsi alla proposta di Roma, complice anche un bicchiere di vino ordinato dai padroni di casa per fiaccare le resistenze straniero. L’Italia era pronta a prolungare il negoziato a oltranza per inserire nel testo i temi cari ai pro-vita. A quel punto le altre delegazioni hanno rinunciato, e la minaccia di veto degli Usa (che si erano detti pronti a non firmare il testo finale) si è sciolta come neve al sole.
PALPABILE L’IMBARAZZO di Biden ieri, dopo il bilaterale con Meloni. Il presidente Usa non ha risposto alla domanda dei giornalisti sull’aborto. Più tardi fonti della Casa Bianca si sono limitate a riferire che «il comunicato finale sarà approvato col consenso di tutti i Sette». Resa totale. La reazione di Macron era andata in scena giovedì sera, al campo da golf accanto al resort. Si era detto «dispiaciuto» per il passo indietro sull’aborto, ricordando le «diverse sensibilità» sul tema col governo italiano. Frasi che poi Meloni gli ha rinfacciato con durezza inusitata: «Non si fa campagna elettorale in un vertice internazionale».
Nessuna «panna montata», dunque o «strumentalizzazione elettorale» tesi sostenuta dagli sherpa italiani per puntare il dito con Parigi. Né vale la spiegazione che «sarebbe stato troppo prolisso richiamare tutti gli impegni di Hiroshima». Bastavano quattro parole: «accesso all’aborto legale e sicuro», ma Meloni e soci hanno voluto e ottenuto lo scalpo ideologico. Ieri sera Macron ha cercato di chiudere l’incidente: «Ho posto la questione in maniera sincera, ma i disaccordi non vanno amplificati, io e Meloni non siamo avversari».
LA PREMIER NON SI È FERMATA qui. Ha ottenuto un altro passo indietro anche sui diritti lgbt. Il testo pugliese si limita ad esprimere «forte preoccupazione per la riduzione dei diritti delle donne e delle persone lgbtqia+ in tutto il mondo, in particolare in tempi di crisi» e a «condannare fermamente tutte le violazioni e gli abusi dei loro diritti umani e delle libertà fondamentali». Citato anche l’impegno «per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne in tutta la loro diversità, attraverso una partecipazione piena, equa e significativa in tutte le sfere della società». Il minimo sindacale per un vertice delle prime democrazie mondiali.
A HIROSHIMA I TONI del comunicato erano stati significativamente diversi. Si citava l’impegno a «raddoppiare gli sforzi per superare le barriere strutturali di lunga data e ad affrontare le norme, gli stereotipi, i ruoli e le pratiche di genere dannose attraverso mezzi come l’istruzione e a realizzare una società in cui la diversità, i diritti umani e la dignità siano rispettati, promossi e protetti e in cui tutte le persone possano godere di una vita piena e libera dalla violenza e dalla discriminazione, indipendentemente dall’identità o dall’espressione di genere o dall’orientamento sessuale». Un altro pianeta.
MELONI HA TENUTO a ribadire invece i riferimenti all’empowerment femminile e l’auspicio che le donne assumano ruoli guida in tutti i settori della società e nelle imprese, così come gli impegni legati al contrasto della violenza di genere, al bilanciamento delle cure parentali tra uomini e donne e alla necessità di investire sugli asili nido per favorire l’occupazione femminile.

IL CONTROVERTICE: «L’ECONOMIA DI GUERRA È UN CATTIVO AFFARE»
Stupisce che, di fronte a una vittoria così piena in direzione di un arretramento reazionario su temi cari alle destre mondiali, il governo italiano abbia sentito la necessità di smentire. Prima con l’aborto, e ieri con i diritti lgbt, quando Bloomberg ha anticipato la bozza del comunicato parlando di «significativa attenuazione» del riferimento ai diritti lgbt.
«Notizia priva di ogni fondamento», hanno tuonato le fonti italiane, smentendo che fosse stato tolto «ogni riferimento ai diritti delle persone lgbt». Bloomberg invece aveva correttamente riferito lo sbianchettamento dei riferimenti all’«identità di genere» e all’ «orientamento sessuale. «È l’ennesimo schiaffo dopo non aver votato la dichiarazione lgbt in Europa e dopo aver tentato in tutti i modi di ostacolare le famiglie arcobaleno», attacca il portavoce di Roma Pride, Mario Colamarino. «Spero che gli altri paesi si facciano sentire». Dura anche la neo-eurodeputata Pd Cecilia Strada: «Siamo arrabbiati ma non sorpresi perché questo è un governo che i diritti li toglie».
*(Fonte: Il Manifesto. Andrea Carugati, cronista parlamentare).

 

04 – Andrea Colombo*: MELONI RESTA IN PIEDI IN CASA MA PERDE LO SCETTRO EUROPEO – CUORE DI TENEBRA. LA PREMIER POTRÀ ENTRARE NEL PALAZZO DEL POTERE DELLA UE SOLO DA UNA PORTA LATERALE.

Dal “sondaggione interno” delle politiche europee Giorgia Meloni è uscita in piedi, anche se meno trionfante di quanto non racconti. Ha perso voti e neanche pochi, 600mila e rotti, ma ha guadagnato punti percentuali, come partito e come coalizione. Non ha fatto lo strapieno come chiunque si trovasse a palazzo Chigi quando si aprivano le urne in Europa ma non è neppure finita a gambe all’aria come chiunque governi oggi nella stessa Europa. Si dichiara soddisfatta e lo è davvero. Solo che per lei le elezioni non erano solo un sondaggione privo di conseguenze concrete, salvo esiti clamorosi come quello francese. La posta in gioco è a Bruxelles e Strasburgo: su quel tavolo l’elettorato le ha servito carte ambigue che la costringono in una situazione che richiederà maestria.
«IL RESPONSO DEI CITTADINI impone che l’Europa guardi più verso il centrodestra: questo è quel che i cittadini chiedono», afferma fingendosi sicura Meloni. Sulla carta potrebbe anche aver ragione. Nei fatti non è così. Ursula von der Leyen, leader pronta a tutto come pochi altri, capace di volteggiare con aristocratica ineleganza passando dal Green Deal al riarmo, dall’apertura a destra al cordone sanitario contro la destra, guarda ai numeri, tiene conto del veto del Pse e dei Liberali, indisponibili a sostenerla se intavolerà trattative con i Conservatori, trae le conseguenze. Ora vuole «costruire un bastione contro gli estremisti».
Conte chiama Elly: «Avanti col dialogo». Toninelli prova a guidare il dissenso
A tal fine dialogherà prima di tutti con i Socialisti però «lasciando le porte aperte ad altri». Non allude però a quella che sino a ieri sembrava l’amica del cuore «davvero europeista», Meloni Giorgia, ma ai Verdi, i quali peraltro si sono già detti prontissimi a votarla.
ALLA LUCE DEL SOLE von der Leyen i voti ce li avrebbe comunque. La maggioranza che porta il suo nome ha una quarantina di seggi in più rispetto ai 361 necessari. Ma di mezzo ci sono i franchi tiratori, che non mancheranno e potrebbero affossarla senza il soccorso tricolore di Meloni. I verdi però dovrebbero bastare a evitare il tonfo. Certo il voto è segreto e nessuno può proibire di votarla agli eurodeputati FdI, se non all’intero gruppo conservatore dove in molti guardano a von der Leyen col fumo negli occhi. Però non è quello a cui mirava la premier italiana, che ambiva al ruolo di queen maker, e intendeva giocare sull’ambiguità tra voto esplicito a favore della nuova presidenza e pretesa di essere al di fuori della maggioranza.

Si trova invece nella condizione di chi può sempre entrare nel palazzo lussuoso del potere europeo, però dalla porta di servizio e stando ben attenta a non farsi notare. «Può fare il pesce piccolo in uno stagno grande o il pesce grande in uno stagno piccolo», sintetizza impietosa ma lucida Natalie Tocci. Lo stagno piccolo, non piccolissimo, è quello in cui nuotano le due destre, quella dei Conservatori e quella di Id. Finiranno inevitabilmente per riavvicinarsi ma tanto più rapidamente quanto più stretto sarà il cordone sanitario contro di loro. In quello stagno, peraltro, Meloni potrebbe scoprire presto di non essere più il pesce più grosso, con Marine Le Pen che sguazza nelle stesse acque.
La premier italiana, consapevole di avere pochissimo spazio di manovra a Strasburgo, punterà di conseguenza sul Consiglio europeo, dove il voto, data la debolezza di tutti gli altri a partire da Macron e Scholz, le garantisce una posizione di maggior forza: «Il candidato verrà indicato dal Consiglio e la proposta spetta al Ppe, che ha più voti di tutti», ricorda la Meloni. Poi inizia a calare le sue carte: «Valuteremo quella proposta quando sarà formalizzata. Ci sono diverse questioni che riguardano tutti i ruoli apicali e le deleghe dei commissari, incluso quello italiano. Sicuramente l’Italia sarà protagonista e non spettatrice».
LA PARTITA EUROPEA si giocherà lì, nel Consiglio, e buona parte delle trattative, presumibilmente, non sarà trasparente. Le resistenze saranno strenue. Scholz ha già fatto sapere che anche lui «valuterà» la candidatura von der Leyen ma mettendo subito in chiaro che a sostenerla dovrà essere «una maggioranza democratica di partiti democratici tradizionali nel Parlamento europeo». Sembra una chiusura senza appello ma col terremoto a Parigi e il cancelliere in ginocchio tutto è molto più sfumato.
Macron, Scholz e Meloni ne parleranno a margine del G7 ma alla fine molto, se non tutto, dipenderà da come deciderà di muoversi la forza di gran lunga principale in Europa: il Ppe. Le strategie possibili nei confronti della destra all’arrembaggio sono due: un cordone sanitario stretto e rigido oppure una prudente apertura con l’obiettivo di impedire che le destre divise facciano blocco. Difficile pensare che la forza politica più rilevante d’Europa non abbia moltissima voce in capitolo su una scelta di tale portata.
*(fonte: Il Manifesto. Andrea Colombo, è un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano.)

 

05 – Giuliano Santoro*: «QUESTO È SOLO L’INIZIO». EXPLOIT AVS, SALIS ELETTA – A SINISTRA. I ROSSOVERDI VANNO BEN OLTRE IL 6%. FRATOIANNI ANNUNCIA: «ILARIA È EUROPARLAMENTARE»
La (no)war room di Alleanza Verdi Sinistra è in una sala con maxischermo al piano interrato delle Officine Fluviali, spazio coworking nel quartiere Ostiense. È in questa saletta che i primi dati arrivano e scattano i primi festeggiamenti. Quando arriva la proiezione che sigilla Alleanza Verdi Sinistra ben oltre le più rosee previsioni del 6%, anche la prima fila abbandona l’aplomb scaramantico: Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si abbracciano. L’unico che resta seduto, a compulsare gli altri dati, è il presidente di Sinistra italiana Nichi Vendola. Una fila più indietro siede Roberto Salis, il padre di Ilaria che ha combattuto nei mesi scorsi e che ha condotto la campagna elettorale per conto della figlia, detenuta a Budapest.
A QUEL PUNTO Fratoianni&Bonelli ritornano al piano di sopra, dove i giornalisti aspettano la dichiarazione di prammatica. «Sulla base delle prime proiezioni quello che si profila per Alleanza Verdi Sinistra è un risultato straordinario» dice Fratoianni. E ripete l’aggettivo «straordinario» per tre volte, quasi a voler prendere le misure. Poi contestualizza il dato italiano: «Questo voto si colloca in un quadro preoccupante per l’Europa. Ma se c’è uno sconfitto è l’asse della guerra Macron-Scholz».
IL PD ARRIVA AL 24%. SCHLEIN: «RISULTATO STRAORDINARIO»
Bonelli si fa prendere e si sente per una notte il Cohn-Bendit italiano: «Ringraziamo tutti gli italiani che ci hanno voluto dare fiducia – afferma il portavoce di Europa Verde – Questo risultato straordinario e importante dobbiamo fare in modo che possa crescere sempre di più. Ce n’est qu’un debut continuons le combat». Fratoianni quasi scoppia a ridere, sembra stupito dal trasporto movimentista del socio verde. Poi riprende il microfono e aggiunge: «Vedremo come andranno le preferenze, ma penso che a questo punto possiamo annunciare che Ilaria Salis sarà parlamentare europea».
È a questo punto che gli attivisti che hanno lavorato a questa (diciamolo: folle) operazione fin dallo scorso mese di marzo, quando le udienze del processo contro la maestra antifascista hanno fatto capire che ci si trovava davanti a una persecuzione politica, hanno realizzato che la missione può dirsi compiuta.
Chiunque adori i piani ben riusciti non può che alzare un bicchiere e ricordare di quando Ilaria ha posto dei dubbi alla candidatura con il Pd (temeva che i suoi non l’avrebbero seguita fino a quel punto) o quando dal personale diplomatico italiano in Ungheria è trapelato il timore che qualche elemento processuale tirato fuori ad arte avrebbe potuto inficiare la campagna elettorale e peggiorare la situazione.
Ma anche Filippo Sensi, ex portavoce di Renzi e attuale parlamentare del Pd ammette l’efficacia dell’operazione: «Effetto Salis enorme su Avs, voto con un effetto concreto, metto il suo nome e la libero». Se fosse confermata l’elezione andrebbe scarcerata, attualmente si trova agli arresti domiciliari con tanto di braccialetto elettronico, e il processo a suo carico sarebbe sospeso. Esattamente quello che i movimenti di tutt’Italia avevano promesso di fare imbracciando la matita elettorale: riportarla a casa e dare un segnale all’Europa più nera e sovranista.
DETTO CIÒ, questo exploit di Avs andrà decifrato anche sulla base delle preferenze. Bisognerà capire come si è distribuito il voto sui territori, arrivano per primi i dati di Roma e pare ci sia una tendenza capitolina che premia Ignazio Marino, ma Massimiliano Smeriglio, che si trova al Porto Fluviale e che tira il fiato come è giusto che faccia uno che i voti se li è andati a prendere nello spazio delle diverse regioni del centro Italia «uno per uno» sa che la nottata è lunga e che prima di tirare le fila si tratta di sapere attendere, anche se la ripartizione di scuola vorrebbe che i primi tre seggi a scattare per i rossoverdi sono quelli del nordovest (dove appunto dovrebbe passare Salis) del centro e del sud.
La geografia delle preferenze rappresenterà anche una trama politica da sostenere. «Mi sono impegnato sulla salute, che sta facendo un passo indietro in Europa», dice Marino nel cuore della notte. «Non avevamo dubbi che Ilaria sarebbe arrivata non prima ma primissima – afferma Fratoianni – Il problema era la soglia, noi non l’abbiamo solo superata ma travolta e Ilaria sarà parlamentare europea. Io sono felice anche di questo in particolare». «Ci sarà tanto da capire sulle ragioni di questo scenario e su come invertirlo – riflette il deputato torinese Marco Grimaldi – Eppure, almeno in Italia, l’onda non monta più. E Alleanza Verdi Sinistra è la vera sorpresa oltre ogni sondaggio».
*(Giuliano Santoro – Comunista tendenza Joe Strummer, è arrivato al manifesto occupandosi di politica al tempo della crisi della rappresentanza. Ha scritto qualche libro. Senza barbecue non è la sua rivoluzione)

 

06 – Paolo Mossetti°: LA GUERRA IN UCRAINA11.06.2024 – MA COSA SI POTRÀ OTTENERE ALLA CONFERENZA DI PACE SULL’UCRAINA? BIDEN SI È SFILATO, LA CINA TRACCHEGGIA E ZELENSKY RISCHIA L’ISOLAMENTO. AL SUMMIT IN SVIZZERA NON CI SARANNO BRASILE E PAKISTAN E BRASILE E UNIONE EUROPEA NON BASTANO

Il presidente dell’Ucraina, Volodymyr ZelenskyNHAC NGUYEN/AFP VIA GETTY IMAGES
Sembra passato un secolo da quando, nel settembre del 2022, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky era intervenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, dettando le sue “condizioni di pace” per fermare il conflitto. Creare un tribunale speciale per punire la Russia per i crimini commessi nell’aggressione, farle risarcire i danni causati, togliere il diritto di votare nelle organizzazioni internazionali e il ripristino della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Ucraina.
Cinque misure che erano il segno buon momento che sembrava attraversare allora la controffensiva ucraina, che stava ottenendo vittorie importanti nel nord-est del paese, pur con una Russia mobilitata a metà e non fiaccata dalle sanzioni. Al termine del suo discorso, rincuorato da tutta la politica statunitense, Zelensky aveva ricevuto una standing ovation.

La delusione di Biden
Circa due anni più tardi, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non sarà presente al vertice di pace in Svizzera organizzato dall’Ucraina il 15 giugno. Nonostante la pressione di Zelensky sugli alleati, affinché prendano parte all’incontro che vorrebbe definire una via d’uscita dal conflitto- pur essendo esclusa la Russia e con la Cina che non sarà presente – a quel tavolo l’amico di Washington non si siederà: al suo posto la vice di Biden, Kamala Harris, sempre più sfiduciata e a picco nei sondaggi, e il consigliere della sicurezza nazionale Jake Sullivan, per assicurarsi “una pace giusta e duratura”.

Biden ha però già espresso il suo pensiero sulla soluzione della crisi. In un’intervista con Time, ha escluso ciò che il presidente Zelensky e molti segmenti d’opinione europea hanno costantemente richiesto: l’ammissione dell’Ucraina alla Nato subito dopo la fine della guerra con la Russia. “Non sostengo la Natoizzazione dell’Ucraina”, ha detto Biden, aggiungendo che la fine della guerra “non significa… che [l’Ucraina, ndr] faccia parte della Nato”. Fare il modo che la Russia non occupi mai e poi mai l’Ucraina è il nostro primo obiettivo, ha fatto capire Biden, ma questo non vuol dire Kyiv dentro l’alleanza Atlantica, bensì armi per difendersi. La partecipazione poco entusiasta di Washington non depone bene per il tentativo ucraino di dimostrare un isolamento internazionale della Russia. Zelensky ha definito la decisione di Biden, che indebolisce il sostegno all’Ucraina, come un regalo per il presidente russo, Vladimir Putin, ed è chiaramente deluso.

CHI CI SARÀ
Non che mancheranno in Svizzera paesi e le organizzazioni di rilievo: hanno confermato la partecipazione l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa e l’India. Il presidente francese, Emmanuel Macron, probabilmente regalerà un discorso importante. Ma tra i circa 100 invitati che hanno detto sì mancheranno diverse potenze non allineate di primo piano, tra cui Cina e Arabia Saudita. L’india manderà solo un rappresentante simbolico. Non ci saranno neppure Pakistan e Brasile, simbolo di un Sud del mondo non esattamente trascinato dalla retorica euro-atlantica. Zelensky ha criticato Pechino per aver saltato l’evento: sta lavorando a favore della Russia per sabotare gli sforzi di pace, ha spiegato.
La Cina e i suoi satelliti diplomatici, come per l’appunto il Pakistan, spiegano invece che è l’assenza della Russia dal vertice a far perdere credibilità al summit: senza Mosca l’evento non ha alcuna importanza e diversi attori nel Global South, su suggerimento di Pechino, cercano di rimanere neutrali nel conflitto tra mondo occidentale e mondo russo. Il rifiuto brasiliano, nell’aria ma non ancora confermato, completerebbe un niet alla partecipazione da parte di tutti e cinque i paesi del gruppo dei Brics (Brasile, Russia ovviamente, India, Cina e Sudafrica). Non ci sarà neppure l’Arabia Saudita, per gli stessi motivi della Cina.
Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha suggerito che un vertice alternativo venga organizzato dalla Cina, in cui Russia e Ucraina potrebbero partecipare. Cina e Brasile hanno firmato la scorsa settimana una dichiarazione congiunta che chiede colloqui di pace tra Russia e Ucraina, ma finora è rimasta lettera morta. E a proposito di questo, Pechino rispedisce al mittente le accuse dell’Ucraina di voler boicottare il summit: “L’uso della forza politica non è nello stile della diplomazia cinese e la posizione della Cina è aperta e trasparente. In nessun caso facciamo pressioni su altri Paesi”, ha replicato la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, secondo cui Pechino “ha più volte sottolineato che la conferenza di pace deve essere riconosciuta sia dalla Russia sia dall’Ucraina, che tutte le parti devono parteciparvi su un piano di parità e che tutti i piani di pace devono essere oggetto di una discussione equa”. Per questo, “è difficile per la Cina partecipare in Svizzera proprio perché crediamo che questi tre punti potrebbero non essere raggiunti in questo incontro”.

E ZELENSKY CAMBIA IDEA SU ISRAELE
Conscio che l’operazione-simpatia col Sud del mondo è stata finora deludente, e forse anche per lanciare un segnala all’Arabia Saudita, Zelensky ha criticato apertamente la rappresaglia israeliana a Gaza, invitando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a rispettare il diritto umanitario e ribadendo che concedere uno Stato-nazione ai palestinesi è l’unica via per uscire dalla catastrofe.
Zelensky, in realtà, è stato un sostenitore integerrimo di Israele durante tutta la sua presidenza e, dall’invasione della Russia in Ucraina nel febbraio 2022, ha ripetutamente chiesto a Israele di fornire supporto materiale, ricordando a Tel Aviv l'”alleanza” di Mosca con l’Iran. Più volte, dopo l’eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre, il presidente ucraino si è prodigato in paralleli sballati tra Israele e Ucraina e si è detto disposto a visitare lo Stato ebraico – lui stesso è di origine ebraica – per portagli la più piena solidarietà. Parlando alla conferenza Shangri-La Dialogue a Singapore, Zelensky sembra aver cambiato idea: “L’Ucraina ha detto che se i terroristi di Hamas hanno attaccato i civili il primo giorno del loro attacco a Israele, allora Israele ha il diritto di difendersi”, ha detto Zelensky, aggiungendo però che l’Ucraina farà tutto il possibile per convincere Israele a fermarsi, ad accettare i due Stati èprevenire la sofferenza dei civili”.

UNA NEUTRALITÀ ARMATA?
Mesi fa Zelensky aveva paragonato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele all’invasione russa dell’Ucraina. Al danno d’immagine (presso i Paesi musulmani e arabi in primis) si è aggiunta la beffa: Netanyahu ha sempre mantenuto stretti rapporti con il presidente russo Vladimir Putin e ha adottato una linea meno critica sull’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca rispetto ai paesi occidentali. Per la prima volta sono quindi i principali alleati di Zelensky a non escludere una condizione di neutralità formale per Kyiv: una delle condizioni, ricordiamolo, del Cremlino per lasciare il vicino in pace.
Il risultato, alla luce anche della contrarietà di altri membri Nato come Ungheria e Slovacchia all’allargamento ucraino e del possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, è che Kyiv deve iniziare a pensare seriamente a una sorta di neutralità armata: non più l’ingresso nel blocco atlantico, ma piena libertà per l’Ucraina di rivolgersi ai paesi di sua scelta per armamenti e addestramento.
*(Paolo Mossetti è uno scrittore e giornalista che si occupa di antropologia economica e reportage su riviste)

 

07 – Maria Cristina Fraddosio*: IL CONTROVERTICE: «L’ECONOMIA DI GUERRA È UN CATTIVO AFFARE». NO G7. INCONTRI PUBBLICI E CORTO IERI A FASANO, OGGI NUOVA MANIFESTAZIONE. MENTRE I SETTE METTEVANO A PUNTO LA DICHIARAZIONE FINALE, GLI ATTIVISTI DI EXTINCTION REBELLIONSI SI INCATENAVANO AI CANCELLI DEL MEDIA CENTER. FASANO.

Le contestazioni contro il G7 ieri sono proseguite su più fronti in Puglia. Gli attivisti assicurano una partecipazione unitaria alla manifestazione che si svolgerà oggi pomeriggio a Fasano, in provincia di Brindisi, capofila i Cobas. Intanto, il contro G7, ieri, è cominciato in mattinata con la conferenza del Tavolo di Coordinamento NoG7 su «Guerre e risvolti economici ed energetici», a masseria Refrigerio a Ostuni. Tanti i contenuti. Dal corpo delle donne come bottino di guerra, di cui ha parlato Lia Caprera, attivista femminista, alla militarizzazione delle scuole e delle università, approfondito da Maria Pastore e dallo scrittore Antonio Mazzeo.

Con Andrea Catone della rivista Marx21 si è discusso della parabola bellica del G7, «una grande operazione per giustificare la guerra». Renato Di Nicola della Campagna nazionale per il clima fuori dal fossile ha approfondito il rapporto tra le guerre e i combustibili. Presente anche l’attivista di No Base Né a Coltano né altrove, Kevin Speranza, contro la militarizzazione dei territori a partire dall’esperienza toscana.
Nel pomeriggio, alcune decine di manifestanti di Extinction Rebellionsi si sono incatenati davanti ai cancelli del media center allestito per il G7 in segno di protesta contro la «narrazione sul clima». Intanto, nel municipio del comune di Fasano (dove si trova il resort Borgo Egnazia), il Contro Forum G7, con lo slogan «Voi 7 – Noi 8 miliardi» (costituito da numerose associazioni, tra cui l’Arci, l’Anpi, Link, Udu, Un ponte per, Legambiente, Libera, capofila la Cgil) ha tenuto una conferenza stampa «L’economia di guerra è un ‘cattivo affare’», con cui è stato presentato un documento politico: «È evidente come la guerra e non la cooperazione sia il modo con cui i paesi del G7 intendono governare. Noi siamo la società civile e diciamo no». Il pomeriggio è proseguito con la manifestazione.
*(Maria Cristina Fraddosio. Giornalista freelance. Si occupa prevalentemente di inchieste legate ai diritti umani e all’ambiente. Dal 2015 collabora con la sezione Mondo Solidale di Repubblica.it. Ha scritto anche per L’Espresso e Il venerdì. Attualmente collabora con Il Fatto Quotidiano)

 

08 – Andrea Valdambrini*: «DOBBIAMO CONDIZIONARE LA NUOVA COMMISSIONE» IL DEPUTATO DI LEFT HELMUT LEFT. «BSW NON È MOLTO DIVERSA DALL’AFD. ANCHE LORO FANNO LEVA SULL’INSICUREZZA DELLE PERSONE. USANO LA PAURA VERSO I MIGRANTI E COSÌ OTTENGONO CONSENSO. IL POPULISMO È QUESTO» BRUXELLES

La sinistra europea deve reagire, il suo destino non è segnato. C’è ancora spazio per condizionare i nuovi equilibri politici e anche se la strada è stretta, i contorni di una coalizione a sostegno di un Von der Leyen bis sono tutt’altro che definiti. Così Helmut Scholz, eurodeputato tedesco uscente («dopo tre mandati, mi sembrava giusto non ricandidarmi») del gruppo Left al parlamento europeo e membro del partito tedesco Die Linke. Lo incontriamo quando la sede dell’Eurocamera di Bruxelles è ancora poco animata dai vecchi e nuovi eurodeputati che arrivano alla spicciolata per registrarsi.

ONOREVOLE SCHOLZ, SONO ORE DI TRATTATIVE FRENETICHE PER DARE VITA ALLA NUOVA COMMISSIONE.
Intanto è importante questo processo rispecchi la volontà espressa dai cittadini con il voto. Non farlo significa mettere benzina nel motore dell’estrema destra populista.

SI RIFERISCE AI PARTITI NAZIONALISTI CHE HANNO TRIONFATO IN QUESTA TORNATA ELETTORALE IN FRANCIA E GERMANIA?
In Germania, tra il 30 e il 40% dei cittadini dell’Est ha votato per un partito come Alternativa per la Germania (AfD), un partito che vuole eliminare il Parlamento europeo. Chiedono più potere nazionale e più influenza per la Germania. Ma anche l’approccio di Bsw non è troppo diverso. È il contrario dell’idea espressa da Altiero Spinelli: organizzare la coesistenza e il vivere comune tra i cittadini europei.

PARLIAMO DI BSW DI SAHRA WAGENCHNECK: NASCE DA DIE LINKE, ORA LORO HANNO ELETTO IL DOPPIO DEGLI EURODEPUTATI RISPETTO A VOI. VOI SIETE NEL GRUPPO LEFT, LORO HANNO FATTO SAPERE CHE NON VOGLIONO FARNE PARTE. COSA VI DIVIDE?
Intanto la guerra in Ucraina. Non siamo distanti sull’idea di trovare una soluzione politico-diplomatica, ma non concordiamo nel giudizio sulla Russia. Quello di Mosca è un potere imperialista, ma Bsw non lo dice.

E POI L’IMMIGRAZIONE.
Loro fanno leva sull’insicurezza delle persone. Usano la paura verso i migranti e così ottengono consenso. Il populismo è questo: individua i problemi anche giusti, ma poi fornisce soluzioni sbagliate. Sull’immigrazione Bsw fa la stessa cosa dell’estrema destra di AfD, ma purtroppo anche tutti gli altri partiti in Germania. La Sinistra è rimasta l’unica a dire: queste sono persone in difficoltà, dobbiamo aiutarle. Dobbiamo combattere le ragioni per cui sono costretti a fuggire. E questo si fa con politiche economiche differenti e cambiando nelle relazioni con gli altri Paesi. E poi è fondamentale la solidarietà all’interno dell’Ue.

Tra pochi giorni i leader dei Ventisette metteranno sul piatto un nome per la carica più importante, quella di presidente della Commissione europea. Sarà Von der Leyen?
The Left è a favore del metodo di scelta (quello degli Spitzenkandidaten) ma contraria al programma di Ursula von der Leyen. Per noi la politica europea deve mettere le politiche sociali, del lavoro e dell’ambiente al centro dell’agenda. E de-militarizzare la politica estera e di sicurezza.

MA LEI È CONSAPEVOLE CHE SONO CONDIZIONI INACCETTABILI PER VON DER LEYEN, PASSATA DAL GREEN DEAL ALL’ELMETTO?
Sì ma sono comunque convinto che dobbiamo provare a condizionare il processo di formazione della nuova leadership. Proponiamo politiche differenti, ma dobbiamo essere costruttivi.

IN CHE MODO?
Non voglio che il Ppe possa avere il potere di allearsi sia a destra che a sinistra. Per questo suggerisco a Left di essere strategica e di entrare nel processo decisionale. Dobbiamo influenzare la nuova Commissione dalle nostre posizioni. Può accadere solo se tutti sono uniti: Left, Verdi, socialisti e magari anche Renew. Questa la sfida, altrimenti abbiamo già perso.
*(Fonte: Il Manifesto. Andrea Valdambrini, si occupa di Esteri e Unione europea, in ordine sparso. Autore di EuropaAnnoZero un podcast che racconta le elezioni 2019)

09 – Federico Larsen *: ACCORDI SOTTOBANCO E MANGANELLI, LA LEGGE DI MILEI IN ARGENTINA – ARGENTINA. PASSA LA LEY BASES: PRIVATIZZAZIONI SELVAGGE E SUPERPOTERI AL CAPO. SCONTRI DAVANTI AL CONGRESSO. INTERVISTA ALLO STORICO ADAMOVSKY. BUENOS AIRES.

È passata a colpi di manganello, gas lacrimogeni e oscuri accordi sottobanco la Ley Bases di Javier Milei. Il testo, profondamente riformato rispetto a quello originale presentato nel dicembre scorso e allora bocciato alla Camera, prevede comunque la concessione di poteri legislativi straordinari al presidente, apre le porte alla privatizzazione di buona parte delle aziende statali, e soprattutto concede ampie agevolazioni fiscali agli investitori internazionali, largamente favoriti di fronte ai propri competitor nazionali. Per gli ultra-liberisti anti-stato al potere un successo a tutto campo, nonostante le concessioni fatte a governatori e opposizioni.

«DAL SUO INSEDIAMENTO, il presidente Milei non ha mandato nessun’altra legge al Congresso, solo questa che include centinaia di norme diverse, mentre altrettante riforme sono state imposte via decreto», ci spiega lo storico Ezequiel Adamovsky. «La strategia è stata quella di non inviare leggi individuali che il Congresso potesse approvare o rifiutare. L’approvazione di mercoledì dimostra che il Congresso sta in realtà sostenendo questo governo, fornendogli gli strumenti richiesti. L’idea che Milei stia governando in solitaria, senza l’appoggio della struttura politica tradizionale, è falsa. Il Congresso ha appena concesso la delega di facoltà straordinarie a un presidente che dichiara che il suo principale obiettivo è distruggere lo stato».
L’unico elemento innovativo di cui questo governo può vantarsi è la vocazione di distruggere per intero l’apparato statale, eccezion fatta per il sistema repressivo

Anche i principali sondaggi danno conto di un discreto sostegno di cui gode il governo anarco-capitalista argentino (che vanta circa il 49% di immagine positiva). Nonostante i calamitosi risultati economici: un’inflazione accumulata da dicembre 2023 del 69%, una svalutazione del peso superiore al 25%, il 55% della popolazione sotto la soglia della povertà.

Per Adamovsky però si tratta di un panorama già visto nella storia recente argentina. «Oggi ci troviamo immersi in un ciclo storico che si protrae da cinquant’anni, da quando i militari hanno preso il potere con la forza nel 1976. In questo periodo, governi civili e militari hanno cercato di applicare programmi che smantellano la capacità di regolazione dello stato, distruggono i diritti dei lavoratori, trasferiscono la ricchezza nelle mani dei settori esportatori e finanziari, e cancellano i diritti sociali. Fino ad ora, l’orientamento della politica economica di Milei è estremamente simile a quello degli altri periodi neoliberisti dell’Argentina. L’unico elemento innovativo di cui questo governo può vantarsi è la vocazione di distruggere per intero l’apparato statale, eccezion fatta per il sistema repressivo».
SECONDO LO STORICO, il periodo che va dal 2002 al 2015 rappresenta però una breve eccezione, «perché la ribellione scaturita dalla crisi scoppiata nel 2001 ha impedito una nuova avventura nel senso neoliberista del termine, aprendo invece la possibilità di una politica diversa».
Per più della metà degli ultimi cinquant’anni però, il ministero dell’economia è stato in mano a economisti di orientamento liberale ortodosso, con effetti chiaramente negativi per l’Argentina. «La società attuale è impoverita, frammentata, irriconoscibile per un osservatore proveniente dal 1970, quando l’Argentina era un paese totalmente diverso, con un tasso di povertà bassissimo, senza un debito estero pressante, con una distribuzione del reddito molto più equa e uno sviluppo industriale incalzante. Negli ultimi cinquant’anni, questa tendenza ha subito una vera e propria inversione di rotta».
ANCHE LE IMMAGINI degli agenti che sparano contro manifestanti inermi sono, secondo Adamovsky che mercoledì pomeriggio era in piazza al corteo di fronte al Congresso, una costante tra i governi della destra argentina. «Esiste un modello comune che consiste nell’uso abusivo della forza in modo preventivo, prima che si verifichino disturbi. Oltre a questo, ci sono provocatori e infiltrati della polizia, come dimostrano numerose testimonianze e prove, che portano avanti attacchi per poi giustificare la repressione e la diffusione di comunicati stampa denigranti contro chi manifesta». La presidenza della Repubblica mercoledì ha infatti diffuso un comunicato in cui denunciava un tentativo di «colpo di stato» da parte dei manifestanti, definiti «terroristi». Verranno perseguiti «uno per uno», secondo quanto affermato dalla ministra per la Sicurezza, Patricia Bullrich.
«MILEI HA TRASFORMATO i movimenti sociali nel bersaglio prediletto dei suoi attacchi», continua Adamovsky, secondo cui organizzazioni sociali, chiese e Stato finiscono nello stesso calderone dei nemici del cosiddetto “anarco-capitalismo” al potere. «Perché il suo orizzonte è che il mercato sia l’unico organizzatore della vita sociale. Quel che stiamo vedendo è una politica di una crudeltà enorme, che si esprime ad esempio nel taglio alla quantità di cibo elargita alle mense popolari, che oggi stanno di fatto sfamando decine di migliaia di persone. Preferiscono che tonnellate di cibo marciscano o scadano piuttosto che distribuirle alle organizzazioni popolari. Qualsiasi forma di organizzazione – conclude lo storico – rappresenta un ostacolo e un nemico da distruggere»
*(Federico Larsen – Giornalista italoargentino, membro dell’Istituto di Relazioni internazionali dell’Università di La Plata. Collaboratore presso Limes, Il Manifesto)

10 – Glória Paiva*: IN BRASILE AVANZA LA LEGGE CHE EQUIPARA ABORTO E OMICIDIO. UN TEST “EVANGELICO” PER LULA – DIRITTI A RISCHIO. REGIME D’URGENZA PER IL PL 1904. E ONDAVA “VERDE” DI PROTESTA IN TUTTO IL PAESE. L’AVVOCATA MAÍRA RECCHIA DENUNCIA: «ALLE DONNE PENA DOPPIA RISPETTO AGLI STUPRATORI»

Migliaia di manifestanti hanno occupato giovedì le strade delle principali città brasiliane portando cartelli e fazzoletti verdi, in onore alle femministe argentine, con gli slogan «Le bambine non sono madri», «Rispetto per le donne» èQuesto è Gilead» (in riferimento alla saga The Handmaid’s Tale). Le manifestazioni sono state indette contro un nuovo passo (indietro) compiuto nella storica disputa sul diritto all’aborto in Brasile. La Camera dei Deputati ha infatti approvato la procedura del “regime d’urgenza” per la votazione di un progetto di legge che equipara al crimine di omicidio qualsiasi aborto realizzato dopo 22 settimane di gestazione.
L’aborto è considerato reato in Brasile, con l’eccezione dei casi di rischio per la vita della gestante, stupro o anencefalia fetale. Nel progetto firmato da 32 deputati conservatori, la regola varrebbe anche per queste eccezioni, per le quali oggi non esiste un limite di tempo.
IL REGIME D’URGENZA significa che il progetto può essere votato direttamente, senza la necessità di dibattiti e pareri espressi dalle commissioni.
Il controverso PL 1904/2024 modifica il Codice penale brasiliano, istituito nel 1940, introducendo pene da 6 a 20 anni per chiunque sia coinvolto in un aborto dopo la 22ª settimana di gravidanza. L’autore del testo, il deputato del Partido Liberal (Pl) e pastore evangelico Sóstenes Cavalcante, ha affermato che intende «mettere alla prova» l’impegno del presidente Lula con i settori religiosi e in particolare evangelici. Se approvato, il progetto dovrà ancora passare dal Senato e dalla convalida presidenziale prima di diventare effettivo.
DEI 13 PAESI SUDAMERICANI, SEI, TRA CUI ARGENTINA, CILE E COLOMBIA, HANNO GIÀ DEPENALIZZATO L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA.
Il tema emerge spesso nei tribunali superiori e nelle assise legislative brasiliane. A settembre, il Supremo tribunale federale ha iniziato a giudicare un’azione sulla depenalizzazione dell’aborto fino alla 12ª settimana, ma il giudizio è stato interrotto.
La disputa delle forze politiche e le elezioni legislative previste fra due anni sono, ancora una volta, sullo sfondo della discussione. «A favore della vita» è il motto dei politici che premono, di tanto in tanto, su questo tasto, e che trova riscontro soprattutto nell’elettorato evangelico e cattolico.
Diversi deputati dell’opposizione si sono lamentati della rapidità con cui è stata realizzata la votazione sull’urgenza – 24 secondi. Il presidente della Camera Arthur Lira dei Progressistas (Pp) «non ha nemmeno annunciato che si stava votando il progetto di legge», ha lamentato la deputata del Partido Socialismo e Liberdade (Psol) Sâmia Bomfim. Secondo i presidente del Senato, Rodrigo Pacheco del Partido social democrático (Psd), una materia «di questa natura deve essere sottoposta alle commissioni competenti e alle donne del Legislativo».
Ministri, giornalisti, avvocati e specialisti contrari alla proposta sono convinti che la vita di migliaia di donne e ragazze, le principali vittime di violenza sessuale, sarebbe a rischio. Secondo l’Annuario brasiliano di Sicurezza pubblica, nei 74.930 stupri avvenuti in Brasile nel 2022 l’88,7% delle vittime erano donne e il 60% minori di 13 anni di età.
Secondo l’avvocata e presidente dell’Osservatorio elettorale dell’Oab San Paolo, Maíra Recchia, il PL 1904 attacca diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute e al benessere delle donne e dei bambini. «È un regresso – dice Recchia – alla legislazione che c’era prima del 1940. Oltre ad essere una questione crudele e misogina, è sproporzionata, imponendo alle donne come pena massima il doppio di quella prevista per il crimine di stupro, cioè 10 anni».
Secondo l’avvocata, se approvato, il PL 1904 infliggerà a donne e bambini una vera violenza legislativa e statale. «Le vittime di stupro, che dovrebbero essere accolte dallo Stato, siederanno sul banco degli imputati – osserva – e saranno processate per la violenza subita».
*(Fonte: Il Manifesto. Glória Paiva – Giornalista e traduttrice Scrittrice, femminista, mamma, queer, storyteller e migrante in perenne trasformazione)

11 – Patrizio Gonnella*: Storia di Hysaj, sbarcato a Bari neonato, difensore della Lazio che canta Bella Ciao SPORT E DIRITTI. Punizione! /1 – si farà il tifo stasera anche nelle carceri, dove la comunità albanese è la quarta più numerosa.

Italia contro Albania. Vecchia storia, vecchie storie, anche di calcio e calciatori, che hanno segnato il rapporto, controverso, tra due mondi. Senza nulla togliere all’onorevole generale che evoca il mondo all’incontrario per spiegare ai lettori ed elettori ciò che lo perplime delle democrazie cosmopolite e dell’universalismo dei diritti umani, nel caso italo-albanese effettivamente il mondo si è capovolto negli ultimi trentatre anni, da quando la nave Vlora approdò a Bari con il suo carico umano l’8 agosto 1991.
Nel mondo all’incontrario contemporaneo siamo noi ad esportare i migranti in Albania, affinché siano lì trattenuti, contro la loro volontà, contro i principi dello Stato di diritto, contro i più elementari sentimenti di solidarietà e umanità. Il mondo di oggi – ebbene sì ha proprio ragione l’onorevole generale – è capovolto: trasferiamo migranti irregolari in un paese che a sua volta esporta immigrati nel nostro.

DEPORTAZIONI IN ALBANIA. DIRITTI E GARANZIE CONTRO L’AZZARDO DI MELONI
Va ricordato che la comunità albanese è la quarta per composizione numerica nelle carceri italiane, dopo Marocco, Romania e Tunisia, con la quale gareggia per la terza piazza. Sono 2019 i detenuti di nazionalità albanese nelle prigioni italiane. Non pochi di loro sono immigrati irregolari. E seguiranno in tv le sorti della loro nazionale, nella quale gioca uno dei tanti ragazzi albanesi che arrivò a Bari con la famiglia all’inizio degli anni Novanta, non di certo dissuasa dalle immagini della Vlora e dalla cattiveria delle istituzioni italiane.
Elseid Hysaj, terzino prima del Napoli e poi della Lazio, molto apprezzato da Sarri, arrivò in Italia nel lontano 1994. Tre anni prima, in quella torrida estate del 1991, il sindaco democristiano di Bari Enrico Dalfino aveva tentato di accogliere i profughi del paese delle aquile con la tradizionale ospitalità barese. Dalfino insegnava diritto amministrativo all’Università di giurisprudenza. «Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza», così disse quando si ritrovò nelle proprie piazze migliaia di uomini e donne che cercavano una speranza di vita. E in coerenza con le sue parole cercò di operare. Molti baresi lo presero sul serio. Portavano latte, pane, acqua a chi vagava spaesato in una città che avevano sognato di poter vedere. Enrico Dalfino, che morirà giovane tre anni dopo, fu preso in giro, maltrattato e vilipeso da un altro politico democristiano, fino ad allora famoso per le sue eccentriche esternazioni.

LE NUOVE RETI DI ITALIA-ALBANIA
L’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga gli dette del cretino. Cretino, fu chiamato, solo per avere tentato di organizzare un servizio di accoglienza nel nome di un’umanità condivisa. Da allora è partita una parabola socio-politica drammatica e i cultori dell’accoglienza da cretini sono stati degradati a criminali. Nasce dunque con quell’epiteto di Cossiga rivolto al sindaco Dalfino quella sotto-cultura della disumanità che ha portato alle attuali politiche migratorie. Eppure erano decenni che il mondo democratico criticava, a destra e sinistra, duramente l’autarchia albanese. Nonostante ciò si è voluto negare un sorriso a chi cercava rifugio nella terra di Raffaella Carrà.
ELSEID HYSAJ è un calciatore della nazionale albanese. Arriva neonato a Bari nel 1994 con suo papà. Si affidarono a mezzi di fortuna, allo scafista di turno. In una festa d’estate, prima del campionato 2021 vinto dal Milan e che vide la Lazio di Hisaj arrivare quinta, forse anche per ricordare la sua storia di lotta umana, povertà e resistenza, decise di cantare, lui laziale, «Bella Ciao». Frange ultras laziali lo minacciarono affermando che non ci sarebbe stato spazio per un anti-fascista nella loro squadra.
Elseid è un difensore. Speriamo che negli europei continui a difendere ma anche ad attaccare cantando e raccontando ai più giovani cosa significa «la libertà» contro tutti i nuovi fascismi che crescono in giro per la povera Europa. La cui origine mitologica di principessa in movimento si scontra irrimediabilmente con i muri, le fortezze e i centri di detenzione in Italia e in Albania, autorizzati da un’Europa complice, egoista e disumano.
*(Fonte: Il Manifesto. Patrizio Gonnella – è un attivista e giurista italiano. Dal 2005 è presidente dell’Associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di giustizia)

 

 

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