n°.23 – 08/6/24 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALE ED INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Sen. La Marca* (PD) deposita un’interrogazione sui servizi consolari in Nord e Centro America.
02 – Chiara Cruciati*: «Una cintura di fuoco». Tre missili sulla scuola dell’Onu: 40 uccisi
NEL MUCCHIO. Raid israeliano nel campo di Nuseirat. Tel Aviv: l’obiettivo erano «20 o 30 miliziani».
03 – Sandro Iannaccone*: scienza, condotto da tre ricercatori del Cnr, sarebbe il risultato dell’entanglement tra un sistema quantistico e un orologio tempo
04 – Claudia Fanti*: Le quattro bugie sul cibo scomparso. Cadono teste nel governo Milei ARGENTINA. Nel pieno di una terribile crisi sociale, la stampa rivela la mancata consegna alle mense comunitarie di 5mila tonnellate di alimenti stoccati da almeno sei mesi in due magazzini. Si attiva la magistratura e la distribuzione comincia
05 – Daniele Nalbone *: «Milei è un parassita politico, la nuova destra tutta social e media»
ARGENTINA. Intervista al giornalista e filosofo Martin Gak: «È un clone di Trump, di Bolsonaro, di Salvini…L’idea di base è semplice: trovare la persona giusta da far sbarcare in tv e sui social, e farne un meme vivente»
06 – Aldo Tortorella*: L’attualità dell’antifascismo sta nella difesa della Costituzione. Negare il fascismo bellicista per affermare la pace e la fratellanza tra i popoli. E per difendere i valori della democrazia, della libertà, dei diritti sociali e civili di ciascuna e ciascuno
07 – di Alberto Bradanini*: “Unione” europea: su cosa (esattamente) siamo chiamati a votare?
La narrativa dominante propone il mito iconico di un’Unione Europea (UE) che sfiora il campo della religiosità, un mito destinato a sfarinarsi se solo si trovasse il coraggio di scendere sotto la superficie. Pochi lo fanno, i più preferiscono tenersi a giusta distanza, contenti di digerire le quotidiane menzogne per pigrizia, disinteresse o timore di scoprire che quell’imbroglio premeditato merita il cassonetto dell’indifferenziata!

 

 

01 – La Sen. La Marca (PD) DEPOSITA UN’INTERROGAZIONE SUI SERVIZI CONSOLARI IN NORD E CENTRO AMERICA.
Alcuni giorni fa, la Sen. La Marca ha depositato un’interrogazione a risposta orale al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, su problematiche nei servizi consolari riscontrate in varie sedi in Nord e Centro America e in particolar modo, in quelle di Toronto, Miami, Chicago e Città del Messico, le quali subiscono maggiori pressioni a causa del costante aumento dei cittadini italiani iscritti all’AIRE. Molti gli esponenti di spicco del Partito Democratico che hanno sottoscritto l’interrogazione come i colleghi Senatori Alfieri, Camusso, Furlan, Del Rio ed altri.
“Ho ritenuto di dover interrogare nuovamente il Ministro degli Esteri Tajani circa le carenze nell’offerta dei servizi erogati da varie sedi consolari, più volte lamentata dai concittadini residenti in Nord America e Centro America. La mia segreteria continua a ricevere numerose segnalazioni principalmente da connazionali residenti nelle circoscrizioni consolari citate”.
“Oltre un anno fa – continua la Senatrice – nel corso dell’unico incontro tenutosi tra il Ministro Tajani e i Parlamentari eletti all’estero, ho avuto modo di portare personalmente all’attenzione del Ministro le difficoltà riscontrate e le segnalazioni ricevute, avanzando poi alcune richieste come la semplificazione nell’utilizzo del portale Prenot@mi e l’implemento del servizio Fast.It. Mi chiedo dunque come mai il Ministro, pur conoscendo la situazione in atto, non sia intervenuto quando nell’ultima legge di bilancio, di dicembre 2023, l’attuale maggioranza non ha inserito nessun provvedimento riguardante i servizi consolari e l’aumento del personale all’interno di essi, come invece fatto negli emendamenti a mia prima firma e in quelli del gruppo del Partito Democratico”.
“Le segnalazioni – conclude la Senatrice – arrivano da varie circoscrizioni consolari ma in particolare in alcune, la situazione continua a peggiorare a causa del costante aumento degli iscritti AIRE. Ricordo che i Consolati sono il nostro biglietto da visita all’estero, il primo canale di relazione che il nostro Paese ha con i cittadini residenti extra UE e in particolare in Nord e Centro America. Per tutti questi motivi chiedo dunque al Ministro Tajani di venire a riferire in Aula su un tema così importante”.
*(La Sen. La Marca PD)

 

02 – Chiara Cruciati*: «UNA CINTURA DI FUOCO». TRE MISSILI SULLA SCUOLA DELL’ONU: 40 UCCISI NEL MUCCHIO. RAID ISRAELIANO NEL CAMPO DI NUSEIRAT. TEL AVIV: L’OBIETTIVO ERANO «20 O 30 MILIZIANI».
Statunitensi le armi della strage, come a Rafah. Altri paesi si aggiungono alla proposta di tregua che Biden attribuisce a Israele, ma che Bibi nega.Sangue rappreso nella scuola Onu di Nuseirat dopo il bombardamento israeliano foto Ap/Jehad
Cintura di fuoco, così i palestinesi chiamano dal 7 ottobre i bombardamenti a circolo, come fossero un vortice, o un tornado. È questa l’espressione che hanno usato ieri alcuni dei sopravvissuti ai raid israeliani sulla scuola al-Sardi nel campo profughi di Nuseirat, nel centro di Gaza: una cintura di fuoco.
«Eravamo dentro la scuola e all’improvviso siamo stati bombardati, le persone sono state fatte a pezzi – racconta Anas al-Dahouk ad al Jazeera – Questo edificio ospitava famiglie e giovani, non hanno dato nessun avvertimento».La scuola al-Sardi è gestita dalle Nazioni unite, ma non è più una scuola dal 7 ottobre. Le aule sono piene di sfollati, circa 6mila, materassi e vestiti appesi fuori ad asciugare. La struttura è la stessa di tutte le scuole dell’Unrwa in Palestina, l’agenzia per i rifugiati palestinesi: vernice bianca e blu, i colori delle Nazioni unite, tre piani e una balaustra che corre lungo tutto l’edificio. Un modo per fare ombra, qui il sole picchia forte e il balcone coperto allontana i raggi dalle porte delle aule.
A SCUOLA i bambini di Gaza non ci vanno da otto mesi e come a ogni offensiva sono migliaia le famiglie che si rifugiano nei centri dell’Onu, siano scuole, magazzini, cliniche. Le pensano più sicure: sul tetto c’è scritto «UN» a caratteri cubitali. Da anni non sono più sicure, in questo attacco ancora di meno: sono 180 i centri dell’Onu colpiti dai bombardamenti israeliani.

L’altra notte è successo alle 1.30, tanti già dormivano o ci provavano. Tre missili, dicono i sopravvissuti, hanno sventrato il secondo e il terzo piano. La giornalista Hind Khoudary è entrata dentro e l’ha mostrato in video: le pareti che danno sull’esterno sono completamente saltate, le altre ancora in piedi sono annerite.

SANGUE RAPPRESO a terra, un enorme buco sul soffitto, gli oggetti personali degli sfollati – che ormai si limitano a materassi e vestiti – pieni di polvere. Un uomo raccoglie pezzi di corpi, i cadaveri non ci sono già più, li hanno portati via i paramedici durante la notte.

Nelle buste di plastica li hanno avvolti dopo, in ospedale a Deir al Balah. Quando li hanno caricati in ambulanza, erano avvolti nelle coperte su cui dormivano poco prima.

«Era buio, non c’era elettricità, è stato difficilissimo recuperare le vittime», racconta Ayman Rashed, sfollato di Gaza City, all’Ap. Lui ne ha recuperati cinque, di corpi, tra cui due bambini e un anziano. Uno dei bimbi aveva il cranio sfondato.

Il bilancio parla di 40 uccisi, di cui 14 bambini e nove donne; 74 i feriti. L’esercito israeliano ha ammesso il raid ma ha detto di aver preso di mira «venti o trenta» miliziani di Hamas e del Jihad Islami che avevano preso parte all’attacco del 7 ottobre (1.100 israeliani uccisi, 250 rapiti).
Il portavoce Peter Lerner ha aggiunto di non essere a conoscenza di vittime civili ma di sapere che la scuola era usata come centro militare. Non ha fornito prove. Hamas nega. L’Unrwa chiede un’indagine indipendente e dice di non aver ricevuto alcun avvertimento prima del raid: «Comunichiamo le coordinate delle nostre strutture, prenderle di mira o usarle per fini militari non può diventate la norma».
Ma intanto qualcosa si sa. Si sa, scrivevano ieri il Guardian e al Jazeera, che i tre missili usati erano statunitensi, i Gbu 39: si vede dai frammenti, fotografati e filmati. Gli stessi usati dieci giorni fa nella strage delle tende a Tal al-Sultan, a Rafah.
L’OFFENSIVA ieri non si è fermata a Nuseirat: l’esercito israeliano ha colpito una casa a az-Zawayda, uccidendo un bambino, il campo di Shati, altre vittime, e di nuovo Deir al Balah, al centro, e Rafah, a sud. La conta degli uccisi palestinesi, dal 7 ottobre, ha superato i 36.600, a cui si aggiungono almeno 10mila dispersi e 83mila feriti. Ieri al confine con l’Egitto si è registrata anche la morte di un soldato israeliano di 34 anni.
A nulla sono valse le pressioni internazionali, politiche e legali, quelle del Consiglio di Sicurezza e della Corte internazionale di Giustizia. Ieri un gruppo di paesi – tra cui Argentina, Brasile, Francia, Germania, Canada, Spagna e Regno unito – ha pubblicato un comunicato congiunto di «sostegno pieno» all’accordo di tregua presentato il 31 maggio dal presidente Usa Biden: si chiede ad Hamas di accettarlo e si definisce Israele «pronto ad andare avanti».
SUL CAMPO la situazione appare diversa: il governo Netanyahu è spaccato e non è ancora chiaro se il balzo in avanti di Joe Biden sia stato effettivamente concordato con Tel Aviv, visto che il primo ministro – pressato dagli alleati dell’ultradestra – insiste a dire che l’offensiva non finirà.
E Hamas, seppure ieri l’Egitto parlasse di «segnali positivi» dal movimento islamico e di una risposta a giorni, per bocca di Sami Abu Zuhri ha sì detto di accogliere «le idee di Biden» ma ha lamentato la «mancata menzione della fine dell’aggressione o del ritiro»: «Il documento israeliano parla di negoziati aperti senza data di scadenza e di una fase in cui l’occupazione riotterrà gli ostaggi per poi riprendere la guerra».
La proposta che Biden attribuisce a Tel Aviv e pubblicata ieri in esclusiva da Middle East Eye prevede però il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza e il cessate il fuoco permanente nella seconda fase. Resta da capire quanto la proposta letta in pubblico da Biden coincida davvero con quella di Israele. Secondo Hamas, sul tavolo ci sarebbero proposte diverse, «aperte a diverse interpretazioni».
Lo confermerebbe Haaretz, secondo cui Tel Aviv si sta opponendo alla bozza di risoluzione che gli Stati uniti presenteranno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nei prossimi giorni.
*( Chiara Cruciati, è una professionista, una giornalista, ma soprattutto una donna di grande prossimità umana e disponibilie a condividere il proprio sapere)

 

03 – Sandro Iannaccone*: SCIENZA, CONDOTTO DA TRE RICERCATORI DEL CNR, SAREBBE IL RISULTATO DELL’ENTANGLEMENT TRA UN SISTEMA QUANTISTICO E UN OROLOGIO TEMPO.

COS’È IL TEMPO? Una domanda vecchia di millenni (sic), cui in tanti – filosofi, pensatori, scienziati – hanno provato a dare una risposta. Una domanda la cui risposta, paradossalmente, è diventata sempre più sfuggente ed elusiva via via che comprendevamo meglio la natura della realtà fisica e le leggi che la regolano. In questo momento, in particolare, i fisici non sono venuti ancora a capo del cosiddetto problema del tempo, un quesito concettuale che viene direttamente dalla mutua incompatibilità delle due più grandi teorie della fisica moderna, ossia la relatività generale e la meccanica quantistica: nella prima il tempo è una grandezza “relativa” ed è una delle quattro dimensioni che compongono il tessuto dell’Universo (che si chiama, per l’appunto, spazio-tempo); nella seconda, invece, il tempo è trattato come “universale” e assoluto. Un problema non da poco, insomma, di cui oggi un gruppo di fisici italiani dell’Istituto di sistemi complessi (Isc) al Consiglio nazionale delle ricerche ha proposto una soluzione, rifacendosi a un’ipotesi formulata qualche decennio fa e secondo la quale il tempo sarebbe una sorta di “illusione” derivante da un particolare fenomeno quantistico, il cosiddetto entanglement. L’aspetto più interessante di questo modello, presentato sulle pagine della rivista Physical Review A, è il fatto che riesce a ricavare, da principi della meccanica quantistica, una definizione del tempo in accordo con la relatività. Ossia, almeno in linea di principio, riconcilia questa divergenza.

Tempo quantistico versus tempo relativistico
Ma andiamo con ordine. La fisica moderna poggia su due grandi pilastri, gettati entrambi nella prima metà del secolo scorso. La meccanica quantistica, che con le sue leggi descrive il comportamento di onde e particelle su scale spaziali microscopiche, e la relatività generale, che spiega il comportamento della gravità in termini di una sorta di deformazione dello spazio-tempo, la struttura quadridimensionale in cui siamo immersi. Separatamente, meccanica quantistica e relatività generale funzionano alla perfezione, ed entrambe sono state (e continuano a essere) verificate sperimentalmente con precisione sempre maggiore; il problema è che quando i fisici provano a inserirle in un unico quadro teorico, ad armonizzarle in una teoria più generale che descriva anche la gravità in termini quantistici, le cose smettono di funzionare. E un discorso molto simile, come dicevamo in apertura, vale per il tempo: nella relatività generale il tempo è parte integrante del “tessuto” dell’Universo, e può “deformarsi” sotto l’azione della gravità; al contrario, la meccanica quantistica tratta il tempo come un’entità assoluta, non modificabile né parte delle proprietà fisiche di un oggetto. Tuttavia, dato che entrambe le teorie (almeno entro i rispettivi limiti) sono esatte e verificate, è lecito aspettarsi che le rispettive trattazioni del tempo debbano in qualche modo riconciliarsi.

UN’IDEA DEGLI ANNI OTTANTA
“Nel nostro lavoro – ci racconta Paola Verrucchi, una degli autori dell’articolo – ci siamo rifatti a un’idea proposta per la prima volta dai fisici Don Page e William Wootters nel 1983, secondo la quale il tempo sarebbe il risultato di un fenomeno di entanglement tra sistemi quantistici, uno dei quali viene considerato orologio”. Un attimo: cosa si intende per entanglement? Nel mondo subatomico una particella può essere in più di una diversa condizione, o stato, nello stesso tempo. Per esempio, semplificando un po’, una particella può ruotare in una direzione o nell’altra (in su o in giù, il cosiddetto spin), ma anche in entrambe le direzioni contemporaneamente. Questo doppio stato, detto anche sovrapposizione quantistica, permane finché non si misura lo spin, momento in cui esso collassa su uno solo dei due stati. A complicare le cose c’è poi, per l’appunto, l’entanglement: due particelle possono essere “intrinsecamente collegate” in modo tale che entrambi abbiano la stessa sovrapposizione di stati allo stesso tempo. Se si esegue una misura sulla prima particella, provocandone il collasso, per esempio, nello stato di spin su, la seconda collasserà istantaneamente nello stato di spin giù, indipendentemente da quanto sono distanti le particelle.

“In questo senso – prosegue Verrucchi – dire che qualcosa accade in un determinato istante vuol dire che un oggetto (l’orologio) si trova in un determinato stato. Nella trattazione di Page e Wooteers (e nostra) il tempo è il risultato di due sistemi entangled: un sistema che evolve e un orologio”. In altre parole, l’idea è che quando vediamo un oggetto cambiare nel tempo – ossia quando vediamo scorrere il tempo – quello che in realtà stiamo percependo è l’entanglement tra questo oggetto e un orologio. E la sua conseguenza inquietante è che un osservatore davvero “esterno” a questa coppia (sistema + orologio) vedrebbe un universo completamente fermo e immobile: in questo senso lo scorrere del tempo è solo un risultato della nostra osservazione, che “perturba” questo sistema quantistico.
“Il nostro apporto – ci dice ancora Verrucchi – è di aver reso più generali il meccanismo di Page e Wooteers (e altre considerazioni successive), che tra l’altro era stato verificato sperimentalmente nel 2012. Dalle equazioni di questo modello viene fuori una definizione di tempo perfettamente compatibile con la meccanica classica e quindi ‘relativizzabile’ nel senso della teoria di Einstein”. Nel loro modello, Verrucchi e colleghi hanno rappresentato matematicamente l’orologio come un sistema di piccoli magneti entangled con un oscillatore quantistico (ossia la versione quantistica di una molla), e sono riusciti a caratterizzare questo sistema (magneti/orologio + molla quantistica) con una versione leggermente modificata dell’equazione di Schrödinger, quella tradizionalmente utilizzata per descrivere il comportamento delle particelle quantistiche. La magia avviene proprio nella leggera modifica: laddove l’equazione di Schrödinger “convenzionale” contiene la variabile tempo, quella modificata contiene una nuova variabile collegata allo stato quantistico dei magneti – ossia la lettura “quantistica” del tempo. Di più: i ricercatori hanno poi ripetuto il calcolo “ingrandendo” molla e magneti fino a uscire dal regime quantistico. E anche in questo caso è stato possibile ricavare la variabile tempo nello stesso modo e con gli stessi risultati, risultati tra l’altro coerenti con quelli a cui si arriva con una trattazione “classica” e macroscopica del tempo. Insomma, sembra che per ora tutto torni.
TUTTO COMINCIÒ CON L’ENTANGLEMENT
“L’aspetto più profondo di questo modello – dice la scienziata – è che implica che ‘in principio’ tutto doveva essere entangled con tutto, ossia che l’entanglement è in qualche modo un fenomeno primordiale e intrinseco all’Universo. In quel principio, in quella singolarità, il tempo era davvero assoluto”. Ora sarà interessante capire se e come queste idee potranno essere verificate sperimentalmente. Aspetteremo orologio alla mano.
*( Sandro Iannaccone. È giornalista professionista e per Wired si occupa principalmente di spazio, tecnologia, ambiente e medicina. Collabora anche con La Repubblica e Galileo.)

 

04 – Claudia Fanti*: LE QUATTRO BUGIE SUL CIBO SCOMPARSO. CADONO TESTE NEL GOVERNO MILEI ARGENTINA. NEL PIENO DI UNA TERRIBILE CRISI SOCIALE, LA STAMPA RIVELA LA MANCATA CONSEGNA ALLE MENSE COMUNITARIE DI 5MILA TONNELLATE DI ALIMENTI STOCCATI DA ALMENO SEI MESI IN DUE MAGAZZINI. SI ATTIVA LA MAGISTRATURA E LA DISTRIBUZIONE COMINCIA
Bugiardo «come il lupo nella favola di Cappuccetto Rosso». Così il dirigente sociale Juan Grabois ha qualificato il governo Milei in riferimento alla sconcertante vicenda della distribuzione di alimenti alle mense comunitarie e alle organizzazioni sociali.
E IN EFFETTI, nel bel mezzo di una crisi sociale sempre più drammatica in Argentina, con un tasso di povertà che ha raggiunto il 55,5% nel primo trimestre di quest’anno, il governo ha mentito ripetutamente per giustificare l’ingiustificabile: la mancata consegna, rivelata il 22 maggio dal quotidiano digitale El Destape, di 5mila tonnellate di alimenti – tra cui 400 tonnellate di latte in polvere che sarebbe scaduto a luglio -, stoccati da almeno sei mesi in due magazzini, uno a Villa Martelli nella provincia de Buenos Aires e l’altro a Tafí Viejo nella provincia di Tucumán.
La prima bugia, ha evidenziato Grabois, era stato l’allora ministro dell’interno Guillermo Franco a dirla, lo scorso dicembre, di fronte alle inondazioni a Bahia Blanca, quando aveva assicurato che nei depositi non c’erano alimenti. Poi, in un secondo momento, il governo aveva assicurato – seconda bugia – che la distribuzione del cibo era in corso.
Quindi, di fronte alle rivelazioni della stampa, era scattata la terza menzogna: il cibo non era stato distribuito a causa dell’esistenza di «mense fantasma». Quasi il 50% delle mense che ricevevano aiuti statali «non esisteva», aveva dichiarato l’allora capo di gabinetto Nicolás Posse.
A quel punto era intervenuta la giustizia, ordinando all’esecutivo di presentare un piano di distribuzione di tutti gli alimenti accatastati nei depositi entro il termine massimo di 72 ore, scaduto il 30 maggio senza che il governo avesse ancora mosso un dito, al di là della presentazione di un ricorso contro la decisione giudiziaria. «La giustizia non può intromettersi in questioni di politica pubblica», aveva dichiarato il portavoce presidenziale Manuel Adorni, aggiungendo la bugia numero quattro: gli alimenti erano lì per far fronte a eventuali catastrofi. Come se la crisi sociale non fosse già sufficientemente catastrofica.

La via argentina al mercato senza società
SPINTA SEMPRE più all’angolo, ma sostenuta a spada tratta dal governo, la ministra del capitale umano Sandra Pettovello (sotto la cui guida sono confluiti i cinque ex ministeri del lavoro, della cultura, dello sviluppo umano, dell’educazione e delle donne) ha finito, in un comunicato, per scaricare tutto su «funzionari e impiegati che non hanno realizzato un controllo permanente dello stock e della scadenza delle merci».
E così, il 30 maggio, è caduta la testa del segretario dell’infanzia, dell’adolescenza e della famiglia Pablo de la Torre, uno dei funzionari legati alla ministra la quale, già a febbraio scorso, era stata denunciata da Grabois per inadempimento dei doveri di pubblico ufficiale, non avendo garantito l’accesso agli alimenti «a chi vive situazioni di estrema povertà».
Ma non è tutto: a de la Torre, ad altri funzionari e alla stessa Pettovello – «la migliore ministra della storia» secondo il presidente Javier Milei – è stata attribuita anche la responsabilità di irregolarità nella fatturazione degli acquisti di alimenti e nell’assunzione del personale del ministero, ora al centro di un’inchiesta giudiziaria per i reati di appropriazione indebita di denaro pubblico, corruzione e associazione illecita. Sarebbe il primo caso di corruzione per un governo che si era fatto un punto d’onore nello «smantellare il sistema putrido ereditato dalle amministrazioni precedenti».
ALLA FINE, comunque, e dopo le perquisizioni dei magazzini ordinate dal giudice Sebastián Casanello, lunedì scorso il governo ha dovuto capitolare, annunciando l’inizio della consegna di cibo, che si concluderà in due settimane, «ai settori sociali vulnerabili», attraverso l’ong Conin, che gestisce una sessantina di centri in tutto il paese, e con la partecipazione dell’esercito e del ministero della Difesa.
Lo scandalo, comunque, non è finito qui: la maggior parte degli alimenti è destinata a regioni governate dagli alleati di La Libertad avanza (la coalizione politica fondata da Milei), mentre la provincia di Buenos Aires, la più popolata e la più colpita dalla crisi economica – ma governata dal peronista Axel Kicillof – riceverà solo l’1% del cibo.
*(Claudia Fanti. Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate)

 

05 – Daniele Nalbone *: «MILEI È UN PARASSITA POLITICO, LA NUOVA DESTRA TUTTA SOCIAL E MEDIA» ARGENTINA. INTERVISTA AL GIORNALISTA E FILOSOFO MARTIN GAK: «È UN CLONE DI TRUMP, DI BOLSONARO, DI SALVINI…L’IDEA DI BASE È SEMPLICE: TROVARE LA PERSONA GIUSTA DA FAR SBARCARE IN TV E SUI SOCIAL, E FARNE UN MEME VIVENTE»

Basta andare sul canale YouTube di Javier Milei, o imbattersi in uno dei tanti video messi online da suoi sostenitori o da chi lo ritiene una divertente macchietta per rendersi conto del personaggio. Si definisce anarco-capitalista e oggi è il candidato dell’ultradestra alle prossime elezioni presidenziali del 22 ottobre. «La linea di Steve Bannon ha attecchito anche in Argentina».
Martin Gak, giornalista e filosofo argentino che vive e lavora a Berlino e ha da poco lanciato Euroscopic, un podcast e una newsletter che si occupa di geopolitica, analizza così quanto sta accadendo nel suo paese: «Il progetto di Bannon è sempre stato quello di costruire un’infrastruttura a servizio di una certa politica affine ideologicamente. Javier Milei è un clone di Donald Trump, con cui condivide anche il taglio di capelli, di Jair Bolsonaro, di Matteo Salvini.
Un personaggio che per anni è stato sottovalutato. L’idea di base è semplice: trovare la persona giusta da far sbarcare in tv e sui social, i cui video possano diventare virali, farne un meme vivente. E arrivare così ovunque, in tutte le case e su tutti gli smartphone».

CHI È JAVIER MILEI?
Un tecnico, un consulente che si spaccia per economista e accademico inesistente. Come Trump, non è un uomo di ultradestra ma negli anni si è collocato in quell’area. Ora sta usando a suo vantaggio il fatto di essere l’unico candidato esterno al sistema politico, quell’uomo nuovo che tanto attrae il malcontento generale di una popolazione che vive in una crisi, economica e politica, ormai da oltre un ventennio. Milei è Giorgia Meloni prima di diventare presidente: urla, strepita e sfrutta i danni del neoliberismo. Ma qualora andasse al governo, come la leader di Fratelli d’Italia sarà costretto a cambiare registro. Non dimentichiamoci che urlare in tv o sui social è facile, ma governare è un’altra cosa. Ora sta sfruttando il fatto di essere l’unico che non ha ancora fallito politicamente.

SONO PASSATI APPENA 40 ANNI DALLA FINE DEL REGIME ARGENTINO E OGGI MILEI PARLA TRANQUILLAMENTE DI VOLER INSTAURARE UN SISTEMA DI SICUREZZA SULLO STILE DI NAYIB BUKELE IN EL SALVADOR. L’ARGENTINA HA GIÀ PERSO I SUOI ANTICORPI A UN SISTEMA AUTORITARIO?
Gli anticorpi in politica e in democrazia sono come i vaccini: dopo un po’ l’effetto svanisce. Oggi in Argentina la gente non parla più dei desaparecidos, ne parlano solo i familiari. Ma il vero problema a mio avviso è che Milei non è ritenuto un personaggio pericoloso democraticamente perché, ripeto, non è di estrema destra. È un opportunista che al tempo stesso si dice libertario ma non ha paura di voler rendere l’aborto illegale. La sua caratteristica principale è l’odio contro la sinistra, un odio violento, come dimostrano diversi suoi interventi pubblici.

DA DOVE ARRIVA LA LEGITTIMAZIONE DI MILEI ALLORA?
L’ascesa di Milei è la conseguenza del crollo della fiducia degli argentini nel sistema politico e nella rappresentanza. La sua legittimazione arriva invece dal sistema informativo. Milei sta usando le stesse armi di Trump, Bolsonaro, Salvini, Meloni… Se il telegiornale apre con la notizia di una bambina uccisa in strada, dopo pochi minuti appare Milei a urlare: “Esercito in strada. Pena di morte”. È un parassita politico che si è affermato sui social ed è stato consacrato dai media.

MILEI INTERROGA QUINDI L’INTERO PAESE E NON LA POLITICA ARGENTINA?
L’Argentina è un paese boca-riverista, di opposizioni e contrapposizioni, tanto nel calcio tra Boca e River quanto nella società e nella politica. Ebbene, lui è stato addirittura in grado di cambiare squadra: da tifoso del Boca Juniors è diventato del River Plate. Ha usato il terreno di scontro argentino per eccellenza, il calcio, per mostrarsi fuori da ogni schema precostituito, sovvertendo anche la regola che vede nel nemico di un tuo nemico, un amico. Ha fatto dei terreni di scontro, dei terreni di possibile incontro. E qui calza a pennello l’esempio dell’aborto. Ha usato questo tema come test, per capire fino a che punto può spingersi. E ha visto che di spazio, nel centrodestra e soprattutto oltre, ce n’è tantissimo. Il suo obiettivo è quello di costruire una grande casa dove riunire tanto l’ultradestra che i cattolici conservatori e i capitalisti liberali.

COSA ACCADREBBE SE MILEI DIVENTASSE PRESIDENTE DELL’ARGENTINA?
O Milei diventerà Mussolini o Hitler, e non ci sono riusciti Trump e Bolsonaro, o farà un giro di governo e poi sarà spazzato via. Non ha dietro uno staff politico formato, non ha dalla sua esponenti politici di lungo corso, non conosce la macchina amministrativa. Parla di abolire ministeri come quello all’Istruzione o alla Sanità per lasciare mano libera al privato ma non riuscirà mai in questo intento. Ci sarebbe una sommossa popolare e sindacale. Sono solo slogan. Sta continuando nel suo ruolo di showman. Milei però lascerebbe un paese ancora più in macerie di quanto non sia oggi. Dopo un suo eventuale mandato mi aspetto un peronismo più violento, con il terreno delle riforme liberiste ulteriormente aperto da Milei.

NON SEI QUINDI D’ACCORDO CON CHI PARLA DI MORTE DEL PERONISMO?
Il peronismo non potrà mai morire, non in così poco tempo. È un sistema di potere che si regge su un sistema di vasi comunicanti che parte dalla Casa Rosada e arriva fino ai sindacati. Ed è oggi indistruttibile.

SULLA POLITICA ESTERA, INVECE, COME VANNO LETTI GLI ANNUNCI DI MILEI DI VOLER ROMPERE OGNI DIALOGO CON IL VENEZUELA E DI METTERE ADDIRITTURA IN DISCUSSIONE IL MERCOSUR, IL MERCATO COMUNE DELL’AMERICA MERIDIONALE?
Milei ha detto di non voler stringere nessun accordo con i governi comunisti, Venezuela e Russia in testa in un momento in cui perfino gli Stati Uniti stanno cercando di migliorare le relazioni con Caracas per contribuire al controllo dei prezzi dell’energia, schizzati a causa della guerra in Ucraina e delle politiche dell’OPEC. Milei romperà davvero anche le relazioni con la Cina, visto che l’intera economia argentina e quella dei suoi principali partner è completamente legata ad essa? Milei sfiderà gli Stati Uniti e i Paesi europei? Per me questo dimostra che è un dilettante che prova a mostrare di avere un progetto geopolitico. Che non ha.
Torno a Steve Bannon. Dalle tue parole emerge come l’ex stratega di Trump, ex direttore di Breitbart News, ex banchiere, non sia davvero un “ex” come potrebbe sembrare?
Il 2024 rischia di essere l’anno di Steve Bannon. Le elezioni europee e quelle negli Usa potrebbero portarci in un mondo “occidentale” guidato da Trump, Orban, Meloni. Questo è il vero progetto dell’ex stratega, che tanto ex evidentemente non è. Quanto all’Argentina, non posso dire che Bannon abbia un diretto interesse nel mio paese. Quel che è certo è che Milei sta applicando alla perfezione il suo modello per arrivare alla presidenza.
*(Daniele Nalbone Giornalista specializzato nell’ideazione e costruzione di prodotti editoriali digitali. Il suo primo viaggio in Messico, per la precisione in Chiapas, risale al 2007. Da allora ogni volta che può torna lì per dare voce ad attivisti, movimenti e giornalisti in quello che è il Paese più pericoloso al mondo per chi fa questo lavoro.)

 

06 – Aldo Tortorella*: L’ATTUALITÀ DELL’ANTIFASCISMO STA NELLA DIFESA DELLA COSTITUZIONE. NEGARE IL FASCISMO BELLICISTA PER AFFERMARE LA PACE E LA FRATELLANZA TRA I POPOLI. E PER DIFENDERE I VALORI DELLA DEMOCRAZIA, DELLA LIBERTÀ, DEI DIRITTI SOCIALI E CIVILI DI CIASCUNA E CIASCUNO.

GLI OTTANTA ANNI DELL’ANPI SI SOMMANO AI 18 CHE AVREI COMPIUTO NELL’ANNO DELLA SUA FONDAZIONE, IL 1944, NEL PIENO DELLA RESISTENZA CUI PARTECIPAVO NEL FRONTE DELLA GIOVENTÙ INSIEME AD ALTRI ADOLESCENTI MIEI COETANEI STUDENTI E OPERAI MILANESI. QUATTRO DI ESSI FURONO ASSASSINATI DAI FASCISTI ALL’INIZIO DEL 1945 IN UNA STRAGE PER RAPPRESAGLIA. E MOLTI FURONO I GIOVANI CHE CADDERO NELLE CITTÀ E NELLE MONTAGNE NELLA LOTTA CONTRO I NAZISTI E I FASCISTI AL LORO SERVIZIO.
I partigiani fecero la loro parte per fondare uno stato democratico. Anche chi si batte per una causa giusta può fare errori. Ne furono fatti e poi pagati a dismisura. Ma i singoli errori di partigiani non hanno rapporto con gli orrori di cui si macchiò il fascismo fino dalla sua nascita. Certo, furono squadristi fascisti a uccidere Matteotti, don Minzoni, i fratelli Rosselli, a provocare la morte di Amendola e centinaia di altri, ma erano assassini al servizio e coperti da Mussolini, che fece morire Gramsci per il carcere e mandò alla morte in dieci anni di guerre d’aggressione contro Paesi che non ci avevano fatto nulla centinaia di migliaia di soldati italiani e poi di civili uccisi dai bombardamenti. E coprì l’Italia di infamia partecipando al genocidio degli ebrei.
Questo ricordo avviene nel momento in cui nuovamente ma in modo più pericoloso di altri tempi sono minacciate quelle conquiste che sono costate tanti sacrifici, tante sofferenze e tanto sangue. Io ho definito «gloriosa» l’Anpi, questa nostra associazione, non per retorica e non solo perché essa ha voluto e vuole tenere viva la memoria di quel tempo lontano, ma perché essa ha saputo essere protagonista delle lotte per difendere la democrazia in tutti questi anni. Prima, quando ancora la associazione rappresentava l’insieme delle formazioni partigiane, era venuta la vittoriosa campagna per conquistare la Repubblica, la Costituente e la Costituzione. Poi quando fu rotta la unità dei governi che esprimevano i Comitati di Liberazione Nazionale che avevano guidato la Resistenza e nacquero anche altre associazioni partigiane, fu innanzitutto l’Anpi, senza mai rinunciare alla sua vocazione per l’unità antifascista, a farsi protagonista essenziale della difesa della Costituzione attaccata dall’esterno e dall’interno del potere governativo.
Noi siamo testimoni oggi del sovvertimento della natura a causa di un modello di sviluppo pensato come infinito in un mondo finito e allo stesso tempo viviamo nuovamente i tentativi di una parte rilevante dei ceti dominanti di rispondere con regimi autoritari anziché con maggiore giustizia sociale alla crisi della democrazia rappresentativa. E vediamo il ritorno della guerra tra le potenze prima in Libia e in Siria e poi in Europa con l’aggressione Nato alla Serbia per toglierle il Kosovo, poi con l’aggressione alla Ucraina della Russia divenuta modello di nazionalismo autoritario a capitalismo selvaggio. E ora quella che poteva somigliare ad una guerra civile in cui stare dalla parte dell’aggredito può sfociare in una più vasta guerra europea, potenzialmente mondiale. Battersi contro il cieco fanatismo che preme per una guerra che dia un colpo definitivo alla Russia già sconfitta nella guerra fredda non vuol dire essere indulgenti con Putin.
E intanto si consuma in Palestina una strage orribile non si sa quante volte più grande dell’eccidio barbaro che ha generato una guerra impari. Nella Resistenza abbiamo combattuto l’antisemitismo dei nazisti autori di un mostruoso genocidio e non mutiamo parere. Siamo contro ogni forma di antisemitismo, e contro ogni razzismo. E dunque anche contro il razzismo che nega ai palestinesi lo stato deciso dall’Onu e nega l’esistenza stessa del popolo palestinese. Un popolo che essendo del tutto incolpevole fu chiamato pagare con la terra che abitava da secoli le persecuzioni cristiane contro gli ebrei e il genocidio nazista. È antisemitismo quello del governo di estrema destra israeliano che genera l’indignazione del mondo e non quello di chi lo critica.

Ma non è solo un riflesso di pericolose tendenze mondiali il fatto che in Italia si siano venute affermando nei luoghi del potere politico idee diverse o opposte a quelle che hanno ispirato la Costituzione figlia dell’antifascismo e della lotta di Resistenza. Qui vi è stato anche il disorientamento di quelle forze politiche laiche e cattoliche che avevano salvaguardato la Costituzione per mezzo secolo. Con la elezione diretta del presidente dell’esecutivo arricchito di una maggioranza parlamentare automatica, ritorna il tentativo di un sistema di potere personale che esautora la funzione di arbitrato del presidente della Repubblica e annulla la funzione del parlamento, già da tempo violentato da leggi elettorali incostituzionali che trasformano maggioranze relative di votanti sempre in diminuzione in maggioranze assolute, negando il pari valore di ogni voto delle cittadine e dei cittadini .
In più l’autonomia differenziata minaccia una vera divisione dell’Italia, riaprendo una spaccatura faticosamente e mai completamente sanata. Questi che si spacciano da patrioti non rispettano neanche il Risorgimento che unì l’Italia riproponendone solo gli errori. E mettono in pericolo le fondamenta della Costituzione e le sue radici che affondano nella cultura dell’antifascismo. Avanza anche dal potere governativo una contraffazione della storia volta a riabilitare il fascismo e a riproporre una mentalità subalterna di odio vero i diversi di pelle o di sentimenti, verso gli immigrati senza i quali saremmo al disastro economico, verso gli intellettuali liberi e creatori, verso la cultura che ha salvato l’Italia. L’antifascismo non fu, non è solo una negazione. Nega il fascismo per affermare i valori della democrazia, della libertà, della solidarietà, dei diritti sociali e civili di ciascuna e ciascuno. Nega il fascismo bellicista per affermare la pace e la fraternità tra i popoli.
Noi vecchi abbiamo fatto quello che abbiamo saputo. Ma evidentemente non è bastato.
Sintesi dell’intervento letto alla cerimonia di Roma per l’ottantesimo della fondazione dell’Anpi.
*(L’ex partigiano Aldo Tortorella: “La destra attacca i fondamenti della Repubblica. Serve un nuovo antifascismo” Parlamentare, già presidente del Pci, l’ex direttore dell’Unità difende la Costituzione negli 80 anni dalla fondazione dell’Anpi. “Vannacci? Eredità di una cultura para-fascista”)

 

07 – di Alberto Bradanini*: “UNIONE” EUROPEA: SU COSA (ESATTAMENTE) SIAMO CHIAMATI A VOTARE? LA NARRATIVA DOMINANTE PROPONE IL MITO ICONICO DI UN’UNIONE EUROPEA (UE) CHE SFIORA IL CAMPO DELLA RELIGIOSITÀ, UN MITO DESTINATO A SFARINARSI SE SOLO SI TROVASSE IL CORAGGIO DI SCENDERE SOTTO LA SUPERFICIE. POCHI LO FANNO, I PIÙ PREFERISCONO TENERSI A GIUSTA DISTANZA, CONTENTI DI DIGERIRE LE QUOTIDIANE MENZOGNE PER PIGRIZIA, DISINTERESSE O TIMORE DI SCOPRIRE CHE QUELL’IMBROGLIO PREMEDITATO MERITA IL CASSONETTO DELL’INDIFFERENZIATA!

È sufficiente lo sguardo di un adulto normale (nel senso etimologico, vale a dire che rispetta la norma e la logica) affinché la menzogna si sfaldi, facendo emergere la funesta realtà di una gigantesca mistificazione.
La macchina tecnocratica europea, con gli ingombranti deficit di democrazia, viene somministrata a una popolazione priva di consapevolezza (oltre che di strumenti di accesso) da parte di individui deprecabili, i quali – poco importa se consapevoli o meno – si piegano da decenni a un disegno devastatore in cambio di onori, carriere e prebende.
La pervasività di tale intelaiatura devastatrice possiede una portata che in alcuni paesi (l’Italia, ad esempio, mentre Francia e Germania si sono ben guardate di giungere a tanto!) sopravanza persino la dimensione giuridica e valoriale di una Costituzione straordinaria come la nostra, nata, è bene ricordarlo, dalla vittoria su fascismo e nazismo, che mirava alla costruzione di un mondo di pace e avanzamento sociale.
Ma veniamo al punto. Per una decente decifrazione degli accadimenti, vincendo la pratica di luoghi comuni ben più nocivi di un totale analfabetismo, occorre superare la barriera distorsiva che impedisce di incamminarsi sul percorso della comprensione. Un esempio manifesto di raggiro terminologico è costituito dal termine Unione (in corsivo il sostantivo).
È verosimile ritenere che la maggioranza dei cittadini europei ne faccia uso senza riflettere, nell’inconsapevole convincimento che esso, seppure in modo indistinto o ideale, sia espressione di un processo caratterizzato da valori positivi quali democrazia ed eguaglianza sociale, o comunque di una progettualità di rilevanza strategica.
Il quotidiano ricors a una terminologia, verosimilmente costruita da menti perverse, punta a catturare la buonafede di cittadini politicamente analfabetizzati, mentre è chiaro come il sole che in Europa vi sono mari e monti, ricchi e poveri, fiumi, laghi e via discorrendo, ma non v’è certo alcuna Unione né di diritto né di fatto, e mai ci sarà. Non potendo avere la realtà, dunque, si ha il nome. E tale assenza, va precisato, deve considerarsi una fortuna, come vedremo più avanti.
Il progetto messo a punto è stato un inganno antidemocratico sin dal suo esordio, avendo escluso deliberatamente ogni possibile coinvolgimento dei cittadini: nessun popolo europeo vi ha mai partecipato in nessuno dei passaggi cruciali. Quando alcuni popoli sono stati consultati (olandesi e francesi, nel 2005, sulla cosiddetta costituzione europea), questi l’hanno sonoramente bocciata. Ma i padri fondatori se ne sono infischiati, cambiando solo il nome, non più Costituzione Europea, ma Trattato di Lisbona, e tutto è proseguito come programmato: una dittatura tecnocratica costituisce oggi la negazione di quei principi di democrazia che vigono nelle costituzioni nazionali.
Un certo numero di cittadini europei presume (in modo confuso, specie gli italiani) che il termine Unione rifletta l’esistenza di uno Stato Confederale (un inganno palese, dal momento che in tal caso i paesi membri non avrebbero perduto la sovranità istituzionale e monetaria). Un secondo gruppo ritiene che l’Ue, sebbene non sia ancora uno Stato Federale, lo sarà però ben presto, dopo queste elezioni o le prossime. E a tal fine avrebbe già forgiato gli organi corrispondenti: un governo, un Parlamento, una Banca Centrale, un giorno persino un esercito comune e via farneticando. Se ancora non hanno completato la parabola, tali organi saranno comunque perfezionati in un prossimo futuro, dando così vita a un modello di democrazia persino superiore rispetto a quello esistente all’interno dei paesi membri.
La maggioranza, poi, pur consapevole che nell’odierna Unione Europea non esistano lineamenti di stampo federale o confederale, reputa tuttavia che a Bruxelles o altrove in Europa (a Berlino e Parigi, nella mente dei più furbi) qualcuno stia lodevolmente lavorando al faticoso progetto di costruire gli Stati Uniti d’Europa, o qualcosa di simile.
Nessuna di tali fantasie, ahimè, risponde al vero. L’ipotesi di edificare uno Stato Europeo Federale simile agli Stati Uniti d’America non è contemplata in nessuno dei Trattati istitutivi o dei testi giuridici che hanno segnato il percorso costruttivo di tale imbroglio. Quell’ipotesi non è mai stata evocata in alcuna dichiarazione politica dal 1955 (conferenza di Messina) a oggi. Il Direttorio Europeo che guida la locomotiva (vale a dire Germania e Francia) l’ha sempre apertamente respinta, evidenza questa singolarmente ignorata dalla narrazione diffusa in Italia (e in altri paesi gregari), dove la classe politica, destra, centro e sinistra (questo termine, invero, andrebbe diversamente qualificato), diffonde l’umiliante ideologia che il perseguimento della sovranità nazionale (costituzionale, per di più) condannerebbe l’Italia alla deriva. Un altro dei tanti misteri dolorosi della nostra storia.
La sinistra, in particolare, che con la caduta del muro di Berlino era rimasta orfana della religione sovietica, ha abbracciato il fascino infantile della chimerica prospettiva europeista, piegandosi al nichilismo del Grande Capitale Transnazionale, nell’incapacità di disegnare un percorso autonomo, politico e sociale, attraverso la formulazione di una diversa sintesi ideologica centrata sui perenni bisogni dell’uomo e gli interessi nazionali. Al termine della guerra fredda, in assenza di una coraggiosa rielaborazione del crollo del comunismo novecentesco (non v’è spazio per elaborare oltre), l’inettitudine intellettuale di quella dirigenza ha decretato la sostanziale scomparsa della prospettiva socialista anticapitalistica.
Da allora, la sinistra parla di diritti e non di bisogni, di cittadini e non di lavoratori, di elettori e non di popolo. Servizi sociali, salariati e classe media pagano tuttora un prezzo altissimo sull’altare del falso mito europeista, che con la retorica del vincolo esterno va distruggendo le fondamenta dello Stato, vilmente accusato di corruzione endemica e turpe dissipazione di risorse. Oggi gli elettori e le élite di sinistra vivono nei quartieri-bene, mentre salariati e disoccupati sono relegati nelle lontane periferie, dove non a caso fanno scelte reazionarie.
In quegli anni cruciali, 1989-1992, si assiste dunque a un’accelerazione del processo di ristrutturazione economico-istituzionale dell’Europa. La democrazia viene gradualmente sottratta al livello statuale e affidata a una classe di funzionari non-eletti, con enormi privilegi e al servizio dell’oligarchia finanziaria euro-transnazionale.
La ragione primaria della mistificazione del disegno federale europeo ha d’altra parte natura strutturale, in assenza del necessario sottostante, vale a dire di un popolo europeo, indispensabile affinché possa affermarsi il principio di solidarietà. In Italia la ricchezza viene prodotta nel Centro-Nord ma distribuita a che nel Sud, poiché tutti si riconoscono nella medesima nazione, nel medesimo popolo. Si può immaginare il successo di un eventuale partito che nel Nord Europa proponesse di trasferire parte della ricchezza colà prodotta verso i paesi del Sud Europa in difficoltà, paesi notoriamente corrotti e poco propensi a lavorare.
L’Unione è oggi una mescolanza ossimorica non-democratica di illogico rigore e profonda confusione, amministrata da funzionari non eletti, la cui carriera e stipendi stellari trovano base giuridica su norme indecifrabili per un cittadino europeo mediamente colto. Ben pochi in Europa hanno tempo e coraggio per leggere le norme costituzionali europee, vale a dire il Trattato sull’Unione Europea (TUE, il Trattato di Maastricht), il Trattato che modifica il trattato sull’Unione Europea (TFUE, Trattato di Lisbona) sul funzionamento dell’Unione europea o il TCEE (il Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea). La rinuncia a tale lettura è del resto comprensibile, trattandosi di testi illeggibili, che rinviano da una norma all’altra, ricchi di addendum e note a margine, volutamente involuti e concettualmente arcigni, un labirinto incomprensibile, fabbricato per nascondere, non per spiegare, che considera i cittadini dei sudditi chiamati a obbedire senza capire.
I principali organismi dell’UE meritano un cenno sintetico. Essi sono, come noto, la Banca Centrale Europea, veicolo di trasferimento di ricchezza pubblica a banche private e di cui media e governi asserviti continuano irresponsabilmente a difendere l’indipendenza (che è in realtà asservimento ai mercati o al più alla Bundesbank!), la non-eletta Commissione Europea, composta da solerti maggiordomi dell’oligarchia che l’ha nominata; un finto Parlamento privo di quel potere che ovunque ne caratterizza l’essenza, quello di fare le leggi: votare o non votare, il dilemma che attanaglia molti cittadini nel nostro Paese, non inciderà per nulla sull’inutilità di tale Assemblea!
Sul tema dell’invereconda subordinazione dell’Italia nei riguardi dell’UE, basti riflettere sulla circostanza che l’atto di maggior rilievo che il Parlamento italiano è ogni anno chiamato ad approvare, la legge finanziaria, deve essere preventivamente sottoposto al via libera della Commissione per poter essere discusso, ed eventualmente approvato in sede nazionale.
Sulla carta, le leggi europee, che hanno prevalenza giuridica su quelle interne, vengono preparate dai Commissari, sebbene nella realtà sono i funzionari della Commissione a farlo sotto la quotidiana pressione delle lobby industriali, i cui uffici fanno da corona ai suntuosi palazzi di Bruxelles. Quelle leggi, fatte proprie dalla Commissione, e dopo un passaggio formale all’Euro-Parlamento, sono definitivamente approvate dal Consiglio, sempre e solo – beninteso – se Germania e Francia sono d’accordo. In buona sostanza, un cumulo di oltraggi.
L’illegittimità di tale autoritarismo preter-costituzionale, che potremmo chiamare neo-costituzionalismo tecnocratico, ha consentito alle élite neocapitalistiche di imporre ai popoli europei (in specie ad alcuni, come quello italiano) politiche antisociali che sarebbe stato altrimenti assai difficile far passare all’interno dei singoli paesi, dove le resistenze sarebbero state feroci.
Insieme alla sottrazione di sovranità politica, il deficit democratico europeo ha oppresso il mondo del lavoro, degradato i servizi sociali, portato al massacro le economie dei paesi del Sud e criminalizzato il ruolo dello Stato in economia, a beneficio delle oligarchie globaliste, in complicità con quelle dei paesi saccheggiati, poiché gli interessi congiunti tra le classi dominanti prevalgono sempre su quelli dei popoli di appartenenza.
In Italia, la destrutturazione della statualità democratica accelera vistosamente con il Trattato di Maastricht, adottato nel 1992 senza alcun coinvolgimento popolare. Uno strumento cruciale di tale impostura è stata la moneta comune, troppo debole per la Germania e troppo forte per i paesi del Sud. Senza un governo redistributore, tale strumento monetario continua tuttora ad arricchire il Nord, depredando l’Italia e altri pigs. Con la moneta unica F. Mitterrand intendeva imbrigliare nel solco europeo l’inevitabile risorgere dell’economia e del nazionalismo tedesco. La storia insegna però che talora le azioni intenzionali generano conseguenze non intenzionali. Diversamente dagli ingenui intenti del presidente francese, quindi, l’euro non ha reso più europea la Germania, ma solo più tedesca l’Europa.
A partire da Maastricht i paesi europei perdono il potere di coniare la loro moneta, di imporre limiti alla circolazione dei capitali, di legiferare su temi economici e finanziari senza la luce verde di Bruxelles-Berlino, di stipulare trattati commerciali con paesi terzi, di proteggere le frontiere secondo leggi democraticamente approvate, all’insegna del cosmopolitismo delle élite (da non confondere con l’internazionalismo, che costituisce l’alleanza tra ceti subalterni di nazioni diverse).
Nella complicità di media e intellettuali improvvisati, s’impone l’egemonia della subalternità al mondialismo. Il populismo (un termine usato con intento dispregiativo che accomuna poveri, disoccupati, sottoccupati, inoccupati e una classe media falcidiata) e il sovranismo diventano i nuovi nemici etimologici. Per limitaci a quest’ultimo, esso presenta una duplice accezione, la prima con caratteristiche capitalistiche e reazionarie, la seconda di stampo democratico-sociale e partigiana del risveglio dello Stato, baluardo cruciale contro la mano invisibile dei mercati, perennemente affamati di profitto. Sin dall’inizio, il capitale multinazionale aveva assegnato all’Unione Europea il compito di demolire l’indipendenza dello stato, il solo dispositivo istituzionale che a determinate condizioni consente ai ceti subalterni di opporsi al dominio della bulimia neoliberista e corporativa.
È appena il caso di rilevare che la stigmatizzazione dalla tecnocrazia liberista-euro-mondialista non comporta la negazione dei legami storici, culturali ed economici tra le nazioni europee. In un ipotetico, virtuoso percorso alternativo, la recuperata sovranità costituzionale (essenza connaturata a qualsivoglia entità statuale, che nulla ha a che vedere, è appena il caso di rilevare, con il nazionalismo novecentesco) consentirebbe di aprire una nuova stagione di cooperazione, dove anche i paesi minori potrebbero meglio tutelare i loro legittimi interessi.
Nei tempi cupi presenti, il deficit di indignazione popolare si può in parte giustificare con la forza dell’oscuramento mediatico e della macchina della propaganda. Sconcerta invece quanto mai la cecità e l’inerzia delle rappresentanze politiche e sociali delle classi oppresse.

2. Sotto un diverso profilo, infine, non si può tralasciare un altro aspetto inquietante, che alimenta il convincimento di una inedita, pericolosa militarizzazione della macchina distorsiva europea. La norma che merita rilievo è quella che obbliga i paesi membri alla difesa collettiva, la cui adozione come al solito non ha mai democraticamente coinvolto i cittadini.
L’art. 42 punto 7 del Trattato di Lisbona, sebbene l’UE non sia un’alleanza di natura militare, ma solo politico-economica-monetaria, afferma che: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”.
Mentre dunque l’art. 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica è di semplice accezione e sancisce il principio di difesa collettiva tra paesi appartenenti alla Nato (aggredire uno stato significa aggredirli tutti), il menzionato articolo equivalente per l’Unione Europea è più involuto, ma afferma il medesimo concetto: se un paese viene aggredito gli altri sono tenuti a intervenire. Se dunque l’Ucraina dovesse entrare nell’UE, ma non nella Nato, il risultato non cambierebbe, tanto più che in tale ultima circostanza è assai improbabile che gli Stati Uniti non trovino modo di coinvolgere la Nato, da essi guidata. Un pasticcio resta un pasticcio, e di solito serve alle oligarchie al potere per perseguire i loro intenti, raramente in linea con i bisogni dei popoli.
Quando si utilizza il termine Unione Europa, non è dunque superfluo riflettere sulla differenza di senso che gli esseri umani riservano alle parole che utilizzano: una rettificazione dei nomi, come già Confucio proponeva in Cina nel V secolo a.C, risulterebbe di grande utilità anche nell’Europa del XXI secolo.
*(Alberto Bradanini è un ex-diplomatico. Tra gli incarichi ricoperti, è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-2012) e a Pechino (2013-2015). È attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea. )

 

 

 

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