n°08 – 24/02/24 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Riccardo Chiari, Firenze*: Cariche della polizia sui cortei dei ragazzi pro-Palestina. IL VIZIETTO. A Pisa e Firenze manganello selvaggio su studenti e manifestanti pacifici: fermi e oltre 10 feriti, tra cui molti minori, nelle due città.
02 – Alessandra Algostino*: Dai decreti ai manganelli, il filo nero – REPRESSIONI. Manifestazioni per la Palestina e manganelli. Sta diventando una inaccettabile costante: ieri, a Pisa, Firenze, Catania; pochi giorni fa ai presidi sotto la Rai, a Napoli, Torino e Bologna. La […]
03 – L’abuso dei decreti legge e le incognite di una riforma costituzionale – Mentre il governo Meloni segna nuovi record in tema di decreti legge, in parlamento si discute di una proposta di riforma che estenderebbe a 90 giorni il tempo massimo per la conversione. Un’eventualità che però rischia di comprimere ancora di più le prerogative delle camere.
04 – Alfiero Grandi*: Premierato, quel tentativo di sequestrare il referendum costituzionale- In questi giorni c’è chi si incarica di dare un appuntamento a nome di un’area di volenterosi a dopo le elezioni europee, quando i cittadini avranno già votato e quindi saranno usciti di scena, nell’illusione di costruire una nuova versione del premierato tale da bloccare il ricorso al referendum costituzionale, che è evidentemente la bestia nera dei fautori di questa posizione.
05 – ANDREA MONTI*: Neuralink è l’anticamera della discriminazione tecnologica. Gli annunci sulle interfacce cervello-computer e su alcuni sviluppi in ambito genetico rischiano di accentuare la discriminazione fra esseri umani, se non agiamo subito
06 – NOTIZIE

 

01 – Riccardo Chiari, Firenze*: CARICHE DELLA POLIZIA SUI CORTEI DEI RAGAZZI PRO-PALESTINA. IL VIZIETTO. A PISA E FIRENZE MANGANELLO SELVAGGIO SU STUDENTI E MANIFESTANTI PACIFICI: FERMI E OLTRE 10 FERITI, TRA CUI MOLTI MINORI, NELLE DUE CITTÀ. «CI HANNO COLPITO PIÙ VOLTE, PURE CHI ERA GIÀ A TERRA. ANCHE CHI AIUTAVA I CONTUSI». IMMAGINI VIRALI SUI SOCIAL MEDIA, GLI ATENEI E LE FORZE POLITICHE E ASSOCIATIVE DELLA REGIONE, AD ECCEZIONE DELLA DESTRA, COMPATTE NELLA DENUNCIA.
Nel giro di pochi minuti le violentissime cariche dei celerini sugli studenti di Pisa e Firenze erano già diventate virali. Manganellate a pioggia su ragazze e ragazzi a braccia alzate, molti minorenni, che stavano manifestando per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, chiedendo di fermare la carneficina in corso da mesi. «CI HANNO CARICATO DUE VOLTE – RACCONTA ALESSANDRA, STUDENTESSA DI SCIENZE DELLA PACE -, LA SECONDA MANGANELLANDO CHI ERA GIÀ A TERRA E ANDANDO AVANTI COLPENDO CHI CERCAVA, MANI AL CIELO, DI RESTARE LÌ PER AIUTARE I FERITI».

STESSA DINAMICA a Firenze. Con l’«aggravante», in questo caso, di essersi avvicinati alla zona rossa per eccellenza, il consolato Usa in lungarno Vespucci. Nella città della Torre pendente, dove a sera ci saranno quasi 10mila persone a protestare in piazza dei Cavalieri, in corteo la mattina c’erano 200 studenti. «L’appuntamento era in piazza Dante – continua Alessandra – per una passeggiata ‘spontanea’ per i poli umanistici universitari e la sede dell’ateneo in piazza dei Cavalieri, con la conclusione al polo di San Rossore che per Pisa è il luogo della memoria». Un corteo degli Studenti per la Palestina che a novembre avevano calato una bandiera dalla Torre, e che ieri cercavano di sensibilizzare i coetanei sulla necessità della pace. Le modalità «dell’agguato» sono raccontate da un gruppo di docenti del liceo artistico Russoli, testimoni delle cariche: «Come educatori siamo allibiti, il corteo era assolutamente pacifico ma chissà mai perché non avrebbe dovuto sfilare in piazza dei Cavalieri. Gli agenti avevano chiuso la strada e attendevano i ragazzi con scudi e manganelli, mentre dalla parte opposta le forze dell’ordine chiudevano la via, un’altra squadra era in via Tavoleria».

VISTE CON GLI OCCHI dei prof, le cosiddette «cariche di alleggerimento» hanno avuto una portata ben diversa: «ABBIAMO ASSISTITO A SCENE INAUDITE, CI SIAMO TROVATI RAGAZZE E RAGAZZI DELLE NOSTRE CLASSI TREMANTI, SCIOCCATE, CHI CON UN DITO ROTTO, CHI CON UN DOLORE ALLA SPALLA O ALLA SCHIENA PER LE MANGANELLATE, MENTRE UNA QUANTITÀ INCREDIBILE DI VOLANTI SFRECCIAVANO IN VIA TAVOLERIA».
Alcuni agenti bloccavano sul selciato bagnato i giovani fermati, intanto mezza dozzina di feriti venivano portati in ambulanza e curati al Santa Chiara. All’ospedale, fra i tanti solidali, anche Francesco Auletta della sinistra di alternativa: «Chiediamo che i fermati siano subito rilasciati, siamo di fronte a una violenza gratuita e fuori controllo, il questore deve risponderne in prima persona». Preoccupato perfino il sindaco leghista Conti, a cui non avrà fatto piacere il commento della collega di partito Susanna Ceccardi: «Un corteo non autorizzato che voleva scatenare il caos, la polizia ha fatto il suo dovere e va ringraziata».
A FIRENZE, nel giorno dello sciopero generale per la Palestina promosso dai sindacati di base, in circa 500 si erano ritrovati in piazza Santissima Annunziata dietro i due striscioni «STOP AL GENOCIDIO» È WORKERS AND STUDENTS FOR FREE PALESTINE». Il corteo, forte anche di numerosi studenti, ha attraversato il centro per poi raggiungere piazza Ognissanti, avvicinandosi al sempre blindatissimo consolato Usa. Risultato: carica e manganellate alzo zero. Così come era già accaduto, con una violenza inimmaginabile, al corteo che nel 1999 protestava contro la guerra Nato in Jugoslavia. Anche a Firenze una ragazza colpita da una manganellata sul setto nasale, rotto, è stata curata in ospedale, mentre il Si Cobas di Prato e Firenze dava visivamente conto dell’accaduto sui social.
IMMAGINI viste anche dal sindaco Nardella e dal governatore Giani: «SONO VIDEO CHE MI LASCIANO SENZA PAROLE, VOGLIAMO CAPIRE COME SIANO POSSIBILI QUESTI INACCETTABILI ATTI REPRESSIVI E VIOLENTI!». E ancora: «Vedere giovani presi a manganellate solo perché chiedono pace, mentre si proteggono i luoghi del potere dove si prendono decisioni di guerra, è una sconfitta delle istituzioni – annotano i consiglieri Dmitrij Palagi e Antonella Bundu di Spc -, prendiamo atto di come una parte della politica si nasconda dietro l’uso della forza per trasformare in ordine pubblico questioni sociali e politiche».
Compatte le forze politiche e associative toscane non di destra, Iv compresa, nel denunciare l’accaduto, così come hanno fatto gli atenei toscani, la Cgil e il Forum toscano del Terzo settore. Dal 7 ottobre ci sono state 1.023 manifestazioni in Italia, già 157 i denunciati.
*(Riccardo Chiari, Giornalista de il manifesto, responsabile della pagina regionale toscana del quotidiano comunista, purtroppo oggi chiusa)

 

02 – Alessandra Algostino*: DAI DECRETI AI MANGANELLI, IL FILO NERO – REPRESSIONI. MANIFESTAZIONI PER LA PALESTINA E MANGANELLI. STA DIVENTANDO UNA INACCETTABILE COSTANTE: IERI, A PISA, FIRENZE, CATANIA; POCHI GIORNI FA AI PRESIDI SOTTO LA RAI, A NAPOLI, TORINO E BOLOGNA. LA […]

La deriva autoritaria che ha la sua veste istituzionale nella riforma sul premierato si esercita nelle piazze sotto forma di violenza delle forze di polizia, nelle aule di tribunale con la repressione del dissenso, nello spazio pubblico con l’espulsione del pensiero divergente.
Quasi sembra di vivere in una distopia, non nella realtà: sul serio non si può nemmeno pronunciare la parola «genocidio» se accostata alla Palestina e Israele? Non si può manifestare per un cessate il fuoco, per la pace?
Sembra quasi una commedia dell’assurdo, se non stessimo manifestando per una tragedia e se non fosse che stiamo scivolando verso il baratro.
Manifestare per la pace, per il lavoro, manifestare in sé, è agire e attuare la Costituzione; una democrazia che impedisce la libertà di espressione, la discussione, il dibattito, abbandona i suoi presupposti, le condizioni minime di una «democrazia liberale».
È un filo nero quello della repressione del dissenso che lega decreti sicurezza che si susseguono senza soluzione di continuità, normalizzando, con un ossimoro, presunte emergenze e stabilizzando eccezioni (violazioni) dei diritti; prassi delle procure che considerano la protesta eversiva rispetto alla democrazia; pronunce della magistratura civile e amministrativa che infliggono risarcimenti a chi contesta scelte politiche; provvedimenti di prefetti e questori che sottraggono spazi pubblici alle manifestazioni e comminano fogli di via agli eco-attivisti per le azioni di disobbedienza civile; limitazioni delle commissioni di garanzia agli scioperi; nuovi reati e pene per il dissenso, il disagio sociale e la solidarietà; daspo urbano per chi disturba il decoro della città.
È un filo che sta tessendo una cappa nera, che si diffonde a partire dai margini: dagli «antagonisti», come tendenzialmente vengono qualificati tutti i manifestanti, che si sa sono tutti violenti; dai migranti, che non sono «noi», non sono cittadini e forse anche un poco meno umani; dai poveri, che in fondo qualche colpa per la loro situazione l’avranno pure.
E la cappa diviene sempre più asfissiante, il diritto penale del nemico diviene panpenalismo, perché chi è controcorrente, con la materialità della sua esistenza o con la manifestazione delle sue idee, è un nemico. Preciso: occorre denunciare e resistere all’espulsione sociale e politica di ciascuna persona, non solo perché è un passo verso altre repressioni, ma in quanto tale; ogni diritto negato a qualsiasi persona, senza che si reagisca, rende tutti un po’ meno democratici, un po’ meno umani.
La logica della guerra, che non chiede di ragionare, ma di obbedire, e l’egemonia del modello neoliberista, che nega alternative e deve blindarsi per sopravvivere agli effetti brutali che produce (sulle persone e sulla natura), convergono naturalmente (del resto muovono dalla stessa radice di sopraffazione) nella volontà di anestetizzare il conflitto.
La passività, l’acquiescenza, l’ignavia sono la strada più comoda. Ed è un percorso facilitato da scuola e università che le controriforme tendono a ridurre a mercati dove acquistare nozioni (i crediti) da spendere nel mercato del lavoro, sterilizzandone le potenzialità come luoghi di creazione e discussione di sapere critico.
E se ancora vi sono resistenze, se ancora studentesse e studenti scendono in piazza, le cariche della polizia e i processi a carico dei manifestanti che poi ne seguono, si incaricano della repressione e della dissuasione.
È una democrazia quella che in timida chi manifesta, delegittima chi esprime opinioni controcorrente, accetta campi di detenzione e morti alle frontiere, punisce ed espelle chi vive condizioni di disagio?
Sicuramente non è la democrazia disegnata dalla Costituzione, che persegue la rimozione dei condizionamenti economici e sociali, sancisce il diritto di asilo, ripudia la guerra, promuove la partecipazione effettiva. Della democrazia non basta mantenere il nome.
Sono tanti i segnali inquietanti che ci circondano, cerchiamo di vederli, comprendere le loro connessioni, denunciamo la violenza della polizia, in sé e quale espressione fisica della violenza «di sistema», continuiamo ostinatamente a manifestare e manteniamo aperto lo spazio della critica dell’esistente.
*(Fonte: Il Manifesto. Alessandra Algostino, È professoressa ordinaria di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: democrazia, diritti, migranti, lavoro, partecipazione e movimenti, fonti del diritto, Europa, diritto e economia.)

 

03 – L’ABUSO DEI DECRETI LEGGE E LE INCOGNITE DI UNA RIFORMA COSTITUZIONALE – MENTRE IL GOVERNO MELONI SEGNA NUOVI RECORD IN TEMA DI DECRETI LEGGE, IN PARLAMENTO SI DISCUTE DI UNA PROPOSTA DI RIFORMA CHE ESTENDEREBBE A 90 GIORNI IL TEMPO MASSIMO PER LA CONVERSIONE. UN’EVENTUALITÀ CHE PERÒ RISCHIA DI COMPRIMERE ANCORA DI PIÙ LE PREROGATIVE DELLE CAMERE.
• In parlamento si discute di una proposta di riforma costituzionale che estenderebbe da 60 a 90 giorni il tempo massimo per la conversione dei decreti legge.
• L’attuale governo ha pubblicato 55 decreti legge in 16 mesi (3,44 al mese). Si tratta del rapporto più alto considerando gli ultimi 9 esecutivi.
• Le proposte in discussione certificano di fatto la trasformazione dei decreti legge da strumento emergenziale ad atto ordinario.
• Sono già 5 in meno di due mesi i decreti legge pubblicati nel 2024.

Ci siamo occupati spesso in passato del ricorso eccessivo fatto dagli esecutivi allo strumento del decreto legge (Dl). Una dinamica che con il governo Meloni sta raggiungendo nuovi picchi. L’attuale esecutivo infatti riporta il dato più alto per quanto riguarda il numero medio di decreti legge emanati al mese.
L’abuso di questo strumento porta a diverse conseguenze negative. Il parlamento infatti ha solo 60 giorni per convertire in legge i decreti governativi. Un tempo adatto ad affrontare occasionalmente questioni urgenti e specifiche ma che diventa insufficiente se l’esecutivo tende a ricorrere ai decreti con frequenza eccessiva, per affrontare temi anche molto complessi e articolati. Una modalità che peraltro lascia pochissimo spazio alle camere per dedicarsi ad altro che non siano le proposte di legge di iniziativa governativa. Questo ha portato gli esecutivi a ricoprire un ruolo sempre più centrale anche per quanto riguarda l’iter legislativo.
Data questa situazione, ai parlamentari rimangono pochi margini di manovra e spesso l’unico modo che hanno per intervenire è quello di proporre emendamenti alle leggi di conversione. Una pratica però che porta ad altri problemi, come quello dei cosiddetti decreti omnibus di cui ci siamo occupati anche recentemente.

55 I DECRETI LEGGE PUBBLICATI DAL GOVERNO MELONI, DI CUI 5 TRA GENNAIO E FEBBRAIO 2024.
In questo contesto, il centrodestra ha presentato recentemente due proposte di revisione costituzionale che punterebbero ad estendere i tempi per la conversione dei decreti a 90 giorni in modo da fornire più tempo alle camere per esaminare i Dl e presentare eventuali proposte di modifica.
Se da una parte risulta indispensabile la previsione che il Governo possa intervenire tempestivamente in situazioni urgenti con provvedimenti legislativi emergenziali, d’altra parte il termine perentorio di sessanta giorni in cui il Parlamento può apportare le opportune modifiche al decreto risulta eccessivamente stringente. Questa tempistica ha infatti prodotto più volte, nel corso degli anni, il risultato di depotenziare il ruolo del Parlamento portandolo ad esaminare il decreto in una sola delle due Camere per avere certezza del rispetto dei termini di approvazione.
Si possono comprendere le ragioni che hanno portato a questa proposta che però al contempo presenta gravi criticità. Tale impostazione infatti andrebbe nella direzione di trasformare in maniera definitiva il decreto legge da strumento emergenziale ad atto ordinario a cui il governo può fare ricorso per dare più rapida attuazione alle proprie iniziative.
Così come la riforma del premierato anche in questo caso ci si muove quindi nella direzione di un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo. Come ha fatto notare anche la giurista Vitalba Azzolini, infatti tale riforma anziché tutelare il parlamento andrebbe e legittimare l’abuso dei decreti legge fatto dai governi comprimendo ancora di più le prerogative delle camere. Da questo punto di vista il prolungamento del tempo per la conversione dei decreti appare più come un tentativo dei parlamentari di salvare il salvabile piuttosto che intervenire con una riforma che renda più agevole e rapido il ricorso all’iter legislativo ordinario. Riforma però più complessa e su cui sarebbe più difficile trovare consenso tra le varie forze politiche.
I numeri del governo Meloni e il confronto con i suoi predecessori
Prima di andare a vedere più nel dettaglio le proposte di riforma in discussione, è utile passare in rassegna i dati riguardanti l’uso e abuso dei decreti legge. Questi dati infatti ci aiutano a capire perché il tema è così rilevante nell’attuale dibattito sulle riforme costituzionali.
Il governo Meloni ha già pubblicato ben 55 decreti legge dal suo insediamento a palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. In termini assoluti, considerando le ultime 4 legislature, possiamo osservare che solo 3 esecutivi riportano un valore più elevato. Si tratta dei governi Berlusconi IV (80), Draghi (64) e Renzi (56). Il dato dell’attuale esecutivo risulta particolarmente significativo se si considera che quelli appena citati sono comunque rimasti in carica per più tempo.
Se ci soffermiamo ad analizzare il dato medio dei decreti legge pubblicati per mese – in modo da poter fare un confronto omogeneo tra esecutivi che hanno avuto durate diverse – vediamo che il governo Meloni sale al primo posto con una media di 3,44 Dl emanati nei suoi primi 16 mesi. Un dato superiore anche a quelli dei governi Draghi (3,2) e Conte II (3,18) che però hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia.

Per il governo Meloni quasi 3,5 decreti legge pubblicati ogni mese
La media dei decreti legge pubblicati al mese dai governi delle ultime 4 legislature (2008-2024)
Significativo da questo punto di vista il fatto che il governo Meloni abbia sopravanzato il Conte II anche in valori assoluti. L’esecutivo giallorosso infatti si era fermato a 54 Dl emanati in 17 mesi.

Non sempre le iniziative portate avanti dai governi richiederebbero un’azione rapida ed emergenziale. Spesso però si preferisce comunque adottare un Dl sia per velocizzare l’iter parlamentare sia per limitare eventuali tentativi di modificare il dispositivo. Ed è proprio su questo secondo aspetto che vanno ad intervenire le proposte di riforma costituzionale presentate.
In realtà i Ddl depositati sarebbero 4. Due provengono dalla maggioranza e due dall’opposizione. Questi ultimi però non hanno ancora iniziato l’iter legislativo. I primi firmatari sono Vittoria Baldino del Movimento 5 stelle e Andrea Giorgis del Partito democratico. In entrambi i casi non è disponibile il testo completo della proposta di legge. Non è quindi possibile conoscere nel dettaglio la posizione di questi schieramenti.

LE PROPOSTE DI RIFORMA PUNTANO A UN ALLUNGAMENTO DEI TEMPI PER LA CONVERSIONE DEI DECRETI LEGGE.
Qualcosa di più si sa invece a proposito delle due proposte di riforma presentate dalla maggioranza. Queste hanno già iniziato il loro iter e risultano in discussione nella commissione affari costituzionali del senato. La prima delle due proposte è stata presentata da Adriano Paroli di Forza Italia. In questo caso il Ddl dispone semplicemente l’ampliamento a 90 giorni del tempo a disposizione per le camere per la conversione in legge dei decreti governativi.
L’altra proposta invece porta la prima firma di Paolo Tosato della Lega. Anche in questo caso si prevede l’estensione massima per la conversione a 90 giorni ma viene aggiunto un dettaglio in più. La camera che inizia la discussione sul Ddl avrebbe al massimo 60 giorni di tempo per concludere l’iter, di modo che alla seconda resti almeno un mese di tempo per fare altrettanto.
Entrambe le proposte figurano ai primi passi dell’iter. L’ultima occasione in cui se ne è discusso in commissione infatti risale al 30 novembre scorso. In questa circostanza si è deciso di procedere all’analisi congiunta delle due proposte, data la loro somiglianza. Il seguito della discussione è però stato rinviato e da allora non è ancora ripreso. Verosimilmente quindi tali proposte potranno eventualmente concludere il loro percorso nella parte finale della legislatura. Ciò alla luce del fatto che la stessa commissione sta affrontando anche la riforma sul premierato presentata dal governo.
Soffermandoci sul periodo più recente, possiamo osservare che sono già 5 i decreti legge che il governo ha pubblicato dall’inizio dell’anno. Tra i primi provvedimenti adottati troviamo il Dl 5/2024 che riguarda la presidenza italiana del G7. In questo caso si dispone la nomina di un commissario straordinario e alcune semplificazioni in tema di appalti, con l’obiettivo di velocizzare le opere da realizzare in vista dei vertici dei capi di stato e di governo che si terranno nel nostro paese.
Nel corso di questi primi due mesi, il governo ha pubblicato anche il decreto legge 7/2024 che introduce alcune misure in vista delle elezioni europee, regionali e amministrative. Tra gli interventi contenuti in questo decreto c’è anche la possibilità per i sindaci dei comuni con popolazione compresa tra 5mila e 10mila abitanti di ricandidarsi per un terzo mandato. Viene invece eliminato ogni limite per i territori con popolazione inferiore ai 5mila abitanti.
Questa decisione dell’esecutivo peraltro ha generato un ampio dibattito sul tema dei limiti al numero di rielezioni possibili per i sindaci uscenti. Da questo punto di vista alcune forze politiche (la Lega in particolare) vorrebbero estendere la possibilità di un terzo mandato anche ai presidenti di regione. Mentre il presidente dell’associazione nazionale dei comuni italiani, Antonio Decaro (Pd) si è esposto sostenendo che la rimozione al limite dei mandati dei sindaci dovrebbe essere estesa anche ai centri più grandi.

IL GOVERNO È INTERVENUTO CON 2 DECRETI LEGGE IN POCHI GIORNI PER GESTIRE LA CRISI DELL’EX ILVA.
Con due distinti Dl poi il governo è intervento per cercare di limitare i danni derivanti dalla situazione di crisi che sta attraversando l’ex Ilva di Taranto. Con il Dl 4/2024 si punta a salvaguardare la continuità aziendale e tutelare i dipendenti delle aziende di grandi dimensioni. Il decreto 9/2024 invece introduce una serie di interventi per tutelare le piccole e medie imprese. Ciò con un particolare occhio di riguardo per quelle realtà che facevano parte dell’indotto dello stabilimento siderurgico.
Infine, tra i decreti di più recente pubblicazione, troviamo il Dl 10/2024 che prevede una serie di interventi finalizzati a velocizzare le opere necessarie per lo svolgimento delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.Anche da questa breve rassegna emerge chiaramente come non sempre il ricorso ai decreti legge sarebbe indispensabile.
*(FONTE: elaborazione e dati openpolis)

 

04 – Alfiero Grandi*: PREMIERATO, QUEL TENTATIVO DI SEQUESTRARE IL REFERENDUM COSTITUZIONALE- IN QUESTI GIORNI C’È CHI SI INCARICA DI DARE UN APPUNTAMENTO A NOME DI UN’AREA DI VOLENTEROSI A DOPO LE ELEZIONI EUROPEE, QUANDO I CITTADINI AVRANNO GIÀ VOTATO E QUINDI SARANNO USCITI DI SCENA, NELL’ILLUSIONE DI COSTRUIRE UNA NUOVA VERSIONE DEL PREMIERATO TALE DA BLOCCARE IL RICORSO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE, CHE È EVIDENTEMENTE LA BESTIA NERA DEI FAUTORI DI QUESTA POSIZIONE.
Il punto debole di questa posizione sta nel fatto che il Governo ha presentato una sua proposta di legge (firmata da Meloni e Casellati) sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio, più o meno sul modello dei Presidenti di regione. Senza dimenticare che le modifiche al testo presentato dal governo vengono concordate dentro la maggioranza e presentate dal governo a nome di tutta la maggioranza.
Una proposta di legge di peso, che punta all’elezione diretta del Presidente del Consiglio, presentata dal solo Governo non è procedura normale. Anzi è un sequestro del confronto politico parlamentare all’interno della sola maggioranza. Come dimostra il comportamento della Lega che ha insistito al Senato per proporre suoi emendamenti per ottenere il 3° mandato per i sindaci dei comuni sopra i 15.000 abitanti e per i Presidenti di Regione.
Questi emendamenti a un testo di modifica della Costituzione sono una evidente forzatura e infatti sono stati ritirati o bocciati dalla stessa maggioranza.

L’ENNESIMO TENTATIVO DI CAMBIARE LA COSTITUZIONE
Certo non è il primo governo che prova a cambiare la Costituzione da solo, anche Renzi ci ha provato ma non c’è riuscito.
In passato le iniziative per cambiare la Costituzione sono state prevalentemente parlamentari, con tutti i partiti coinvolti, modalità molto diversa da una proposta del solo Governo, che presuppone un confronto tra maggioranza e opposizione. Un confronto in sostanza tra proposte diverse o alternative, senza steccati pre costituiti.
Infatti il Governo è espressione della sola maggioranza e – come sta avvenendo – sequestra la discussione sui punti decisivi, ad esempio modificando continuamente il punto sul capo del governo, facendo non poca confusione, anche perché non tutta la maggioranza è disponibile ad accettare il “simul stabunt simul cadent” tra governo e parlamento, cioè il legame inscindibile tra vita del governo e vita della legislatura.
Non va dimenticato che la proposta Meloni/Casellati in realtà non attua neppure il programma delle destre, che prevede l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, ma punta ad eleggere direttamente il Presidente del Consiglio, che è cosa ben diversa.
Neppure è vero che la maggioranza degli elettori abbia affidato questo compito al Governo, perché nel 2022 ha votato il 63 % degli aventi diritto, la destra ha preso il 44%, cioè il 28 % dei votanti e tanto meno ha raggiunto la maggioranza degli aventi diritto al voto. Quindi la maggioranza degli elettori non ha dato alle destre alcun mandato per modificare la Costituzione del 1948 ed è discutibile che questo mandato ci sia stato anche da parte di tutti gli elettori della destra.

UNA MAGGIORANZA CHE, IN REALTÀ, MAGGIORANZA NON È
Senza dimenticare che la maggioranza parlamentare è stata ottenuta grazie ad una legge elettorale per vari aspetti incostituzionale, che ha “regalato” alle destre un premio di maggioranza del 15 %, facendole arrivare al 59 % dei parlamentari. È vero che le attuali opposizioni hanno sbagliato a non modificare la legge elettorale quando potevano farlo, ma questo non può essere un alibi per la maggioranza per usare il premio ottenuto in più di parlamentari come un randello per fare passare le sue proposte. Questo rende ancora più incomprensibile per quale ragione un governo che ha una maggioranza parlamentare esagerata voglia cambiare la Costituzione se non per segnare un risultato politico-ideologico, conquistare una bandiera per il suo elettorato.

IL GOVERNO HA PRESENTATO UNA PROPOSTA DI MODIFICA DELLA COSTITUZIONE (IL PREMIERATO) CERCANDO DI NASCONDERNE LE REALI CONSEGUENZE SULLA COSTITUZIONE E SULL’EQUILIBRIO ISTITUZIONALE, FINO A OSCURARNE LA PORTATA.
Ad esempio. Il meccanismo elettorale proposto in Costituzione, anche tolta l’esplicitazione del 55 % di parlamentari garantiti al soggetto vincente, porterebbe comunque ad un legame inscindibile tra i parlamentari di maggioranza e il capo del governo. Questo legame entrerebbe, ad esempio, in conflitto con l’articolo 67 della Costituzione che prevede che il parlamentare agisca senza vincoli di mandato. Articolo che non viene modificato, mentre il governo propone in realtà un parlamento subalterno al Presidente del Consiglio eletto direttamente, sotto la minaccia permanente di elezioni anticipate. Due norme di significato opposto, destinate a creare una contraddizione nella Costituzione.

IL PREMIERATO PROPOSTO DAL GOVERNO RIDUCE DRASTICAMENTE I POTERI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA A FAVORE DEL CAPO DEL GOVERNO, MA FINGE CHE QUESTO NON AVVERRÀ.
Perché il governo nasconde le conseguenze delle sue proposte, rischiando di scrivere in Costituzione testi contraddittori? Non solo per evitare forti contrarietà se diventasse esplicito il ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica da un lato e del parlamento dall’altro, ma per aggirare la necessità di prevedere un riequilibrio ai troppi poteri concentrati nelle mani del Presidente del Consiglio, il noto check and balance, questo anche a rischio di creare contraddizioni nei testi.

SI VUOLE FARE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO UNA “CAPOCRAZIA”
In altre parole il ruolo del Presidente del Consiglio diventerebbe una vera e propria “capocrazia”, senza dimenticare che nel concreto il parlamento sta accrescendo alacremente i poteri della Presidenza del Consiglio, ad esempio sulla stessa Autonomia regionale differenziata.
La Costituzione attuale si basa sulla divisione dei poteri con al centro il ruolo del parlamento, che non a caso nel 1948 – dopo lo scioglimento forzato della Camera da parte del fascismo – è diventato fondamento della nostra Repubblica, che è appunto parlamentare.
Perché Meloni ha bisogno dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio? Mi sembra evidente che cerchi una sua legittimazione popolare, oltre i voti al suo partito, ed è evidente che punta a superare la Costituzione democratica e antifascista che non le assicura questo risultato. Perché la nostra Costituzione contraddice le pulsioni autoritarie e qualche nostalgia di troppo del passato.
L’elezione diretta del Presidente del Consiglio è una sorta di “capocrazia”, visto che se ne riparlerebbe dopo 5 anni, con i parlamentari sempre nominati dall’alto e cooptati per fedeltà.

L’ALTERNATIVA AL PREMIERATO È SEMPLICE: FARE ELEGGERE AGLI ELETTORI TUTTI I 600 PARLAMENTARI, CAMBIANDO UNA LEGGE ELETTORALE CHE HA LETTERALMENTE SPEZZATO IL LEGAME TRA RAPPRESENTANTI (I PARLAMENTARI) E RAPPRESENTATI (GLI ELETTORI).
È una presa in giro che Meloni chieda ai cittadini di eleggere direttamente il capo del governo in alternativa al potere dei partiti di decidere il Presidente del Consiglio, proprio lei che è Presidente di FdI, del suo partito europeo ed è a capo di un governo che ha una maggioranza parlamentare del 59%, usata per fare passare proposte di legge come l’Autonomia regionale differenziata e ora le modifiche della Costituzione.
È evidente che è in corso un tentativo che si autodefinisce trasversale di rimandare a dopo il voto europeo la ricerca di una soluzione sul premierato diversa da quella attuale. Francamente sembrano largamente sottovalutate le ragioni che hanno spinto Giorgia Meloni a forzare sul premierato. A volte sarebbe meglio prendere seriamente le ragioni altrui e prepararsi a contrastarle, anziché illudersi che siano da attribuire ad insipienza. Sottovalutare gli avversari è da sempre un errore e la proposta di premierato del governo è semplicemente inemendabile e in quanto tale da respingere, anche con il referendum costituzionale popolare, se non verrà fermata prima. Per fortuna i padri e le madri costituenti hanno previsto i referendum, in particolare quello costituzionale. Se non si arriva ai 2/3 dei parlamentari è possibile il referendum sulle modifiche della Costituzione e, grati ai costituenti, usiamolo per fermare questa destra. È l’occasione per rilanciare in Italia una battaglia per attuare e difendere la Costituzione.
*(Fonte: Strisciarossa. Alfiero Grandi, giornalista, ex sindacalista italiano. Deputato della Repubblica Italiana. Durata mandato, 2001)

 

05 – ANDREA MONTI*: NEURALINK È L’ANTICAMERA DELLA DISCRIMINAZIONE TECNOLOGICA. GLI ANNUNCI SULLE INTERFACCE CERVELLO-COMPUTER E SU ALCUNI SVILUPPI IN AMBITO GENETICO RISCHIANO DI ACCENTUARE LA DISCRIMINAZIONE FRA ESSERI UMANI, SE NON AGIAMO SUBITO

L’annuncio della sperimentazione umana di una brain-computer interface (Bci) da impiantare nel cervello sviluppata da Neuralink, una delle aziende high tech di Elon Musk, ha invariabilmente generato un’ondata di sensazionalismo e rievocato per l’ennesima volta scenari fantascientifici abitati da cyborg e trans-umani, come lo stesso Musk ha lasciato intendere già da tempo. Usando una tecnica pubblicitaria molto diffusa, la notizia della Bci di Musk è stata presentata con un’affermazione tipo “il primo essere umano ha ricevuto un impianto Neuralink”, ma questo non vuol dire che sia il primo in assoluto e che, dunque, siamo di fronte a un evento rivoluzionario.
Uno studio pubblicato su Science and Engineering Ethics dimostra che la prima sperimentazione umana di una Bci risale al 2019 e uno spin off dell’Istituto italiano di tecnologia ha realizzato un chip altrettanto, se non più avanzato di quello di Neuralink. Altre startup americane stanno esplorando le possibilità delle interfacce cervello-macchina e dunque, più che a un evento rivoluzionario, siamo di fronte all’avvio di una nuova corsa all’oro, al cui confronto quella dell’AI, già rallentata da contrasti ideologici e politici, somiglia più a una domenicale passeggiata nel bosco alla ricerca di funghi.
È invece passata sotto silenzio, al di fuori degli ambienti degli addetti ai lavori un’altra notizia, questa sì oggettivamente importante: più o meno contemporaneamente all’annuncio di Neuralink, il 13 febbraio 2023 la giapponese PorMedTec, startup dell’università Meiji, ha annunciato di essere riuscita a creare tre cloni di maiali con organi potenzialmente idonei a essere trapiantati in esseri umani, grazie all’utilizzo di cellule di maiale geneticamente modificate dalla statunitense eGenesis. Anche in questo caso, non è tanto il “cosa”, quanto il “se” a essere rilevante: la creazione di organi artificiali, insieme al bioprinting, è da sempre considerata un’alternativa essenziale per superare il problema del reperimento di organi umani da trapiantare. Analogamente alle Bci, dunque, l’utilizzo in ambito medico e terapeutico di tecnologie del genere non è soltanto desiderabile ma certamente necessario.
Avere compiuto un altro passo verso la possibilità di ripristinare i collegamenti fra cervello e resto del corpo (o strumenti esterni), e realizzare xenotrapianti grazie all’ingegneria genetica sono senz’altro notizie eccellenti per la ricerca e, pur se non sul breve periodo, per chi soffre di malattie degenerative o di altra natura. Nello stesso tempo, però, non sono mancate le preoccupazioni sull’impatto della manipolazione diretta del funzionamento del cervello, basata sulla comunicazione bidirezionale con un software che riceve comandi esterni, e sull’eticità della creazione di esseri viventi (pur non necessariamente senzienti) per produrre organi.
Con una sconsolante coazione a ripetere, l’approccio di alto livello a questi temi è sistematicamente orientato alla burocratizzazione e all’irrigidimento della possibilità di fare ricerca in nome dell’onnipresente “uso etico e responsabile” della tecnologia e, dall’altro, all’accettare, o quantomeno non rifiutare, che queste ricerche possano anche avere applicazioni non strettamente mediche, cioè dirette a curare le persone. Stiamo parlando, in altri termini, della possibilità che Bci e organi biologici artificiali possano essere impiantate in soggetti sani, e dunque non per guarirli da una malattia ma per “potenziarli” o — come nel caso dei dati generati dalle Bci — per utilizzo ludico, in videogiochi e altre forme di interazione con strumenti digitali.
LA DISCUSSIONE IN ATTO
Il primo tema è quello, oramai classico, del transumanesimo, cioè di quella corrente di pensiero nata in Inghilterra e che teorizza il diritto a potenziare il corpo ricorrendo alla tecnologia e che da qualche tempo interseca ambiti strettamente medici come lo sviluppo di protesi robotiche e la medicina potenziativa.

Il secondo tema riguarda la rottura dell’ultima barriera fra l’associazione delle manifestazioni esteriori del comportamento umano ai meccanismi che le generano, per finalità diverse da quelle di diagnosi e cura. Da tempo ci sono tentativi per utilizzare tecniche di neuroimaging come “macchina della verità” nei processi giudiziari e da tempo analisi critiche hanno evidenziato i limiti di questo approccio. Questo non ha impedito di continuare su una strada parallela, quella della raccolta dei segnali elettrici del cervello per decodificarli ed associarli a stati fisici e mentali, caso del quale si occupò — in modo peraltro discutibile — la Corte suprema cilena nell’agosto 2023 con una sentenza sull’uso dei dati raccolti da un elettroencefalografo “per uso ludico”.
Mentre il dibattito pubblico si concentra sui “soliti” argomenti (etica, privacy, uso responsabile ecc.) vengono trascurati due temi che dovrebbero essere analizzati prima degli altri: l’ammissibilità di un uso non medico di queste tecnologie, e la scelta di renderle disponibili a tutti o solo a chi — individuo o Stato sovrano — può permettersele.
Consentire un uso non medico — cioè non curativo — di Bci e ingegneria genetica è una scelta politica che presuppone un modello di società basato sulla definitiva presa di potere da parte di Big Tech e sull’uso geopolitico della superiorità tecnologica in questi settori. Queste aziende potranno intervenire direttamente sul corpo e sulla mente degli individui, invece di dover utilizzare obsoleti strumenti di profilazione che non consentono la raccolta in tempo reale e, nello stesso tempo, governeranno queste tecnologie in barba a qualsiasi controllo pubblico.
I visori a realtà aumentata che iniziano ad affacciarsi sul mercato sono dei precursori di quello che potrebbe accadere con l’uso “ludico” delle Bci. Oggi la realtà viene aumentata da quello che qualche sviluppatore ha deciso di far percepire all’utente tramite la proiezione di immagini sul nervo ottico. Fra qualche tempo — ed è la dichiarata intenzione di chi intende usare queste tecnologie “a scopo ludico” — questo potrà accadere inviando direttamente segnali al cervello, superando la soglia della percezione razionale. Di fronte a una prospettiva del genere, non ci sono “codici di condotta”, “linee guida per un uso responsabile” o qualsiasi altro “documento di indirizzo” che tengano: l’uso non medico di queste tecnologie dovrebbe essere semplicemente vietato.
Questa scelta, veniamo al tema dell’ingegneria genetica, è già stata presa in rapporto alla clonazione umana: non ci sono, tecnicamente, ostacoli insormontabili alla clonazione della componente fisica d’un individuo ma, molto semplicemente e molto chiaramente, la Convenzione di Oviedo vieta questa pratica. Dunque, nulla vieta di vietare anche l’uso di Bci e, in generale, di sistemi che interagiscono direttamente con il cervello o con la sua attività elettrica per scopi diversi da quelli strettamente curativi, nonché delle estremizzazioni transumaniste che invocano impianti tecnologici ma anche trapianti organici. La posta in gioco, più che la bizzarra idea della “privacy mentale” o dello specismo, è quella della discriminazione basata sulla ricchezza privati e sul ruolo dei poteri pubblici.
In uno Stato dove Bci e ingegneria genetica sono saldamente nelle mani del settore privato, solo il settore privato decide chi può fruirne. In una dimensione internazionale dove uno Stato detiene il controllo di queste tecnologie, solo quello Stato decide a quali altri può esserne consentito l’utilizzo. Possiamo non usare il termine eugenetica, ma alla fin fine di questo si tratta ed è difficile non ricordare cosa aveva immaginato Aldous Huxley in Brave New World, con l’aggravante che, in questo caso, la discriminazione non lascerebbe speranza a chi è “fuori” dai confini, siano essi quelli del conto corrente, o del proprio (non abbastanza tecnologicamente autonomo) Stato
*(Andrea Monti. giornalista, Dal 1990 al 1996 è direttore del settimanale Panorama. … Passato al Corriere della Sera nel 1997, dirige per circa un anno il supplemento settimanale Sette.)

 

06 – NOTIZIE
a – Giso Amendola*: polizia e populismo nell’Italia contemporanea. Scaffale. «incontri troppo ravvicinati?», un libro di Vincenzo Scalia. Nel saggio, tra sociologia e politica, vengono analizzate diverse storie di abusi.
b – Andrea Fabozzi*: Guerra e diritti, cambiare programma – FRONTE ITALIA. Facciamo l’ipotesi che il Pd, alla testa di un’opposizione unita (qui già l’ipotesi traballa) segni un punto in quella che evidentemente considera la partita politica più importante del momento, la conquista di uno spazio maggiore nella televisione pubblica.
c – Valeria Parrella*: L’unico spazio di libertà – LE PAROLE E IL GESTO. L’impiccagione non è un suicidio qualunque: è un’accusa – Antigone si impicca con i veli che l’avrebbero dovuta vedere sposa – spesso l’unica accusa a cui possono ricorrere i ristretti
d – Micaela Bongi*: Il mondo nella bolla di Rai Uno – SANREMO. Capita che l’acqua non si fermi con le mani, l’attivismo politico, le informazioni, le idee riescono a viaggiare anche per canali che non si possono controllare neanche volendo e a irrompere anche dove si pretenderebbe il controllo più occhiuto.

 

A – Giso Amendola*: POLIZIA E POPULISMO NELL’ITALIA CONTEMPORANEA. SCAFFALE. «INCONTRI TROPPO RAVVICINATI?», UN LIBRO DI VINCENZO SCALIA. NEL SAGGIO, TRA SOCIOLOGIA E POLITICA, VENGONO ANALIZZATE DIVERSE STORIE DI ABUSI.
Federico Aldovrandi e Riccardo Magherini sono due casi di «incontri troppo ravvicinati», uccisi dall’intervento dei tutori dell’ordine. Vincenzo Scalia (Incontri troppo ravvicinati? Polizia, abusi e populismo nell’Italia contemporanea, manifestolibri, pp. 180, euro 12, con prefazione di Stefano Anastasia) muove dall’analisi dei discorsi prodotti dalle e sulle forze di polizia in quelle circostanze, per mostrare come, contro ogni retorica delle mele marce, quei fatti siano rilevatori della violenza strutturale delle politiche dell’ordine pubblico.
Scalia fa emergere un blocco culturale di fondo che riguarda la cultura dell’Europa continentale: le polizie tendono ad essere identificate strutturalmente e persino «eticamente» con lo Stato, sicché l’indagine stessa, anche solo scientifica, sulle forze dell’ordine è a priori sospetta di contenere una qualche insidiosa minaccia alla nazione.
UN MODELLO di organizzazione centralistico e un onnipresente elemento di militarizzazione, che resiste malgrado le riforme, testimoniano dentro la struttura delle forze dell’ordine questa matrice statualistica. Il ricorso continuo da parte della polizia a pratiche di «alterizzazione», vale a dire alla costante riduzione a «nemico» dei diversi attori che ne incrociano l’azione, e una cultura interna caratterizzata da machismo e conservatorismo, ne testimoniano il costitutivo isolamento dalla popolazione.
Molto più dinamico è invece il rapporto tra società e polizia nei modelli anglosassoni, ispirati al decentramento e a un rapporto più stretto con le comunità. Non è vero, però, che una governance decentrata sino a giungere all’elezione democratica dei capi della polizia, garantisca contro la violenza sistemica molto di più del centralismo continentale. Questo perché, spiega bene Scalia, l’offerta di polizia «dall’alto» si incrocia con la domanda «di sicurezza» dal basso.

IL SECURITARISMO poliziesco è evidentemente un prodotto dell’irriducibilità violenza del comando statuale, ma è anche, in modo forse più complesso e insidioso, il frutto delle politiche neoliberali che hanno destrutturato il welfare. L’analisi delle politiche della sicurezza in pandemia è un buon esempio di questo intreccio tra controllo dall’alto e domanda di sicurezza dal basso: la richiesta di protezione sociale è stata sistematicamente elusa e tradotta esclusivamente nei termini di una gestione emergenziale dei comportamenti, e nella sollecitazione di una sorveglianza diffusa affidata alla popolazione stessa.
Questo intreccio critico di culture securitarie di polizia e di populismo penale dal basso non chiude però tutti gli spazi. Se il neoliberalismo ha reso difficile avanzare richieste di cura collettiva e di diritti sociali, non ha eliminato un certo senso comune sulla difesa dei diritti individuali, che rende difficile affossare le vicende più gravi di abuso poliziesco. Si tratta di contestare la tesi delle «mele marce», e di portare avanti lotte per una responsabilizzazione delle forze dell’ordine, sul modello delle richieste dei numeri di riconoscimento visibili e delle commissioni di inchiesta.
Molto più scettico invece si mostra Scalia sui movimenti abolizionisti, che hanno proposto lo smantellamento della polizia o almeno un radicale spostamento di risorse dalla polizia a modalità alternative e democratiche di controllo. Scalia solleva il problema che l’abolizionismo potrebbe, contro le sue intenzioni, finire per dare una mano ad un ulteriore privatizzazione del controllo di polizia.
SE QUESTO AVVERTIMENTO deve essere sicuramente tenuto prudentemente presente nel progettare alternative praticabili alla polizia, è bene ricordare, però, il grande ruolo che le campagne abolizioniste dei movimenti americani tipo «Defund the police!» hanno avuto nel creare, contro la violenza di Stato, un forte terreno di connessione intersezionale tra mobilitazioni di classe, di genere e di razza.
L’abolizionismo potrebbe offrire alla lotta contro gli abusi di polizia un orizzonte più generale di riappropriazione radicale di democrazia e di mobilitazione antiautoritaria, senza peraltro essere alternativo alle necessarie e saggiamente riformiste campagne sull’accountability democratica delle forze dell’ordine.
*(Fonte: Il Manifesto. Giso Amendola ha indagato sulla crisi della sovranità moderna, sulla società del controllo, sulle nuove soggettività e i movimenti soci).

B – Andrea Fabozzi*: GUERRA E DIRITTI, CAMBIARE PROGRAMMA – FRONTE ITALIA. FACCIAMO L’IPOTESI CHE IL PD, ALLA TESTA DI UN’OPPOSIZIONE UNITA (QUI GIÀ L’IPOTESI TRABALLA) SEGNI UN PUNTO IN QUELLA CHE EVIDENTEMENTE CONSIDERA LA PARTITA POLITICA PIÙ IMPORTANTE DEL MOMENTO, LA CONQUISTA DI UNO SPAZIO MAGGIORE NELLA TELEVISIONE PUBBLICA.
Bene, da queste casematte guadagnate – o più realisticamente difese – quali contenuti intende diffondere il Pd, tanto diversi da quelli che quotidianamente ci propone tele-Meloni?
Prendiamo tre questioni che a noi sembrano le più urgenti, tutte e tre hanno a che fare con le guerre.
Ieri la camera dei deputati ha approvato la proroga per tutto il 2024 delle procedure eccezionali necessarie per continuare ad armare l’Ucraina.
Per un altro anno si mettono tra parentesi le leggi ordinarie che vietano di cedere armi agli stati in guerra e obbligano in ogni caso a informare sempre dettagliatamente e pubblicamente il parlamento sul materiale trasferito all’estero. Otto spedizioni segrete si sono già succedute e tra pochi giorni saranno due anni dall’invasione russa. I gruppi 5 Stelle e Sinistra/Verdi hanno votato contro ma il Pd ha votato a favore (con quattro eccezioni) dunque giudica che si possa continuare così. Quando ormai la possibilità che l’Ucraina armata dall’occidente sconfigga la Russia e la ricacci indietro è esclusa da chiunque: cancellerie estere, governo italiano (più facilmente off the record ma non solo) e persino militari di Kiev. Stati uniti e alleati sanno benissimo e dichiarano ormai apertamente che solo il flusso continuo di armi e denaro dall’estero tiene in piedi la guerra di trincea, capace di moltiplicare le morti ma non di risolvere il conflitto. Eppure invece di usare questo dato di fatto in una trattativa con la Russia per impegnarla in un negoziato che preveda, inevitabilmente, concessioni da entrambe le parti, preferiscono tenere in piedi la finzione di una possibile vittoria. Lo sforzo bellico deve continuare, quello diplomatico neanche iniziare.

Votando ancora una volta a favore delle procedure eccezionali per armare l’Ucraina, il Pd contraddice quello che proprio Schlein aveva detto qualche settimana fa: «Bisogna evitare l’esportazione di armi verso i conflitti». E aveva aggiunto: «In particolare verso Israele, non si può rischiare che le armi vengano utilizzate per commettere crimini di guerra». Immediatamente erano arrivati i distinguo dal suo partito, tanto che la segretaria aveva dovuto giurare «supporto all’Ucraina senza ambiguità». Senza però domandarsi, non ancora, se il modo migliore per supportare gli ucraini sia effettivamente quello di tenerli incastrati in un conflitto che può solo moltiplicare i morti. Quanto all’importante dichiarazione su Gaza, le più forti smentite sono venute dall’interno del Pd, così come le prese in giro sul fatto che in questo momento le forniture di armi italiane a Tel Aviv sono bloccate (proprio nel rispetto di quella legge che per l’Ucraina viene scavalcata). Ma il passaggio più importante era un altro, e cioè la denuncia da parte di Schlein, per quanto prudente, che a Gaza Israele sta compiendo crimini di guerra.
Peccato che i comportamenti del partito non siano all’altezza di quella denuncia, anche quando chiede il cessate il fuoco. Perché la dimensione del massacro in atto è tale («plausibile genocidio» per la corte internazionale dell’Aja) che richiede di mettere la denuncia dell’azione di Israele al primo posto dell’intervento politico – più dell’occupazione della Rai, per capirci. Il governo italiano con la sua inerzia o peggio, per esempio quando si è astenuto sulla tregua nell’assemblea Onu o quando è corso a definanziare l’agenzia che si occupa dell’assistenza ai palestinesi, offre continui argomenti per impugnare con decisione la battaglia per la salvezza della Palestina, anche nelle piazze, ma il Pd non li coglie. Non vedendo, tra l’altro, che il moto di indignazione mondiale verso l’azione di Netanyahu non fa sconti elettorali a una sinistra che non sa distinguersi dalla destra.
Infine cos’ha da dire il Pd su quello che a noi sembra lo scandalo più grave in corso sul territorio nazionale, quello dei Centri di permanenza per il rimpatrio, territori fuori dal controllo e dalle leggi, fabbriche di suicidi appaltate ai privati dove finiscono i più sfortunati tra i migranti che arrivano in Italia fuggendo da guerre e sconvolgimenti climatici? Perché la sua voce che pure in materia potrebbe alzarsi più forte di quella dei 5 Stelle – che su migranti e sicurezza hanno pensanti ambiguità – non si sente o resta flebile? Perché non ne chiede la chiusura immediata – di tutti non solo di ponte Galeria? Perché non chiama in parlamento a riferire ministri e poliziotti? Probabilmente perché ha addosso il peso delle responsabilità di chi ha introdotto la detenzione amministrativa per i migranti, quasi trent’anni fa, o perché l’idea di aprire un Cpr in ogni regione era stata sua in origine: Piantedosi oggi copia Minniti allora.
Il Pd è capace di fare autocritica sulla lottizzazione della Rai, adesso. Provi a farla anche sulle politiche dell’immigrazione. Ed eviti di doverla fare presto sulla guerra.
*(Andrea Fabozzi – Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. È direttore del manifesto dal 2023.)

C – Valeria Parrella*: L’UNICO SPAZIO DI LIBERTÀ – LE PAROLE E IL GESTO. L’IMPICCAGIONE NON È UN SUICIDIO QUALUNQUE: È UN’ACCUSA – ANTIGONE SI IMPICCA CON I VELI CHE L’AVREBBERO DOVUTA VEDERE SPOSA – SPESSO L’UNICA ACCUSA A CUI POSSONO RICORRERE I RISTRETTI
SOTTO UNA PICCOLA SINDONE, IL SUO AUTORITRATTO, C’È QUELLA SCRITTA SUL MURO:
Ousmane Sylla
SE MORISSI VORREI CHE IL MIO CORPO FOSSE PORTATO IN AFRICA, MIA MADRE NE SAREBBE LIETA. I MILITARI ITALIANI NON CAPISCONO NULLA A PARTE IL DENARO. L’AFRICA MI MANCA MOLTO E ANCHE MIA MADRE, NON DEVE PIANGERE PER ME. PACE ALLA MIA ANIMA, CHE IO POSSA RIPOSARE IN PACE.
E quando c’è una scritta così non c’è più niente da aggiungere, l’esercizio stesso della scrittura resta esercizio. È quello che si prova visitando gli archivi di Pieve Santo Stefano, scendendo giù nei ricoveri della seconda guerra mondiale ricavati dai tunnel borbonici a Napoli, quello che sentiamo andando a Via Tasso a rileggere i messaggi lasciati dai condannati a morte dai nazisti, non lontano da questa nuova lapide del Centro Permanenza e Rimpatrio di Ponte Galeria, in cui non si riesce a entrare, su cui da giorni si rincorrevano allarmi, e infatti, poi, eccolo. Ha lasciato una scritta semplice e incancellabile, quella scritta dice. Una scritta non è una cosa qualunque, una scritta è sempre un manifesto quando fatta su un muro, sta sempre a urlare agli altri anche quando ci sembra intima, come questa.

QUELLA SCRITTA DICE. DICE QUELLO CHE TUTTI SEMPRE VOGLIAMO, QUELLO CHE OGNI MIGRANTE SOGNA, ANDARE, VEDERE, VIVERE, LAVORARE, AIUTARE CHI ABBIAMO LASCIATO, TORNARE.
E poi dice che il suicidio è l’unico spazio di libertà, l’ultima capriola concessa nell’angolo della reclusione. Che è insieme un atto di disperazione, ma anche un atto di liberazione e di speranza. Gli altri, i liberi, restano e per gli altri quel gesto deve valere come condanna.
L’impiccagione non è un suicidio qualunque: è un’accusa – Antigone si impicca con i veli che l’avrebbero dovuta vedere sposa – spesso l’unica accusa a cui possono ricorrere i ristretti. E dice che i sistemi di reclusione in Italia ci rappresentano bene come una società incapace e disamorata: abbandonati a loro stessi, luogo di dolore sia fisico che mentale, luoghi in cui fatica a entrare non già il concetto di speranza, ma quello di sopravvivenza. Dice che i centri per il rimpatrio tengono chiuse dentro persone innocenti, in attesa di cosa.
Quelle frasi sono la nostra condanna, il suo atto di accusa per noi perché qualunque persona libera è responsabile per qualunque recluso. L’insostenibile paradosso di trovarla in un centro per il rimpatrio è che dice anche di un nostos negato.
Mentre scriveva aveva ancora ventuno anni, e viveva – e vive – di parole bellissime: Vorrei. Mia madre. L’Africa. La mia anima. Pace. Cinque passaggi dal mondo ingiusto a quello giusto.
OUSMANE SYLLA muore consegnandoci un messaggio che splende tutta l’umanità che non gli abbiamo saputo dare: lui, mentre lo uccidevamo, la custodiva.
Se un funerale nobile dovesse esserci oggi in Italia dovrebbe essere per Ousmane Sylla, poi, dopo: quella parola rimpatrio sotto cui è rimasto, sospeso in vita, sospeso in morte, sarebbe l’unico tardivo atto di pietà.
*(Valeria Parrella (Torre del Greco, 20 gennaio 1974) è una scrittrice, drammaturga e giornalista italiana)

D– Micaela Bongi*: IL MONDO NELLA BOLLA DI RAI UNO – SANREMO. CAPITA CHE L’ACQUA NON SI FERMI CON LE MANI, L’ATTIVISMO POLITICO, LE INFORMAZIONI, LE IDEE RIESCONO A VIAGGIARE ANCHE PER CANALI CHE NON SI POSSONO CONTROLLARE NEANCHE VOLENDO E A IRROMPERE ANCHE DOVE SI PRETENDEREBBE IL CONTROLLO PIÙ OCCHIUTO.
Per fortuna che c’è Ignazio La Russa, voce di dentro e di fuori del governo della Fiamma, presidente del senato talmente super partes da essersi autonominato giudice della politica, della cronaca, della storia e anche del festival di Sanremo.
Dunque: per la prima volta grazie all’avvento di Fdi a palazzo Chigi, rivendica La Russa tra una considerazione sul televoto taroccato e un suggerimento per l’edizione 2025, il festival non è stato «sfacciatamente di sinistra». Ma Amadeus ha sbagliato perché «di fronte a un cantante che ricorda il dramma dei palestinesi io avrei ricordato anche coloro che sono tenuti in ostaggio dai terroristi di Hamas» e perché è stato bravo a parlare delle Foibe ma avrebbe dovuto accusare i «comunisti».
Per fortuna però Amadeus ha deciso da solo che il suo ciclo festivaliero si è concluso e non c’è bisogno di invocarne la cacciata. L’attuale amministratore delegato di viale Mazzini è stato indicato dal governo in carica e quindi ha svolto egregiamente il suo compito: ha fatto irruzione via comunicato stampa a domenica in per esprimere solidarietà a Israele dopo l’invettiva dell’ambasciatore contro lo «stop al genocidio» pronunciato da Ghali.
E Mara Venier, tra un «Ghali ti amo», un «siamo tutti per la pace» e un seme attacco di panico di fronte alla scaletta che le sfuggiva da tutte le parti (ci si è messo pure Dargen D’Amico con le sue considerazioni sui migranti) è riuscita quasi supplicando a chiudere baracca e burattini in fretta e furia leggendo diligentemente il comunicato dell’ad e assicurando che «siamo tutti d’accordo» pure con l’ad (non ha aggiunto «io speriamo che me la cavo», ma è molto probabile che lo abbia pensato).
Potrebbe finire qui, grazie al «riequilibrio», come certifica anche Antonio Tajani, ministro degli esteri e delle comunicazioni in tempo di guerra. Non c’è bisogno di tirare la polemica troppo per le lunghe, neanche si trattasse di un bacio tra Rosa Chemical e Fedez o di Blanco che prende a calci un tappeto di rose recise. Anzi, la destra (a parte il solito Gasparri che quando si parla di Rai attacca a prescindere) sembra proprio volerla chiudere qui, e non solo per mettere al riparo TeleMeloni e i suoi vertici che non sono riusciti a telecomandare il sovversivo Amadeus.
Peccato però che il «cessate il fuoco» e il «ci sono bambini sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, il nostro silenzio è corresponsabilità» di Dargen D’Amico, lo «stop al genocidio» di Ghali abbiano messo alle corde una politica dal fiato corto e un’informazione che quando non viene imbrigliata è capace benissimo da sola di autocensurarsi. Però capita che l’acqua non si fermi con le mani, l’attivismo politico, le informazioni, le idee riescono a viaggiare anche per canali che non si possono controllare neanche volendo e a irrompere anche dove si pretenderebbe il controllo più occhiuto.
E a nulla servono i riflessi pavloviani e i comunicati riparatori. «Per cosa dovrei usare questo palco? Io sono un musicista e ho sempre parlato di questo da quando sono bambino», «le persone sentono che perdono qualcosa se dicono ’viva la pace’, non deve succedere questo… ci sono bambini di mezzo…», spalanca gli occhi e le braccia Ghali in diretta su Raiuno davanti a milioni di telespettatori. Non è il bambino che dice che il re è nudo. Non è una maschera da riporre al suo posto passato il carnevale e torniamo al solito tran tran.
È un artista seguitissimo, ha milioni di follower, testimonial di marchi e multinazionali, attivista per la Palestina non dall’altro ieri. Ha fatto entrare il mondo dentro una bolla che si pensava a prova di bomba. Ed è partita la contraerea.
*(Fonte: Il Manifesto – Micaela Bongi. Lavora presso Mario Navarro Abogado )

 

 

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