N°47 – 25/11/2023 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Franco Ciancaglini*: BUENOS AIRES. L’Argentina al tempo di Milei: «Prepariamoci a scendere in strada ogni giorno» INTERVISTA A NORA CORTIÑAS. La decana delle Nonne di Plaza de Mayo, 93 anni, si dice non sorpresa dall’exploit dell’estrema destra O2 – Giuliano Santoro*: Sinistra italiana apre il congresso e sfida le opposizioni. 420 delegati da 77 province. Una delegazione di Si alla piazza transfemminista. Fratoianni: «Contro la destra serve una mobilitazione unitaria». Pace e diritti al centro del dibattito
03 – Laura Carrer *: La violenza contro le donne è anche online. Il fenomeno della violenza perpetrata da uomini nei confronti di donne, perlopiù partner o ex partner, vede sempre più spesso una correlazione tra mondo digitale e mondo analogico
04 – Estero, Carè*(Pd): a Brisbane con l’Anfe per la Settimana Della Cucina Italiana Nel Mondo
05 – Migrazioni. * L’emergere delle seconde generazioni è un sintomo di integrazione degli stranieri, che scelgono di costruirsi una vita nel paese ospitante. Tuttavia spesso anche chi è nato in Europa deve acquisire la cittadinanza. Solo in 4 paesi il tasso di naturalizzazione supera il 5%.
06 – Violenza di genere*. Il contrasto alla violenza contro le donne in Italia sconta mancanze normative e politiche. Serve una strategia di lungo periodo per cambiare la società, a partire da interventi educativi e formativi, dentro e fuori dalle scuole.
07 – Luca Zorloni*: Come funziona la prima simulazione di voto elettronico in Italia. Entro fine anno il governo deve spendere un milione di euro per sperimentare il voto da remoto. Il 13 e 14 dicembre il test. Chi partecipa. E chi sta costruendo la piattaforma digitale.
08 – Alfiero Grandi*: Autonomia differenziata, va in aula al Senato il pasticcio della pseudo secessione
09 – Roberto Livi*: L’ombra nera si allunga sul subcontinente. SUDAMERICAN PSYCHO. Nel futuro del Paese libertà senza democrazia. Si rallegra la destra globale da Trump a Bolsonaro
10 – Claudia Fanti*. Ha vinto «El Loco», da non crederci. Persino la siccità ha votato per lui. Sud american psycho. Cattiva notizia per l’ambiente, non per israele. Primi viaggi negli USA e a TEL AVIV. Il clima «menzogna socialista» e altri negazionismi.
11 – Raffaele K. Salinari*: La norma penale come panacea per le paure sociali, “Mappe della giustizia mediterranea. Cultura secolare del processo e diritto islamico” del penalista egiziano Mohamed Arafa e del canonista italiano Domenico Bilotti.

 

 

01 – Franco Ciancaglini*: BUENOS AIRES. L’ARGENTINA AL TEMPO DI MILEI: «PREPARIAMOCI A SCENDERE IN STRADA OGNI GIORNO» INTERVISTA A NORA CORTIÑAS. LA DECANA DELLE NONNE DI PLAZA DE MAYO, 93 ANNI, SI DICE NON SORPRESA DALL’EXPLOIT DELL’ESTREMA DESTRA.

Ma di fronte alla negazione dei crimini della dittatura s’indigna: «DOBBIAMO UNIRCI, FARE RIUNIONI, VOLERCI, AMARCI. PER SUPERARE QUEST’EPOCA DIFFICILE. IL PAESE HA VISSUTO DI TUTTO, CI SONO STATI PERSONAGGI TERRIBILI, LUI È UNO DI LORO. MA POSSIAMO. POSSIAMO»

Tutti i giovedì alle 15.30 dai tempi della dittatura militare, le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo girano intorno alla Pirámide de Mayo. A cento metri dalla Casa Rosada, il palazzo del governo dove Alberto Fernández sta trascorrendo i suoi ultimi giorni da presidente in attesa dell’arrivo di Javier Milei, previsto per il prossimo 10 dicembre. Attraverso quelle «ronde» intorno al monumento le Madri e le Nonne esprimono una pratica di lotta e memoria che dura nel tempo e al di là dei governi. Una persistenza che non ha eguali in Argentina.

NEGLI ANNI ’70 RIUSCIRONO A RENDERE VISIBILE, PRIMA CON I PANNOLINI DI TELA E POI CON I FAZZOLETTI BIANCHI IN TESTA, CHE I LORO FIGLI E NIPOTI ERANO DESAPARECIDOS.
Negli ’80 le Madri e le Nonne furono artefici del recupero della democrazia. Nei ’90 continuarono a girare in cerchio contro le leggi di Carlos Menem che perdonarono i militari. Nel 2001 furono picchiate brutalmente dalla polizia durante le rivolte di dicembre, alle quali ovviamente parteciparono.
Dopo i governi Kirch neristi, durante i quali sono state istituzionalizzate molte delle loro proposte, è arrivato il tempo di Mauricio Macri che ha rifiutato le Madri e le Nonne definendo la loro lotta un «business». Ma il nemico definitivo, mentre in tante hanno ormai raggiunto o superato i 90 anni, sembra il prossimo inquilino della Casa Rosada: Javier Milei rivendica apertamente la dittatura, nega la cifra dei 30mila desaparecidos e tratta il movimento dei diritti umani con frasi polemiche che sembravano cancellate dal lessico dell’Argentina.
Il presidente eletto, neoliberale e di ultradestra, sarà accompagnato dalla vice Victoria Villaruel, una donna che ha dedicato la vita alle organizzazioni che rivendicano i militari e sostengono che in Argentina non ci fu una dittatura ma una «guerra» tra lo Stato e i guerriglieri. Nonostante le numerose sentenze che hanno condannato per crimini contro l’umanità centinaia di militari, tra i quali la giunta guidata da Jorge Videla, e che hanno dimostrato la pianificazione sistematica della morte e della sparizione delle persone, quelli come Villaruel hanno avuto l’unica missione di negare tutto questo.
Una delle Madri che in questi anni ha continuato non solo la lotta per «verità, memoria e giustizia», ma anche una critica a tutti i governi di turno, incluso il ciclo di Néstor e Cristina Kirchner, è Nora Cortiñas, probabilmente l’esatto opposto di Villaruel. A 93 anni, Nora continua ostinatamente a girare intorno alla Plaza de Mayo, come più di quattro decenni fa, anche se adesso deve farlo su una sedia a rotelle.
QUEST’INTERVISTA AL MANIFESTO LA RILASCIA NELLA «RONDA» DEL PRIMO GIOVEDÌ DOPO LA VITTORIA DI MILEI E Villaruel.
A differenza di altri momenti, in cui le Madri e le Nonne erano solite marciare da sole, questa volta centinaia di persone si avvicinano per sostenerle come simbolo e azione concreta contro quello che sta per arrivare. Tra i tamburi che rimbombano la voce di Nora risuona ogni volta più bassa, ma le sue parole sono sempre più forti.

È PREOCCUPATA DALL’ARRIVO AL POTERE DI MILEI?
Non mi sorprende. Non iniziamo a dare la colpa ai “Milei”. Le colpe sono passeggere. Lavoriamo piuttosto per sostenere queste bandiere come abbiamo sempre fatto. Adesso più che mai.

PERCHÉ NON È SORPRESA?
Perché l’Argentina è disfatta. Le famiglie che si impoverite con il governo di Alberto Fernández stanno soffrendo. L’Argentina ha perso sovranità, potere economico e quello che abbiamo di fronte sarà ancora peggiore: verranno per il litio, per il petrolio, per un sacco di risorse che abbiamo e di cui dovremmo prenderci cura. Prepariamoci a scendere in strada ogni giorno.

LEI HA 93 ANNI, PIÙ DI 50 DI LOTTA: COME SI FA A SCENDERE IN STRADA TUTTI I GIORNI?
Questi decenni mi hanno dimostrato che la storia la facciamo noi, non i presidenti. Uno come Milei viene eletto per affari, non per idee. Al contrario nostro. Perciò dobbiamo unirci, stare in contatto, fare riunioni, volerci, amarci. Per sopportare quest’epoca difficile. L’Argentina ha vissuto di tutto, ci sono stati personaggi terribili, lui è uno di loro. Ma possiamo. Possiamo.

NON FA PAURA IL FUTURO PROSSIMO?
Mi fa paura perché non basteranno 20 anni per rifare tutte le cose che distruggeranno, se rispetteranno quello che hanno promesso: privatizzazioni, apertura delle importazioni, indottrinamento nelle scuole… Bisogna parlare con i giovani, organizzare delle campagne per reagire.

LA PREOCCUPA CHE I GIOVANI SIANO STATI I PRINCIPALI ELETTORI DI MILEI?
Bisogna discutere ovunque di quello che successe con il terrorismo di Stato, soprattutto con i ragazzi giovani. Perché ora molti di loro sembrano non conoscere quello che la dittatura fece a questo paese. Dobbiamo andare a cercarli, insegnare ancora. Perché si vede che tutto quello che abbiamo fatto finora, che è stato tanto, non è bastato. Milei ha vinto attraverso un voto democratico perché la gente sta male dal punto di vista economico, ma non possiamo dimenticare che rivendica la dittatura.
Come immagina le ronde del giovedì quando Milei avrà assunto i poteri?
Come sempre. Perché ogni giovedì è speciale: è un nuovo incontro con i nostri figli e le nostre figlie.
*(Fonte: Il Manifesto. Franco Ciancaglini. Giornalista argentino, direttore del sito cooperativo lavaca.org.)

 

O2 – Giuliano Santoro*: SINISTRA ITALIANA APRE IL CONGRESSO E SFIDA LE OPPOSIZIONI. 420 DELEGATI DA 77 PROVINCE. UNA DELEGAZIONE DI SI ALLA PIAZZA TRANSFEMMINISTA. FRATOIANNI: «CONTRO LA DESTRA SERVE UNA MOBILITAZIONE UNITARIA». PACE E DIRITTI AL CENTRO DEI DIBATTITO.

Accade quello che è giusto che accada a una comunità che non è avulsa dai conflitti sociali: al congresso di Sinistra italiana di Perugia irrompe la grande mobilitazione transfemminista e impone di prendere posizione. Dunque, il segretario Nicola Fratoianni dice che troverà il modo, oggi pomeriggio, di partecipare alla piazza perugina.
Lo ascoltano 420 delegati, a leggera prevalenza maschile, eletti in settantasette assemblee provinciali, per il terzo congresso di Si. «La prima parola che voglio pronunciare è pace» dice Fratoianni aprendo una relazione che rimanda alla necessità di costruire un ordine globale multipolare, giusto e democratico. Perché, prosegue, «nonostante tutto, il senso di impotenza non prevalga».
IL DOCUMENTO che lo vede come primo firmatario ha raccolto poco più del 90% dei consensi. Parla un linguaggio che non elude le grandi questioni globali e prova la (nient’affatto facile) operazione di farlo atterrare dentro la politica quotidiana e le mosse tattiche. Lo applaude in prima fila Nichi Vendola.
«Non è il tempo di aggiustamenti parziali di un meccanismo distruttivo – vi si legge tra l’altro – Si devono creare, con urgenza, le condizioni perché la critica e il superamento della natura violenta e predatoria del capitalismo e del patriarcato diventi egemonia culturale, speranza di una nuova storia dell’umanità». Di fronte a tutto ciò, recita il documento, «non individuiamo alcuna priorità fra le lotte, ma consideriamo decisivo il loro intreccio perché possano reciprocamente contaminarsi e rafforzarsi».
Da qui l’ammissione dei limiti: «Non siamo immuni alla crisi della politica, né estranei alle fratture che negli anni si sono prodotte a sinistra. Questo ci consegna un partito fragile sotto il profilo organizzativo, con un numero troppo basso di iscritti, militanti e amministratori locali, non sempre in grado di promuovere vertenze e di esserne adeguatamente parte».

Va detto che anche il documento di minoranza insiste sulla necessità innovare le categorie e le forme della politica. Contesta però al gruppo dirigente di aver fatto ricorso a «processi privi di condivisione strategica e di percorsi di confronto trasparenti e partecipati» che avrebbe esposto Si «ai personalismi e alla volatilità degli interlocutori».

«LE IMMAGINI dei giovani che trasformano il minuto di silenzio chiesto da Valditara in un minuto di rumore raccontano di quanto la soggettività femminile stia scavando nella crisi del patriarcato» scandisce Fratoianni. Sostiene che questa contraddizione emersa nei giorni scorsi dopo il tragico caso di femminicidio che ha coinvolto Giulia Cecchettin, è in grado di colpire al cuore e far crollare l’impalcatura del pensiero conservatore. L’altro tema è la campagna del governo contro i poveri, in nome del fatto che chi resta indietro in fondo se lo è meritato, e contro i lavoratori, coi sindacati sotto attacco.

E l’ambiente: quello che Fratoianni chiama «climafreghismo» è un mix di asservimento alle grandi lobby e ideologia reazionaria. Qui torna la questione della «verticalizzazione del potere e dello svuotamento del Parlamento» rappresentata dal premierato ma anche dall’esperienza quotidiana, dal ricorso continuo alla decretazione d’urgenza e alle questioni di fiducia. Fratoianni ricorda gli ultimi anni: la scelta dell’opposizione a Draghi con la forza minima di un solo deputato e poi la scelta, «in controtendenza», di fondare Alleanza Verdi Sinistra.

La prossima sfida elettorale è quella dell’Ue: «Di fronte alle destre nazionaliste e liberiste è fondamentale, quindi, lavorare affinché nel prossimo Parlamento europeo siano maggioranza le forze della sinistra di alternativa, quelle socialiste e democratiche e quelle verdi e ambientaliste». La proposta è quella anticipata nella partecipata assemblea romana dello scorso 5 novembre: «Ci rivolgiamo ancora una volta alle forze politiche, alle esperienze civiche, ai movimenti, alle singole personalità: Avs può essere un punto di riferimento nella costruzione di una larga convergenza».
PER IOLE BELARRA, segretaria di Podemos, «le forze progressiste e popolari hanno il compito di lavorare insieme, l’estrema destra può essere fermata solo con più diritti e democrazia». C’è anche Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, che sostiene che «la vittoria delle destre viene proprio dopo i governi di centrosinistra o appoggiati dal centrosinistra».
L’impressione è che la partita delle europee, con lo sbarramento del 4%, sia aperta tra le forze a sinistra del Pd. Nel 2024 si voterà anche in 5 regioni e circa 3800 comuni: l’invito di Si è quello di scongiurare le divisioni delle politiche per non lasciare il campo alle destre.
Il primo passaggio potrebbe essere una grande manifestazione unitaria delle opposizioni. Con tre parole d’ordine: per il salario minimo e contro autonomia differenziata e premierato. Il tema delle alleanze riprende oggi, con Elly Schlein e Giuseppe Conte.
*(Giuliano Santoro, è arrivato al manifesto occupandosi di politica al tempo della crisi della rappresentanza.)

 

03 – Laura Carrer *: LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE È ANCHE ONLINE. IL FENOMENO DELLA VIOLENZA PERPETRATA DA UOMINI NEI CONFRONTI DI DONNE, PERLOPIÙ PARTNER O EX PARTNER, VEDE SEMPRE PIÙ SPESSO UNA CORRELAZIONE TRA MONDO DIGITALE E MONDO ANALOGICO.

Lo dimostra un caso recente di violenza di genere che ha coinvolto una donna di Liverpool, nel Regno Unito, vittima di stalking, minacce e molestie da parte di un uomo per più di un anno.
L’uomo è stato arrestato dalla polizia e si è dichiarato colpevole di differenti reati, assumendosi poi una responsabilità generale sul caso di violenza. È stato condannato a una pena detentiva di sette anni e otto mesi. La vicenda non è unicamente rilevante perché riporta l’ennesimo caso di violenza nei confronti di una donna, ma anche per le modalità attraverso cui questo comportamento prevaricatore è stato portato avanti per un tempo così lungo.
Durante il processo è stato infatti possibile ricostruire come l’uomo avesse sviluppato una vera e propria ossessione per la donna, che lo aveva portato a inviarle centinaia di messaggi e a chiamarla circa 30-40 volte al giorno sul suo telefono personale. In alcune situazioni l’uomo si è spinto anche fino a fingere di essere sua madre, dichiarando che il figlio si era ucciso proprio per il rifiuto della donna. Per rendere ancora più reale l’evento, mai realmente accaduto, l’uomo aveva contattato più volte la donna impersonando anche alcuni suoi parenti che esprimevano condoglianze per il suicidio di quello che definivano il suo ragazzo.
Rhys Hardman, questo il nome dell’uomo, aveva poi creato un account social su Facebook utilizzando il nome della vittima. Gli scopi del profilo erano molteplici, tra cui quello di dichiarare pubblicamente la registrazione della donna sulla piattaforma OnlyFans, un sito che permette ai creator digitali di condividere contenuti esclusivi con i propri follower a pagamento. Molto spesso questi contenuti sono a sfondo sessuale o erotico. L’intento, in questo caso, era di diffamare la donna.
Un ulteriore account Facebook a nome “Jessica”, ex fidanzata della donna, serviva invece per richiedere alla vittima fotografie di nudo: circostanza nella quale l’uomo è riuscito ad ottenere una ventina di fotografie che però non ritraevano il volto della vittima. Hardman aveva anche utilizzato la chat di un’altra applicazione, Snapchat, per bombardare di messaggi la vittima al fine di indurla a condividere ulteriori immagini e minacciarla di eventuali ripercussioni in caso non l’avesse fatto.
Il punto di svolta dell’intera vicenda, che ha portato le minacce e lo stalking su un piano più fisico, è avvenuto durante le vacanze natalizie del 2022 quando Hardman si è presentato sul posto di lavoro della donna per consegnarle dei regali. In quella circostanza quest’ultima è potuta sfuggire passando da una porta sul retro. Hardman si è presentato anche altre due notti tra capodanno e il mese di gennaio, eventi che hanno spinto la donna a licenziarsi dal posto di lavoro.
Quando Hardman era in attesa di processo è andato per l’ultima volta a casa della donna fingendo di essere un poliziotto e, una volta fattosi aprire dal padre della vittima, aveva chiesto dettagli circa la vita personale e sentimentale della figlia. La stessa notte, dopo incessanti telefonate e messaggi alla vittima, ha tentato il suicidio gettandosi da un fiume senza però morire.
Nel 2020 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha introdotto la casististica di cyberbullismo, cyberstalking, condivisione non consensuale di materiale intimo nel più ampio cappello della violenza domestica.
*(a cura di: Laura Carrer, giornalista freelance e ricercatrice. Scrive di sorveglianza di stato, tecnologia all’intersezione con i diritti umani, piattaforme tecnologiche e spazio urbano su IrpiMedia, Wired, Il Post, Il Manifesto e altri.)

 

04 – Estero, Carè(Pd): A BRISBANE CON L’ANFE PER LA SETTIMANA DELLA CUCINA ITALIANA NEL MONDO. HO PARTECIPATO ALLA CENA ORGANIZZATA ALL’ANFE CLUB ITALIANO DI BRISBANE PER CELEBRARE “La Settimana Della Cucina Italiana Nel Mondo” ed è stata un enorme successo, grazie all’insostituibile supporto della Presidentessa Maria Maruca e di quanti hanno partecipato è alla console d’Italia a Brisbane Luna Angelini Marinucci. Nel 2023, la cucina italiana è stata candidata per entrare a fare parte della lista Unesco. La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bio-culturale è il titolo del dossier di candidatura presentato dal Ministero e sottolinea la ricchezza di un panorama gastronomico che non è fatto solo di prodotti di eccellenza e tradizioni ma rappresenta l’insieme delle pratiche sociali, dei riti e della gestualità basate sui tanti sapori locali e regionali. Non volevo mancare a questa importante celebrazione per l’Italia e il gusto italiano nel mondo e ritengo che sia importante promuovere le tradizioni culinarie italiane e la conoscenza enogastronomica come tratto distintivo dell’identità e della cultura italiana.
*(On./Hon. Nicola Carè – Camera dei Deputati – Chamber of Deputies – IV Commissione Difesa – Defence Committee -Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide)

 

05 – MIGRAZIONI. * L’EMERGERE DELLE SECONDE GENERAZIONI È UN SINTOMO DI INTEGRAZIONE DEGLI STRANIERI, CHE SCELGONO DI COSTRUIRSI UNA VITA NEL PAESE OSPITANTE. TUTTAVIA SPESSO ANCHE CHI È NATO IN EUROPA DEVE ACQUISIRE LA CITTADINANZA. SOLO IN 4 PAESI IL TASSO DI NATURALIZZAZIONE SUPERA IL 5%.

MIGRANTI
• GLI ADULTI DI SECONDA GENERAZIONE IN UE SONO CIRCA 900MILA.
• IL TASSO DI NATURALIZZAZIONE DEGLI EXTRA-COMUNITARI IN ITALIA (IL RAPPORTO TRA CHI HA OTTENUTO LA CITTADINANZA E IL TOTALE DEI RESIDENTI STRANIERI) È PARI AL 2,9%.

Una delle dinamiche più importanti che caratterizzano gli ultimi decenni di immigrazione in Europa è che oggi molti cittadini nati nel vecchio continente e cresciuti in un contesto europeo sono di discendenza straniera. Parliamo in questo caso di seconde generazioni, che si distinguono dalle prime, costituite dai residenti nati all’estero.
Non sempre, però, dal punto di vista legale queste persone sono automaticamente considerate cittadini europei. Laddove come in Italia non esiste lo ius soli (l’acquisizione della cittadinanza nel paese dove si nasce), anche le seconde generazioni sono tenute a seguire un percorso di naturalizzazione, vale a dire una pratica di ottenimento della cittadinanza in seguito a una richiesta.
QUESTA STRADA È SPESSO LUNGA E DIFFICOLTOSA.
Le acquisizioni di cittadinanza degli stranieri residenti in Italia.
Basti pensare che il tasso di naturalizzazione dei cittadini extra-comunitari nel nostro paese è inferiore al 3%.
PRIME E SECONDE GENERAZIONI IN EUROPA
Da diversi decenni ormai l’Europa è diventata terra di immigrazione e oggi oltre un quinto della sua popolazione residente in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni) è nata all’estero o ha almeno un genitore nato all’estero (61 milioni di persone). Se escludiamo i flussi migratori interni all’Ue e consideriamo soltanto i cittadini extra-comunitari e i loro discendenti, parliamo di circa 17 milioni di persone: il 6% della popolazione europea.
Complessivamente, in oltre il 90% dei casi si tratta di persone straniere per nascita (nel caso degli extra-comunitari) ma, conseguentemente al fatto che queste spesso si stabilizzano nel paese ospitante e vi trascorrono il resto della propria vita, diventa sempre più consistente il gruppo dei discendenti. Ovvero le cosiddette seconde generazioni, con cui l’ufficio statistico dell’Unione europea identifica sia le persone che hanno entrambi i genitori stranieri che i figli di unioni miste.

PURTROPPO SOLTANTO 16 PAESI DELL’UNIONE RILEVANO QUESTO TIPO DI DATO DISTINGUENDO CITTADINI EUROPEI ED EXTRA-COMUNITARI.
898MILA GLI ADULTI NATI NELL’UNIONE EUROPEA MA FIGLI DI ALMENO UN GENITORE EXTRA-COMUNITARIO, NEL 2022.
Questo dato, raccolto da Eurostat, riguarda solamente le persone in età lavorativa. Pertanto esclude la fascia più giovane, che in paesi di immigrazione relativamente recente come l’Italia è quella in cui verosimilmente le seconde generazioni incidono di più. Inoltre, tiene conto della cittadinanza dei genitori e non del loro paese di nascita.
I valori cambiano se si considera il paese di nascita dei genitori anziché la cittadinanza.
Per questo vale la pena paragonare i dati a quelli di una rilevazione compiuta nel 2014, che invece riguarda i discendenti di persone nate in paesi extra-Ue. Ne emerge che gli adulti nati in Europa ma figli di persone nate in paesi extra-Ue erano più di 2,7 milioni – escludendo Bulgaria, Germania, Malta, Slovacchia e Romania, per cui i dati non sono disponibili. Il fatto che il dato risulta molto più elevato potrebbe indicare che queste sono ormai a tutti gli effetti “terze generazioni”, figlie di persone che sono state naturalizzate. Più della metà (1,5 milioni) si trova in Francia. In Italia il numero di seconde e di terze generazioni si attesta, in entrambi i casi, sulle 115mila persone.

I PROCESSI DI NATURALIZZAZIONE SONO ANCORA LENTI
L’emergere di seconde generazioni è un sintomo di integrazione, perché prodotto dalla decisione di rimanere nello stato ospitante, facendo progetti a lungo termine, piuttosto che soggiornarvi di passaggio. Tuttavia nascere in un paese non vuol dire sempre esserne legalmente un cittadino.
A oggi infatti nessuno stato europeo concede la cittadinanza per nascita (ius soli) automaticamente. Si richiede che i genitori abbiano soggiornato per un certo tempo prima della nascita (un periodo compreso tra i 3 e i 10 anni).
QUESTA VERSIONE DELLO IUS SOLI È IN VIGORE IN SOLI 4 PAESI MEMBRI (BELGIO, GERMANIA, IRLANDA E PORTOGALLO).
Un’altra opzione, definita doppio ius soli, consiste nel concedere la cittadinanza quando uno dei due genitori è nato nel paese, ed esiste in 7 stati (Francia, Lussemburgo, Portogallo, Paesi Bassi, Spagna, Belgio e Grecia). In tutti gli altri stati membri non è prevista nessuna variante e quindi le seconde generazioni sono costrette a seguire processi di naturalizzazione come se fossero straniere.

18 I PAESI UE IN CUI NON ESISTE ALCUNA FORMA DI IUS SOLI (2018).
In Italia la cittadinanza può essere acquisita tramite tre modalità: per residenza (dopo almeno 10 anni, la soglia più elevata d’Europa), per matrimonio o per trasmissione o elezione (con cui si intende lo ius sanguinis, ovvero la ricezione della nazionalità dei genitori).
Il numero di persone che hanno ottenuto la cittadinanza italiana ha avuto un andamento oscillante, con un aumento intorno agli anni 2015 e 2016 e un successivo ridimensionamento. A oggi, siamo il decimo paese in Ue per tasso di naturalizzazione dei cittadini extra-comunitari, intendendo con questo il rapporto tra gli chi ha ottenuto la cittadinanza e il totale degli stranieri residenti nello stesso anno.

IN 23 PAESI UE SU 27 IL TASSO DI NATURALIZZAZIONE È INFERIORE AL 5%
I CITTADINI EXTRA-COMUNITARI CHE HANNO OTTENUTO LA CITTADINANZA NEI PAESI MEMBRI (2021)

Solo in Svezia e nei Paesi Bassi il tasso di naturalizzazione supera il 10%, mentre in 6 paesi dell’Europa centrale e baltica (Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria, Estonia, Lettonia e Lituania) non arriva all’1%. In Italia si attesta appena al di sotto del 3%.
Queste basse percentuali dovrebbero farci riflettere sul processo di inclusione sociale in Europa. La cittadinanza, infatti, consente l’ottenimento di diritti e doveri a chi l’acquisisce, contribuendo all’integrazione degli stranieri su un territorio e alla crescita delle comunità, peraltro in un continente dove la popolazione è in progressivo invecchiamento.
*(FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat)

 

06 – VIOLENZA DI GENERE*. IL CONTRASTO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN ITALIA SCONTA MANCANZE NORMATIVE E POLITICHE. SERVE UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO PER CAMBIARE LA SOCIETÀ, A PARTIRE DA INTERVENTI EDUCATIVI E FORMATIVI, DENTRO E FUORI DALLE SCUOLE.

• LE NORME VIGENTI NON BASTANO PER SRADICARE UN FENOMENO STRUTTURALE E TUTT’ALTRO CHE IN CALO. BISOGNA EDUCARE DENTRO E FUORI DALLE SCUOLE.
• A LIVELLO GIURIDICO E STATISTICO È IMPOSSIBILE IDENTIFICARE CON CHIAREZZA I FEMMINICIDI. SERVONO PIÙ DATI.
• 87 LE DONNE UCCISE IN AMBITO FAMILIARE E AFFETTIVO DA INIZIO 2023. È IL 29% DI TUTTI GLI OMICIDI.
• NEL 2022 L’80% DELLE VITTIME DI REATI SPIA È DONNA. 5.452 SONO SOLO LE VITTIME DI VIOLENZA SESSUALE, IL DATO PIÙ ALTO DEGLI ULTIMI 4 ANNI.

Ieri il senato ha dato il via libera al disegno di legge di iniziativa governativa, recante disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica. Già approvato dalla camera dei deputati, l’atto non si discosta di molto dalla normativa vigente sul tema. Rafforzamento delle capacità di intervento delle forze dell’ordine, inasprimento delle pene e, almeno a livello normativo, supporto alle vittime di violenza. Questo l’approccio consolidato, che tuttavia non basta a limitare efficacemente un fenomeno così strutturale. La violenza di genere si può contrastare solo cambiando il paradigma sociale e culturale in cui è radicata.
È conseguenza della posizione sociale di inferiorità attribuita alla donna in tutte le sfere della sua vita. Vai a “CHE COSA SI INTENDE PER DISPARITÀ DI GENERE”
Per farlo serve una strategia a lungo termine, che miri a un cambiamento profondo. Con interventi formativi sul lavoro, negli spazi pubblici e soprattutto rivolti all’educazione nelle scuole. Per insegnare a bambini e ragazzi un approccio sano e rispettoso alle relazioni affettive e sessuali. E gli strumenti per proteggere sé stessi e gli altri.
Sexuality education equips children and young people with the knowledge, skills, attitudes and values that help them to protect their health, develop respectful social and sexual relationships, make responsible choices and understand and protect the rights of others.

– ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ, EDUCAZIONE SESSUALE
Si tratta di una sfida prima di tutto culturale, che certamente non si esaurisce con l’approvazione di una legge. Tuttavia nell’approvare il disegno di legge di cui abbiamo parlato in apertura, i deputati lo scorso 26 ottobre hanno bocciato l’emendamento – sostenuto da tutti i partiti di opposizione – che chiedeva proprio di introdurre l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Salvo poi che il tema – come purtroppo accade spesso – è tornato al centro del dibattito a seguito di un evento drammatico: l’uccisione della 22enne Giulia Cecchettin.
Dopo varie dichiarazioni sia della maggioranza che dell’opposizione, negli ultimi giorni sembra essersi aperto un dialogo tra la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e la presidente del consiglio Giorgia Meloni, per approvare una legge insieme. Tuttavia è ancora presto per sapere se questo confronto si concretizzerà, o se cadrà nel vuoto una volta calata l’attenzione del dibattito pubblico. Considerando anche le divergenze delle forze politiche in tema di educazione affettiva e sessuale.
In vista della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, abbiamo ricostruito i limiti dell’azione normativa e politica del nostro paese. Nel contrasto di un fenomeno che è sempre troppo grave, come dimostrano anche i dati.

IL QUADRO NORMATIVO
Con la legge 77 del 2013 l’Italia ha ratificato la convenzione di Istanbul, facendo un primo passo concreto in termini normativi per il contrasto alla violenza sulle donne. Questo trattato internazionale introduce diversi standard che i paesi sono tenuti a raggiungere. Dalla prevenzione e condanna della violenza, alla protezione e al sostegno delle vittime. La convenzione richiede anche un impegno sulla raccolta di dati e informazioni riguardo il fenomeno. E invita a introdurre nelle scuole materiali didattici sui temi della parità di genere.

IL QUADRO NORMATIVO SULLA VIOLENZA DI GENERE È FRAMMENTATO.
Alla ratifica della convenzione è seguita nel nostro paese l’adozione del decreto legge 93/2013, per implementarne gli interventi. L’atto in particolare ha introdotto lo strumento dei piani d’azione contro la violenza di genere. Finanziati dal fondo per le pari opportunità, questi piani triennali rappresentano la strategia nazionale sul tema. Oltre al potenziamento delle strutture di soccorso e supporto alle vittime, mirano alla formazione delle professionalità che possono entrare in contatto con episodi violenti.
A questi interventi è seguita l’approvazione della legge 69/2019 (il cosiddetto “codice rosso”), che ha rafforzato le tutele processuali per le vittime, inasprito le pene previste per alcuni reati e ne ha inseriti di nuovi nel codice penale. Come il delitto di diffusione illecita di immagini e video sessualmente espliciti (il cosiddetto revenge porn). Con la successiva legge 134/2021, tutte le misure introdotte con questo atto sono state estese anche ai casi di violenza tentata.
Per quanto diversi interventi possano essere valutati positivamente, nessuno di questi atti ha introdotto momenti educativi e formativi su affettività e sessualità, né dentro né fuori dalla scuola, fatta eccezione per specifiche professionalità. Non è stato colto neanche il suggerimento della convenzione di Istanbul, di integrare nelle scuole materiali didattici sul tema.

LE COMMISSIONI PARLAMENTARI
Tra gli interventi che si sono susseguiti negli anni, va considerata anche l’istituzione nelle ultime legislature di commissioni d’inchiesta su femminicidio e violenza di genere. Nella XVII e XVIII tale commissione era solo al senato, mentre dallo scorso 26 luglio è operativa per la prima volta una commissione bicamerale. Al momento è ancora troppo presto per valutarne l’operato. Le audizioni finora si sono concentrate solo su un piano conoscitivo e di ricognizione sul tema attraverso incontri e testimonianze esterne. Ma senza produzione di documenti, relazioni o proposte di legge.
Guardando al passato invece, la commissione al senato della XVIII legislatura ha proposto e portato ad approvazione la legge 53/2022. Un atto che ha introdotto nuove regole relative alla raccolta dei dati statistici sul fenomeno. In particolare, ha implementato obblighi di trasmissione dei dati su episodi di violenza di genere da parte di vari enti, incluse le strutture sanitarie pubbliche. E ha definito la raccolta di indicatori quali la relazione tra l’autore e la vittima di reato e la presenza dei servizi offerti dai centri antiviolenza e dalle case rifugio.
L’ordinamento italiano non prevede misure volte a contrastare specificamente ed esclusivamente condotte violente verso le donne, né prevede specifiche aggravanti quando alcuni delitti abbiano la donna come vittima. Per il nostro diritto penale, se si esclude il delitto di mutilazioni genitali femminili, il genere della persona offesa dal reato non assume uno specifico rilievo, e conseguentemente non è stato fino a pochi anni fa censito nelle statistiche giudiziarie.

– CENTRO STUDI CAMERA DEI DEPUTATI, LA RACCOLTA DI DATI STATISTICI SULLA VIOLENZA DI GENERE E IL SUO POTENZIAMENTO CON LA LEGGE N. 53 DEL 2022
Tuttavia, nonostante la legge 53/2022, i dati a disposizione non sono ancora sufficienti per raccontare la violenza di genere in tutte le sue manifestazioni, denunciate e non. Né per superare i limiti della mancata definizione giuridica di femminicidio.
Omicidi di donne in ambito familiare e affettivo
Il femminicidio è l’omicidio di una donna in quanto tale, cioè per via del suo genere. Questa è la definizione data dalla commissione statistica delle nazioni unite e adottata da Istat. Individuare precisamente tale fattispecie richiede numerose informazioni. Riguardo la relazione tra vittima e autore (familiare, sentimentale, amicale, lavorativa), eventuali episodi violenti precedenti, le modalità e il contesto in cui ha avuto luogo l’uccisione e molto altro. Tutti aspetti che richiedono tempo per essere definiti e che passano attraverso indagini e processi.
In Italia, non sono disponibili tutte queste informazioni, che solo in futuro si potranno rilevare grazie alla collaborazione inter-istituzionale con il Ministero dell’Interno. Tuttavia, già a partire dalle informazioni disponibili (relazione tra vittima e autore, movente, ambito dell’omicidio) è possibile delineare un primo quadro.

– ISTAT, VITTIME DI OMICIDIO
Per questo motivo, l’indicatore che spesso si utilizza per inquadrare il fenomeno nel nostro paese è il numero di omicidi di donne in ambito familiare o affettivo. Aggiornato settimanalmente dal ministero dell’interno, comprende le uccisioni da parte di partner o ex partner e quelle per mano di familiari e parenti. Sono dati che chiaramente hanno un margine di errore, non solo perché si tratta di ricostruzioni che avvengono a processo non concluso, ma anche rispetto alla stessa definizione di femminicidio. Poiché includono anche casi in cui l’uccisione potrebbe non essere legata a motivazioni di genere ma ad altro. Per esempio questioni di eredità o altre liti familiari. Tuttavia si tratta dell’indicatore più accurato, attualmente disponibile, per tracciare il fenomeno in Italia, sia a livello nazionale che regionale.
87 le donne uccise in ambito familiare/affettivo dal 1 gennaio al 19 novembre 2023, di cui oltre la metà (55) da parte di partner/ex partner.
Costituiscono l’82% delle donne uccise complessivamente (106) e il 29% di tutti gli omicidi (sia di uomini che di donne) commessi da inizio anno fino al 19 novembre (295). Inoltre vale la pena sottolineare che, nello stesso periodo di riferimento, gli uomini uccisi in totale sono stati molti di più (189) ma solo il 23% è stato ucciso in ambito familiare e affettivo.
Infine, osservando anche gli anni recenti è evidente che il fenomeno sia tutt’altro che in calo. Nel 2020 le donne vittime di omicidi da parte di familiari, partner o ex partner sono state 101, poi 105 nel 2021 e 104 nel 2022.
IL 29% DEGLI OMICIDI È IN AMBITO FAMILIARE E AFFETTIVO E HA COME VITTIMA UNA DONNA
OMICIDI TOTALI, IN AMBITO FAMILIARE/AFFETTIVO E DA PARTE DI PARTNER/EX PARTNER, AVVENUTI NEL PRIMO SEMESTRE DEL 2023 PER REGIONE E PER GENERE

I REATI SPIA
Abbiamo visto che i femminicidi sono tutt’altro che eccezionali (29%) rispetto agli omicidi commessi nel nostro paese e che costituiscono la stragrande maggioranza (82%) degli omicidi di donne. Ma la violenza di genere comprende un orizzonte molto più vasto, di cui il femminicidio è “solo” il culmine. Molestie, percosse, maltrattamenti, violenza psicologica, economica, persecuzioni, dinamiche di potere e di ricatto. Si tratta spesso di atti sommersi, che avvengono tra le mura domestiche e che per numerosi e comprensibili motivi – paura di ripercussioni, sfiducia nelle forze dell’ordine, dipendenza economica, timori per i figli – non vengono denunciati.
Circa l’80% delle vittime dei reati spia è donna
Percentuale di reati spia che hanno una vittima di sesso femminile sul totale, dal 2019 al 2022

DA SAPERE
I reati spia sono possibili indicatori di una violenza di genere. Sono ritenuti tali gli atti persecutori (art. 612-bis c.p.), i maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p.) e le violenze sessuali (art. 609-bis, 609-ter e 609-octies c.p.).
La grande maggioranza di tutti i reati spia ha come vittima le donne. In particolare le violenze sessuali, dove le vittime di sesso femminile costituiscono oltre il 90% in tutti e 4 gli anni di osservazione.
5.452 LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA SESSUALE NEL 2022. IL DATO PIÙ ALTO REGISTRATO NEL PERIODO 2019-2022.
È evidente che la violenza di genere non sia affatto in calo. E questo è rappresentativo della necessità di invertire la direzione a livello normativo prima, per ottenere un cambiamento positivo a livello sociale e culturale poi. Non basta l’inasprirsi delle pene, non basta neanche dare supporto alle vittime. È necessario riconoscere che il fenomeno non è imputabile a casi isolati, dovuti a situazioni eccezionali di disagi psicologici o sociali. Va riconosciuto come strutturale e come tale la strategia di contrasto deve mirare a educare la popolazione, dentro e fuori le scuole e guardare a un orizzonte più ampio e di lungo termine.
*(FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’interno)

 

07 – Luca Zorloni*: COME FUNZIONA LA PRIMA SIMULAZIONE DI VOTO ELETTRONICO IN ITALIA. ENTRO FINE ANNO IL GOVERNO DEVE SPENDERE UN MILIONE DI EURO PER SPERIMENTARE IL VOTO DA REMOTO. IL 13 E 14 DICEMBRE IL TEST. CHI PARTECIPA. E CHI STA COSTRUENDO LA PIATTAFORMA DIGITALE.

Il 20 novembre alcuni cittadini italiani che risiedono all’estero hanno ricevuto una email dal ministero degli Esteri. Oggetto: voto elettronico. No, non ci sono elezioni in vista. È la prima simulazione pubblica di votazione da remoto, via smartphone, computer o tablet. A organizzarla il ministero dell’Interno. Urne aperte dalle 8 di mercoledì 13 dicembre alle 20 del giorno successivo. Il test arriva in zona Cesarini. Il governo è obbligato a fare la prova generale entro Capodanno. Pena: perdere un fondo da un milione di euro che il secondo governo guidato da Giuseppe Conte aveva stanziato nel 2020, assecondando i desiderata del Movimento 5 Stelle sul voto elettronico.

Il suffragio digitale avrebbe dovuto vedere luce alla tornata elettorale del 12 giugno 2022. Ma l’esecutivo guidato da Mario Draghi, preoccupato dall’acuirsi delle minacce informatiche a causa dell’invasione dell’Ucraina, posticipa la prova di un anno. Ora, però, il 2023 volge al termine. E occorre spendere i soldi. Lo ammette lo stesso Viminale: “Le risorse stanziate per la predetta sperimentazione, pari a un milione di euro, devono essere tassativamente utilizzate entro l’anno 2023”. Motivo per cui, dieci giorni prima di Natale, chiama alle urne un numero ristretto di cittadini italiani che risiedono all’estero. Nello specifico, quelli delle circoscrizioni di Londra, Stoccolma, Monaco di Baviera e Charleroi, in Belgio. Attraverso i bandi pubblici del dicastero guidato da Matteo Piantedosi, Wired ha potuto ricostruire il lavoro per realizzare la prima versione della piattaforma di voto elettronico, il portale E-vote.

DOVE SI USA IL VOTO ELETTRONICO IN ITALIA
SPINTO DALLA PANDEMIA L’E-VOTING È NORMALITÀ TRA ASSOCIAZIONI, ORDINI E UNIVERSITÀ: AUMENTA LA PARTECIPAZIONE AL VOTO E DIMINUISCE COSTI. E C’È UN MILIONE DI EURO IL FONDO PER LA SPERIMENTAZIONE DEL VOTO ELETTRONICO PER REFERENDUM ED ELEZIONI POLITICHE RIVOLTO AGLI ITALIANI ALL’ESTERO, MA TUTTO TACE.

IL 20 NOVEMBRE, verso l’ora di pranzo, le persone italiane che risiedono all’estero hanno ricevuto una email dal ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale (Maeci), che Wired ha potuto visionare. Oggetto: “Voto elettronico”. Il messaggio le invita a partecipare alla prima sperimentazione di votazione digitale. Basta risiedere nelle circoscrizioni consolari (la suddivisione territoriale che fa capo a una ambasciata o a un consolato) di Londra, a Monaco, Charleroi e Stoccolma, essere maggiorenne, in possesso dell’elettorato attivo (ossia poter partecipare alle consultazioni) e di una identità digitale. Come Spid (sistema pubblico di identità digitale), la carta di identità elettronica (Cie) o quella nazionale dei servizi (Cns). L’adesione è volontaria.
Il 13 e 14 dicembre chi vuole aderire alla prova si collegherà al portale dedicato, E-vote (il cui link arriverà in una mail successiva) ed esprimerà il voto via tablet, smartphone o pc. Alla simulazione potrà partecipare anche chi si trova temporaneamente nelle aree coinvolte per lavoro, studio o per motivi di salute. “L’innovativa procedura verrà testata in modo graduale e progressivo per verificarne le modalità di funzionamento, l’impatto sul corpo elettorale e i conseguenti riflessi economici e organizzativi”, scrive il Viminale. La simulazione è stata svincolata di proposito da una votazione reale, per controllare il funzionamento del portale in via preventiva.

CHI PROGETTA IL PORTALE E-VOTE
Al progetto hanno contribuito anche il dipartimento per la trasformazione digitale della presidenza del Consiglio dei ministri, il ministero della Giustizia l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) e quella per il cyber sicurezza (Acn). La redine, però, sono in mano al ministero dell’Interno. E in particolare al dipartimento per gli affari interni e territoriali, che sovrintende i servizi elettorali.
È questo ufficio che a luglio assegna il progetto a una cordata di imprese che già lavora ai sistemi informatici del servizio elettorale del Viminale. Capofila è la filiale italiana di Accenture, multinazionale della consulenza in ambito tech, e ne fanno parte la controllata Accenture technology solutions srl e Inmatica, fornitore di servizi informatici per la pubblica amministrazione.

A giugno del 2021 la cordata ha siglato un contratto quinquennale da 3,8 milioni per lo sviluppo e la manutenzione dei sistemi informatici del Viminale dedicati alle elezioni, battendo il gruppo informatico Present. Le attività sono in linea con quelle che il Viminale cerca per il voto elettronico: creazione di una app per votare, dotata di tutti gli accorgimenti per identificare l’elettore, garantire l’integrità della preferenza e la non coercizione; raccolta e trasmissione dei dati; elaborazione del risultato e corretta attribuzione dei voti. Per questo il ministero decide di affidare il lavoro alle stesse persone. Conta anche la questione interoperabilità, dato che il portale del voto elettronico deve dialogare con i sistemi informativi del Viminale sviluppati dal gruppo.

Il 14 luglio viene firmata un’aggiunta al contratto di 960.786,78 euro. A settembre, inoltre, la cordata incassa altri 626mila euro, che coprono le prestazioni aggiuntive realizzate nel 2022. Come quelle per le elezioni anticipate, svolte in estate.

COME FUNZIONA IL NUOVO VOTO ELETTRONICO DEL MOVIMENTO 5 STELLE
COME FUNZIONA LA PIATTAFORMA DI VOTO
Del portale E-vote si sa poco. I bandi non descrivono gli aspetti tecnici e il ministero dell’Interno non ha risposto alle richieste di Wired in merito alle tecnologie adoperate, alle misure di sicurezza e a eventuali prove condotte prima del test. Né lo ha fatto Accenture, rimandando la palla al dicastero di Piantedosi.
Tuttavia dagli appalti emergono alcuni acquisti finalizzati al rafforzamento delle difese informatiche. Il 10 novembre il Viminale approva la spesa di 80 euro per due certificati Secure sockets layer (Ssl, un protocollo che consente la trasmissione di informazioni in modo criptato) aggiuntivi ai due già esistenti installati su web server Apache, una piattaforma open source. Dal documento emerge anche l’indirizzo del sito di voto, evote.interno.gov.it, e gli standard di cifratura dei certificati (SHA-2 a 256 bit).
“La scelta degli standard è la più alta, per rendere il sito inviolabile – spiega a Wired Pierluigi Paganini, esperto di cibersecurity e intelligence -. I certificati servono a riconoscere la validità delle chiavi di autenticazione. L’obiettivo, in questo caso, è impedire che una terza parte, un attore malevolo, possa intromettersi tra il votante e il portale di voto, modificando la preferenza, annullandola o re-indirizzando l’utente su un sito falso”. Insomma, compromettendo e manipolando i risultati delle elezioni. A fornire i certificati è Tim, che guida anche la cordata composta con i gruppi informatici Almaviva e Netgroup, i consulenti di Kpmg e Reevo, specializzata in cibersecurity, a cui è stato affidato il 16 novembre l’appalto da 36.575 euro per condurre una serie di penetration test sul portale di voto elettronico. L’Acn ha richiesto al Viminale una relazione “che attesti la robustezza del sistema di e-vote in fase di realizzazione” prima del varo.

GLI ESPERIMENTI PASSATI
Non è la prima volta in cui in Italia si sperimenta il voto elettronico. A parte l’uso in università o ordini professionali per consultazioni interne, specie dopo la pandemia che ha remotizzato molti processi, e il voto via tablet in Lombardia nel 2017, il voto elettronico è stato adoperato dalla Farnesina nelle elezioni del 3 dicembre 2021 di 11 comitati degli italiani all’estero (Comites, organi di rappresentanza che interagiscono con ambasciata e consolato), sostenuto da un investimento di 9 milioni e con un sistema basato su blockchain, il portale IoVoto. Il suffragio digitale non ha sostituito le preferenze per posta e solo dove sono stati raccolti più di venti voti, si è effettuato lo scrutinio dell’urna digitale.
Il rapporto tra i potenziali elettori digitali (8.265) e chi ha votato in via telematica (672) è dell’8,1%, quasi il doppio se comparato all’affluenza generale, 3,9%, ma c’è da sottolineare che sono elezioni che si rivolgono a piccoli bacini. A Norimberga hanno votato in digitale 9 persone delle 10 in possesso di Spid, necessaria per autenticarsi, a Houston 9 su 16, così come a Tel Aviv. Al termine del test la Farnesina ha messo nero su bianco alcune criticità. Per esempio, a causa dei tempi ristretti, “non è mai stato collaudato un carico di utenti abbastanza consistente”. Risultato? Al momento del voto “si sono verificati problemi per alcuni utenti, i quali in alcuni casi non sono riusciti a esprimere il voto al primo tentativo ma sono stati ricontattati per farlo successivamente, in altri casi non sono riusciti a scaricare la ricevuta. Le attività non erano concordate e hanno comportato alcuni disservizi; in caso di voto con valore legale, non è accettabile tale disservizio”.

ALLERTA ROSSA
Tra le altre criticità emerse c’è la segretezza del voto. Uno dei cardini delle riserve sul voto elettronico che esprime da tempo Stefano Zanero, docente del Politecnico di Milano, che sintetizzando in un tweet le avvertenze che da tempo muove a questo strumento, aveva scritto che “non può intrinsecamente essere personale, uguale, libero e segreto come chiede la nostra Costituzione”. La stessa Farnesina riconosce il problema: un attore malintenzionato, con accesso ai sistemi di identificazione e alla blockchain del voto, “potrebbe essere in grado di recuperare l’associazione votante-candidati, invalidando il principio di segretezza del voto”. Il sistema espone anche a problemi di integrità e verifica del voto: “L’applicazione non dispone di meccanismi in grado di dare garanzia all’elettore che il proprio voto sia esattamente quello da lui immesso”.
E ancora: “In un sistema di voto tradizionale, il cittadino è tutelato dalla presenza delle componenti del seggio elettorale e delle forze dell’ordine. Nel sistema IoVoto, invece, non è prevista la verifica dell’integrità del proprio voto. Il cittadino, dunque, deve necessariamente “fidarsi” del processo e dei mezzi tecnici messi a disposizione”. Il voto elettronico espone a rischi sulla tenuta del servizio: se il portale va in down, si pregiudica la fiducia dei cittadini e si compromettono le preferenze espresse. E poi c’è la questione fornitori. Se chi produce la piattaforma di voto viene “bucato”, c’è il rischio che i cybercriminali possano accedere a informazioni riservate anzitempo e infilarsi nella piattaforma elettorale sfruttando le vulnerabilità altrui.
La conclusione dei tecnici è che “pur adottando ogni utile accorgimento al fine di garantire il margine di sicurezza più alto possibile, a livello informatico non è possibile garantire una sicurezza del 100%”. E si mette sulla bilancia “l’interesse che attori statuali o non statuali potrebbero avere nel portare attacchi informatici contro la piattaforma”, occorre “accettare il rischio di attacchi informatici che, come già indicato in precedenza, comporterebbero l’annullamento delle elezioni e la ripetizione delle stesse, con conseguente danno sia per l’erario che per l’immagine della pubblica amministrazione”.

URNE DIGITALI
Nonostante le criticità tecniche, le riserve degli esperti di sicurezza informatica ed esperimenti falliti di voto da remoto in Germania e Norvegia, l’Italia tira dritto. Le linee guida nazionali, licenziate il 9 luglio 2021 dall’allora ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, e dal collega all’Innovazione tecnologica, Vittorio Colao, scandiscono una serie di passaggi. Ora ci troviamo nella fase uno: la simulazione. Se l’esito sarà positivo, la fase due è una sperimentazione in occasione di una tornata elettorale reale. Non mancherebbero le occasioni nel 2024, tra amministrative ed europee. Le linee guida identificano il voto elettronico come opzionale, esercitabile via app o attraverso postazioni digitali negli uffici elettorali di sezione. Tuttavia i cittadini dovrebbero decidere prima come votare “per consentire l’adozione di misure tese a escludere la possibilità di esprimere, con modalità differenti, un voto multiplo” (ma non si dice come). O, si legge nelle linee guida, per contarne solo uno come valido.
Le linee guida impongono che “il dispositivo utilizzato per accedere al voto elettronico non deve mantenere traccia dei dati trattati nella fase di voto” e che “i voti restano “sigillati” fino al momento dello scrutinio: prima di togliere il sigillo, i voti dovrebbero essere “mescolati” informaticamente e, comunque, devono essere privi di ogni tracciatura dell’istante di tempo in cui ciascun suffragio è stato espresso”, per evitare associazioni temporali. Il Viminale raccomanda che il codice sorgente del sistema di voto sia pubblicato per essere soggetto ad analisi indipendenti (vedremo se avverrà con il portale E-vote) e che il cittadino riceva conferma che il suo voto è stato registrato.
Il governo Draghi è stato incalzato anche su un altro fronte del voto elettronico: la raccolta online delle firme a sostegno dei referendum, varata dal Parlamento nel 2021. Uno degli ultimi atti di Colao era stata la firma del decreto che attivava la piattaforma dedicata, affidata a Sogei, la società informatica dello Stato. Un anno dopo la messa online, tuttavia, la piattaforma è ancora in fase di test. Con un avviso a caratteri cubitali che allerta i visitatori: “L’accesso al sistema è pertanto non consentito”.
*(Luca Zorloni è responsabile del sito e dell’area digitale di Wired.it. Si occupa, in particolare, di telecomunicazioni, sicurezza informatica)

 

08 – Alfiero Grandi*: AUTONOMIA DIFFERENZIATA, VA IN AULA AL SENATO IL PASTICCIO DELLA PSEUDO SECESSIONE
LA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI DEL SENATO HA CONCLUSO L’ESAME DEL TESTO DEL DISEGNO DI LEGGE DEL GOVERNO SULL’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA, TESTO PRESENTATO DAL SOLO MINISTRO CALDEROLI.
DOPO IL VOTO SU EMENDAMENTI E ORDINI DEL GIORNO RIGUARDANTI I 10 ARTICOLI DEL DDL ORA CI SONO LE DICHIARAZIONI DI VOTO DEI SENATORI E DOPO IL VOTO FINALE IL TESTO SARÀ PRONTO PER L’AULA.

UNA PROPOSTA INACCETTABILE
Nella sostanza il testo della legge non è cambiato. Resta una proposta di legge inaccettabile che merita tutte le critiche, a partire da quelle dei funzionari del bilancio del Senato, che subirono un linciaggio mai avvenuto per avere espresso valutazioni tecniche senza riguardi politici e per questo hanno sempre goduto di rispetto generale.
Dopo è stato il turno della Corte dei Conti e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio – che svolgono un ruolo di controllo e garanzia sui conti pubblici anche verso l’Europa – che hanno sollevato una questione fondamentale e cioè che i diritti riguardano tutti i cittadini e quindi occorre garantire le risorse per questo obiettivo, quindi occorre prevedere quanto è necessario, con attenzione al debito pubblico che è in sofferenza, come ha ricordato da ultimo Moody’s.
Ancora, con le dimissioni di Amato, Bassanini ed altri dalla commissione Cassese hanno posto la questione di fondo che occorre definire tutti i Lep e i relativi finanziamenti, quindi non si può procedere al passaggio di funzioni alle Regioni se non ci sono le risorse in grado di garantire gli stessi diritti a tutti i cittadini in tutto il territorio nazionale.
Da ultimo il Governatore della Banca d’Italia con una lettera puntuale e motivata ha ricordato che occorre avere tutto il quadro finanziario per gli interventi per garantire i diritti, altrimenti potrebbero aumentare le differenze tra le Regioni.

LE CRITICHE DI UN VASTO MOVIMENTO SOCIALE E POLITICO
La critica al ddl Calderoli è in crescita man mano che appare chiaro che la disponibilità a chiacchiere a raccogliere preoccupazioni per la stessa unità nazionale suona falsa. Infatti è previsto un meccanismo legislativo per il decentramento alle Regioni basato su leggi che recepiscono gli accordi tra Governo e singole Regioni e che essendo leggi successive possono modificare vincoli e garanzie decisi in precedenza come con questo ddl.
Diverso se fossero modifiche del titolo V come ha proposto il disegno di legge di iniziativa costituzionale agli articoli 116 c.3 e 117 che abbiamo presentato al Senato, forti di 106.000 firme. Abbiamo già chiesto al Presidente del Senato di metterlo all’ordine del giorno dell’Aula perché l’articolo 74 del regolamento del Senato lo prevede. Una norma costituzionale non sarebbe aggirabile da una futura legge.
Per questo va sottolineato che gli emendamenti accolti dalla maggioranza della Commissione risentono delle preoccupazioni espresse con forza da un vasto movimento sociale, istituzionale e politico, che non sono del tutto cadute nel vuoto anche se non c’è stato il coraggio di inserire queste modifiche nella Costituzione anziché nel testo del ddl Calderoli che appunto può sempre essere modificato. Inseriti nella Costituzione alcuni vincoli non potrebbero essere superati, ad esempio sono stati accolti alcuni emendamenti che riflettono l’esigenza di mantenere una visione unitaria e nazionale dei diritti.
L’approvazione del nostro ddl di iniziativa popolare potrebbe, al contrario, bloccare i tentativi di derogare da una visione rigorosamente unitaria del rapporto tra regioni ricche e quelle deboli.
Una lettura attenta degli ordini del giorno e degli emendamenti accolti dalla maggioranza fa capire che le preoccupazioni ci sono, anche se dissimulate, quindi la battaglia parlamentare al Senato è molto importante perché parte della maggioranza subisce il ricatto della Lega che sostiene il governo Meloni in cambio dell’approvazione dell’autonomia regionale differenziata.

LA QUESTIONE DEL PREMIERATO
Colpisce una modalità di rispondere alle preoccupazioni anticipando di fatto il premierato, cioè concentrando i poteri del Presidente del Consiglio. Si affida al Presidente del Consiglio il potere di togliere materie e funzioni dal decentramento alle regioni e può proporne la revoca al parlamento. È una modalità mai esistita e che sostituisce la chiarezza di norme oggettive e generali come l’obbligo per il Governo di chiarire in anticipo al parlamento quali sono le materie o le funzioni che ritiene non delegabili alle regioni. Mentre così tutto è affidato al Presidente del Consiglio. Una norma del tutto inaccettabile perché occorrono norme chiare ed oggettive ex ante invece di restare prigionieri di posizioni improvvisate e imperscrutabili del Presidente del Consiglio. Norme non trasparenti, forse perfino incostituzionali, utili per costruire la figura del premier pigliatutto, cioè il premierato.
Approfondiremo il significato accentratore ed eversivo per la Costituzione attuale del premier eletto direttamente, per fare rivivere la suggestione del capo tanto cara alla destra, tuttavia in questo caso la parte della maggioranza preoccupata per le derive para secessioniste ha cercato soluzioni discutibili e improbabili come una delega in bianco al Presidente del Consiglio a decidere sulle funzioni da inserire nel decentramento.

LE RISORSE INEGUALI, IL CUORE DEL CONTENDERE
Le modifiche inserite nel ddl Calderoli non affrontano la sostanza dei problemi. La definizione delle materie e delle funzioni resta affidata ad un rapporto a due tra Governo e Regione che definisce l’intesa su cui il parlamento verrà solo consultato, perché il Governo può comunque procedere e porterà in parlamento un testo blindato che potrà essere modificato in futuro solo da un analogo patto a due e sempre con una maggioranza assoluta delle camere. In pratica un patto difficilmente modificabile.
Altro sarebbe una legge approvata dal parlamento che tiene conto della regione, ma lascia al parlamento l’ultima parola. Questo vorrebbe dire rovesciare il disegno di Calderoli.I quattrini sono l’alfa e l’omega del problema. Insieme alle funzioni debbono essere dati personale e compartecipazioni alle imposte, ovviamente tornare indietro sarà complicato se non impossibile. Inoltre se come afferma il testo Calderoli non ci possono essere costi aggiuntivi e alcune Regioni otterranno compartecipazioni di imposte si comprende perché emendamenti accolti dalla commissione fanno trapelare la preoccupazione, con ripetuti richiami al 118 e al 119 della Costituzione, che le altre regioni non avranno mai nuove risorse, anzi rischiano di perderne e per questo si dice ora che le loro risorse non possono diminuire, ma è chiaro che non aumenteranno senza risorse finalizzate al riequilibrio nazionale.

RESTA IL PERICOLO SECESSIONE
Il disegno di legge Calderoli resta il potenziale promotore di una simil secessione delle regioni più ricche.
È evidente che il disegno di fondo del ddl Calderoli resta quello di prima ma oggi è evidente che le critiche e le preoccupazioni che tanti hanno avanzato non erano infondate e alcuni echi sono arrivati ma risolti in modo deformato o inefficace.
Il confronto in parlamento, ora al Senato poi alla Camera, deve servire a chiarire ai cittadini del pericolo che per compiacere la Lega e le sue pulsioni para secessioniste le destre portino l’Italia indietro di decenni, forse a prima dello stato unitario.
Va considerata fin da ora la possibilità i rapporti di forza in parlamento consentano comunque l’approvazione della Calderoli e quindi occorre considerare il ricorso al referendum abrogativo per bloccare l’entrata in vigore di queste norme, del resto il ricorso a decreti legislativi anziché a Dpcm amplia la possibilità di ricorrere a referendum abrogativi.
*(Alfiero Grandi. giornalista ed è un politico e sindacalista italiano)

 

09 – Roberto Livi*: L’OMBRA NERA SI ALLUNGA SUL SUBCONTINENTE. SUDAMERICAN PSYCHO. NEL FUTURO DEL PAESE LIBERTÀ SENZA DEMOCRAZIA. SI RALLEGRA LA DESTRA GLOBALE DA TRUMP A BOLSONARO

In Argentina ha vinto la bronca, la rabbia contro «la casta», la voglia di far saltare in aria gli equilibri a qualunque costo. L’anarcocapitalista Milei si è aggiudicato il ballottaggio al cardiopalma per la presidenza del paese. Per il futuro ha annunciato la ricostruzione del paese in base alla libertà, di commercio e dell’individuo. Libertà senza democrazia. Il movimento della estrema destra globale, Donald Trump in testa, lo applaude.
È un pessimo risultato per l’Argentina. Per ottenerlo, negli ultimi giorni della sua campagna elettorale, il 53enne leader dell’ultradestra ha cercato di evitare i toni più estremisti per dare sostanza all’alleanza con Juntos para el cambio dell’ex presidente Mauricio Macri. Alleanza che gli ha portato i voti necessari alla netta vittoria. Così ha evitato di parlare di privatizzazione della salute e dell’educazione pubblica e ha definito le sue precedenti proposte di libera contrattazione di organi umani come «pura speculazione ideologica». Per quanto riguarda la provocatoria proposta di dar fuoco al Banco central e adottare il dollaro Usa come moneta nazionale, ha precisato che «ha un piano quinquennale» per la dollarizzazione.

IN SOSTANZA la vittoria di Milei potrebbe, secondo vari analisti, essere un successo per procura dell’ex presidente Macri: nonostante la sua formazione sia stata eliminata dal ballottaggio con la sconfitta della sua candidata Bullrich, l’ex presidente sarebbe rientrato ai vertici del potere con il suo endorsement a Milei. Dunque Macri sarebbe una sorta di king maker, e quello che si prospetta dopo l’investitura di Milei il 10 dicembre sarebbe una sorta di macrismo 2.0. Ovvero di quella politica neoliberista estrattivista che, mediante il prestito suicida avuto dal Fmi, ha riportato il paese sull’orlo della bancarotta.

Che la dollarizzazione dell’Argentina voluta da Milei sia tutt’altro che una panacea per l’eterna crisi del paese lo hanno detto chiaro vari economisti, (compresa Julia Strada, il manifesto 19 novembre). La Banca centrale argentina non ha sufficienti dollari per sostenerlo. E comunque la decisione implicherebbe tagliar fuori due terzi degli abitanti – naturalmente i livelli più bassi della società – perché abbia una possibilità di funzionare. Del resto i precedenti a livello subcontinentale, come la dollarizzazione dell’Ecuador alla fine del secolo scorso, hanno dimostrato che invece che domare l’inflazione e ridurre la povertà, l’adozione della moneta Usa ha portato a un aumento scandaloso della speculazione internazionale e della crisi economica e sociale. Ovvero è stata una delle cause che, lo scorso ottobre, hanno portato alla presidenza Daniel Noboa. Il giovane milionario si vuole presentare come la faccia pulita della destra locale, ma i vincoli del padre con il narcotraffico e speculazioni di fatto lo inseriscono nell’arrembante estrema destra.

INOLTRE, LA SCELTA fatta da Milei di concorrere alla presidenza avendo come vice la 48enne avvocata Victoria Villaruel indica che la politica di “cambio” rispetto al passato peronista e la decisione del futuro presidente di «volver a empezar» (cambiare tutto), indurranno, oltre al caos economico, una spirale di violenza. Villaruel infatti non ha un capitale politico proprio, non ha apportato voti decisivi –ci ha pensato Macri. Ma ha assicurato solidi legami con le forze di sicurezza. È l’aperto sostegno di quei settori delle Forze armate impegnate nel tentativo di far scordare i massacri del periodo della dittatura di Videla e Massera. E che pretendono una riabilitazione dalle condanne, morali e penali, seguite al “Nunca mas”. Anche con le minacce, che già sono iniziate.

IL SUCCESSO di Milei è una pessima notizia anche per il subcontinente latinoamericano.
La conquista della presidenza di Macri e la sconfitta del kirchnerismo peronista nel 2015 diedero inizio alla riscossa delle destre latinoamericane nei confronti della cosiddetta “marea rosa”, ovvero i governi socialisti o progressisti in San Salvador, Venezuela, Messico, Ecuador, Bolivia, Brasile, Perù, Uruguay e Argentina, oltre a Cuba. Oggi la vittoria di Milei dovrebbe dimostrare che è vincente la linea proposta al subcontinente dai fautori di una radicalizzazione della destra: quella presentata dall’alleanza della spagnola Vox (appoggiata da Meloni, Orban e destre europee) con forze locali di ultradestra in Perù, Cile, Colombia, oltre che Argentina.

COME ASSE teorico hanno la Fundación internacional para la libertad, un vero fronte internazionale antiprogressista patrocinato dal Nobel (letteratura) peruviano Mario Vargas Llosa. Si tratta di politiche volte a attuare un atrevido, esperimento di riorganizzazione della società, orientata «alla mercantilizzazione assoluta della vita dei cittadini in beneficio di alcuni settori del gran capitale» come la definisce l’analista argentino Daniel Campione.
Per valutare la portata della riscossa dell’ultra destra latinoamericana (anche come metastasi di quelle europee) è sufficiente elencare i personaggi che hanno appoggiato la campagna di Milei: dall’inviato di Vox, Herman Tertsch, a Edoardo Bolsonaro, gli ex presidenti messicani Felipe Calderón e Vicente Fox, i colleghi colombiano Iván Duque, boliviano Jorge “Tuto” Quiroga e cileno Sebastian Piñera. Tutti affiliati al Think tank di Vargas Llosa.

DI FRONTE a tale virulenta riscossa dell’ultra destra, appaiono in difficoltà i governi progressisti della regione, impegnati soprattutto a garantirsi una sopravvivenza guardando al centro. È il caso del presidente brasiliano Lula e le sue recenti decisioni di cambiamenti nella sfera governativa per cercare di ottenere l’appoggio del cosiddetto Centrão alla riforma tributaria. Diverse le scelte del presidente colombiano Gustavo Petro, allontanatosi dallo «spirito di concertazione» con l’uscita dal suo governo dei ministri di altri partiti, e sempre più isolato.

In questo quadro, il governo socialista cubano, eterno nemico della destra latinoamericane, rischia un isolamento tanto più pericoloso di fronte a inasprimento delle sanzioni dell’amministrazione Biden. La scelta di Cuba di appoggiare la lotta di liberazione dei palestinesi e l’altrettanto netta condanna della politica di genocidio in corso a Gaza da parte di Israele hanno fortemente irritato Washington che minaccia nuove misure. In questo caso contro «la tratta di immigrati» cubani verso gli Us

 

10 – Claudia Fanti. HA VINTO «EL LOCO», DA NON CREDERCI. PERSINO LA SICCITÀ HA VOTATO PER LUI. SUDAMERICAN PSYCHO. CATTIVA NOTIZIA PER L’AMBIENTE, NON PER ISRAELE. PRIMI VIAGGI NEGLI USA E A TEL AVIV. IL CLIMA «MENZOGNA SOCIALISTA» E ALTRI NEGAZIONISMI

Il giorno dopo c’è ancora chi non riesce a crederci. Proprio come era avvenuto in Brasile dopo la vittoria di Bolsonaro. E con el loco, «il matto», come viene (anche) chiamato Javier Milei, molti temono che sarà ancora peggio.

L’OMBRA NERA SI ALLUNGA SUL SUBCONTINENTE
IL PERONISMO, è chiaro, ha fatto di tutto per perdere, fin dalla scelta di Sergio Massa come candidato presidenziale: cioè non solo del ministro dell’Economia – di un’economia sull’orlo del collasso -, ma anche di un esponente politico percepito come quintessenza dell’odiata casta. E pazienza se l’espressione più nefasta di quella casta – quella rappresentata da Mauricio Macri – sia in realtà uscita rafforzata dalla vittoria di Milei.
Anche in questo caso, del resto, il «voto di castigo» si ritorcerà contro chi l’ha espresso. Se per esempio la lunga siccità, con relativo crollo delle esportazioni agricole – una catastrofe per un paese che è il primo esportatore di soia lavorata al mondo – è stata individuata come uno dei fattori della disfatta di Massa, è facile prevedere che i produttori agricoli che hanno votato per Milei se ne pentiranno presto.
Già ad agosto il viceministro dell’Ambiente Sergio Federovisky aveva lanciato l’allarme: «Come si può pensare che uno che non crede al cambiamento climatico investa nella prevenzione e nel contrasto degli incendi forestali o nelle azioni di adattamento richieste alla politica agricola per affrontare i futuri periodi di siccità?».
E che Milei sia un negazionista climatico al pari di Bolsonaro non ci sono dubbi: non solo ha affermato che «il riscaldamento globale è un’altra delle menzogne del socialismo», negando ripetutamente la sua origine antropica, ma ha anche promesso di abbandonare l’Agenda 2030 delle Nazioni unite, definita come un’imposizione del «marxismo culturale».

L’UNICA AGENDA SARÀ LA SUA e il rischio è che faccia impallidire persino il già intenso modello estrattivista del governo uscente: aumento vertiginoso degli investimenti negli idrocarburi, a partire dal giacimento di Vaca Muerta, promozione massiccia dell’estrazione del litio, licenza di inquinare per le imprese. E se nel suo programma elettorale ambiente e clima brillano per la loro assenza – semplicemente non ci sarà in quest’ambito nessuna politica di stato -, non sorprende che il ministero dell’Ambiente sia tra i dieci contro cui Milei azionerà la motosega.
Ma se, almeno stando alle sue dichiarazioni, quella che si annuncia per l’Argentina è una sorta di apocalisse, la sua vittoria provocherà un terremoto anche in politica estera. Da che parte stia, lui non lo ha mai nascosto, e l’ha nuovamente ribadito anche ieri, annunciando che, prima ancora di insediarsi alla presidenza il 10 dicembre, si recherà in visita prima negli Usa e poi in Israele, di cui ha fin dall’inizio rivendicato il «diritto di difendersi» in contrasto con la consistente parte dell’America latina. Non a caso tra chi ha più esultato per la sua vittoria figura il ministro degli esteri israeliano Eli Cohen, il quale lo ha invitato nel suo paese per «rafforzare le relazioni reciproche» è inaugurare» la nuova ambasciata argentina a Gerusalemme, secondo la promessa fatta da Milei in campagna elettorale.

SE POI la più accreditata candidata al ministero degli Esteri, Diana Mondino, ha già fatto sapere che l’Argentina non aderirà ai Brics, dicendo di non spiegarsi come mai tanti paesi facciano la fila per entrare nel blocco, è invece improbabile che il nuovo presidente smetterà di collaborare con «paesi socialisti» come la Cina, il Brasile, la Colombia o il Cile. Né Lula né Boric hanno comunque voluto alzare i toni: il primo, bollato da Milei come «comunista» è corrotto», ha detto che «la democrazia è la voce del popolo» e che «il Brasile sarà sempre disponibile a lavorare con i nostri fratelli argentini»; il secondo ha garantito «rispetto» è appoggio», promettendo di operare «instancabilmente» per «mantenere unite le nostre nazioni sorelle».

NON COSÌ DIPLOMATICO è stato invece Gustavo Petro, per il quale l’elezione di Javier Milei è una «triste notizia per l’America Latina: ci riporta a Pinochet e Videla», aveva scritto sui social nei giorni scorsi. E, considerando il sostegno ai genocidi della dittatura da parte del loco e della sua vice Victoria Villarruel, è difficile dargli torto.
*(fonte: Il Manifesto. Claudia Fanti: Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista, collabora con “il manifesto” e con altre testate.)

 

11 – Raffaele K. Salinari*: LA NORMA PENALE COME PANACEA PER LE PAURE SOCIALI, “MAPPE DELLA GIUSTIZIA MEDITERRANEA. CULTURA SECOLARE DEL PROCESSO E DIRITTO ISLAMICO” DEL PENALISTA EGIZIANO MOHAMED ARAFA* E DEL CANONISTA ITALIANO DOMENICO BILOTTI*.

È sugli scaffali, a firma del penalista egiziano Mohamed Arafa e del canonista italiano Domenico Bilotti, Mappe della giustizia mediterranea. Cultura secolare del processo e diritto islamico per i tipi di Mimesis (Jouvence, pp. 158, euro 16).

IL TESTO COSTITUISCE il secondo volume della Collana internazionale «Lessico Mediterraneo», diretta dal filosofo Antonio Cecere. Come ben specificato nelle righe di presentazione del progetto, lo scopo è sovvertire l’impostazione tradizionale degli studi da importazione sul Mediterraneo, nei quali spesso si preferisce il monologo al confronto dialogico sui temi sostanziali. Nella prima opera della collana, a cura di Debora Tonelli (Fra kosmos e polis: identità e cittadinanza nella prospettiva mediterranea), la visione collettanea spingeva a interrogarsi in una visione aperta e plurale dell’appartenenza mediterranea, ripercorrendone storie, problematiche, snodi. In questo secondo testo, gli autori, con l’ouverture affidata a Francesco Iacopino, presidente della Camera penale di Catanzaro, hanno invece posto il dialogo a monte del processo di scrittura. Si riesce così a far risuonare sensibilità comuni, che acquisiscono prima luce nel dibattito collettivo.

IL VOLUME SI ATTESTA sino alla riforma giudiziaria in Israele, ieri terreno di scontro politico tra movimenti e poteri e oggi largamente obliata, per far spazio a una politica emergenziale di guerra e a un inquietante diritto penale internazionale del nemico. Il nemico in questione non è più la canaglia, il briccone, il manigoldo, cui restituire esponenzialmente «occhio per occhio», come scrive Arafa, ma il profugo, il rifugiato, il senza Stato: catturato e assediato nella propria terra. Imputato, per responsabilità oggettiva, a pagare colpe non sue.
In particolare, nel dibattito tra Bilotti e Arafa lo studioso italiano osserva il decadimento dei meccanismi tradizionali di garanzia nello Stato costituzionale di diritto. La libertà religiosa è offesa da una politica che entra in contatto con la religione per travestire gli interessi da valori.

LA NORMA PENALE da misura residuale – quando sia fallita ogni altra possibilità di intervento per il legislatore – diventa panacea cui affidare uno sconveniente rinfocolarsi delle paure sociali. Persino il proceduralismo democratico, col suo carico di contraddizioni e ambiguità, sembra un lusso a un mondo che vuole anticipare il giudizio e la condanna al tempo dell’umore e non a quello della partecipazione. Nel saggio di Arafa, tradotto da Bilotti per la prima volta in lingua italiana, si affronta così specificamente la giustificazione scientifica e teologica della contrarietà alla pena di morte, anche in una prospettiva giuridico-islamica.
Le due sponde del Mediterraneo (Italia e Egitto, ma si potrebbe dire Francia e Turchia, Spagna e Tunisia e molto altro) sono bagnate dalle acque reflue di veleni comuni. Nei Paesi in cui la condanna capitale e le misure avverse alla dignità umana erano state abolite, qualcuno comincia a caldeggiarne il ritorno; nei Paesi in cui non erano state abrogate, adesso si infittiscono e moltiplicano.

L’ANGOLO VISUALE di Bilotti è lo Stato secolare di (usurpata) tradizione cristiana, quello di Arafa è il confessionismo che scopre però per altra via partecipazione, pace, rispetto e tutela delle minoranze. I tre pongono provvisorio termine al loro ragionamento il 21 maggio 2023: giornata mondiale per la diversità culturale. Anche il caso produce battaglia civile e discorso scientifico.
*(Raffaele K. Salinari, è un medico specializzato in chirurgia d’urgenza. Ha lavorato per le Nazioni Unite e diverse ONG internazionali in Africa, Asia e America Latina. È stato docente di Project Cycle Management e Storia dei modelli di sviluppo presso le università di Urbino, Bologna, Parma e Tarragona)
*(Domenico Bilotti è docente di “Diritto e Religioni” è Enti ecclesiastici, Enti non profit e attività culturali” presso l’Università Magna Graecia) –
*(Mohamed ‘Arafa is an Assistant Professor of Law at the Prince Sultan University College of Law (Saudi Arabia, as of September 2023) and an Adjunct Professor)

 

 

 

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