Il commissario Ue al Lavoro Nicolas Schmit: “L’Italia deve introdurre il salario minimo: paghe troppo basse fanno fuggire i giovani”

Per la prima volta l’UE lascia emergere con chiarezza una delle cause principali della nuova emigrazione dall’Italia; in una intervista rilasciata a LA STAMPA del 13 novembre, il Il commissario Ue al Lavoro Nicolas Schmit nell’ambito della discussione sul salario orario minimo chiarisce gli effetti prodotti dai differenziali salariali tra i paesi UE, cioè la forte crescita di emigrazione interna che causa ulteriori problemi a paesi come l’Italia anche sul piano delle competenze di qualità necessarie allo sviluppo, situazione che non è risolta dall’arrivo di immigrazione se non ci sono parallele e adeguate politiche di integrazione e di formazione professionale.

Altra significativa affermazione è quella legata agli effetti dell’indicizzazione salariale rispetto al tasso di inflazione: dove c’è, l’incremento inflattivo è comunque irrisorio oppure il calo del potere di acquisto è contenuto, mentre dove non c’è, come in Italia, la perdita del potere d’acquisto diventa rapidamente insostenibile. Questo vale ancor più rispetto ad una inflazione che è manifestamente una inflazione causata dagli enormi tassi di profitto in alcuni settori strategici, energia, finanza, farmaceutica, armi, ecc..

Dall’intervista emerge con chiarezza che la competizione fatta sul contenimento del costo del lavoro, inaugurata in Italia con l’abbandono della scala mobile negli anni ’80 e intensificatasi con l’introduzione dell’Euro (come unica possibilità di proseguire, scaricandole sul lavoro, le pratiche di svalutazione monetaria) produce forse, a breve termine, la tenuta di settori produttivi e imprese che altrimenti si troverebbero fuori mercato (ma al contempo ne impedisce l’adeguamento e l’ammodernamento), mentre a medio termine implica la perdita del fattore economico fondamentale, il lavoro, che, quando può, lascia il paese e si trasforma in emigrazione, aggravando ulteriormente la produttività del sistema e accentuandone il declino.

Il quadro creatosi non è attribuibile quindi solo all’attuale governo di destra con a capo Giorgia Meloni, ma tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, in particolare quelli che hanno operato dopo la crisi del 2007-08, a tutti i vari soggetti politici che hanno seguito e applicato acriticamente le indicazioni e gli orientamenti del mainstream economico neoliberista. Ma ora che anche al vertice della UE si assume piena coscienza della questione, non ci sono più alibi per nessuno: la mobilitazione sindacale e gli scioperi indetti da CGIL e UIL dovrebbe portare a scardinare definitivamente la dogmatica che ha prevalso in questi decenni.

Di seguito rilanciamo integralmente l’intervista apparsa su La Stampa.


“L’Italia deve introdurre il salario minimo: paghe troppo basse fanno fuggirei giovani”

Il commissario Ue al Lavoro: “Ridurre i beneficiari del Reddito di cittadinanza non segue le nostre indicazioni
Sulle pensioni servono flessibilita e attenzione ai conti pubblici, ma non possiamo impoverire gli anziani”

di MARCO BRESOLIN (da LA STAMPA del 13.11.2023)

Anche se la direttiva europea non lo impone, l’Italia avrebbe bisogno di introdurre un salario minimo per legge visto che in molti settori i livelli sono inadeguati. A sostenerlo è Nicolas Schmit, commissario europeo responsabile del Lavoro, che all’inizio di dicembre arriverà in Italia proprio per discutere con Confindustria e con il Parlamento l’esigenza di garantire «stipendi decenti».

Nei giorni scorsi la Bce ha tracciato un quadro positivo del mercato del lavoro europeo: il peggio è ormai alle spalle?

«E quasi un paradosso perché, anche se l’economia europea è a un livello di crescita molto debole, l’occupazione resta sostanzialmente uguale. E questa è certamente la buona notizia. Pero c’è anche una meno buona».

Qual è?
«La carenza di manodopera, qualificata ma non solo. Questo ora è il grande tema. Ci sono settori in cui serve manodopera non particolarmente qualificata, come quello alberghiero o della ristorazione. Dopo i tagli dovuti alla pandemia, i lavoratori non sono più tornati perché hanno trovato altro a migliori condizioni. Difficoltà ci sono anche nel settore trasporto stradale, o in quello delle costruzioni. Altri settori, come quelli delle alte tecnologie, del cyber o del green-tech, faticano a trovare lavoratori perché non c’è un’adeguata formazione».

L’apertura dei flussi migratori regolari può aiutare ad affrontare alcuni di questi problemi?
«Nel settore sanitario ci sono grandi carenze, specialmente tra gli infermieri. Molti Paesi stanno ricorrendo all’importazione di manodopera. Bisogna però fare uno sforzo sulle riserve che abbiamo nel nostro mercato del lavoro, tra i disoccupati che continuano a esserlo perché non sufficientemente qualificati. I servizi pubblici per l’impiego devono essere molto più proattivi. Giusto aprire i flussi, ma bisogna anche formare i migranti che sono già sul territorio per dare loro l’opportunità di inserirsi. C’è poi un problema legato alle donne che riguarda in particolare Paesi come l’Italia».

Quali sono gli ostacoli maggiori?
«Bisogna correggere il gap salariale e poi offrire più servizi alla famiglia, perché molte donne – anche se qualificate —sono costrette a rimanere a casa o a lavorare part-time. II Pnrr prevede una serie di investimenti in questo senso. Infine, l’Italia ha un altro record negativo: resta in testa alla classifica dei Neet, i giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non fanno formazione».

C’è anche un problema legato ai livelli retributivi: secondo la direttiva Ue sul salario minimo, l’Italia non é tenuta a introdurlo perché ha un elevato livello di contrattazione collettiva.

«La fermo subito. La direttiva non dice che i Paesi che hanno un elevato livello di contrattazione collettiva non devono introdurre il salario minimo. E’ vero, ci sono Paesi come l’Austria o la Svezia che non ne hanno bisogno. Ma l’Italia è un caso particolare perché ha un tasso di copertura della contrattazione collettiva, ma al tempo stesso presenta settori interi con stipendi molto bassi. E dunque la questione si pone. L’obiettivo della direttiva è assicurare salari decenti e adeguati al costo della vita».

In molti settori non lo sono, non trova?

«Allora vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nei contratti di categoria. I livelli bassi dei salari disincentivano le persone a lavorare o le spingono a farlo in nero. Un salario minimo potrebbe essere un elemento positivo per contrastare questa dinamica perché fornirebbe un incentivo a entrare nel mercato occupazionale. Inoltre, l’Italia soffre di un altro problema: la fuga dei giovani che hanno deciso di lasciare il Paese. Quelli qualificati, ma nonsolo. I ristoranti di Bruxelles sono pieni di lavoratori italiani perché le condizioni e i salari sono migliori. Avere un salario minimo decente ed adeguato potrebbe incitare molti giovani a restare in Italia. Si tratta di un dibattito che deve essere affrontato in maniera molto seria».

Molti Paesi non indicizzano i loro salari all’inflazione perché temono una spirale, ma laddove questo sistema esiste – per esempio in Belgio l’effetto non si è materializzato: chi ha ragione?

«I dati sui salari reali, ossia il livello delle paghe orarie tenuto conto del peso dell’inflazione, ci dicono che in Belgio e nei Paesi Bassi c’è stato addirittura un aumento. In Spagna sono scesi solo dell’1,2% e sapete perché? Perché Madrid ha più volte aumentato il salario minimo negli ultimi anni. In Francia sono calati solo dell’1,8% e anche qui perché il salario minimo è indicizzato all’inflazione. In Italia i salari reali sono calati del 7,3%.
Vuol dire che il sistema della contrattazione collettiva non ha permesso di adeguarli al costo della vita. Senza un salario minimo, il peso dell’inflazione lo subisce maggiormente chi ha una paga più bassa».

Il governo Meloni ha sostituito il Reddito di Cittadinanza con un nuovo sistema: promosso o bocciato?

«E stato ristretto il numero dei potenziali beneficiari e noto che in questo c’è una certa discrepanza con la nostra raccomandazione. Le modifiche relative all’inserimento nel mondo del lavoro, se tutto verrà davvero fatto come previsto, mi sembra invece che siano in linea con il nostro approccio perché non bisogna lasciare che i cittadini percepiscano un reddito minimo a prescindere.
Ovviamente vanno fatte delle distinzioni. Ci sono persone che per varie ragioni potrebbero non essere più in grado di lavorare e a queste va garantito un livello di assistenza minimo per far sì che abbiano una vita decente».

Il nuovo modello lo garantisce?
«Mi pongo anche io la domanda, ma mi fermo qui. Aggiungo invece che si può essere più selettivi con chi ha la capacità di lavorare. Infine, noto positivamente che viene data la possibilità di cumulare una piccola parte del reddito in caso di occupazione temporanea».

La riforma delle pensioni, che sta sollevando proteste, va nella giusta direzione?

«E’ una questione delicata e sensibile ovunque. Da un lato c’è un tema legato all’età pensionabile nel momento in cui la speranza di vita aumenta. II punto pero è che non siamo tutti uguali, non abbiamo fatto tutti lo stesso lavoro e dunque non può esserci un legame diretto. Serve un approccio più flessibile. Dall’altro c’è un tema di sostenibilità dei conti pubblici che deve fare i conti con i trend demografici, soprattutto in Paesi come l’Italia.
Infine, c’è una questione del livello delle pensioni: deve essere adeguato perché non possiamo spingere le persone più anziane nella povertà».

 

FONTE: La Stampa del 13.11.2023

 

 

 

 

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