n°39 – 30/09/23 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Nina Valoti*: inflazione, ITALIA (QUASI) maglia nera in Europa. Istat e Eurostat. a settembre da noi cala solo dello 0,1. %. partono i «carrelli tricolori»: ogni catena userà prodotti diversi. consumatori: è flop.

02 – Vittorio Agnoletto*: Due mobilitazioni per la sanità. SALUTE. La manifestazione nazionale della Cgil il 7 ottobre, ma anche quella regionale in Lombardia il 21 per difendere il servizio pubblico, depredato dai privati.

03 – Massimo Franchi*:Carlo Calenda lo smemorato di Riva di Chieri – CONTESTAZIONI. L’ex ministro del governo Renzi andrà a trovare gli operai Marelli. Sarà contestato nel ricordo delle promesse non mantenute su Embraco – Carlo Calenda in una trasmissione televisiva a parlare di Embraco .

04 – Christian Luca Di Benedetto*: Reddito di Cittadinanza Europeo: arriva la proposta La proposta rivoluzionaria del Reddito di Cittadinanza Europeo, una soluzione per affrontare le sfide economiche e sociali dell’Europa.

05 – COS’È IL MES – è il meccanismo europeo di stabilità, un fondo per sostenere gli stati con più difficoltà economiche. È al centro del dibattito la sua mancata ratifica da parte dell’Italia

06 – Irrilevanza delle Nazioni unite, cambiare o morire – Irrilevanza dell’Onu e irrilevanza anche di Biden che tenta di corteggiare il Sud globale con appelli che cadono in un vuoto fragoroso.

07- Dominic Johnson*: Il mare che unisce. Lo scambio tra nord e sud ha fatto fiorire le civiltà del Mediterraneo. E potrebbe farlo ancora.

08 – Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Massimo Serafini*: OSSERVATORIO SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA, promosso da Laudato Sii, Coordinamento Democrazia Costituzionale, NOstra, Ambiente Lavoro.

09 – Che cos’è e come funziona il Cnel – Il consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è un organo di rilevanza costituzionale ma, nonostante questo, è spesso considerato di scarsa importanza anche se a ben vedere negli ultimi anni la sua attività si è intensificata*

10 – Alessandro De Angelis*: Meloni fugge davanti al suo disarmo. Dall’ottimismo predicato allo sforamento praticato sui conti. Dall’“invasione” da fermare a qualche inutile norma bandiera sui migranti. La premier non può più dire, “è colpa degli altri”, e non mette la faccia sui due temi core business del sovranismo .

11 – Adalgisa Marrocco*: L’Impero colpisce ancora. Perché il mito dell’antica Roma sta ossessionando tutti.

 

 

 

01 – Nina Valoti*: INFLAZIONE, ITALIA (QUASI) MAGLIA NERA IN EUROPA. ISTAT E EUROSTAT. A SETTEMBRE DA NOI CALA SOLO DELLO 0,1%. PARTONO I «CARRELLI TRICOLORI»: OGNI CATENA USERÀ PRODOTTI DIVERSI. CONSUMATORI: È FLOP.
Inflazione in lievissima discesa a settembre in Italia, mentre nel resto d’Europa i prezzi frenano più velocemente. Se da noi la crescita dei prezzi al consumo tocca il +5,3% su base annua dal +5,4% di agosto nell’Eurozona siamo in media al 4,3% contro il 5,2% di agosto: il livello più basso dall’ottobre del 2021.
Se la buona notizia è che, secondo gli analisti della Bloomberg, il rallentamento sul continente è talmente marcata che la Bce potrebbe anche decidere di mettere in pausa il ciclo di rialzi dei tassi, dopo i dieci consecutivi, qui in Italia le cose vanno molto peggio. Anche perché ci si attendeva un valore di 5,1% a settembre: su base mensile i prezzi al consumo registrano un aumento dello 0,2%.
Leggermente meglio va il cosiddetto carrello della spesa: qui dentro l’inflazione passa del +9,4% di agosto all’8,3% di settembre. In tutto questo rimane immutato il differenziale fra inflazione globale e carrello della spesa: rimane al 3%.
All’opposto preoccupa la risalita degli energetici non regolamentati, spinti in particolare dalla benzina (+13,9% in un anno), e dei servizi di trasporto. In flessione invece i prezzi dell’energia elettrica a mercato libero (-8,7%), del gas di città e gas naturale mercato libero (-5,6%).
INTANTO SI VA DELINEANDO il tanto strombazzato «paniere anti-inflazione» voluto dal governo per calmierare i prezzi della spesa di tutti i giorni. Uno uguale per tutti i negozi non esisterà: il «carrello tricolore» sarà fai-da-te. Le diverse catene stanno mettendo a punto contenuti e promozioni in vista dell’apertura ufficiale di domani, primo ottobre. Dalla pasta al caffè, dai saponi ai pannolini per bebè, ma anche il cibo per gli animali domestici o la carta igienica sono tanti i prodotti che finiranno nel paniere. Non mancano, in alcuni casi, vino, aperitivi e patatine fritte. E ci sono offerte anche su beni di fascia alta come i prodotti biologici, salutistici o equi e solidali. Il patto firmato a palazzo Chigi con le associazioni del commercio e della distribuzione prevede «totale libertà», fa riferimento in generale ai beni di prima necessità, alimentari e non alimentari di largo consumo, compresi i prodotti per l’infanzia e la cura della persona. Un carrello della spesa che ogni azienda può declinare a modo suo: sono oltre 1200 gli articoli calmierati da Coop, oltre 900 da Carrefour, oltre 600 da Conad e oltre 300 da Despar.

LA CORSA DEI PREZZI è comunque «insostenibile» per molte famiglie. Le associazioni dei consumatori rilanciano l’allarme: questo livello di inflazione, che scende «a passo di lumaca», si traduce in una stangata che sfiora i 1.500 euro in un anno per una coppia con due figli, calcola l’Unc. Di questi 670 euro servono solo per l’acquisto di cibo e bevande, dice anche Assoutenti.
E il paniere calmierato in arrivo dal primo ottobre con il trimestre anti-Inflazione, a giudizio degli stessi consumatori, non basta: «Temiamo possa rivelarsi un clamoroso flop», sostiene il Codacons. Per Confesercenti, lo scenario è incerto con l’economia che si è fermata ed il caro vita che continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e a frenare i consumi: secondo la stima dell’associazione, si va verso una riduzione della spesa, nell’ultima parte dell’anno, di 3,7 miliardi.
*(Fonte: Il Manifesto. Nina Valoti giornalista)

 

02 – Vittorio Agnoletto*: DUE MOBILITAZIONI PER LA SANITÀ. SALUTE. LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DELLA CGIL IL 7 OTTOBRE, MA ANCHE QUELLA REGIONALE IN LOMBARDIA IL 21 PER DIFENDERE IL SERVIZIO PUBBLICO, DEPREDATO DAI PRIVATI.

«Non sono un cliente, né un consumatore… Non accetto né chiedo carità. Sono una persona, non un cane. E come tale chiedo che mi siano garantiti i miei diritti. Chiedo di essere trattato con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino. Niente di più, niente di meno. Grazie». Così parla il protagonista del film I, Daniel Blake di Ken Loach.

Clienti e consumatori è esattamente quello che noi siamo per le grandi aziende sanitarie private, che secondo l’ultimo report (aprile 2023) dell’area studi Mediobanca, controllavano nel 2021 il 57% delle 28.980 strutture sanitarie presenti in Italia, con un aumento dal 2010 di 2.519 unità.

La sanità privata ha un giro d’affari attorno ai 62 miliardi, dei quali circa 25 sono soldi pubblici senza i quali non si reggerebbe e cresce spolpando il SSN, scegliendo i settori nei quali investire e lasciando alla sanità pubblica gli ambiti più costosi. I 24 maggiori operatori sanitari privati nel 2021 hanno avuto ricavi pari a 8,8 mld con una crescita complessiva del 15,2% sul 2020 con punte del 44% nel settore della diagnostica.

Gli obiettivi della sanità pubblica e privata sono fra loro antitetici: il SSN più investe nella prevenzione, limitando malati e malattie, più guadagna, ossia risparmia; il prof. Silvio Garattini ha più volte ribadito come strategie efficaci di prevenzione (comprese quelle ambientali) potrebbero ridurre in Italia fino al 50% il numero dei malati oncologici. Il privato invece, investe per ottenere profitti provenienti dalla cura e dall’assistenza, quindi, da malati e malattie; la prevenzione può diventare un pericolo se fa crollare i pazienti.

L’epicentro dell’assalto neoliberista è la Lombardia, dove la legge Fontana/Moratti del 2021 ha stabilito l’equivalenza dentro il SSR del privato e del pubblico. Contro queste scelte si è formato un ampio comitato, composto da decine di associazioni con la Cgil e le opposizioni politiche, che ha scelto la via referendaria bloccata da una arrogante e ingiustificata decisione della maggioranza contro la quale sarà avviato un ricorso al Tar. Nel frattempo, sono stati indetti dieci giorni di mobilitazione in tutta la regione dal 12 ottobre con manifestazione conclusiva a Milano sabato 21.

Oltre quattro milioni di italiani hanno rinunciato alle cure di fronte alle infinite liste d’attesa del SSN e non potendosi pagare l’assistenza sanitaria privata. Le ragioni le conosciamo: i tagli alla sanità pubblica degli ultimi decenni, frutto di precise scelte politiche di tutti i governi che si sono susseguiti. Il risultato è la negazione di quanto previsto dalla Costituzione, che esclude categoricamente che il diritto alla cura possa dipendere dalla dimensione del proprio portafoglio. La reale fruibilità dei diritti costituzionali a cominciare da quello alla salute e al lavoro è l’obiettivo della La Via Maestra. Insieme per la Costituzione del 7 ottobre a Roma.

Le mobilitazioni del 7 a Roma e del 21 ottobre a Milano sono fondamentali e devono dare vita ad una vertenza capace di coinvolgere nei territori le centinaia di comitati che sono cresciuti per rivendicare l’apertura di un ospedale o per impedirne la chiusura, per difendere un servizio di psichiatria, un centro per minori, un consultorio, per denunciare la contaminazione dell’acqua e della terra da parte di aziende omicide, per rivendicare il rispetto della legislazione sulla sicurezza sul lavoro, per rivendicare una casa di comunità efficiente.

Chiediamo un aumento significativo della spesa sanitaria, una diversa distribuzione delle risorse, privilegiando la prevenzione e i servizi territoriali, lo sblocco delle assunzioni e un aumento significativo degli stipendi del personale sanitario. Dobbiamo porci obiettivi precisi e raggiungibili anche ora, scontrandoci con l’attuale quadro politico, come il divieto alla pratica del medico a gettone e l’apertura in ogni regione di un centro unico di prenotazione per tutte le strutture pubbliche e private. Sono obiettivi necessari per evitare che il SSN collassi definitivamente e anche raggiungibili, in grado di darci coraggio e un po’ di fiducia. Ne abbiamo bisogno.
*(Vittorio Agnoletto. è un politico, medico e attivista italiano. Europarlamentare.)

 

03 – Massimo Franchi*:Carlo Calenda LO SMEMORATO DI RIVA DI CHIERI – CONTESTAZIONI. L’EX MINISTRO DEL GOVERNO RENZI ANDRÀ A TROVARE GLI OPERAI MARELLI. SARÀ CONTESTATO NEL RICORDO DELLE PROMESSE NON MANTENUTE SU EMBRACO – CARLO CALENDA IN UNA TRASMISSIONE TELEVISIVA A PARLARE DI EMBRACO .
Quando un leader di partito esprime solidarietà a degli operai, come i 230 della Marelli di Crevalcore, è sempre un fatto positivo. Carlo Calenda è però poco avvezzo alla materia. Per formazione e ceto sociale lui le fabbriche è abituato a dirigerle. Come ministro dello Sviluppo del governo Renzi invece ha iniziato ad occuparsi di crisi aziendali solo mentre si avvicinava la campagna elettorale del 2018.
Lì fu la sua prima volta con gli operai. Erano quelli della Embraco di Riva di Chieri, poco fuori Torino, che produceva compressori per frigo. La proprietà – Whirlpool Latin America – delocalizzò la produzione in Slovacchia. Dopo mesi di lotta, Calenda annunciò trionfante: «Ci sono due società che faranno l’investimento nell’ex Embraco, riprendendo tutti i lavoratori con gli stessi diritti e le stesse retribuzioni senza nessun supporto di denaro pubblico».
La proposta di re-industrializzazione era della società italo-israeliana Ventures: avrebbe prodotto robot per la pulizia dei pannelli solari. Calenda poi si «autoinvitò all’assemblea dei lavoratori», in gran parte iscritti alla Fiom, come quelli di Crevalcore. Davanti agli operai rassicurò addirittura sul fatto che la società pubblica Invitalia, in caso di problemi, sarebbe subentrata.
Passarono pochi mesi e il bluff fu subito chiaro. Come nel 99% dei casi di crisi industriali, le promesse di nuove produzioni si rilevarono finte, i soldi pubblici elargiti (e intascati) veri. L’ex Embraco è uno dei tanti ruderi industriali, i suoi circa 400 operai – all’inizio della vertenza erano 500 – sono stati tutti licenziati. Nel frattempo ad aprile i soci italiani di Ventures hanno patteggiato una condanna a 4 anni per bancarotta a Bari.

Ecco perché oggi Calenda sarà accolto male a Crevalcore. Gli operai della Fiom (e non solo) hanno buona memoria.
(Fonte: Il Manifesto. Massimo Franchi, giornalista)

 

04 – Christian Luca Di Benedetto*: REDDITO DI CITTADINANZA EUROPEO: ARRIVA LA PROPOSTA LA PROPOSTA RIVOLUZIONARIA DEL REDDITO DI CITTADINANZA EUROPEO, UNA SOLUZIONE PER AFFRONTARE LE SFIDE ECONOMICHE E SOCIALI DELL’EUROPA. L’IDEA DI UN REDDITO DI CITTADINANZA EUROPEO EMERGE COME UNA PROPOSTA RIVOLUZIONARIA, MIRATA A FORNIRE UNA SOLUZIONE DURATURA ALLE SFIDE ECONOMICHE E SOCIALI CHE L’EUROPA AFFRONTA OGGI.
Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps e ora docente all’Università degli Studi Roma Tre, ha sollevato l’idea durante un dibattito sul salario minimo al Parlamento europeo. Ha sottolineato l’importanza di avere un sistema di welfare comune in Europa, specialmente in tempi di crisi economiche e shock asimmetrici.

REDDITO DI CITTADINANZA – ORIGINI DELLA PROPOSTA
Secondo Tridico, un reddito di cittadinanza a livello europeo non solo rappresenterebbe un passo avanti per il welfare comunitario, ma servirebbe anche come meccanismo di stabilizzazione in tempi di crisi. Questo potrebbe prevenire situazioni come quella vissuta dalla Grecia, che ha dovuto affrontare gravi sfide economiche senza un adeguato sostegno finanziario.
La questione del finanziamento è cruciale. Tridico suggerisce l’introduzione di una ‘corporate tax’ comunitaria, ovvero una tassa sui profitti delle società a livello europeo. Negli ultimi 30 anni, questa imposta è diminuita in media del 45% in Europa, portando a una competizione al ribasso tra i paesi per attirare capitali.

IMPLICAZIONI E BENEFICI
Se l’UE decidesse di imporre una corporate tax minima del 23%, ciò potrebbe generare fondi sufficienti per sostenere il reddito di cittadinanza. Questa proposta potrebbe anche ridurre la tendenza delle aziende a spostarsi in paesi con tasse più basse, garantendo una maggiore equità fiscale.
L’introduzione di un reddito di cittadinanza europeo potrebbe avere profonde implicazioni per il futuro dell’Europa. Non solo fornirebbe una rete di sicurezza per i cittadini in tempi difficili, ma potrebbe anche promuovere una maggiore coesione tra gli Stati membri. Inoltre, potrebbe ridurre la pressione sui singoli paesi per fornire sostegno finanziario durante le crisi, distribuendo il peso su tutta la comunità europea.
L’idea di un reddito di cittadinanza europeo potrebbe rappresentare una soluzione innovativa per affrontare le sfide economiche e sociali dell’Europa moderna. Con il giusto finanziamento e la collaborazione tra gli Stati membri, potrebbe diventare una realtà tangibile nel prossimo futuro.
*( Christian Luca Di Benedetto. Giornalista, professionista eclettico, laureato in scienze dell’amministrazione ed organizzazione ma diplomato in informatica)

 

05 – COS’È IL MES – È IL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ, UN FONDO PER SOSTENERE GLI STATI CON PIÙ DIFFICOLTÀ ECONOMICHE. È AL CENTRO DEL DIBATTITO LA SUA MANCATA RATIFICA DA PARTE DELL’ITALIA.

Il meccanismo europeo di stabilità (Mes) è un’organizzazione intergovernativa che fa parte della strategia messa in atto dall’Unione europea per garantire la stabilità finanziaria nella zona euro. Nel concreto, è stato istituito un fondo permanente, noto anche come “fondo salva-stati” che ha come obiettivo quello di fornire sostegno finanziario ai paesi che si trovano in condizioni economiche difficili.

HA UNA POTENZIALITÀ DI PRESTITO DI 500 MILIARDI CHE POSSONO ESSERE MESSI IN CAMPO IN DIVERSI MODI:

• prestiti (in particolare dai paesi creditori verso quelli in condizioni di difficoltà);
• acquisti di titoli di stato;
• linee di credito in via precauzionale.
Si tratta però di strumenti che possono essere utilizzati solo a specifiche condizioni. Nelle situazioni più complesse, può essere redatto un memorandum contenente un programma di aggiustamento macroeconomico (quindi prevedere delle politiche che incidono sulla spesa pubblica o sull’imposizione fiscale) mentre si può essere meno stringenti nelle situazioni prudenziali.
A livello di governance, il Mes è guidato da un “consiglio di governatori” composto dai ministri delle finanze dell’area euro. Per la maggior parte delle decisioni è richiesto un voto all’unanimità dell’organo ma per richieste urgenti, che possono arrivare dalla commissione o dalla banca centrale europea (Bce) la maggioranza richiesta può scendere all’85%. Non tutti i ministri però hanno lo stesso peso all’interno del consiglio: la rilevanza del proprio voto dipende infatti dalla quantità di capitale che i singoli stati hanno versato per la costituzione del Mes.

Tutti gli stati dell’area euro hanno sottoscritto una quota di capitale a favore del Mes. Ogni paese contribuisce al fondo in modo proporzionale alla popolazione e al prodotto interno lordo (Pil). Il capitale sottoscritto finora è pari a 704,8 miliardi di euro, di cui 80,5 miliardi sono stati effettivamente versati nelle casse dell’organismo.

L’ITALIA È TRA I TRE PAESI CON PIÙ CAPITALE SOTTOSCRITTO – CAPITALE SOTTOSCRITTO E VERSATO DAI PAESI ADERENTI AL MES
I principali finanziatori sono Francia, Germania e Italia, rispettivamente con 189,45 milioni di euro, 142,27 milioni e 125,02 milioni di capitale sottoscritto. Contribuiscono complessivamente a finanziare il 64,5% del fondo. Sono quindi paesi che nelle votazioni hanno un peso decisionale maggiore, pari nell’ordine al 26,7%, al 20,1% e al 17,6% e possono porre il diritto di veto nelle decisioni più urgenti. Uscite sotto i due milioni per gli stati più piccoli dell’Unione: Lettonia (1,94). Estonia (1,79), Lussemburgo (1,75), Cipro (1,37) e Malta (0,63).
In termini invece di capitale versato invece, tutti gli stati si assestano all’11,4% di quello sottoscritto. In cifre assolute, la Germania ha versato 21,65 milioni di euro, la Francia a 16,26 e l’Italia a 14,29.
Attualmente, sono cinque i programmi di finanziamento conclusi a cui ha preso parte il Mes: Irlanda (2010-2013), Grecia (2012-2018), Spagna (2012-2013), Cipro (2013-2016) e Portogallo (2011-2014).

ANALISI
I principi che hanno guidato l’istituzione del Mes sono nati durante la crisi del debito sovrano, che ha a sua volta origine dalla crisi del settore dei mutui residenziali statunitensi del 2007. In quel periodo, la Grecia aveva grosse difficoltà nell’inserire i propri titoli sul mercato anche a causa del forte dissesto dei suoi conti pubblici e ha chiesto aiuto all’Unione europea. La crisi del debito si è poi estesa rapidamente, per motivi differenti, in altri stati europei tra cui l’Italia. In seguito a queste dinamiche, nel maggio 2010 sono stati istituiti il meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (Mesf) e il fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf).

L’ITALIA È L’UNICO PAESE A NON AVER ANCORA RATIFICATO LA RIFORMA DEL MES
Il Mes è poi andato a sostituire questi due strumenti. Il trattato che lo ha formalmente istituito è stato firmato il 2 febbraio 2012 dai 17 stati che al tempo erano parte dell’area euro ed è entrato in vigore l’8 ottobre dello stesso anno. Nel 2017 è iniziata una discussione sulla possibile modifica del trattato istitutivo, che si è conclusa il 27 gennaio 2021 con la firma dei 19 paesi dell’area euro a cui si è poi aggiunta la Croazia. Per entrare in vigore, questa riforma deve essere ratificata dai parlamenti di tutti e 20 gli stati del Mes. Al momento, tutti i paesi hanno provveduto all’approvazione tranne l’Italia.
Questi cambiamenti rafforzerebbero il ruolo e gli strumenti stessi del Mes. Quelli principali sono l’istituzione di un fondo unico di risoluzione delle crisi bancarie come prestito di ultima istanza, l’introduzione della capacità di ripagare un debito come misura della sostenibilità dello stesso e precisazioni riguardo alle condizioni per la concessione delle linee di credito precauzionali.
La mancata ratifica italiana della riforma ha degli elementi di natura politica, anche se all’interno della maggioranza stessa le posizioni sono divise tra quella possibilista (Forza Italia e ministro dell’economia Giorgetti) e contraria (Lega e Fratelli d’Italia). Ci sono infatti numerose questioni in corso di trattazione come ad esempio la riforma del patto di stabilità e il Pnrr. L’ultima discussione era stata fatta tra giugno e luglio di quest’anno e si è conclusa con il rinvio della questione a settembre.
*(Fonte: Openpolis)

 

06 – Irrilevanza delle Nazioni unite, cambiare o morire – Irrilevanza dell’Onu e irrilevanza anche di Biden che tenta di corteggiare il Sud globale con appelli che cadono in un vuoto fragoroso.
Così i giornali americani, dal New York Times al Wall Street Journal sintetizzano cosa accade all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dove le sedie vuote fanno clamore: da Xi Jinping a Putin, da Macron a Sunak, fino al premier indiano Narendra Modi, reduce da un G20 a Nuova Delhi che ha proiettato l’India nel novero delle grandi potenze internazionali. Sono assenti a New York i leader di quattro dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, un segnale non confortante in un clima bellico e di tensioni geopolitiche ai massimi livelli dai tempi della guerra fredda.

Ma l’Onu serve ancora? La risposta dello stesso segretario generale Antonio Guterres è quasi disperata: “o si avvia la riforma delle Nazioni Unite o è la rottura, le istituzioni invece di essere la soluzione rischiano di diventare parte del problema”. Cambiare o scomparire, questo è il messaggio. Da tempo le Nazioni Unite non rispecchiamo più la transizione caotica da un mondo unipolare – dominato da una sola potenza – a uno multipolare con diversi centri di potere. E quando le istituzioni Onu diventano lo specchio della realtà è per squadernare una narrativa assai diversa fa quella del Nord globale. Come sottolinea la rivista francese “Le Grand Continent” negli ultimi trent’anni nelle votazioni all’Assemblea generale soltanto il 14% degli stati ha votato con gli Usa mentre la grande maggioranza dei consensi è stata raccolta da proposte russe e cinesi.

Il fallimento Onu è anche negli obiettivi che si è posta l’organizzazione. L’agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile è solo in minima parte in linea con i traguardi prefissati entro la fine del decennio: l’85% dei piani è in ritardo e persino in regresso. Oltre alle guerre in cui l’Onu sembra ormai privo di iniziative e in ritirata diplomatica e militare – dall’Ucraina al Sahel, dall’Africa orientale e al Corno – ci sono sfide come le conseguenze e economiche e sociali della pandemia, l’inflazione alimentare e le ricadute dell’emergenza climatica che moltiplicano il senso di impotenza. Lo stesso Guterres ci dice che nel mondo ci sono 600 milioni di persone in estrema povertà, 80 milioni i bambini che non vedranno mai una scuola elementare e che a questi tassi di sviluppo serviranno all’umanità circa 300 anni per raggiungere la parità di genere tra uomo e donna. Intanto – mentre le concentrazioni di CO2 continuano a salire a livelli mai raggiunti – la temperatura media globale supererà la soglia “sicura” di 1,5°C prevista dagli Accordi di Parigi sul clima: siamo in realtà già arrivati all’epitaffio dell’Agenda 2030.

Riformare l’Onu o morire, dunque? Il Global South chiede, a ragione, di contare di più. L’obiettivo dell’Assemblea quest’anno è evitare che la spaccatura nord-sud si approfondisca e che le tensioni geopolitiche spingano i paesi in via di sviluppo a cercare di soddisfare i propri interessi lontano dall’Occidente. Il mese scorso i Brics avevano accolto l’adesione di una mezza dozzina di paesi, per dare una sterzata a un ordine mondiale che il blocco considera ormai obsoleto.

Nel mirino è la configurazione attuale del Consiglio di Sicurezza Onu che appare l’istantanea, scolorita e assai datata, di una visione consolidata al termine della guerra fredda all’insegna dell’unipolarismo americano e che oggi non rispecchia l’evoluzione della scena internazionale. C’è un punto su cui la stragrande maggioranza degli stati è concorde: modificare e ampliare la rappresentanza nel Consiglio oggi costituito da Cina, Francia, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti, stati con potere di veto _ l’organo al quale è attribuito il potere d’azione a tutela della pace e della sicurezza internazionale.

Le proposte di riforma che si sono succedute negli anni spaziano da quelle che suggeriscono l’attribuzione del diritto di veto a nuovi membri permanenti (in particolare i cosiddetti G4: Brasile, Germania, Giappone e India), a progetti incentrati su un aumento più o meno consistente di membri non permanenti. In questo secondo gruppo si annoverano 54 stati africani che hanno proposto l’allargamento del Consiglio a 26 membri, il raggruppamento L.69 di cui fanno parte stati africani, latinoamericani, asiatici, caraibici, favorevole alla rotazione e a includere i piccoli stati insulari (20% dei membri Onu). C’è il gruppo degli stati arabi contrario al diritto di veto dei Cinque del Consiglio «visti i danni sperimentati in 80 anni dalla geografia araba».

Si segnala infine il gruppo Uniting for Consensus (posizione anche italiana), che prevede un Consiglio di 26 seggi, con 9 seggi permanenti a lungo termine distribuiti tra i gruppi regionali e i restanti seggi con mandato biennale rinnovabile. In questa proposta rientra la dibattuta questione della partecipazione dell’Unione europea: se è vero che questo darebbe ben altro peso ai 27, l’ipotesi si scontra con il fatto che l’Ue soffre cronicamente della mancanza di un’unica e riconoscibile politica estera comune, con Bruxelles sempre più appiattita sulle posizioni della Nato, ovvero di un’alleanza militare dominata dagli Usa.

Ma al di là delle ipotesi di riforma c’è un’altra materia ineludibile e concreta, quella economica e finanziaria che non aspetta di fronte ai bisogni dei popoli. Biden giocherella adombrando possibili riforme di Banca Mondiale e Fondo monetario ma dall’Asia all’Africa, dal Medio Oriente all’America Latina nessuno dei Brics e dei loro clienti si fa incantare – anzi, cominciano a parlare di de-dollarizzazione. I sauditi hanno appena appaltato a un banca cinese, la Icbc, un prestito sindacato da 11 miliardi di dollari, settore tradizionalmente dominato da banche di investimento Usa. Vedremo adesso se la premier Meloni incanterà gli africani con il suo “piano Mattei”. C’è da dubitarne

 

07- Dominic Johnson*: IL MARE CHE UNISCE. LO SCAMBIO TRA NORD E SUD HA FATTO FIORIRE LE CIVILTÀ DEL MEDITERRANEO. E POTREBBE FARLO ANCORA.
L’Africa è al collasso. In Libia le forti inondazioni hanno trascinato in mare metà della città di Derna, decine di migliaia di persone sono annegate. In Marocco il terremoto che ha colpito la catena montuosa dell’Atlante ha raso al suolo interi villaggi, provocando la morte di migliaia di persone. Più a sud i colpi di stato militari sono motivo di tensioni e instabilità, l’economia è in stallo. La nuova guerra in Sudan ha provocato la più grande crisi migratoria del mondo, le vittime non trovano un rifugio sicuro in nessuno dei paesi confinanti.

In Europa la nuova crisi dei migranti a Lampedusa suscita reazioni scomposte, ma cosa sono ottomila persone arrivate per mare a fronte degli otto milioni di profughi che si trovano nella regione che va dal Sudan al Mali? Non si può invocare lo stato d’emergenza in Europa e ignorare l’emergenza ben più grande che affligge l’Africa, per la quale a nulla servono né le navi militari di pattuglia davanti alla Libia né gli aiuti finanziari destinati alla Tunisia. Le persone che ora fuggono dall’Africa non hanno scelta.
Restare in Nordafrica, in un clima sempre più ostile nei confronti dei migranti subsahariani e in una situazione economica sempre più disastrata, non è più un’opzione realistica. E non si può neanche tornare indietro, a meno che non si consideri la deportazione nel deserto. Si può solo andare avanti, ma l’Europa non vuole accogliere. Per bloccare gli arrivi, l’Unione europea si è affidata alla Tunisia, dove un presidente autoritario ha incoraggiato i pogrom contro i neri.

Oggi la Tunisia è un paese da cui gli africani devono fuggire, non uno in cui rispedirli. La politica europea pensa forse di poter tirare su un muro nel bel mezzo del Mediterraneo per tenere a distanza il sud affamato? Il mare non separa, semmai unisce. Proprio il Mediterraneo vive fin dall’antichità del libero scambio tra nord e sud, la condizione che ha fatto nascere la civiltà umana.

L’Europa oggi paga i governi africani per impedire le migrazioni, invece di pagare i migranti africani per fare qualcosa di utile. Tutti i paesi europei sono in difficoltà per la mancanza di manodopera. Ma un giovane della Guinea o della Nigeria che cerca lavoro in Europa viene respinto come migrante irregolare o viene sfruttato. Perfino in Nordafrica ci sarebbero cose urgenti da fare.
Da Marrakech in Marocco a Derna in Libia, ci sono città da ricostruire, l’intero Maghreb ha urgente bisogno di investimenti che migliorino la qualità della vita. Le persone che cercano lavoro sono lì, il lavoro pure. L’Africa ha le persone, l’Europa i soldi. Bisognerebbe solo farli incontrare.

ECONOMIA-UNA FORZA NECESSARIA
Nel 2022 il numero di nascite in Italia, 393mila, è stato il più basso mai registrato. C’è un grande vuoto nel mercato del lavoro: secondo un sondaggio delle camere di commercio, a settembre si prevedono 531mila posti di lavoro vacanti, soprattutto a causa della mancanza di candidati. Dal 1998 l’Italia ha consentito appena un rivolo di immigrazione legale dai paesi extracomunitari. Il 19 luglio il consiglio dei ministri ha deciso di aumentare il numero di visti del 66 per cento, fino a 136mila, e di ampliarlo ancora nei prossimi due anni: entro il 2026 il governo più conservatore dal secondo dopoguerra avrà dato il permesso di entrare in Italia a 452mila persone. Tuttavia, il numero di ingressi legali sarà appena la metà di quelli necessari. I partiti di destra hanno vinto convincendo l’elettorato che solo loro possono frenare gli arrivi. Da qui alle elezioni europee Giorgia Meloni deve trovare un modo per spiegare perché non possono farlo. The Economist
questo articolo.
*( Dominic Johnson, giornalista, Die Tageszeitung, Germania)

 

08 -OSSERVATORIO SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA, promosso da Laudato Sii, Coordinamento Democrazia Costituzionale, NOstra, Ambiente Lavoro
Il Ministro Pichetto Fratin si gonfia come la nota rana e si autodefinisce il Ministro più nuclearista che ci sia mai stato. Contento lui se la vedrà con il predecessore Scaiola che aveva fatto approvare la legge che poi il referendum popolare del 2011 ha bocciato a grande maggioranza. L’attuale Ministro, che sta all’ambiente come la volpe al pollaio, sembra consapevole che ben due referendum popolari in Italia hanno detto no al nucleare e dimentica che la Germania ha chiuso definitivamente le sue centrali elettronucleari.
Pichetto Fratin balbetta di un nucleare diverso da quello bocciato dai referendum e fa esempi ridicoli, ignorando che la sostanza del nucleare disponibile oggi è la stessa di prima e che non basta attaccargli un cartellino con un altro numero definendolo di nuova generazione per renderlo più sicuro.
Le centrali nucleari sono un rischio in sé come ricordano, purtroppo, quelle ucraine che da tempo provocano incubi e terrore a causa dei rischi della guerra.
Gli obiettivi di aumento delle rinnovabili dell’Italia sono trascurati da un Ministro che pensa solo all’enorme affare che rappresenterebbe la costruzione di una centrale nucleare, senza curarsi dei pericoli per l’ambiente e le persone.
Eppure sono depositati al Ministero molti progetti di investimenti nell’eolico, soprattutto off shore, e sarebbe possibile rilanciare con un vero piano il fotovoltaico estendendo investimenti come quello dell’Enel in Sicilia che cerca di contrastare la subalternità verso altri paesi dell’Italia e dell’Europa nella produzione dei componenti necessari per la costruzione degli impianti Ftp.
Il Ministro non si occupa del rispetto degli obiettivi in materia di rinnovabili ma si preoccupa degli interessi delle lobbies del fossile e del nucleare.
Questo governo non è solo conservatore ma ha la testa all’indietro ed è subalterno ai gruppi che hanno interessi sulle fonti energetiche fossili dimenticando che se l’Italia vuole raggiungere una maggiore autonomia deve puntare sulle energie da fonti pulite e rinnovabili, tutte senza esclusione, e spingere sull’acceleratore, altrimenti i disastri ambientali cresceranno e arriveremo al 2030 nel modo peggiore.
Giorgia Meloni dovrebbe porsi il problema se questo Ministro che colloca il governo su posizioni tanto arretrate in materie decisive come ambiente ed energia sia compatibile con l’interesse dell’Italia.

In ogni caso il referendum sul nucleare ci sarà se reso necessario da un ritorno al passato del governo. Elettrici ed elettori possono, se necessario, ribadire ancora una volta che il nucleare in Italia non ci sarà.
*(Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Massimo Serafini , Laudato Sii, Coordinamento Democrazia Costituzionale, Nostra, Ambiente Lavoro.)

 

9- CHE COS’È E COME FUNZIONA IL CNEL – IL CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO È UN ORGANO DI RILEVANZA COSTITUZIONALE MA, NONOSTANTE QUESTO, È SPESSO CONSIDERATO DI SCARSA IMPORTANZA ANCHE SE A BEN VEDERE NEGLI ULTIMI ANNI LA SUA ATTIVITÀ SI È INTENSIFICATA.(*)

Il consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) è uno dei 5 organi di rilievo costituzionale italiani, ovvero quelle organizzazioni previste, ma non disciplinate, dalla costituzione.
Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa.
È organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge.
Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge.

– Costituzione italiana, articolo 99
La carta in effetti stabilisce solo che la sua composizione deve includere esperti e rappresentanti del mondo del lavoro, la sua funzione consultiva in favore del governo e del parlamento oltre ad assegnargli il potere di iniziativa legislativa.

Le attribuzioni, i compiti e la composizione del Cnel sono state più concretamente definite nella legge 936 del 1986 che ha sostituito la disciplina precedente (L.33/1957). La norma, oltre a definire concretamente la composizione dell’organo, delinea le sue competenze. Tra queste rientrano:

la valutazione, su richiesta del governo, dei principali documenti e atti di politica e di programmazione economica e sociale;
l’esame del documento di economia e finanza e della nota di aggiornamento;
la relazione di rapporti sugli andamenti generali, settoriali e locali del mercato del lavoro e la contrattazione collettiva;
la valutazione dell’andamento della congiuntura economica;
la produzione di parerei sull’attività legislativa su richiesta delle camere, del governo o delle regioni;
la formulazione di proposte, osservazioni, indagini o studi di sua iniziativa.
In aggiunta le funzioni del Cnel includono anche la redazione di una relazione annuale sulla qualità dei servizi offerti dalle pubbliche amministrazioni e l’aggiornamento del registro nazionale dei contratti collettivi di lavoro oltre ovviamente alla possibilità di proporre disegni di legge.

Quest’ultima competenza, che come abbiamo visto è prevista già nella norma costituzionale, è sicuramente la caratteristica più peculiare dell’organo. Infatti nell’ordinamento italiano sono solo 5 i soggetti che detengono questo potere. Oltre al Cnel, il governo, il parlamento, i consigli regionali e il corpo elettorale. Solo per presentare una proposta di legge popolare è necessario raccogliere almeno 50mila firme.

Per quanto prestigioso sia questo potere sulla carta però nella pratica, secondo molti, ha avuto scarso impatto. Nelle ultime 4 legislature ad esempio solo due proposte di legge del Cnel sono poi state effettivamente approvate. In entrambi i casi poi si trattava di proposte che nel corso dell’esame parlamentare sono state accorpate ad altri disegni di legge di origine parlamentare o governativa che vertevano sullo stesso tema. Bisogna dunque verificare caso per caso se e quanto la legge approvata corrisponda alla proposta iniziale del Cnel. In ogni caso si trattava in una circostanza di abolire il divieto di iscrizione contemporanea a più università (atto camera 1924) e nell’altra dell’introduzione di modifiche al codice delle pari opportunità tra uomo e donna (a.c. 1925).

DATI
È interessante notare come entrambe queste leggi siano state adottate nella scorsa legislatura. In effetti guardando i disegni di legge proposti dal Cnel dal 2008 a oggi emerge chiaramente come questo tipo di attività sia stata molto più intensa nella XVIII legislatura che nelle due precedenti.
D’altronde anche in quella attualmente in corso, che pure ha preso avvio da meno di un anno, il numero di disegni di legge proposti dal Cnel ha già superato quello della XVI e XVII legislatura sommati. Uno di questi peraltro è già stato approvato alla camera come testo unificato ad altri disegni di legge in materia di diritto all’oblio oncologico e attende di essere esaminato dal senato (a.s. 851).

I DISEGNI DI LEGGE PRESENTATI IN PARLAMENTO DAL CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO TRA LA XVI E LA XIX LEGISLATURA
L’articolo 99 della costituzione italiana attribuisce al consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) il potere di iniziativa legislativa. Le proposte di legge presentate nel corso delle ultime 4 legislature sono suddivise per stato di avanzamento. Il primo stadio è quello in cui le proposte di legge sono state solo presentate e sono indicate come “da assegnare“. Nel passaggio successivo dunque queste vengono effettivamente “assegnate” a una commissione, che tuttavia ancora non ha iniziato a lavorarci. Quando questo avviene le proposte sono indicate come “in corso di esame in commissione“. A questo punto se ci sono varie proposte di legge sullo stesso tema la commissione adotta un testo unificato. La misura in cui un testo unificato corrisponde alla proposta di legge iniziale deve dunque essere verificata caso per caso. In ogni caso se questo passa l’esame della prima aula in cui è stato approvato è indicato come “testo unificato approvato in prima lettura” mentre se supera anche il voto finale “testo unificato diventato legge“.

90,48% DELLE PROPOSTE DI LEGGE DEL CNEL NELLE ULTIME 4 LEGISLATURE SONO STATE PRESENTATE DOPO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE.
Da questo punto di vista vale la pensa tenere presente che è stato proprio nella seconda metà della XVII legislatura che un referendum ha bocciato la riforma costituzionale che, tra le altre cose, prevedeva l’abolizione del Cnel. Il rinnovato attivismo di quest’organo dunque, potrebbe essere letto proprio alla luce della sua mancata soppressione.

Quanto alla composizione dell’organo, la legge stabilisce che il consiglio debba essere composto da 64 membri più il presidente ripartiti tra:
FONTE: elaborazione su dati camera

– 10 esperti in discipline economiche sociali e giuridiche, 8 dei quali nominati dal presidente della repubblica e 2 dal presidente del consiglio.
– 48 rappresentanti delle categorie produttive, di cui 22 in rappresentanza del lavoro dipendente, 9 del lavoro autonomo e 17 delle imprese;
– 6 rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e del volontariato.
– 65 i componenti del consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, incluso il presidente.

Analisi
Per diversi anni il consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è stato scarsamente considerato nel dibattito pubblico. Nel corso delle discussioni sulla riforma costituzionale presentata dal governo Renzi si è tornati a parlare di quest’organo, proprio perché la riforma prevedeva la sua abolizione. Il suo ruolo in questa discussione tuttavia non è stato particolarmente lusinghiero, visto che la sua abolizione era per lo più presa come esempio di un passaggio largamente condiviso nel contesto di una riforma per altri aspetti molto contestata.
Dopo il fallimento del referendum costituzionale, come abbiamo visto, l’attività del consiglio sembra essersi intensificata e del Cnel si è tornati a parlare in particolare per l’attività svolta in materia di contratti collettivi di lavoro. La X consiliatura del Cnel, presieduta dal professor Tiziano Treu, ha infatti denunciato nel 2018 la crescita esponenziale del numero di contratti collettivi, passati da 580 nel 2013 a 844 nel 2017.

RAPPORTO SUL MERCATO DEL LAVORO E LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
Ad aprile 2023, arrivati al termine della consiliatura, il governo guidato da Giorgia Meloni ha iniziato a rinnovare la composizione dell’organo indicando in primo luogo il nuovo presidente. La scelta è ricaduta sull’ex ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta. Per le nomine successive tuttavia è stato necessario più tempo e per le ultime si è dovuto attendere il consiglio dei ministri del 7 settembre. Ma il fatto che la composizione della XI consiliatura del Cnel non fosse ancora stata perfezionata non ha impedito al governo di assegnare all’organo presieduto da Brunetta un’inedita centralità. Con una lettera infatti la presidente del consiglio ha indicato proprio il Cnel come la sede opportuna per il confronto con le opposizioni sul tema del salario minimo, fornendo all’organo 60 giorni per elaborare una proposta.
Detto questo comunque, il fatto che il Cnel abbia assunto un’utilità tale da giustificare quantomeno i costi per il suo funzionamento è ancora tutto da dimostrare e sono ancora molti coloro che preferirebbero la sua abolizione. Solo lo scorso maggio, ad esempio, il senatore Renzi è tornato a proporre una riforma costituzionale che ha, come unico oggetto, la soppressione del Cnel. Inoltre secondo alcune interpretazioni, il Cnel sarebbe stato scelto come sede del dibattito sul salario minimo non tanto per le sue caratteristiche istituzionali, ma perché non si tratterebbe di un soggetto neutrale. È noto infatti il parere contrario al salario minimo del nuovo presidente Brunetta, oltre che di diversi altri componenti.
*(FONTE: elaborazione openpolis su dati camera)

 

10 – Alessandro De Angelis*: MELONI FUGGE DAVANTI AL SUO DISARMO. DALL’OTTIMISMO PREDICATO ALLO SFORAMENTO PRATICATO SUI CONTI. DALL’“INVASIONE” DA FERMARE A QUALCHE INUTILE NORMA BANDIERA SUI MIGRANTI. LA PREMIER NON PUÒ PIÙ DIRE, “È COLPA DEGLI ALTRI”, E NON METTE LA FACCIA SUI DUE TEMI CORE BUSINESS DEL SOVRANISMO .
E certamente non è un caso l’assenza di Giorgia Meloni che, secondo l’abusata espressione, evita di metterci la faccia in conferenza stampa al termine del CdM. Perché l’atterraggio sul principio di realtà è brusco davvero. E rappresenta l’apoteosi di quel che la premier soffre di più: l’incoerenza su quanto allegramente blaterato, dalle promesse elettorali da paese dei balocchi sulla grande redistribuzione al tocco magico sui migranti. Dall’ottimismo predicato allo sforamento praticato per coprire i costi di una finanziaria senz’anima e senza soldi. Dall’“invasione” da fermare al collasso di Lampedusa, di fronte al quale il surrogato all’assenza di governo sono le bandiere della cattiveria, agitate, nella propaganda securitaria, come deterrente per fermare gli sbarchi: l’ultima è sui minori nei centri di accoglienza, la penultima appunto i centri, prima ancora l’inasprimento delle pene per gli scafisti. Si dovevano fermare le partenze, l’Italia è diventata l’hotspot europeo che non riesce a fare i rimpatri.

Meloni all’Onu: “Basta ipocrisie sull’immigrazione, dichiarare una guerra globale ai trafficanti di vite umane”
DIREBBE IL POETA: ALL’APPARIR DEL VERO, TU MISERA CADESTI. L’assenza ha il sapore del “disarmo” e della Santa Barbara allagata ora che funziona di meno anche il mantra del “colpa di chi c’era prima”, che poteva funzionare magari lo scorso autunno. Ma ormai è passato un anno. E delle aspettative, suscitate e coltivate, c’è assai poco. C’è il tentativo di compensare l’assenza di denari da distribuire con le bandiere ideologiche, sulla sicurezza. Bucate, in attesa di un piano europeo che non esce dall’orizzonte declamatorio.

Meloni: “Non permetterò che l’Italia diventi il campo profughi dell’Ue”
L’economia, dicevamo. Solo prima dell’estate, nell’euforia sovranista da crescita in un paese solo con quelli attorno che vanno male Giorgia Meloni diceva a Fox news che “l’Italia cresce più di altri nei dati economici”. Due mesi dopo, sbagliate tutte le previsioni, è costretta di fatto a scrivere una nota di “cancellazione”, altro che “aggiornamento”, del Def correggendo le stime di crescita dal 1,5 all’1,3 del Pil. E ad aggrapparsi a uno sforamento di 0,6 punti percentuali, che archivia la fase dell’accettazione ligia dei vincoli di Bruxelles. Semplicemente perché non c’è la felice eccezione italiana e mancano le coperture dalla mitica spending review al Lotto messo all’asta, passando per i benefici della condonite elettorale e il buco dell’acqua della tassa sugli extraprofitti, rimodulata dopo il crollo delle borse.

Morale della favola: si va a Bruxelles col cappello in mano, ovviamente dando la colpa al super bonus che sarà anche stato una iattura, ma non è una scoperta di oggi. Di per sé è un deja vu: non è né il primo né l’ultimo governo ad affidarsi agli zero virgola, come fecero anche Enrico Letta e Matteo Renzi. Però questo avviene, e non è un dettaglio, in un quadro di totale incertezza nel rapporto con i mercati e con l’Europa. Con i mercati perché la spesa di interessi sul Pil è di nuovo schizzata e ha superato la soglia del 4 per cento, rispetto all’uno della Germania, al due della Francia al tre della Spagna. E lo spread, quasi a quota 200 è solo 40 punti in più della Grecia. Con l’Europa: migranti, Mes, riforma del Patto di stabilità. Scelte e postura non sono né da erede di Draghi e di quei governi che avevano un rapporto coerente con Bruxelles, ma non è nemmeno da rivoluzionari che sforano i vincoli sulla base di un disegno. Se sfori per fare il New Deal e una grande opera di distribuzione (anche salariale) e di investimenti pubblici che prendono di petto il disagio sociale può avere un senso. Se, come in questo caso, non hai niente da dare, è solo il ripristino sotto traccia, in un quadro tutto sommato di compatibilità, della vecchia cultura del debito, un po’ stracciona, fatta di taglio ai servizi come scuola e sanità, slabbrature sociali sul sussidio ai poveri e un po’ di cuneo già divorato dall’inflazione. Cuneo, sempre meglio di niente, che è una misura già varata e confermata per l’anno elettorale, ma non reso non strutturale. Comunque l’unica voce dove si dà qualcosa.

Meloni: “Arriveranno a milioni, serve una missione europea navale”
Insomma, dalla rivoluzione promessa alla rivoluzione mancata, proprio sui due terreni che rappresentano il core business del sovranismo: insicurezza sociale e immigrazione. Non c’è autoritarismo. C’è l’Italietta degli zerovirgola, confusa e poco ambiziosa. E c’è Lampedusa, cui si risponde con grida manzoniane e decreti mediatici, presentati col lessico dei questurini, senza neanche riuscire ad esserlo. L’atterraggio è brusco. E il pilota non sa a chi dare la colpa, non potendola dare a se stesso
*(A. De Angelis – giornalista, conduttore televisivo e autore televisivo italiano.)

 

11 – Adalgisa Marrocco-*: L’IMPERO COLPISCE ANCORA. PERCHÉ IL MITO DELL’ANTICA ROMA STA OSSESSIONANDO TUTTI.
LA DOMANDA “QUANTO SPESSO PENSI ALL’IMPERO ROMANO?” VIENE POSTA SUI SOCIAL A MARITI, FIDANZATI, AMICI. HANNO RISPOSTO ANCHE MARK ZUCKERBERG, ALBERTO ANGELA, FRANCESCO TOTTI E CARLO CALENDA

L’imperatore non è Dio e l’Impero non è eterno, ha detto qualcuno. Eppure, a giudicare dalle bacheche dei social network, i fasti dell’antica Roma continuano a fare tendenza, anche se il 476 d.c. è passato da un bel po’. Tra video, meme e immagini, l’hashtag #Romanempire ha raccolto oltre un miliardo di visualizzazioni su TikTok, numeri simili anche su Instagram e X.
La genesi del fenomeno, a sorpresa, non è né capitolina né italiana, bensì scandinava: il 19 agosto scorso, Arthur Hulu, svedese appassionato di storia romana (noto online come Gaius Flavius), ha condiviso un reel di Instagram in cui, sullo sfondo di alcune rovine romane, aggiungeva la seguente didascalia: “Signore, molte di voi non si rendono conto di quanto spesso gli uomini pensino all’Impero romano. Chiedete a vostro marito, fidanzato, padre o fratello”. Da quel momento in poi i video si sono moltiplicati: plotoni di fidanzate, mogli e compagne hanno cominciato a domandare senza preavviso ai loro partner quanto spesso pensassero all’Impero romano. E le risposte sono state sorprendenti: la maggioranza degli intervistati, infatti, ha dichiarato di pensare almeno un paio di volte alla settimana all’Impero romano o ad argomenti correlati.
Alla luce della tendenza, c’è chi si è domandato perché l’antica Roma sia così presente nei pensieri degli uomini. Secondo gli esperti, una spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che l’immaginario della società occidentale ha sempre enfatizzato gli aspetti della storia romana associati alla mascolinità. “La prima cosa che mi viene in mente è un’immagine della legione romana, dell’aquila imperiale e gli aspetti militari che, insieme ai gladiatori, sono da sempre associati alla mascolinità e al potere”, ha detto al Washington Post Hannah Cornwell, storica dell’Università britannica di Birmingham. Per Antonio Montesanti, storico e autore del volume I grandi eroi di Roma antica (Newton Compton), “indubbiamente, l’Impero romano evoca una serie di valori (le virtutes romanae) legati all’immaginario maschile. Dopotutto – ha aggiunto –, dall’uomo romano, il vir, deriva la parola virile, riflessa in decine di personaggi capitolini: gladiatori, consoli, imperatori e legionari”.
Finanche Mark Zuckerberg, re dei social e CEO di Meta, ha voluto dire la sua sull’argomento attraverso Threads di Instagram, scrivendo: “Non so se penso abbastanza all’Impero romano, ma sarei curioso di sapere cosa ne pensano le mie figlie Maxia, August e Aurelia”. Il re dei social, infatti, è un grande appassionato di storia classica, come ha ricordato in diverse interviste, tanto da aver dato alle sue bambine nomi ispirati all’epoca romana. E poi come dimenticare la proposta di sfida dal sapore gladiatorio che Zuck aveva ricevuto dal rivale-imprenditore Elon Musk nei mesi scorsi?
A rispondere alla domanda-tormentone sono giunti anche celebri volti italiani. Lo YouTube e cantante Fabio Rovazzi ha pensato di porla a Francesco Totti, ex capitano giallorosso considerato dai tifosi “l’ottavo re di Roma”, che ha risposto: “A dire la verità all’Impero romano ci penso tutti i giorni”. Pure Carlo Calenda, leader di Azione, si è lasciato coinvolgere dal trend social e in un video ha rivelato di pensare all’Impero Romano “più o meno tutti i giorni. Quando esco da qui e immagino l’Arena, il Colosseo, io che arrivo e Gualtieri lì giù nell’arena con i leoni in mezzo a tutti gli assessori”. Dulcis in fundo: Alberto Angela, che ha basato gran parte della sua carriera proprio sullo studio e sulla divulgazione della storia antica, ha affermato di pensarci “una cinquantina di volte al giorno”. E, in un video girato a Parigi in cui risponde al suo regista Gabriele Cipollitti, ha aggiunto: “Adoro l’Impero romano, è la mia passione. Ci penso tanto perché era una società molto simile alla nostra e vedere come abbiano risolto certi problemi a volte ti insegna come risolverli oggi. Non c’era razzismo, non come si vede oggi in molti luoghi, nessuno veniva discriminato per il colore della pelle come oggi non discrimini qualcuno per il colore degli occhi. Le donne erano molto emancipate ad un certo momento, erano libere, comandavano: Poppea, Agrippina, Cecilia Metella, persone di grande potere, indipendenti. Il sesso era libero: non c’era omo, etero e bi… Si amava nel senso più totale del termine”.
Alcuni storici concordano con il divulgatore, affermando che l’Impero non sia soltanto “roba da ragazzi”. “L’antica Roma era ovviamente patriarcale e violenta”, ha spiegato al WaPo Lewis Webb, storico dell’Università di Oxford. “Ma era anche altro: c’erano tante forme di mascolinità, le donne potevano avere libero arbitrio e potere, ed esistevano molteplici espressioni e identità di genere, nonché varie sessualità”.
Opinioni accademiche a parte, una cosa è certa: il fenomeno dimostra ancora una volta quanto la potenza di fuoco dei social sia in grado di trasformare qualsiasi argomento in un trend virale, anche se si tratta di un Impero che ha cessato di esistere oltre 1500 anni fa.
*( Adalgisa Marrocco, pontina classe 1991, è collaboratrice del quotidiano “Huffington Post”, blogger e anglista. Scrive cose, ne legge e traduce altre)

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