n°23 – 10/6/23 – RASSEGNA DI NEWS AZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ESTERO

01 – Naomi Klein*: le allucinazioni del capitalismo. Le aziende tecnologiche sostengono che l’intelligenza artificiale risolverà molti problemi e migliorerà la vita delle persone. Ma senza regole adeguate produrrà sfruttamento e povertà.
02 – On. Nicola Care'(PD)*: incontra con Cesa il Presidente del Parlamento bulgaro Rosen Zhelyazkov
03 – La Senatrice La Marca (PD) partecipa alla celebrazione della festa della repubblica a Toronto.
04 – Paolo Massucci*: Filosofie del lavoro e sviluppi del movimento operaio – Nell’ambiente di lavoro, dove si realizza la valorizzazione del capitale mediante l’estrazione del pluslavoro, si formano anche ideologie determinanti per il movimento operaio: sembra oggi prevalere una acritica e piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e delle direttive del potere, il conformismo.
05 – Thierry Meyssan*: Gli Occidentali rifiutano la pace in Ucraina – A nome della Cina, Li Hui ha proposto agli Occidentali di rappacificare l’Ucraina attraverso il riconoscimento dei propri errori. La sua analisi è precisa e argomentata.
06 – Norma Rangeri*: IL COMMENTO, La vocazione autolesionista – e distruttiva – delle forze democratiche e di sinistra ha solide radici, affondano nella storia, ne traggono così abbondante nutrimento da diventare sempre più robuste e rigogliose.
07 – Tommaso Di Francesco*: L’Europa dal welfare al warfare – RIARMO E RESILIENZA. Non solo non usciamo dalla guerra, ma la sua agenda diventa sempre più onnivora e si allarga come del resto avviene sul campo di battaglia.
08 – Nel mondo

 

01 – Naomi Klein*: LE ALLUCINAZIONI DEL CAPITALISMO. LE AZIENDE TECNOLOGICHE SOSTENGONO CHE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE RISOLVERÀ MOLTI PROBLEMI E MIGLIORERÀ LA VITA DELLE PERSONE. MA SENZA REGOLE ADEGUATE PRODURRÀ SFRUTTAMENTO E POVERTÀ

Tra i molti dibattiti in corso sulla rapida diffusione della cosiddetta intelligenza artificiale (ia) ce n’è uno relativamente sconosciuto sulla scelta della parola “allucinazioni”. È il termine che i programmatori e i sostenitori dell’ia generativa (quella in grado di generare a richiesta testi, immagini o altro in risposta a una richiesta) usano per descrivere le sue risposte quando sono completamente inventate o semplicemente sbagliate. Per esempio, quando chiediamo a un chatbot (un software che simula la conversazione di un essere umano) la definizione di una cosa che non esiste e il programma, in modo piuttosto convincente, ce ne dà una con tanto di note a piè di pagina false. “Nel nostro campo nessuno è ancora riuscito a risolvere il problema delle allucinazioni”, ha detto di recente Sundar Pichai, l’amministratore delegato di Google e dell’Alphabet, l’azienda che controlla il motore di ricerca californiano.
È vero. Ma perché chiamare gli errori allucinazioni? Perché non spazzatura algoritmica? O anomalie? Avere un’allucinazione si riferisce alla misteriosa capacità del cervello umano di percepire cose che non sono materialmente presenti. Appropriandosi di una parola comunemente usata in psicologia, in psichedelia e in varie forme di misticismo, i sostenitori dell’ia riconoscono la fallibilità delle loro macchine, ma allo stesso tempo alimentano la mitologia più cara all’industria tecnologica, e cioè che costruendo questi grandi modelli linguistici e addestrandoli su tutto ciò che gli umani hanno scritto, detto e rappresentato visivamente, stanno creando un’intelligenza animata che farà compiere un salto evolutivo alla nostra specie. In che modo, altrimenti, bot come Bing e Bard potrebbero farsi questi “viaggi” nell’etere?
Nel mondo dell’ia ci sono effettivamente delle allucinazioni perverse, ma ad averle non sono i chatbot, bensì i manager delle aziende tecnologiche che li hanno lanciati, insieme a un esercito di entusiasti in preda anche loro ad allucinazioni incontrollate, individuali e collettive. Ma non nel senso mistico o psichedelico di uno stato di alterazione mentale che può dare accesso a verità profonde e prima sconosciute. No, questa gente vede, o almeno dice di vedere, cose che non ci sono, arrivando perfino a evocare interi mondi in cui i suoi prodotti saranno al servizio dell’elevazione e dell’educazione universale degli esseri umani.

IL PIÙ GRANDE FURTO DELLA STORIA
L’intelligenza artificiale generativa metterà fine alla povertà, dicono. Curerà tutte le malattie, risolverà la crisi climatica, renderà il lavoro di tutti più pieno di significato e coinvolgente, permetterà di vivere una vita di piacere e contemplazione, aiutandoci a rimpossessarci dell’umanità che abbiamo sacrificato sull’altare della meccanizzazione capitalistica, metterà fine alla solitudine, renderà i governi più razionali e reattivi. Ho paura che siano queste le vere allucinazioni: abbiamo cominciato ad ascoltarle a ciclo continuo alla fine dell’anno scorso, con il lancio di ChatGpt, il noto software in grado di rispondere alle domande degli utenti generando in pochi secondi testi su qualunque argomento. Può esistere un mondo in cui l’ia generativa, usata come un potente strumento di ricerca per fare previsioni e come mera esecutrice di compiti alienanti, è messa al servizio dell’umanità, delle altre specie e del pianeta. Un simile scenario, tuttavia, sarebbe realistico se queste tecnologie nascessero all’interno un ordine economico e sociale lontanissimo da quello in cui viviamo, capace di mettere al primo posto il soddisfacimento dei bisogni umani e la tutela di tutte le forme di vita.
Come capisce bene chiunque non abbia perso la lucidità, il mondo in cui viviamo non è questo. Il sistema attuale è stato costruito per massimizzare l’estrazione di ricchezza e profitto – sia dall’essere umano sia dalla natura – portandoci a quella che potremmo definire la fase tecno-necrotica del capitalismo. In questa realtà di iperconcentrazione del potere e della ricchezza, l’intelligenza artificiale, lungi dal giustificare qualsiasi allucinazione utopistica, ha molte più probabilità di diventare uno spaventoso strumento di altri espropri e saccheggi.

Spiegherò più avanti il perché. Prima è utile approfondire la funzione delle allucinazioni utopistiche sull’ia. Che lavoro stanno facendo a livello culturale tutte le ricostruzioni benevole su questi nuovi, strani strumenti? Ecco la mia ipotesi: sono un formidabile, accattivante diversivo per coprire quella che potrebbe rivelarsi la più grande rapina della storia dell’umanità. Davanti ai nostri occhi, le aziende più ricche della storia (Microsoft, Apple, Google, Meta, Amazon) stanno mettendo le mani su tutta la conoscenza umana disponibile gratuitamente in digitale e la stanno usando per scopi privati, rinchiudendola in prodotti di loro proprietà, molti dei quali danneggeranno le persone che, senza dare il consenso, hanno addestrato le macchine con il lavoro di una vita.
Tutto questo non dovrebbe essere permesso. Nel caso dei materiali protetti da diritto d’autore usati per addestrare i software, sono stati già avviati diversi procedimenti in tribunale per dimostrare che si tratta di una pratica illecita. Perché, per esempio, una società a scopo di lucro dovrebbe avere il permesso di addestrare programmi come Stable diffusion o Dall-E con i dipinti, i disegni e le fotografie di artisti viventi per generare dei Doppelgänger (copie) e condividere i frutti con chiunque tranne che con quegli artisti?

La pittrice e illustratrice Molly Crab­apple è tra le leader di un movimento di artisti che sta cercando di impedire questo furto. “Le intelligenze artificiali che generano arte sono addestrate con enormi serie di dati che contengono milioni di immagini protette dal diritto d’autore, rastrellate all’insaputa di chi le ha create, ovviamente senza alcun compenso o consenso. È di fatto il più grande furto d’arte della storia, fatto da aziende apparentemente rispettabili, finanziate dalle società d’investimento della Silicon valley. È una rapina alla luce del sole”, si legge in una lettera aperta che Crabapple ha contribuito a scrivere.
Il trucco, ovviamente, è che la Silicon valley è abituata a chiamare il furto dis­ruption, frattura, e troppo spesso la passa liscia. Sappiamo bene come funziona il modello: si entra in un territorio non regolamentato, si dice che per la nuova tecnologia le vecchie regole non valgono, si grida ai quattro venti che la regolamentazione aiuterà solo la Cina e nel frattempo si mette il mondo di fronte al fatto compiuto. Quando finisce l’effetto novità e si cominciano a valutare i danni sociali, politici ed economici di questi nuovi giocattoli, la tecnologia è ormai così diffusa che la politica e la magistratura alzano le mani.
Lo abbiamo visto con le scansioni di libri e opere d’arte fatta da Google, con la colonizzazione dello spazio di Elon Musk, con l’assalto di Uber al settore dei taxi, con l’attacco di Airbnb al mercato degli affitti, con il modo in cui Facebook usa i nostri dati. Non chiedete il permesso, dicono i profeti della disruption, chiedete perdono (e oliatelo con generosi contributi alle campagne elettorali).
Nel saggio Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press 2023), Shoshana Zuboff spiega come le mappe di Street view di Google abbiano travolto ogni norma sulla privacy mandando in giro le loro auto a scattare fotografie delle strade pubbliche e delle nostre case. Quando sono arrivate le prime denunce per violazione della privacy, Street view era ormai così onnipresente sui dispositivi (e così fico, e così comodo…) che pochissimi tribunali, a eccezione di quelli tedeschi, hanno ritenuto di dover intervenire. Ora la stessa cosa sta succedendo alle nostre parole, alle immagini, alle canzoni, a tutte le nostre vite digitali. Ogni cosa è sequestrata e usata per addestrare le macchine a simulare il pensiero e la creatività. Le aziende sanno benissimo che stanno commettendo un furto, o almeno che ci sono solide basi per sostenerlo, ma sperano che il vecchio schema funzioni ancora una volta, che la rapina sia ormai così grande e rapida che la magistratura e la politica alzeranno di nuovo le mani di fronte alla sua presunta inevitabilità. È anche per questo che le allucinazioni sulle cose meravigliose che l’intelligenza artificiale farà per l’umanità sono così importanti. Le dichiarazioni roboanti servono a mascherare un furto di massa presentandolo come un dono e contemporaneamente razionalizzare i pericoli innegabili.

Forse avrete già sentito parlare del sondaggio in cui è stato chiesto a ricercatori e a programmatori di stimare la probabilità che i sistemi d’intelligenza artificiale avanzata provochino “l’estinzione umana o una perdita di potere della specie umana altrettanto permanente e grave”. Spaventosamente, la risposta mediana è stata che la possibilità è del 10 per cento. Come si può motivare il fatto di andare al lavoro e creare strumenti che comportano un rischio simile? Spesso, la giustificazione è che questi sistemi promettono anche enormi vantaggi. Peccato che siano in gran parte frutto di allucinazioni. Ma ora analizziamo alcune delle più stravaganti.


Allucinazione numero 1

Quasi invariabilmente, in cima alla lista dei vantaggi dell’ia c’è l’affermazione che risolverà in qualche modo la crisi climatica. Lo abbiamo sentito ripetere un po’ da tutti, dal World economic forum al centro studi statunitense Council on foreign relations fino al Boston Consulting Group, una multinazionale della consulenza gestionale. Quest’ultimo spiega che l’ia “può essere usata per favorire un approccio più informato e basato sui dati nella lotta alle emissioni di anidride carbonica e nella costruzione di una società più verde. L’ia può essere impiegata anche per reindirizzare gli sforzi globali sul clima verso le regioni più a rischio”. Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, ha sintetizzato questa tesi spiegando al mensile statunitense The Atlantic che vale la pena di correre i rischi legati all’ia, perché “se pensiamo alle grandi questioni del mondo, sono tutte molto complicate: il cambiamento climatico, le organizzazioni umane e così via. Ecco perché vorrei sempre che le persone fossero più intelligenti”.
Secondo Schmidt, quindi, l’incapacità di risolvere grandi problemi come la crisi climatica è dovuta a un deficit d’intelligenza. Non importa che da anni persone molto intelligenti, con tanto di dottorati e premi Nobel, ripetano ai governi cosa bisogna fare per uscire da questo pasticcio: tagliare le emissioni, lasciare l’anidride carbonica nel terreno, contrastare i consumi eccessivi dei ricchi e il sottoconsumo dei poveri, perché nessuna fonte d’energia è priva di costi ecologici.
Se questi illuminati consigli sono stati ignorati non è per un problema di comprensione, o perché abbiamo bisogno che le macchine pensino al posto nostro. È perché per fare quello che ci impone la crisi climatica dovremmo rinunciare a migliaia di miliardi di dollari di carburanti fossili, mettendo in discussione il modello di crescita consumistico su cui si basano le nostre economie. La crisi climatica non è un mistero o un enigma che non abbiamo risolto per mancanza di dati abbastanza solidi. Sappiamo benissimo cosa dobbiamo fare, ma purtroppo non è un rimedio rapido: è un cambio di paradigma. Aspettare che le macchine sfornino una risposta più digeribile e redditizia non è una cura, ma un ulteriore sintomo della crisi.
Al di là delle allucinazioni, è molto più probabile che l’ia arriverà sul mercato in forme che aggraveranno ancora di più la crisi climatica. Innanzitutto, i giganteschi server che producono articoli e opere d’arte istantanei grazie ai bot sono una fonte smisurata e crescente di emissioni di anidride carbonica. Inoltre, con aziende come la Coca-Cola, che cominciano a investire su grande scala per sfruttare l’ia generativa a scopi commerciali, è ormai palese che anche questa tecnologia sarà impiegata come tutti gli strumenti digitali di ultima generazione: si comincia con promesse altisonanti di libertà e democrazia e si finisce con annunci pubblicitari mirati per convincerci a comprare ancora più cose inutili e inquinanti.
C’è poi un terzo fattore, un po’ più sfuggente: più i mezzi di comunicazione saranno inondati di deepfake (falsi iperrealistici prodotti dall’intelligenza artificiale) e cloni di vario genere, più aumenterà la sensazione di annaspare nelle sabbie mobili dell’informazione. Geoffrey Hinton, che è stato definito “il padrino dell’intelligenza artificiale” (la rete neurale che ha sviluppato più di dieci anni fa è l’infrastruttura portante dei grandi modelli linguistici di oggi), lo sa molto bene. Hinton ha da poco lasciato un posto da dirigente di Google per poter parlare liberamente dei pericoli della tecnologia che ha contribuito a creare: compreso, come ha spiegato al New York Times, il rischio che la gente “non riesca più a sapere cos’è vero”.
È un punto molto importante quando si parla del presunto ruolo dell’ia nella lotta alla crisi climatica. Perché se cominciamo a diffidare di tutto ciò che leggiamo e vediamo, in un mondo dell’informazione che diventa sempre più indecifrabile, saremo ancora meno attrezzati a risolvere problemi collettivi urgenti. Ovviamente la crisi di fiducia c’era anche prima di ChatGpt, ma non c’è dubbio che la proliferazione dei deepfake sarà accompagnata da una crescita esponenziale della cultura del complotto. Quindi che differenza fa se l’ia porterà a grandi progressi tecnologici e scientifici? Se il tessuto della realtà condivisa si sfalda nelle nostre mani, saremo incapaci di rispondere in modo coerente.
La minaccia potrebbe allargarsi: i chat­bot ci toglieranno il lavoro più noioso e faticoso, ma non è detto che ci porteranno via solo quello

ALLUCINAZIONE NUMERO 2 –

È quella che evoca un futuro prossimo in cui politici e burocrati, potendo attingere alle potenti capacità dei sistemi d’intelligenza artificiale, riusciranno a “individuare i bisogni ricorrenti e a sviluppare programmi di provata efficacia” con maggiori benefici per i cittadini. Quest’affermazione è contenuta in un documento della fondazione del Boston Consulting Group, ma è stata ripresa da molti centri studi e società di consulenza aziendale. È significativo che queste particolari società – le stesse ingaggiate da governi e aziende private per individuare possibili tagli alle spese, che spesso si traducono in licenziamenti di massa – siano state le prime a saltare sul carro dell’intelligenza artificiale. La Pwc (ex PricewaterhouseCoopers) ha annunciato un investimento di un miliardo di dollari, e pare che la Bain & Company e la Deloitte siano entusiaste all’idea di usare questi strumenti per aiutare i loro clienti a diventare più “efficienti”.
Come con la crisi climatica, è necessario chiedersi: il motivo per cui i politici impongono misure crudeli e inefficaci è la mancanza di prove? Un’incapacità di “individuare schemi ricorrenti”, come suggerisce lo studio del Boston Consulting Group? Forse non capiscono quali sono i costi umani provocati dai tagli alla sanità pubblica durante una pandemia, dai mancati investimenti negli alloggi popolari mentre i parchi urbani si riempiono di tende o dalla realizzazione di nuove infrastrutture per i carburanti fossili mentre le temperature aumentano? Hanno bisogno dell’ia per diventare “più intelligenti”, per usare l’espressione di Schmidt, o sono già sufficientemente intelligenti da sapere chi finanzierà la loro prossima campagna elettorale (o, se non si adeguano, quella dei loro avversari)?
Sarebbe meraviglioso se l’ia riuscisse davvero a recidere il legame tra il capitale privato e le politiche più irresponsabili, ma quel legame è precisamente il motivo per cui ad aziende come Google e la Microsoft è stato consentito di lanciare i loro chatbot nonostante la valanga di avvertimenti e i rischi noti. Sono anni che
Schmidt e altri fanno pressione per spiegare ai politici statunitensi che se non li lasceranno liberi di andare avanti con l’ia generativa, senza il fardello di una seria regolamentazione, le potenze occidentali si ritroveranno a rincorrere la Cina. L’anno scorso le grandi aziende tecnologiche hanno speso settanta milioni di dollari per fare pressioni su Washington, più del settore energetico. Questa somma, osserva Bloomberg News, si aggiunge ai milioni spesi “per la loro ampia gamma di associazioni di categoria, organizzazioni non profit e centri studi”.
Eppure, anche se tutti sanno quanto il denaro influenzi la politica, Sam Altman, l’amministratore delegato della OpenAi, l’azienda che ha creato ChatGpt, parla degli scenari più ottimistici legati ai suoi prodotti come se nulla fosse. Anzi, vaneggia di un mondo che non c’entra niente con il nostro, un mondo in cui i politici e le aziende prendono decisioni basate sui migliori dati disponibili e non metterebbero mai a repentaglio le vite di milioni di persone in nome del profitto e di vantaggi geopolitici. Questo ci porta a un’altra allucinazione.


Allucinazione numero 3

Quando gli hanno chiesto se fosse preoccupato per la frenetica corsa all’oro scatenata da ChatGpt, Altman ha detto di sì, ma ha aggiunto: “Speriamo che tutto si sistemi”. A proposito degli altri capi d’azienda, quelli che cercano di battere sul tempo i chatbot della concorrenza, ha detto: “Credo che gli angeli buoni vinceranno”. Angeli buoni? Sono abbastanza sicura che Google, per esempio, li abbia licenziati quasi tutti, perché avevano pubblicato articoli che criticavano l’ia o perché hanno accusato l’azienda di razzismo o molestie sessuali sul luogo di lavoro. Altri angeli buoni, come Hinton, si sono dimessi per lanciare l’allarme. Perché a dispetto delle allucinazioni di chi ha solo da guadagnare dall’intelligenza artificiale, Google non prende decisioni in base a ciò che è meglio per il mondo, ma in base a ciò che è meglio per gli azionisti della Alphabet, che non vogliono perdere il treno su cui sono già salite la Microsoft, la Meta e la Apple.

Allucinazione numero 4 Se a molte persone le benevole allucinazioni della Silicon valley sembrano plausibili, il motivo è semplice: oggi l’ia generativa sta attraversando quella che potremmo definire la sua fase finto-socialista. Tutto questo fa parte di uno schema ormai consolidato. Prima si crea un prodotto attraente (un motore di ricerca, uno strumento per le mappe digitali, un social network, una piattaforma video, un servizio di trasporto privato); poi per qualche anno lo si mette a disposizione gratis o quasi, senza un chiaro modello aziendale (“Giocate con i bot”, ci dicono, “guardate quante cose divertenti si possono fare!”); quindi si giura di essere animati solo da nobili intenzioni, come creare una “piazza cittadina” o “un bene comune dell’informazione” per “unire le persone” e contribuire a diffondere la libertà e la democrazia (dimostrando così di non essere “il male”); e alla fine si aspetta che il mondo si abitui a usare questi strumenti gratuiti e che i concorrenti falliscano. Una volta che il campo è libero, arrivano le pubblicità mirate, la sorveglianza costante, i contratti con la polizia e l’esercito, la vendita dei dati delle scatole nere e l’aumento dei costi d’abbonamento.

Molte vite e molte industrie sono state già decimate dall’attuazione di questo schema, dai tassisti al mercato degli affitti ai giornali locali. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale farà sembrare queste perdite dei semplici errori di arrotondamento, con insegnanti, programmatori, grafici, giornalisti, traduttori, musicisti, operatori sanitari e molti altri professionisti che rischiano di vedersi rimpiazzati da un codice che ogni tanto non funziona.

Se cominciamo a diffidare di quello che leggiamo e vediamo, saremo meno attrezzati a risolvere problemi collettivi urgenti

Non preoccupatevi, vaneggiano i fanatici dell’ia, sarà tutto bellissimo. In fondo, a chi piace lavorare? L’ia generativa non sarà la fine del lavoro, ci dicono, ma solo del “lavoro noioso”: i chatbot svolgeranno servizievolmente tutti i compiti più alienanti e ripetitivi e gli esseri umani si limiteranno a controllarli. Altman, dal canto suo, immagina un futuro in cui il lavoro “può essere un concetto più ampio, non qualcosa che si è costretti a fare per mangiare, ma qualcosa che si fa per esprimersi in modo creativo e per trovare appagamento e felicità”.

È una visione affascinante di una vita più bella e più libera dai doveri, per altro condivisa da molte persone di sinistra (compreso il genero di Karl Marx, Paul Lafargue, che scrisse un manifesto intitolato Il diritto all’ozio). Chi è di sinistra, però, sa anche un’altra cosa, e cioè che se il guadagno non dev’essere l’imperativo guida dell’esistenza, bisogna trovare altri modi di soddisfare il bisogno di un riparo e di sostentamento. Un mondo senza mestieri di merda significa che la casa deve essere gratuita, la sanità dev’essere gratuita e che ogni individuo deve avere diritti economici inalienabili. A questo punto non stiamo più parlando d’intelligenza artificiale: stiamo parlando di socialismo.

Milioni di persone

Purtroppo, però, non viviamo nel mondo razionale, umanista e vagamente ispirato a Star trek di cui Altman sembra farneticare. Viviamo in un sistema capitalista in cui inondando il mercato di tecnologie realisticamente in grado di svolgere le mansioni di milioni di persone che lavorano non si ottiene l’effetto di rendere queste persone improvvisamente libere di dedicarsi alla filosofia e all’arte. Significa che si ritroveranno sull’orlo del baratro. E tra i primi a cadere ci saranno gli artisti.

È questo il messaggio della lettera aperta di Crabapple, che invita “artisti, editori, giornalisti, direttori e rappresentanti sindacali della stampa a impegnarsi per i valori umani contro l’uso delle immagini prodotte dall’ia generativa” e “a sostenere l’arte realizzata dalle persone, non dai server”. L’appello, firmato da centinaia di artisti, giornalisti e rappresentanti di altre professioni, sostiene che a eccezione di un’élite ristretta di artisti, il lavoro di tutti è “a rischio d’estinzione”. E secondo Hinton, il “padrino dell’intelligenza artificiale”, non c’è motivo di credere che la minaccia non si allarghi. I chat­bot “ci portano via il lavoro più noioso e faticoso”, ma “potrebbero portarci via non solo quello”.
Scrivono Crabapple e gli altri firmatari: “L’arte generata dall’intelligenza artificiale è come un vampiro che banchetta sulle opere d’arte delle generazioni precedenti e succhia la linfa vitale degli artisti ancora in vita”. Ma ci sono dei modi per resistere: possiamo rifiutarci di usare questi prodotti e organizzarci per pretendere che lo facciano anche i governi e le aziende..
Una lettera di un gruppo di importanti studiosi di etica dell’intelligenza artificiale (tra cui Timnit Gebru, licenziata da Goo­gle nel 2020 per avere denunciato le pratiche discriminatorie dell’azienda sul luogo di lavoro) elenca alcuni strumenti che i governi potrebbero introdurre già ora, a cominciare dalla piena trasparenza sui dati usati per addestrare i software. Scrivono gli autori: “Non solo dovremmo sempre essere chiaramente informati quando abbiamo a che fare con i contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale. Le organizzazioni che sviluppano questi sistemi dovrebbero essere obbligate a documentare e a rendere pubblici i dati usati per addestrare i modelli e le architetture sottostanti. Dovremmo costruire macchine che lavorano per noi, e non ‘adattare’ la società a essere leggibile e scrivibile dalle macchine”.
Anche se le aziende tecnologiche vorrebbero farci credere che è già troppo tardi per ricacciare indietro questa tecnologia di sostituzione e imitazione di massa, esistono importanti precedenti che possono essere applicati. La Federal trade commission (Ftc, l’antitrust degli Stati Uniti) ha imposto alla Cambridge Analytica e alla Everalbum, proprietaria di una app per le foto, di distruggere interi algoritmi addestrati con dati e fotografie acquisiti illegalmente. Nei primi giorni del suo mandato l’amministrazione guidata da Joe Biden ha fatto molte promesse ambiziose sulla necessità di regolamentare i colossi tecnologici, a partire da un giro di vite sul furto dei dati personali finalizzato alla costruzione di algoritmi proprietari. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti sarebbe ora di tenere fede a quelle promesse ed evitare la prossima ondata di licenziamenti di massa prima che sia troppo tardi.
Un mondo di deepfake, software che ci imitano e disuguaglianza crescente non è una conclusione inevitabile. È il risultato di precise scelte politiche. Attraverso la regolamentazione, possiamo mettere al bando i chatbot-vampiri di oggi e cominciare a costruire un mondo in cui le promesse più entusiasmanti dell’intelligenza artificiale siano qualcosa di più solido delle allucinazioni della Silicon valley.
Siamo noi che abbiamo addestrato le macchine, ma non abbiamo dato il consenso. Questi modelli si nutrono dell’ingegno, dell’ispirazione e delle rivelazioni collettive dell’umanità. Sono macchine per la raccolta e l’appropriazione, che divorano e privatizzano non solo le nostre vite, ma anche i nostri patrimoni intellettuali e artistici. Il loro obiettivo non è mai stato risolvere la crisi climatica, rendere i governi più responsabili o la vita più piacevole. È sempre stato approfittare dell’impoverimento di massa, che nel capitalismo è la conseguenza lampante e logica di sostituire le funzioni umane con dei robot. Sto esagerando? La mia è solo resistenza istintiva e retrograda ai prodigi dell’innovazione? Perché aspettarsi il peggio? Altman ci rassicura: “Nessuno vuole distruggere il mondo”. Forse no. Ma come ci dimostra ogni giorno l’aggravarsi della crisi climatica, molte persone e istituzioni non sembrano preoccuparsi del fatto che stiamo contribuendo a distruggere la stabilità dei sistemi che permettono al mondo di sopravvivere: gli importa solo di continuare a incassare profitti da record che, credono, proteggeranno loro e le loro famiglie dagli effetti più nefasti. Altman, come molte creature della Silicon valley, è un survivalista (le persone che si preparano a sopravvivere a catastrofi epocali). Nel 2016 diceva: “Ho fucili, oro, ioduro di potassio, antibiotici, batterie, acqua, maschere antigas delle forze di difesa israeliane e un bel pezzo di terra a Big Sur dove posso scappare”. Sono sicura che queste parole dicano molto di più su quello che Altman pensa davvero del futuro che sta contribuendo a creare rispetto alle allucinazioni infiorettate che ama condividere nelle interviste.
*(Naomi Klein è una giornalista canadese. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Il mondo in fiamme (Feltrinelli 2019). Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere )

 

02 – On. Nicola Care'(PD)*: INCONTRA CON CESA IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO BULGARO ROSEN ZHELYAZKOV
– Ho incontrato il Presidente del Parlamento bulgaro Rosen Zhelyazkov e l’ambasciatore della Repubblica di Bulgaria in Italia, Todor Stoyanov presso l’Ambasciata insieme al Presidente della sezione bilaterale Italia-Bulgaria, della Unione interparlamentare, Lorenzo Cesa. Abbiamo reiterato l’importanza delle relazioni strategiche tra Bulgaria e Italia per la sicurezza dell’Europa evidenziando che le relazioni tra l’Italia e la Bulgaria sono tradizionalmente buone, amichevoli e di partenariato, basate sulla comune appartenenza all’EU e alla NATO. Il legame con la Bulgaria è sincero e profondo, le attività culturali che condividiamo sono sempre di più e abbiamo discusso delle iniziative da mettere in campo nei prossimi mesi e di eventuali scambi commerciali con la Bulgaria.” Cosi’ il deputato del Pd Nicola Carè.
*(On./Hon. Nicola Carè – Camera dei Deputati – Chamber of Deputies – IV Commissione Difesa – Defence Committee . Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Electoral College – Africa, Asia, Oceania and Antarctica)

 

03 – La Senatrice La Marca (PD) PARTECIPA ALLA CELEBRAZIONE DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA A TORONTO
Si sono tenuti martedì 6 giugno a Toronto, le celebrazioni per la 77ª Festa della Repubblica Italiana. La cerimonia, organizzata dal Console Generale d’Italia a Toronto, Luca Zelioli, ha visto un’entusiasmante partecipazione con oltre 300 persone presenti. Fra gli ospiti anche la senatrice La Marca, eletta all’estero nella ripartizione America del Nord e Centrale.
« È stato un vero onore e piacere prendere parte al ricevimento di una delle feste più importanti e più sentite dagli italiani all’estero, ovvero la Festa della Repubblica. La collettività di Toronto, la seconda più grande del Nord America dopo quella di New York, è in forte espansione e ha dimostrato, con la sua numerosa presenza, di essere coesa e di aver colto in pieno lo spirito di unione che la Festa della Repubblica rappresenta. Inoltre per me partecipare alla Festa della Repubblica qui a Toronto ha un sapore particolare. Toronto infatti è casa mia e la sua comunità è come una famiglia per me. » ha dichiarato la senatrice La Marca.

Presenti alla cerimonia anche i membri del COMITES, ICE e IIC, alcuni Consoli Onorari della provincia dell’Ontario insieme ad alcuni parlamentari provinciali e molti sponsor.

« È stato significativo vedere presenti così tante persone della comunità e così tanti rappresentati istituzionali – ha continuato la senatrice Francesca La Marca – questa è la dimostrazione di quanto la Festa della Repubblica sia sentita dagli italiani all’estero. Il 2 giugno del 1946 infatti rappresenta un momento spartiacque nella storia del nostro Paese. Dopo vent’anni di dittatura fascista, il voto degli italiani e per la prima volta delle italiane, poneva fine a un periodo autoritario e sanciva la nascita della Repubblica e della Costituzione Italiana, baluardo di libertà unico al mondo. »

Un pensiero poi è stato rivolto dai presenti anche ai connazionali emiliano-romagnoli, vittime nelle ultime settimane delle alluvioni che hanno sconvolto la regione.

« È chiaro che in una giornata di festa e di unità come questa il mio pensiero non può non essere rivolto a tutte le persone colpite dall’alluvione in Emilia-Romagna. Le settimane di dolore e di angoscia, che la popolazione sta vivendo, devono ricordarci ancora di più l’importanza della Festa della Repubblica e dell’unità di tutti gli italiani nel mondo che da essa scaturisce. » ha concluso la senatrice La Marca.
*( Sen. Francesca La Marca PD – Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central America)

 

04 – Paolo Massucci*: FILOSOFIE DEL LAVORO E SVILUPPI DEL MOVIMENTO OPERAIO – NELL’AMBIENTE DI LAVORO, DOVE SI REALIZZA LA VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE MEDIANTE L’ESTRAZIONE DEL PLUSLAVORO, SI FORMANO ANCHE IDEOLOGIE DETERMINANTI PER IL MOVIMENTO OPERAIO: SEMBRA OGGI PREVALERE UNA ACRITICA E PIATTA ADESIONE E DEFERENZA NEI CONFRONTI DELLE OPINIONI E DELLE DIRETTIVE DEL POTERE, IL CONFORMISMO.

L’interessante videoconferenza “Filosofie del lavoro. Filosofie al lavoro” (Il prezzo della libertà. L’invenzione del lavoro), del 28 gennaio 2020 di Enrico Donaggio, coinvolge questioni centrali del pensiero marxista che potrebbero spiegare alcuni motivi per cui il movimento socialista e comunista non sia riuscito a soppiantare il sistema capitalistico e fare luce sul processo storico in corso per pensare i possibili destini della società mondiale e “che fare” oggi. La storia delle filosofie del lavoro si intrecciano con il corso della storia e gli sviluppi dei diversi pensieri politici e filosofici.

Le ragioni per le quali il proletariato nei Paesi avanzati non ha abbracciato in massa la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo, per quanto sia possibile comprendere, sono complesse e multifattoriali.

Le spiegazioni fornite dai diversi pensatori hanno tutte una loro validità, ma ciascuna circoscritta ad una situazione determinata, piuttosto che una valenza definitiva applicabile alla storia universale del movimento operaio. In particolare, con lo sguardo di oggi, sembra troppo semplicistica la conclusione di Simon Weil, secondo cui la disumanizzazione del lavoro dell’operaio di massa presso la catena di montaggio nella fabbrica fordista condurrebbe all’annientamento dello spirito, delle capacità di pensare e di ribellarsi, quindi alla resa del movimento operaio. È plausibile un’analogia con quanto descritto da Primo Levi, fatte le dovute proporzioni, sugli internati nei campi di sterminio nazisti di Se questo è un uomo. In tale modello, secondo una prospettiva psicoanalitica, si potrebbe dire che la reazione dell’individuo al trauma della fatica fisica estrema, dell’umiliazione di essere trattato come uno strumento e obbligato al gesto ripetuto, come un automa, senza alcuna partecipazione – e neppure comprensione – allo scopo del lavoro, farebbe emergere nel soggetto stesso una difesa psichica consistente nella dissociazione dal mondo reale; in linguaggio tecnico un ritiro della libido dall’oggetto esterno. Pur avendo questa tesi un suo fascino e certamente una sua verità, la conclusione della soppressione dello spirito rivoluzionario quale conseguenza della costrizione ad un lavoro alienante, ripetitivo, privato della componente cognitiva e decisionale, appare, a ben vedere, in buona parte smentita da quanto si è potuto osservare con il superamento della fabbrica fordista. Infatti, con la trasformazione organizzativa e tecnica del lavoro nelle aree a più avanzato sviluppo tecnologico dell’industria post-fordista, non si è assistito ad una ripresa del movimento rivoluzionario.

Attualmente infatti all’operaio è richiesta competenza tecnica, informatica, capacità di comprendere e svolgere procedure di lavoro anche complesse e continuamente rinnovate, prendere decisioni, adattarsi a lavorazioni diverse e compiti nuovi: gli si chiede insomma flessibilità e autonomia nel lavoro a un livello impensabile nella precedente fabbrica fordista, in quanto le operazioni e le attività che si svolgevano allora sono stati tutti sostituite da macchine automatiche prima e da robot che svolgono serie di sequenze complesse a capacità variabile poi. L’operaio di oggi, e ancor più si prospetta nel futuro, è un tecnico altamente specializzato per gestire strumenti e sistemi di controllo. Se dunque fosse vera la tesi di Simon Weil, si sarebbe dovuto registrare, almeno in questo ambito, un rafforzamento della prassi rivoluzionaria, ma così non è stato. Anzi, da quanto osservabile sul campo, più aumenta la qualifica, all’interno di una organizzazione del lavoro nella fabbrica (e cioè il livello di autonomia nel lavoro, che dovrebbe corrispondere a una minore alienazione e abbrutimento) più al contrario incrementa l’adesione all’ideologia capitalista e neoliberista. Bisogna tuttavia tener presente che anche nelle aziende più avanzate, in cui il lavoratore “sa che fine farà il pezzo lavorato”, conosce lo scopo delle sue operazioni e del suo ruolo all’interno dell’organizzazione del lavoro, questi non è tuttavia padrone del suo destino, del suo lavoro, viene comunque misurato e valutato, perché comunque non è lui il proprietario dei mezzi di produzione.

Oggi, non è un caso, nelle medie e grandi imprese i lavoratori vengono coinvolti in attività di “formazione” (nel senso letterale del termine, cioè dare loro una forma, modellarli in toto, in modo confacente alla logica del capitalismo) mediante corsi di wellbeing e adattamento, tenuti da psicologi, motivatori e coach. Il fine è da una parte quello di incrementare l’impegno e la partecipazione emotiva, l’auto-sfruttamento – per cui il lavoratore, facendo leva sul senso di responsabilità e sull’autorealizzazione nel lavoro, diventa servo volontario – e dall’altra l’omologazione all’ideologia dei consumi, promuovendo l’impiego “disimpegnato” del tempo libero, il divertimento “spensierato” quale orizzonte di libertà (in realtà eteroindotto e funzionale allo stesso sistema capitalistico). Questo modo di vedere le cose induce ad essere pragmatici, a superare gli ostacoli che si incontrano, a risolvere problemi all’interno del proprio ruolo (piace dire “stare sul pezzo”), ma sempre senza porsi domande che non competono, senza “immischiarsi” in questioni fuori dal proprio orizzonte o compiti non richiesti. Gunther Anders nel noto saggio L’uomo è antiquato individua nell’azienda il luogo dove viene creato il tipo dell’uomo “conformista-senza coscienza” ma in perfetta buona fede: indolente, miope e cieco allo scopo.

Il bombardamento da parte dei media e delle organizzazioni padronali negli anni ha costruito un’ideologia del disimpegno, del pensiero acritico, del there is no alternative, che ha giocato probabilmente un ruolo preminente nel contrapporsi ad ogni spinta rivoluzionaria. Se la società non è trasformabile, ci si deve adattare, bisogna diventare “resilienti” agli eventi avversi, bisogna insomma adattare l’uomo alla struttura sociale e non viceversa. È questa un’ideologia pervasiva, totalizzante, cui siamo assoggettati sin dai primi anni di vita. Centrale in tale visione del mondo è l’individuo come elemento isolato, che deve sempre competere con i gli altri per un posto migliore, o per un semplice “posto al sole”: non esiste relazione intersoggettiva che non sia una gara. Ognuno è “imprenditore di se stesso”, con tanto di promozione “della merce”: chi presenta sul mercato un curriculum più accattivante o un profilo social Linkedin più brillante troverà lavoro al posto dell’altro o una posizione migliore, come pure ne beneficerà chi ha potuto frequentare scuole e istituti di prestigio, appannaggio dei ceti abbienti: quando si elogia la meritocrazia, si tratta esattamente di questo. Gli stessi lavoratori, all’interno di uno stesso luogo di lavoro, competono tra loro per mostrarsi più capaci, più produttivi, più stakanovisti e, ancor peggio, lavoratori con contratti diversi e diversi diritti, anziché coalizzarsi, si contrappongono gli uni agli altri. Una siffatta cultura individualista annienta i sentimenti e la pratica della solidarietà cristiana, come della fratellanza umana, e ovviamente della coscienza di classe del proletariato: quest’ultima, addirittura, è un concetto ormai non solo inesistente ma anche incomprensibile e infatti scomparso da ogni discorso. È parte integrante di questa cultura il crollo della fiducia reciproca e della speranza in un progresso sociale o un cambiamento collettivo; tant’è che in Italia, ma non molto diversamente in Europa, il primo partito alle elezioni è quello dell’astensione. “Il telos del nostro fare è smantellato, perciò viviamo senza futuro, quindi ciechi di fronte all’Apocalisse”, notava tragicamente Gunther Anders.
Il luogo comune della fine delle ideologie – in realtà essa stessa una ideologia evidentemente autocontraddittoria nei termini – assume in realtà il mercato quale regolatore di ultima istanza dei rapporti umani; mercato che non è altro che il luogo ove si confrontano i rapporti di forza tra soggetti che, nel caso della società capitalistica, decretano il dominio del capitale su ogni altra relazione, dunque impongono una dittatura totalitaria, quantunque considerata come “naturale” e ovvia. D’altronde, se il modello di organizzazione sociale è quello dell’azienda, chi può credere che vi sia democrazia nei luoghi di lavoro?
Quindi, nonostante un innegabile, seppur certamente non universale, miglioramento delle condizioni di lavoro da un punto di vista della fatica fisica, sono molte le componenti che hanno giocato un ruolo di inibizione dello spirito rivoluzionario dei lavoratori.

Sebbene ogni momento storico abbia una nascita ed una fine, il processo storico non può mai tornare esattamente al punto di partenza, piuttosto ne incamera dialetticamente le istanze, i pensieri, gli sforzi compiuti; sarebbe pertanto riduzionistico liquidare semplicemente come fallito, inutile o come se non fosse esistito, il movimento marxista e le rivoluzioni ad esso ispiratesi ancorché sconfitte. Non è possibile fare oggi un bilancio obiettivo della storia del movimento operaio, ma considerando i risultati in generale deludenti ottenuti dal movimento marxista e dalla lotta di classe rispetto alle aspettative, ci si deve chiedere quali delle due fondamentali condizioni classicamente necessarie all’abbattimento del capitalismo e alla costruzione del comunismo, sia mancata, se la componente oggettiva o quella soggettiva. La risposta plausibile è la componente soggettiva: le contraddizioni oggettive nella società, infatti, evidenziabili ad esempio da un incremento notevole ed inarrestabile della disparità economica tra la popolazione in tutti i Paesi, dallo sfruttamento dei lavoratori, dalla riduzione dei salari rispetto ai profitti, dallo strapotere delle multinazionali, dei gruppi finanziari, dall’appropriazione privata di ogni bisogno, dai conflitti militari tra Stati, ecc., si sono indubitabilmente intensificati, senza che a ciò si sia contrapposto un aumento delle forze rivoluzionarie. Dove infatti le prospettive marxiane e marxiste sembrano crollate è nella componente soggettiva, nella variabile umana psicologica, dove l’ideologia del potere dominante ha avuto finora la meglio, estendendo conformismo, individualismo e ostacolando quindi lo sviluppo della consapevolezza di classe dei lavoratori.

Sappiamo che la coscienza di classe si realizza mediante un partito che fornisca contenuti culturali e di azione politica e che, d’altra parte, i quadri dirigenti del partito sono a loro volte espressione della classe: questo processo di costruzione sembra essersi interrotto con il crollo dell’Unione Sovietica, dopo essere già entrato in crisi. Ma quale ruolo ha giocato su questo esito l’ideologia diffusa non solo dai media e dall’industria culturale e pubblicitaria, ma anche, scientificamente, dalle aziende nei luoghi di lavoro?
Le questioni restano naturalmente aperte, ma bisognerebbe ripartire da qui, dall’uomo prima di tutto, dallo studio delle ideologie con particolare riferimento al lavoro, per costruire una via di uscita dalla barbarie e dalla disastrosità del capitalismo-
*( Paolo Massucci, Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni e giornalista di Città Futura)

 

05 – Thierry Meyssan*: GLI OCCIDENTALI RIFIUTANO LA PACE IN UCRAINA – A NOME DELLA CINA, LI HUI HA PROPOSTO AGLI OCCIDENTALI DI RAPPACIFICARE L’UCRAINA ATTRAVERSO IL RICONOSCIMENTO DEI PROPRI ERRORI. LA SUA ANALISI È PRECISA E ARGOMENTATA.
MA GLI OCCIDENTALI NON HANNO VOLUTO ASCOLTARE. CONTINUANO IMPERTERRITI NELL’ATTEGGIAMENTO CHE HANNO AFFINATO DURANTE LA GUERRA FREDDA: LORO SONO I DEMOCRATICI; GLI ALTRI, TUTTI GLI ALTRI, NON LO SONO. CONTINUERANNO A SOSTENERE L’UCRAINA, NONOSTANTE KIEV NON ABBIA PIÙ SOLDATI E SIA GIÀ STATA SCONFITTA SUL CAMPO

La scorsa settimana ricordavo come, secondo il diritto internazionale, chi vende armi risponde dell’uso che ne viene fatto [1]. Quindi, se gli Occidentali forniscono armi all’Ucraina devono essere certi che Kiev le utilizzerà solo per difendersi, mai per attaccare il territorio russo del 2014. In caso contrario si troveranno, loro malgrado, in guerra contro Mosca.
Difatti gli Occidentali stanno ben attenti a non diventare co-belligeranti. Per esempio, prima di consegnare all’Ucraina gli aerei promessi vi hanno rimosso alcuni armamenti, in modo da non consentirle di tirare missili terra-aria su obiettivi all’interno della Russia. Ma, se riuscissero a procurarsi l’occorrente, gli ucraini potrebbero riequipaggiare gli aerei.
La diplomazia cinese però non apprezza il giochetto di armare l’Ucraina pur senza fornirle mezzi per attaccare Mosca. Il Wall Street Journal ha riportato alcuni aspetti della posizione cinese, mascherandone tuttavia il fondamento [2].
Li Hui è stato a Kiev, Varsavia, Berlino, Parigi e Bruxelles. Entrando nel vivo del problema, ha fatto notare agli interlocutori i seguenti punti nodali, già enunciati nell’«Iniziativa per la sicurezza globale» nonché nel «Piano in 12 punti per la pace in ucraina», pubblicati il 24 febbraio dal ministero degli Esteri cinese:
– Secondo il diritto internazionale, la Russia conduce legittimamente l’operazione speciale contro i nazionalisti integralisti ucraini, che non solo non è in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite, ma è un’applicazione legittima della «responsabilità di offrire protezione» alle popolazioni russofone.
– La Crimea, il Donbass e la parte orientale della Novorossia hanno legittimamente aderito alla Federazione di Russia attraverso un referendum: questi ex-ucraini costituiscono da secoli una popolazione che si distingue molto nettamente dagli ucraini odierni.
Li Hui non ha taciuto i torti della Russia. In particolare:
– Mosca deve rispettare la decisione del 16 marzo 2022 con cui la Corte Internazionale di Giustizia (il tribunale dell’Onu) le ha ordinato di «sospendere» le operazioni militari in Ucraina, decisione cui ha tardato ad adempiere, ma che oggi rispetta.
Li Hui ha spiegato con pazienza agli Occidentali le loro gravi mancanze:
– Hanno collocato depositi di armi e istallato basi militari della Nato in Europa orientale, violando la firma apposta sulla Dichiarazione d’Istanbul dell’OSCE (2013).
– Hanno organizzato e sostenuto il colpo di Stato del 2014 contro le autorità legittime ucraine.
– Non hanno applicato gli Accordi di Minsk, firmati da Germania e Francia nel 2014 e 2015, nonché ratificati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Hanno adottato misure coercitive unilaterali contro la Russia, in violazione della Carta delle Nazioni Unite del 1947.
In questo modo il diplomatico cinese ha contestato non soltanto la narrazione occidentale in generale, ma anche il punto di vista dei suoi interlocutori sul conflitto.
Li Hui ha inoltre fatto notare ai suoi ospiti che, diversamente da quanto sostengono, gli Stati Uniti non vogliono la vittoria dell’Ucraina. Sarebbe per loro la peggiore delle umiliazioni: un piccolo Paese in grado di sconfiggere la Russia che loro non osano affrontare.
Ma è soprattutto evidente agli osservatori esterni che l’invio di armi di seconda mano all’Ucraina non ha lo scopo di vincere la Russia, ma di provocarla al punto da ricorrere alle nuove armi. Troppo impegnati a far distruggere lo Stato siriano dagli jihadisti, gli Occidentali non hanno osservato l’esercito russo. Nel 2018, quando Vladimir Putin ha dichiarato di possedere missili ipersonici, armi laser nonché missili a propulsione nucleare [3], gli Occidentali l’hanno liquidato come un fanfarone.
Oggi sanno che diceva la verità, però non conoscono le caratteristiche di queste armi e non sanno nemmeno se saranno in grado di contrastarle.
Nel conflitto ucraino la Russia dà prova di grande pazienza. Preferisce subire perdite piuttosto che scoprire le carte. Le uniche nuove armi utilizzate sono i sistemi d’interferenza dei comandi della Nato, sperimentati in Mar Nero dal 2014 [4], poi a Kaliningrad, al largo della Corea [5] e in Medio Oriente [6]; nonché i missili Kinjal, usati in Ucraina da marzo 2022. Ovviamente gli ucraini affermano di averli abbattuti, ma si tratta di spudorata propaganda. Sono missili al momento imbattibili, che per di più la Russia produce ormai su larga scala. Il 9 marzo hanno colpito dei bunker sotterranei e il 16 maggio hanno distrutto un sistema Patriot.
Nessuno sa con esattezza e precisione di quali armi disponga la Russia. Ma tutti sono consapevoli che è diventata molto più potente degli Stati Uniti, il cui arsenale non è stato globalmente rinnovato dalla dissoluzione dell’URSS.
Sin dal primo invio di armi occidentali all’Ucraina, la Russia fa rilevare come esse non possano avere un peso significativo nello scontro; possono solo provocare più distruzione e vittime. Gli Occidentali non ascoltano, persuasi a priori che ogni discorso russo non sia che propaganda. Se si sforzassero di ragionare capirebbero che quel che fanno non ha alcun rapporto con le giustificazioni che accampano.
Torniamo alla posizione cinese. Sembra che Li Hui non abbia mai accennato al presidente Volodymyr Zelensky, che gli Occidentali hanno innalzato nell’olimpo degli eroi. Infatti i cinesi si rifiutano di fare ciò che è solita fare la comunicazione occidentale: popolare le vicende con protagonisti in carne e ossa. In questo modo i cinesi mantengono una visione delle forze in campo più chiara.
Li Hui ha peraltro detto chiaramente agli interlocutori che non hanno interesse ad allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, devono invece dimostrare autonomia. È esattamente quanto disse loro il presidente Putin nel 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco [7]. Hui si è persino spinto a dire che se gli europei dovessero separarsi economicamente da Washington potrebbero sempre rivolgersi a Beijing.
Per gli europei questo discorso ragionevole è psicologicamente inudibile. Non hanno riconosciuto i crimini commessi dagli Stati Uniti nell’ultimo quarto di secolo e insistono a negarli. La realtà è che, pur non essendo particolarmente dipendenti da Washington, ne sono intellettualmente succubi.
Gli europei non hanno risposto alle argomentazioni cinesi, si sono limitati a ripetere ciò che dicono sempre: non si staccano degli Stati Uniti e pretendono, prima di qualsiasi negoziato, il ritiro delle truppe russe dall’Ucraina; e contano sulla Cina per evitare che il conflitto degeneri in guerra nucleare.
Quest’ultima parte del ritornello dimostra che gli europei non hanno ancora capito né la posizione russa né quella cinese. Il presidente Putin ha ribadito innumerevoli volte che non utilizzerà per primo l’arma nucleare strategica. Non ci sono perciò rischi che la guerra degeneri per iniziativa dei russi. Inoltre la Cina si considera alleato russo in caso di scontro mondiale, ma non nei conflitti che non la riguardano, come quello in Ucraina. Non manda armi. Questa distinzione tra alleato strategico e alleato tattico è una peculiarità del mondo multipolare che Mosca e Beijing si sforzano di costruire. Né è questione, per la Russia, di mettere insieme una coalizione che in Ucraina la sostenga. NON C’È PEGGIOR CIECO DI CHI NON VUOLE VEDERE.
*( Thierry Meyssan, è un giornalista e attivista politico francese )

 

06 – Norma Rangeri*: IL COMMENTO, LA VOCAZIONE AUTOLESIONISTA – E DISTRUTTIVA – DELLE FORZE DEMOCRATICHE E DI SINISTRA HA SOLIDE RADICI, AFFONDANO NELLA STORIA, NE TRAGGONO COSÌ ABBONDANTE NUTRIMENTO DA DIVENTARE SEMPRE PIÙ ROBUSTE E RIGOGLIOSE.
È quasi impossibile sradicarle, sono forti a tal punto da condizionare profondamente lo sviluppo della pianta che alimentano. Specialmente quando si attraversano stagioni politiche turbolente, drammatiche, complicate.
Guardiamo cosa sta succedendo nell’area democratica dopo la batosta elettorale delle recenti elezioni amministrative. Invece di provare a comprenderne le cause, assistiamo alla ricerca forsennata del colpevole sul quale scaricare le responsabilità politiche del tonfo. Che sicuramente sono presenti, ma che, altrettanto certamente, solo per evidente insipienza o per malcelata strumentalità possono essere attribuite ad un unico soggetto.
L’esempio più eclatante è la campagna aggressiva (dentro e fuori il Pd, anche mediatica), nei confronti della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, accusata di massimalismo. In subordine gli attacchi a Giuseppe Conte colpevole di pensare alla sua indebolita leadership, con percentuali elettorali sempre più lontane dalle due cifre.
Più distanti le minoranze di sinistra, “colpevoli” più che altro di essere troppo piccole, mentre Azione e Italia Viva giocano una partita tutta loro, e diventa complicato includerli nelle file delle opposizioni.
Sta di fatto che, ad oggi, sembra di essere all’anno zero dei partiti che si oppongono ad una destra che governa il Paese con arroganza, ignoranza, arretratezza, furore ideologico misto a piccolo cabotaggio.
Sembra di essere tornati ai tempi del berlusconismo trionfante, quando l’uomo di Arcore vinceva le elezioni, prendeva tutto il potere possibile e poi governava con prepotenza (peraltro non va dimenticato il lungo governo Berlusconi, 2001-2005). La differenza con quella stagione è che oggi al comando c’è una donna che guida anche un partito impastato di nostalgici del fascismo.
Ma proprio perché c’è un governo di stampo reazionario, conservatore, fascistoide, le opposizioni dovrebbero rimboccarsi le maniche per cercare di costruire dal basso una alternativa credibile, possibile, duratura. Nemmeno per sogno, perché a prevalere, oggi come ieri, è una pervicace, quanto ingiustificata, autoreferenzialità.

A cominciare dal Pd che, sull’onda della elezione di Schlein, sembrava marciare spinto dal vento dei sondaggi verso il sol dell’avvenire. Probabilmente, la giovane segretaria, rassicurata dai numeri, ha messo tra parentesi la ricerca dei contenuti comuni con le altre forze di opposizione, utili a favorire le alleanze.
Il caso di Ancona, con lo schieramento progressista diviso, è eclatante e significativo sul tenace istinto all’autodistruzione. Come lo è, per altro verso, anche il caso di Brindisi, dove le alleanze su un candidato alla fine si sono trovate, ma talmente posticce e senza contenuti da risultare ugualmente perdenti.

A muoversi sul piano inclinato degli antichi splendori elettorali ci sono i 5Stelle, ancora convinti di poter avere presa nell’opinione della società italiana.

Scommettono su una vagheggiata capacità propulsiva, ma quel tempo, quando erano in grado di raccogliere il malessere sociale, le proteste diffuse, il malcontento presente tra le organizzazioni democratiche tradizionali, ormai è perduto, finito. E se Conte insisterà a puntare su se stesso, se continuerà con la demolizione del “campo largo” è assai probabile che si condannerà alla marginalità politica.
Altre minoranze di sinistra, a parte SI e i Verdi che hanno perseguito una certa unità, tuttavia con risultati tutt’altro che clamorosi, restano ideologicamente convinte di essere le uniche ad avere ragione.
Così, pur consapevoli di poter raccogliere percentuali elettorali esigue, si presentano agli elettori come i duri e puri votati alla eterna sconfitta. Della serie: meglio perdere con le proprie idee piuttosto che vincere con quelle degli altri. Se poi però si perde sempre, la sconfitta diventa epocale. Noi siamo qui, in questa parte della barricata, dentro un quadro piuttosto desolante.
Osservare cosa accade in casa nostra non significa bendarsi di fronte a quello che capita altrove. Dove le destre vincono nonostante le buone politiche sociali dei governi (come in Spagna), o nonostante i tentativi di tenere aperta, dall’opposizione, una possibilità di progresso (come in Grecia). Perfino in Turchia con il fronte di forze che ha giocato, e perso, la partita contro Erdogan.
L’avanzata delle destre è un segnale inequivocabile di un orientamento di larga parte dell’opinione pubblica europea. È vero che ogni paese vive situazioni particolari, diverse ed è forse azzardato cercare di trovare elementi comuni. Però stiano dentro un’epoca di forte disorientamento, di insicurezza, di paura (di una terza guerra mondiale), di incapacità di intravedere un futuro diverso dal disastro.
Le idee della sinistra non godono di grande popolarità. L’individualismo prevale sulla collettività, il decisionismo sulla partecipazione, l’uomo (e la donna forte) sui valori e i simboli democratici della solidarietà. I diritti si restringono ad una difesa di se stessi e del proprio nucleo familiare e sociale, piuttosto che rivolgersi agli altri, alle diversità. Questo humus culturale, sociale, politico non può non favorire le destre, quali esse siano.
Per provare a invertire la rotta è necessario mettere a fuoco obiettivi reali, privilegiare i terreni di accordo. Dal salario minimo (se ne parla molto ma poi è una piccola forza come Unione popolare a prendere l’iniziativa dei banchetti per la raccolta di firme ). Sulla sanità tutti sono d’accordo nella diagnosi di indebolimento progressivo della sanità pubblica, ma è solo la Cgil a chiamare la piazza per una manifestazione nazionale. Sulla scuola, sui trasporti, sul clima… e l’elenco potrebbe continuare.
Non bisogna vederla allo stesso modo su tutto per dare battaglia contro la destra, altrimenti ci sarebbe un partito unico dell’opposizione. Né è sufficiente mettere al primo posto l’unità elettorale, anche se necessaria (e questa legge elettorale, di cui difficilmente ci libereremo, chiede le coalizioni), perché bisogna guardare oltre, per costruire davvero la possibilità di sovvertire l’agenda e indicare al paese un orizzonte meno oppressivo e violento, più partecipativo, più democratico.
La lunga marcia che evocavamo dopo la vittoria della destra del 25 settembre non è ancora iniziata, ma ha davanti a sé una meta che sembra irraggiungibile.
*( Norma Rangeri, direttore del “Il Manifesto”)

 

07 – Tommaso Di Francesco*: L’EUROPA DAL WELFARE AL WARFARE – RIARMO E RESILIENZA. NON SOLO NON USCIAMO DALLA GUERRA, MA LA SUA AGENDA DIVENTA SEMPRE PIÙ ONNIVORA E SI ALLARGA COME DEL RESTO AVVIENE SUL CAMPO DI BATTAGLIA. IL VOTO DI IERI DELL’EUROPARLAMENTO […]
Non solo non usciamo dalla guerra, ma la sua agenda diventa sempre più onnivora e si allarga come del resto avviene sul campo di battaglia. Il voto di ieri dell’Europarlamento che ha approvato la relazione della Commissione europea denominata Asap (Act to Support Ammunition Production) dice che i governi nazionali potranno impegnare a man bassa fondi già destinati dal Pnrr (Il Piano di Ripresa e resilienza) per l’avvio del Next generation Eu e indirizzarli invece direttamente sul riarmo.

Si può dire che questa scellerata decisione era attesa, visto che nessuna delle leadership europee si pone il problema di come fermare il disastro della guerra russo-ucraina e visto che l’unica prospettiva, emersa anche ieri dal vertice internazionale in Moldavia, è l’ingresso dell’Ucraina nella Nato – come se questo non precipitasse ancora di più nella voragine la crisi ucraìna: alla criminale guerra di Putin si risponde con la guerra atlantica. Nessuno avverte che la soluzione non si trova in più armi e più guerra, garanzia di ulteriore morte e distruzione.

Ma il voto di ieri, che tace e insieme allontana anche la prospettiva di un cessate il fuoco e di un negoziato, è particolarmente grave. Perché all’ordine del giorno non c’era nemmeno l’invio di armi sì oppure no – su cui gli interrogativi dopo un anno e tre mesi di guerra sono aumentati: ci si poteva pure dividere all’inizio dell’invasione russa su questo, ma ora che gli arsenali con i tanti invii si sono vuotati è chiaro che questo vuol dire solo accettare la politica di riarmo che i governi stanno imponendo ai vari Paesi; e poi non c’era forse anche dentro il Pd un’area significativa che chiedeva che le armi da inviare dovessero essere solo di difesa, mentre ora la guerra dilaga in Russia? Tant’è: la deterrenza nucleare è finita e non fa a quanto pare più paura la ripetuta minaccia atomica che incombe. No. Ieri l’Europarlamento ha votato sì all’’autorizzazione ad un prelievo forzato, ad una distrazione di fondi che non è prevista nemmeno dai Trattati europei.

Che impediscono di finanziare con soldi comunitari le industrie militari nazionali. Perché l’Europa fin qui ancora – ma fino a quando? – è segnata dai fondamenti della sua costruzione che allontana le ragioni della guerra ricordando la tragedia di due guerre mondiali. Stavolta infatti la decisione presa è quella di attingere, per la produzione di armi, ai fondi destinati alle Regioni per sostenere le politiche sociali, il lavoro e il diritto allo studio, l’ambizione ambientalista della transizione ecologica e, dopo tre anni di pandemia, il nuovo, ineludibile, assetto della sanità, in più l’attenzione al dramma delle migrazioni epocali e al diritto d’asilo. Ecco perché anche le neosegretaria del Pd Elly Schlein ormai ripete che «non sarà l’ultimo fucile a porre fine a questa guerra». Ieri Schlein e tutto il gruppo Pd erano per emendamenti contrari, ma alla fine il voto è stato di 10 a favore all’Asap, 4 astenuti e uno contrario. Una spaccatura: il Pd resta sospeso anche sulla guerra.

La decisione di ieri dell’Europarlamento mette in discussione tutto: sia il fatto che nuovo armamento può essere prodotto utilizzando fondi che erano destinati a migliorare la vita delle persone dopo le costrizioni da pandemia, sia i fondamenti stessi dell’Unione europea.

L’indirizzo è chiaro, visto che la prospettiva è quella di una guerra di anni se non infinita, l’obiettivo praticato è passare dal welfare al warfare. Un indirizzo non solo europeo ma mondiale. Lo conferma il trend della spesa globale del 2022 – ricordava sul manifesto Massimiliano Smeriglio l’euro deputato di S&D che è protagonista di questo scontro nelle istituzioni europee: la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.200 miliardi dollari con Stati uniti, Russia, Francia, Cina e Germania – che ha deciso un riarmo di ben 100 miliard di euro – in prima fila, e l’Italia “crosettiana” è sesta nel campionato mondiale degli esportatori di armi.

IL PNRR PER LE ARMI: NEXT GENERATION BOOM
Sarà nuovo alimento per quel fronte di paesi autoritari – più atlantisti che europeisti -, Visegrad e non solo, che stanno diventando la nuova trazione dell’Unione europea aspettando la nefasta conferma che si avvicina- vedi il voto spagnolo e greco – delle prossime elezioni continentali. E una manna per il governo italiano di estrema destra-destra che ha nella guerra e nella sua continuità una polizza assicurativa a vita. Ora il ministro Fitto, incapace di spendere i soldi del Pnrr per opere civili e sociali, dice che questo il governo non lo accetta: provi a chiedere a Crosetto? E al fronte di Giorgia Meloni che con i Conservatori ha votato sì, insieme ai Popolari di Weber, ai Socialisti europei e a tutto il centro e alle destre.

La partita però non è chiusa. Non tanto perché il voto finale sull’atto è previsto per luglio, ma perché per la prima volta cresce l’area di dissenso verso queste scelte scellerate: oltre ai 446 sì, ci sono state ben 116 astensioni – che coinvolgono il voto del Pd – e 67 no, tra cui i Verdi italiani, il M5s e il gruppo della sinistra europea del Gue. A fronte di una opinione pubblica secondo ripetuti sondaggi, contraria in Italia e dubbiosa in Europa, bisognerà alzare ancora più forte la voce contro la guerra, perché si fermi il massacro di vittime civili ormai dell’una e dell’altra parte, come ieri di tanti bambini e indifesi, la stessa ecatombe di militari mandati al macello. E perché il riarmo di 27 eserciti europei non avvenga sulla pelle degli ultimi e delle nuove generazioni.
*( Fonte: Il Manifesto. Tommaso Di Francesco, un poeta, giornalista e scrittore italiano.)

 

08 – Nel mondo

Ucraina-Russia
Il 6 giugno la viceprocuratrice generale ucraina Viktoriya Lytvynova ha affermato che più di quarantamila persone dovranno lasciare le loro abitazioni a causa della distruzione della diga idroelettrica di Kachovka, nella regione meridionale di Cherson: 17mila a ovest del fiume Dnepr e 25mila a est, nelle zone occupate dall’esercito russo. Intanto, Kiev e Mosca continuano ad attribuirsi reciprocamente la responsabilità dell’attacco. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha comunque dichiarato che gli allagamenti non ostacoleranno la controffensiva di Kiev.

Paesi Bassi-Ruanda
Il 7 giugno un tribunale delle Nazioni Unite all’Aja, nei Paesi Bassi, ha stabilito che Félicien Kabuga, accusato di aver finanziato il genocidio del 1994 in Ruanda, non potrà essere processato per motivi di salute. Secondo l’accusa Kabuga, 90 anni, ha avuto un ruolo chiave nel genocidio, in cui morirono circa 800mila persone tra tutsi e hutu moderati. Kabuga era stato arrestato in Francia nel 2020.

Sudan-Repubblica Democratica del Congo
Il ministro degli esteri congolese Christophe Lutundula ha affermato il 6 giugno che dieci cittadini congolesi sono morti domenica scorsa nel bombardamento di un campus universitario della capitale sudanese Khartoum. Secondo Lutundula, l’attacco è stato condotto dall’esercito sudanese. Più di 1.800 persone sono morte in sette settimane di combattimenti tra l’esercito guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan, capo della giunta militare al potere, e il gruppo paramilitare Forze di supporto rapido (Fsr), guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo.

Arabia Saudita-Iran-Stati Uniti
Il 6 giugno il governo iraniano ha riaperto la sua ambasciata in Arabia Saudita, come previsto dallo storico accordo firmato da Riyadh e Teheran il 10 marzo. Non è ancora nota invece la data della riapertura dell’ambasciata saudita in Iran. Intanto, è arrivato a Jedda, in Arabia Saudita, il segretario di stato statunitense Antony Blinken, che incontrerà il principe ereditario saudita e leader di fatto del paese Mohammed bin Salman.

Stati Uniti
Chris Christie, ex governatore del New Jersey, ha annunciato il 6 giugno la sua candidatura alle primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali del 2024. Christie, 60 anni, è ai ferri corti con l’ex presidente Donald Trump da quando quest’ultimo ha rifiutato di riconoscere la sconfitta nelle presidenziali del 2020. I favoriti alla nomination repubblicana sono Donald Trump e il governatore della Florida Ron DeSantis.

Haiti
Il 6 giugno un sisma di magnitudo 4,9 sulla scala Richter ha colpito l’ovest del paese, causando almeno quattro morti e trentasei feriti. Alcune abitazioni sono state distrutte. Nello scorso fine settimana il paese era stato colpito da gravi alluvioni, che hanno causato almeno cinquantuno vittime, mentre altre diciotto persone risultano disperse e più di 13mila sono state costrette a lasciare le loro case.

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