n°21 – 27/5/23 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Nicola Lagioia *: Quei 57 giorni tra Falcone e Borsellino che cambiarono una generazione
02 – La Sen. La Marca *(Pd): interviene in aula sull’accordo sulle patenti di guida ITALIA-QUEBÉC.
03 – La Sen. La Marca (Pd)*: nominata membro della delegazione italiana pam. oggi l’incontro con il presidente Casini.
04 – On. Nicola Care’ (PD)*:Assemblea parlamentare Nato, Carè(Pd): guerra in Ucraina e cybersicurezza
05 – Pierre Haski*: CINA – Un vento di guerra fredda in Asia soffia sul G7 di Hiroshima.
06 – OSSERVATORIO sulla TRANSIZIONE ECOLOGICA, promosso da: Laudato Sii, Coordinamento Democrazia Costituzionale, Nostra, Ambiente e Lavoro *: – Il Governo, conservatore e arretrato, frena innovazione e rinnovabili, punta sulle fonti fossili
07 – Crisi politica dell’Europa e “de occidentalizzazione” – La guerra sta svelando il volto di un’Unione europea con l’elmetto della Nato, una presenza senza voce, emarginata e subalterna. Un’Europa che si appresta a inaugurare una politica di austerità militare per conto degli Stati Uniti.
08 –. Irene Doda *: La verifica dell’età rischia di essere un grosso problema per internet – ( hanno scoperto l’acqua calda, Ndr).

 

01 – Nicola Lagioia *: QUEI 57 GIORNI TRA FALCONE E BORSELLINO CHE CAMBIARONO UNA GENERAZIONE. PER GLI SGUARDI CONSAPEVOLI, LA MORTE DI GIOVANNI FALCONE FU L’ENNESIMO CAPITOLO DEL ROMANZO DELLE STRAGI. UNO DEI PIÙ DOLOROSI, EPPURE SCRITTO NELLO STILE (INCHIOSTRO SIMPATICO COMPRESO) CHE CARATTERIZZA ALTRI DISASTRI NAZIONALI.

I distratti quel giorno caddero dalle nuvole. I volenterosi carnefici della repubblica cominciarono a insabbiare. Le prefiche in gessato strepitarono per coprire certi rivelatori rumori di fondo. I veri uomini di stato cercarono al contrario di arrestare disperatamente una macchina narrativa ormai più grande di loro. Gli altri adulti responsabili presero atto con contrizione di ciò che, a saper leggere i segnali, era nell’aria già da mesi. Ma per la generazione che nel 1992 si affacciava alla vita, nei cinquantasette giorni che separarono Capaci da via D’Amelio si consumò la fiducia nelle istituzioni che la scuola, la televisione – e per i più fortunati la famiglia – avevano provato a inculcare in chi, da lì a poco, avrebbe cominciato a scorticarsi le nocche bussando alla porta dell’età adulta. All’epoca avevo diciannove anni.
“Lo stato si è estinto”, titolava un numero del Male nel 1978. In Italia lo stato esiste quando esiste. È una luminaria a corrente alternata. Una commedia teatrale in cui certi personaggi, per rimanere se stessi, sono costretti a saltare da un ruolo all’altro di continuo. Tutto ciò è faticoso. I cambi di costume sono frequenti e concitati, le maestranze non sempre tengono il passo, e certi attori rischiano di essere sorpresi nella loro nudità di carni in movimento. Tra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992, in Italia il cambio di scena si consumò a sipario spalancato. Il che fu orribile, perché la flaccida e sconcia debolezza di ciò che avrebbe dovuto rappresentarci fu sotto gli occhi di tutti.
Non bisogna smettere di ricordare che Falcone e Borsellino diventarono eroi nazionali soltanto dopo la loro morte. Prima, erano stati continuo oggetto di veleni, sospetti, maldicenze che, tutte insieme, rafforzarono l’intreccio che portò alla loro fine. Vennero accusati di protagonismo, vanità, scarso senso dello stato. Quando, il 21 giugno del 1989 (il cosiddetto attentato dell’Addaura) la polizia ritrovò 58 cartucce di esplosivo in un borsone lasciato nella spiaggetta antistante la villa che Falcone aveva preso in affitto, ci fu chi disse che l’attentato il magistrato se lo era organizzato da solo per farsi pubblicità.
Molti ricordano la puntata del Maurizio Costanzo Show (gemellata per l’occasione con Samarcanda di Michele Santoro) in cui, alla presenza di Giovanni Falcone, un giovane Totò Cuffaro inveì scompostamente sostenendo che i discorsi sulla mafia che si stavano facendo quella sera erano lesivi della dignità della Sicilia: “C’è in atto una volgare aggressione alla classe dirigente migliore che abbia la Democrazia Cristiana in Sicilia! L’avete costruita sapientemente!”, sbraitò.
Non accusava in via diretta Falcone, ma la cattiva rifrittura del discorso sui “professionisti dell’antimafia” era lampante.
Meno ricordata è un’intervista di Corrado Augias a Falcone nel corso della trasmissione Babele, nel 1992, pochi mesi prima della morte del magistrato. A un certo punto, una delle ospiti in studio ritiene di poter chiedere candidamente al magistrato: “Lei dice che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei è fortunatamente ancora tra noi, chi la protegge?”
E Falcone, sconsolato: “Questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati, in questo paese?”.
Ci fu l’articolo di Sandro Viola sulla Repubblica del 9 gennaio del 1992:
Da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone con il rispetto che s’era guadagnato. Egli è stato preso infatti da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare che oggi sembra il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi che divora tanti personaggi della vita nazionale (…) spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera.
Sono alcuni tra i tanti esempi che si possono fare, e non sono garanzia di malafede, ma del clima che si respirava allora.
Soltanto all’indomani del 23 maggio si cominciarono a leggere sotto una luce completamente diversa gli snodi narrativi che portavano a Capaci.
Apparve incredibile ciò che fino al giorno prima era stato per molti normale. Per esempio, la mancata nomina di Falcone, dopo le dimissioni di Antonino Caponnetto, a capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Il consiglio superiore della magistratura gli preferì Antonino Meli. Il che era legittimo. Ma sconcertante non con il senno del poi, ma già con quello che avrebbe dovuto guardare ai risultati del maxiprocesso.
Il passato, che il 23 maggio assunse all’improvviso le dimensioni dell’assurdo, non fu sufficiente (ancora una volta!) per leggere il presente, giorno per giorno – da fine maggio a giugno, da lì ai primi di luglio – fino alla strage di via D’Amelio. Dall’assurdo all’osceno. Se la morte di Falcone fu la cartina di tornasole per i dieci anni precedenti, quella di Paolo Borsellino fu in un certo senso ancora peggio: una tragedia annunciata con chiarezza abbacinante.
Il giorno di Capaci rimanemmo scioccati. Ma il 19 luglio smettemmo in maniera legittima di credere nello stato. In quei 57 giorni Borsellino fu un dead man walking, e lo fu pubblicamente, alla luce del sole, in modo orrendo.
“Borsellino sapeva di essere ormai nel mirino”, disse Antonino Caponnetto in un’intervista con Gianni Minà nel 1996, “soprattutto lo seppe negli ultimi giorni prima della sua morte. Il giovedì ebbe la comunicazione indubitabile… la certezza assoluta che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo. Per prima cosa si attaccò al telefono, chiamò il suo confessore. Disse: puoi farmi la cortesia di venire subito? E appena quello lo raggiunse nel suo studio, disse: senti, per cortesia, confessami e impartiscimi la comunione”.

Alla domanda di Minà: “Non si poteva fare niente per evitare la sua morte?”, Caponnetto rispose: “Qualcosa si poteva fare. Qualcosa che Paolo aveva chiesto già da venti giorni alla questura. Una domanda rimasta inevasa: disporre la rimozione degli autoveicoli dalla zona antistante l’abitazione della madre. Io tutt’oggi sono incredulo su questo fatto. E tutt’oggi aspetto di sapere chi era il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo, se si è proceduto nei suoi confronti disciplinarmente. Io spero di riuscire a saperlo prima di chiudere gli occhi”.
La domenica della sua morte (disse ancora Caponnetto in quell’intervista), Paolo Borsellino ricevette in mattinata una telefonata dal procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco: “Credo che gli comunicasse che aveva deciso finalmente di accogliere la sua richiesta di avere la delega per altre procure della repubblica. Insisteva da tanto tempo con Giammanco senza riuscire a ottenere la delega per indagare su fatti criminosi verificatisi anche in altre circoscrizioni. La decisione gli parve molto strana. La commentò in casa dicendo: ma guarda che strano, proprio di domenica mattina si sveglia all’improvviso e mi viene a fare questa comunicazione…”.
Io sto con Piero Gobetti. Credo sia sempre l’autobiografia della nazione. Gobetti lo diceva riferendosi al fascismo. Ma io ritengo valga anche per la mafia. Non voglio dire che abbiamo tutti una mentalità mafiosa. Ma tutti, prima o poi, ci ritroviamo al centro o (molto più spesso) ai margini di narrazioni fatte di snodi che il senso comune porta a interpretare in maniera dissennata.
Non di rado in Italia il senso comune è prodotto dalla combinazione di bassi istinti, emotività sfrenata e convenienza personale. La capacità analitica ci fa difetto, l’illuminismo non ci appartiene mai abbastanza, e una parte della passione con cui abbiamo trasformato Falcone e Borsellino in due santi assoluti potrebbe essere fatta della stessa sostanza che ci portò a diffidare di loro mentre erano in vita.
Inutile, il sospetto che qualche contemporaneo sia migliore di noi ci annebbia la vista, ci rovina il sonno. Il presente ci appare sempre più povero di ciò che è. Assurdamente, temiamo che gli uomini di grande valore, per il semplice fatto di essere tra noi, ci tolgano spazio vitale. Ecco perché siamo un paese di eroi postumi. In vita preferiamo i falsi profeti: la loro mediocrità e doppiezza ci rassicura.
A questo si aggiunge l’antico amore per il particulare. Lasciamo che siano circondati di un’aura sospetta eventi e situazioni che più lucidità e coraggio farebbero leggere in modo diverso. Come fu possibile sbagliarsi così tanto su Falcone e Borsellino mentre erano vivi? La colpa più diffusa non sta nel violare la legge. La colpa se si vuole ancora più grave (perché priva di sanzione) in questi casi si consuma quando, senza bisogno di forzare alcuna norma, lasciamo che si interpreti un fatto, o un insieme di fatti, alla maniera che (ci fanno capire, quando non lo capiamo benissimo da soli) risulta per noi più conveniente.
Iniziamo ad accalorarci per le cause sbagliate. A una certa temperatura certi confini si fanno meno chiari, e così, persino senza bisogno di averne piena consapevolezza, ci troviamo a scambiare la passione per noi stessi col sacro fuoco della verità. Fino a quando queste passioni tristi prevarranno sulla ragione (la base di ogni vera passione civile) la vergogna di quei 57 giorni non smetterà di appartenerci.
*( Fonte: Internazionale. Nicola Lagioia è uno scrittore e conduttore radiofonico italiano, direttore del Salone internazionale del libro di Torino dal 2017)

 

02 – La Sen. La Marca (PD) INTERVIENE IN AULA SULL’ACCORDO SULLE PATENTI DI GUIDA ITALIA-QUEBÉC.
«Oggi, 25 maggio, sono intervenuta in Aula su una questione annosa che ha creato, e continua a creare, non pochi disagi ad una fetta ampissima di italiani residenti in Québec e di cittadini quebbechesi presenti in Italia. Nonostante infatti l’iter procedurale per la definizione tecnica fra Italia e Québec, per la conversione delle patenti di guida, sia da oltre sei anni allo studio del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, del Ministero degli affari esteri, e le competenti autorità quebecchesi, l’intesa è ancora lungi dal realizzarsi » ha dichiarato la senatrice La Marca, eletta all’estero nella ripartizione America del Nord e Centrale.

«Nella mia ultima interrogazione sull’argomento depositata quattro mesi fa- ha continuato la senatrice La Marca – chiedevo ai Ministri in questione se avessero ricevuto dalle autorità quebecchesi riscontri relativi alla prosecuzione dei negoziati, se e quali siano gli ostacoli tecnici che ancora impediscono di arrivare alla conclusione dell’intesa ed entro quanto tempo ritengano di poter chiudere gli accordi d’intesa con il Québec, la cui prolungata conclusione sta suscitando notevoli disagi ad una platea sempre più larga di cittadini dei due paesi interessati. Eppure, a queste mie domande, non ho mai ricevuto risposta»

Nel marzo 2017 è stato firmato l’Accordo Quadro tra Italia e Canada per il reciproco riconoscimento delle patenti di guida ai fini della conversione, indispensabile per poter concludere gli accordi di dettaglio con le singole province e i territori canadesi. Nel 2021 però, la direzione generale del Ministero delle infrastrutture e della mobilità ha ulteriormente formalizzato le richieste di chiarimenti da presentare alle autorità quebecchesi, per il tramite del Ministero degli affari esteri.

«Sostanzialmente, dopo sei anni dall’inizio dei negoziati e nonostante i diversi contatti intercorsi tra le autorità delle due parti, nonché le mie sollecitazioni avanzate a livello parlamentare, non si è finora pervenuti ad alcuna conclusione, né risultano prospettate ipotesi temporali relative alla conclusione delle trattative. Tutto ciò è inammissibile. Credo infatti che il nostro lavoro di parlamentari sia quello di cercare di dare soluzioni e risposte rapide alle questioni che giustamente i cittadini italiani pongono, in Italia come all’estero. Mi auguro quindi che si possa dare una risposta celere alle mie domande, ma soprattutto a quelle dei cittadini che attendono, giustamente e da troppo tempo, delle risposte dalle istituzioni » ha concluso la senatrice La Marca.
*(Sen. Francesca La Marca – Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central America)

 

03 – La Sen. La Marca (Pd)*: NOMINATA MEMBRO DELLA DELEGAZIONE ITALIANA PAM. OGGI L’INCONTRO CON IL PRESIDENTE CASINI.

Si è tenuto oggi, 23 maggio, un incontro fra i parlamentari designati membri in questa legislatura della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (PAM). Fra loro anche l’unica nominata per il Partito Democratico, la senatrice Francesca La Marca che ha incontrato il Presidente dell’ Unione Interparlamentare Pier Ferdinando Casini.

« L’ Assemblea Parlamentare del Mediterraneo opera ormai dal 2005 ed è per me occasione di profondo orgoglio farne parte in questa legislatura. Gli obiettivi che ci siamo prefissati sono innumerevoli ma è chiaro che in un periodo di così alta tensione internazionale, penso chiaramente all’invasione russa dell’Ucraina e al regime talebano in Afghanistan, il nostro compito è quello di creare una cooperazione politica, economica e sociale fra gli Stati membri dell’assemblea, al fine di trovare soluzioni comuni alle sfide della regione euro mediterranea del Golfo » ha dichiarato la senatrice La Marca.

L’ Assemblea Parlamentare del Mediterraneo è il centro di eccellenza della diplomazia parlamentare regionale e un forum unico nel suo genere, la cui adesione è aperta esclusivamente ai paesi euro mediterranei e del Golfo che sono rappresentati su un piano di uguaglianza. Questo si riflette nella composizione dell’ufficio di presidenza e nell’alternanza della presidenza. Il Presidente dell’APM è S.E. Sen. Enaam Mayara, Presidente della Camera dei Consiglieri del Marocco. Ogni delegazione nazionale ha fino a cinque membri con uguale diritto di voto e potere decisionale.

« La mia nomina è diventata ufficiale il 17 maggio, d’intesa con il Presidente del Senato La Russa e il Presidente della Camera dei Deputati Fontana. Sono convinta – ha continuato la senatrice La Marca – che i parlamentari sono la chiave di ogni processo decisionale politico, ed è così che vogliamo svolgere il lavoro all’interno dell’Assemblea al fine di garantire la coerenza e il coordinamento nei processi decisionali, contribuendo all’elaborazione di politiche che abbiano sia un impatto immediato che un impatto a lungo termine per le generazioni future »

Oltre alla Senatrice La Marca la Delegazione Italiana, essendo un organizzazione bicamerale, è formata dall’On. Bergamini, (Forza Italia) dall’On. Centemero (Lega), dalla Senatrice Petrucci (Fratelli d’Italia) e dalla Senatrice Lopreiato (M5S).

« Ho fatto le mie congratulazioni ai miei colleghi ed ho notato subito che abbiamo una sintonia ideale per affrontare le sfide di oggi, tra cui la migrazione di massa, il cambiamento climatico e soprattutto la recrudescenza dei conflitti e la conseguente evoluzione del terrorismo. Queste tematiche richiedono uno sforzo collettivo, buona volontà e misure di rafforzamento della fiducia » ha concluso la senatrice La Marca
*(Sen. Francesca La Marca – Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central America)

 

04 – On. Nicola Care’ (PD)*:ASSEMBLEA PARLAMENTARE NATO, CARÈ(PD): GUERRA IN UCRAINA E CYBERSICUREZZA.
La delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato di cui faccio parte ha partecipato alla sessione primaverile dell’Assemblea in Lussemburgo. La sessione si è aperta con la riunione congiunta della Commissione permanente, l’organo decisionale dell’Assemblea,con la Commissione Nato-Ucraina, nel corso della quale il co-presidente ucraino Kornyenko ha richiamato in particolare l’attenzione sulla necessità, da parte ucraina, di potenziare l’azione difensiva, con il sostegno dei paesi dell’Alleanza. Successivamente, si è svolta la riunione della Commissione permanente, seguita il 20 e 21 maggio da quella delle 5 Commissioni dell’Assemblea: Difesa, Economica, Scienza e Tecnologia, Politica e Democrazia e Sicurezza, alle quali hanno partecipato i parlamentari italiani. Tra i temi al centro del dibattito: la guerra in Ucraina, il ruolo globale della Cina, l’approvvigionamento alleato alla luce della nuova postura in materia di sicurezza e resilienza, il prossimo Vertice di Vilnius, la tutela delle infrastrutture marittime critiche, le nuove tecnologie, la sicurezza energetica e alimentare. Il 22 maggio ha avuto luogo la sessione plenaria, durante la quale si è svolta, come di consueto, una sessione di domande e risposte al vice segretario generale della Nato, Mircea Geoana. La delegazione italiana ha presentato un emendamento – laddove si chiedono nuovi impegni di spesa e investimento per la difesa oltre il 2024, superando un livello minimo di investimento del 2% del PIL per la difesa – volto a chiarire quali spese possano rientrare nei livelli minimi richiesti, a fronte delle nuove sfide che si affacciano, quali la minaccia cyber, ambientale, alimentare o ancora il terrorismo.” Cosi in una nota Nicola Carè, deputato del Pd eletto all’estero che insieme a Lorenzo Cesa (Presidente) Andrea Orsini (Vicepresidente) e insieme ai colleghi Calovini, Cantone, Crippa, Formentini, Tremonti, Barcaiuolo, Losacco, Malpezzi, Marcheschi, Orsomarso e Paroli fa parte della delegazione Italiana.
*(On./Hon. Nicola Carè – Camera dei Deputati – Chamber of Deputies – IV Commissione Difesa – Defence Committee – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Electoral College – Africa, Asia)

 

05 – Pierre Haski*: CINA – UN VENTO DI GUERRA FREDDA IN ASIA SOFFIA SUL G7 DI HIROSHIMA

LEGGENDO IL LUNGO COMUNICATO FINALE DEL VERTICE CHE HA RIUNITO LE SETTE PRINCIPALI ECONOMIE OCCIDENTALI, IL G7 DI HIROSHIMA, BISOGNA ARRIVARE AL PUNTO 51 PRIMA DI TROVARE L’ARGOMENTO CINA. EPPURE I RAPPORTI CON PECHINO, INSIEME ALLA GUERRA IN UCRAINA, SONO IL TEMA NUMERO UNO PER GLI STATI UNITI E PER IL PAESE OSPITANTE, IL GIAPPONE.

In ogni caso, anche se diluiti in un testo che affronta molti argomenti, i riferimenti alla Cina hanno provocato una reazione durissima da parte di Pechino. “Denigrazione sistematica”, “ingerenze negli affari interni cinesi”, “destabilizzazione regionale”: il ministero degli esteri cinese non ha certo misurato le parole commentando il vertice.

Visto da Pechino, l’evento di Hiroshima consolida il clima da guerra fredda che domina l’Asia nordorientale. Ma è una guerra fredda di tipo nuovo, molto diversa da quella del secolo scorso tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Cordone di sicurezza
Nel comunicato, le potenze occidentali si sono preoccupate di proclamare che il loro approccio “non è concepito per arrecare danno alla Cina. Non intendiamo ostacolare il progresso o lo sviluppo economico cinese”. Ma resta il fatto che tutte le decisioni prese dagli statunitensi, già all’epoca di Donald Trump e successivamente, in modo ancora più decisivo, sotto Joe Biden, mirano di fatto a rallentare l’ascesa di Pechino come rivale globale di Washington.

Gli Stati Uniti e i loro alleati praticano quello che nel contesto della prima guerra fredda si chiamava “contenimento”, parola chiave di quei tempi. Si tratta in sostanza di stringere alleanze in modo da creare un cordone di sicurezza attorno al paese che si vuole arginare.

È difficile tendere la mano e al contempo incrementare la pressione

È quello che succede nel settore della tecnologia, il vero campo di battaglia del ventunesimo secolo. Privando la Cina dell’accesso ai semiconduttori più all’avanguardia e ai macchinari che permettono di produrli, gli statunitensi hanno colpito duramente l’economia cinese.

La grande differenza rispetto alla prima guerra fredda è che allora quasi non esistevano scambi commerciali e investimenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Di contro, nel 2022 il commercio tra Stati Uniti e Cina ha raggiunto un giro d’affari di 690 miliardi di dollari, un record. Da questa situazione nasce la necessità di distinguere tra il “disaccoppiamento” (decoupling, in inglese) e la “riduzione dei rischi” (derisking, in inglese) .

“ Disaccoppiamento” significa fermare tutti gli scambi economici tra i due paesi, uno scenario semplicemente impossibile su scala così vasta. Con “riduzione dei rischi”, invece, si intende la volontà di tagliare solo i legami economici nei settori più delicati, per scongiurare il rischio di ritrovarsi dipendenti dalla Cina come altri paesi erano dipendenti dal gas russo, per esempio.
*( Pierre Haski, giornalista France Inter, Francia)

 

06 – OSSERVATORIO SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA, PROMOSSO DA: LAUDATO SII, COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, NOSTRA, AMBIENTE E LAVORO *: – IL GOVERNO, CONSERVATORE E ARRETRATO, FRENA INNOVAZIONE E RINNOVABILI, PUNTA SULLE FONTI FOSSILI

A fronte della catastrofe emiliano-romagnola, a cui potrebbero seguirne – purtroppo – altre, anche in ragione della posizione geografica della nostra penisola, protesa verso un’Africa surriscaldata dal cambiamento del clima e contornata da mari che richiamano precipitazioni e tempeste violente.

E’ stupefacente l’ordine di priorità che i governi hanno dato alla “lotta” al cambiamento climatico: priorità al sistema energetico fossile, al consumo di suolo, al gruviera di nuove infrastrutture e a questo si aggiunge lo stretto rapporto con guerre, anzitutto in Ucraina, cui forniamo armi sempre più moderne e sofisticate.

L’uso delle risorse è squilibrato, al punto che l’UE ha messo in campo una sorta di PNRR delle armi, e orientato a conservare le condizioni che hanno portato alla crisi climatica attuale.

Il bilancio delle politiche per l’ambiente del Ministro e del Governo è sconfortante, anzi è protagonista di una vera e propria restaurazione conservatrice, continua a nominare commissari tanto impotenti quanto incapaci di risolvere i problemi e di questo mena un vanto imbarazzante.

E’ del tutto ragionevole che dal momento che si sta discutendo di destinare risorse del PNRR ad altri scopi ci sia una riconversione verso obiettivi ambientali come il governo delle acque, ormai indifferibile.

Un indicatore impietoso e visibile è nella distribuzione geografica dell’acqua: tracimante a poche decine di chilometri da bacini ancora in secca, non rincalzata dallo scioglimento di nevi e ghiacciai saccheggiati da inverni miti.

Agricoltura e forniture idriche per uso civile e industriale non hanno certezza di fornitura. Occorre un progetto di cambiamento del sistema di produzione e consumo e la guerra in Ucraina ha sovvertito le priorità e relegato in secondo piano l’ambiente.

Gli investimenti sulle rinnovabili sono sostanzialmente fermi, se si considera che solo la misura del 110 % ha per ora incrementato il fotovoltaico. Non c’è ancora lo sblocco dell’eolico off-shore, malgrado importanti progetti di investimento, ormai finanziati, come a Civitavecchia e nelle isole. Si perde tempo prezioso, non si traggono le conseguenze dagli investimenti innovativi nella produzione di energia da fonti rinnovabili per le attività manifatturiere, ad esempio per l’ex ILVA, unica eccezione l’investimento dell’Enel a Catania nei pannelli solari.

Fotovoltaico, eolico dovrebbero essere gli investimenti più innovativi, invece l’attenzione e i quattrini sono negli investimenti fossili, in particolare nel gas su impulso dell’Eni che parla di rinnovabili ma si impegna su gas e fossile. Di più: Eni ha convinto il governo a farsi dare nuovi fondi del PNRR per l’assurdo progetto di nascondere la CO2 prodotta nel sottosuolo, proprio laddove la tragedia dell’alluvione ha colpito oltre ogni immaginazione.

La strategia di ENI spinge il nostro Paese a violare gli impegni climatici assunti, minando seriamente la transizione ecologica, con obiettivi che non sono in linea con l’accordo di Parigi. La ‘partecipata’ dello stato continua nell’espansione di petrolio e gas e, di fatto, riserva alle rinnovabili un ruolo secondario, ha infatti annunciato di voler incrementare la propria produzione di idrocarburi a 1,9 milioni di barili di petrolio equivalente al giorno, e di dedicare agli investimenti nelle rinnovabili solo 1,65 miliardi di euro dei 9 di investimenti previsti all’anno nel periodo 2023-2026. Un recente studio pubblicato da Reclaim Finance, ReCommon e Greenpeace ha calcolato che meno del 20% degli investimenti previsti da Eni nei prossimi anni andranno a finanziare progetti di energie rinnovabili, superando del 70% l’impegno a ridurre le emissioni previste dalla IEA

Mentre gli investimenti nelle rinnovabili possono creare posti di lavoro di qualità, produzioni innovative che l’Italia è in grado di fare. Posti di lavoro che potrebbero compensare e sopravanzare le perdite occupazionali in altri settori e, per di più, gli investimenti nelle rinnovabili sono maggiormente nel Sud.

Anche nel settore industriale, ad esempio nell’auto, il governo ha svolto un ruolo di retroguardia, di conservazione, anziché concordare con altri partner europei progetti innovativi si è trovato isolato su posizioni conservatrici. Infatti, le principali case automobilistiche stanno programmando investimenti nelle gigafactory del futuro, dai chip ai nuovi componenti come le batterie, cogliendo le occasioni dei sostegni pubblici.

Mentre in Italia i fondi del PNRR sono ostinatamente indirizzati al vecchio paradigma energetico che devasta il clima.

Anche i progetti per costruire comunità energetiche hanno fondi previsti, ma gli strumenti non sono ancora funzionanti: si continua nella nebbia di provvedimenti incerti o difficilmente applicabili. Il rinvio e il ritardo sembrano essere la regola per le scelte importanti. Risorse senza limiti e con assoluta rapidità sembrano appannaggio solo delle fonti fossili, come nel caso dei rigassificatori e delle navi metaniere, il cui uso non è inserito in un quadro di transizione nel tempo più breve possibile verso le nuove fonti energetiche.

Con un gioco perverso di manipolazione il nucleare esistente viene spacciato per nuovo, malgrado sia costoso e insicuro, come ci ricorda Fukushima, e per di più impone l’uso di materie prime sempre meno disponibili.

Il nucleare è come il ponte sullo stretto: la destra al governo non resiste a riproporlo, incurante delle conseguenze economiche e sociali, dei rischi e dei costi spropositati.
Purtroppo la crisi climatica e la transizione energetica per liberarci dalle fonti fossili non sono oggi il centro del lavoro del governo italiano e per questo occorre che tutte le sensibilità ambientaliste e per la giustizia sociale si uniscano in una iniziativa comune, pronti a ricorrere, se necessario, anche ad un terzo referendum popolare contro il nucleare.
Le associazioni ambientaliste e per la cura della Terra e per la giustizia sociale stanno organizzando per la prima decade di giugno manifestazioni, presidi e occupazioni in tutti i territori e di fronte ai Ministeri responsabili con lo slogan “Scatena le rinnovabili”, perchè pale eoliche e pannelli solari possono spezzare le catene dello sviluppo fondato sul fossile.
*(Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Massimo Serafini, Massimo Scalia coordinatore scientifico)

 

07 – Salvatore Bianco *: CRISI POLITICA DELL’EUROPA E “DEOCCIDENTALIZZAZIONE” – LA GUERRA STA SVELANDO IL VOLTO DI UN’UNIONE EUROPEA CON L’ELMETTO DELLA NATO, UNA PRESENZA SENZA VOCE, EMARGINATA E SUBALTERNA. UN’EUROPA CHE SI APPRESTA A INAUGURARE UNA POLITICA DI AUSTERITÀ MILITARE PER CONTO DEGLI STATI UNITI.*

È risaputo che le guerre con il loro carico di atrocità disvelano la consistenza politica dei singoli attori coinvolti. Intervistato da Il Riformista, nel marzo scorso, Mario Tronti così si esprime sul conto dell’Europa: «questa guerra ci sta mostrando un animale impolitico di strane sembianze: un’Unione economica europea con l’elmetto della Nato. Più che una grande assenza quella dell’Europa ufficiale di oggi è una piccola minuscola presenza senza voce, emarginata e subalterna». In effetti, la pandemia, prima, e la guerra in Ucraina, poi, sono servite a mostrare il vero volto dell’Europa: un sistema istituzionale sovraordinato ai singoli Stati a forte vocazione amministrativa, concepito per assecondare le presunte sorti magnifiche e progressive del mercato, come ripetuto anche di recente da Angela Merkel. Ebbene, la tesi che si proverà ad argomentare è che l’attuale quadro di fragilità politica dell’Europa, a fronte di uno scenario internazionale in rapido deterioramento, non è l’accadimento di un destino cinico e baro piuttosto il frutto avvelenato di precise scelte fatte che molto probabilmente, quello scenario, hanno contribuito ad alimentarlo.

LA “SECONDA” GLOBALIZZAZIONE OCCIDENTALE

Ora, un’analisi critica che ambisce a rendere ragione di quello statuto eminentemente amministrativo che caratterizza l’Europa ufficiale, come appellata da Tronti, non potrà non concentrarsi su quel paradigma economico che ha fatto da cornice a quella costruzione e l’ha resa in qualche modo possibile. L’Unione Economica Europea si colloca, infatti, in quella particolare temperie epocale che in rapida sequenza ha visto il crollo, per implosione, dell’Urss, la celebrazione delle economie di mercato e degli annessi sistemi istituzionali informati al credo liberal-democratico, suggellata dalla fine della storia proclamata da Francis Fukujama. Da qui il varo da parte del blocco occidentale della seconda globalizzazione, dopo quella tentata e finita nel sangue di fine Ottocento, di cui stiamo registrando nel presente gli esiti fallimentari. Si comprende agevolmente come in un contesto culturale e ideologico siffatto, l’Europa è stata intesa dai suoi “architetti” semplicemente come infrastruttura a carattere amministrativo che rispondesse alle esigenze di un mercato sempre più ampio ed integrato e tendenzialmente
*(Salvatore Bianco – Responsabile CGIL del comparto funzioni centrali Area metropolitana di Bologna)

 

08 –. Irene Doda *: LA VERIFICA DELL’ETÀ RISCHIA DI ESSERE UN GROSSO PROBLEMA PER INTERNET – ( hanno scoperto l’acqua calda, Ndr).
In Francia, i legislatori stanno lavorando a un disegno normativo per proibire, nei fatti, l’accesso alla pornografia ai minori di diciotto anni. “La prima volta che accedono a un sito pornografico, i bambini hanno in media undici anni. Eppure nel paese è vietato esporre i minori di diciotto anni a questo tipo di contenuti. Ma in realtà basta cliccare sulla homepage di questi siti, affermando di essere maggiorenni, per scoprire video il cui contenuto può scioccare o, peggio, traumatizzare”, ha detto il Ministro per gli Affari Digitali Jean-Noël Barrot. L’iniziativa ha riacceso un dibattito fondamentale: come proteggere le persone più vulnerabili – tra cui bambini e preadolescenti – dai contenuti potenzialmente dannosi senza compromettere il diritto alla privacy e senza esporre dati sensibili? La discussione non riguarda solo il materiale pornografico, ma anche, per esempio, l’iscrizione ai social network
ESISTONO DIVERSI METODI PER LA VERIFICA DELL’ETÀ SU INTERNET E NESSUNO È COMPLETAMENTE ESENTE DA PROBLEMI
Il primo, previsto per esempio da una legge della Louisiana in vigore da quest’anno, è quello all’apparenza più semplice: agli utenti viene richiesto di fornire un documento ufficiale, una carta di credito oppure di autenticarsi attraverso un gestore di identità digitali (in Louisiana viene utilizzato un servizio chiamato AllTrustPass). Non è difficile rendersi conto delle enormi questioni di privacy e di sicurezza derivanti da una clausola di questo tipo. Secondo l’organizzazione per i diritti digitali Electronic Frontier Foundation “La verifica obbligatoria dell’età, e con essa la verifica obbligatoria dell’identità, è l’approccio sbagliato per proteggere i giovani online. (…) Questo schema ci condurrebbe ulteriormente verso un’internet in cui i nostri dati personali vengono raccolti e venduti di default”.
Altri metodi sono più innovativi, ma non meno problematici. Facebook Dating utilizza il riconoscimento facciale per inferire l’età di un utente. In questo caso, il problema riguarda anche l’equità di accesso: i sistemi di riconoscimento facciale falliscono spesso nell’identificare persone non bianche, disabili o di genere non conforme. Un’altra tecnica, utilizzata per esempio da TikTok, consiste nel desumere l’età dalle attività online, analizzate tramite sistemi di intelligenza artificiale. Anche se non è ancora attivo su larga scala, questo metodo è considerato molto impreciso, e a rischio di creare un sistema di sorveglianza ramificato e intrusivo.
In Francia la Commissione Nazionale per l’Informatica e le Libertà (CNIL) sta lavorando insieme alla Scuola Politecnica a un sistema di autenticazione dell’identità basato sulla zero knowledge proof, un metodo crittografico che consente di “dimostrare la conoscenza di un segreto senza rivelarlo”, per minimizzare il volume di dati personali trasmessi a un sito o a una piattaforma. Tuttavia, ammettono gli stessi promotori dell’iniziativa, anche questa metodologia potrebbe essere aggirabile tramite l’uso di una VPN.
Al momento non esiste un’infrastruttura globale in grado di verificare l’età degli utenti di internet che non implichi massicce operazioni di sorveglianza e notevoli rischi per la sicurezza dei dati personali. La spinta da parte di governi nazionali e locali per la verifica dell’età online potrebbe radicalmente cambiare il modo in cui utilizzeremo Internet in futuro
*( a cura di: Irene Doda, vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Ha scritto per Wired, Singola, Il Tascabile e altre riviste online e cartacee)

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