n°18 – 6/5/23 RASSEGNA DI NEWS AZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Senatrice La Marca (Pd) presenta un ddl sull’accordo di “cooperazione culturale, scientifica e tecnologica” tra Italia e Costarica
02 – Fabrizio Tonello*: Le domeniche bestiali del capitalismo-casinò – DI CRISI BANCARIA IN CRISI BANCARIA. L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Federal Reserve mesi fa, seguita dalla Bce, ha trasformato il sistema bancario Usa in una polveriera e nessuno sa bene cosa succederà quando i mozziconi accesi raggiungeranno i barili di esplosivo.
03- Andrea Colombo*: «Meloni inaffidabile». Parigi attacca di nuovo sui migranti – IMMIGRAZIONE. Alta tensione dopo le parole del ministro Darmanin. Tajani annulla il viaggio in Francia.
04 – Tonino Perna*: Il Pnrr per le armi. Verso la transizione bellica – COMMENTI. La questione della guerra e della pace non è una delle tante contraddizioni di questa nostra società, ma rappresenta la linea di demarcazione tra socialismo e barbarie, tra la catastrofe globale e la possibilità di dare un futuro alle prossime generazioni

 

01 – LA SENATRICE LA MARCA (PD) PRESENTA UN DDL SULL’ACCORDO DI “COOPERAZIONE CULTURALE, SCIENTIFICA E TECNOLOGICA” TRA ITALIA E COSTA RICA
«L’accordo sulla cooperazione culturale, scientifica e tecnologica tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Costa Rica, firmato a Roma il 27 maggio 2016, non ha mai raggiunto la calendarizzazione, che si protrae dalla XVII Legislatura. I miei sforzi, nelle ultime settimane, sono incentrati al voler riproporre questo DDL, che si inserisce in un contesto di rilancio delle relazioni bilaterali dell’Italia con uno dei partner tradizionali dell’America centrale, che si caratterizza per la stabilità politica e gli indici di sviluppo tra i più elevati dell’area » ha dichiarato la senatrice del Partito Democratico Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione estera ripartizione America Settentrionale e Centrale.
In occasione di una sua visita ufficiale in Costa Rica, svoltasi appena un paio di settimana fa, la senatrice La Marca ha avuto il piacere di conversare con la Vice Ministra degli Esteri Lydia Petrella, con la quale ha discusso di varie tematiche che riguardano i due paesi fra cui la volontà di rilanciare le relazioni e di espandere la cooperazione bilaterale a nuovi settori.
«Le ottime cooperazione bilaterali fra i due paesi – ha dichiarato la senatrice La Marca – sono favorite dai solidi rapporti commerciali tra Italia e Costa Rica, che sono attestati su livelli più che soddisfacenti, in quanto il Costa Rica è il quarto più importante partner dell’Italia in Centro America, dopo Messico, Panama e Cuba, con un interscambio globale che solo nel 2015 ha raggiunto la cifra di 379,5 milioni di euro »
L’importanza di presentare questo DDL, che è stato sottoscritto tra gli altri anche dall’ex segreteria della CGIL Susanna Camusso, dagli ex ministri Delrio e Lorenzin e dal capogruppo PD in Commissione Esteri al Senato Alessandro Alfieri, è quindi ben spiegata dalla volontà di continuare a intelaiare dei rapporti sempre più intensi con il Costa Rica, con la finalità di favorire anche la comunità italiana che vive nel paese e che, ad oggi, conta quasi 9.000 iscritti AIRE. Anche in un colloquio tenutosi a fine marzo, con l’Incaricata d’Affari a.i dell’Ambasciata di Costa Rica in Italia, Tamara Andrea Gomez Marin, è emersa questa possibilità di collaborare ancora a più stretto contatto.
« L’accordo di cooperazione culturale, scientifica e tecnologica in questione quindi deve essere il seguito naturale degli ottimi andamenti delle relazioni bilaterali, confermato anche da numerosi casi di sostegno reciproco alle rispettive candidature internazionali. Basti ricordare l’appoggio di San José alla candidatura italiana al Consiglio di sicurezza dell’ONU 5 anni fa » ha concluso la senatrice La Marca.
Alla luce dell’incontro previsto per questa settimana a Roma con la Vice-Ministra degli esteri del Costa Rica, Lydia Perella, la senatrice La Marca ribadirà quindi la propria volontà nel voler portare avanti questo accordo, che ricopre un valore fondamentale, sotto molti aspetti, sia per l’Italia che per il Costa Rica.
*Sen. Francesca La Marca-Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central Ameri)

 

04 – Fabrizio Tonello*: LE DOMENICHE BESTIALI DEL CAPITALISMO-CASINÒ – DI CRISI BANCARIA IN CRISI BANCARIA. L’AUMENTO DEI TASSI DI INTERESSE DECISO DALLA FEDERAL RESERVE MESI FA, SEGUITA DALLA BCE, HA TRASFORMATO IL SISTEMA BANCARIO USA IN UNA POLVERIERA E NESSUNO SA BENE COSA SUCCEDERÀ QUANDO I MOZZICONI ACCESI RAGGIUNGERANNO I BARILI DI ESPLOSIVO. L’IPOTESI PIÙ PROBABILE È UN IMMINENTE CREDIT CRUNCH, LA CHIUSURA DEI RUBINETTI DEL CREDITO PERCHÉ NESSUNO SI FIDA PIÙ DI NESSUNO
LE DOMENICHE BESTIALI DEL CAPITALISMO-CASINÒ.

«Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò al riposo, perché in esso aveva cessato da ogni opera che egli aveva fatto creando negli altri sei» disse Mosè (Genesi 2.3). Quindi la domenica Dio riposa, mentre i banchieri no. Sarà per questo che andranno tutti all’inferno.

Non so se lo avete notato ma è la domenica, in genere a tarda notte, che il capitalismo moderno dà il meglio di sé, ovvero salva le banche con i soldi dei contribuenti (i soldi dell’uomo della strada, perché i milionari le tasse non le pagano, avendo scritto loro le regole fiscali).

Tre settimane fa il Financial Times, che si considera autorizzato a dire anche le verità scomode perché la plebaglia non lo legge, ha pubblicato il seguente grafico intitolato: «Questa è già una brutta crisi bancaria ma non è ancora grave come quella del 2008». Un titolo in cui la parola chiave era ancora.

E, infatti, l’altroieri Jerome Powell, il presidente della Federal reserve (la banca centrale degli Stati uniti) ha nuovamente aumentato i tassi di interesse dello 0,25%, immediatamente seguito dalla Banca centrale europea. Questo dopo aver passato la domenica a convincere amichevolmente la banca JPMorgan Chase a comprarsi la First Republic; tanto amichevolmente quanto può esserlo a Corleone la visita imprevista di due signori con la coppola e una doppietta in spalla. Le trattative fra le autorità di sorveglianza e JPMorgan non sono state facili: la Fdic (il fondo assicurativo delle banche) ha dovuto fornire, come incentivo, 13 miliardi di dollari dopo aver espletato quella che il comunicato definisce una «procedura di gara altamente competitiva». Da parte sua Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha dichiarato, sussiegoso: «Il nostro governo ha invitato noi e altri a intervenire e noi lo abbiamo fatto». No, non è Crozza, hanno scritto proprio così.

In omaggio alla trasparenza, i nuovi proprietari hanno poi scritto di aver rilevato «una parte consistente degli attivi di First Republic e alcune passività». E qui probabilmente la parola chiave è alcune.

Ovvero, hanno comprato la banca ma non i suoi debiti? E i debiti che fine hanno fatto? Giusto per avere un’idea, le tre banche fallite nel 2023 erano più grandi delle 25 banche crollate nel 2008. Per la precisione, nel 2008, il patrimonio delle 25 banche scomparse era 526 miliardi di dollari mentre oggi, gli assets di Silicon Valley Bank, Signature Bank e First Republic Bank ammontano a 532 miliardi.

Come si diceva, oggi l’insolvenza di molte banche non è un fenomeno occasionale ma strutturale: negli Stati uniti ne sono fallite tre negli ultimi due mesi. A cui bisognerebbe forse aggiungere il fatto che, nell’era del capitalismo-casinò, i salvataggi delle banche sono la tassa che tutti dobbiamo pagare perché pochi continuino ad arricchirsi. Il ministro del Tesoro americano Janet Yellen ha il suo bel daffare con le banche americane che barcollano: dopo Silicon Valley, Signature Bank e First Republic c’è una lunga lista di altri istituti che potrebbero andare a gambe all’aria e già questa domenica potrebbe toccare a PacWest, un’altra banca di medie dimensioni, le cui azioni mercoledì erano calate del 50%.

Perché? Semplice: uno studio del marzo scorso di Erica Xuewei Jiang e altri (Monetary Tightening and U.S. Bank Fragility) spiegava che «Il valore di mercato degli attivi del sistema bancario statunitense è inferiore di 2.000 miliardi di dollari rispetto al loro valore contabile». Traduzione per i non esperti: il rialzo dei tassi di interesse sta strangolando banche apparentemente sane,

È un problema esclusivamente americano? Non si direbbe.

Come scrivevamo su queste colonne in marzo, il governo svizzero aveva passato il sabato e la domenica 18-19 marzo a cercare qualcuno che si accollasse il Credit Suisse. Alla fine le autorità di sorveglianza hano convinto UBS fornendo, come torta di nozze per il matrimonio, una linea di credito da 100 miliardi di franchi svizzeri. La ministra delle Finanze Keller-Sutter aveva tenuto a precisare che non era un problema locale: «Gli Stati uniti e il Regno unito ci sono stati molto grati per questa soluzione… temevano davvero il fallimento del Credit Suisse».

In altre parole l’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Federal Reserve qualche mese fa, seguita dalla Banca centrale europea, ha trasformato il sistema bancario degli Stati uniti in una polveriera e nessuno sa bene cosa succederà quando i mozziconi accesi raggiungeranno i barili di esplosivo. L’ipotesi più probabile è un imminente credit crunch, ovvero la chiusura dei rubinetti del credito perché nessuno si fida più di nessuno.
Mentre procediamo allegramente di crisi bancaria in crisi bancaria, televisione e giornali ce li presentano come eventi isolati e imprevedibili, tipo l’eruzione del vulcano Mauna Loa o la caduta di un meteorite in Yucatan. È vero il contrario: le crisi bancarie fanno parte del paradigma di funzionamento del capitalismo attuale. Soprattutto la domenica. Ci risentiamo lunedì.
*(Fabrizio Tonello. Docente di Scienza politica, Università di Padova. Sono un docente di Scienza politica presso l’università di Padova)

05 – Andrea Colombo*: «Meloni inaffidabile». Parigi attacca di nuovo sui migranti – IMMIGRAZIONE. Alta tensione dopo le parole del ministro Darmanin. Tajani annulla il viaggio in Francia.
Tutto da rifare: sofferta e sospirata, la pace tra Francia e Italia sul fronte dei migranti è durata meno di un sussurro. A rompere la tregua, stavolta, sono i francesi, più precisamente il ministro degli Interni Gérald Darmanin, quanto meno con discutibile scelta dei tempi: «L’Italia – dice – conosce una gravissima crisi migratoria e Madame Meloni, capo del governo di estrema destra scelto dagli amici di Marine Le Pen, è incapace di risolvere i problemi migratori per i quali è stata eletta». Un fiume in piena esondazione: «Meloni è come Le Pen: l’estrema destra ha il vizio di mentire».

PAROLE DURE, CHE arrivano poche ore prima della visita del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani a Parigi per incontrare l’omologa francese Catherine Colonna. Visita e incontro che vengono inevitabilmente cancellati dopo l’affondo di Darmanin: «Offese al governo e all’Italia inaccettabili. Non andrò a Parigi. Non è questo lo spirito con il quale si dovrebbero accettare sfide europee comuni».

La ministra si attacca al telefono, chiama Tajani, prende le distanze da Darmanin, andato probabilmente più in là di quanto il presidente Emmanuel Macron e il governo intendessero arrivare.

La telefonata però non basta. Tajani decide di cancellare l’impegno. Il comunicato “riparatore” del ministero degli Esteri francese arriva poco dopo l’attacco di Darmanin, ma è goffo e imbarazzato. Ci sono il «rispetto reciproco», lo «spirito di solidarietà», l’immancabile richiamo al Trattato del Quirinale. La ministra Colonna è un po’ meno burocratica nel tweet in cui racconta di aver parlato col Tajani offeso e si augura «di poter accoglierlo presto a Parigi».

A Roma i comunicati fiammeggianti si moltiplicano. Il più ringhioso è Matteo Salvini, al cui confronto persino Darmanin sembra un maestro di diplomazia: «Non accetto lezioni da chi respinge in Italia donne, bambini e uomini mentre ospita assassini e terroristi». Più pacato Francesco Lollobrigida: «L’ultima volta che sono stato a Ventimiglia avevano schierato decine di poliziotti». In effetti sul confine Parigi ne ha inviati freschi freschi altri 150. Critica il ministro anche Calenda: «Non è la prima volta che eccede».

PROVANO A STEMPERARE Lupi e, sul fronte opposto, Casini. «Tajani ha fatto bene ma a soffiare sul fuoco si fanno male tutti», commenta il primo. «Non servono ritorsioni contro chi non conosce la buona educazione» ammonisce il secondo. Sulle pessime maniere del ministro francese stavolta non ci sono dubbi, il brutto però è che non si tratta affatto solo di scarsa urbanità. L’ennesimo incidente tra i due Paesi ha radici più profonde, che vanno anche oltre l’ostilità del presidente e del governo francesi verso un governo italiano che, per il fatto stesso di esistere, supporta l’eterna nemica Marine LePen. La sostanza ribollente però non è quella: sono i soliti «movimenti secondari» per i quali l’Italia è già stata presa di mira a Bruxelles, gli ingressi nei Paesi europei dei migranti che sbarcano in Italia e poi proseguono. Colpa dell’Italia che non vigila abbastanza. Darmanin lo dice chiaramente: «In Tunisia c’è una situazione grave che porta molti, soprattutto bambini, a risalire l’Italia, che è incapace di gestire questa pressione migratoria».

SE NON CI FOSSERO di mezzo centinaia di migliaia di persone che prima rischiano la pelle in mare e poi finiscono sballottate da un confine all’altro, sembrerebbe una serie tv scritta con poca fantasia. Gli incidenti diplomatici tra Italia e Francia si susseguono dal 2018 e la tensione è arrivata al picco con l’incidente della Ocean Viking del novembre scorso, dopo il quale Macron e Meloni si sono tenuti il muso per 4 mesi. Qualche volta i litigi tra i due Paesi sono stati teatro: nel 2018-19 la Francia aderiva con la dovuta discrezione alle stesse politiche di Matteo Salvini che bollava in pubblico con rumorosi anatemi. Stavolta il conflitto è più concreto, dal momento che riguarda l’allocazione dei migranti. È l’Europa degli egoismi nazionali, e sembra che non cambi mai.
*( Andrea Colombo (Roma, 22 novembre 1954) è un giornalista, scrittore e commentatore politico)

 

06 – Tonino Perna*: IL PNRR PER LE ARMI. VERSO LA TRANSIZIONE BELLICA – COMMENTI. LA QUESTIONE DELLA GUERRA E DELLA PACE NON È UNA DELLE TANTE CONTRADDIZIONI DI QUESTA NOSTRA SOCIETÀ, MA RAPPRESENTA LA LINEA DI DEMARCAZIONE TRA SOCIALISMO E BARBARIE, TRA LA CATASTROFE GLOBALE E LA POSSIBILITÀ DI DARE UN FUTURO ALLE PROSSIME GENERAZIONI

La decisione della Commissione Ue di utilizzare una parte dei fondi del Pnrr per finanziare l’industria bellica, per aumentare lo stock di munizioni, va preso seriamente in considerazione. Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno, così la giustifica: « Il Recovery Fund è stato specificatamente costruito per tre principali azioni: la transizione verde, la transizione digitale e la resilienza. Intervenire puntualmente per sostenere progetti industriali che vanno verso la resilienza, compresa la difesa, fa parte di questo terzo pilastro».

È interessante notare che la resilienza, categoria utilizzata finora prevalentemente nel mondo ecologista, ha significato la capacità degli individui di far fronte alle avversità riuscendone rafforzati. In particolare, nel Pnrr aveva finora un approccio che andava nella direzione di mitigazione degli «eventi estremi» con investimenti, dall’agricoltura all’urbanistica, che dovevano fare i conti con il mutamento climatico in atto. Si diceva e si scriveva che bisognava ripensare all’uso dell’acqua dato che dobbiamo fare i conti con lunghi periodi di siccità, così come ridisegnare le città con una maggiore presenza di verde per ridurre le emissioni di CO2. Grazie al commissario Breton apprendiamo che c’è una nuova accezione: la difesa militare fa parte della resilienza in quanto la guerra è diventato un evento naturale e permanente da cui bisogna difendersi.

La scelta di indirizzare gli investimenti in questa direzione non viene data come fatto eccezionale ma come risposta «resiliente» ad un mondo che ci minaccia.

Questa scelta di politica economica rende chiaro a tutti verso quale modello di sviluppo ci stiamo incamminando. La mitica crescita economica si basa sempre più sulla produzione di merci a «valore d’uso negativo» per l’uomo e per l’ambiente.

Se facessimo una contabilità qualitativa del Pil scopriremmo che una parte crescente di quella che chiamiamo ricchezza nazionale è legata alla produzione di merci che hanno un impatto negativo sull’ecosistema, sulla salute e benessere delle persone, sulla nostra vita quotidiana. Tutto questo è occultato dentro una bolla di falsificazione della realtà dove prevalgono in maniera ossessiva termini quali «sostenibilità» e «green». È bastata la chiusura dei rifornimenti di gas dalla Russia per fare riaprire centrali a carbone, riprendere le trivellazioni in Europa e nel Sud del mondo, a partire dai Paesi africani, costruire i nuovi rigassificatori, e infine accelerare la corsa agli armamenti, una delle prime cause del disastro ambientale. Insomma, dalla tanto sbandierata «transizione green» stiamo passando velocemente alla «transizione bellica» senza trovare una opposizione significativa. I sindacati dei lavoratori sono sempre più soggetti al ricatto dell’occupazione, per cui hanno scarsa capacità di mettere in discussione cosa produrre, per chi e come.

L’ideologia della crescita infinita, fine a sé stessa, ha impedito a quello che rimane della sinistra europea di analizzare criticamente la qualità di questa crescita monetaria, per giunta drogata da una nuova corsa all’indebitamento.
L’Ue si è ormai completamente adeguata all’american way of war come un dato strutturale e permanente del capitalismo a stelle e strisce.

Siamo entrati ormai a pieno titolo in quello che James ‘O Connor definiva “warfare state” nel famoso saggio “The Fiscal Crisis of the State”, edito a New York esattamente cinquanta anni fa. Ovvero in una Economia di guerra ( War Economy) come la definì Seymour Melman nel 1970, invitandoci a prendere atto che si stava formando un nuovo gruppo dominante, una nuova borghesia definita dai suoi rapporti con i mezzi di distruzione più che dei suoi rapporti con i mezzi di produzione, una borghesia criminale che oggi diventa prevalente.

La questione della guerra e della pace non è una delle tante contraddizioni di questa nostra società, ma rappresenta la linea di demarcazione tra socialismo e barbarie, tra la catastrofe globale e la possibilità di dare un futuro alle prossime generazioni: la Next Generation Eu, da cui ora invece vengono presi i fondi per finanziare l’industria bellica.
*( Tonino Perna , è un economista, sociologo e politico italiano,)

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