n° 06 – 11/02/2023. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Nina Valoti*: Extraprofitti da petrolio record: superati i 200 miliardi nel 2022. La classifica globale degli utili delle compagnie vede in testa l’americana ExxonMobil. Mentre pagano poche tasse
02 – Roberto Ciccarelli*: Marx e gli antidoti alle ricombinazioni del pensiero reazionario. SAGGI. «Intersoggettività o transindividualità», l’ultimo volume di Vittorio Morfino per manifesto libri
03 -Lily Hay Newmanil*: Joe Biden vuole un Gdpr anche per gli Stati Uniti . Discorso sullo stato dell’unione
04 – Antonio Zuccaro*: Riuscire a fermare la legge Calderoli provocherebbe un effetto a valanga. I Comitati e gli altri soggetti stanno svolgendo un ruolo fondamentale nella mobilitazione per premere sul Parlamento e far saltare le contraddizioni nella maggioranza.
05 – Pierre Haski*: UCRAINA. I destini dell’Europa e dell’Ucraina sono sempre più legati
Il primo viaggio all’estero di Volodymyr Zelenskyj dopo l’invasione del suo paese, cominciata quasi un anno fa, lo ha portato a Washington. Il secondo, invece, è stato nelle grandi capitali europee per incontrare i 27: a Londra, a Parigi e infine, il 9 febbraio, a Bruxelles.
06 -Amanda Hoover*: La crisi del tech non risparmia nemmeno Zoom. Dopo il boom favorito dalla pandemia il dominio della piattaforma nel settore delle videochiamate inizia a scricchiolare e la società ha tagliato il 15% del personale
07 – Covid shock: uno studio rivela alterazioni nel cervello dei pazienti! Uno studio condotto da ricercatori italiani ha dimostrato come i pazienti Covid riportino alterazioni nel cervello dopo 1 anno dalla malattia.
08 – Irene Doda*: Apple, Tencent e la censura a Hong Kong
09 – Riccardo Saporiti*:Le big tech sono sempre più grandi, nonostante i licenziamenti
Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft hanno annunciato 51mila licenziamenti. Ma dal 2019 hanno assunto 933mila persone in tutto il mondo

 

 

01 – Nina Valoti*: EXTRAPROFITTI DA PETROLIO RECORD: SUPERATI I 200 MILIARDI NEL 2022. LA CLASSIFICA GLOBALE DEGLI ULITLI DELLE COMPAGNIE VEDE IN TESTA L’AMERICANA EXXONMOBIL. MENTRE PAGANO POCHE TASSE

ORA ABBIAMO LA CLASSIFICA FINALE DEGLI EXTRAPROFITTI GLOBALI DEL 2022. AI PRIMI POSTI CI SONO NATURALMENTE E SOLO COMPAGNIE PETROLIFERE CHE HANNO SFRUTTATO LA GUERRA IN UCRAINA PER AUMENTARE LE PROPRIE ENTRATE. IN TESTA CHIUDE L’AMERICANA EXXONMOBIL CON 55,7 MILIARDI DI DOLLARI SEGUITA A DEBITA DISTANZA DALL’OLANDESE (MA TRAPIANTATA IN UK) SHELL CON 39,9 MILIARDI. AL TERZO POSTO L’ALTRA AMERICANA CHEVRON CHE HA MESSO A SEGNO UTILI PER 36,5 MILIARDI. AL QUARTO POSTO, A SORPRESA, SI STAGLIA LA NORVEGESE EQUINOR (EX STATOIL) CON 28,7 MILIARDI, DIVENTATA LA PRIMA FORNITRICE DI GAS ALL’EUROPA, SOSTITUENDO LE COMPAGNIE RUSSE.

Ancora più staccate ci sono l’inglese British Petrol con 27,7 miliardi e la francese Total, ultima a pubblicare i conti dell’anno scorso, a quota 20,5 miliardi di dollari.

Non fa ancora parte della classifica la nostra Eni, ma semplicemente perché la regolamentazione italiana prevede che il bilancio 2022 sarà chiuso fra alcuni mesi. I numeri aggiornati al terzo trimestre comunque portavano un utile di 16,8 miliardi di euro.

Si tratta di cifre spaventose e soprattutto record: tutte le compagnie hanno almeno raddoppiato gli utili rispetto al 2021. Sommandoli si raggiunge la incredibile cifra di oltre 200 miliardi di dollari, superiore al prodotto interno lordo di mezza Africa.

Ad ingrassare sono poi gli azionisti delle compagnie (solo in piccolissima parte pubblici) visto che con bilanci del genere i dividendi subito elargiti sono tutti milionari: vengono stimati in circa 110 miliardi totali.

Tutte cifre che pesano a sfavore nella bilancia della lotta al cambiamento climatico e alla decarbonizzazione: le lobby dei petrolieri sono al lavoro in tutto il mondo per calmierare le legislazioni pro ambiente e sovvenzionare le loro operazioni di greenwashing per fingersi a favore della riduzione delle emissioni inquinanti.

Le cifre scandalose riportare in questi giorni hanno comunque riattizzato le ceneri della richiesta di tassazione per gli extraprofitti, previste finora all’acqua di rose in ogni paese.
In più si tratta sempre di provvedimenti straordinari temporanei, fatti passare come «contributi di solidarietà».
I più duri sono i norvegesi: Equinor pagherà circa 40 miliardi di euro di tasse. Una cifra molto alta, specie in rapporto all’esigua popolazione: il governo di Oslo avrà a disposizione ben 7.361 euro da spendere pro capite per ogni residente.
Incredibilmente le compagnie petrolifere continuano perfino a lamentarsi delle poche norme che sono state approvate, sostenendo che «le tasse sugli extraprofitti sono una misura controversa perché scoraggiano gli investimenti». L’amministratore delegato di Saudi Aramco (la più grande compagnia petrolifera al mondo) Amin Nasser qualche giorno fa ha dichiarato: «Anche la decarbonizzazione delle risorse esistenti costa un sacco di soldi – ha proseguito il ceo di Saudi Aramco – quindi dobbiamo vedere il sostegno da parte dei responsabili politici e dei mercati dei capitali allo stesso tempo».
Il piano della Commissione europea sugli extraprofitti ha previsto un prelievo del 33 per cento su qualsiasi profitto imponibile del 2022 e del 2023 che superi di almeno il 20 per cento i profitti medi ottenuti tra il 2018 e il 2021.
Ora però parecchi parlamentari di vari gruppi spingono per alzare le percentuali e rendere più stringente la norma, allargandone lo spettro. Vedremo presto se ci riusciranno
*( Fonte : Il Manifesto.  Nina Valoti, giornalista economico)

 

02 – Roberto Ciccarelli*: MARX E GLI ANTIDOTI ALLE RICOMBINAZIONI DEL PENSIERO REAZIONARIO. SAGGI. «INTERSOGGETTIVITÀ O TRANSINDIVIDUALITÀ», L’ULTIMO VOLUME DI VITTORIO MORFINO PER MANIFESTO LIBRI

Il libro di Vittorio Morfino Intersoggettività o transindividualità, pubblicato nella collana «Spazio Marx» della casa editrice Manifesto libri, ha un sottotitolo programmatico: Materiali per un’alternativa. Il lettore interessato alla ripresa di Marx sarà incuriosito dal riferimento all’«alternativa».

QUALE ALTERNATIVA? Quella tra due modelli filosofici, e politici, apparentemente assonanti, in realtà opposti: da un lato, c’è l’intersoggettività, cioè l’idea per cui i rapporti sociali siano la somma degli scambi tra «soggetti» già individuati; dall’altro lato, c’è la «transindividualità», l’idea per cui l’individuo e la società si costruiscono in una relazione storica, collettiva, produttiva in divenire. Da un lato, quello dell’«intersoggettività», viene prima l’Io dell’individualismo proprietario, la figura di una coscienza che contiene il mondo, e non viceversa. Dall’altro lato, quello della «transindividualità», viene prima la relazione nella sua forma sociale, cioè il pluriverso composto dai modi di produzione, il capitalismo. Da un lato, c’è l’idea del «soggetto» considerato sinonimo di «individuo». Dall’altro lato, c’è la critica materialistica che rende evidente quanto sia fittizia tale l’equivalenza e la spiega come l’esito di una storia all’interno della quale è possibile distinguere le differenze tra Cartesio, che abbozzò l’idea; Kant, Hegel e Husserl che l’hanno formalizzata, pur con notevoli differenze tra loro.

Da un lato, c’è chi ritiene che noi siamo il «soggetto» del linguaggio che usiamo, o quello a cui alludiamo quando parliamo di politica o di diritto. Dall’altro lato, c’è chi considera tale «soggetto» tutt’altro che un dato naturale. Non è solo l’esito di una storia della filosofia. È un «doppio» alienato, l’avatar di quello che il capitalismo ha espropriato: la forza lavoro, la facoltà più preziosa che esista. Senza di essa le macchine non funzionerebbero. La forza lavoro produce i valori del mondo ed è comune a chi è costretto a venderla in cambio di un lavoro pagato sempre peggio.
«Transindividuale» è il rapporto sociale, produttivo e cooperativo in cui vive la forza lavoro, il motore invisibilizzato dell’accumulazione capitalistica. L’oggetto del suo sfruttamento, il soggetto della sua trasformazione. L’idea stessa del «mondo» è l’intreccio di questa duplice attività conflittuale, l’insieme dei rapporti che possono essere trasformati. Non ci sono essenze metafisiche sotto o sopra, prima e dopo. Tutto è immanente ai rapporti sociali, tutto si trasforma o si distrugge in essi, e attraverso di essi, nello stesso movimento storico.
PER CAPIRE LA DIFFERENZA tra l’approccio intersoggettivo e quello transindividuale Morfino suggerisce di leggere le Tesi su Feuerbach scritte da Marx nel 1845 e pubblicate postume da Engels, non senza interpolazioni fuorvianti. Il «transindividuale» permette di superare alcune contraddizioni di Marx e approfondire il dibattito sulla sua filosofia della prassi fatta da Antonio Gramsci a Louis Althusser. Ma per farlo è necessario ripensare la categoria proposta dal filosofo francese Gilbert Simondon in termini anti-marxisti e anti-spinozisti. L’idea di ricontestualizzarla, dentro e oltre Spinoza e Marx, è discussa da Etienne Balibar con l’autore del libro. Non è preso in considerazione Gilles Deleuze che ha discusso le tesi di Simondon e le ha ripensate in maniera interessante per una prospettiva materialistica.
A differenza dall’anti-intellettualismo populista, e ai numerosi funerali del pensiero critico celebrati nel frattempo, il «transindividuale» è uno degli strumenti che permettono di rinnovare l’idea di «critica». Critica come unità dialettica tra individuo e collettivo, soggettivo e oggettivo, teoria e prassi in una società considerata come una totalità aperta, non chiusa su se stessa. Critica come esito di una prassi comunista che modifica sia la conoscenza che l’azione e infrange l’impotenza organizzata in cui viviamo. Un antidoto alle ricombinazioni aberranti del pensiero e dell’azione realizzate dall’internazionale reazionaria che popola gli anfratti virtuali dei social network o inneggia al «Dio-patria-famiglia» quando assalta i parlamenti.
*( Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive per il manifesto. Ha pubblicato, tra l’altro, Il Quinto Stato (con Giuseppe Allegri)

 

03 -Lily Hay Newmanil*: JOE BIDEN VUOLE UN GDPR ANCHE PER GLI STATI UNITI . DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE 09.02.2023- NELL’ULTIMO DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE, IL PRESIDENTE AMERICANO HA RIVOLTO AL CONGRESSO UN APPELLO ACCORATO PER L’INTRODUZIONE DI MAGGIORI TUTELE AI DATI PERSONALI
Per quanto tutt’altro che perfette, le tutele alla privacy dei dati garantite dal Gdpr – il Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea (Ue) emanato nel 2018 – si pongono in netto contrasto con il vuoto legislativo degli Stati Uniti, dove non esistono leggi federali esaustive sul tema. Nel suo secondo discorso sullo stato dell’Unione di martedì 7 febbraio, tuttavia, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dedicato un’attenzione inedita alla necessità di varare misure che affrontino il problema.

Dopo che le elezioni di metà mandato di novembre hanno riconsegnato il controllo del Camera al Partito repubblicano, Biden ha affermato che una legge sulla privacy dei dati potrebbe raccogliere un sostegno bipartisan. È un’idea che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede, e i riferimenti nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione – il tradizionale appuntamento in cui negli Stati Uniti ogni anno il presidente riferisce al Congresso riunito – crea un precedente e dimostra che nel paese la materia dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni dei presidenti e dell’opinione pubblica.

“Dobbiamo fare in modo che le aziende di social media rispondano degli esperimenti che stanno conducendo per profitto sui bambini – ha detto Biden durante il discorso, suscitando una standing ovation da parte di esponenti di entrambi i partiti –. È ora di approvare una legislazione bipartisan che impedisca alle big tech di raccogliere dati personali online sui nostri bambini e i nostri adolescenti. Vietate le pubblicità mirate ai bambini e imponete limiti più severi ai dati personali che le aziende raccolgono su tutti noi”.

Raramente i predecessori di Joe Biden hanno citato la privacy dei dati nei discorsi sullo stato dell’Unione. Donald Trump non ha mai menzionato il tema, mentre Barack Obama lo ha fatto solo una volta nel 2014, sull’onda delle rivelazioni sull’entità e la portata dei programmi di sorveglianza della National security agency. “Lavorando con questo Congresso, riformerò i nostri programmi di sorveglianza, perché il lavoro vitale della nostra comunità di intelligence dipende dal fatto che l’opinione pubblica, qui e all’estero, confidi che la privacy delle persone comuni non venga violata”, furono le parole di Obama all’epoca.

In occasione del suo primo discorso sullo stato dell’Unione nel 2022, Biden aveva parlato della privacy dei dati in relazione alla protezione dei bambini: “È tempo di rafforzare le tutele della privacy, di vietare la pubblicità mirata ai bambini, di chiedere alle aziende tecnologiche di smettere di raccogliere dati personali sui nostri figli”.

Quest’anno le osservazioni di Biden si sono spinte oltre, segnalando un cambiamento nella percezione generale dell’urgenza di migliorare la tutele alla privacy dei dati negli Stati Uniti. Quello che però non è chiaro e quanto le sue parole porteranno ad azioni concrete nel 2023. Nel suo discorso, Biden ha rivolto un appello alla cooperazione ai membri del Congresso: “Ai miei amici repubblicani: se siamo riusciti a lavorare insieme nell’ultimo Congresso, non c’è motivo per cui non possiamo lavorare insieme e trovare un consenso su cose importanti anche in questo”, ha detto Biden.

Entrambi gli schieramenti politici statunitensi concordano sul fatto che il precedente Congresso non abbia dato grande prova di efficienza e collaborazione. Inserendo dei riferimenti alla privacy dei dati nel discorso sullo stato dell’Unione, Biden ha aumentato ulteriormente le pressioni affinché la sua amministrazione e il Congresso ottengano dei risultati concreti su una questione che ci riguarda tutti.
*( Questo articolo è comparso originariamente su Wired US. Lily Hay Newman is a senior è uno scrittore senior presso WIRED specializzato in sicurezza delle infor, azioni, privacy digitale e hacking g.)

 

04 – Antonio Zuccaro*: RIUSCIRE A FERMARE LA LEGGE CALDEROLI PROVOCHEREBBE UN EFFETTO A VALANGA. I COMITATI E GLI ALTRI SOGGETTI STANNO SVOLGENDO UN RUOLO FONDAMENTALE NELLA MOBILITAZIONE PER PREMERE SUL PARLAMENTO E FAR SALTARE LE CONTRADDIZIONI NELLA MAGGIORANZA.

IL TRENO DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA È RIPARTITO. Con la norma sui LEP nella Legge di bilancio e l’approvazione dello schema di legge quadro in Consiglio dei ministri si è avviato un percorso lungo, incerto ma chiaro sulla sostanza del punto di arrivo: la disarticolazione della base istituzionale e sociale della Repubblica, coniugata all’irrigidimento autoritario del Presidenzialismo. Realizzando una controriforma della Costituzione nata dalla Resistenza, il cui senso politico reale sta nella rimozione del fondamento sul lavoro, del superamento delle disuguaglianze, della pregiudiziale antifascista. Perché vi si innesta un indirizzo di governo teso a consolidare il predominio del mercato sul pubblico, del capitale sul lavoro, della disuguaglianza tra territori e categorie sull’uguaglianza dei cittadini.

Al di là delle differenze tra la Lega autonomista e il nazionalismo di Fratelli d’Italia, la linea della controriforma costituzionale e sociale è forte perché rappresenta la prosecuzione di tendenze in atto da decenni, che il Governo in carica potrebbe portare a compimento senza scosse vistose né traumi violenti. E’ un compito difficile, al di sopra delle capacità del nuovo ceto politico di governo, al fianco del quale, tuttavia, operano le forze e le reti che quelle tendenze hanno generato e sostenuto.

L’autonomia differenziata, in particolare, sul riparto delle risorse finanziarie, sulla definizione dei Lep e dei costi standard, sull’intreccio delle procedure ha due sbocchi possibili. Il primo è il fallimento, come quello della legge sul federalismo fiscale del 2009. Il secondo è un compromesso pasticciato sull’esclusione di alcune materie in alcune Regioni, sulla definizione fittizia di Lep e costi standard, sul finanziamento di questi spostando risorse da Fondi Ue, compromesso che comunque darà il via libera agli accordi tra lo Stato e le Regioni. Ed è questa l’ipotesi più probabile, considerando l’aggancio politico col presidenzialismo, la spinta delle tendenze di cui s’è detto, l’indubbia abilità della premier nel gestire le contraddizioni della maggioranza.

La ripartenza del treno ha investito l’opinione pubblica allargando il movimento contrario, soprattutto nel Mezzogiorno, con l’obiettivo di bloccare tutto, mentre per altri l’obiettivo è di salvare la faccia e restare in partita. V’è poi l’iniziativa popolare per un Disegno di legge costituzionale di limitazione dell’autonomia differenziata a casi eccezionali e di riduzione delle materie a competenza concorrente, introducendo la supremazia della legge statale. Iniziativa con scarse possibilità di successo, comunque utile per la mobilitazione. Considerando tuttavia le spinte profonde dietro il disegno della controriforma, emerge l’opportunità di mettere in campo un disegno di riforma più ampio che investa tutte le criticità, per la piena attuazione dei principi della Carta e nell’interesse generale.

Ad una visione d’insieme occorre contrapporne un’altra. La revisione del TitoloV°, con l’affermazione della prevalenza della legge nazionale, pone la questione del Senato delle autonomie, che rappresentando appieno le Regioni metta anche il loro crisma sulle leggi nazionali, Sullo sfondo v’è la grande questione dello snaturamento del potere legislativo, affidato in sostanza al Governo che scrive i nove decimi delle leggi, Migliaia, destinate a moltiplicarsi con l’Autonomia differenziata e la conseguente dilatazione della legislazione regionale.

La frantumazione legislativa non è un problema tecnico ma di politica istituzionale, perché dipende dal rapporto tra Governo e Parlamento sulla definizione delle politiche e rinvia perciò alla riforma dell’Esecutivo. A valle resta la questione delle Autonomie locali, schiacciate dal neocentralismo regionale, con la debolezza dei Comuni, il buco nero delle Province, l’inadeguatezza delle Città metropolitane e di Roma capitale. Su tutti questi temi v’è una grande quantità di studi e materiali.

I Comitati e gli altri soggetti stanno svolgendo un ruolo fondamentale nella mobilitazione per premere sul Parlamento e far saltare le contraddizioni nella maggioranza. Ma è evidente che su questa materia occorre uno scatto delle forze politiche di opposizione, per ritrovare una capacità politica di elaborazione e di sintesi che consenta di prospettare le linee generali di una riforma vera, alternativa alla controriforma della destra.
Con questa maggioranza non vi sarebbe possibilità di farla approvare, ma se si riuscisse a fermare Autonomia e Presidenzialismo, questo stop, insieme alla crisi generale, porterebbe alla fine della legislatura. E il confronto si sposterebbe di fronte al paese.
*(Fonte: Il Manifesto. Antonio Zuccaro, giornalista)

 

05 – Pierre Haski*: UCRAINA. I DESTINI DELL’EUROPA E DELL’UCRAINA SONO SEMPRE PIÙ LEGATI
IL PRIMO VIAGGIO ALL’ESTERO DI VOLODYMYR ZELENSKYJ DOPO L’INVASIONE DEL SUO PAESE, COMINCIATA QUASI UN ANNO FA, LO HA PORTATO A WASHINGTON. IL SECONDO, INVECE, È STATO NELLE GRANDI CAPITALI EUROPEE PER INCONTRARE I 27: A LONDRA, A PARIGI E INFINE, IL 9 FEBBRAIO, A BRUXELLES.

Evidentemente c’è una logica dietro questa sequenza. Senza gli Stati Uniti, l’Ucraina sarebbe ormai una colonia russa e Zelenskyj sarebbe prigioniero o forse morto. Ma senza l’Europa Kiev non avrebbe una famiglia disposta ad accogliere milioni di profughi, a fornire 50 miliardi di euro di aiuti in un anno e a promettere di far entrare l’Ucraina nel club non appena sarà possibile.

Detto questo, il presidente ucraino non è certo venuto in Europa per dire grazie. Al contrario, ha appena lanciato l’allarme, anche considerando che al fronte le forze ucraine subiscono una pressione sempre maggiore da parte di una Russia che punta sulla sua superiorità numerica e la sua capacità di assorbire enormi perdite. Il messaggio di Zelenskyj è sempre lo stesso: mandateci armi, armi e altre armi.

La scommessa di Kiev
Il tono è più cauto tra i responsabili occidentali che si occupano della vicenda, consapevoli che nelle prossime settimane potrebbe accadere di tutto, compresa un’avanzata russa che cambierebbe i rapporti di forza.

L’esercito di Vladimir Putin si è riorganizzato dopo la catastrofe della prima fase del conflitto, culminata nella perdita di Cherson in autunno. Oggi la Russia può contare sui rinforzi della mobilitazione parziale di settembre, con almeno 300mila uomini in più pronti a combattere, e su un comando assunto dal generale Valerij Gerasimov, capo dello stato maggiore russo.

Dopo i carri armati, la fornitura di aerei da combattimento è chiaramente la tappa successiva

Gli ucraini reggono grazie alla determinazione a difendere le loro posizioni, come accade in questo momento a Bakhmut, epicentro degli scontri più violenti. Inoltre Kiev scommette sulla superiorità degli armamenti occidentali. Da questa constatazione deriva l’appello a inviare altre armi. L’8 febbraio, a Londra, Zelenskyj ha ottenuto dal Regno Unito l’impegno ad addestrare i piloti ucraini. Dopo i carri armati, la fornitura di aerei da combattimento è chiaramente la tappa successiva.
Al termine di un anno di guerra, i leader europei ritengono che il destino dell’Ucraina e quello dell’Europa coincidano. Questo significa che i paesi europei non possono fare un passo indietro senza indebolire se stessi, dunque continueranno a sostenere l’Ucraina con armi e denaro.

Vale anche per quei leader che, come Emmanuel Macron, restano convinti che bisognerà trovare una soluzione diplomatica creando una via d’uscita per la Russia (pur ammettendo che il momento non è ancora arrivato). Uno scenario di questo tipo sarà possibile soltanto quando il rapporto di forza sarà invertito.
A Parigi giurano che nessuno vuole fare pressione su Zelenskyj affinché faccia concessioni al Cremlino, territoriali o di altra natura. D’altronde la presenza del presidente ucraino in Francia è il segno che l’Ucraina non ha perso la fiducia nell’Eliseo, nonostante alcune frasi pronunciate da Macron abbiano spesso irritato Kiev.
Zelenskyj è venuto in Europa per cercare aiuto, ma anche per fornirci le ragioni per continuare ad aiutarlo. L’Europa e l’Ucraina hanno legato i propri destini reciprocamente. È il risultato imprevisto di un anno di guerra.
(Traduzione di Andrea Sparacino. Fonte: Internazionale, Pierre Haski, France Inter, Francia)

 

06 -Amanda Hoover*: LA CRISI DEL TECH NON RISPARMIA NEMMENO ZOOM. DOPO IL BOOM FAVORITO DALLA PANDEMIA IL DOMINIO DELLA PIATTAFORMA NEL SETTORE DELLE VIDEOCHIAMATE INIZIA A SCRICCHIOLARE E LA SOCIETÀ HA TAGLIATO IL 15% DEL PERSONALE.
I LICENZIAMENTI CHE CONTINUANO A COLPIRE L’INDUSTRIA TECNOLOGICA HANNO COINVOLTO ANCHE UNA DELLE AZIENDE CHE ERA USCITA MEGLIO DALLA PANDEMIA: ZOOM.
Mercoledì 8 febbraio la piattaforma di videoconferenze ha tagliato il 15 percento del personale, circa 1300 persone. “Non ci siamo presi il tempo necessario per analizzare a fondo i nostri team o per valutare se stavamo crescendo in modo sostenibile”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Zoom Eric Yuan nel comunicato in cui sono stati annunciati i licenziamenti. Yuan ha aggiunto di essere il “responsabile di questi errori”, promettendo di ridurre del 98 per cento il suo stipendio (che scenderà quindi a 10mila dollari) e di rinunciare a un bonus per il 2023, secondo quanto riportato in un documento della Securities and exchange commission, l’agenzia statunitense che supervisiona i mercati finanziari.

Quello di Zoom non è un caso isolato. Le grandi aziende tecnologiche hanno registrato un boom quando la pandemia di Covid-19 ha di fatto chiuso il mondo obbligando le persone ad aumentare il tempo trascorso davanti a uno schermo. Nel 2020 Amazon ha assunto più di 400mila nuovi dipendenti, mentre Meta ne ha aggiunti 13mila. Zoom in particolare è passato dall’essere un’anonima piattaforma di videocall a imporsi come nome familiare in tutto il mondo, ospitando aperitivi di gruppo, matrimoni e cerimonie commemorative. Alla fine dell’aprile 2020, l’azienda ha dichiarato che ogni giorno il servizio era usato da 300 milioni di persone. Nel 2020 Zoom è stata l’app più scaricata sui dispositivi Apple, registrando un fatturato di 2,6 miliardi di dollari nell’esercizio fiscale che si è concluso nel gennaio 2021, con un aumento del 326 per cento rispetto all’anno precedente.

Concorrenza agguerrita
A quasi tre anni di distanza, il dominio di Zoom dà segni di cedimento. I suoi concorrenti, in particolare Microsoft e Slack, combinano le videochiamate alla posta elettronica e ad altri strumenti per la produttività. La piattaforma sta anche facendo i conti con la saturazione nel mercato e con il fatto che la maggior parte delle persone disposte ad acquistare i servizi dell’azienda potrebbero averlo già fatto. “È diventato improvvisamente un mercato molto, molto più difficile”, sottolinea Will McKeon-White, analista della società di ricerca Forrester.

In un momento in cui le aziende cercano di tagliare i costi a fronte all’incertezza del mercato, Zoom potrebbe essere abbandonato dagli utenti a favore dei pacchetti di servizi offerti dai rivali, come Google Meet, Microsoft Teams e Slack. Ciononostante, la società continua a crescere. L’ultimo bilancio mostra una crescita di circa il 5 per cento su base annua, che rappresenta però un netto rallentamento rispetto ai ricavi del 2021, che erano aumentati del 55 per cento su base annua. Se da una parte il numero di persone che utilizzano Zoom nel tempo libero ha registrato un calo, la piattaforma è diventata più importante per il lavoro. Nel frattempo Microsoft Teams, il principale rivale di Zoom, è cresciuto più silenziosamente, superando i 270 milioni di utenti mensili all’inizio del 2022.
La società sembra aver capito che dovrà diventare più di un semplice servizio di videochiamata. Alla fine del 2022, Zoom ha annunciato l’intenzione di integrare nella piattaforma funzioni di posta elettronica e un calendario, oltre a un chatbot di intelligenza artificiale per risolvere i problemi dei clienti. Ha aggiunto avatar di cartoni animati e modelli per le riunioni e nel corso dell’anno lancerà una nuova funzione chiamata Zoom Spots, un’esperienza di coworking video che assomiglia molto a una videochiamata infinita.

Il punto di forza di Zoom era la sua facilità d’uso. Il servizio, poi, è gratuito per le chiamate sotto i 40 minuti e supporta fino a cento persone alla volta. Tuttavia, altri servizi concorrenti, come Google Meet e Skype, offrono chiamate gratuite, anche per durate maggiori. Inoltre il fatto che il termine “Zoom” sia diventato sinonimo di videochiamata non ha avuto solo risvolti positivi. Si è iniziato a parlare di “stanchezza da Zoom”, per via degli strani effetti psicologici dettati dalla comunicazione via video e dalla necessità di dover fissare il proprio volto per diverse ore al giorno.
Futuro da scrivere
C’è chi ha iniziato a fare “Zoom bombing”, irrompendo nelle videochiamate per sabotare lezioni o presentazioni inondandole di contenuti osceni e offensivi. Per altri invece le riunioni in video sono diventate fonte di nuove ansie, e la società è stata anche criticata per non aver protetto adeguatamente la privacy dei suoi utenti. Al suo apice, nell’ottobre 2020, Zoom aveva una valutazione di mercato di 139 miliardi di dollari. Nel febbraio 2023, il suo valore di mercato è sceso a 23,4 miliardi di dollari.
Mentre la pandemia entra nel suo quarto anno, i licenziamenti a Zoom e in altre società tech sono indicativi di un riassestamento nel modo in cui le persone vivono e lavorano. Secondo Layoffs.fyi, un sito che tiene traccia dei tagli ai posti di lavoro nel settore, nel 2023 sono stati licenziati quasi 100mila lavoratori del comparto tecnologico, che si aggiungono ai quasi 160mila del 2022. Grandi aziende come Amazon, Meta, e Google hanno tutte annunciato tagli di almeno 10mila dipendenti (un migliaio nel caso di Microsoft).
Il futuro di Zoom potrebbe iniziare a farsi più incerto. L’azienda si trova a competere con altre piattaforme di videochiamata in una fase in cui meno persone rimangono sedute davanti al computer tutto il giorno. Questo però non vuol dire necessariamente che la società abbia i giorni contati; Zoom rimane una delle piattaforme di videochiamate più facili da usare, ma se vuole reggere il passo di Google e Microsoft dovrà dimostrare di poter offrire di più sul fronte delle funzioni per il lavoro. E per farlo avrà bisogno di qualcosa di più di un nome diventato sinonimo di videochiamata.
*(Questo articolo è comparso originariamente su Wired US. Amanda Hoover è una scrittrice, incarichi generali presso WIRED. In precedenza ha scritto articoli tecnici per Morning Brew e si è occupata del New Jersey)

 

07 – Covid shock: uno studio rivela alterazioni nel cervello dei pazienti!. Uno studio condotto da ricercatori italiani ha dimostrato come i pazienti Covid riportino alterazioni nel cervello dopo 1 anno dalla malattia.

Un recente studio condotto su alcuni pazienti che hanno contratto il Covid ha dimostrato la presenza di alterazioni nel cervello a distanza di un anno dalla contrazione del virus. Lo studio coordinato dall’Università degli Studi di Milano e condotto in collaborazione con il Centro Aldo Ravelli della Statale, l’Asst Santi Paolo e Carlo e l’Irccs Auxologico, ha preso in esame sette pazienti con disturbi cognitivi.
Dalla ricerca è emerso come gli effetti del Covid-19 continuino a ripercuotersi sulla salute delle persone anche a distanza di un anno. Disturbi mentali e stati di confusione, nonché alterazione della concentrazione, continuano a verificarsi un alcuni pazienti anche dopo parecchi mesi dalla guarigione dell’infezione da Covid-19.
In alcuni di questi casi, è emerso attraverso lo studio che il fattore scatenante risiede in un’alterazione del metabolismo del cervello e all’accumulo di molecole tossiche per i neuroni. Nello specifico la ricerca ha preso in esame sette pazienti ricoverati precedentemente per Covid-19. A distanza di un anno dalla loro guarigione i pazienti esaminati presentavano ancora dei disturbi cognitivi, scoperti attraverso dei test specifici neurotipici condotti su di loro.
Il giornale Journal of Neurology ha pubblicato i risultati ottenuti dai ricercatori, guidati dal neurologo Alberto Priori. Gli scienziati hanno esaminato i sette pazienti presi in esame con la metodica di tomografia a emissione di positroni (Pet). In questo modo hanno testato l’attività metabolica di specifiche aree del cervello.
TAGLIABUE: “PROTEINA IMPLICATA NELLA MALATTIA DI ALZHEIMER”
Luca Tagliabue, direttore della divisione di Medicina Nucleare e Radiodiagnostica dell’Asst Santi Paolo e Carlo ha riferito i risultati della ricerca. “L’amiloide è una proteina che quando si accumula nei neuroni ne determina l’invecchiamento precoce e la degenerazione e che è implicata nella malattia di Alzheimer. Ebbene nel paziente esaminato la Pet ha rilevato un abnorme accumulo di amiloide nel cervello e particolarmente nei lobi frontali e nella corteccia cingolata, legate a funzioni cognitive complesse e alle emozioni”.
*( Stefania Cella, Professore Associato ; Settore scientifico disciplinare: M-PSI/08 ; Dipartimento di afferenza: Dipartimento di Psicologia)

 

08 – Irene Doda*: APPLE, TENCENT E LA CENSURA A HONG KONG
IL 30 DICEMBRE 2022, UN INGEGNERE DI HONG KONG, CHU KA-CHEONG, HA PUBBLICATO UN TWEET, RIPORTANDO UNO STRANO COMPORTAMENTO DI UN SITO DI SOFTWARE OPEN SOURCE, GITLAB. Quando tentava di aprire il sito compariva un messaggio che lo indicava come “rischioso”, in quanto possibilmente foriero di disinformazione. Chu stava utilizzando Safari, il browser di Apple.
GitLab rientrava in una lista di domini web non accessibili dal territorio della Repubblica Popolare Cinese perché ritenuti veicoli di diffusione di informazioni non verificate. La lista è stata redatta da Tencent, compagnia internet cinese che possiede anche la nota app di messaggistica WeChat. Tencent gestisce un “filtro”, utilizzato da Safari, che impedisce agli utenti di visualizzare e accedere ai siti indicati nella lista.
Tencent è un colosso dei servizi internet; il governo cinese sta assumendo progressivamente sempre più controllo sull’azienda. Non c’è da sorprendersi quindi, che le linee guida per il blocco dei siti ritenuti rischiosi siano dettate dalle autorità di Pechino. I criteri per il blocco dei contenuti da parte di Tencent sono tutto tranne che chiari: sono vietati per esempio contenuti che recano “danno all’onore e agli interessi nazionali”
Inizialmente, Apple aveva detto che le regole di censura della “lista nera” di Tencent non sarebbero state applicate a Hong Kong. Nonostante i proclami, ha però cambiato le regole in corsa, secondo una ricerca della testata investigativa The Intercept. I giornalisti che hanno lavorato alla storia hanno faticato a ottenere risposte sia da Tencent che da Apple, il cui ruolo nella vicenda non è affatto chiaro.
Molte compagnie tecnologiche nordamericane sottostanno alle regole di censura di Pechino per quanto riguarda il territorio della Cina continentale. Ma il fatto che questa censura venga espansa a Hong Kong costituirebbe una situazione eccezionale
Il ruolo di Apple rispetto alle proteste anti-governative di Hong Kong è sempre rimasto ambiguo: nel 2019, Apple ha cancellato dal suo store un’app che i dissidenti politici utilizzavano per organizzarsi; a novembre, gli utenti hanno notato che l’azienda ha rilasciato un aggiornamento software che ha indebolito in modo significativo la funzione AirDrop (che consente agli utenti di condividere contenuti tra dispositivi Apple), che i manifestanti hanno utilizzato per diffondere messaggi sul territorio.
Alcuni ipotizzano che l’ambiguità dell’azienda di Cupertino sia dettata dalla sua dipendenza dalla capacità industriale cinese per la produzione di hardware. Apple sta mettendo in atto un piano per ridurre tale dipendenza, ma i tempi per la sua attuazione potrebbero essere molto lunghi.
*(a cura di: Irene Doda, vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Ha scritto per Wired, Singola, Il Tascabile e altre riviste online e cartacee.)

 

09 – Riccardo Saporiti*:LE BIG TECH SONO SEMPRE PIÙ GRANDI, NONOSTANTE I LICENZIAMENTI
ALPHABET, AMAZON, META E MICROSOFT HANNO ANNUNCIATO 51MILA LICENZIAMENTI. MA DAL 2019 HANNO ASSUNTO 933MILA PERSONE IN TUTTO IL MONDO
Stanno licenziando 51mila persone, ma da prima della pandemia ne hanno assunte quasi un milione. Hanno fatto discutere, in questi mesi, gli annunci dei tagli al personale da parte di alcune big tech americane. Da Amazon, che ha annunciato di voler licenziare 18mila persone in tutto il mondo, a Meta, che invece ne vuole operare 11mila. Passando per i 10mila annunciati da Microsoft e i 12mila licenziamenti programmati da Alphabet.
Il fatto è che dal 2019 a oggi, ovvero attraverso gli anni della pandemia, queste quattro aziende hanno assunto in totale 933mila persone. Il record è di Amazon che, vedendo esplodere il proprio mercato durante i lockdown, ha creato 746mila posti di lavoro, praticamente raddoppiando i propri dipendenti rispetto a prima del Covid-19. Il dettaglio è racchiuso nell’infografica sottostante.

Ogni bolla corrisponde ad un’azienda. Quella viola indica le persone assunte tra il 2019 e il 2022, quella arancione il numero di licenziamenti annunciati. Come si vede, anche una volta effettuati questi tagli al personale, il numero di dipendenti di questi quattro colossi della tecnologia resterà maggiore rispetto ai livelli prepandemici.
In altre parole, queste quattro aziende stanno licenziando il 5,5% delle persone assunte tra il 2019 e oggi. Più in generale, stanno riducendo del 2,5% la forza lavoro complessiva. Ovviamente, la situazione varia da compagnia a compagnia. Per Meta si tratta di tagliare del 12,6% la forza lavoro attuale, per Alphabet del 6,4, per Microsoft del 4,5, per Amazon appena dell’1,2%. E ovviamente un licenziamento in un mercato del lavoro dinamico come quello americano ha un significato diverso di quello che ha in un contesto come quello italiano. Ma i numeri dicono che, rispetto a prima della pandemia, il saldo delle assunzioni di queste quattro aziende resta positivo.

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