n° 04 – 29/01/23. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

00 – Francesco Erbani*: Lo sterminio nazista nel diario ritrovato di Carla Simons.
01 –Nicola Gratteri*: “La riforma di Nordio è un regalo alle mafie”. L’arresto di Matteo Messina Denaro segna, per qualcuno, la fine di Cosa Nostra. Non la pensa così il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri.
02 – Sen. Francesca La Marca*: Si è tenuto venerdì 20 gennaio presso Villa Taverna, Residenza ufficiale dell’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia, l’incontro tra la Senatrice Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale, e Shawn Crowley ambasciatore degli USA.
03 -, Carè(Pd)* Estero: incontro con Tim Ayres Vice Ministro per il Commercio e l’Industria per promuovere imprese italiane.
04 – Sen. Francesca La Marca*: reciproco riconoscimento patenti italia-québec. La Marca (pd) presenta un’interrogazione
05 – Stefania Cella*: Svelata la dichiarazione dei redditi dei Ministri italiani: ecco quanto guadagnano davvero. Qual è la classifica dei redditi percepiti dai ministri italiani? La ministra Casellati è in testa, con un reddito maggiore di Meloni.
06 – Pierre Haski*: Tra Parigi e Berlino serve più di un dialogo simbolico. Se i simboli fossero sufficienti per regolare i rapporti internazionali, oggi Francia e Germania sarebbero in totale accordo.
07 – Vincenzo Giardina*: Quando la politica italiana era dalla parte degli oppressi. Negli anni sessanta e settanta del novecento, l’Africa e la lotta anticolonialista erano al centro del panorama politico. E la resistenza era un modello per gli indipendentisti africani. Un’alleanza che sarebbe da recuperare.
08 – Massimo Villone*: raccogliamo le firme. Lo specchietto della legge Calderoli e il vero pericolo. Qualche domanda per capire meglio cosa comporterà la “legge Calderoli” che presto arriverà in consiglio dei ministro
09 – Irene Doda*:Questione di responsabilità. C’è una regola, una clausola di una legge degli Stati Uniti, che ha plasmato in modo radicale il modo in cui concepiamo internet: la Sezione 230 del Communications Decency Act, approvata dal Congresso nel 1996. La Sezione 230 garantisce una sorta di immunità legale per i servizi online – siti o piattaforme – rispetto ai contenuti postati su di essi dagli utenti
10 – Stefania Cella*: Sanità, in Italia siamo senza servizi e senza dottori.
11 – Roberto Peciola*: ALIAS. Gli Ultrasuonati. FOLK Ricerca estetica Tenere fede alla propria estetica che è fatta di memoria e di ricerca, di fonti cui continuare ad abbeverarsi e di nuove sorgenti è impresa quasi memorabile. […]
12 – Rana Foroohar*: Come superare i limiti dell’automazione. Quando gli esseri umani competono con le macchine, i salari si abbassano e i posti di lavoro spariscono.
13 – Alessandro Calvi*: L’inutile battaglia ideologica sulla giustizia della destra italiana. Il ministro Carlo Nordio ha invitato il parlamento a non avere un atteggiamento sottomesso rispetto ai magistrati, aprendo un nuovo scontro tra politica e magistratura
14 – Intanto nel mondo.

 

 

00 – Francesco Erbani*: LO STERMINIO NAZISTA NEL DIARIO RITROVATO DI CARLA SIMONS.
LA LUCE DANZA IRREQUIETA RACCONTA L’INESORABILE DISCESA VERSO LA TRAGEDIA DI UNA DONNA CHE, FINCHÉ LE È POSSIBILE, CERCA IN OGNI ANGOLO DELLA SUA GIORNATA E DI QUEL MONDO CHE VA IN PEZZI QUALCOSA CHE LA TENGA VIVA.
Ancora nel giugno 1942, mentre nella sua Amsterdam la Gestapo setaccia i quartieri abitati da ebrei, Carla Simons, 39 anni, scrittrice e traduttrice, compagna dell’italiano Romano Guarnieri, annota nelle pagine del diario: “Hedda mi ha detto: ‘Mai dimenticare quello che ci hanno fatto, mai perdonare’. Ma io non voglio, come potrei continuare a vivere con un costante senso di vendetta e di collera? È per questo che ho letto Dostoevskij?”.

Il diario di Simons, poco più di un centinaio di pagine (ora pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura con il titolo La luce danza irrequieta, a cura di Francesca Barresi, che insieme a Lisa Visani Bianchini l’ha anche tradotto dall’olandese), racconta l’inesorabile discesa verso la tragedia di una donna che, finché le è possibile, cerca in ogni angolo della sua giornata e di quel mondo che va in pezzi qualcosa che la tenga viva, sia essa la musica o la lettura, siano i boccioli di lillà che annunciano la primavera, sia, appunto, il desiderio di mantenere intatta la propria umanità, mentre fuori avanza lo sterminio. “A volte il sentimento della vita mi inonda con tale intensità che quasi penso di soccombere a esso”, scrive nel marzo 1942, e sembra si stia rispecchiando nella stessa potente vitalità di un’altra ebrea olandese, Etty Hillesum, anche lei autrice di un celebre Diario.
Carla Simons, cittadina olandese di famiglia ebraica, viene arrestata il 3 agosto 1943. Ma grazie ai rapporti che Guarnieri ha intessuto con i diplomatici italiani, viene liberata il giorno successivo. Il piano prevede che lei possa trasferirsi in Italia. Un mese dopo, però, la Gestapo la preleva di nuovo. L’ordine di cattura reca la firma personale di Adolf Eichmann, il principale stratega dello sterminio, condannato a morte in Israele nel 1962. Simons muore ad Auschwitz il 19 novembre 1943.

DUE DONNE SIMILI
Il diario di Simons era inedito in Italia. Nel 1945 una copia giunge alla Contact, la casa editrice di Amsterdam che avrebbe poi pubblicato il Diario di Anne Frank. Nonostante fosse nei programmi, però, il testo di Simons non vide mai la luce. La prima edizione arriva nel 2014, è in lingua olandese ed è patrocinata da eredi dei Simons trasferiti negli Stati Uniti. Un’altra copia viene rinvenuta fra le carte di Romana Guarnieri, figlia del primo matrimonio di Romano Guarnieri, custodite presso l’istituto Veritatis Splendor della fondazione Lercaro di Bologna. È presumibile che Romana Guarnieri sia entrata in possesso del diario dopo la morte di suo padre, nel 1955, ma, aggiunge Francesca Barresi, “l’ha letto solo un mese di prima di morire, nel dicembre del 2004, ha appuntato alcune note e su un post-it ha aggiunto: ‘Bellissimo! Da pubblicare anche in Italia’”.
Carla e Romana sono due donne simili, a loro modo, per l’intensa cultura e la spiritualità. Le vicende familiari, oltre al sanguinario novecento, le hanno divise, salvo poi, alla fine, ricongiungerle. Guarnieri è figura di primo piano della cultura cattolica. Storica dell’età medievale, studiosa di letteratura olandese, è stata la principale collaboratrice di don Giuseppe De Luca, il sacerdote che ha relazioni con Benedetto Croce e Giovanni Papini, e, dopo la guerra, con Alcide De Gasperi e con i comunisti Palmiro Togliatti e Franco Rodano. De Luca è fondatore dell’Archivio italiano per la storia della pietà, di cui Guarnieri diventa direttrice dal 1962, alla morte del sacerdote. Nel 1941 Guarnieri collabora alla nascita delle Edizioni di storia e letteratura, promossa sempre da don Giuseppe De Luca.
Non è stato semplice per Romana Guarnieri, racconta Barresi, affrontare la lettura del diario scritto dalla donna che era stata compagna del padre dopo la separazione da sua madre, la pittrice olandese Iete van Beuge. Romano Guarnieri, classe 1883, personalità effervescente, prima nazionalista e futurista, poi pacifista, giunge in Olanda nel 1907 e successivamente vi si stabilisce, sposa Iete e prende a insegnare letteratura italiana in diverse università. Naufragato il matrimonio, conosce Carla, sua allieva più giovane di vent’anni e nel 1927 comincia la loro convivenza. Romana, intanto, ha seguito in Italia la madre, che sposa l’architetto Gaetano Minnucci.
Carla ha all’attivo un romanzo, Voorspel (Preludio), pubblicato nel 1926 e altri ne seguiranno, oltre a libri per bambini e alla traduzione dall’inglese e dall’italiano. Due anni dopo la morte, nel 1945, uscirà la sua versione olandese di Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro. Durante gli anni trenta Carla e Romano compiono molti viaggi in Italia, raggiungono Venezia, Perugia, la costiera amalfitana. Carla approfondisce la conoscenza della lingua, legge e rilegge Dante (che citerà più volte nel diario), visita chiese e musei.
Romano Guarnieri ha avuto simpatie fasciste, ma dalla guerra in Etiopia e dopo le leggi razziste del 1938 matura l’opposizione al regime. Nei Paesi Bassi conserva però buoni rapporti con gli ambienti della diplomazia italiana, che sfrutterà anche durante l’occupazione del paese da parte delle truppe naziste fino a ottenere, anche se solo per un giorno, la liberazione di Carla. Ma – è questa l’ipotesi avanzata da Francesca Barresi – nell’agosto 1943 a Roma è appena caduto il fascismo, Mussolini è stato arrestato e la labile forma di immunità viene meno di fronte alla feroce volontà di Eichmann in persona. Romano Guarnieri, aggiunge Barresi, avrà la conferma che Carla Simons è morta nel lager solo nel 1946.

LA DERIVA È INARRESTABILE
Il diario di Carla Simons copre il periodo dal gennaio 1942 al maggio 1943. Mette insieme riflessioni e cronache in forma quasi di aforisma, sono pensieri slegati fra loro, eppure la scrittura tende alla compiutezza. Carla scrive per sé, ma anche per essere letta, sebbene lentamente percepisca che ciò avverrà dopo la sua morte. Ancora nei primi mesi del 1942 la sorregge il nutrimento di una sonata di Franz Schubert eseguita al piano da Imre Ungar, musicista ungherese non vedente. O la mano che allunga verso il ramo di una mimosa per toccare “la vita che esitante comincia a gonfiarsi”. Fuori ululano le sirene, si scatena la contraerea, ma “ciò che prima si traduceva armoniosamente solo in un’immagine plastica di parole”, fossero la Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach o una pagina di Dostoevskij, “ora smuove gli assi più profondi di noi stessi”.
I segni dello sterminio che avanza si moltiplicano. Sono l’arpa di Rosa Spier abbandonata sul palco, “un oggetto in attesa, che chiede di essere suonato”. Ma la musicista è stata appena licenziata dal Concertgebouw di Amsterdam, come tutti i suoi colleghi ebrei. Sono le parole del bambino che chiede alla nonna se i tavolini del bar sotto un ombrellone colorato sono vietati agli ebrei. Sono le sfilate di soldati tedeschi “scattanti nelle loro grigie uniformi, nell’orrenda regolarità meccanica del passo, del movimento delle braccia”. Ai quali Simons continua a opporre, sebbene rabbiosamente, la propria umanità: “Penso: io sono mille volte più libera. Nonostante la mia stella gialla”.
Ci sono però i signori Klein, che abitano al piano di sopra, e che sono preoccupati per le proprie cose, per la bicicletta che è sparita. Annota Carla Simons: “Ma tra le migliaia di persone che giacciono a marcire l’una sull’altra, chi andrebbe alla ricerca di quella che gli appartiene?”. Tutto sembra precipitare. “Un altro periodo di orrore, arresti, retate, follia, suicidi”. Dalle finestre si sente gridare: “Portano via gli ebrei”. “Ora ogni sera vedo quegli sfortunati partire, con la valigia e il fagotto, con un bambino per mano o in braccio” (settembre 1942). Eppure basta che Imre Ungar suoni l’Hammerklavier di Ludwig van Beethoven, per sentire su di sé “una tempesta primordiale”.
La deriva è inarrestabile. A dicembre “sono soprattutto i malati e i disabili a essere presi di mira”. Carla Simons sente di doversi preparare, che occorre “pensare al viaggio che potrebbe iniziare ogni giorno, non verso la Polonia, ma molto più lontano o forse più vicino”. “La fine dev’essere all’orizzonte: tutti i sintomi lo indicano”. Ma un barlume di quotidiana serenità ancora sopravvive: “L’aria è così mite oggi. Gli uccelli già iniziano a cantare”.
Il diario si chiude nel maggio 1943. L’ultima annotazione è dal Vangelo di Luca: “Ed Egli si separò da loro a circa un tiro di sasso, si inginocchiò e pregò, dicendo: ‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice, tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’”.
*( Francesco Erbani, giornalista e pubblicista, lavora nella redazione culturale di Repubblica. Nel 2003 ha vinto il Premio Internazionale di Giornalismo civile. Si occupa da anni di inchieste legate ai casi più eclatanti di degrado urbanistico e ambientale sul territorio italiano.)

 

 

01 –Nicola Gratteri*: “LA RIFORMA DI NORDIO È UN REGALO ALLE MAFIE”. L’ARRESTO DI MATTEO MESSINA DENARO SEGNA, PER QUALCUNO, LA FINE DI COSA NOSTRA. NON LA PENSA COSÌ IL PROCURATORE DI CATANZARO, NICOLA GRATTERI.

“NO. LE MAFIE MUTANO CON IL MUTARE SOCIALE. LA CATTURA DI MESSINA DENARO È UN EPISODIO NELLA STORIA D’ITALIA, NON È LA FINE DI COSA NOSTRA, NON È LA FINE DELLE MAFIE. NEGLI ULTIMI DECENNI ABBIAMO GIÀ VISTO CHE LE MAFIE SPARANO SEMPRE MENO E SONO SEMPRE PIÙ INTERESSATE AGLI AFFARI. HANNO DUNQUE SEMPRE PIÙ BISOGNO DI PROFESSIONISTI PER INVESTIRE E PER RICICLARE, HANNO BISOGNO DEI COLLETTI BIANCHI. È PER QUESTO CHE LA POSSIBILITÀ DI SVOLGERE INTERCETTAZIONI PER I REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NON DEVE ESSERE LIMITATA: SAREBBE UN GRANDE REGALO ALLE MAFIE”.

EPPURE IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, CARLO NORDIO, CONTINUA A INTERVENIRE SUL TEMA E IERI HA DETTO CHE SULLE INTERCETTAZIONI È NECESSARIA “UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA”.
Sarà un grande errore storico, e ce ne accorgeremo solo in futuro, come tanti si sono accorti solo ora dei guasti della legge Cartabia. Quando un anno fa li segnalavamo io e pochi altri, tutti zitti. Così anche le riforme sulle intercettazioni saranno solo un regalo alle mafie. Il ministro ha detto anche che costano troppo: non è vero, i costi negli ultimi anni sono stati abbattuti, ma se Nordio lo pensa, perché non l’ha detto il 15 dicembre scorso, quando lo stesso ministro ha approvato il tariffario delle intercettazioni con i massimi di spesa previsti, elaborato da una commissione di cui tra gli altri facevo parte anch’io?

Il ministro Nordio, nelle sue molte esternazioni, ha ripetuto anche che le carceri sono la sua priorità: “Le mie prime due uscite chiamiamole pastorali sono state fatte nelle carceri”, ha affermato, “proprio per dimostrare la nostra assoluta sensibilità su questo tema”. Poi però ha smentito se stesso, accettando senza batter ciglio il taglio dei fondi per le carceri e dicendo: “Il taglio lineare non era trattabile. È una scelta politica che io ovviamente condivido”.

CHE COSA DEVO DIRE? NE PRENDO ATTO.
Lei ripete spesso che c’è l’esigenza di costruire nuove carceri. Con i tagli annunciati non sarà più possibile.
Lo dico da anni: non perché la mia aspirazione sia quella di riempire le carceri: sarei contentissimo di vivere in un Paese dove nessuno più commette reati. Ma penso che solo con nuovi spazi i detenuti avrebbero una detenzione più dignitosa, che è la prima cosa necessaria per rendere rieducativa la pena, unitamente alla possibilità per tutti di lavorare. Bisognerebbe investire nell’edilizia carceraria e nell’assunzione di personale. Ma con i tagli alla Giustizia la vedo difficile.

NORDIO HA PROPOSTO DI UTILIZZARE LE VECCHIE CASERME PER LA DETENZIONE DEI SOGGETTI CHE HANNO COMMESSO REATI MINORI, CERCANDO COSÌ DI RIDURRE IL SOVRAFFOLLAMENTO. CONDIVIDE?
Può essere un’idea. Ma vede, e lo dico per esperienza vissuta, anche ristrutturare un edificio non è una cosa semplice, e neanche poco dispendiosa, se non si sta molto attenti.

È VERO, COME DICONO ALCUNI, CHE È DIVENTATO CRITICO NEI CONFRONTI DI QUESTO GOVERNO SOLO DOPO CHE DA QUESTO GOVERNO NON HA AVUTO INCARICHI?
No, assolutamente. Primo perché non ho mai chiesto niente a nessuno e nessuno mi ha mai contattato per offrirmi alcunché: il mio nome è circolato come circola oramai ogni volta che si deve fare una nomina di qualsiasi tipo, e a farlo circolare sono soprattutto quelli che non mi vogliono. Poi, se si vanno a ripercorrere tutti i miei interventi, io non ho pregiudizi nei confronti di nessuno. Ascolto e poi faccio le mie considerazioni. L’ho fatto con tutti i governi e con tutti i ministri. Il presidente del Consiglio attuale quando si è insediato ha indicato la lotta alla criminalità come uno dei suoi obiettivi. Mi sembrava un buon segno. Invece sono state solo parole, perché poi quello che ora vedo in programma è uno sfacelo, una tragedia, che si va a sommare allo sfacelo già in atto a causa della riforma Cartabia.

CHE COSA SI DOVEVA INVECE FARE?
Prima di tutto cambiamenti radicali alla riforma Cartabia, anche considerato il fatto che Fratelli d’Italia non l’ha votata.
*( Intervista dal Fatto Quotidiano in edicola del 24 gennaio 2023 – Nicola Gratteri è un magistrato e saggista italiano, dal 21 aprile 2016 Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro)

 

 

02 – Sen. Francesca La Marca*: SI È TENUTO VENERDÌ 20 GENNAIO PRESSO VILLA TAVERNA, RESIDENZA UFFICIALE DELL’AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA IN ITALIA, L’INCONTRO TRA LA SENATRICE FRANCESCA LA MARCA, ELETTA NELLA CIRCOSCRIZIONE ESTERO, RIPARTIZIONE AMERICA SETTENTRIONALE E CENTRALE, E SHAWN CROWLEY AMBASCIATORE DEGLI USA.
ALL’INCONTRO ERANO PRESENTI ANCHE L’ON. CHRISTIAN DI SANZO E LUKE REYNOLDS, FUNZIONARIO POLITICO DELL’AMBASCIATA DEGLI STATI UNITI.

«Si è trattato di un incontro cordiale e molto fruttuoso – commenta la Senatrice La Marca – nel quale è stato possibile fare il punto delle solide e positive relazioni tra Italia e Stati Uniti d’America. Relazioni non solo economiche ma anche sociali, accademiche e culturali che vanno senza dubbio rafforzate. Basti pensare – sottolinea la Senatrice – che nel solo 2022 sono stati 6 milioni i turisti statunitensi che hanno visitato l’Italia (2,2 milioni nella capitale e nel solo periodo estivo) ed in Italia, attualmente, vi risiedono tra i 35 e i 37mila studenti statunitensi».

«L’incontro – specifica la Senatrice La Marca – è stato da me richiesto per portare all’attenzione del più alto funzionario statunitense in Italia alcune problematiche che riguardano i nostri connazionali che vivono negli Stati Uniti D’America. Una comunità formata da quasi 330mila persone e che, nel solo 2021, è cresciuta di 3.156 unità. Un collettivo, dunque, costantemente in crescita e capace di dare un contributo determinante e positivo alle relazioni tra i due paesi

«La prima tematica di cui ho parlato all’Ambasciatore Crowley – sottolinea La Marca – è stata quella dell’accordo in materia di sicurezza sociale, stipulato negli anni ’70, e in vigore dal 1986. Un accordo che necessità di un aggiornamento urgente per potervi includere le diverse nuove figure professionali che da allora sono emerse».

«Il secondo punto – prosegue La Marca – riguarda il reciproco riconoscimento delle patenti di guida. Purtroppo, ancora oggi, in molti altri Stati americani vi sono limitazioni temporali all’uso della nostra patente e in altri è invece richiesta la patente internazionale. Pur trattandosi di una tematica gestita dai singoli stati americani ho sollecitato l’Ambasciatore Crowley affinché porti il tema all’attenzione delle più alte autorità statunitensi in materia. L’obiettivo è quello di giungere al riconoscimento mutuo delle patenti di guida, valido tanto per gli italiani in USA come per gli statunitensi in Italia».

«Il terzo, ma non meno importante, aspetto sottolineato durante l’incontro – specifica la Senatrice La Marca – è stato quello delle criticità connesse all’erogazione delle pensioni ai nostri connazionali residenti in USA. Negli ultimi mesi diversi di loro mi hanno scritto per segnalare problemi e criticità di tipo burocratico-amministrativo sulle quali è competente il centro INPS di Palermo. Ho dunque sollecitato – conclude La Marca – l’Ambasciatore Crowley ad interfacciarsi con la nostra Ambasciatrice negli Stati Uniti D’America, Mariangela Zappia, per discutere di tutte queste problematiche che impattano negativamente sulla vita dei nostri connazionali negli Stati Uniti d’America».
«Questo incontro – prosegue la Senatrice La Marca – rappresenta un punto di partenza per un dialogo che auspico continuerà nei prossimi mesi. Un dialogo – conclude la Senatrice – necessario tanto per rafforzare le relazioni bilaterali come per migliorare la qualità della vita dei nostri connazionali negli Stati Uniti».
*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. – SENATO DELLA REPUBBLICA – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

 

03 -, Carè(Pd)* Estero: incontro con Tim Ayres Vice Ministro per il Commercio e l’Industria per promuovere imprese italiane.
Roma 24 Gen.-” Ho incontrato S.E. Sig.ra Margaret Twomey Ambasciatore d’Australia in occasione della visita a Roma del Senatore Tim Ayres Vice Ministro per il Commercio e l’Industria nel Governo del Primo Ministro Anthony Albanese. “Ho chiesto al Viceministro di intensificare i rapporti di collaborazione tra Italia e Australia in vista dell’accordo commerciale globale con l’Unione Europea per abrogare gli ostacoli agli scambi così da semplificare ed incentivare la liberalizzazione dei mercati, che sia l’Australia che l’UE si sono impegnate a concludere. Dobbiamo lavorare in sinergia per supportare la presenza di oltre un milione di italo-discendenti ben integrati. Il nostro incontro ha messo in evidenza l’importanza di scambio di conoscenze per affermare il ruolo delle imprese italiane e l’importanza del made in Italy. La nostra interlocuzione continuerà e verrà approfondita da scambi di know how.” Cosi Nicola Carè, deputato del Pd eletto all’estero.
*( Nicola Carè, deputato del Pd eletto all’estero.)

 

 

04 – Sen. Francesca La Marca*: RECIPROCO RICONOSCIMENTO PATENTI ITALIA-QUÉBEC. LA MARCA (PD) PRESENTA UN’INTERROGAZIONE

Sollecitare il governo, ed in particolare i ministri competenti, a concludere l’accordo di reciproco riconoscimento delle patenti di guida tra Italia e Québec: è questo l’obiettivo di un’interrogazione depositata dalla Senatrice Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione Estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale.

«Ho deciso di presentare una nuova interrogazione – sottolinea la Senatrice La Marca – per chiedere al Governo quali siano gli ostacoli tecnici che ancora impediscono di arrivare alla soluzione dell’intesa e soprattutto entro quanto tempo ritengano di poter finalizzare questo protocollo. Solo nella passata legislatura, alla Camera dei Deputati, avevo presentato quatto interrogazioni sul tema: due in Aula e due in Commissione Affari Esteri».

«Sono anni – specifica la Senatrice La Marca – che mi occupo della tematica del reciproco riconoscimento delle patenti tra Italia e Québec, anche alla luce delle numerose segnalazioni che continuamente ricevo. Nel marzo 2017 ho dato il mio contributo alla firma dell’accordo quadro tra Italia e Canada per il reciproco riconoscimento delle patenti di guida ai fini della conversione, indispensabile per poter concludere gli accordi di dettaglio con le province e i territori canadesi, aventi esclusive competenze in materia. Negli anni successivi – prosegue la Senatrice La Marca – ho partecipato a numerosi tavoli di lavoro anche con la Delegazione del Québec a Roma».

«Si tratta di un problema che riguarda la quotidianità di diversi connazionali italiani che risiedono in Québec e di diverse persone quebecchesi che vivono in Italia. È giunto il momento di dare loro una risposta definitiva. Da parte mia – conclude la Senatrice La Marca – sto facendo tutti gli sforzi possibili per riuscire a portare a casa questo importante risultato».
*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D.SENATO DELLA REPUBBLICA – Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America)

 

 

05 – Stefania Cella*: SVELATA LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI DEI MINISTRI ITALIANI: ECCO QUANTO GUADAGNANO DAVVERO. QUAL È LA CLASSIFICA DEI REDDITI PERCEPITI DAI MINISTRI ITALIANI? LA MINISTRA CASELLATI È IN TESTA, CON UN REDDITO MAGGIORE DI MELONI.
QUAL È LA CLASSIFICA DEI REDDITI DEI MINISTRI? Al primo posto troviamo la ministra per le Riforme istituzionali, Maria Elisabetta Alberti Casellati, a seguire Guardasigilli Carlo Nordio e il responsabile dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Ci sono loro in cima alla lista, più in alto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Secondo la classifica redatta da Tgcom 24, la Casellati percepisce 253mila 385 euro. Subito dopo il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che percepisce 232mila 438 euro annui e il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, il cui reddito ammonta a 210mila 411 euro.
Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano vanta un reddito annuo dell’ammontare di 204mila 780 euro. Sarebbero i ministri a vantare un reddito anche superiore a quello dell’attuale presidente del Consiglio, che nel 2021 ha dichiarato 152 mila euro annui di reddito.
SOTTO LA SOGLIA DEI 200MILA EURO ANNUI
Seguono poi gli altri ministri in carica al governo, con redditi che si mantengono sotto la soglia dei 200 mila euro. L’articolo di Tgcom 24 prosegue con la classifica dei ministri con reddito al sotto dei 200mila euro. “Il ministro per lo Sport e i giovani Andrea Abodi che ottiene il quinto posto con 175mila 076 euro. Lo seguono la ministra del Lavoro e Politiche Sociali ed ex consulente del lavoro Marina Elvira Calderone (166mila 443 euro), il ministro per gli Affari regionali e l’autonomia, il leghista Roberto Calderoli con 147mila 077 euro, l’ex capogruppo al Senato di Forza Italia e ora ministra dell’Università Anna Maria Bernini (121mila 987 euro). Appena sopra i 100 mila euro sia Nello Musumeci, ministro della Protezione civile e le politiche del mare con 105mila 497 euro, sia la ministra per le Disabilità, la leghista Alessandra Locatelli (104mila 960 euro).”
*(fonte: News Mondo. Stefania Cella, Professore Associato. Settore scientifico disciplinare: Dipartimento di afferenza: Dipartimento di Psicologia)

 

 

06 – Pierre Haski*: TRA PARIGI E BERLINO SERVE PIÙ DI UN DIALOGO SIMBOLICO. SE I SIMBOLI FOSSERO SUFFICIENTI PER REGOLARE I RAPPORTI INTERNAZIONALI, OGGI FRANCIA E GERMANIA SAREBBERO IN TOTALE ACCORDO. IL 22 GENNAIO L’ANNIVERSARIO DEL TRATTATO DELL’ELISEO, CHE SESSANT’ANNI FA SEGNÒ LA RICONCILIAZIONE FRANCO-TEDESCA, È STATO CARATTERIZZATO DA GRANDI MANIFESTAZIONI DI AMICIZIA TRA I DUE PAESI STORICAMENTE RIVALI.

I simboli non bastano, ma sono comunque importanti. Il gesto compiuto da Konrad Adenauer e dal generale Charles de Gaulle quando la guerra era ancora vicina fu talmente esemplare che se ne è continuato a parlare fino a oggi, generazione dopo generazione. Sostenere che la costruzione europea abbia portato una pace duratura sul continente è ormai un cliché abusato, ma ora la guerra scatenata della Russia ha dato nuovamente senso a questo concetto.

In ogni caso, al di là dell’emozione autentica che il 22 gennaio ha pervaso il grande anfiteatro della Sorbona alla presenza di parlamentari e giovani dei due paesi, è certo che Emmanuel Macron e Olaf Scholz siano consapevoli della necessità di andare oltre i simboli. Entrambi i leader, infatti, si trovano con le spalle al muro.

Revisioni dolorose
Da mesi Francia e Germania non riescono a interpretare il ruolo determinante a cui aspirano. L’incontro del 22 gennaio doveva servire a superare gli ostacoli.

L’invasione russa, che né Macron né Scholz avevano lontanamente previsto, ha sconvolto la loro visione del mondo e ha forzato una serie di revisioni dolorose. Soprattutto in Germania, dove tra l’altro nel momento dello scoppio della guerra stava cambiando la maggioranza al potere.

La prima verifica arriverà con la risposta europea al piano di sovvenzioni messo a punto dagli Stati Uniti

Le esitazioni del cancelliere tedesco davanti alla possibilità di consegnare carri armati Leopard all’Ucraina alimenta da giorni critiche severe. Il 22 gennaio è arrivato un duro attacco dalla Polonia. Alla Sorbona Scholz ha promesso che la Germania invierà all’Ucraina “tutti gli aiuti di cui avrà bisogno”, una frase che lascia prevedere lo sblocco dell’impasse attuale, senza dubbio con l’invio di carri di fabbricazione tedesca da parte della Polonia. Dal canto suo, Macron non ha “escluso” di inviare i carri Leclerc.

La guerra in Ucraina è un test difficile per i leader politici occidentali e per il peso specifico che i rispettivi paesi avranno nel dopoguerra. È una partita che in questo momento si gioca sia in Francia che in Germania.

La prima verifica arriverà certamente con la risposta europea al piano di sovvenzioni messo a punto dall’amministrazione Biden negli Stati Uniti, percepito in Europa come una minaccia per le industrie del continente. Parigi e Berlino non concordano sulle modalità della risposta europea. All’inizio di febbraio i 27 si ritroveranno per prendere una decisione.

L’Europa vive una situazione simile a quella del 2020, ai tempi del dibattito sul piano di ripresa postpandemica. In quella fase si era arrivati a un accordo solo quando Francia e Germania avevano trovato un’intesa su un prestito comune garantito dai 27. Anche stavolta è assolutamente indispensabile un’armonia tra francesi e tedeschi per opporre una risposta efficace al protezionismo americano. Ne sapremo di più valutando i risultati del vertice di Parigi.

In questo contesto è importante mettere da parte l’immagine della “coppia” franco-tedesca che per anni ha costituito un passaggio obbligato nella narrazione tra i due paesi, perché romanticizza un rapporto che dev’essere politico e realista.
Questa relazione, tra l’altro, poggia su una storia dolorosa e complessa che non bisogna mai ignorare. Il ricorso ai simboli non è superfluo. Come una puntura di richiamo, è necessario per avanzare ma non è sufficiente.
*(Fonte: Internazionale. Traduzione di Andrea Sparacino, Pierre Haski, France Inter, Francia)

 

 

07 – Vincenzo Giardina*: QUANDO LA POLITICA ITALIANA ERA DALLA PARTE DEGLI OPPRESSI. NEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA DEL NOVECENTO, L’AFRICA E LA LOTTA ANTICOLONIALISTA ERANO AL CENTRO DEL PANORAMA POLITICO. E LA RESISTENZA ERA UN MODELLO PER GLI INDIPENDENTISTI AFRICANI. UN’ALLEANZA CHE SAREBBE DA RECUPERARE

Giovanni Pirelli, Joyce Salvadori Lussu, Enrico Berlinguer: l’ex partigiano primogenito di famiglia di imprenditori, la poeta e traduttrice anticolonialista, il politico che prova a immaginare una via oltre la guerra fredda. Tre italiani che avevano avviato un dialogo su resistenza e liberazione con Amílcar Cabral, dirigente indipendentista e panafricanista, guerrigliero nell’allora Guinea portoghese, oggi Guinea-Bissau.

Quello scambio si interruppe cinquant’anni fa, con un colpo di pistola alla tempia. È il 20 gennaio 1973: Cabral è assassinato da Inocêncio Kani, veterano del suo stesso partito, in circostanze mai del tutto chiarite. Lo sparo risuona a Conakry, nuova capitale dell’ex Guinea francese, divenuta la base dei guerriglieri in lotta con i portoghesi al di là del confine. Sotto accusa finiscono i servizi segreti di Lisbona, sospettati di un complotto. Sui quotidiani italiani la notizia finisce in prima pagina.

Ma cosa resta degli incontri con Cabral cominciati in casa Pirelli, a Varese, nel 1963, e culminati quando Roma ospita la Conferenza internazionale di solidarietà con i popoli delle colonie portoghesi? Filomeno Lopes, giornalista e filosofo originario della Guinea-Bissau, da tempo in Italia, ne riflette nel suo nuovo libro in uscita per Castelvecchi: sarà intitolato Afroitalotopia, neologismo per una visione del futuro che si nutre di storia. “Quel dialogo”, sottolinea lo scrittore, “permise al movimento anticolonialista e terzomondista italiano dell’epoca di riconfigurare il proprio paradigma della resistenza, interpretando come un suo prolungamento le lotte di liberazione in corso in Africa”. Si provò allora, secondo Lopes, “ad adottare una prospettiva più ampia, dalla parte degli oppressi”.

DALLA RESISTENZA ALL’INDIPENDENZA
Non è una storia lontana, perché il tema dei rapporti con l’Africa è ancora presente. Lo confermano i richiami della politica odierna a Enrico Mattei, partigiano, deputato democristiano e fondatore dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni). Allargando lo sguardo oltre il Mediterraneo, il 25 aprile 1961, a Firenze, Mattei aveva invitato a “ribellarsi contro l’ingiustizia, la prepotenza e la sopraffazione e per la sacrosanta difesa dei diritti umani”. Il suo obiettivo dichiarato era rompere l’oligopolio delle “sette sorelle” del petrolio (Exxon, Shell, British Petroleum, Mobil, Chevron, Gulf e Texaco), affermando il principio per il quale i paesi in cui si trovano le riserve devono ricevere i tre quarti dei profitti derivanti dai giacimenti. Della necessità di promuovere un “piano Mattei” per l’Africa ha parlato nel dicembre scorso l’attuale presidente del consiglio italiana, Giorgia Meloni. Basta “posture predatorie”, ha detto, e spazio invece alla collaborazione tra paesi, “valorizzando le identità e le specificità di ciascuno” e con l’Italia “nazione guida in questo approccio”.

Ma torniamo ad Afroitalotopia. Pagina dopo pagina si susseguono ritratti e citazioni di dirigenti politici ed esponenti della società civile protagonisti del dibattito sulla decolonizzazione tra gli anni cinquanta e settanta del novecento: da Aldo Moro ministro degli esteri al segretario del Partito comunista (Pci) Berlinguer, dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira al presidente dell’assemblea del Consiglio d’Europa Giuseppe Vedovato, dall’avvocato e costituente Lelio Basso alla fotoreporter Bruna Polimeni. Nel dopoguerra in Italia brucia il ricordo dell’aggressione mussoliniana all’Etiopia e quello delle liberazioni africane è un processo vissuto con disagio, a volte in maniera traumatica. E però, sottolinea Lopes, dirigenti della Democrazia cristiana al governo come Amintore Fanfani, Vedovato o Moro “cercheranno di riconvertire la decolonizzazione in una spinta per avere un nuovo ruolo nella scacchiera geopolitica mondiale”.

Afroitalotopia è un omaggio a “personaggi nati in terra europea ma che hanno speso tutte le loro energie per servire la causa della libertà di popoli apparentemente lontani”. Sono rievocati discorsi di Pirelli, imprenditore e intellettuale, capace di guardare al di là dei guadagni economici immediati. “Ricordatevi che la resistenza non è affatto finita con la disfatta del fascismo”, disse rivolgendosi ai giovani. “Finché ci saranno sfruttatori e sfruttati, oppressori e oppressi, chi ha troppo e chi muore di fame, ci sarà sempre da scegliere da che parte stare”.

E poi Salvadori Lussu, traduttrice di poeti angolani, vietnamiti o curdi: “La resistenza bisognava continuare a farla nei nuovi spazi legali e costituzionali che ci eravamo conquistati, senza far finta che il fascismo fosse stato debellato e senza dimenticare che molti popoli gli spazi legali e costituzionali non li avevano e dovevano ancora affrontare la guerra per la loro sopravvivenza”. Il riferimento è anche alle colonie portoghesi, le ultime in Africa a essere liberate, dove cineasti, giornalisti e scrittori si recano per documentare e testimoniare. Tra loro c’è Polimeni, che accompagna Cabral nelle sue missioni ed è poi l’unica fotoreporter a documentare la proclamazione d’indipendenza della Guinea-Bissau il 24 settembre 1973.

DC E PCI RICONOSCEVANO IL SUD IN GENERALE E L’AFRICA IN PARTICOLARE COME NUOVI INTERLOCUTORI E PROTAGONISTI DELLA SCENA CULTURALE, POLITICA E GEOPOLITICA MONDIALE

Di questi rapporti e queste solidarietà Lopes sa poco quando si trasferisce a Roma per studiare alle università pontificie Urbaniana e Gregoriana. Negli anni novanta è poi in Sudafrica, ospite della fondazione di Desmond Tutu, per assistere agli incontri della Commissione verità e riconciliazione voluta dal presidente Nelson Mandela dopo la fine del regime di apartheid. “Fu lui a parlarmi di Cabral e mi vergognai tantissimo”, ricorda Lopes. “Lo definiva il più grande di tutti, mentre io, che ero guineano, al di là delle frasi retoriche sul ‘padre dell’indipendenza’, non ne sapevo quasi nulla”.
Nel tempo il suo paese è divenuto ostaggio di nuove crisi, con corruzione e malgoverno alimentati dal contrabbando di droga dall’America Latina all’Europa. “Oggi per i giovani africani la conoscenza del passato è difficile, nient’affatto scontata”, spiega Ângela Coutinho, ricercatrice di storia coloniale all’Universidade Nova di Lisbona, nata a Capo Verde, un arcipelago al largo della Guinea del quale erano originari entrambi i genitori di Cabral. Proprio nell’isola di São Vicente, dove il dirigente indipendentista visse da ragazzo sette anni, l’esperta ha organizzato nel dicembre scorso il festival Cinema-debate Amílcar Cabral. “L’obiettivo è far riflettere su una vicenda più che mai internazionale, che vive di legami con il mondo e anche con l’Italia”, sottolinea Coutinho. Al telefono parla in italiano e pronuncia più volte la parola “partigiano”, definendola “una realtà e un mito globale”. Rievoca poi un telegramma inviato da Berlinguer all’indomani dell’assassinio di Cabral: il segretario del Pci si rivolge ai “compagni” guerriglieri denunciando la “mano mercenaria armata dai colonizzatori portoghesi” e rendendo omaggio alla “vittoria ormai certa dell’eroica lotta”.
GUARDA AL SUD GLOBALE ANCHE LA DEMOCRAZIA CRISTIANA. COME IL PCI, IL PARTITO DI GOVERNO PROVA A VEDERE OLTRE I BLOCCHI CONTRAPPOSTI DELLA GUERRA FREDDA. “RICONOSCENDO IL SUD IN GENERALE E L’AFRICA IN PARTICOLARE COME NUOVI INTERLOCUTORI E PROTAGONISTI DELLA SCENA CULTURALE, POLITICA E GEOPOLITICA MONDIALE”, RICORDA LOPES.

SOLIDARIETÀ E PACE

Basta sfogliare i quotidiani dell’epoca. Nel 1965, in Tanzania, alle riunioni della Conferência das Organizações Nacionalistas das Colónias Portuguesas (Concp) partecipa l’ex deputato Giovanni Serbandini, “Bini” per i compagni partigiani, in rappresentanza del Comitato anticolonialista italiano. Anche a lui si rivolge Cabral per accusare l’Alleanza atlantica, che ai portoghesi fornisce missili e bombe al napalm, le stesse usate dagli statunitensi in Vietnam. Ai portoghesi sono state sequestrate anche mitragliatrici e granate prodotte nelle fabbriche italiane. “La Nato”, scandisce il dirigente, “in un certo qual modo governa questo popolo eroico che ha saputo dar esempio di amore e di libertà: il popolo italiano”. Per Serbandini e il suo Comitato il messaggio è però un altro: “Volevo dire al nostro fratello che ha parlato qui che noi non confondiamo il popolo italiano con lo Stato italiano, che fa parte della Nato”.
Cabral lo spiega ancora, il 27, 28 e 29 giugno 1970, a Roma, in occasione della Conferenza di solidarietà con i popoli delle colonie portoghesi. “Voglio dire anche”, sottolinea, “quanto ammiriamo, quanto cerchiamo di imparare dall’esperienza dei partigiani italiani che hanno saputo prendere le armi per battersi, nella valle del Po come in altre regioni, contro il fascismo, contro la presenza tedesca, per la liberazione dei popoli”.
Secondo Lopes, è valorizzando alleanze come queste e non concentrandosi solo sulle opportunità economiche che vanno approfonditi i rapporti con l’Africa. Lo scrittore cita l’esempio di un’altra ex colonia portoghese, il Mozambico, oggi potenza emergente degli idrocarburi: l’accordo che trent’anni fa permise di superare una guerra civile fu firmato a Roma, nella sede trasteverina della Comunità di Sant’Egidio. “Che si chiami o meno piano Mattei”, sottolinea Lopes, “qualsiasi nuovo partenariato deve essere culturale e sociale e non limitarsi a contratti dell’Eni per le importazioni di gas naturale”.
*(Fonte. L’Essenziale. Vincenzo Giardina, giornalista, ha lavorato in Russia e viaggiato in giro per il mondo, dalla Bolivia al Nepal con in mezzo Sahel)

 

 

08 – MASSIMO VILLONE*: LO SPECCHIETTO DELLA LEGGE CALDEROLI E IL VERO PERICOLO. RACCOGLIAMO LE FIRME. QUALCHE DOMANDA PER CAPIRE MEGLIO COSA COMPORTERÀ LA “LEGGE CALDEROLI” CHE PRESTO ARRIVERÀ IN CONSIGLIO DEI MINISTRI

Il vertice sulle riforme ha confermato la cacofonia di maggioranza. Il voto regionale incombente ha avuto un peso decisivo. La proposta di legge di attuazione Calderoli (da qui in poi legge Calderoli) arriverà presto in consiglio dei ministri, per una approvazione “preliminare”, forse dopo un editing altrettanto “preliminare”. Non sappiamo cosa entrerà in consiglio. Ma sappiamo che ancora non uscirà un disegno di legge di iniziativa governativa per le camere. Può darsi che Calderoli non se ne preoccupi più di tanto. Qualche domanda per capire meglio.

LA LEGGE CALDEROLI È LA LEGGE CHE CONCEDE LA MAGGIORE AUTONOMIA AI SENSI DELL’ART. 116, TERZO COMMA?
No, perché riguarda solo il procedimento di formazione delle intese in base alle quali l’autonomia sarà concessa con successiva legge, una per ogni regione richiedente, approvata a maggioranza assoluta in base all’intesa stipulata con quella regione. Quindi, la legge Calderoli non è quella che concede la maggiore autonomia ai sensi dell’art. 116.3 della Costituzione. È una legge ordinaria contenente una disciplina generale e astratta riferibile a tutte le regioni richiedenti, mentre la legge che concede la maggiore autonomia è una legge “rinforzata” speciale che definisce per ogni singola regione l’autonomia ad essa spettante.

QUALI SONO LE DIFFERENZE NEL REGIME GIURIDICO APPLICABILE ALLE DUE LEGGI?
La legge Calderoli può essere modificata o abrogata da una legge ordinaria successiva, ed è sottoponibile a referendum abrogativo ex art. 75 della Costituzione. La legge che concede la maggiore autonomia in base a intesa può essere modificata o abrogata solo attraverso lo stesso procedimento, e cioè a seguito di iniziativa della regione e in base a nuova intesa. È altresì sottratta a referendum abrogativo per la giurisprudenza della corte costituzionale. Per tali caratteristiche la maggiore autonomia una volta concessa può rivelarsi irreversibile se la regione non è d’accordo.

ESISTE UN RAPPORTO TRA LE DUE LEGGI?
Non esiste alcun rapporto. Ad esempio, se anche la legge Calderoli fosse abrogata tramite referendum, rimarrebbe del tutto possibile concedere la maggiore autonomia a sensi dell’art. 116.3. Non sarebbe infatti impedita l’intesa tra lo stato e la singola regione, né verrebbe ostacolo alla concessione di maggiore autonomia con legge approvata a maggioranza assoluta in base all’intesa raggiunta.

MA LA LEGGE CALDEROLI POTREBBE PORRE LIMITI O MODIFICARE L’AUTONOMIA POI CONCESSA CON LEGGE IN BASE ALL’INTESA?
NO. La legge Calderoli non è sovraordinata rispetto alla legge che concede la maggiore autonomia in base a intesa. Se adottata prima, non può porre limiti giuridicamente invalicabili da parte della legge poi approvata in base a intesa, e se adottata dopo non può modificarla essendo quella una legge “rinforzata” modificabile solo in base a nuova intesa. Ad esempio, se la legge di attuazione stabilisse che non ci può essere maggiore autonomia per la scuola, questo non ne impedirebbe o limiterebbe la regionalizzazione. Del resto, se anche il limite fosse posto nell’intesa stessa, potrebbe poi essere superato da intesa diversa.

MA ALLORA A CHE SERVE LA LEGGE DI ATTUAZIONE?
In realtà a nulla, come già la legge-quadro di Boccia e Gelmini. Il ministro Calderoli ne è ben consapevole, avendo sostenuto in passato che era possibile giungere alle intese senza la legge-quadro.

PERCHÉ HA CAMBIATO IDEA?
Potrebbe non averla cambiata affatto. È possibile stia usando la legge di attuazione come specchietto per le allodole, per indurre le opposizioni ad esaurirsi in una inutile battaglia, per scoprire alla fine che tutto è ancora possibile puntando direttamente alle intese. Per di più, la legge Calderoli sembra dare un messaggio rassicurante di eguale trattamento per tutti, che peraltro sarebbe un ossimoro in tema di autonomia differenziata. Quel che conta non è come si tratta tra stato e le regioni, ma cosa esce a valle della trattativa tra lo stato e la singola regione.

PER QUESTO, ACCENTO SUI LEP?
Un’altra scatola vuota, come dimostreremo.

TUTTA COLPA DI CALDEROLI?
No. Il problema risale alla pessima riforma del Titolo V del 2001, figlia del clima politico degli anni ’90 pesantemente influenzato dalla Lega dichiaratamente secessionista. Per questo chiediamo di firmare la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la modifica degli articoli 116.3 e 117 della Costituzione, anche online con lo SPID su www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it.
*( Fonte Il Manifesto. Massimo Villone, è un politico e costituzionalista italiano. È professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”)

 

 

09 – Irene Doda*: QUESTIONE DI RESPONSABILITÀ. C’È UNA REGOLA, UNA CLAUSOLA DI UNA LEGGE DEGLI STATI UNITI, CHE HA PLASMATO IN MODO RADICALE IL MODO IN CUI CONCEPIAMO INTERNET: LA SEZIONE 230 DEL COMMUNICATIONS DECENCY ACT, APPROVATA DAL CONGRESSO NEL 1996. LA SEZIONE 230 GARANTISCE UNA SORTA DI IMMUNITÀ LEGALE PER I SERVIZI ONLINE – SITI O PIATTAFORME – RISPETTO AI CONTENUTI POSTATI SU DI ESSI DAGLI UTENTI.
Il contrario, insomma, di quanto avviene con gli editori tradizionali, che sono ritenuti responsabili di quanto pubblicato su un giornale o una testata a loro afferente. Per esempio, se un individuo condivide su Facebook un contenuto che infrange la legge sul copyright, Meta non può essere portata in tribunale in relazione a questo reato.
La Sezione 230 è ritenuta una delle leggi più importanti che regolano la libertà di espressione online, anche a detta di organizzazioni che difendono i diritti digitali, come l’Electronic Frontier Foundation.
Senza la sezione 230 che li protegge da cause legali, denunce, accuse di censura i siti, i blog, e non ultime le piattaforme di social media non avrebbero potuto svilupparsi nel modo che conosciamo. Un’altra implicazione importante è la possibilità per gli operatori dei servizi online di moderare i contenuti secondo policy interne, a loro discrezione. Se decidono di non moderare i contenuti, tuttavia, non possono essere ritenuti legalmente responsabili.
La sezione 230 è da anni al centro di un dibattito acceso. I suoi sostenitori la vedono come una difesa di un internet libero e aperto, senza la quale saremmo di fronte a una rete controllata dai poteri statali. I suoi critici (provenienti da entrambe le parti dello spettro politico, da Joe Biden fino a Ted Cruz) sostengono, d’altra parte, che la legge non responsabilizzi sufficientemente le grandi piattaforme rispetto ai danni che possono provocare. In alcuni stati sono già state approvate alcune leggi che mettono in pericolo l’esistenza della sezione 230: in Texas, per esempio, è stata introdotta una norma che vieta alle piattaforme di moderare i contenuti sulla base di “punti di vista”.
Veniamo quindi al casus belli, che ha riportato la sezione 230 sulle prime pagine dei giornali. Nel 2015 la figlia ventitreenne di Reynaldo Gonzalez, un cittadino statunitense, morì negli attentati di Parigi orchestrati dai terroristi dello Stato Islamico. Gonzalez ha trascinato Google davanti ai giudici statunitensi: secondo la famiglia l’algoritmo di YouTube sarebbe responsabile per il sistema di raccomandazioni dei video, che avrebbe spinto gli attentatori a unirsi all’Isis, e a commettere le stragi. Dopo una serie di rimpalli tra vari livelli del sistema, il caso è approdato davanti alla Corte Suprema, che lo discuterà a febbraio, insieme a un altro caso simile, che riguarda invece Twitter, (Twitter v. Taamneh).
Le sentenze della Corte avranno il compito di rispondere ad alcune domande fondamentali. Le protezioni offerte dalla sezione 230 sono applicabili anche nel caso di contenuti di stampo terroristico, oppure è necessaria un’interpretazione più stringente della legge che ponga le piattaforme di fronte alla loro responsabilità? Come comportarsi rispetto ai suggerimenti dell’algoritmo – che Gonzalez ritiene colpevole della morte della figlia? Sono da considerarsi un’estensione dello user generated content oppure un meccanismo distinto, delle cui conseguenze le aziende devono rispondere?
Gli osservatori non si sbilanciano in previsioni – nessuno sa davvero cosa aspettarsi. Dal risultato dei dibattimenti di febbraio potrebbe risultare una lunga riesamina legale della Sezione 230, e di conseguenza del ruolo delle piattaforme e dei siti web nell’ecosistema online.
*(a cura di: Irene Doda, vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Ha scritto per Wired, Singola, Il Tascabile e altre riviste online e cartacee.)

 

 

10 – STEFANIA CELLA*: SANITÀ, IN ITALIA SIAMO SENZA SERVIZI E SENZA DOTTORI .IN ITALIA LA SITUAZIONE SANITÀ È VERAMENTE CRITICA: I DISSERVIZI SONO DILAGANTI E MANCA IL PERSONALE MEDICO SANITARIO.
In Italia la sanità fa cilecca. I servizi sanitari sono carenti, e mancano i dottori. La situazione è peggiorata considerevolmente anche con l’arrivo del Covid, che ha contribuito a rallentare ulteriormente le strutture. Inoltre con il licenziamento del personale no vax, il numero dei medici è diminuito ulteriormente.

MEDICO OSPEDALE
Bonus 2023: tutte le agevolazioni, chi può richiederle e come si possono ottenere
la Sardegna all’ultimo posto per efficienza dei servizi sanitari
Non è una novità che nei pronto soccorso italiani si debba attendere per ore ed ore per essere visitati. In Italia la situazione sanità è veramente critica. La Fondazione Gimbe ha raccolto i dati relativi all’efficienza della sanità nel territorio italiano, prendendo come riferimento le varie regioni dislocate lungo la Penisola. Secondo quanto emerso dal report, l’Emilia Romagna è la prima regione della lista per l’efficienza delle cure, la Sardegna è l’ultima.

A Caltanissetta invece risulta quasi impossibile trovare un ginecologo ospedaliero, in quanto se ne conta uno ogni 40.565 donne. Tra le cause di un sistema sanitario poco efficiente, c’è il limitato numero di fondi per le borse di studio destinati agli studenti, che spesso si trovano impossibilitati ad affrontare un tale onere per sostenere gli studi.
Anche l’innalzamento dell’età media dei camici bianchi e le scarse retribuzioni hanno contribuito al lento collasso del sistema sanitario italiano. «Mancano dati aggiornati sulla carenza di personale sanitario e questo non agevola la programmazione. Le riforme previste dal Pnrr potranno avere effetti se all’investimento su case e ospedali di comunità si affiancherà un adeguato investimento sul personale».
Anche Sabrina Lucatelli, direttrice di “Riabitare l’Italia” nonché coordinatore del Comitato tecnico di Strategia nazionale per le Aree interne (Snai) è intervenuta. «Il sud non sta peggio del nord. Il riparto del Fondo sanitario nazionale deve tener conto della povertà sanitaria dei territori. E servirebbero Livelli essenziali di assistenza in grado di misurare pure la qualità delle cure territoriali». È questa la denuncia di Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.
*( da Stefania Cella, Professore Associato ; Settore scientifico disciplinare: M-PSI/08 ; Dipartimento di afferenza: Dipartimento di Psicologia)

 

 

11 – Roberto Peciola: ALIAS. GLI ULTRASUONATI. FOLK RICERCA ESTETICA TENERE FEDE ALLA PROPRIA ESTETICA CHE È FATTA DI MEMORIA E DI RICERCA, DI FONTI CUI CONTINUARE AD ABBEVERARSI E DI NUOVE SORGENTI È IMPRESA QUASI MEMORABILE. […]

Tenere fede alla propria estetica che è fatta di memoria e di ricerca, di fonti cui continuare ad abbeverarsi e di nuove sorgenti è impresa quasi memorabile. Il rischio della routine è dietro l’angolo. Non succede così ai magnifici Radicanto, progetto tenuto assieme da un quarto di secolo da Giuseppe De Trizio, «in direzione ostinata e contraria» rispetto al vento dell’intolleranza che spira nella Penisola. Il nuovo disco, fresco e vario, tiene fede al titolo, Alle radici del canto (Visage), e ci trovate una bella citazione per Rosa Balistreri, una per Modugno e Raiz ospite in Tu sola. Con la voce del vocalist degli Almamegretta Radicanto aveva già realizzato un progetto: ora, in contemporanea a questo, esce per Fonè Astrigneme, firmato da Raiz e Radicanto: corde acustiche, percussioni, la voce ombrosa e tellurica in napoletano, in ladino sefardita, in spagnolo. Emozionante. Altro fascinoso giro del mondo con parole e musica? Canzoni di un lungo viaggio (Dodicilune), Margherita Rotondi voce e Vincenzo Cicchelli al piano. Da Parigi a Broadway, passando per Buenos Aires. (Guido Festinese)

INDIE ITALIA . Piemonte a sorpresa
Il Piemonte sorprende con due recenti proposte musicali di livello. Archiviata la collaborazione con Giacomo Aime che ha partorito due dischi, è arrivato For You (Self), esordio solista di Paolo Milano. Il chitarrista torinese propone una raccolta di ballad strumentali, meditazioni chitarristiche, momenti di grande pace e distensione che si dipanano tra influenze folk, jazz e blues. Mentre ci culla con la sua limpida musicalità, Milano intreccia con maestria ritmo, melodia e armonia, tanto che la mente corre a un grande come Alex De Grassi e ai suoi omaggi alla bellezza della chitarra acustica. Tutt’altra musica quella dei DON Rodriguez, gruppo alt rock di Verbania arrivato con 10D10 (Dischi Soviet) a celebrare il decennio di attività. Nel disco la band si cimenta con dieci brani autografi, sospesi tra Baustelle e Marlene Kuntz, ma con una vena originale che attinge soprattutto dalla canzone d’autore nostrana. La scrittura è matura, i testi profondi, gli arrangiamenti precisi e mai banali. Sulla copertina l’immagine della centrale nucleare dismessa di Trino, voluto richiamo ai pericoli del nostro tempo. (Vilmo Modoni)

BLUES -Il fascino dell’armonica
Il fascino ancestrale dell’armonica. Tre dischi presentano approcci e stili diversi. Douglas Avery da Los Angeles con l’esordio Take My Rider (CD Baby). L’autore, fotografo professionista nonché surfista appassionato, presenta il suo blues palesemente californiano ma con passaggi di Delta Sound niente male (Jelly Jelly). Grazie a sodali di gran qualità già nel giro della mitica Delta Groove Rec., emergono brani di buona fattura come la solitaria Leaving Trunk, Sonny Boy, Blow! scritta da John Mayall nel 1967 e la fiammeggiante Malibu Burnin’. Arriviamo in Italia con il valente Davide Speranza che presenta Live at Monastero (Autoprodotto). Accompagnato dal piano di F. Musazzi e dalla batteria di G. Santini presenta materiale autografo di gran qualità. Entusiasma il volo di Nonna Louisiana e l’ardore di Ultimo giorno di scuola. Chiudiamo con l’istrionico e muscolare croato Tomislav «Little Pigeon» Goluban: 20 Years on the Road (Blue Heart Records) dice tutto nel titolo. Allegro e divertente, suonate Blow Junkie Boogie. (Gianluca Diana)

JAZZ ITALIA – Creatività sperimentale
Come la creatività femminile si riversa nella ricerca sperimentale. Arrivando a punte estreme con Francesca Naibo in So Much Time (Ramble Records) dove gorgheggi, chitarre, oggetti, elettronica dialogano con le registrazioni ritrovate di lei bambina di otto anni. Anche per Gaia Mattiuzzi con Inner Core (Aut Records) è tempo di avanguardia, benché l’impianto, per piano trio (più ospiti), veleggi tra jazz, forma-canzone, linguaggi contemporanei, commistioni elettroniche; ed è nel musicare alcune liriche di James Joyce d’ispirazione amorosa che la cantante approda a una valenza metalinguistica, dove la voce diviene pure uno strumento nel senso dell’astratto sonoro purissimo. Maggiormente legata al jazz moderno risulta infine Federica Lorusso con Outside Introspections (Zennez Records), prodotto in Olanda: la pianista in quartetto (sax, contrabbasso, batteria) riprende in parte il moderno mainstream, benché spesso s’avventuri in territori di confine, rivelando nei brani stati d’animo tra inquietudine estetica, smania intellettuale, curiosità avvenirista. (Guido Michelone)

DREAM POP – Lo stupore della poetessa. ANAÏS THE BELLE OF AMHERST (Viceversa Records)

**** La grandezza dei classici, ha detto qualcuno, è nel saper abitare il loro presente, che per noi è passato, il nostro, ed infine nel dare indizi di futuro. La poetessa appartata Emily Dickinson ne è un buon esempio: e gli Anaïs (attivi da tanti anni con nomi diversi) che usano con delicatezza e amore i suoi testi in questo ep ne declinano la poesia senza tempo in dream pop pregno di stupore, levità psichedeliche, occasionali piccole impennate elettriche indie. Il gioco di arpeggi supporta la voce fatata di Francesca Pongiluppi, e tutto torna. (guido festinese)

COLONNA SONORA – Filtri psichedelici. SIMON BOSWELL SANTA SANGRE. ORIGINAL MOTION PICTURE SOUNDTRACK (Cinevox)
**** Il compositore britannico per il film di Alejandro Jodorowski entra alla perfezione nel ruolo di musicista dell’horror (gli esordi, non a caso, con Phenomena di Dario Argento) benché entrambi gli artisti trascendano il genere: la pellicola incrocia forme e contenuti con il filtro allucinatorio della psichedelia Sixties e addirittura del precedente surrealismo, e di conseguenza lo score propone, adeguandosi, suoni variegati (avanguardia, etno e world music) che, persino all’ascolto vinilico (rosso per l’occasione) mantengono comunque fascino e curiosità. (guido michelone)

WORLD MUSIC – Viaggio a Oriente. LUIS GIMENEZ AMOROS THE UNKNOWN SPANISH LEVANTE VOL 2: EGYPT (Autoprodotto)
**** Le pubblicazioni di Gimenez Amoros hanno sempre un carattere musicale chiaro, determinato e intelligente. L’ennesima dimostrazione in questo viaggio verso levante. Undici temi intrisi di Mediterraneo, a cui si aggiunge la tensione del mondo arabo. Storie che affascinano: Ibn al Tulum racconta la diaspora di chi in fuga dalla Spagna trova accoglienza in Egitto, Al Mursi ci porta nella moschea di Alessandria, Tabarca è il sole cocente di una misconosciuta isola, Khartoum-Cairo (Sudani) ha il sapore della haqiba music mentre racconta la storia del bassista della band, fuggito dal Sudan. (gianluca diana)

SYNTH POP- L’ancora di salvezza. LADYTRON TIME’S ARROW (Cooking Vinyl/Egea/The Orchard)
*** Il quartetto di Liverpool torna dopo un silenzio discografico di qualche anno. Sette album, con questo Time’s Arrow, distribuiti in un paio di decenni che li hanno posti come una delle realtà principali della scena synth pop internazionale (con una punta shoegaze che non guasta), scena alla quale restano saldamente ancorati regalando ai fan un disco assolutamente in «tema», che magari nulla aggiunge a quanto fatto finora ma che, ancora una volta, ne dimostra il gran senso melodico, con una serie di brani, dieci per la precisione, di fattura ineccepibile. (roberto peciola)

INDIE POP – Sintesi elettroniche. LIELA MOSS INTERNAL WORKING MODEL (Bella Union/Pias/Self)
**** È stata, ed è tuttora, la voce dei Duke Spirit, ma da qualche tempo ha intrapreso una interessante carriera solista che l’ha portata a incidere tre album con quello di cui ci occupiamo qui. Le sonorità rock indie della band originaria lasciano spazio a situazioni elettroniche e sintetiche che possono richiamare anche la lezione dream pop. Internal Working Model è sicuramente il lavoro migliore della cantante e autrice britannica e si avvale della presenza del guru del synth pop Gary Numan, della grande Jehnny Beth delle Savages e di Dhani Harrison, figlio di George, in un brano ciascuno. (roberto peciola)

RAFFAELE CASARANO – ANÌ (Tuk Music)
**** Tre anni di lavoro per Anì, tre anni ben spesi per il sassofonista, compositore e organizzatore di eventi musicali, catalizzati anche dall’arrivo di Anita Maria, la Anì del titolo. Otto tracce che giocano a sfalsare le piste mainstream suonando acustiche ed elettroniche assieme, psichedeliche e mediterranee, oscure e luminose. Ospiti Dhafer Youssef a oud e voce, e M1 Dead Prez a rappare su Fight Back. In formazione anche Bonnot a «disegnare» i suoni, e si sente. (guido festinese)

DAEMIA – BLUEDO (Arealive/Believe)
*** Benevento-Parigi-Napoli le coordinate dove nascono i nove brani che compongono l’esordio del giovane artista campano. Pur tra mille influenze e cliché del genere, il nu soul dall’impronta vocale che prende spunto dalla scena r’n’b americana, lo stile compositivo di Daemia ha tratti di originalità e buon gusto negli arrangiamenti che lo mette al riparo da derive pop troppo sdolcinate. Testi notturni spesso introspettivi ma anche aperture melodiche di grande respiro. (stefano crippa)

GJERSTAD/MOBERG/NILSSEN-LOVE – TIME SOUND SHAPE (PNL Records)
**** La label norvegese licenzia questo lavoro coraggioso. Non vi sono compromessi e ammiccamenti al mercato discografico. L’accordion di Kalle Moberg e i fiati di Frode Gjerstad seguono le direttive di Paal Nilssen-Love, che per la circostanza abbandona la batteria dedicandosi solo al gong. Il risultato è un’unica traccia di 49 minuti che muovendosi negli ambiti più sperimentali del jazz incontra i migliori aspetti impro. (gianluca diana)

MISENTOTALE – LE MILLE SFUMATURE CHE NON HO (Lilith Label)
*** Otto anni di labor limae sul progetto, testato anche col busking per le strade, poi in studio a rifinire le cinque tracce che ci danno una prima panoramica su un nuovo progetto in bilico tra indie folk lievemente psichedelico, assai avvolgente, e nobile cantautorato contemporaneo di schiatta ligure. Sinergia di forze tra un songwriter, Simone Meneghelli, un violoncellista, Simone Cricenti, e il batterista Gigi Marras. Se amate i Kings of Convenience, o il songwriting «catchy» ma non banale di qualche decennio fa, vi sentirete a casa. (guido festinese)

REPETITA IUVANT – 7 (Loudnessy Sonic Dream)
*** Arrivano da La Spezia e dopo un paio di ep il trio Repetita Iuvant allarga lo spettro con il primo lavoro su lunga durata, intitolato 7. Brani strumentali che guardano al post rock con una non celata vena che potremmo definire post ambient. Sebbene a tratti riemergano reminiscenze e influenze, inevitabili, colpisce comunque una dose di originalità e un approccio dark che regala sostanza al tutto. (roberto peciola)

ROSSELLA SENO – LA FIGLIA DI DIO (Azzurra Music)
**** La cantattrice, come lei stessa ama definirsi, prosegue il tema di una spiritualità ribaltata, avendo quali numi tutelari Don Andrea Gallo e Fabrizio De André rispettivamente citati nel booklet e per la cover Si chiamava Gesù; circondata da musicisti e parolieri o ospiti illustri (Alessio Boni e Allan Taylor), Rossella fa sue le altre dieci melodie, lasciando il segno grazie a una voce dolente, incisiva, drammatica nel miglior senso della teatralità, lungo una forma-canzone acustica. (guido michelone)
*( Roberto Peciola, giornalista)

 

 

12 – Rana Foroohar*: COME SUPERARE I LIMITI DELL’AUTOMAZIONE. QUANDO GLI ESSERI UMANI COMPETONO CON LE MACCHINE, I SALARI SI ABBASSANO E I POSTI DI LAVORO SPARISCONO.
TUTTAVIA ALLA FINE NASCONO NUOVE CATEGORIE DI LAVORI MIGLIORI.
La meccanizzazione dell’agricoltura nella prima metà del novecento o i progressi nell’informatica tra gli anni cinquanta e sessanta sono stati accompagnati da una crescita economica diffusa negli Stati Uniti e in altri paesi. Negli ultimi decenni però qualcosa in questo rapporto si è incrinato. Dagli anni ottanta abbiamo assistito alla rivoluzione robotica nel settore manifatturiero, all’ascesa dei software in ogni ambito, all’internet delle cose e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In quel periodo però la crescita del pil negli Stati Uniti è rallentata, le disuguaglianze sono aumentate e i guadagni di molti lavoratori, soprattutto maschi non laureati, sono diminuiti drasticamente. Anche la globalizzazione e il declino dei sindacati hanno avuto un ruolo in questo processo.

A Washington hanno cominciato a prendere sul serio la questione. I politici stanno riflettendo sul lavoro del professor Daron Acemoğlu del Massachusetts institute of technology (Mit), le cui ricerche dimostrano che l’automazione di massa non rappresenta più un vantaggio per il capitale e i lavoratori. Nel corso di un’audizione alla camera dei rappresentanti nel novembre 2021, Acemoğlu ha dichiarato che l’automazione, cioè la sostituzione dei lavoratori con macchine e algoritmi, è responsabile del 50-70 per cento delle disuguaglianze economiche registrate tra il 1980 e il 2016.

La meccanizzazione dell’agricoltura o i progressi nell’informatica sono stati accompagnati da una crescita diffusa. Negli ultimi decenni però qualcosa si è incrinato

Perché sta succedendo? In sostanza, mentre l’automazione dell’inizio del novecento e del dopoguerra “ha accresciuto la produttività dei lavoratori in diversi settori industriali, creando opportunità di lavoro”, ha dichiarato Acemoğlu alla camera, “dalla metà degli anni ottanta abbiamo vissuto un’accelerazione dei processi di automazione e una decelerazione nell’introduzione di nuove mansioni”. Per dirla in parole povere, ha aggiunto, “il portfolio tecnologico dell’economia statunitense è diventato molto più squilibrato a discapito dei lavoratori, soprattutto di quelli meno istruiti”. C’è di più: alcune cose che stiamo automatizzando non hanno tutti questi benefici economici. Prendiamo le casse automatiche nei supermercati, che costringono i clienti a scansionarsi da soli gli acquisti. Magari faranno risparmiare qualcosa sui costi della manodopera, ma di sicuro non incrementano la produttività come farebbe invece, che so, una mietitrebbia a guida automatica.

La tecnologia però non può essere imbrigliata. Il punto è assicurarci che anche i lavoratori possano godere dei suoi benefici. Nel suo discorso all’edizione online del forum di Davos a gennaio la segretaria del tesoro statunitense Janet Yellen ha detto che i recenti miglioramenti in termini di produttività creati dalla tecnologia potrebbero far aumentare le disuguaglianze. Ha osservato che, anche se la crescita del telelavoro prodotta dalla pandemia farà aumentare la produttività del 2,7 per cento negli Stati Uniti, a guadagnarci saranno soprattutto i redditi più alti, così come sono stati soprattutto gli studenti bianchi e più ricchi a trarre vantaggio dalla didattica a distanza. L’istruzione è l’ambito in cui è più urgente combattere la disuguaglianza tecnologica. Per questo l’amministrazione Biden ha voluto finanziare le università locali, i programmi di apprendistato e la formazione professionale. L’idea è impedire lo svuotamento del mercato del lavoro in settori che hanno assecondato l’adesione di Clinton al libero scambio senza protezioni adeguate per i lavoratori. La rabbia degli operai degli stati del Midwest decisivi alle elezioni presidenziali potrebbe essere niente al confronto di quella dei lavoratori nel settore dei servizi che assistono all’automazione dei loro posti.

Altre questioni richiedono soluzioni politiche. Se un’azienda investe nella tecnologia, che può svalutarsi, riceve più benefici fiscali che se investe nella manodopera umana. Eliminare l’ammortamento per attrezzature come software o robot potrebbe ridurre questo divario.
Come ha detto alla camera Acemoğlu “la Silicon valley ha un sistema particolare, incentrato sull’uso di algoritmi per sostituire gli esseri umani. Non è un caso se aziende come Google danno lavoro a meno di un decimo delle persone che un tempo lavoravano per la General Motors”. Il modello dei colossi tecnologici ruota attorno alla necessità di liberarsi della manodopera e di trasformare il comportamento umano in materia prima. Questo modello sarà sottoposto a pressioni sempre più forti nel 2022, mentre Washington cerca di portare avanti leggi per limitare il potere delle piattaforme tecnologiche prima delle elezioni di metà mandato a novembre. Ma la domanda più urgente resta senza risposta: in che modo ricollegare le fortune del capitale e del lavoro nella prossima era dell’automazione di massa?
*(Rana Foroohar, è una giornalista statunitense esperta di economia. Collabora con il canale televisivo Cnn ed è opinionista del Financial Times, il giornale che ha pubblicato questo articolo. Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 4)

 

 

13 – Alessandro Calvi*: L’INUTILE BATTAGLIA IDEOLOGICA SULLA GIUSTIZIA DELLA DESTRA ITALIANA. IL MINISTRO CARLO NORDIO HA INVITATO IL PARLAMENTO A NON AVERE UN ATTEGGIAMENTO SOTTOMESSO RISPETTO AI MAGISTRATI, APRENDO UN NUOVO SCONTRO TRA POLITICA E MAGISTRATURA

L’INVITO CHE IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA CARLO NORDIO HA RIVOLTO AL PARLAMENTO, ESORTANDOLO A NON ESSERE SUPINO NEI CONFRONTI DEI MAGISTRATI, HA RAPPRESENTATO UNO DEI MOMENTI PIÙ INQUIETANTI DELLA STORIA POLITICA ITALIANA RECENTE.

Quelle parole infatti sono state pronunciate il 19 gennaio proprio nei giorni in cui magistrati e forze dell’ordine erano riusciti a catturare il capomafia Matteo Messina Denaro, latitante ormai da trent’anni. Ci sono magistrati, ha detto Nordio, “che, avendo sempre fatto i pubblici ministeri antimafia, hanno una visione estremamente, chiamiamola così, severa di questi problemi, ma l’Italia non è fatta di pubblici ministeri e questo parlamento non deve essere supino e acquiescente a quelle che sono le associazioni dei pubblici ministeri”.

La gravità di queste parole sta anche nel fatto che il ministro le ha pronunciate dai banchi del governo all’interno della camera dei deputati, durante il dibattito sullo stato della giustizia in Italia. Lo ha fatto forse senza neppure rendersi conto del peso anche simbolico che avrebbero immediatamente assunto, sia nei confronti delle procure che indagano sulla criminalità organizzata, sia dello stesso parlamento. E, a quanto pare, senza prevedere le conseguenze politiche che quelle parole avrebbero avuto, soprattutto a destra.

Attacco alla magistratura

In quel momento si era infatti nel pieno del dibattito sullo strumento investigativo rappresentato dalle intercettazioni, innescato da una serie di dichiarazioni dello stesso Nordio, alcune rilasciate ai mezzi di informazione, come l’intervista a Radio24 del 17 gennaio, altre in parlamento: prima al senato e poi alla camera, tra mercoledì 18 e giovedì 19 gennaio. In queste occasioni il ministro ha più volte affermato con decisione la necessità di intervenire in senso più restrittivo sulla disciplina delle intercettazioni per evitare abusi. Ma le questioni squisitamente tecniche sono rapidamente passate in secondo piano di fronte all’esplodere della polemica per l’attacco alla magistratura, innescata per di più proprio a ridosso della cattura di Messina Denaro.

Nell’intreccio tra questioni politiche e questioni giuridiche che si è venuto a creare, in molti sono intervenuti per rispondere al ministro sull’importanza delle intercettazioni come strumento investigativo. Tra questi, perfino il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia che, nelle ore successive alla cattura di Messina Denaro, è stato costretto a ribadire come proprio le intercettazioni siano state fondamentali per arrivare al capomafia latitante, e come lo siano in generale nella lotta contro la criminalità. Ma, come detto, non è stato il solo a parlare.

Attorno alle parole del ministro si è aperto uno scontro tra magistratura e politica come non si ricordava dai tempi dei governi guidati da Silvio Berlusconi. E questo ha finito per mettere in difficoltà soprattutto Giorgia Meloni. Già alle prese con le conseguenze del mancato taglio delle accise sui carburanti deciso dal governo, la presidente del consiglio si è trovata costretta a gestire un’altra grana della quale avrebbe fatto volentieri a meno. Secondo i sondaggi, la prima flessione di Fratelli d’Italia) dopo mesi di crescita impetuosa si è registrata infatti proprio dopo il pasticcio sulle accise. È evidente che altri passi falsi non sono ammissibili, anche perché in vista ci sono le elezioni regionali in programma il 12 e 13 febbraio in Lombardia e nel Lazio dalle quali, peraltro, dipendono più i futuri equilibri interni alla maggioranza che i rapporti con le opposizioni.

Ma, come nel caso delle accise, subito sono emerse le divisioni tra gli alleati di governo, anche con diverse prese di distanza più o meno esplicite nei confronti di Nordio, seppure le sue idee sulla giustizia, e anche sulle intercettazioni, siano note da tempo. L’ultima volta le aveva esposte, già da ministro, circa un mese fa e sempre in parlamento. Ma sono anni che Nordio ne scrive e ne parla, come ex pubblico ministero, scrittore e pubblicista, manifestando pienamente la sua sensibilità garantista, molto diversa da quella più giustizialista che anima buona parte del partito di Meloni e della maggioranza ora al governo.

PRENDERE TEMPO
Non a caso, soprattutto Forza Italia – alla quale si è aggiunto il Terzo Polo dall’opposizione – è apparsa sulla stessa linea di Nordio. Molto più evanescente è stato il sostegno della Lega e, anzi, proprio il leader leghista Matteo Salvini il 21 gennaio ha affermato: “La politica deve evitare lo scontro con la magistratura e viceversa”. Di fatto, uno stop a Nordio. A quel punto, con una nota il ministro ha affermato di non avere intenzione di dimettersi. La sensazione rimasta è però quella di una sua estrema solitudine, tanto che si è resa necessaria una seconda nota, stavolta proveniente dalla presidenza del consiglio dei ministri, con cui Giorgia Meloni ha ribadito “la sua piena fiducia nel guardasigilli”, annunciando un incontro in settimana.

Va poi sottolineato che, al termine di una settimana che ha visto la giustizia al centro delle polemiche, il 24 gennaio a intervenire è stato significativamente anche il presidente della repubblica Sergio Mattarella, nella sua veste di presidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm), l’organo di autogoverno dei giudici, e quindi di massima autorità istituzionale in materia. Parlando nel corso della cerimonia per il commiato ai componenti uscenti del consiglio, Mattarella ha prima ricordato come quella appena conclusasi sia stata per il Csm “una consiliatura complessa, segnata da gravi episodi che l’hanno colpita”, per poi soffermarsi sulla indipendenza della magistratura stessa. “Attraverso l’esercizio trasparente ed efficiente del governo autonomo”, ha detto il presidente, “il consiglio superiore deve garantire, nel modo migliore, l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione”. La magistratura, ha aggiunto, “ha nei valori costituzionali, nel suo ambito e nella sua storia, le risorse per affrontare le difficoltà e per assicurare, con autorevolezza e con credibilità, il rispetto della legalità indispensabile per la vita e la crescita civile della società e del nostro paese nel suo complesso”.

Il paradosso in questa storia sta nel fatto che sulle intercettazioni Nordio sostiene posizioni ragionevoli, e ampiamente e trasversalmente condivisibili, dalla tutela della sfera privata dei cittadini non toccati dalle indagini, alla necessità di impedire che intercettazioni irrilevanti per le indagini finiscano sui giornali. Il fatto è che molte delle questioni che solleva appaiono superate. La cosiddetta riforma Orlando in tempi recenti è intervenuta tra l’altro sulla raccolta, la selezione, la trascrizione e la conservazione dei dati, rendendone più difficile la diffusione. E per il momento pare funzionare abbastanza bene.

Appare evidente, allora, che dietro l’insistenza con la quale da destra si invoca una revisione delle regole in senso restrittivo, e più in generale nel modo in cui continua ad affrontare le questioni della giustizia, vi sia una motivazione di natura ideologica più che giuridica. Lo fanno pensare anche certe ambiguità, per esempio nel distinguere tra regole che riguardano le indagini, e quindi il lavoro dei magistrati, e regole che riguardano la diffusione delle notizie, e quindi il lavoro dei mezzi di informazione. Nell’ambiguità, infatti, diventa più facile usare eventuali eccessi della stampa per proporre un irrigidimento delle regole che riguardano gli strumenti investigativi a disposizione di chi indaga. Ed è ciò che sta accadendo.

Per come si sono messe le cose, però, alla maggioranza, e soprattutto a Giorgia Meloni, adesso conviene non acuire ulteriormente – per quanto possibile – lo scontro con la magistratura, e prendere tempo almeno fino alle elezioni regionali. D’altra parte, è sempre più difficile capire quale sia lo scopo nell’insistenza con la quale ormai da settimane si annuncia di voler intervenire su temi così delicati, innescando regolarmente polemiche che si propagano senza controllo, anche perché sulle intercettazioni manca tuttora una proposta concreta sulla quale discutere. E questo, soprattutto, pare incredibile.

CONTINUE MARCE INDIETRO
Questa storia, insomma, ha fatto emergere ancora una volta l’approssimazione di una destra divisa e troppo spesso impegnata a smentire se stessa, e che con il trascorrere del tempo appare sempre più impreparata a gestire il potere che si è trovata a occupare. Lo dimostrano le continue marce indietro alle quali è stata costretta da quando si è insediata al governo del paese: si è già detto delle accise, si potrebbe ricordare, tra i tanti, anche il caso dei pagamenti elettronici, il pos.

Ma soprattutto resta indimenticabile la storia del provvedimento sui rave party, adottato significativamente in occasione del primo consiglio dei ministri di questa legislatura per dare un segnale politico al proprio elettorato in materia di sicurezza, e sul quale si dovette però immediatamente rimettere mano per correggerne errori ed eccessi. Tra questi, la possibilità di intercettare gli organizzatori di questi eventi, decisa allora dalla stessa maggioranza che adesso ritiene assolutamente indispensabile intervenire in senso restrittivo sulle stesse intercettazioni. Ed era solo tre mesi fa.
*(Fonte: L’Essenziale. Alessandro Calvi. È un giornalista italiano. Ha scritto per il Riformista e il Messaggero. Ha pubblicato i libri Hanno ammazzato Montesquieu! e Paracarri. Cronache da un’Italia che nessuno racconta).

 

 

14 – INTANTO NEL MONDO

Ucraina-Russia
Il 20 gennaio nella base statunitense di Ramstein, in Germania, è prevista una riunione dei paesi che sostengono l’Ucraina per discutere di nuove forniture di armi. Alla vigilia della riunione Stati Uniti, Regno Unito, Svezia e Danimarca hanno annunciato forniture consistenti. In particolare, Washington sbloccherà un aiuto militare da 2,5 miliardi di dollari, che comprende 59 veicoli corazzati da combattimento Bradley, 90 veicoli corazzati per il trasporto truppe Stryker, 53 mezzi corazzati antimina Mrap e 350 veicoli militari da ricognizione Humvee.

Francia
Il 19 gennaio il ministero dell’interno ha affermato che più di un milione di persone hanno partecipato alle manifestazioni in tutto il paese contro un progetto di riforma del sistema pensionistico che prevede un aumento dell’età della pensione da 62 a 64 anni. Secondo la confederazione sindacale Cgt, i manifestanti sono stati più di due milioni. Ci sono stati scioperi in vari settori, tra cui trasporti e scuola. La prossima giornata d’azione contro la riforma sarà il 31 gennaio.

Svizzera
L’attivista svedese per il clima Greta Thunberg, fondatrice dei Fridays for future, ha contestato il 19 gennaio a Davos il Forum economico mondiale che si chiuderà oggi, sostenendo che riunisce “le persone che stanno promuovendo la distruzione del pianeta”. Thunberg ha lanciato un appello per “una mobilitazione di massa contro i combustibili fossili”.

Perù
Il 19 gennaio migliaia di persone, in maggioranza provenienti dalle regioni andine, hanno partecipato a una manifestazione a Lima per chiedere le dimissioni della presidente Dina Boluarte, che si è insediata a dicembre dopo la destituzione del presidente di sinistra Pedro Castillo. Ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia. Due persone sono rimaste uccise nel corso delle proteste ad Arequipa e a Macusani, nel sud del paese. Il bilancio dal 7 dicembre sale così a quarantacinque vittime, tra cui un poliziotto.

Stati Uniti
Mary Carmack-Altwies, procuratrice della contea di Santa Fe, nel New Mexico, ha annunciato il 19 gennaio che l’attore Alec Baldwin sarà incriminato per omicidio colposo per aver colpito a morte la direttrice della fotografia Halyna Hutchins durante le riprese del film western Rust. Baldwin rischia una condanna fino a cinque anni di prigione. Con le stesse accuse sarà incriminata anche Hannah Gutierrez-Reed, responsabile del controllo delle armi sul set. L’incidente è avvenuto il 21 ottobre 2021.

Sierra Leone
Il 19 gennaio il presidente Julius Maada Bio ha promulgato una legge che riserva alle donne il 30 per cento dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione e in tutte le aziende, sia pubbliche sia private. La quota sarà applicata anche nei consigli d’amministrazione delle aziende e in parlamento. Le donne avranno anche diritto a un congedo di maternità di almeno quattordici settimane.

 

 

 

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