n° 03 – 21/01/2023. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Sen. Francesca La Marca(PD): *: dl milleproroghe. «più personale per le nostre sedi consolari ed incentivi per il turismo».
02 – Sen. Francesca La Marca *: petizione per il consolato NYC
03 – Alfiero Grandi*: la nostra inflazione è farina di Meloni e Giorgetti. l’inflazione è un pericolo per Italia. La più alta d’Europa, il doppio della Spagna.
04 – Legge di Bilancio 2023. Manovra 2023: tutti i bonus per privati e famiglie. La Legge di Bilancio per il 2023 è stata definitivamente approvata a fine 2022 per entrare in vigore il primo gennaio di quest’anno.
06 – Pierre Haski *: ECONOMIA. Davos, Svizzera, 14 gennaio 2023. Il forum di Davos è simbolo di una globalizzazione superata Per quasi tre decenni il forum di Davos, città arroccata sulle montagne svizzere, ha segnato il progresso di una globalizzazione efficace.
07 – Ambiente I fenomeni ambientali estremi non sono in calo. Oltre a incidere sugli ecosistemi e sulle causano danni alle economie. Una quantificazione di tali danni è fondamentale per misurare gli effetti del riscaldamento globale.(*)
08 – Perché non possiamo dire che l’Italia ha completato tutte le scadenze UE del Pnrr. Il governo sostiene di aver raggiunto gli interventi richiesti dal Pnrr per la fine del 2022. Ma in diversi casi i criteri definiti per il loro completamento non risultano soddisfatti. Una situazione poco trasparente, che ora starà all’UE valutare. Le date.
09 – Tim Judah *: In Kosovo le tensioni tra la comunità serba e il resto della popolazione continuano a creare crisi pericolose. Ma un accordo tra Pristina e Belgrado è possibile.
10 – Nel mondo
11 – Carè(Pd)* : Nuova Zelanda, grazie Ardern, coraggiosa e umana.

 

 

01 – Sen. Francesca La Marca*: DL MILLEPROROGHE. LA MARCA (PD): «PIÙ PERSONALE PER LE NOSTRE SEDI CONSOLARI ED INCENTIVI PER IL TURISMO».
Un emendamento dedicato all’aumento del personale del Ministero degli Affari Esteri ed un secondo emendamento finalizzato a sostenere ed incentivare il “turismo delle radici”. Sono queste le modifiche proposte dalla Senatrice Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale, al cosiddetto “Decreto Milleproroghe” in discussione al Senato.

«Ho deciso di ripresentare due emendamenti – spiega la Senatrice Francesca La Marca – che avevo già presentato all’ultima legge di bilancio, anche per valutare la risposta dell’attuale maggioranza, che aveva bocciato l’emendamento sull’incremento del personale e sull’incentivazione del “turismo delle radici”. Vediamo – prosegue la Senatrice La Marca – se, almeno questa volta, l’attuale maggioranza riesce a prestare attenzione anche agli italiani all’estero, smettendo di considerarli come italiani di serie “B”. Con il primo emendamento chiedo che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale continui a bandire, per ciascun anno dal 2023 al 2025, un concorso pubblico di accesso alla carriera diplomatica. Le sedi consolari, anche nella circoscrizione che rappresento, lamentano una carenza di personale, che si ripercuote poi sulla possibilità di offrire un efficiente servizio ai nostri connazionali residenti all’estero».

«Il secondo emendamento – sottolinea la Senatrice La Marca – è invece dedicato ad incentivare il cosiddetto “turismo delle radici” o “turismo di ritorno” che riguarda i nostri connazionali all’estero (5,8 milioni) ma anche tutti gli italo-discendenti (circa 80 milioni di persone). L’emendamento prevede che ai cittadini italiani residenti all’estero, che attestino la loro iscrizione all’AIRE, venga riconosciuto un incentivo del 15%, per gruppi non inferiori a due persone, e del 20%, per gruppi non inferiori a 5 persone, sul prezzo dei viaggi realizzati con la compagnia Ita Airways o con il Gruppo Ferrovie dello Stato».

«Secondo dati riferiti al 2018 e pubblicati dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – specifica la Senatrice La Marca – nella sola annualità 2018 sono stati 10 milioni i turisti inseriti dall’Agenzia Nazionale del Turismo (ENIT) nella categoria “Turista delle Radici”. Un turismo capace di generare un flusso economico, nel 2018, pari a circa 4 miliardi di euro (+7,5% rispetto all’anno precedente). Il “Turismo delle Radici” offre opportunità straordinarie per il nostro paese, non tanto o meglio non solo in termini economici. Dobbiamo iniziare a considerare gli italiani all’estero, e gli italo-discendenti, – conclude la Senatrice La Marca – come una vera e propria risorsa, come Ambasciatori dell’Italianità nel mondo. Un’italianità che però anch’essi devono poter ritrovare, riscoprire, essendo messi nelle condizioni per farlo».
*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. – SENATO DELLA REPUBBLICA – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

02 – Sen. Francesca La Marca *: Cari connazionali, Cari amici, Ho pensato di lanciare una petizione per richiedere che presso il Consolato di New York, sull’esempio di quanto fatto nei consolati di Toronto e Montréal, venga attivata una linea telefonica, dedicata agli over 70, per l’espletamento dei servizi consolari e per la richiesta del passaporto. Vi invito a sottoscrivere la suddetta petizione cliccando su questo link: https://chng.it/6H77zn444W VI ringrazio anticipatamente.
*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. – SENATO DELLA REPUBBLICA – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

03 – Alfiero Grandi*: LA NOSTRA INFLAZIONE È FARINA DI MELONI E GIORGETTI.L’INFLAZIONE È UN PERICOLO PER ITALIA. LA PIÙ ALTA D’EUROPA, IL DOPPIO DELLA SPAGNA. L’ERRORE DEL GOVERNO SULLE ACCISE È GRAVE E SPINGE L’INFLAZIONE, COME L’AUMENTO DELLE TARIFFE AUTOSTRADALI, MA IL DIFETTO PIÙ GRAVE È CHE NON HA UNA POLITICA PER CONTROLLARE E CONTRASTARE L’INFLAZIONE, COME CONFERMA IL PREZZO DEL GAS CHE SALE MENTRE CALA SUI MERCATI.

La Bce prima ha sbagliato sull’inflazione al 2%, sottovalutando la guerra e i suoi contraccolpi, poi ha virato bruscamente tornando a prima del Draghi di “whatever it takes” aumentando i tassi di interesse, a ruota della Fed, come da dottrina monetarista, socialmente ingiusta ed economicamente perdente.
PEGGIO: LA BCE HA RADDOPPIATO CON LA DECISIONE DI NON COMPRARE PIÙ DEBITO DEGLI STATI NAZIONALI.
PER QUESTO IL GOVERNO DOVREBBE AVERE UNA POLITICA E AVANZARE PROPOSTE A LIVELLO EUROPEO.
La decisione di prelevare un quarto di quanto deciso da Draghi dagli extra profitti delle aziende che hanno speculato sull’esplosione dei prezzi delle fonti energetiche ha aperto una voragine di 7,5 miliardi nei conti pubblici. Da qui il taglio dello sconto sulle accise dei carburanti. Da qui anche la durezza dell’attacco al reddito di cittadinanza e il forte taglio alla rivalutazione delle pensioni oltre 4 volte il minimo, 17 miliardi in 3 anni.
Giorgetti ha dimostrato di non avere idee su una terapia anti inflazione e Giorgia Meloni ha prima scaricato la responsabilità degli aumenti dei carburanti sulla rete di vendita (ora corre ai ripari) motivandola come una misura di equità. Una assurdità.
Il Governo ha rastrellato risorse per i condoni e la flat tax alle partite Iva, senza alcuna attenzione all’aumento dell’inflazione. I soldi disponibili sono stati spesi male.
Un bene indispensabile come il carburante può recuperare equità con la tassazione dei redditi più alti, bollo compreso, con sostegni ai redditi bassi, ecc. non dai prezzi alla pompa e il loro aumento spinge l’inflazione, in più gli aumenti incidono su chi trasporta merci e quindi sui prezzi finali.
La gestione di Giorgetti al Ministero dell’Economia è deludente, attento solo ai saldi finali ma senza idee e senza coraggio. Invece il ruolo del Mef è decisivo per politiche di sistema.
Un esempio: Calderoli, leghista come Giorgetti, nella bozza per l’autonomia regionale differenziata arriva a dare 30 giorni al Mef per pronunciarsi sulle norme e trovare le risorse, altrimenti il Governo (cioè lui) avvierebbe comunque la trattativa con le regioni per il trasferimento dei poteri dallo Stato, senza riguardo per i conti pubblici, e l’equilibrio territoriale. Mai esistita una norma del genere.

A dicembre l’inflazione è arrivata a un + 11,6%, rendendo più difficile la concorrenza dei prodotti italiani e drenando risorse ingenti dai redditi fissi e dal risparmio.
Se prima fa aumentare le entrate dopo l’inflazione diventa un cappio al collo per le finanze pubbliche perchè aumentano le uscite e il costo del debito pubblico. Inoltre l’inflazione scarica sui redditi fissi e su quelli bassi il peso degli aumenti, quindi più povertà, più divaricazione sociale.
Se i contratti dei lavoratori dipendenti non vengono rinnovati a livelli adeguati viene programmata una riduzione dei salari. Anche introdurre il salario minimo sarebbe molto utile.
Se salari, redditi fissi, pensioni e piccolo risparmio vengono erosi la domanda interna diminuisce e la recessione è alle porte. Le esportazioni non potranno compensare visto che l’economia mondiale sta rallentando sotto i colpi della guerra e del Covid.
La cultura del controllo delle variabili economiche, compresi i prezzi, è stata accantonata, con il risultato che chi poteva ha aumentato i prezzi, ma così l’inflazione va fuori controllo.
Il paragone può essere con il passaggio lira/euro, quando il mancato controllo (di Tremonti) dei prezzi creò più inflazione.
L’inflazione va affrontata con politiche. Il Governo deve esplicitare gli obiettivi, convocare tavoli di concertazione, adottare normative e strumentazioni che oggi mancano. Inoltre il 31 marzo scadranno tutti gli interventi di sostegno, un incubo.
I lavoratori dipendenti italiani in 20 anni hanno perso il 3 % dei salari, unici in Europa. Non ci sono spazi per riduzioni dei salari
Il governo deve adottare una politica anti inflazione per scongiurare il peggio, costruendo un confronto con le forze sociali, sindacati in testa, mettendo in sicurezza i fondamenti della tenuta sociale del paese: sanità, scuola, ricerca, università, assistenza, previdenza.
L’opposizione deve preparare proposte e pretendere un confronto parlamentare su come contrastare l’inflazione.
*( Alfiero Grandi, politico)

 

04 – LEGGE DI BILANCIO 2023. MANOVRA 2023: TUTTI I BONUS PER PRIVATI E FAMIGLIE. LA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2023 È STATA DEFINITIVAMENTE APPROVATA A FINE 2022 PER ENTRARE IN VIGORE IL PRIMO GENNAIO DI QUEST’ANNO. (ndr)*
L’approvazione è avvenuta con il Governo che ha posto e votato la fiducia a Palazzo Madama (107 a favore, 69 contrari e un’astensione).Il testo definitivo si compone di un unico articolo, suddiviso in 895 commi. Vediamo tutti quelli che riguardano i bonus ai quali i privati cittadini hanno la possibilità di accedere nel 2023.

BONUS BOLLETTE
I commi da 11 a 16 della Legge di Bilancio 2023 prevedono misure per il contenimento del costo delle bollette energetiche per il primo trimestre 2023. In particolare:
• sono annullati gli oneri generali di sistema elettrico sulle utenze domestiche e non domestiche in bassa tensione, con potenza fino a 16,5 kW;
• resta l’IVA al 5% sulle somministrazioni di gas metano usato per combustione per usi civili e industrialin e viene estesa alle somministrazioni di energia termica prodotta con gas metano in esecuzione di un contratto servizio energia e alle forniture di servizi di teleriscaldamento.
Per questa ultima misura si attende tuttavia apposito provvedimento attuativo dell’Agenzia delle Entrate.
La Manovra prevede inoltre un intervento dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) sugli oneri generali della distribuzione del gas, sempre al fine di contenere gli effetti del caro prezzi.

BONUS SOCIALE ELETTRICO E GAS
I commi da 17 a 19 rinnovano il Bonus sociale per elettricità e gas, ampliando la platea di beneficiari. L’ISEE soglia per accedere al Bonus viene infatti portato da 12mila a 15mila euro.
L’agevolazione consiste nell’applicazione di tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica e di gas naturale, riservate ai clienti domestici economicamente svantaggiati.
Dunque nel 2023 un maggior numero di famiglie riceverà questo aiuto a far fronte al caro energia.

AGEVOLAZIONI PRIMA CASA GIOVANI
Grazie al comma 74 le giovani coppie under 36 avranno ancora un anno di tempo, fino al 31 dicembre 2023, per acquistare la loro prima casa di abitazione.
L’iniziativa è riservata a coloro (almeno uno nella coppia) che hanno meno di 36 anni e un ISEE non superiore a 40mila euro e consiste nelle seguenti agevolazioni:
• esenzione dall’imposta di bollo e dalle imposte ipotecarie e catastali sugli atti di trasferimento di proprietà o sugli atti traslativi/costitutivi di nuda proprietà, usufrutto, uso o abitazione;
• credito pari all’IVA versata per l’acquisto, se la cessione è soggetta a l’imposta sul valore aggiunto;
• esenzione imposta sostitutiva sull’eventuale finanziamento.

ACQUISTO CASE GREEN
Il comma 76 si riguarda ancora un’agevolazione destinata all’acquisto di immobili, ma fruibile da parte di tutti i privati cittadini che acquistino case ad alta efficienza energetica entro il 31 dicembre 2023.
Si tratta di una detrazione IRPEF pari al 50% dell’IVA corrisposta in fase di acquisto che la Manovra 2023 ha riproposto, dopo essere stata in vigore negli anni 2016 e 2017. Il credito IRPEF verrà restituito nelle solite 10 quote annuali di pari importo.
• Il requisito per ottenere l’agevolazione è quello di comprare un immobile:
• residenziale;
• di classe energetica A o B;
• da imprese costruttrici o da organismi di investimento collettivo del risparmio (Oicr) immobiliari.

BONUS MOBILI
Il comma 277 della Legge di Bilancio 2023 proroga il Bonus Mobili per il 2023, portando il tetto di spesa massima da 5mila a 8mila euro. Dal 2024 il tetto di spesa tornerà a 5mila euro.
Ricordiamo che il Bonus Mobili e grandi elettrodomestici consiste in una detrazione IRPEF del 50% fruibile dai privati cittadini che effettuino contestualmente una ristrutturazione edilizia, fruendo di uno dei Bonus Casa.
Ad essere portate in detrazione sono le spese relative sia all’acquisto dei mobili destinati all’arredamento dell’immobile ristrutturato, che i costi di acquisto di grandi elettrodomestici.

BONUS BARRIERE ARCHITETTONICHE
Con il comma 365 vengono prorogate di altri tre anno (quindi fino 31 dicembre 2025) le agevolazioni previste per l’abbattimento delle barriere architettoniche.
Stiamo parlando della detrazione IRPEF del 75% per gli interventi finalizzati al superamento e all’eliminazione di barriere architettoniche in edifici già esistenti.
In caso di lavori effettuati in condomini, questi devono essere approvati con delibera dalla maggioranza dei partecipanti all’assemblea, che a sua volta deve rappresentare almeno un terzo del valore millesimale dell’edificio.
SUPERBONUS
Con i commi 894 e 895 della Legge di Bilancio 2023 arriva l’attesa proroga del Super bonus 110% per alcune tipologie di intervento. Per gli lavori di efficientamento energetico, invece, da quest’anno la detrazione o credito scende al 90%, per effetto del Decreto Aiuti quater.

LA MANOVRA PROROGA LA PERCENTUALE DEL 110%, OVVERO ESCLUDE DALL’APPLICAZIONE DEL DECRETO LEGGE N. 176/2022 AGLI INTERVENTI:
• non condominiali per i quali, al 25 novembre 2022, risulti presentata la CILA;
• effettuata in condomini con delibera di approvazione adottata entro il 18 novembre 2022 (data da attestare con dichiarazione sostitutiva dell’amministratore o del condomino che ha presieduto l’assemblea) e CILA presentata entro il 31 dicembre 2022;
• effettuati dai condomìni per i quali l’approvazione dei lavori è arrivata tra il 19 e il 24 novembre 2022 (la data della delibera dev’essere attestata con dichiarazione sostitutiva dell’amministratore o del condomino che ha presieduto l’assemblea) e CILA presentata al 25 novembre 2022;
• di demolizione e ricostruzione degli edifici per i quali al 31 dicembre 2022 risulta presentata l’istanza per acquisire il titolo abilitativo.
*(ndr)

 

05 – (*)Il governo Meloni e le questioni di fiducia. Governo e parlamento L’attuale esecutivo ha posto la fiducia 5 volte in 21 giorni. Un modo per velocizzare l’approvazione delle norme che tuttavia riduce di molto le prerogative del parlamento.(*)
• Il governo Meloni ha posto la questione di fiducia 5 volte in 21 giorni.
• solo il governo Renzi (2014) ha posto un numero più elevato di questioni di fiducia nei suoi primi 90 giorni di attività.
• il governo Meloni però presenta il valore più elevato nel rapporto tra voti di fiducia e leggi approvate nello stesso periodo.
• in 32 casi su 35 i governi delle ultime legislature, ai loro esordi, hanno posto la fiducia su un decreto legge.
• la legge di bilancio alla camera è passata per soli 34 voti. Uno scarto ridotto dovuto alla maggiore presenza in aula dell’opposizione.
Dopo 2 mesi di navigazione relativamente tranquilla, nelle ultime settimane del 2022 il governo Meloni ha deciso di porre la questione di fiducia su diversi disegni di legge per velocizzarne l’approvazione.
In particolare, il primo esecutivo della XIX legislatura ha fatto ricorso alla fiducia 5 volte in 21 giorni. Un dato elevato, anche se non il più alto in assoluto tra i governi che si sono succeduti negli ultimi anni.
L’esecutivo può decidere di mettere la fiducia su un disegno di legge, legando il proprio destino a quello del testo. Nasceva per ricompattare la maggioranza in situazioni eccezionali ma è ormai diventata una prassi ricorrente. Vai a “Che cosa sono i voti di fiducia”
Questa scelta è stata certamente condizionata anche dalla situazione contingente. In particolare dalla necessità di approvare la legge di bilancio in pochissimo tempo. Tuttavia il ricorso sempre più frequente a questo strumento a cui abbiamo assistito negli ultimi anni comporta un continuo ridimensionamento del ruolo delle camere. Sempre più subalterne rispetto all’azione dell’esecutivo.
L’esordio del governo Meloni e il confronto con i suoi predecessori
Alla data di pubblicazione di questo articolo, il governo Meloni risulta in carica da 87 giorni (dal 22 ottobre). In questo lasso di tempo, come già detto, l’attuale esecutivo ha fatto ricorso alla fiducia 5 volte. Un dato certamente importante ma non il più alto in assoluto.
Considerando i primi 3 mesi di vita dei governi delle ultime 4 legislature infatti possiamo osservare che il valore più alto in assoluto è quello del governo Renzi che tra il febbraio e il maggio 2014 pose la fiducia ben 9 volte. Dopo quello di Meloni, troviamo invece i governi Berlusconi IV, Monti, Gentiloni e Draghi tutti con 4 questioni di fiducia poste ai loro esordi.
Per il governo Meloni 5 voti di fiducia in 3 mesi
Le questioni di fiducia e le leggi approvate all’esordio di ogni governo (2008-2023)

DA SAPERE
• le questioni di fiducia poste su disegni di legge dagli esecutivi delle ultime 4 legislature nei loro primi 87 giorni di attività.
• il rapporto tra questioni di fiducia e leggi approvate nello stesso periodo considerato. Nei grafici non è presente il governo Conte I perché nei suoi primi 87 giorni di attività non ho posto questioni di fiducia e al tempo stesso il parlamento non ha approvato leggi.
Nel conteggio del rapporto tra leggi e fiducie non sono state considerate le ratifiche di trattati internazionali. Questo perché molto spesso questi disegni di legge vengono trattati in blocco a intervalli regolari e anche perché quasi mai questo tipo di atto richiede il ricorso alla fiducia.
Certamente però un numero più o meno elevato di questioni di fiducia poste dipende anche dal numero di disegni di legge (Ddl) trattati dal parlamento nello stesso periodo. Maggiore è il numero di provvedimenti in esame infatti e maggiore sarà la probabilità che il governo decida di ricorrere allo strumento.
Da questo punto di vista quindi non deve sorprendere che nei primi 2 mesi il governo non abbia mai fatto ricorso alla fiducia. D’altronde tra ottobre e novembre il parlamento ha approvato una sola legge. La conversione del cosiddetto decreto aiuti ter, risalente peraltro al governo Draghi. Il ricorso alla fiducia quindi non si è praticamente mai reso necessario in quel periodo.
5 su 5 le questioni di fiducia poste dal governo Meloni nei suoi primi 87 giorni a fronte delle leggi approvate dal parlamento nello stesso periodo.
Se si considera questo indicatore (escludendo dal conteggio le ratifiche di trattati internazionali), notiamo che l’attuale governo sale al primo posto. Il secondo dato più elevato è quello del governo Monti (4 voti di fiducia a fronte di 6 leggi approvate), mentre il terzo è quello del governo Renzi (9 su 16).

LA QUESTIONI DI FIDUCIA E IL RUOLO DEL PARLAMENTO
Come detto, nel mese di dicembre si è assistito a un’impennata nel ricorso alla questione di fiducia. In questo periodo infatti il parlamento si è trovato a dover affrontare contemporaneamente la discussione sulla legge di bilancio e la conversione di diversi decreti legge. La prima, come noto, doveva essere approvata definitivamente entro il 31 dicembre. Per i secondi invece ci sono 60 giorni di tempo dal momento della loro pubblicazione in gazzetta ufficiale.

COME FUNZIONA IL CICLO DI BILANCIO.
Questa concomitanza ha fatto sì che il mese di dicembre fosse particolarmente complicato, per cui il governo si è visto “costretto” a ricorrere alla questione di fiducia molte volte per non rischiare di andare in difficoltà nel rispetto di tali scadenze. L’accoppiata decreto legge e questione di fiducia peraltro è una prassi che sta diventando sempre più frequente, specie nella fase di passaggio tra un governo e l’altro. A maggior ragione all’inizio della legislatura.

D’altronde in questa fase il parlamento, prima di dedicarsi all’attività legislativa, deve espletare una serie di pratiche preliminari. Tra cui:
• la formazione dei gruppi parlamentari e la scelta dei loro presidenti;
• la scelta dei presidenti di camera e senato e dei rispettivi uffici di presidenza;
• la definizione delle commissioni.
Questa situazione può spingere il governo a fare ampio ricorso ai decreti legge per dare attuazione al proprio programma, in attesa della piena operatività delle camere.
I governi ricorrono a Dl e fiducia per attuare il programma ma così esautorano il parlamento.
Poi però, per evitare che le norme contenute nei Dl decadano, gli esecutivi spesso pongono la fiducia sulla legge di conversione per velocizzare la sua approvazione. In questo modo tuttavia si riducono drasticamente la prerogative del parlamento. La possibilità di apportare modifiche al testo infatti sarà limitata e l’unico vero momento di confronto in aula sarà quello delle dichiarazioni di voto.

Questa circostanza si è presentata anche in passato. Riprendendo il confronto con gli anni precedenti infatti possiamo osservare che quasi sempre i governi ai loro esordi hanno legato la fiducia a leggi di conversione di decreti legge.

COSA SONO I DECRETI LEGGE.
Nel periodo considerato infatti (i primi 3 mesi di vita degli esecutivi degli ultimi anni) su 35 voti di fiducia 32 riguardavano leggi di conversione di Dl. Il governo Meloni in particolare ha posto la fiducia 3 volte sui decreti. In un solo caso, durante il governo Renzi, la fiducia è stata posta su una legge ordinaria.
Le questioni di fiducia sono poste prevalentemente sui decreti legge
Le tipologie di legge su cui i governi pongono la fiducia nei loro primi 87 giorni

DA SAPERE
Su ogni disegno di legge può essere posta la fiducia due volte: sia alla camera che al senato. È il caso, ad esempio, della legge di bilancio 2023. Il numero di questioni di fiducia quindi non coincide necessariamente con il numero dei Ddl su cui sono state poste.

In questo caso possiamo osservare che 5 governi (oltre a Renzi anche Berlusconi, Monti, Letta e Draghi) hanno usato più spesso l’accoppiata decreto legge – fiducia rispetto all’attuale esecutivo. Tuttavia occorre anche ricordare che il governo Meloni ha fatto ricorso allo strumento anche per la legge di bilancio. Altra norma con una scadenza ben precisa.
2 le norme blindate con la fiducia in entrambe le camere dal governo Meloni (legge di bilancio e decreto aiuti quater).

Da questo punto di vista, probabilmente la scelta di far cadere il governo Draghi e andare a elezioni anticipate a settembre (un unicum nella storia repubblicana del nostro paese) ha inciso non poco su questa dinamica e non ha rappresentato una soluzione ottimale.
Certamente poi il contesto internazionale, caratterizzato dalla guerra in Ucraina, dell’aumento dell’inflazione e del costo di energia e materie prime ha reso ancora più complesso il passaggio dalla XVIII alla XIX legislatura.

COME SONO ANDATI I VOTI DI FIDUCIA SUL GOVERNO MELONI
Anche se sono un numero abbastanza esiguo per valutare la solidità di una maggioranza, dall’analisi dei 5 voti di fiducia svolti finora emergono comunque degli spunti interessanti.
Il primo elemento da rilevare riguarda il fatto che il margine al senato, benché minore rispetto alla camera, sembra essere più stabile. Per la fiducia posta sulla legge di bilancio infatti la maggioranza ha ottenuto uno scarto di 16 voti rispetto all’opposizione. Valore simile (14) per il voto sulla conversione del decreto aiuti quater.
Situazione particolare invece a Montecitorio. Qui in 2 occasioni lo scarto è stato superiore ai 60 voti. Si tratta in particolare della fiducia sul decreto rave (61) e di quella sul decreto aiuti quater (64). Il margine si è invece ridotto notevolmente in occasione del voto sulla legge di bilancio.
34 i voti di scarto tra maggioranza e opposizione in occasione della fiducia sulla legge di bilancio alla camera.
Un numero particolarmente basso rispetto agli altri. Questa differenza può essere dovuta al fatto che, data l’importanza del Ddl in discussione, la presenza in aula era molto più consistente. Se infatti nel caso dei due decreti i votanti totali sono stati rispettivamente 354 e 346 per la legge di bilancio erano 373.
Alla luce di questo dato, e del fatto che non risultano “voti ribelli” (cioè voti di singoli parlamentari in contrasto con il gruppo di appartenenza), lo scarto ridotto può essere attribuito alla maggiore presenza in aula di esponenti dell’opposizione piuttosto che a defaillance in seno alla maggioranza.
Un dato, anche questo, che non deve sorprendere. Se infatti agli esponenti di centro-destra viene richiesto di garantire i numeri al governo, quest’obbligo non c’è per l’opposizione. I cui esponenti quindi possono essere meno “invogliati” dal partecipare alle sedute. Inoltre è noto come i partiti che non fanno parte della maggioranza non siano riusciti finora a trovare un accordo per un fronte comune. Il che rende l’attività di moral suasion per la partecipazione dei parlamentari ai lavori ancora più difficile.
*( FONTE: elaborazione Openpolis su dati parlamento ultimo aggiornamento: giovedì 12 Gennaio 2023)

 

06 – Pierre Haski *: ECONOMIA. DAVOS, SVIZZERA, 14 GENNAIO 2023. IL FORUM DI DAVOS È SIMBOLO DI UNA GLOBALIZZAZIONE SUPERATA PER QUASI TRE DECENNI – IL FORUM DI DAVOS, CITTÀ ARROCCATA SULLE MONTAGNE SVIZZERE, HA SEGNATO IL PROGRESSO DI UNA GLOBALIZZAZIONE EFFICACE.
Negli anni novanta è a Davos che ho compreso l’impatto della rivoluzione digitale. Durante il forum si potevano incrociare Nelson Mandela e Frederick de Klerk, Yasser Arafat e Simon Peres, mano nella mano.
È a Davos che le nuove democrazie dell’Europa dell’est hanno compiuto i primi passi nell’economia liberale, ed è sempre lì che, alla svolta del millennio, i paesi emergenti hanno ottenuto la visibilità che desideravano presso gli investitori di tutto il mondo.
Ma tutto questo non esiste più. Il mondo sognato a Davos, quello della libera circolazione delle merci e dei capitali e quello della tecnologia per il bene comune, si è scontrato con pericoli che non ha saputo o potuto prevedere.

UN ERRORE STORICO
Il mondo oggi è spaccato e i muri sono tornati. L’edizione del 2023 del forum di Davos si svolge nello stesso continente dove è in corso la prima grande guerra dal 1945. L’ultima iniziativa rilevante di Davos passerà alla storia come un errore. Parlo del tappeto rosso steso davanti al numero uno cinese Xi Jinping nel 2017, presentato come salvatore del libero scambio. Era un gesto comprensibile davanti all’ascesa di Donald Trump, ma anche fuori tempo rispetto all’evoluzione del potere cinese.
Il covid e le rivalità geopolitiche hanno avuto la meglio su un certo modello della globalizzazione. Davos ha accompagnato l’espansione della Cina “fabbrica del mondo”, ma non ha compreso l’esigenza crescente di una regionalizzazione della produzione e di una separazione dalla Cina nel campo delle tecnologie.

VIVIAMO UN MOMENTO DI INQUIETANTE SOSPENSIONE
Il forum è come un personaggio dei cartoni animati che continua a correre anche quando il suolo sparisce sotto i suoi piedi, prima di capire, ormai troppo tardi, che sta avanzando nel vuoto. La riunione annuale che si svolge in Svizzera resta un’occasione per i leader mondiali di stringere alleanze e scambiarsi informazioni, ma ha perso la funzione di bussola della globalizzazione che aveva ricoperto con piacere e soprattutto profitto.
Paradossalmente i no global che avevano impostato il proprio discorso in opposizione diretta contro Davos hanno vissuto anch’essi un ridimensionamento profondo: la società parallela che avevano creato ha perso slancio.
Viviamo un momento di inquietante sospensione. La globalizzazione è sopravvissuta, ma è più un’eredità degli ultimi vent’anni che una promessa per il futuro. Il cambiamento climatico e la geopolitica hanno cominciato a invertire la rotta.
Il mondo di domani non è ancora chiaro, anche a causa delle forti tensioni attuali. Quale sarà lo stato dei rapporti con la Cina tra tre, quattro o cinque anni? Quale sarà l’impatto delle decisioni – o delle mancate decisioni – rispetto al cambiamento climatico? E, soprattutto, in che modo la guerra in Ucraina e le sue possibili conclusioni influenzeranno il nostro mondo?
Una cosa è certa: non è da Davos che arriveranno le risposte. Resta da inventare la Davos del ventunesimo secolo, meno elitaria, più inclusiva e semplicemente più umana.
*( Pierre Haski, France Inter, Francia – Traduzione di Andrea Sparacino).

 

07 – AMBIENTE I FENOMENI AMBIENTALI ESTREMI NON SONO IN CALO. OLTRE A INCIDERE SUGLI ECOSISTEMI E SULLE CAUSANO DANNI ALLE ECONOMIE. UNA QUANTIFICAZIONE DI TALI DANNI È FONDAMENTALE PER MISURARE GLI EFFETTI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE.(*)

Stimare le perdite economiche è un aspetto centrale per la commissione europea nella strategia di contrasto ai cambiamenti climatici.
Nel 2020 ci sono stati 12,14 miliardi di euro di perdite economiche.
Nel 2017 il 57,5% delle perdite economiche per fenomeni ambientali derivava da eventi climatici.
In Grecia le perdite più elevate d’Europa (90,6 euro pro capite).
È necessario essere preparati a un aumento dei fenomeni estremi.
Le attività umane sono le principali responsabili degli eventi estremi causati dal cambiamento climatico. I disastri naturali in aumento, sia per intensità che per frequenza, come viene rilevato dall’agenzia europea dell’ambiente (in inglese european environment agency, abbreviato Eea). Nonostante le differenze regionali all’interno dell’Europa, si registrano generalmente aumenti della temperatura e cali delle precipitazioni, con fenomeni pericolosi come le notti tropicali sempre più presenti.

L’INDICE DEGLI EVENTI AMBIENTALI PERICOLOSI NELLE ZONE EUROPEE.
Tutto ciò rappresenta una perdita, sia in termini ambientali che economici. Abbiamo approfondito come i disastri naturali siano la ragione principale per cui nel mondo si richiede soccorso umanitario. Nel 2021 il 65% è legato a eventi di natura climatica. Oltre alle conseguenze sul piano sociale e ecologico, questi fenomeni impattano anche sul sistema economico, causando danni fisici alle infrastrutture e agli edifici di proprietà privata.

QUANTIFICARE LE PERDITE DA EVENTI AMBIENTALI PERICOLOSI
La stima delle perdite economiche e umane dovute al cambiamento climatico è un elemento centrale identificato nel green deal europeo e nella strategia europea di adattamento. È importante sia per avere un’idea di quanto incidono i cambiamenti climatici che per capire se le soluzioni politiche adottate per l’adattamento e la mitigazione di questi eventi stanno funzionando.

I DATI NON VENGONO MISURATI DAI SINGOLI STATI.
Al momento non esiste una metodologia condivisa per ogni stato membro su come misurare i danni economici dovuti al cambiamento climatico. Sono però stati fatti dei passi avanti dall’Eea per poter avere dei dati storici confrontabili tra i paesi europei.
L’indicatore è utilizzato anche nella misurazione degli obiettivi dello sviluppo sostenibile per l’agenda 2030. Viene considerato per le rilevazioni legate all’obiettivo relativo al contrasto al cambiamento climatico.

12,14 MILIARDI € LE PERDITE ECONOMICHE RILEVATE DA EEA NEL 2020 IN EUROPA.
Si tratta però di un numero che va contestualizzato. Ci possono infatti essere più cause degli eventi ambientali catastrofici. Per questo indicatore ne sono state considerate tre:
• eventi meteorologici legati agli eventi atmosferici come le tempeste;
• eventi idrologici connessi al ciclo dell’acqua, tra i quali rientrano ad esempio le inondazioni;
• eventi climatici più correlati alle temperature come le ondate di calore.
Nel 2020, quasi il 60% delle perdite economiche per motivi ambientali è causato da fenomeni meteorologici, a cui seguono quelli idrologici (poco meno del 28%) e quelli climatologici (circa il 13%).

NEL 2017 LE PERDITE ECONOMICHE AMMONTAVANO A QUASI 28 MILIARDI DI EURO
Perdite economiche derivate da eventi ambientali pericolosi (2010-2020)

DA SAPERE
Il dato rappresenta le perdite economiche derivate da eventi ambientali pericolosi. La pericolosità è definita dall’Ippc come un evento oppure una serie di eventi che possono causare perdite in termini di vite umane, feriti o altri impatti sulla salute ma anche danni e perdite a infrastrutture, proprietà private, risorse ambientali ed economiche, proprietà ed ecosistemi.

SONO CONSIDERATI TRE TIPI DI EVENTI AMBIENTALI:
• eventi meteorologici legati agli eventi atmosferici come le tempeste;
• eventi idrologici connessi al ciclo dell’acqua, tra i quali rientrano ad esempio le inondazioni;
• eventi climatici più correlati alle temperature come le ondate di calore.
Sono compresi tutti i 27 paesi membri dell’Unione europea.

Tra 2010 e 2020 si sono registrati tre picchi: uno proprio nel 2010 con perdite pari a 16,95 miliardi di euro, uno nel 2013 (22,4) e un altro nel 2017 (27,87). Risulta però importante da evidenziare che questi danni economici sono causati da eventi diversi nel corso di questi tre anni. Nel 2010 e nel 2013 le perdite più ingenti sono legate a eventi idrologici (rispettivamente 11,01 e 11,31 miliardi di euro).

NEL 2017 GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SONO STATI PARTICOLARMENTE EVIDENTI.
Nel 2017 invece sono i fenomeni legati al clima quelli più disastrosi: si parla di circa 16 miliardi di euro, il 57,5% delle perdite. Questo è stato infatti un anno particolare, come evidenziato dall’organizzazione meteorologica mondiale. È stato uno degli anni più caldi, con temperature marine alte e elevati impatti ambientali e sociali a livello mondiale.

ALL’INTERNO DELL’UNIONE EUROPEA IL CAMBIAMENTO CLIMATICO NON IMPATTA NELLO STESSO MODO TRA LE REGIONI. CI SONO INFATTI AREE PIÙ COLPITE DI ALTRE.
In Grecia si registrano le perdite maggiori derivate da eventi ambientali anomali
Perdite economiche pro capite derivate da eventi ambientali pericolosi per gli stati europei (2020)

DA SAPERE
Il dato rappresenta le perdite economiche derivate da eventi ambientali pericolosi. La pericolosità è definita dall’Ippc come un evento oppure una serie di eventi che possono causare perdite in termini di vite umane, feriti o altri impatti sulla salute ma anche danni e perdite a infrastrutture, proprietà private, risorse ambientali ed economiche, proprietà ed ecosistemi.

SONO CONSIDERATI IN AGGREGATO TRE TIPI DI EVENTI AMBIENTALI:
• eventi meteorologici legati agli eventi atmosferici come le tempeste;
• eventi idrologici connessi al ciclo dell’acqua, tra i quali rientrano ad esempio le inondazioni;
• eventi climatici più correlati alle temperature come le ondate di calore.
Non sono disponibili i dati per Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro, Ungheria e Malta.

Tra i paesi europei, quello che registra le perdite maggiori è la Grecia con 90,6 euro pro capite. Seguono Francia (62,05), Irlanda (42,16), Italia (41,45) e Belgio (32,68). Questi sono gli stati che registrano valori superiori alla media europea, pari a 27,13 euro pro capite. I paesi che riportano perdite economiche minori sono la Slovacchia (4,1 euro pro capite), la Slovenia (3,65) e la Bulgaria (0,69).

Il fatto che non tutte le regioni siano esposte a eventi della stessa natura con la medesima entità rende necessario un approccio locale, come evidenziato da Eea. A prescindere dall’area in cui su vive, la raccomandazione di Eea è quella di prepararsi a temperature più elevate e a fenomeni di precipitazioni intense più frequenti.
*( FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat-Eea, consultati: martedì 17 Gennaio 2023)

 

08 – PERCHÉ NON POSSIAMO DIRE CHE L’ITALIA HA COMPLETATO TUTTE LE SCADENZE UE DEL PNRR. IL GOVERNO SOSTIENE DI AVER RAGGIUNTO GLI INTERVENTI RICHIESTI DAL PNRR PER LA FINE DEL 2022. MA IN DIVERSI CASI I CRITERI DEFINITI PER IL LORO COMPLETAMENTO NON RISULTANO SODDISFATTI. UNA SITUAZIONE POCO TRASPARENTE, CHE ORA STARÀ ALL’UE VALUTARE.
LE DATE.

• A FINE DICEMBRE L’ITALIA HA INVIATO ALL’UE LA RICHIESTA PER LA TERZA RATA DI FINANZIAMENTO.
• IN BASE AL NOSTRO MONITORAGGIO CI SONO 14 SCADENZE UE SU 55 CHE NON POSSONO ESSERE CONSIDERATE COMPLETATE.
Finora la commissione ha valutato con flessibilità l’operato dell’Italia sul Pnrr. È da capire se manterrà questa linea anche col governo Meloni.

AL DI LÀ DEL PROCESSO DI VERIFICA, SI EVIDENZIANO ANCORA GRAVI MANCANZE IN TERMINI DI TRASPARENZA, CHE OSTACOLANO LE ATTIVITÀ DI MONITORAGGIO.

IL 30 DICEMBRE L’ITALIA HA INVIATO A BRUXELLES LA RICHIESTA PER RICEVERE LA TERZA TRANCHE DI RISORSE DEL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR).

Ogni sei mesi la commissione europea controlla che i paesi abbiano conseguito le scadenze europee previste. In caso di verifica positiva, vengono inviati i finanziamenti. Vai a “Come l’Ue verifica l’attuazione dei Pnrr negli stati membri”
Ma sono stati davvero completati tutti i target e milestone previsti? Dalla nostra attività di monitoraggio sembrerebbe di no.

14 su 55 LE SCADENZE EUROPEE CHE AL 4 GENNAIO 2023 RISULTANO ANCORA NON COMPLETATE, SUL TOTALE DI QUELLE PREVISTE PER IL SECONDO SEMESTRE DEL 2022.

(Scadenza – Termine – Meccanismo di verifica in sintesi – Perché non è completata)

Entrata in vigore delle procedure amministrative per la riforma della semplificazione finalizzata all’attuazione dell’RRF T4 2022
Pubblicazione in gazzetta ufficiale di tutti gli atti legislativi richiesti, inclusi gli accordi con le regioni
Non sono stati adottati tutti i decreti attuativi richiesti (per i decreti legge n.77/2021 e 152/2021). Inoltre, parte della legislazione adottata non è ancora stata pubblicata in gazzetta ufficiale

Dispiego iniziale dei servizi nazionali di cyber security T4 2022
Relazione sull’architettura completa dei servizi nazionali di cybersecurity
Confrontando diverse fonti, non viene esplicitato e non è chiaro se il piano di implementazione pubblicato a giugno corrisponda o meno a tale relazione
Attivazione di un’unità centrale di audit per misure di sicurezza PSNC e NIS T4 2022

Rapporto dell’agenzia per la cybersicurezza nazionale che dimostri l’attivazione della nuova unità
Non è disponibile alcun rapporto che dimostri l’attivazione dell’unità
Sostegno al potenziamento delle strutture di sicurezza T1 T4 2022

Certificati di completamento
Sono state pubblicate le graduatorie dei progetti ma non sono stati realizzati, come indicato invece dal meccanismo di verifica e dalla descrizione della scadenza, dove si fa specifico riferimento alla realizzazione di almeno 5 interventi

L’incompletezza di molte di queste scadenze può essere spiegata da motivi legati alle tempistiche burocratiche e amministrative e ai loro difetti. È il caso per esempio dell’assenza di decreti in gazzetta ufficiale o della mancata adozione di decreti attuativi. Evidenze che, va sottolineato, sono comunque gravi perché bloccano l’entrata in vigore e l’attuazione degli interventi previsti.
Ma ancora più grave è il caso di quelle scadenze che richiedevano l’effettiva realizzazione di infrastrutture o interventi. E che non abbiamo considerato conseguite perché non è accessibile alcun documento che dimostri l’avvenuta esecuzione delle azioni previste. In particolare parliamo dei seguenti interventi:

• SOSTEGNO AL POTENZIAMENTO DELLE STRUTTURE DI SICUREZZA T1 (CYBERSICUREZZA). LA SCADENZA PREVEDEVA LA REALIZZAZIONE DI ALMENO 5 INTERVENTI, MA A OGGI SONO DISPONIBILI SOLO LE GRADUATORIE DEI PROGETTI SELEZIONATI;
• ATTUAZIONE DELLE ATTIVITÀ PREVISTE NEL PIANO DI POTENZIAMENTO DEI CENTRI PER L’IMPIEGO (PES). DOVEVA ESSERE EFFETTUATO ALMENO IL 50% DELLE ATTIVITÀ PREVISTE, MA DALLE FONTI NON RISULTA;
• REALIZZAZIONE DA PARTE DEI DISTRETTI SOCIALI DI ALMENO UN PROGETTO DI RISTRUTTURAZIONE DEGLI SPAZI DOMESTICI E/O DI FORNITURA DI DISPOSITIVI ICT ALLE PERSONE CON DISABILITÀ. ANCHE IN QUESTO CASO, DOVEVA ESSERE COMPLETATO ALMENO UN PROGETTO PER DISTRETTO (500 IN TUTTO), DI CUI NON C’È ALCUNA TRACCIA;
• NUOVI POSTI LETTO NEGLI ALLOGGI PER STUDENTI. IN QUESTO CASO ADDIRITTURA C’È UN AVVISO PUBBLICO ANCORA APERTO.

I meccanismi di verifica per il conseguimento delle scadenze
Facciamo un passo indietro: più di un anno fa, a dicembre 2021, l’Italia ha sottoscritto con la commissione europea un accordo operativo (operational agreement). Tale documento – necessario per avviare i processi di richiesta e rilascio dei fondi Pnrr – riporta per ciascuna scadenza europea del piano, i requisiti necessari a dichiararne il completamento. È proprio in base a questi meccanismi di verifica, che la commissione dovrebbe accertare la realizzazione o meno degli interventi in agenda.

IL MONITORAGGIO SI BASA SUI MECCANISMI DI VERIFICA.
Sulla nostra piattaforma OpenPNRR, sono disponibili gli stati di avanzamento aggiornati per tutte le scadenze del piano. Un’attività di monitoraggio costante, che si basa proprio sui meccanismi di verifica. Per capire se una scadenza è stata completata infatti, cerchiamo tra diverse e numerose fonti ufficiali – atti, documenti o relazioni – che diano riscontro di ciò che i meccanismi richiedono. Solo in caso di verifica positiva, consideriamo l’intervento conseguito. In caso contrario, a seconda dei riferimenti trovati, assegnano agli interventi altri stati di avanzamento intermedi (da avviare, in corso, a buon punto).

MILESTONE E TARGET CHE NON POSSIAMO CONSIDERARE COMPLETATI
Nella tabella che segue, abbiamo riassunto le scadenze europee del Pnrr che erano previste per il terzo e quarto trimestre del 2022 ma che, in base al loro meccanismo di verifica, non possono essere considerate completate. Tra queste, anche i 4 interventi che abbiamo evidenziato in precedenza.

SONO 14 LE SCADENZE PNRR CHE NON SONO STATE COMPLETATE ENTRO L’ANNO
Scadenze del Pnrr di rilevanza europea che risultano ancora non conseguite, tra quelle previste per il secondo semestre del 2022

DA SAPERE
Cliccando su una singola scadenza è possibile accedere alla pagina a essa dedicata su OpenPNRR. T3 e T4 si riferiscono alla suddivisione degli interventi tra terzo e quarto trimestre del 2022. Il meccanismo di verifica illustra i criteri per considerare completata una scadenza.
Nonostante tali evidenze, il governo Meloni sostiene di aver conseguito tutti gli interventi e ha inviato alla commissione europea la richiesta di ulteriori risorse.

21,8 MILIARDI € I FONDI PNRR CHE L’ITALIA DOVREBBE RICEVERE DALLA TERZA TRANCHE. DI QUESTI SONO GIÀ STATI ANTICIPATI AD AGOSTO 2,8 MILIARDI.
A questo punto sta a Bruxelles verificare il conseguimento di tutti i target e milestone previsti e, in caso di esito positivo, procedere con il rilascio delle risorse.

LA VERIFICA DI BRUXELLES E LA SUA VALENZA POLITICA
Abbiamo visto che sono ben 14 le scadenze che non soddisfano i meccanismi di verifica e che quindi non dovrebbero essere considerate completate.

IL PROCESSO DI VERIFICA DA PARTE DELLA COMMISSIONE È PIÙ POLITICO CHE TECNICO.
Anche durante il governo Draghi, avevamo segnalato situazioni di incertezza rispetto al conseguimento degli interventi previsti. Sia in corrispondenza della prima richiesta di finanziamenti a Bruxelles, a fine dicembre 2021, sia per la seconda a fine giugno 2022. Tuttavia, in entrambi i casi, l’Ue aveva giudicato positivamente il raggiungimento delle scadenze europee da parte dell’Italia. E aveva quindi approvato il rilascio delle risorse previste per la prima e la seconda rata, senza segnalazioni o richiami particolari.
In questo senso va sottolineato che l’ultima parola sull’invio dei fondi Pnrr agli stati membri spetta alla commissione europea, il che rende tale decisione prettamente politica. Il comitato economico e finanziario infatti, coinvolto nel processo di verifica delle scadenze, fornisce solo un parere tecnico. E per quanto sicuramente incida sulle scelte dell’organo esecutivo dell’Ue, non è vincolante. Possiamo dire che finora la commissione ha valutato con una certa flessibilità l’operato dell’Italia sul Pnrr. Ma sarà necessario aspettare l’esito di questa ultima verifica – la prima richiesta dal governo Meloni – per capire se Bruxelles manterrà questa linea.
Infine, al di là delle questioni politiche e relazionali tra la commissione e l’esecutivo del nostro paese, va sottolineato almeno un altro aspetto che sicuramente incide sui processi di valutazione dell’Ue.

191,5 MILIARDI € LE RISORSE DEL PNRR DESTINATI ALL’ITALIA, DIVISE TRA SOVVENZIONI E PRESTITI.
Si tratta della cifra più alta tra quelle assegnate ai diversi stati membri. Un segnale dell’intenzione precisa da parte di Bruxelles di utilizzare il Next generation Eu per investire in modo particolare sulla ripresa dell’Italia. Va da sé che se il Pnrr dovesse riscontrare problemi o battute d’arresto nel nostro paese, le conseguenze potrebbero essere negative anche sulla buona riuscita del progetto europeo nel suo complesso.

SI RIDUCE ANCORA LA TRASPARENZA
Al di là di come la commissione valuterà la richiesta del governo Meloni, c’è un’ultima questione cruciale da evidenziare rispetto allo stato di attuazione del piano. Ed è la sempre più grave mancanza di trasparenza.

IL CAMBIO DI GOVERNO HA COMPORTATO DEI PASSI INDIETRO IN TERMINI DI TRASPARENZA.
Monitorare la realizzazione del Pnrr da fonti ufficiali continua infatti a essere complicato. E non solo per le gravi mancanze della piattaforma Italia domani e altre che abbiamo raccontato e ribadito in diverse occasioni.
Anche i siti dei singoli ministeri presentano enormi criticità. Innanzitutto, vengono aggiornati solo periodicamente, alla fine di un semestre per esempio, o nemmeno. Basti pensare che nella sezione dedicata al Pnrr sul sito web del ministero delle infrastrutture, gli ultimi aggiornamenti risalgono a ottobre 2022. Tanto che risulta ancora in evidenza la denominazione che il dicastero aveva assunto durante il governo Draghi: MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DELLA MOBILITÀ SOSTENIBILE (Mims).
Ma ancora più grave è l’ambiguità delle informazioni, anche laddove sono disponibili. Spesso infatti non si trovano riferimenti chiari allo stato di attuazione di una scadenza – esempio emblematico su questo è il sito del ministero dell’economia – né espliciti su quali sia la milestone o il target interessato da un determinato intervento. Basti prendere come esempio questo comunicato stampa del dipartimento per la trasformazione digitale. O ancora, come abbiamo visto anche in precedenza, le uniche comunicazioni riguardo il conseguimento di una scadenza non allegano documenti o atti che ne diano prova – come questo comunicato del ministero dell’ambiente.
A chiudere il quadro infine, va sottolineato che il governo Meloni ha disatteso l’impegno di presentare entro l’anno la seconda relazione al parlamento sullo stato di attuazione del Pnrr.
In conclusione, la realizzazione del piano nazionale di ripresa e resilienza continua a presentare lacune e ambiguità che rendono difficile e in alcuni casi impossibile portare avanti attività di monitoraggio. E nell’anno che abbiamo davanti, in cui prenderà il via la fase di messa a terra concreta per molti progetti, i rischi legati alla mancanza di trasparenza saranno ancora più seri.
*( FONTE: elaborazione e dati OpenPNRR – ultimo aggiornamento: martedì 10 Gennaio 2023) L’osservatorio sul Pnrr Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.)
*(NDR)

 

09 – Tim Judah *: IN KOSOVO LE TENSIONI TRA LA COMUNITÀ SERBA E IL RESTO DELLA POPOLAZIONE CONTINUANO A CREARE CRISI PERICOLOSE. MA UN ACCORDO TRA PRISTINA E BELGRADO È POSSIBILE

Le crisi in Kosovo seguono uno schema preciso. Cominciano con uno scontro tra i leader serbi e kosovari, con i secondi che danno un ultimatum ai primi per fare qualcosa, oppure si alzano barricate nel nord del Kosovo, una regione abitata dai serbi. Poi i diplomatici s’indignano, volano parole grosse e l’esercito serbo avanza fino al confine tra i due paesi, assicurandosi che le immagini dei convogli militari si diffondano online. Subito dopo i nazionalisti serbi cominciano a fantasticare sulla possibilità di entrare in azione e i tabloid del paese sostengono che i kosovari-albanesi stanno per scatenare una guerra contro il popolo serbo. A quel punto alcune testate occidentali si rendono conto di quello che sta succedendo e qualche giornalista, evidentemente all’oscuro del fatto che in Kosovo ci sono migliaia di soldati della Nato proprio per proteggere il paese dalla Serbia, si convince che Belgrado stia per invadere. Ed è così che finisce tutto, con le barricate che sono messe da parte fino al prossimo appuntamento.
Ora siamo a quel punto della crisi. Le barricate, rimaste in piedi per venti giorni, sono state smontate e tutti sono tornati a casa. Ma stavolta il rischio è stato reale. C’erano camion che bloccavano le strade in quattordici punti del paese.
Un blocco stradale a Rudare, in Kosovo, il 28 dicembre 2022 – Florion Goga, Reuters/ContrastoUn blocco stradale a Rudare, in Kosovo, il 28 dicembre 2022 (Florion Goga, Reuters/Contrasto)
Alla fine di dicembre del 2022 ho visitato il villaggio di Rudare. Un giornalista mi ha indicato un’autocisterna e mi ha spiegato che le persone erano preoccupate per la sua presenza. La cisterna era piena di carburante, che avrebbe potuto causare un’esplosione in caso di scontri violenti. Mentre parlavamo ho notato magistrati, insegnanti e medici (a quanto pare l’intera borghesia serba del nord del Kosovo) che passeggiavano chiacchierando con gli amici, riscaldandosi le mani vicino ai bracieri. Alcune persone erano lì perché volevano esserci, altre perché i loro leader politici glielo avevano ordinato. C’erano anche i capi del principale partito serbo del Kosovo. A un certo punto si è avvicinata un’auto. Quattro ragazzi con il volto coperto sono scesi e si sono allontanati con passo deciso. Poi mi sono spostato nella vicina Mitrovica, una città in cui i serbi vivono a nord e gli albanesi a sud. La zona nord era tappezzata di bandiere serbe e graffiti con il logo della Brigata nord, accompagnato dal messaggio: “Non preoccupatevi… Stiamo aspettando!”. Ma chi sono queste persone? Una milizia serba pronta a entrare in azione? Nessuno lo sa.
A bassa voce i residenti mi hanno spiegato che nell’ultimo anno seicento uomini del posto sono stati mandati in Serbia per un addestramento militare. Ma non c’era modo di distinguere le notizie vere da quelle false diffuse dal Bia, il servizio di sicurezza serbo che secondo molti comanda da queste parti. Gli abitanti facevano la fila davanti ai bancomat: visto che le barricate avevano bloccato due valichi di frontiera a nord, la gente temeva che le banche avrebbero esaurito i contanti.
Se chiedete ai serbi di Mitrovica nord cosa vogliono, vi risponderanno che chiedono solo una vita normale. È un desiderio realizzabile? Come si può risolvere il rebus del Kosovo, che sembra aver legato indissolubilmente i destini dei serbi e degli albanesi, oltre che quelli del Kosovo e della Serbia? La guerra in Kosovo è finita nel 1999, ma i diplomatici e i leader politici non sono ancora riusciti a trovare un accordo per una convivenza pacifica, o forse non hanno voluto farlo.
Negli anni novanta, dopo la disintegrazione della Jugoslavia, la provincia serba meridionale del Kosovo è rimasta parte della Serbia, anche se la sua popolazione era composta in maggioranza da persone di origine albanese. In seguito la regione si è rifiutata di sottomettersi a Belgrado e ha subìto la repressione di Slobodan Milošević. Dopo la guerra del Kosovo del 1998-1999 tra i guerriglieri albanesi-kosovari e l’esercito serbo, che si è conclusa con l’intervento della Nato, il Kosovo è diventato un protettorato delle Nazioni Unite. Nel 2008 si è dichiarato indipendente. Molti paesi occidentali hanno riconosciuto la sua sovranità. Non l’hanno riconosciuta la Russia, la Cina e, naturalmente, la Serbia. Gli albanesi del Kosovo dicono di avere il diritto all’autodeterminazione, mentre la Serbia vuole difendere la sua integrità territoriale, anche se nel paese nessuno voleva né vuole reintegrare una regione piena di albanesi ostili.

Su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti, in Kosovo vivono circa centoventimila serbi. Più della metà abita nel Kosovo centrale e meridionale, gli altri nel nord, un’area più circoscritta e confinante con la Serbia. I serbi di quest’ultima regione sostengono che la situazione si è ribaltata rispetto al passato. Secondo Marko Jakšić, avvocato e attivista di Mitrovica nord, il primo ministro kosovaro Albin Kurti si sta “comportando come Milošević negli anni novanta”. Questi paragoni non piacciono per niente ai kosovari-albanesi. Ho parlato con Jakšić al Number One, un hotel non lontano dal ponte sul fiume Ibar, che divide in due la città. L’avvocato mi ha ricordato che dieci anni fa gli avevo chiesto quale fosse la soluzione per il Kosovo. Mi aveva risposto che il confine tra Kosovo e Serbia non era “lassù”, indicando il nord rispetto a dove ci trovavamo, ma “sul fiume”. Jakšić è convinto che il Kosovo dovrebbe essere diviso, un’idea che periodicamente torna. Fino a quando, nel 2020, non si è dimesso per presentarsi al tribunale dell’Aia per rispondere dell’accusa di crimini di guerra, il presidente kosovaro Hashim Thaçi aveva accarezzato quest’idea insieme al presidente serbo Aleksandar Vučić, ma i paesi occidentali sono intervenuti per bloccare qualsiasi sviluppo.
La divisione del territorio non era particolarmente popolare né in Kosovo né in Serbia. Il problema non era tanto il nord del Kosovo, ma il fatto che si creasse un precedente. Se quella regione fosse tornata a far parte della Serbia, cosa sarebbe successo alla valle di Presevo, che è in Serbia ma è abitata da albanesi? E che dire delle regioni della Macedonia del Nord in cui vive una minoranza albanese o delle regioni serbe e croate della Bosnia Erzegovina? Così il vaso di Pandora resta chiuso. Ma allora come possono i serbi del nord del Kosovo condurre un’esistenza normale?
La risposta a questa domanda è sorprendentemente semplice. Con la giusta volontà politica, non esistono problemi che non possano essere risolti o quanto meno ridimensionati. Per più di dieci anni le due parti si sono confrontate in un dialogo promosso dall’Unione europea, riuscendo a trovare diversi accordi che non sono mai stati applicati.
L’invasione russa dell’Ucraina ha dato nuovo slancio ai negoziati, guidati dal politico slovacco Miroslav Lajčák, rappresentante speciale dell’Unione europea per il dialogo tra Belgrado e Pristina, e dal diplomatico statunitense Gabriel Escobar. Ma dal giugno 2022 Lajčák ed Escobar hanno dovuto dedicare le loro energie a spegnere incendi e sventare crisi su diversi temi, dalle targhe delle auto alle carte d’identità, fino alle barricate. In ogni caso i due mediatori hanno un piano, sostenuto da Francia e Germania, che potrebbe essere la base per un accordo duraturo. Sostengono che Serbia e Kosovo potrebbero coesistere come stati indipendenti ma senza riconoscersi a vicenda, come le due Germanie ai tempi della guerra fredda.
Ma questa è solo parte dell’equazione. In cambio della promessa di essere trattato dalla Serbia come uno stato indipendente, il Kosovo dovrà rispettare un accordo firmato nel 2013 in base al quale i comuni serbi in Kosovo potrebbero formare una sorta di federazione e godere di una sostanziale autonomia in alcuni settori, come la sanità e l’istruzione. La corte costituzionale del Kosovo ha escluso questa possibilità e il primo ministro kosovaro Kurti si è opposto, ma ora subisce le pressioni degli alleati occidentali perché trovi il modo di seguire questa strada.

DISPREZZO RECIPROCO
L’ultima crisi complica il percorso verso un accordo. I serbi si sono dimessi dal parlamento, dalla magistratura e nel nord anche dalle forze di polizia del Kosovo. Secondo Tatjana Lazarević, direttrice del quotidiano online KoSSev, dopo che i serbi hanno lasciato la polizia kosovara alcuni agenti albanesi sono stati mandati a nord a sostituirli. I residenti li considerano “una forza di occupazione”. Lazarević aggiunge che i serbi “non volevano entrare nello stato kosovaro e continuano a non volerlo”. Ma se ci fosse un accordo tra Kosovo e Serbia, aggiunge la giornalista, la popolazione la accetterebbe.
Se davvero si arrivasse a un’intesa, quali scelte avrebbero a disposizione i serbi del Kosovo? Il nord del Kosovo può essere un posto pericoloso. Se trovare un accordo sarà nell’interesse della Serbia, non verrà tollerato nessun dissenso: in questa zona la politica e il crimine organizzato si sovrappongono ancora di più rispetto alle altre aree dei Balcani.
Nonostante i problemi delle ultime settimane, qualcuno è ottimista. Jeff Hovenier, ambasciatore statunitense a Pristina, dice che al momento il riconoscimento reciproco tra Kosovo e Serbia “è impossibile”, ma aggiunge che “le difficoltà attuali possono essere superate. Se consideri questo accordo come un passo verso la soluzione, capisci che le possibilità di successo sono concrete”. Ivan Vejvoda, esperto serbo e capo del programma Europe’s futures dell’Istituto di scienze umane di Vienna (Iwn), è d’accordo. “Entrambi gli schieramenti capiscono di dover procedere nella direzione concordata. Cercano un modo per uscirne vincitori, ma la verità è che nessuno avrà tutto quello che vuole”.
Kurti resta convinto che la Serbia non ha interesse a trovare un compromesso, mentre Vučić ha ribadito che Belgrado non riconoscerà mai il Kosovo. Kurti mi ha detto di essere convinto che Vučić spinga ancora per una divisione del territorio e parli come “se stesse cercando una macchina del tempo. A volte vorrebbe tornare al 1999, altre volte al 2007 (cioè prima della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo). Ma capisce che non si può tornare indietro”. Molti diplomatici pensano che Kurti sia troppo rigido e che per questo abbia perso parte del sostegno occidentale, ma la sua politica intransigente verso Vučić ha prodotto alcuni risultati. Il presidente serbo è sulla difensiva e negli ultimi mesi ha dovuto fare delle concessioni. Il 15 dicembre 2022 il Kosovo ha presentato la domanda di adesione all’Unione europea e ha ottenuto la promessa che del 2024 i suoi cittadini non dovranno più richiedere un visto per i paesi dell’area Schengen.
Al di là degli aspetti tecnici, una parte del problema resta strettamente personale. Vučić e Kurti si disprezzano. Quando il serbo era ministro, Kurti era un prigioniero politico in un carcere serbo. Il primo dicembre Vučić ha definito Kurti “feccia terrorista”. Questa situazione rende ancora più difficile arrivare a un’intesa.
Dopo aver lasciato il Number One, a Mitrovica nord, con Jakšić abbiamo camminato fino al ponte sul fiume Ibar. Sul ponte il passaggio di veicoli è vietato dal 1999, ma lo si può ancora attraversare a piedi. Jakšić, ex amministratore giudiziario del tribunale unificato di Mitrovica, mi ha raccontato che quando lui e gli altri serbi del tribunale si dimisero, salutarono i colleghi albanesi con le lacrime agli occhi, da amici. In quel momento Jakšić aveva pensato che ormai non si poteva più tornare indietro. Ma mentre eravamo insieme abbiamo riso all’idea che io possa rivolgergli di nuovo le stesse domande tra dieci anni. Se dovessi scommettere, direi che esiste un buon 60 per cento di probabilità che sarà così.
*(Tim Judah è un giornalista britannico. Ha scritto molti libri sui paesi dei Balcani, tra cui Kosovo: what everyone needs to know (Oxford University Press 2008).

 

10 – NEL MONDO

UCRAINA
Il presidente Volodymyr Zelenskyj ha dichiarato il 17 gennaio che l’attacco a Dnipro e l’escalation degli attacchi russi sottolineano la necessità per l’occidente di “accelerare il processo decisionale” nella fornitura di armi a Kiev. Secondo le autorità ucraine nelle ultime 24 ore la Russia ha lanciato più di settanta razzi contro il suo territorio. Il bilancio delle vittime dell’attacco russo del 14 gennaio contro un edificio residenziale a Dnipro è salito a 41, diventando uno dei più alti dall’inizio della guerra.

Perù
Migliaia di manifestanti, per lo più provenienti dalle regioni meridionali del paese, sono confluiti a Lima negli ultimi giorni e preparano nuove proteste nella capitale per chiedere le dimissioni della presidente Dina Boluarte e nuove elezioni. Il movimento è cominciato il 7 dicembre dopo la destituzione e l’arresto del presidente Pedro Castillo. I disordini hanno causato 42 morti.

Bielorussia
Si è aperto il 17 gennaio a Minsk il processo in contumacia dell’esponente dell’opposizione Svetlana Tichanovskaja. Attualmente in esilio in Polonia, Tichanovskaja, 40 anni, deve rispondere di una decina di accuse, tra cui alto tradimento e “cospirazione per prendere il potere in modo incostituzionale”.

Russia
Un ex comandante del gruppo mercenario russo Wagner che ha combattuto in Ucraina ha dichiarato di essere fuggito in Norvegia e di aver chiesto asilo a Oslo. Andrej Medvedev, 26 anni, si era unito al gruppo il 6 luglio 2022 e ha dichiarato in un video pubblicato dall’organizzazione per i diritti umani Gulagu.net di essere scappato dal gruppo militare dopo aver assistito all’uccisione di disertori catturati da Wagner.

Cina
Nel 2022 la popolazione è diminuita per la prima volta dal 1961, con il tasso di natalità nazionale che ha toccato un minimo storico: 6,77 nascite ogni mille donne, contro il 7,52 dell’anno precedente. La popolazione – 1,41 miliardi di persone – è diminuita di 850mila unità rispetto al 2021.

Germania
Il socialdemocratico Boris Pistorius sarà il prossimo ministro della difesa dopo le dimissioni di Christine Lambrecht. Lambrecht si era dimessa il 16 gennaio in seguito alle critiche ricevute per un video postato su Instagram il giorno di capodanno dalle strade di Berlino, in cui faceva il punto sulla guerra in Ucraina con il sottofondo di fuochi d’artificio. L’opposizione aveva definito il messaggio fuori luogo. Lambrecht era anche accusata di avere una scarsa conoscenza del mondo dell’esercito e di non essere sufficientemente preparata per gestire il proprio ruolo in un momento delicato come quello attuale.

Regno Unito
Un agente della polizia di Londra (Met) ha ammesso decine di stupri e reati sessuali ai danni di almeno dodici donne. David Carrick, 48 anni, che ha conosciuto alcune vittime attraverso siti web di incontri, si è dichiarato colpevole di 49 reati commessi nell’arco di due decenni e di aver usato il suo ruolo per incutere timore alle sue vittime. La Met si è scusata dopo che è emerso che Carrick era stato segnalato alla polizia per nove episodi, tra cui alcune accuse di stupro, tra il 2000 e il 2021.

 

11 – Carè(Pd)* : NUOVA ZELANDA, GRAZIE ARDERN, CORAGGIOSA E UMANA.
Roma 19 Gen.-” Ho appreso della notizia delle dimissioni del premier neozelandese Jacinda Ardern. Sono dispiaciuto, ma guardo con rispetto alla sua decisione perché questo lavoro così privilegiato comporta anche una grande responsabilità e se non si è più in grado di affrontarla, è bene che si faccia, per il rispetto del ruolo, un passo indietro. Un ringraziamento sentito per il lavoro che ha svolto fino ad ora con grande coraggio, con grande umanità.”
*( Nicola Carè, deputato del Pd eletto all’estero sulle dimissioni del primo ministro neozelandese.
On./Hon. Nicola Carè – Camera dei Deputati – Chamber of Deputies – IV Commissione Difesa – Defence Committee – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Electoral College – Africa, Asia, Oceania and Antarctica)

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