n° 02 – 14/01/2023. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Andrea Colombo*: Prove di retromarcia. E il governo va in panne Tensione tra Meloni e Giorgetti. Il ministro apre ad un nuovo taglio senza consultare la premier.
02 – On. Nicola Carè*: Musei gratis per gli Aire: Carè (Pd) chiede la proroga del provvedimento.
03 – Gaetano Lamanna*: commenti. l nuovo feudalesimo di caste e corporazioni. grandi multinazionali, banche assicurazioni, fondi di investimento, imprese alimentari, dell’edilizia investono in lobbying quantità smisurate di denaro.
04 – Sosteniamo i giovani che difendono il futuro di tutti. APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PER I RAGAZZI DI ULTIMA GENERAZIONE. * Al Presidente della Repubblica.
05 – Giuseppe Rizzo*: GUAI A ESSERE POVERI IN ITALIA . Nel 2018 l’Italia ha dichiarato guerra alla povertà, e la povertà ha vinto. Ora il governo Meloni ha smantellato il reddito di cittadinanza. Un viaggio nella storia e nella letteratura per smontare pregiudizi e immaginare alternative
06 – Gabriella De Rosa*: Covid, Oms: Cresce la variante Kraken anche in Europa. L’organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che la variante del Covid Kraken si sta diffondendo anche in Europa.
07 – Il Paradosso.*
8 – Valerio Romitelli*: (Neo)fascismo e antifascismo, oggi* : La frase con cui Marx ne Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte riprende e rettifica Hegel per misurare le differenze tra Napoleone e il suo nipote Napoleone III è arcinota: “i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte (…) la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.
09 – Laura Carrer*: In Cina le celebrità virtuali vanno alla grande. Il listino prezzi si aggira tra i 2800 e i 14.000 dollari l’anno, e il mercato è raddoppiato dal 2021.
10 – Grace Brownes*: pagare le persone per vaccinarsi sembra funzionare. I risultati di alcuni studi suggeriscono che gli incentivi in denaro aumentano il numero dei vaccinati senza particolari conseguenze negative, ma ci sono dubbi sul piano etico

 

 

01 – Andrea Colombo*: PROVE DI RETROMARCIA. E IL GOVERNO VA IN PANNETENSIONE TRA MELONI E GIORGETTI. IL MINISTRO APRE A . UN NUOVO TAGLIO SENZA CONSULTARE LA PREMIER.

LO SCIOPERO DI DUE GIORNI DEI BENZINAI, DECISIONE PER LA VERITÀ NON DEL TUTTO INATTESA, È LA GOCCIA CHE PORTA QUASI FUORI CONTROLLO LA TENSIONE NEL GOVERNO. Così, al termine di una giornata livida e confusa, il taglio delle accise diventa un’assurda partita di giro. L’aumento del prezzo dei carburanti determinerà un extragettito Iva. Quell’extragettito, ha deciso ieri il cdm, servirà proprio a tagliare le accise. Un valzer che denota per intero lo stato confusionale in cui versa il governo dopo il passo falso sulle accise. Viene inoltre prorogato sino al 31 dicembre il termine per la norma che permette ai datori di lavoro di distribuire buoni benzina sino a 200 euro non conteggiati nel salario. Il ministro Lollobrigida aveva anticipato la scelta annunciando «correttivi a protezione delle categorie produttive». Il «correttivo» c’è ma è poca cosa.
Mai dal giorno dell’insediamento a palazzo Chigi Giorgia Meloni era apparsa tanto nervosa e insicura come nelle due interviste lampo al Tg1 e al Tg5 decise all’ultimo momento, in piedi nel cortile del palazzo, senza dire nulla che non avesse già detto: «Bisognava scegliere tra tagliare le accise anche ai ricchi o concentrare le risorse a disposizione sui redditi medio bassi Si continua a dire che la benzina è a 2,5 euro mentre è a 1,8. L’opposizione fa il suo lavoro ma non è vero che abbiamo parlato di cancellazione delle accise: solo di sterilizzazione. Non è neppure vero che stiamo facendo scaricabarile con i gestori, che nella stragrande maggioranza si comportano bene. Tutto quello che stiamo facendo serve a calmierare l’inflazione». Come si possa abbassare l’inflazione determinando l’aumento della voce che più di ogni altra determina l’aumento dei prezzi, il costo del carburante, Giorgia Meloni non lo spiega.

Il nervosismo è del tutto giustificato. Lo sciopero dei gestori è materiale altamente infiammabile che piove sull’incendio della benzina. Il sottosegretario Mantovano ha convocato per stamattina le associazioni dei gestori che non escludono di cancellare lo sciopero. Dipenderà da cosa offriranno i ministri interessati, Giorgetti e Urso. La cancellazione del decreto trasparenza – l’obbligo di affiggere il prezzo medio dei carburanti che ha scatenato l’ira dei gestori – non sembra probabile ma quasi certamente il governo rivedrà il decreto.

La maggioranza è molto più divisa di quanto la premier sia disposta ad ammettere. L’insistenza di Lega e Fi per tornare al taglio delle accise è discreta ma pressante. Il ministro Giorgetti, senza consultarsi con la premier ma con la piena approvazione di Salvini, coglie l’occasione offerta dal question time al Senato e si lancia: «Il governo si riserva di adottare misure di riduzione delle accise in relazione all’incremento verificato dei prezzi dei carburanti». Il responsabile del Mef difende la decisione del governo, ricorda che la situazione di oggi è molto diversa dal momento in cui Draghi decise il taglio delle accise. Ma di fatto apre uno spiraglio. È a questo punto che la premier decide di riprendere le redini e rilasciare le due interviste che correggono Giorgetti. Da Chigi assicurano che l’assonanza è piena. Ma sta di fatto che i due non dicono la stessa cosa e la prospettiva di Giorgetti, tornare al taglio in caso di impennata dei prezzi, potrebbe richiedere tempi più celeri di quelli previsti dalla partita di giro sull’extragettito decisa dal governo.

Ma a spiegare il nervosismo di queste ore non ci sono solo considerazioni interne alla maggioranza. I problemi più seri, anzi, sono altrove. I sondaggisti concordano: la popolarità del governo rischia di risentire seriamente del colpo. Per Mannheimer potrebbe costare 2 punti. Inoltre le categorie più inviperite con il governo di destra sono tradizionalmente parte importante della base elettorale della destra stessa. Infine l’eventualità che la misura porti a una crescita invece che alla diminuzione dell’inflazione è uno spettro tutt’altro che fugato. Per questo ieri era impossibile evitare la sensazione che il governo stia cercando una strada per tornare almeno parzialmente indietro senza doverlo ammettere.

02 – On. Nicola Care’*: MUSEI GRATIS PER GLI AIRE: CARÈ (PD) CHIEDE LA PROROGA DEL PROVVEDIMENTO.
ROMA 13 GEN.- PROROGARE ANCHE AL 2023 LA POSSIBILITÀ PER GLI ISCRITTI AIRE DI VISITARE GRATUITAMENTE I MUSEI STATALI IN ITALIA. A CHIEDERLO È IL DEPUTATO PD ELETTO ALL’ESTERO NICOLA CARÈ CHE IN UNA INTERROGAZIONE SOTTOSCRITTA ANCHE DAI COLLEGHI MANZI E BERRUTO IN COMMISSIONE CULTURA E DA CRISTIAN DI SANZO, TONI RICCIARDI E FABIO PORTA, HA INTERPELLATO SUL TEMA I MINISTRI DELLA CULTURA E DEL TURISMO, SANGIULIANO E SANTANCHÈ.
“In attuazione dell’articolo 1, comma 89, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, – scrive Carè nell’interrogazione- il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo consente, negli anni 2021, 2022 e 2023, nei limiti di un fondo appositamente istituito, l’accesso gratuito ai cittadini italiani residenti all’estero iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) a musei, aree e parchi archeologici gestiti dallo Stato, a seguito di esibizione di idoneo documento comprovante l’iscrizione all’Aire”.
“Una iniziativa importante e sostenuta dal Partito Democratico – evidenzia il deputato eletto in Australia – come un segnale di rispetto verso gli italiani all’estero e una misura utile su entrambi i versanti, quello dei connazionali che vivono fuori e che potranno conoscere meglio l’arte e la bellezza dell’Italia e quello del nostro Paese che dall’intensificarsi dei flussi ricaverà risorse preziose per la sua ripresa”. “In questo modo – aggiunge Carè – si è voluto incentivare il cosiddetto “Turismo delle origini”, che coinvolge tutte quelle persone che tornano verso il Paese di origine della propria famiglia per riavvicinarsi alle radici della propria storia familiare e culturale. In Italia è un fenomeno in aumento, che coinvolge tra i 60 e gli 80 milioni di persone provenienti da tutto il mondo (dati Enit – Agenzia nazionale del turismo); per tal motivo è stato appunto previsto nella legge di bilancio 2020 un fondo da un milione e cinquecentomila euro fino al 2023 ai sensi dell’articolo 1, comma 89, della legge 30 dicembre 2020, n. 178”, ma “con la pandemia di COVID-19, il flusso dei viaggiatori si è ridotto notevolmente a causa di tutte le restrizioni internazionali approvate e anche i cittadini Aire che sono comunque arrivati in Italia non hanno potuto usufruire appieno dell’iniziativa poiché i siti museali hanno avuto notevoli restrizioni di accesso”.
I deputati, quindi, chiedono di sapere “quanta parte del fondo previsto per l’iniziativa sia stato effettivamente speso e se ci sia la possibilità, qualora ci fosse ancora disponibilità, di prorogare oltre il 2023 l’iniziativa”.

*(On./Hon. Nicola Carè Camera dei Deputati – Chamber of Deputies – IV Commissione Difesa – Defence Committee – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Electoral College – Africa, Asia, Oceania and Antarctica)

 

03 – Gaetano Lamanna*: COMMENTI. L NUOVO FEUDALESIMO DI CASTE E CORPORAZIONI. GRANDI MULTINAZIONALI, BANCHE ASSICURAZIONI, FONDI DI INVESTIMENTO, IMPRESE ALIMENTARI, DELL’EDILIZIA INVESTONO IN LOBBING QUANTITÀ SMISURATE DI DENARO.
TUTTI I MALI SOCIALI, PER ROUSSEAU, COMINCIANO DAL MOMENTO IN CUI L’UOMO HA «RECINTATO» UN PEZZO DI TERRA. L’ATTO DI NASCITA DELLA PROPRIETÀ PRIVATA SEGNA, AL TEMPO STESSO, L’ORIGINE DE L’INÈGALITÈ PARMI LES HOMMES.
Da allora qualsiasi bene materiale e immateriale si è dotato di uno scudo legale: nelle città del medioevo le botteghe d’arte e mestieri, il credito, il prestito, e, via via, dopo la rivoluzione industriale, le società di capitale, gli asset finanziari e immobiliari, i fondi fiduciari, e poi ancora i copyright, i marchi di fabbrica, i know-how, i brevetti, le piattaforme digitali.
Dalle enclosures delle terre siamo arrivati alle enclosures della idee e della conoscenza. Oggi, a differenza che nell’Ancien Règime, i diritti promanano dalla legge, non sono concessioni del sovrano. Tuttavia, lo schema è sempre lo stesso: erigere «recinti giuridici», moderne reti di protezione, intorno alla ricchezza, ai privilegi da tutelare, alla proprietà materiale e intellettuale. Il diritto, come spiega bene Katharina Pistor, «crea ricchezza e disuguaglianza» (Il Codice del Capitale, ed. Luiss, 202l).
La legge, riflettendo sempre i concreti rapporti di forza politici e sociali, non è mai neutrale, determina vantaggi e svantaggi, vincenti e perdenti. Le cose si complicano ulteriormente quando nei processi legislativi e decisionali interferiscono le lobby, una moltitudine di valenti e ben pagati avvocati, tributaristi, ex politici, mediatori d’affari, impegnati a ottenere trattamenti speciali per i loro datori di lavoro nonché padroni dell’economia e della finanza.
Le lobby stazionano nei corridoi e nelle anticamere dei palazzi del potere e mollano la presa solo dopo aver confezionato abiti su misura ai processi di business. Si caratterizzano per scarsa trasparenza e non si fanno scrupolo, all’occorrenza, di ricorrere alla corruzione pur di piegare le regole agli obiettivi da raggiungere.
Benché volutamente si tenti di confondere le acque, esiste una differenza sostanziale tra lobby e associazioni di categoria, portatrici di legittime istanze sociali e ambientali. I gruppi di pressione entrano in scena quando si parla di tax expenditures (bonus, incentivi, detrazioni, esenzioni) e di condoni. La loro «manina» interviene nella stesura delle leggi, inserendo l’articolo o il comma adatto sul tema degli appalti piuttosto che sull’aumento di voci di spesa nel bilancio pubblico. Il loro campo d’azione è molto vasto e non risparmia le amministrazioni regionali e locali. A volte basta la variante ad un piano urbanistico o la modifica di una particella catastale per trasformare un terreno agricolo in una più redditizia zona edificabile, e via continuando.
Non è un caso che grandi multinazionali, assicurazioni, banche e fondi di investimento, imprese alimentari, dell’edilizia, ecc., investano una quantità smisurata di denaro in lobbying. Il gioco vale certamente la candela se è vero che sistematicamente arrivano trattamenti di favore, tagli di tasse e concessioni di ogni tipo. Il risultato è lo spostamento di centinaia di miliardi di euro verso i ceti più agiati con conseguenze assai negative sul reddito degli strati meno abbienti. I regali fiscali al mondo delle imprese e del lavoro autonomo – dove, è bene ribadirlo, si concentra il grosso degli evasori – comportano minori entrate nei bilanci pubblici, tagli pesanti alla spesa sociale ed emissione di nuovi titoli di debito (a interessi più elevati).
Risulta evidente, dunque, come la pratica lobbistica influenzi oltre ogni limite l’allocazione delle risorse pubbliche, snaturi la vita democratica, alteri il mercato, accentui le diseguaglianze. Pierluigi Ciocca offre una chiave di lettura illuminante: «A differenza del passato anche lontano, quando prevaleva il contrario, la relazione ricchezza-potere oggi muove dalla ricchezza, e tuttavia il potere acquisito attraverso la ricchezza retroagisce sulla ricchezza, accrescendola, consolidandola, tutelandola. Spesso è semplicemente questa la finalità che induce chi è già ricco a ricercare potere nelle diverse forme e a praticarne l’uso per arricchirsi ulteriormente esercitandolo». E chiosa «Di tutto ciò risentono sia la concorrenza nell’economia sia la democrazia nella società», (Pierluigi Ciocca, Ricchi e poveri. Storia della diseguaglianza, Einaudi, 2021).
La forza delle lobby è correlata alla scarsa incisività o latitanza della sinistra e all’indebolimento dell’azione dei sindacati confederali. Quando si tratta di scegliere tra interessi privati e bene comune, politica e istituzioni scelgono puntualmente i primi. Il principio d’uguaglianza perde senso e significato. Qui è l’origine del «nuovo feudalesimo», del riprodursi di caste e corporazioni che pensavamo morte con l’Ancien Règime. Si è creata, a tutti i livelli, un’asimmetria assurda tra i privilegi per pochi e i diritti negati per molti. Nemmeno ai tempi dell’Ancien Règime c’erano livelli di diseguaglianza comparabili con quelli attuali. Manca il conflitto, il «popolo sovrano» decide sempre meno e la democrazia diventa un guscio vuoto.
*( Gaetano La Manna. Professore ordinario. Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche. Settore scientifico disciplinare)

 

04 – Sosteniamo i giovani che difendono il futuro di tutti. APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PER I RAGAZZI DI ULTIMA GENERAZIONE. *

Al Presidente della Repubblica,
Ci rivolgiamo a Lei dopo avere ascoltato il suo discorso, pronunciato nell’ultimo giorno dell’anno, in cui abbiamo colto l’evidente preoccupazione per il destino cui sembrano condannate le nuovissime generazioni.
Nei giorni successivi tre ragazzi hanno espresso la loro protesta e, ancor più, lo sgomento, provato ormai dalla maggioranza dei giovani di fronte all’incedere dell’apocalisse climatica. Lo hanno fatto disegnando, con vernice lavabile, una cascata di geroglifici sul portone del Senato.
Non si dovrebbe in nessun caso sfuggire al compito di interpretare questo messaggio enigmatico e clamoroso!
Il Presidente del Senato ha invece ritenuto di rispondere a questa azione sostanzialmente innocua con una denuncia penale del tutto sproporzionata: essa pretende un’immediata sanzione contro i sentimenti e le manifestazioni della generazione che, con amara ironia, definisce se stessa come “ultima” ma che, nonostante tutto, concentra la propria attenzione vitale sul futuro del genere umano.
La nostra attività professionale ci ha permesso in questi anni di misurare gli effetti psichici indotti dalle condizioni in cui questa generazione è cresciuta: precarietà lavorativa, percezione di una crescente intollerabilità delle condizioni climatiche e ambientali, trauma prolungato dell’isolamento sanitario, spettacolo atroce di una guerra che promette di estendersi in ogni luogo della terra.
Queste condizioni hanno prodotto e stanno producendo effetti catastrofici su una generazione che sembra votata a vivere un malessere depressivo permanente prima di venire estinta dall’olocausto climatico.
Il comunicato diffuso dagli “imbrattatori” del portone contiene più volte la parola disperazione. Un minimo di sensibilità dovrebbe consigliare a coloro che si sentono investiti del ruolo di governanti di prestare orecchio a un segnale tanto inquietante.
Di fronte a questo non è possibile accettare che si anteponga l’esercizio di una volontà punitiva insensibile e insensata alle azioni urgenti di contenimento della catastrofe climatica e di quella psichica che sta colpendo i nostri figli e i nostri nipoti.
In effetti, ciò che viene davvero vilipeso non sono le facciate di pietra e di legno della Repubblica ma le istanze di vita presenti e future minacciate da politiche economiche e ambientali asservite alle compagnie petrolifere e ai produttori di armi.
Di fronte a tutto questo risulta grottesco e inaccettabile che si chiedano i danni per la pulizia di un portone, mentre milioni di giovani fuggono all’estero per cercare una possibilità di sopravvivenza. Di fronte allo stridente contrasto tra questi fenomeni il nostro paese rischia di sprofondare nella vergogna e nella mortificazione.
Ci rivolgiamo a Lei perché possa rappresentare le ragioni di questa inedita “disperazione” ma anche quelle del desiderio condiviso e diffuso, soprattutto tra la popolazione giovanile, di opporsi a chi, per ignoranza o per cinismo, sta distruggendo quel poco che resta del futuro di tutti.
(*)
Paloma González Díaz-Carralero, psiquiatra, psicoterapeuta psicoanalítica, Madrid
Teresa Castè psicologa, Universidad de Chile, psicoanalista, Santiago del Cile
Federico Suárez, psicoanalista, Madrid
Luciana Bianchera – psico- pedagogista, docente universitaria Mantova Margarita Bazt, psicoanalista Città del Mexico
Loredana Boscolo, psichiatra Venezia
Leonardo Montecchi, psichiatra Rimini,
Francesco Berardi, insegnante pensionato, autore del libro Il terzo Inconscio
Salvatore Inglese – Psichiatra, psicoterapeuta , Catanzaro
Massimo de Berardinis, psichiatra, Roma
Martha Elva Lopez Guzmàn, Psicoanalista del Círculo Psicoanalítico Mexicano.
Psicóloga Universidad de Nuevo León, México
Antonio Tari Garcia- Psichiatra, Madrid
Elisabeth von Salis, Psicoanalista ACP, Psicoterapeuta, Zurigo, Svizzera
Thomas von Salis, Dr.med. Neuropsychiatra dell’infanzia e dell’adolescenza Zurigo, Svizzera
Loredana Betti, psicoanalista, Roma

 

05 – Giuseppe Rizzo*: GUAI A ESSERE POVERI IN ITALIA . NEL 2018 L’ITALIA HA DICHIARATO GUERRA ALLA POVERTÀ, E LA POVERTÀ HA VINTO. ORA IL GOVERNO MELONI HA SMANTELLATO IL REDDITO DI CITTADINANZA. UN VIAGGIO NELLA STORIA E NELLA LETTERATURA PER SMONTARE PREGIUDIZI E IMMAGINARE ALTERNATIVE.
Questo articolo è uscito su Parole, un numero di Internazionale Extra che raccoglie reportage, foto e fumetti sull’Italia. Si può comprare in tutte le edicole e sul sito di Internazionale, oppure in digitale sull’app di Internazionale.
Nel 2004 lo scrittore britannico John Berger pubblicava un articolo intitolato “Dieci dispacci sulla resistenza di fronte ai muri” e nel secondo di questi dispacci spiegava: “Collettivamente i poveri sono inafferrabili. Oltre a essere la maggioranza del pianeta, sono dappertutto e anche il più piccolo evento parla di loro. Ecco perché oggi l’attività fondamentale dei ricchi è costruire muri: muri di cemento, sorveglianza elettronica, sbarramenti di missili, campi minati, controlli di frontiera, e gli schermi opachi dei mezzi d’informazione”.
Diciott’anni dopo i poveri sono ancora inafferrabili, sono ancora la maggioranza del pianeta e sono ancora dappertutto: lo sono anche i muri, che sono aumentati insieme al numero delle persone spinte ai margini. È vero nel mondo ed è più che vero in Italia, paese dove la povertà è cresciuta così tanto che perfino i muri faticano a starle dietro: anche se non manca la buona volontà di costruirne di nuovi o rattopparne di vecchi.

I NUMERI
Cominciamo allora da questi numeri, che come tutti i numeri non mentono, ma molte cose nascondono: dalle rivelazioni della Caritas, per esempio, sfugge chi non si rivolge alle parrocchie o ai centri d’aiuto; dalle indagini dell’Istat molti di quelli che vivono per strada o in edifici occupati. In ogni caso, grazie all’istituto di statistica nazionale sappiamo che nel 2004, quando Berger scriveva i suoi dispacci, in Italia le persone in povertà assoluta erano poco meno di due milioni, e che oggi sono quasi sei milioni. Due milioni, sei milioni. Una vertigine se si pensa che sono più degli abitanti del Veneto, della Sicilia o della Campania, e che insieme formerebbero la terza regione più grande del paese. Nella lingua fredda dell’Istat “l’incidenza della povertà assoluta è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima (…) essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile”.
In Italia sotto questo “standard di vita minimamente accettabile” vivono anche 1,4 milioni di bambini, ragazze e ragazzi minori. Le loro famiglie abitano in egual misura (42,2 per cento) nel sud e nel nord del paese, e spesso in affitto (45 per cento). Nel 25 per cento dei casi uno dei genitori lavora, ma il lavoro – molti lavori, dall’operaio (13,3 per cento) al libero professionista (1,8) – non serve a evitare di finire in rovina.
Sembra una novità, quella del lavoro povero, ma basta uscire per un attimo dal campo della statistica ed entrare in quello della letteratura per capire che non è così. Nel 1883 Carlo Collodi pubblicava in un unico volume Le avventure di Pinocchio, uscite in precedenza a puntate. Collodi raccontava la storia di un burattino, ma attraverso di lui faceva anche il ritratto di tantissime persone in carne e ossa (e in alcuni casi più ossa che carne): “Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina”.
Quando Pinocchio incontra Mangiafoco, Collodi scrive un dialogo esemplare: “Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò: ‘Come si chiama tuo padre?’. ‘Geppetto’. ‘E che mestiere fa?’. ‘Il povero’. ‘Guadagna molto?’. ‘Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca’”. Geppetto lavorava, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la miseria: allora come oggi lavorare non libera dalla fame. E non basta neanche ad assicurare ai figli, ai nipoti e ai pronipoti le risorse per sfuggirvi: in Italia, dice la Caritas nel suo ultimo rapporto, la povertà si eredita in sei casi su dieci e “occorrono cinque generazioni per una persona che nasce in una famiglia povera per raggiungere un livello di reddito medio”.
Parlando di generazioni, c’è una coincidenza singolare da notare. Vybarr Cregan-Reid, docente di scienze umane all’università del Kent, nel Regno Unito, scrive in Il corpo dell’antropocene (Codice 2020): “Gli effetti di qualcosa di negativo accaduto a nostra madre possono agire su di noi e sui nostri figli, a tal punto che possono occorrere cinque generazioni per superare una sola generazione di carestia, o di malattie epidemiche o di qualcosa di simile”.
La povertà è qualcosa di simile a una carestia o a un’epidemia: e in alcuni casi alle due cose insieme. Un ultimo numero, e sempre dalla Caritas: “La misura di contrasto alla povertà esistente nel nostro paese, il reddito di cittadinanza, è stata finora percepita da 4,7 milioni di persone, ma raggiunge poco meno della metà dei poveri assoluti, il 44 per cento”. Sul reddito di cittadinanza vale la pena soffermarsi, perché consente di passare dai numeri alle storie.

LE STORIE
Ecco una storia. Nel 2018 l’Italia ha dichiarato guerra alla povertà, e la povertà ha vinto. Era una sera mite di fine settembre e Luigi Di Maio, il ragazzo che qualche tempo prima si era svegliato nel suo letto trasformato in vicepremier e ministro del lavoro, festeggiava la legge di bilancio che prevedeva l’istituzione del reddito di cittadinanza. Sul provvedimento era stato trovato l’accordo con una Lega un po’ fredda e un po’ riottosa, ma molto interessata a portare avanti il governo formato da poco con il Movimento 5 stelle e guidato da Giuseppe Conte. In una scena ricca di ironia involontaria e volontaria retorica, alla fine del consiglio dei ministri che aveva dato il via libera al provvedimento, Di Maio era insieme ad altri ministri dei cinquestelle sul balcone di palazzo Chigi, a Roma, e ripeteva: “Abbiamo abolito la povertà”.

Ecco un’altra storia. Nel 2010 M. ha perso il marito e il figlio in un incidente: e con loro la ragione, e infine il lavoro. Una depressione forte l’ha spinta a troncare ogni rapporto con amici e parenti, e a non presentarsi più nell’albergo in cui faceva le pulizie. Dopo anni di affitti non pagati e risparmi divorati dalle bollette è arrivato lo sfratto, e dopo lo sfratto le notti in auto, e dopo le notti in auto la perdita della residenza. In piena pandemia M., il viso asciugato dalle difficoltà, si è rivolta a un’associazione per chiedere se la potevano aiutare a fare domanda per il reddito di cittadinanza, ma nonostante diversi tentativi, non è stato possibile: M. non aveva una residenza, perciò come nel gioco dell’oca doveva tornare indietro di diverse caselle e ripartire da quella per andare avanti. Intanto, nel paese in cui tutti ripetevano di stare a casa, M. una casa non ce l’aveva, e i soldi per poterne affittare una le erano negati proprio perché l’aveva persa, insieme al resto: i paradossi della burocrazia sono diversi dagli altri, somigliano più a delle tagliole che a dei cortocircuiti della logica.
In questi ultimi anni il reddito di cittadinanza ha tenuto a galla milioni di persone, ma moltissime ne ha lasciate affondare: stranieri; famiglie che abitano in edifici occupati; lavoratori che guadagnano poco più delle soglie previste dalla legge; molti di coloro che vivono in condizioni di povertà relativa, come la chiama l’Istat, che però di relativo ha solo che non si fa la fame, o non la si fa abbastanza per accedere agli aiuti. Eppure, nonostante questi limiti siano chiari, e nella loro chiarezza moltiplichino tagliole e trappole, quasi tutti i mezzi d’informazione e la maggior parte dei politici di centro e di destra hanno preferito concentrarsi su altro: per esempio sulle truffe dei cosiddetti furbetti del reddito, truffe moltissimo presunte e pochissimo vere; sulle persone (migliaia, milioni: la fantasia non ha limiti) che il reddito avrebbe incentivato a stare sul divano invece di andare a lavorare.
La sociologa Antonella Meo in Disciplinare i poveri (Mimesis 2022) individua una tendenza precisa dietro questa propaganda: “Quando la povertà torna alla ribalta nella vita pubblica come un problema da risolvere emerge con particolare evidenza che i poveri sono soggetti da gestire e da governare”. Lo dimostra il bilancino usato per stabilire cosa si possa o non si possa comprare con i soldi del reddito, caricati ogni mese su una carta acquisti: niente gratta e vinci (guai a essere poveri e voler tentare la fortuna); niente gioielli (neanche se si tratta di un regalo per un figlio o una figlia); niente assicurazioni o spese online. I prelievi di contanti sono scoraggiati, o comunque molto limitati: non più di cento euro al mese per chi è solo, di duecento se si è in due, e così via.

C’È POI IL DIVIETO ASSOLUTO DI RISPARMIARE: SE A FINE MESE I SOLDI DEL REDDITO NON SONO STATI SPESI, QUEL CHE RESTA VA RESTITUITO.
Sulla spesa, sul suo significato politico e per alcuni asfissiante, si può lasciare la parola ancora una volta alla letteratura, e in questo caso ad Annie Ernaux, che in Guarda le luci, amore mio (L’Orma 2022) scrive: “Meno soldi si hanno, più la spesa richiede un calcolo minuzioso, senza errori (…) un lavoro non contabilizzato, ossessivo, che assorbe completamente migliaia di donne e di uomini. L’inizio della ricchezza – della sua leggerezza – si può riassumere così: servirsi in un reparto di prodotti alimentari senza guardare il prezzo. L’umiliazione inflitta dalle merci. Costano troppo, quindi io non valgo niente”.
Nonostante tutto questo “abbiamo assistito alla proliferazione e al prevalere di retoriche incentrate sull’immagine dei poveri ‘fannulloni’, ‘spreconi’ e ‘imbroglioni’”, scrive Meo. Aggiungendo che la scelta e l’uso di queste parole “non presenta caratteri di novità”, bensì richiama pregiudizi e stereotipi del passato. Fattori che consentono di passare dalle storie alla storia.

LA STORIA
Lo studioso Enzo Ciconte traccia un profilo sociale della povertà nel libro Classi pericolose (Laterza 2022), in cui individua un punto di svolta fondamentale: “Ci fu un tempo in cui la povertà divenne fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della chiesa a ‘proprietà dei poveri’”. Succedeva nell’alto medioevo, quando i vescovi potevano essere scomunicati per l’uso improprio di questo patrimonio. “L’intera società considerava il povero come l’immagine più vicina a quella di Dio, poi le cose cambiarono, e arrivarono leggi che avevano l’obiettivo di governare una situazione complessa”. Allora come oggi, quando il diritto si è occupato di chi non ha niente, e a volte meno di niente, lo ha fatto per proteggere chi ha qualcosa, e più di qualcosa. “Presto, ancora in età medioevale, i poveri smarrirono il riferimento a dio per acquisire il ruolo di peccatori, di parassiti, di esseri antisociali simili al demonio e meritevoli, per questo, di punizione”.

Nel cinquecento si moltiplicarono bandi, leggi e ordinanze contro mendicanti e vagabondi, che aprirono la strada al secolo della “grande reclusione”, com’è stato definito il seicento. Nascevano case di lavoro coatto in cui rinchiudere chi chiedeva l’elemosina, ospizi per anziani senza niente, riformatori per minorenni e ospedali per pazzi. Tra seicento e settecento fecero la comparsa anche le carceri: “Furono create per mendicanti, poveri e prostitute. Il loro scopo principale era quello di mantenere la quiete pubblica e di togliere la miseria dalle strade”.

L’ottocento fu il secolo delle fabbriche, ma anche dello sfruttamento dei contadini che mollavano gli aratri per i torchi e dei bambini sottratti alle famiglie: “C’era una vera e propria tratta dei fanciulli. I mediatori affittavano bambini e li portavano per lo più all’estero a fare lavori umili, pesanti, faticosi, pericolosi”. A metà secolo negli stati sardi diciottomila lavoratori avevano meno di quattordici anni. Negli stabilimenti lombardi quelli tra i sei e i quattordici anni erano cinquantaquattromila. A inizio novecento in provincia di Udine ogni anno circa cinquemila bambini erano mandati a spaccarsi la schiena nelle fornaci tedesche, ungheresi e croate. 
Com’è prevedibile, le due guerre mondiali – e vent’anni di fascismo tra loro – peggiorarono la situazione.

OGGI I POVERI NON SONO TUTTI IN CARCERE, MA TUTTI IN CARCERE SONO POVERI
Negli anni cinquanta “l’11,8 per cento della popolazione viveva in condizioni subumane, una cifra di poco inferiore viveva in condizioni disagiate”, si legge nell’Inchiesta sulla miseria in Italia condotta dalla commissione parlamentare dell’epoca. “Oltre 870mila famiglie non consumano né carne, né vino, né zucchero; oltre un milione consumano quantità minime di zucchero e vino e niente carne”. Tantissimi emigravano dal sud al nord, e a Torino e in altre città erano accolti da cartelli su cui si leggeva: “Non si affitta ai meridionali”. A Genova “sono malvisti dalla popolazione lavoratrice che li accusa di togliere il pane”, scriveva nel 1959 Corrado Alvaro. Nel 1961 Pier Paolo Pasolini denunciava: “Non dimentichiamo che a Torino ci sono delle scritte sui muri che dicono ‘Via i Terroni = Arabi’”. La periferia di Milano – puntellata da baracche costruite da siciliani, abruzzesi e calabresi – fu ribattezzata “Milano Corea”: a qualcuno dovette sembrare appropriato paragonare la guerra di Corea con la situazione di sottoproletari e proletari a Cinisello Balsamo e Bollate.
Con il passare degli anni l’immagine del meridionale povero, pericoloso e portatore di malattie è stata sostituita da quella dell’immigrato straniero: sempre povero, sempre pericoloso e sempre portatore di malattie. Adriano Sofri ne ha colto le conseguenze in Beati i poveri in spirito (con Gianfranco Ravasi, Lindau 2012): “L’ultimo arrivato è dunque anche l’ultimo per importanza. Ha occupato il gradino più basso, e ne ha sloggiato l’occupante precedente. È quello che succede con i migranti, con gli stranieri. Per prendersi un posto devono spingere via quelli che incontrano, e quelli che incontrano sono gli ultimi. Prendersi un posto, non è un’espressione metaforica. È letterale. Può essere una coperta sporca o un giaciglio di cartoni nella nicchia di un atrio di stazione, di un portico di città. Può essere l’angolo di un capannone in rovina”. E spesso è il letto di una cella.
Oggi i poveri non sono tutti in carcere, ma tutti in carcere sono poveri. Dietro le sbarre ci sono quasi quattromila persone condannate a pene inferiori a due anni, cioè per reati irrisori. Circa un terzo dei 56mila detenuti c’è finito per aver violato la legge sulla droga: e per quanto la tentazione di qualcuno sia quella di farli passare tutti per narcotrafficanti, la realtà è che, come scrive l’associazione Antigone, “la sostanza più utilizzata e punita è la cannabis”. Molti non reggono, come dimostra il fatto che nel 2022 si sono uccisi 84 detenuti. Uno degli ultimi è stato un ragazzo che da pochi giorni era in cella a Torino, arrestato per aver rubato un paio di cuffie.
Come nel settecento, il carcere è ancora il fondo del pozzo in cui è spinta la povertà. Secoli di storia insegnano che a confinarcela sono spesso paure indotte e ansie collettive. Sentimenti che diventano pregiudizi, pregiudizi che danno vita a leggi, leggi che modellano la realtà. È un paradigma che va rovesciato, insieme alla concezione della povertà come un insieme immutabile di persone che oscillano tra l’ozio e la criminalità. Le storie singole mostrano che oggi si diventa poveri più spesso di quanto non lo si nasca; che si può uscire ed entrare da questa condizione con facilità, e con una buona dose di dolore; che tra chi è caduto e non riesce a risollevarsi possono esserci il senzatetto ma anche la famiglia, la madre single, l’anziano invalido a cui non basta lavorare o ricevere una pensione.

Capire che il quadro è così sfaccettato può aiutare a immaginare soluzioni in grado di rompere con il passato. In alcune città italiane si sperimenta con successo un’alternativa ai dormitori per i senzatetto: a chi vive per strada si dà subito una casa e gli si costruisce intorno una rete di assistenti sociali, medici e volontari per aiutarlo a risollevarsi. L’esperienza dimostra che funziona, e che ha costi minori per lo stato.
In molti paesi le droghe leggere sono depenalizzate, sottraendo soldi e manovalanza alle mafie che le gestiscono, ed evitando a molte persone di finire in carcere per il loro uso o lo spaccio. I corridoi umanitari aiutano chi scappa da situazioni infernali ad arrivare in Italia senza essere risucchiato dall’illegalità, e spesso da piccoli crimini. Le misure come il reddito di cittadinanza vanno migliorate e non affossate. Le alternative vanno incoraggiate e non scoraggiate.
Ancora una volta, lo si può dire meglio con la letteratura, in questo caso prendendo in prestito i versi di una poesia di Stig Dagerman: “Un giorno all’anno si dovrebbe immaginare / la morte chiusa in una scatoletta bianca. / A nessuna illusione si dovrebbe rinunciare, / nessuno morrebbe per quattro dollari in banca.// (…) Nessuno vien bruciato all’improvviso / e nessuno per strada ha da crepare”. Un giorno all’anno è poco, si dirà: può darsi, ma se così fosse è uno sforzo che tutti potrebbero fare. Non una rivoluzione, un inizio.
*(Fonte: L’Essenziale, di Giuseppe Rizzo, Giornalista cura le inchieste e i reportage pubblicati sul sito del settimanale.)

 

06 – Gabriella De Rosa*: COVID, OMS: CRESCE LA VARIANTE KRAKEN ANCHE IN EUROPA. L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ HA DICHIARATO CHE LA VARIANTE DEL COVID KRAKEN SI STA DIFFONDENDO ANCHE IN EUROPA.
La nuova variante del Covid, chiamata Kraken, che ha preso piede negli Stati Uniti, dove il 40% dei casi fanno capo a questa variante, ora si sta diffondendo rapidamente anche in tutta Europa. “I casi di questa variante rilevati nella regione europea sono ancora pochi, ma in aumento”, ha annunciato oggi Hans Kluge, il direttore dell’Oms Europa.
L’Oms assicura che sta valutando l’eventuale impatto di questa nuova variante ma premette che è prematuro ogni allarmismo. Però raccomanda di rafforzare le misure di sequenziamento e ha esortato i paesi che hanno allentato le misure di tracciamento e contenimento del virus di ripristinarle portando ad esempio paesi virtuosi come Germania, Francia, Danimarca e Regno Unito.

CONTROLLO E PREVENZIONE: NIENTE ALLARMISMI
Arriva anche la raccomandazione dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Ecdc, la cosiddetta Kraken potrebbe avere “un effetto crescente sul numero di casi Covid nell’Ue, ma non entro il prossimo mese perché la variante è attualmente presente solo a livelli molto bassi”. Secondo le ultime rilevazioni la variante Kraken è stata individuata in Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna e Svezia, sempre con numeri esigui.
Dato il basso numero di casi, l’Ecdc rimane ancora molto cauta. Per fare ulteriori valutazioni bisognerà aspettare. Nel frattempo raccomanda il tracciamento e la prevenzione ai paesi. Il motivo principale, come ha sottolineato Kluge, è che “dopo tre anni di pandemia non possiamo permetterci ulteriori pressioni sui nostri sistemi sanitari. Tale minaccia potrebbe provenire da una nuova variante, ovunque e in qualsiasi momento, nell’Asia centrale o in Europa”.
Nel frattempo continua a preoccupare la situazione in Cina e restano i dubbi su eventuali impatti in Europa e in altre parti del mondo.
*(Fonte: News al Mondo. Gabriella De Rosa, giornalista, linguista specializzata nella comunicazione giuridica e politica.)

 

07 – Il Paradosso.
Tommaso Di Francesco*: ARMI ALL’UCRAINA, IL CASO PARADOSSALE DI LUCIO MALAN, CAPOGRUPPO AL SENATO DI FRATELLI D’ITALIA LA «MIMETICA» DEI PUTINIANI IN PARLAMENTO. TRA I TANTI PARADOSSI CHE CI È DATO VIVERE, UNO IN PARTICOLARE COLPISCE. PERCHÉ CHI RIFLETTE SULL’INVIO DI NUOVE ARMI ALL’UCRAINA DI FRONTE ALLO STALLO SANGUINOSO DEGLI ESERCITI, UNO AGGRESSORE […]

Tra i tanti paradossi che ci è dato vivere, uno in particolare colpisce. Perché chi riflette sull’invio di nuove armi all’Ucraina di fronte allo stallo sanguinoso degli eserciti, uno aggressore l’altro che si difende, che pretenderebbe – come suggerisce il capo di stato maggiore Usa Mark Milley – a questo punto non una nuova escalation bellica con armamenti sospesi tra difesa ed offesa, ma una risposta internazionale che assuma con forza i contenuti di un possibile negoziato di pace; chi riflette sulla spirale della guerra che coinvolge noi che abbiamo in Costituzione il ripudio della guerra per la risoluzione delle crisi internazionali; chi vede nella crisi evidenti responsabilità della Nato ma senza per questo giustificare la sanguinosa guerra di Putin contro i civili; chi dice tutto questo, al di là di strumentali speculazioni al limite dell’idiozia, non è né è mai stato putiniano.

Considerando infatti Putin nient’ altro che uno spregiudicato sovranista-nazionalista che pesca nel torbido del passato zarista grande-russo e che, se ha risollevato il suo popolo dall’implosione dell’Urss, ora lo ha cacciato dentro una avventura criminale e suicida. I putiniani veri stanno invece dall’altra parte, nella destra e destra estrema che ormai, purtroppo ci governa. Non parliamo solo del legame «storico», da import-escort, tra Berlusconi e Vladimiro.

Né dei tentativi di Salvini e della Lega di avere un monumento se non sulla Piazza Rossa almeno nell’hotel Metropol di Mosca, o di Giorgia Meloni che si sperticava in complimenti a Putin per la rielezione, la quarta, a presidente come «inequivocabile volontà del popolo russo», né di quella destra fascista che nel 2014 a Roma affisse manifesti di un Putin marinaio-macho che più duro non si può.
Parliamo del senatore Lucio Malan, nientemeno che capogruppo al Senato di Fratelli d’Italia, del quale ieri in Senato abbiamo sentito le «limpide» ragioni dell’invio di nuove armi all’Ucraina. Strane ragioni. Perché il senatore Malan, prima in Crimea nel 2014 e poi nel Donbass nel 2015 ha guidato la delegazione italiana di sedicenti Osservatori internazionali – «invitati dal Donbass» e da Mosca – che hanno suffragato le elezioni che proclamavano le due indipendenze, più «spendibile» la prima, provocatoria la seconda. Perché, dopo gli accordi di Minsk – che prevedevano una autonomia del Donbass all’interno dell’Ucraina – rappresentava una forzatura indipendentista.
Poroshenko a Kiev mise al bando per questo tutti gli «osservatori» che avallarono quel voto. Ora Malan, bandito a Kiev, arrivato a Fratelli d’Italia da Forza Italia- il partito è cambiato, ma la «nazione» e soprattutto l’onorevole è sempre quello – si strappa le vesti per nuove armi all’Ucraina.
Qualche domanda è lecita.
DELLE DUE L’UNA: O VALE L’OSSERVATORE DI IERI O L’ARMAIOLO DI OGGI? OPPURE MALAN STA SEMPLICEMENTE BOMBARDANDO SE STESSO.
*(Fonte: Il Manifesto, Tommaso Di Francesco è un poeta, giornalista e scrittore italiano)

 

08 – Valerio Romitelli*: (Neo)fascismo e antifascismo, oggi* . LA FRASE CON CUI MARX NE IL 18 BRUMAIO DI LUIGI BONAPARTE RIPRENDE E RETTIFICA HEGEL PER MISURARE LE DIFFERENZE TRA NAPOLEONE E IL SUO NIPOTE NAPOLEONE III È ARCINOTA: “I GRANDI FATTI E I GRANDI PERSONAGGI DELLA STORIA UNIVERSALE SI PRESENTANO, PER COSÌ DIRE, DUE VOLTE (…) LA PRIMA VOLTA COME TRAGEDIA, LA SECONDA VOLTA COME FARSA”.

1. Ci si azzarderà allora a sostenere che la Meloni è la farsa di Mussolini? Il suo governo la caricatura di quello formato dall’allora futuro Duce nell’ottobre di cent’anni fa? Non esageriamo. Nell’ottobre scorso, 2022, il senatore Scarpinato[1] in un memorabile discorso[2] al parlamento ha messo i puntini sulle i. La tradizione che il governo Meloni incarna non è esattamente il fascismo, ma il neofascismo. Questa precisazione è decisiva. A partire da essa si spiegano molte cose.

Si spiega lo sbaglio colossale di tutti coloro più o meno “rosso-bruni” che hanno intravisto in questo governo una qualche possibile protezione nazionalista di fronte alle perversioni della globalizzazione neo-liberale. Si spiega perché questo governo non lasci la ben minima speranza a qualsiasi pur vaga nostalgia per l’autarchia degli anni Trenta. Si spiega come mai la leader di Fratelli d’Italia non abbia dimostrato alcuna riserva critica rispetto alla fedeltà atlantista che il governo precedente, l’indecorosa ammucchiata attorno all’ineffabile Draghi, aveva eretto a suo vessillo principale. Si spiega perché nel prossimo avvenire nulla possa moderare l’adesione italiana alle politiche europee di sostegno sistematico, fatto di armi e soldi, al governo Zelensky. Si spiega fino a che punto la sottomissione italiana ed europea alle strategie di guerra americane sia confermata e proiettata ad oltranza, costi quel che costi[3].

Cosa vuol dire infatti che il governo attualmente in carica “da noi” si situa nel solco del neofascismo piuttosto che fascismo? Vuol dire che, se il fascismo di un secolo fa era stato (ahinoi!) un fenomeno comunque autoctono, deciso e strutturato dalle lotte sociali e politiche interne al bel paese, non così è stato per il neofascismo, né così è per il governo Meloni.

Chi sono stati infatti e cosa hanno fatto i neofascisti nel secondo dopoguerra italiano? Non solo e non tanto hanno militato per tenere viva la nostalgia per il Ventennio del Duce, ma hanno sopratutto tenuto fede ai sentimenti più primari che avevano dato vita allo stesso fascismo propriamente detto, quello che aveva fatto i primi passi nel corso del “biennio rosso”. Sentimenti primari che andavano dall’antisocialismo e dall’anticomunismo più viscerali all’odio sistematico per ogni visione e lotta “di classe” intese in senso marxista. Il tutto galvanizzato dal rilancio dell’ideologia bellicista, già diffusasi nel corso della Grande Guerra. È proprio seguendo questa ostilità militaresca verso qualunque gradazione del “rosso”, ma in un’Italia e un’Europa oramai completamente sotto tutela angloamericana, che i neofascisti nella loro maggioranza hanno finito per collaborare coi servizi segreti delle potenze anglosassoni, rafforzandone l’egemonia tramite quegli attentati, trame, complotti depistaggi, assassini singoli o di gruppo, eccellenti o ignoti che hanno fatto la ben nota ma sempre faticosamente e solo parzialmente riconosciuta “strategia della tensione”. Strategia da “guerra fredda” il cui unico senso stava nel fungere da opera di “contenimento” di quel comunismo dilagato nel frattempo in tutto il mondo proprio ad est dell’Italia e dell’Europa, nonché presente “da noi” col più corposo partito comunista di tutto l’occidente capitalista.

Questo il succo desumibile dall’ammirevole e coraggioso, quanto sintetico discorso dell’onorevole Scarpinato, di cui è consigliabile l’ascolto onde anche tarare l’interpretazione qui fornita.

2. Tutto ciò non vuol comunque dire che il governo Meloni sia da considerare un governo fantoccio, le cui fila sono tirate da Washington. Ma vuol dire che lungi dallo spezzare o anche solo attenuare i condizionamenti globali subiti dai precedenti governi, l’attuale non promette alcuna discontinuità di rilievo.
Capitalismo sì sempre abbastanza ricco, nonostante tutto, ma anche sempre più disperso di altri, quello italiano pare quindi tutt’oggi destinato a restare quello che è sempre stato dal dopoguerra in poi: dotato di una potenza di secondo grado rispetto alle strategie globali, specie quelle decise dall’imperialismo yankee, per quanto declinante, sempre a capo del mondo.
Se novità ci saranno col governo Meloni, ciò dipenderà dal mutato “spirito del tempo” a livello globale. Spirito del tempo che pare caratterizzato anzitutto dalla conversione delle democrazie liberali ad immagine americana, in democrazie, sì sempre fondamentalmente neoliberali (specie sui luoghi di lavoro e nelle amministrazioni pubbliche al loro interno), ma anche e soprattutto sovraniste, specie in politica estera: aventi come ideale nelle relazioni internazionali, non più tanto il libero scambio di mercato, né l’impegno per una democratizzazione universale, ma la gelosa e intransigente difesa di una supposta identità etnica occidentale, sempre più esagitata e posseduta da una ostilità irriducibile nei confronti dei due maggiori concorrenti orientali Russia e Cina.

Chiaro esempio delle conseguenze di un simile contesto viene dalla Polonia. Se questo paese infatti, prima della invasione russa dell’Ucraina, si trovava non di rado criticato per il suo lacunoso rispetto dei valori democratici e liberali, dopo tale invasione pare essersi scagionato da ogni critica solo grazie all’impegno profuso nell’appoggiare la reazione militare di Kiev contro le truppe di Mosca. Ecco dunque un fatto caratteristico della presente epoca di sovranismo dilagante: il fatto che priorità obbligatoria nell’agenda di ogni governo occidentale sta nell’esibire la più ferma convinzione nel partecipare alla guerra verso l’oriente, oggi contro Putin, domani forse contro Xi Jinping. Se quindi, come pare, il governo Meloni perseguirà senza tentennamenti su questa via, si può stare certi che il suo background più o meno fascistoide sarà sempre meno problematico per l’Ue e la Nato.

3. Può allora insorgere la domanda: se questo background incide così poco sulle strategie del capitalismo italiano e occidentale non hanno forse ragione i commentatori che ne banalizzano la particolarità ideologico-politica di estremissima destra, anziché perdere tempo a scandalizzarsi, denunciarlo e provare soppesarne le conseguenze? Questa è in effetti la più certa conclusione cui si giunge se si crede che i destini del mondo siano sempre integralmente decisi dalle “operazioni del capitale” e le eventuali lotte contro di esse. Il discorso può prendere invece un’altra piega se si pensa che anche le ricerche e le sperimentazioni di alternative al capitalismo abbiano contato e possano sempre contare nel condizionare i destini del mondo.

È sotto questo profilo che l’andata al governo di Fratelli d’Italia appare in tutta la sua disastrosa rilevanza. Disastrosa rilevanza che chiama in causa un orientamento che dal secondo dopoguerra ad oggi ha enormemente condizionato simili ricerche e sperimentazioni in Italia. Si tratta ovviamente dell’orientamento antifascista. Di quell’orientamento antifascista che di fronte all’immagine della Meloni a palazzo Chigi non può non riconoscere una considerevole sconfitta. Così considerevole che se non viene discussa e rielaborata adeguatamente rischia di trasformarsi una disfatta di lunga durata. È ben noto infatti che una volta superato un tabù, la tentazione di far saltare ogni altro limite può divenire incontenibile.

Sì perché in tutta la storia dell’Italia repubblicana non è forse stato uno dei più solidi tabù anche solo la vaga idea che dei fascisti comunque travestiti potessero tornare al potere? Come non prendere atto che per quanto contrastato l’antifascismo dal 1945 ad oggi è stato uno dei primi, se non il primo orientamento culturale e politico di tutte le istituzioni pubbliche italiane? Come non sorprendersi che dopo più di settant’anni di tale egemonia sia proprio il suo nemico dichiarato a conquistare il potere di governo? Come non chiedersi se, dato un simile risultato clamorosamente negativo, non ci sia stato qualcosa di profondamente equivoco in tutto il discorso antifascista?

4. Senza pretendere affrontare le enormi questioni connesse ad un tale doveroso quanto spinoso bilancio limitiamoci qui solo a qualche osservazione schematica per così dire di metodo.

Da quando l’antifascismo esiste (diciamo dal Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925 promosso da Benedetto Croce) esso è stato la posta in gioco tra differenti visioni, tra le quali due prevalenti.

A) Da un lato, la visione moderata, liberal-democratica, favorevole al capitalismo, che critica e combatte il fascismo proprio in quanto antidemocratico, illiberale, più protezionistico che aperto al libero mercato, ma che (come fece Churchill e la maggior parte dei successivi primi ministri britannici assieme a tutti i presidenti americani a partire da Truman) lo considera “utilizzabile” in casi di “pericoli” supposti più gravi, quali il comunismo o oggi i “dispotismi orientali”, Russia e Cina in testa.

B) Dal lato opposto, la visione più “intransigente”, “di classe” e alla ricerca di alternative al capitalismo, che critica e combatte il fascismo in quanto una delle peggiori forme di governo dello stesso capitalismo (come teorizzò Togliatti nel 1935 a Mosca, ammettendo però poi una vasta gamma di compromessi).

Ora, queste due visioni A) e B) si sono contrastate apertamente durante l’epoca della “Guerra fredda” e i “Trent’anni gloriosi”, tra il 1945 e il 1975, quando il comunismo era egemone in mezzo mondo e puntava a dilagare nell’altra metà, nonostante le politiche di “contenimento” da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, i quali appunto ricorsero al reiterato utilizzo di neo fascisti per scopi terroristici.

Dagli anni Ottanta però la visone B ha perso quasi ogni supporto istituzionale, data la perdita di credibilità di tutti regimi a direzione comunista, il crollo dell’Urss e l’adeguamento al capitalismo della Cina. Cosicché a difendere effettivamente questa visione da allora in poi sono rimasti solo movimenti più o meno antagonisti e alcuni intellettuali di prestigio internazionale.

Il tutto mentre invece la visione A ha conosciuto il suo massimo trionfo, supportando quella che è stata giustamente chiamata l’”epoca della democrazia”, durante la quale la specificità stessa dell’analisi critica e del contrasto al fascismo è stata dispersa a profitto della identificazione di una categoria (fino agli anni Cinquanta inedita in tutta la storia del pensiero politico) designante il nuovo nemico ideologico delle democrazie con a capo quella americana. Sarebbe a dire quel “totalitarismo” che si suppone contenga e omologhi ogni forma di fascismo, nazismo e comunismo. Si è dunque avuta così una conversione di questa visione liberal-democratica dell’antifascismo in antitotalitarismo. Conversione, la quale ha di fatto comportato la moderazione di ogni condanna del neofascismo, come quello di cui la Meloni è erede. È dunque anche da qui che viene una delle ragioni del suo successo.
La bruciante domanda che resta aperta è quindi, in conclusione: come non lasciare estinguere la visione più militante, anticapitalista dell’antifascismo, proprio ora che i neofascisti sono al potere e paiono persino aumentare i loro consensi? Di sicuro, vano non sarebbe adoperarsi per smascherare tutte le equivocità non solo della tradizione liberal democratica dell’antifascismo, ma anche della sua più recente conversione in antitotalitarismo. E vano pure non sarebbe ripensare la tradizione di classe, anticapitalista dell’antifascismo, per farla riemergere dall’emarginazione politica e culturale che ha subito a partire dagli Ottanta in avanti.
* (Questo articolo è anche sulla rivista on line Machina-DeriveApprodi . Valerio Romitelli*, ha insegnato e fatto ricerche in università italiane e straniere. Sue discipline: Storia delle dottrine politiche, Storia dei movimenti e dei partiti politici e Metodologia delle scienze sociali. Attualmente tiene un seminario di Antropologia Politica presso l’università di Bologna.)
Note
[1] Ex magistrato e senatore per il Movimento 5 stelle.
[2] https://www.youtube.com/watch?v=oNabMzqHvH8
[3] Se l’astensionismo alle ultime elezioni è risultato così alto non è da escludere che ciò sia accaduto anche perché Fratelli d’Italia si è presentato meno nazionalista e più europeista e atlantista di quanto le opinioni più critiche rispetto alla globalizzazione e all’egemonia americana potevano sperare.

 

09 – Laura Carrer*: IN CINA LE CELEBRITÀ VIRTUALI VANNO ALLA GRANDE. IL LISTINO PREZZI SI AGGIRA TRA I 2800 E I 14.000 DOLLARI L’ANNO, E IL MERCATO È RADDOPPIATO DAL 2021.
LA PIÙ FAMOSA SI CHIAMA LUO TIANYI, HA LUNGHI CAPELLI VIOLA E GRIGI, OCCHI VERDI E SI È ESIBITA ALL’EVENTO DI INAUGURAZIONE DEI GIOCHI OLIMPICI DI PECHINO LO SCORSO ANNO. La pop star basata sul sistema operativo Windows è “nata” dieci anni fa dallo sviluppatore Bplats, di proprietà di Yamaha corporation, e attraverso un software per la sintetizzazione della voce chiamato Vocaloid è ormai così celebre da avere quasi 3 milioni di fan nel paese. Canta e si esibisce partendo dall’input vocale che al tempo della creazione le fu associato: quello della famosa cantante e attrice cinese Shan Xin.
Nella terra del dragone quello degli esseri umani digitalizzati è un settore sempre più rilevante, e coinvolge molte grandi aziende tecnologiche in settori di mercato diversi. Il servizio clienti e l’intrattenimento sono alcuni, forse tra i più prevedibili, ma non gli unici: l’azienda Baidu ha dichiarato che i costi di creazione di una persona digitale tridimensionale sono diminuiti di circa l’80% nell’ultimo anno, motivo per il quale si è allargata grandemente la pletora di acquirenti. Società di servizi finanziari, content creator, amministrazioni pubbliche, finanche città intere. Nel piano di azione della città di Pechino per esempio si parla chiaramente di promozione dell’innovazione e dello sviluppo dell’industria umana digitale, al fine di digitalizzare ancora di più di quanto già è l’economia (e quindi la produzione).
In una società internazionale altamente digitalizzata e condizionata dalla creazione di contenuti per piattaforme online, le aziende tech cinesi producono persone digitali anche per i marchi in cerca di nuovi portavoce/influencer. Stando ai dati pubblicati dalla società di analisi di mercato cinese Kantar, nel 2022 almeno il 36% dei consumatori di un prodotto aveva visto l’esibizione di un influencer virtuale prima dell’acquisto e il 21% ha dichiarato di aver visto ospiti di questo tipo durante eventi. Il sondaggio rivolto agli inserzionisti ha invece fatto emergere come l’interesse nella sponsorizzazione di eventi attraverso esseri umani digitalizzati sia una chiara direttrice di investimento per l’anno appena iniziato. Le motivazioni non sono solamente legate ad un trend che pare molto redditizio, ma anche nella necessità per i marchi di trovare un’alternativa agli influencer “umani”, che a volte possono essere travolti da scandali personali, avere posizioni contrarie al governo o essere coinvolti in casi di evasione fiscale e di conseguenza danneggiare la reputazione del brand.
In Europa e nel resto del mondo le persone digitali non sono popolari e utilizzate quanto in Cina, ma è ragionevole aspettarsi che prima o poi anche le nostre aziende o amministrazioni pubbliche adotteranno modalità di interazione più evolute dei chatbot presenti attualmente in qualche sito web. Nell’aprile 2020, durante la prima ondata di covid-19, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stretto la prima partnership tra un’istituzione e un influencer virtuale, Knox Frost. Oms si è dichiarata soddisfatta dall’ingaggio, anche se definire il reale impatto di un post sui social di questo tipo è complesso. Un problema comunque rimane, e riguarda il modo in cui si stabiliscono i confini che dovrebbero rispettare tecnologie di questo tipo: come e chi stabilisce, ad esempio, l’eventuale responsabilità nel caso in cui un essere umano digitalizzato utilizzato a scopi di marketing arrechi un danno a persona o violi una legge?

*(a cura di: Laura Carrer, giornalista freelance e ricercatrice. Scrive di sorveglianza di stato, tecnologia all’intersezione con i diritti umani, piattaforme tecnologiche e spazio urbano su IrpiMedia, Wired, Il Post, Il Manifesto e altri.)

 

10 – Grace Brownes*: PAGARE LE PERSONE PER VACCINARSI SEMBRA FUNZIONARE. I RISULTATI DI ALCUNI STUDI SUGGERISCONO CHE GLI INCENTIVI IN DENARO AUMENTANO IL NUMERO DEI VACCINATI SENZA PARTICOLARI CONSEGUENZE NEGATIVE, MA CI SONO DUBBI SUL PIANO ETICO

È un universalmente riconosciuto che i soldi piacciono a tutti. Se c’è di mezzo il denaro, le persone sono generalmente più propense a fare quello che vogliamo, che si tratti di smettere di fumare, tenersi in forma o assumere farmaci.
Quando durante la pandemia i laboratori hanno sviluppato i primi vaccini, i governi hanno iniziato a chiedersi quale fosse il modo migliore per incoraggiare il maggior numero possibile di persone a vaccinarsi contro il Covid-19. I paesi hanno tentato un’accozzaglia di approcci diversi, diffondendo messaggi rigorosi sul tema della salute pubblica, rivolgendosi alle comunità più difficili da raggiungere, chiedendo alle celebrità di promuovere i vaccini e rendendoli obbligatori.
Tra i politici e gli accademici però c’è anche chi ha suggerito di adottare un approccio controverso, riaccendendo così un dibattito spinoso: perché non offrire semplicemente alle persone del denaro per vaccinarsi?

IL RAPPORTO RISCHI-BENEFICI
Chi affronta la questione da un’ottica utilitaristica ritiene che il beneficio pubblico derivante da un aumento dei vaccinati sia superiore rispetto alle controindicazioni. Ma non è detto che offrire denaro sia sufficiente a convincere le persone a compiere una buona azione: al contrario, potrebbe spingerle a pensare che non valga la pena farla senza un incentivo economico. Uno studio del 2000 condotto in Israele ha rilevato che gli studenti delle scuole superiori a cui veniva pagata una piccola commissione per raccogliere denaro a scopo benefico ottenevano in realtà meno donazioni rispetto a quelli che lo facevano gratuitamente: ciò suggerisce che gli incentivi monetari avrebbero un effetto negativo quando si tratta di incoraggiare a fare del bene.

Uno dei timori principali è che i programmi che prevedono incentivi monetari possano avere conseguenze indesiderate a lungo termine. Offrire denaro alle persone affinché facciano una buona azione potrebbe ridurre la loro inclinazione a fare altrettanto gratuitamente in futuro e generare sfiducia. A differenza delle donazioni di sangue o di altri interventi di salute pubblica, i vaccini sono divisivi e la ricerca ha dimostrato che negli studi clinici a pagamento le persone associano pagamenti più elevati a un rischio maggiore. Pagare le persone per vaccinarsi – quando in passato lo si faceva gratuitamente – potrebbe favorire perciò una percezione esagerata dei rischi.

C’è poi la questione morale: gli eticisti evidenziano che per un genitore single in difficoltà economica che ha perso il lavoro durante la pandemia una ricompensa in denaro non ha lo stesso significato che riveste invece per una persona della classe media con un impiego agiato. L’offerta di denaro potrebbe essere vista come una forma di coercizione o di sfruttamento, dal momento che il genitore single non sarebbe nella posizione di rifiutarla. “Una pistola puntata alla schiena funziona, ma sarebbe giusto usarla?”, si chiede Nancy Jecker, professoressa alla University of Washington School of Medicine.

IL NUOVO STUDIO
Queste preoccupazioni vengono affrontate da Florian Schneider, Pol Campos-Mercade, Armando Meier e altri ricercatori in un nuovo articolo scientifico pubblicato su Nature.

Nel 2021 Meier e i suoi colleghi avevano già condotto uno studio randomizzato per verificare se gli incentivi finanziari aumentassero effettivamente il numero di vaccinati. Per la ricerca, pubblicata sulla rivista Science nell’ottobre 2021, Meier e i suoi coautori avevano reclutato in Svezia oltre ottomila persone offrendo a una parte di loro 24 dollari per vaccinarsi nei trenta giorni successivi. I ricercatori hanno scoperto che l’incentivo in denaro ha aumentato la percentuale di persone che si sono vaccinate di circa il 4 per cento. La quota non cambiava significativamente sulla base dell’età, dell’etnia, dell’istruzione o del reddito delle persone coinvolte. Durante la pandemia anche altre ricerche hanno dimostrato l’efficacia degli incentivi finanziari. Meier e i suoi colleghi hanno quindi deciso di sondare nuovamente le stesse persone per verificare se le ricompense in denaro avessero portato a conseguenze negative. Meier, ricercatore presso l’Università di Losanna, non era sicuro di cosa avrebbero scoperto: “La cosa poteva andare in entrambe le direzioni”, racconta.

I ricercatori però non hanno riscontrato nessuna delle temute ripercussioni indesiderate tra le persone che avevano ricevuto soldi per vaccinarsi. Gli incentivi hanno avuto un effetto minimo sulla probabilità che i partecipanti si sottoponessero alla seconda o alla terza dose. Il team non ha nemmeno rilevato una diminuzione nella probabilità che i soggetti coinvolti nello studio del 2021 donassero il sangue o facessero il vaccino antinfluenzale. Per verificare l’effetto sulla moralità, i ricercatori hanno invece chiesto alle persone se avrebbero preferito donare dieci dollari a un ente di beneficenza che promuove le vaccinazioni o tenersi i soldi, e le risposte sono risultate invariate sia tra le persone che avevano ricevuto una ricompensa per il vaccino che tra quelle che l’avevano fatto gratuitamente. Il team ha scoperto anche che l’incentivo finanziario non aveva intaccato la fiducia nei fornitori di vaccini né tantomeno la percezione sulla loro sicurezza ed efficacia.

Per corroborare i risultati ottenuti, i ricercatori hanno integrato lo studio svedese con un altro studio randomizzato svolto negli Stati Uniti, che ha esaminato gli effetti degli incentivi per i vaccini. Nel paese, durante il lancio del vaccino contro Covid-19 diversi stati avevano offerto allettanti ricompense per convincere le persone a vaccinarsi, come la possibilità di vincere un milione di dollari in Ohio, una licenza di caccia nel Maine o una birra gratis nel New Jersey. Il team ha coinvolto oltre tremila persone da dodici stati, dividendole poi in due gruppi, comunicando solo a uno dei due che il proprio stato offriva degli incentivi (il fatto che molte persone non erano a conoscenza dei programmi, che non erano stati molto pubblicizzati, ha reso possibile l’esperimento). Meier e i suoi colleghi hanno appurato che informare le persone sull’esistenza dei programmi di incentivi non ha avuto conseguenze indesiderate.

RISULTATI UNIVERSALI?
Sebbene rinforzino la validità dell’idea di pagare le persone per vaccinarsi quando inevitabilmente emergerà la prossima pandemia, questi risultati non possono essere applicati a livello globale. Ana Santos Rutschman, docente di diritto alla Villanova University negli Stati Uniti ed esperta di leggi e politiche sui vaccini, è scettica sul fatto che i risultati si applichino davvero negli Stati Uniti come in Svezia. Pur essendo entrambi paesi ad alto reddito, la popolazione americana è più eterogenea di quella dell’Europa nord-occidentale per quanto riguarda fattori come l’etnia e la disuguaglianza di reddito: “È un po’ come se fossero mele e pere”, dice la docente. Meier ribatte sottolineando le somiglianze nei dati raccolti nei diversi stati americani; se gli incentivi funzionassero per gli abitanti della progressista California allo stesso modo che in Louisiana, roccaforte repubblicana, questo potrebbe suggerire che le differenze a livello di popolazione non rappresentano un problema.

Allo stesso tempo, Meier riconosce che non è detto che il nuovo articolo scientifico del suo team preveda cosa accadrà in altri paesi. I risultati potrebbero per esempio cambiare in una nazione dove la fiducia nel governo è particolarmente scarsa, o in paesi a basso reddito. Lo studio però partiva con un obiettivo diverso: “Il nostro scopo era quello di avere un articolo che offrisse alcuni strumenti per verificare le conseguenze indesiderate e che facesse da esempio”.

Dibattito aperto
Il ricercatore ammette anche che i dati ottenuti dal team non esauriscono del tutto il dibattito etico che circonda gli incentivi ai vaccini. Nonostante non sia emerso alcun legame evidente tra il reddito dei partecipanti e la probabilità che questi accettassero il vaccino e il pagamento, Meier evidenzia che “solo perché dimostriamo che non sembra esserci coercizione sulla base di questi risultati e con la cifra [offerta, ndr], questo non significa che sia giusto sotto tutti i punti di vista etici”.

Per Jecker esistono metodi di persuasione meno invasivi, ma comunque efficaci, che non prevedono di pagare le persone. Per alcuni gruppi, avere modo di parlare con i leader della propria comunità potrebbe rivelarsi un approccio altrettanto valido, se non addirittura più efficace. Durante un evento estremo come una pandemia globale, tuttavia, potrebbe arrivare il momento in cui la necessità di accelerare la diffusione del vaccino supera i rischi legati agli approcci più decisi.

Quando arriverà quel momento, con ogni probabilità questo dibattito tornerà in primo piano. Ora però abbiamo perlomeno delle prove che dimostrano che offrire alle persone del denaro per fare un vaccino non comprometterà l’integrità della società. Alla prossima pandemia, forse dovremmo farci trovare più pronti a fare un tentativo.
*( Grace Brownes – Questo articolo è comparso originariamente su Wired UK.)

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