n°39 – 1/10/22. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – LAVORO*: donne più precarie e più povere, il 57% ha chiesto il «reddito di cittadinanza» il caso. Le donne giovani sono quelle più a rischio povertà, certifica la ricerca realizzata dall’istituto di ricerca IREF-ACLI sulla disparità di genere e salariale presentata ad Assisi.
02 – On. Francesca La Marca*: 9882 grazie per la fiducia e il sostegno! E ora avanti per garantire pieni diritti a tutti i cittadini italiani all’estero.*
03 – Alfiero Grandi*: Fare le guardie svizzere di Draghi non ha pagato: al Pd servono alleanze
Con questo risultato elettorale è indispensabile che tutte le sinistre politiche, grandi e piccole, decidano un autoesame e individuino i capisaldi della loro posizione politica. Continuare a sottovalutare le destre, la loro vittoria, sarebbe diabolico.
04 – Alfiero Grandi*: Il Pd deve ritrovare le radici di sinistra per riprendersi dalla sconfitta. Tutti i disegni politici sono falliti, chi più chi meno. E’ fallita la vocazione maggioritaria e la strumentalizzazione del voto utile del Pd, Il Movimento 5 Stelle ha avuto una buona affermazione, che però è il 40 per cento del 2018 rendendo difficile opporsi da soli, a partire dai punti che gli hanno riportato voti.
05 – Giuliano Santoro*: Letta lancia il Congresso. «Aperto» e in quattro fasi. EX CAMPO LARGO. Tutto in discussione, anche nome e simbolo. Ma Rosi Bindi attacca: «Sciogliete il Pd»
06 – San Paolo città aperta sfida il clan Bolsonaro. È la forza del Brasile. BRASILE AL VOTO. Verso le elezioni di domenica 2 ottobre. Reportage dalla metropoli più grande del cono sud, nello Stato brasiliano più prospero e popoloso, dove si deciderà l’esito del voto. Clima cambiato. Lula: «Questa è casa mia»

 

01 – LAVORO*: DONNE PIÙ PRECARIE E PIÙ POVERE, IL 57% HA CHIESTO IL «REDDITO DI CITTADINANZA» IL CASO. LE DONNE GIOVANI SONO QUELLE PIÙ A RISCHIO POVERTÀ, CERTIFICA LA RICERCA REALIZZATA DALL’ISTITUTO DI RICERCA IREF-ACLI SULLA DISPARITÀ DI GENERE E SALARIALE PRESENTATA AD ASSISI

Più della metà delle donne under 35 raggiunge In Italia al massimo 15 mila euro di reddito complessivo annuo, contro il 32,5% dei coetanei maschi. Considerando la fascia d’età tra i 30 e 39 anni, ben il 14,5% delle lavoratrici si trova in povertà assoluta rispetto al 6,8% degli uomini; percentuale che sale al 22% se consideriamo anche chi si trova in povertà relativa e al 38,5% per i redditi complessivi fino a 15 mila euro. Lo ha sostenuto Federica Volpi, ricercatrice delle Acli ieri al 54° Incontro nazionale di Studi delle Acli che si sta svolgendo nella Cittadella Pro Civitate ad Assisi dove è stato presentato in anteprima una ricerca dell’Istituto Iref-Acli sulla disparità di genere e salariale.
L’indagine, realizzata nel corso della primaver e dell’-estate del 2022, è stata condotta attraverso un questionario e ha coinvolto 1.060 persone. Le prime analisi mostrano che il differenziale retributivo di genere grezzo, cioè quello calcolato solo rispetto al genere, supera i 30 punti percentuali a svantaggio delle donne.
Durante la pandemia, le donne hanno patito gli effetti più duri della crisi. La ricerca ha beneficiato della possibilità di accedere alle banche dati del Caf Acli e del Patronato Acli, che ogni anno incontrano centinaia di migliaia di persone. Nel 2021 le pratiche aperte per il cosiddetto «reddito di cittadinanza» sono state aperte per il 57,5% dalle donne, 54% hanno fatto richiesto l’effimero «reddito di emergenza» poi abolito. Un’altra conferma della discriminazione subìta dalle donne viene dai dati della Naspi che è stata richiesta dal 61,3% delle donne nel 2021.
*( Fonte: Il Manifesto. Le donne giovani sono quelle più a rischio povertà, certifica la ricerca realizzata dall’Istituto di Ricerca Iref-Acli sulla disparità di genere e salariale presentata ad ad Assisi)

 

02 – On. Francesca La Marca PD*: GRAZIE PER LA FIDUCIA E IL SOSTEGNO! E ORA AVANTI PER GARANTIRE PIENI DIRITTI A TUTTI I CITTADINI ITALIANI ALL’ESTERO
9.882 volte grazie!. Sono profondamente grata agli elettori della ripartizione Nord e Centro America che con il loro voto mi hanno dato la possibilità di conquistare il seggio del Senato.
Un grazie va anche ai connazionali che hanno scelto il Partito Democratico che diventa ora la prima forza politica della Ripartizione, conseguendo il seggio del Senato e confermando uno dei due seggi alla Camera dei Deputati. Un riconoscimento che premia la serietà, l’impegno e i risultati raggiunti in questi anni.
La campagna elettorale è stata breve ed intensa e questo esito positivo non era certamente scontato. Per questo il mio ringraziamento è sincero e commosso. In queste ore sono letteralmente sopraffatta dai messaggi di affetto dei connazionali ai quali sto cercando di rispondere a uno a uno.
Entrerò al Senato della Repubblica forte della fiducia ricevuta e determinata ad onorarla con ancora maggiore impegno. Sarà un sfida importante anche alla luce della riduzione della rappresentanza estera.
Il mio messaggio elettorale è stato “Sarò la vostra voce al Senato della Repubblica italiana”. Ebbene, questa è la promessa che rinnovo ai connazionali, senza distinzione di orientamento politico. Sarò la rappresentante di tutti per garantire pieni diritti a tutti i cittadini italiani all’estero.
Infine, vorrei condividere questo importante risultato con tutte le persone che mi hanno accompagnato con generosità ed entusiasmo in questa campagna elettorale. Un ringraziamento sincero agli amici, ai collaboratori, alle associazioni, ai conoscenti e ai comitati elettorali spontanei che hanno concorso a questa vittoria.
*(On. Francesca La Marca (PD)

 

03 – Alfiero Grandi*: FARE LE GUARDIE SVIZZERE DI DRAGHI NON HA PAGATO: AL PD SERVONO ALLEANZE. CON QUESTO RISULTATO ELETTORALE È INDISPENSABILE CHE TUTTE LE SINISTRE POLITICHE, GRANDI E PICCOLE, DECIDANO UN AUTOESAME E INDIVIDUINO I CAPISALDI DELLA LORO POSIZIONE POLITICA. CONTINUARE A SOTTOVALUTARE LE DESTRE, LA LORO VITTORIA, SAREBBE DIABOLICO.
Tutti possono contribuire ad una rinascita della sinistra. Continuare a sperare di risolvere problemi politici con la costrizione a votare il meno peggio dell’offerta politica non funziona più, se mai ha funzionato.
LETTA RIPERCORRE GLI ERRORI DI VELTRONI
Nel 2008 ci ha provato Veltroni, prosciugando le forze minori, ma senza riuscire a far vincere il PD. Nel 2022 ci ha provato Letta con risultati ancora peggiori. Ormai quelli che si sentono costretti a votare il meno peggio sono scomparsi, semmai gonfiano l’astensione.
I meccanismi istituzionali ed elettorali sono cruciali per costruire il corpo dei decisori (nella nostra Repubblica il parlamento) perché le sue scelte riguardano la vita di tutti noi.

Dalla pace al lavoro, dai diritti all’ambiente, ecc.: le scelte politiche dipendono dalla composizione del Parlamento, dalla maggioranza che si forma, quindi è stato un grave errore non occuparsi per tempo della legge elettorale, di modifiche mirate alla Costituzione per correggere errori, come l’autonomia regionale differenziata che minaccia l’unità nazionale.
Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale aveva sperato che l’arrivo di Letta alla segretaria del Pd portasse novità. Malgrado incontri, suggerimenti, proposte abbiamo constatato la non volontà o l’impossibilità di portare i gruppi parlamentari del Pd ad affrontare seriamente l’urgenza di una nuova legge elettorale proporzionale, in grado di dare agli elettori la scelta su chi eleggere in Parlamento.

EPPURE LA CRISI DEI GOVERNI CONTE 1 E CONTE 2 AVEVA CHIARITO CHE C’ERA IL RISCHIO DI ELEZIONI ANTICIPATE E CHE LA CRISI DEL GOVERNO DRAGHI AVREBBE PORTATO DIRITTO AL VOTO ANTICIPATO, COME È AVVENUTO.
I lamenti postumi verso una legge elettorale che non è stata cambiata quando era possibile sono sembrati una beffa. Non ci volevano doti divinatorie per capire i pericoli, ma nulla si è mosso.

PANE, PACE E AMBIENTE
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La destra ha vinto anzitutto per la rinuncia a mettere in campo un’alternativa credibile, unitaria, o per lo meno a utilizzare la pessima legge elettorale vigente nel modo migliore, come invece ha fatto la destra.
La destra ha galvanizzato i suoi elettori, avanzando poco in cifra assoluta sul 2018. Mentre la possibile alternativa alle destre si è divisa ed è stata battuta malamente e l’astensione dal voto è cresciuta di quasi il 10%, portando la percentuale del non voto al record del 37 %.

Ora è indispensabile che il Pd faccia quanto non ha fatto dopo le dimissioni di Renzi dal governo, poi dal partito. Era sbagliato dire che il Pd era guarito dal renzismo, senza farci i conti non si esce dai giochi opportunistici e di potere. Cos’è il renzismo? Una deriva opportunistica, di potere ad ogni costo, di rinuncia a rappresentare il tradizionale elettorato sociale della sinistra (Jobs Act insegna). Certo, il lavoro non è l’unico referente sociale ma dovrebbe essere quello naturale e con esso la parte di società che oggi non ha potere, è condannata dentro una bolla di subalternità e di drastico peggioramento delle sue condizioni di vita.

Draghi non poteva essere la soluzione. Tanto più che le sinistre nella maggioranza di governo non sono state in grado di rappresentare i problemi della parte che dovrebbe rappresentare per il vecchio principio che le classi dominate debbono aspirare a diventare dominanti. È curioso che alcuni dei temi decisivi che riguardano il lavoro e le aree sociali più deboli, i giovani siano stati posti dal Pd che era al governo da anni nel momento in cui è avvenuta la crisi del governo Draghi.
Ridursi al ruolo di guardia svizzera di Draghi non ha pagato.

È risultata evidente una contraddizione: se una maggioranza di destra costituisce una minaccia per la democrazia e la Costituzione, si doveva puntare all’alleanza più larga possibile per bloccarne la vittoria. Altrimenti gridare al lupo al lupo è inutile e controproducente. Peggio ancora, se a questo si accompagna la polarizzazione Letta-Meloni, perché una scelta contraddice l’altra e il dualismo legittima l’avversario.

Si è insistito nel considerare la crisi del governo Draghi uno spartiacque e la responsabilità è stata attribuita a Conte, ma in realtà Draghi, come ha ricordato Cassese, non ha accettato un confronto sui 9 punti che avrebbe potuto risolvere il contenzioso con i 5 Stelle.

È evidente che solo includendo il più possibile e dandogli una solida base costituzionale si poteva dare il senso di una coalizione alternativa, ma questa scelta – pur proposta con insistenza da varie parti – non è stata accolta. La Costituzione avrebbe motivato una scelta di larga alleanza.

La scelta di rinunciare ad una alleanza larga, almeno nell’uninominale, è stata un grave errore che ha lasciato la destra, pur piena di contraddizioni, sola in campo a delineare una maggioranza per governare egemonizzata da Fratelli d’Italia, che era fuori dal governo Draghi.

La frittata è servita. Non ci si riprenderà da questo esito senza tornare ai fondamenti, alle ragioni su cui rifondare la sinistra. Ci vuole tempo per un discorso più completo. Iniziamo da tre problemi.

L’alternativa tra pace e guerra, la crisi del clima ed energetica, la Costituzione. La sinistra deve iniziare da qui. Alla pace non c’è alternativa. Se non vogliamo che le persone vivano nel terrore dell’olocausto nucleare occorre fermare l’escalation della guerra in Ucraina e la rincorsa agli armamenti, nucleare compreso.
L’aggressione russa all’Ucraina è purtroppo la realtà, ma non giustifica che le proposte di tregua, di avvio di trattative di pace, di convocazione di una conferenza internazionale di pace vengano ignorate e si insista in una guerra senza neppure definirne gli obiettivi. Le sedi internazionali vanno rivitalizzate, i Paesi e le personalità che possono dare un contributo attivati, a partire dal Papa, in modo da avviare i confronti. Se la soluzione fosse semplice non ci sarebbe bisogno di parlarne.

L’Ucraina sta cercando di dimostrare che la sua guerra è nell’interesse di tutti, di fare coincidere il suo punto di vista con quello della Nato e dei paesi europei, ma è solo un sillogismo, perché non è così. L’Ucraina ha diritto a difendersi, va aiutata, ma deve comprendere che lei stessa ha interesse ad una soluzione pacifica, che la guerra senza fine può portare solo guai peggiori. Soprattutto le sue decisioni non possono essere automaticamente impegnative per tutti e quindi non può decidere scelte che possono precipitare il mondo nell’olocausto nucleare.
Affermare che deve decidere l’Ucraina sulle condizioni per la pace è una sciocchezza. La pace mondiale e evitare l’olocausto nucleare sono materie che non sono nella disponibilità di nessuno, neppure dell’Ucraina, per quante valide ragioni possa vantare. La trattativa e la pace sono obiettivi da cui nessuno può derogare. Questo capitolo deve essere scritto ora prima che sia troppo tardi.
Tanto meno si può definire un futuro sistema di relazioni mondiali fondate sull’obiettivo di fare cadere governi e regimi. Iraq docet. Dovremmo avere capito che la democrazia non si esporta con i cannoni. Dovremmo ricordare che ci sono state guerre tremende, invasioni, distruzioni, cambiamenti di regimi politici giustificati da veri e propri falsi come la provetta del Ministro americano Powell, al fine di giustificare l’invasione dell’Iraq.

DISARMO E DINTORNI
Del resto basta guardare a quanto è accaduto nella ricerca di alternative al gas russo, i nuovi fornitori non sono tutti campioni di democrazia, che non può essere uno riferimento a corrente alternata. In alcuni casi può giustificare invasioni, in altri viene dimenticata come nel caso del Saudita Bin Salman, pressoché perdonato per il crimine Kasoggi. Si potrebbe ricordare anche il caso Regeni.
Coesistenza dei regimi politici, incoraggiamento pacifico della democrazia, accordi di pace e di disarmo tra diversi sono gli obiettivi fondamentali per evitare la corsa verso l’abisso nucleare di cui i principali protagonisti (Usa e Russia) parlano con troppa leggerezza. Cina e India, Sud Africa e Brasile sono solo alcuni dei paesi che possono svolgere un ruolo internazionale attivo.
Riprendere l’obiettivo del disarmo, a partire dalle armi nucleari è la priorità. In questo l’Europa deve cambiare completamente ruolo, se l’Ue è una parte della Nato non c’è bisogno di un esercito europeo, altrimenti occorre valorizzarne il ruolo autonomo dalla Nato, la cui proiezione fuori dall’Europa è ormai troppo sbilanciata, preoccupante. La coalizione a sostegno dell’Ucraina voluta dagli Usa non segue né i confini, né il ruolo della Nato e mescola cose diverse. L’Unione europea deve riprendere una sua autonoma iniziativa.

Cambiamento climatico ed energia si intrecciano con la questione pace. La guerra ha guastato il clima di cooperazione internazionale sul clima che ancora un anno fa sembrava possibile e le scelte energetiche che ne sono una parte fondamentale ne sono la conferma.
Certo la guerra impone di trovare nell’immediato soluzioni per quanto riguarda il gas e le altre energie fossili che non possono essere abbandonate immediatamente, ma la transizione dovrebbe essere la più rapida possibile, con una scelta di fondo verso le rinnovabili. Manca invece in modo preoccupante un piano, un impegno straordinario per puntare sulle energie rinnovabili, a tappe forzate. Il limite evidente del governo Draghi è che non ha impostato una strategia per realizzare a tappe forzate la svolta energetica, con tutte le conseguenze. Bene che Enel abbia investito nella produzione di pannelli FTV innovativi ma non è ancora un piano per produrre quanto è necessario al nostro paese. Bene che si sviluppino sistemi di accumulo ma ancora non è chiaro se la notizia di una nuova tecnologia italiana che renderebbe il nostro paese indipendente ed autonomo, senza ricorso alle risorse oggi note, sia effettivamente all’altezza delle promesse. Il Governo non ha parlato in proposito, non ha presentato un piano. Per costruire un piano occorre fare una proposta di insieme, dalle materie prime come l’acciaio per produrre le pale eoliche fino alla loro installazione in mare aperto e nelle zone ancora possibili, con tempi brevi anche di allaccio e tecnologie avanzate. Tutti i settori delle rinnovabili debbono essere coinvolti, programmati, realizzati in tempi record. Cingolani non lo ha fatto.
SENZA TRASCURARE L’IDROGENO, DA PRODURRE CON ENERGIA VERDE, CHE COSTITUISCE UNA VALIDA ALTERNATIVA AL DIESEL E AL GAS.
In definitiva si tratta di definire un progetto di futuro da realizzare, con una particolare attenzione al controllo severo sui prezzi che si muovono sempre di fronte a nuovi investimenti, ormai dovremmo averlo capito.
Pace, clima, Costituzione dovrebbero essere i punti iniziali per costruire la coalizione delle sinistre che vogliono cambiare a fondo questo paese, creare prospettive per i giovani e occupazione nuova di qualità, gettando le basi per una nuova socialità.
La società può essere il terreno su cui costruire le novità. La crisi dei referenti politici rende difficile immaginare che nuove convergenze siano possibili tra gruppi dirigenti spesso autoreferenziali e incapaci di individuare terreni di lotta percorribili, almeno per una fase. Nella società quindi, dove un popolo di sinistra esiste, si possono costruire le piattaforme, le mobilitazioni, le convergenze che possono bloccare derive di destra e costituire il propellente per rimettere in moto un processo positivo a sinistra e i riferimenti sono in larga misura nella Costituzione, che troppe volte è stata accantonata, mentre tuttora può essere un valido riferimento a partire dall’articolo 1 e 3.
È già accaduto dopo il 2008, dopo una strepitosa vittoria delle destre le battaglie referendarie per l’acqua pubblica, contro il nucleare (lo stesso che si vorrebbe propinare oggi) per la giustizia hanno creato le premesse per la crisi del governo Berlusconi, dimostrando che non basta una maggioranza ampia per impedire ai cittadini di farsi sentire.
La società civile e l’associazionismo possono svolgere un ruolo importante per rimettere in moto la situazione e smuovere una sinistra bloccata
( Alfiero Grandi, è un politico e sindacalista italiano)

 

04 – Alfiero Grandi*: IL PD DEVE RITROVARE LE RADICI DI SINISTRA PER RIPRENDERSI DALLA SCONFITTA. TUTTI I DISEGNI POLITICI SONO FALLITI, CHI PIÙ CHI MENO. E’ FALLITA LA VOCAZIONE MAGGIORITARIA E LA STRUMENTALIZZAZIONE DEL VOTO UTILE DEL PD, IL MOVIMENTO 5 STELLE HA AVUTO UNA BUONA AFFERMAZIONE, CHE PERÒ È IL 40 PER CENTO DEL 2018 RENDENDO DIFFICILE OPPORSI DA SOLI, A PARTIRE DAI PUNTI CHE GLI HANNO RIPORTATO VOTI.
Il Terzo polo è già diventato quarto e rischia di ridursi a una posizione che dialoga con le destre prima che venga chiesto, Matteo Renzi ha dato disponibilità prima ancora di sapere come Meloni vorrà modificare la Costituzione.
Il Pd deve decidere se vuole ritrovare le radici di sinistra, il M5s non deve sottrarsi alle responsabilità, tutte le altre componenti debbono capire che è il momento di costruire una alternativa alla destra
La sconfitta del 25 settembre non è una fatalità. Le destre arrivano al 44 per cento dei voti, ma i parlamentari ottenuti sono il 59 per cento, è il risultato della moltiplicazione maggioritaria della legge elettorale.

Dopo lo scioglimento del parlamento, appelli e iniziative chiarirono che l’unico modo per non regalare una vittoria alle destre era un accordo nei collegi uninominali maggioritari. Inutilmente. Così siamo arrivati al cappotto delle destre nei seggi uninominali della Camera e del Senato.
La legge elettorale Rosatellum premia le coalizioni, vere o finte, basta dichiararsi tali. Le destre hanno presentato una coalizione e hanno fatto man bassa nei collegi uninominali, le “non destre” si sono presentate divise e hanno perso.
Se le destre erano un pericolo, la Costituzione il loro obiettivo e in gioco c’era la collocazione europea dell’Italia era un dovere per tutti trovare un’intesa almeno nell’uninominale che non avrebbe sottratto o aggiunto nulla alle liste nel proporzionale.
La crisi di Draghi non poteva essere un ostacolo insormontabile visto che la sua maggioranza comprendeva la destra.
Ora il disastro è avvenuto e le responsabilità sono evidenti. E’ inevitabile che si pensi a cambiare i dirigenti, ma questo non è il vero problema.
Tutti i disegni politici sono falliti, chi più chi meno. E’ fallita la vocazione maggioritaria e la strumentalizzazione del voto utile del Pd, Il Movimento 5 Stelle ha avuto una buona affermazione, che però è il 40 per cento del 2018 rendendo difficile opporsi da soli, a partire dai punti che gli hanno riportato voti.
Il Terzo polo è già diventato quarto e rischia di ridursi a una posizione che dialoga con le destre prima che venga chiesto, Matteo Renzi ha dato disponibilità prima ancora di sapere come Meloni vorrà modificare la Costituzione.
Sinistra Italiana e Verdi hanno salvato la loro presenza parlamentare ma debbono decidere se e come spendere questo piccolo patrimonio. Le altre, disperse componenti delle sinistre non hanno avuto un risultato elettorale significativo e debbono decidere se hanno ancora qualcosa da dire e come.
Ora le destre rischiano di avere di fronte un campo libero, anziché largo, con un’opposizione litigiosa e incapace di risultati.
O le “non destre” trovano il coraggio di rimettere in fila le priorità, mettendo l’accento sulla pace e sul blocco del riarmo, sull’accelerazione della transizione energetica, scegliendo rinnovabili, idrogeno e investimenti ambientali, sulla difesa dei principi e l’attuazione della Costituzione, sul sostegno al lavoro a tempo indeterminato, con diritti (ripristinando lo statuto), meglio pagato, insieme al salario minimo per legge, sulla lotta alle disuguaglianze con risorse e interventi contro la povertà, ormai a livelli insopportabili, partendo da un no corale all’attacco al reddito di cittadinanza. Dislocare le risorse verso queste priorità anche correggendo punti del Pnrr.
Il Pd deve decidere se vuole ritrovare le radici di sinistra, il M5s non deve sottrarsi alle responsabilità, tutte le altre componenti debbono capire che è il momento di costruire una alternativa alla destra ma per farlo occorre coinvolgere le persone, organizzare movimenti e lotte, preparare energie nuove e queste energie sono nella società ma non si riconoscono nella attuale rappresentanza politica, come dimostrano i 10 punti in più di astensione del 25 settembre.
O si correggono gli errori e si mette in campo un disegno di futuro o le destre governeranno al di là dei contrasti interni.
*(Alfiero Grandi, è un politico e sindacalista italiano)

 

05 – LETTA LANCIA IL CONGRESSO. «APERTO» E IN QUATTRO FASI. EX CAMPO LARGO. TUTTO IN DISCUSSIONE, ANCHE NOME E SIMBOLO. MA ROSI BINDI ATTACCA: «SCIOGLIETE IL PD»
Giuliano Santoro*
CON UNA LETTERA AGLI ISCRITTI E AI DIRIGENTI DEL PARTITO DEMOCRATICO, ENRICO LETTA DISEGNA IL PERCORSO CHE DOVRÀ CONDURRE ALL’ELEZIONE DEL SUO SUCCESSORE E CHE ESPORRÀ CON MAGGIORI DETTAGLI NEL CORSO DELLA DIREZIONE DEL PARTITO CONVOCATA PER GIOVEDÌ PROSSIMO. PROPONE UN CONGRESSO IN QUATTRO FASI, CHE DALL’INIZIO TENTERÀ DI COINVOLGERE ANCHE I NON ISCRITTI NELLO SPIRITO DELLE AGORÀ DEMOCRATICHE, GLI INCONTRI TEMATICI CHE HANNO SEGNATO LA SUA SEGRETERIA E CHE HANNO TENTATO DI APRIRE IL PARTITO ALLA SOCIETÀ CIVILE E ALLE FORZE CHE SE NE ERANO ALLONTANATE NEGLI ANNI PRECEDENTI. «TUTTO PUÒ SVOLGERSI A REGOLE VIGENTI – SOSTIENE LETTA – E QUINDI PUÒ INIZIARE RAPIDAMENTE. È UN PERCORSO APERTO CHE PUÒ E DEVE COINVOLGERE, OLTRECHÉ I NOSTRI MONDI DI RIFERIMENTO, ANCHE IL PAESE, DIMOSTRANDO A TUTTI LA FORZA E L’UTILITÀ DI UN PARTITO-COMUNITÀ, CONTRAPPOSTO AI TANTI PARTITI PERSONALI CHE ABITANO LA NOSTRA SCENA POLITICA».

LA PRIMA FASE, definita «della chiamata», durerà alcune settimane impiegate ad aprire alla partecipazione. Un itinerario che il segretario chiama senza mezzi termini «costituente». «Contenuti forti e volti nuovi sono entrambi necessari – scrive Letta – Gli uni senza gli altri rischiano di trasformare il Congresso in un casting e in una messa in scena staccata dalla realtà e lontana dalle persone. La seconda fase, altrimenti detta «dei nodi», sarà caratterizzata dalla discussione di tutte le questioni che riguardano il partito. «Quando dico tutte, intendo proprio tutte – precisa – L’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione. E quando parlo di dibattito profondo e aperto, mi riferisco al lavoro nei circoli, ma anche a percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà democratiche». Dunque, anche il nome e il simbolo sono passibili di modifica.

POI ARRIVERÀ il momento in cui verranno presentate le candidature, la terza fase. Ci sarà, prosegue il segretario uscente, «un confronto e una selezione per arrivare a due candidature tra tutte, da sottoporre poi al giudizio degli elettori». Infine, la quarta fase che coinvolgerà le due candidature rimaste in campo: le primarie vere e proprie. «Saranno i cittadini a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto», annuncia.

IL MESSAGGIO di Letta viene salutato con soddisfazione da molti esponenti dem, tra di essi anche alcuni aspiranti alla segreteria come il sindaco di Pesaro Matteo Ricci. «Molto bene il percorso congressuale indicato da Letta – dice tra gli altri Goffredo Bettini – Aperta discussione su di noi e su tutte le possibili strade in grado di farci uscire da questa difficile situazione. Partecipazione e democrazia. Alla fine, competizione tra i leader». Gli ex renziani di Base riformista accettano ma chiedono «tempi sicuri». Annunciato il suo voto contrario in direzione, invece, Monica Cirinnà, secondo la quale la proposta ha il vizio di non fare autocritica e di non affrontare le cause della sconfitta uscita dalle urne. «Dobbiamo lavorare affinché sia promosso un processo dal basso in maniera partecipata» dice Andrea Orlando. E uno dei nodi della discussione è in che modo questa apertura (che ad esempio dovrebbe coinvolgere la non iscritta Elly Schlein) sia compatibile «a regole vigenti», come assicurato da Letta.
L’INIZIATIVA arriva mentre lo spazio politico dell’ex campo largo e della sinistra parlamentare è in evoluzione. Con un appello diffuso ieri dalle pagine del Fatto, venti personalità tra le quali Rosy Bindi e Domenico De Masi e Tomaso Montanari (intellettuali di sinistra ma che negli ultimi tempi hanno sostenuto in varie forme il M5S) propongono agli ex alleati di «essere tutti pronti a mettersi a disposizione, fino allo scioglimento dell’esistente, per costruire un campo progressista coinvolgendo quelle realtà sociali che già interpretano il cambiamento e non trovano rappresentanza politica». In particolare, il documento chiede ai 5 Stelle di schierarsi una volta per tutte e chiaramente a sinistra, e al Pd di «trovare coraggio di ripensare profondamente sé stesso e di andare finalmente oltre sé stesso». Più esplicitamente, Bindi pronuncia la parola che rischia di aleggiare sul percorso congressuale disegnato da Letta e incombere sui rapporti a sinistra: parla di scioglimento del Pd: «La ritualità del congresso è ormai accanimento terapeutico».
*(Giuliano Santoro, è un giornalista e scrittore italiano)

 

06 – SAN PAOLO CITTÀ APERTA SFIDA IL CLAN BOLSONARO. È LA FORZA DEL BRASILE. BRASILE AL VOTO. VERSO LE ELEZIONI DI DOMENICA 2 OTTOBRE. REPORTAGE DALLA METROPOLI PIÙ GRANDE DEL CONO SUD, NELLO STATO BRASILIANO PIÙ PROSPERO E POPOLOSO, DOVE SI DECIDERÀ L’ESITO DEL VOTO. CLIMA CAMBIATO. LULA: «QUESTA È CASA MIA»
UNO OGNI 45 SECONDI. È LA FREQUENZA DEGLI ATTERRAGGI DI ELICOTTERI A SAN PAOLO. LA VIA DI FUGA DEI RICCHI DAL TRAFFICO DELLA METROPOLI PIÙ GRANDE DELL’AMERICA DEL SUD. SAN PAOLO È ANCHE LO STATO BRASILIANO PIÙ PROSPERO E POPOLOSO.

Ed è a San Paolo che si decideranno le elezioni presidenziali brasiliane di domenica prossima, dove si sfidano il presidente uscente di estrema destra, Bolsonaro, e il candidato progressista, l’ex presidente Lula, del Partido dos Trabalhadores (Pt).

Lula chiude qui la sua campagna, con un comizio a Itaueira, est di San Paolo, quartiere operaio di palazzoni con cisterne d’acqua sui tetti, chiese evangeliche, scuole di musica e palestre. Treni affollati collegano la capitale con Itaueira e la quarantina di comuni della regione metropolitana di San Paolo, dove vivono 22 milioni di persone.

AL COMIZIO a Itaueira c’è un clima da vecchie feste dell’Unita italiane: banchetti con oggettistica politica, giovani e anziani, gruppi femministi, afro, Lgbt+, artisti, operai e lavoratori rurali. È la base militante che sostiene l’ampia coalizione pro-Lula. «Qui sono a casa mia» esordisce Lula al microfono.

«Si votasse solo nella zona est, avremmo già vinto» dice rivolto alla piazza piena di bandiere Márcio França, candidato a senatore dello Stato per il Partito socialista brasiliano (Psb). È lui che ha propiziato il matrimonio politico tra Lula e Gerardo Alckmin, ex governatore dello Stato, cattolico conservatore, ex-tucano del partito di centro destra Psdb.

Alckmin attira i voti moderati, soprattutto nelle zone interne di San Paolo. È il tallone d’Achille di Lula, una zona simile «ai paesini del sud Italia – spiega Vinicius Sartorato, giornalista e sociologo paulistano -. I giovani non hanno prospettive ed emigrano verso la capitale. Le monocolture di soia e miglio generano molta ricchezza e poco lavoro. La mentalità è più chiusa e i partiti di destra sono forti».

È in una di quelle placide cittadine, a Eldorado, che negli anni ’60 si scrive il romanzo di formazione dell’adolescente Jair Bolsonaro e nasce la sua passione per armi, militari e anticomunismo, come racconta il reporter John Lee Anderson in Retrado Narrado, il podcast su Bolsonaro.

MENTRE LA ROCCAFORTE del Pt è la metropoli, in particolare la zona sud di San Paolo, l’Abc, il polo automotive. A San Bernardo, due fabbriche Volskwagen e Mercedes, c’è la sede del sindacato dei metallurgici. «Questa è la casa di Lula, qui si è rifugiato prima del carcere – racconta Moisés Selerges, presidente del sindacato – e qui è venuto appena liberato. Rispetto al 2018, è cambiato il clima. Allora mi mandavano al diavolo quando distribuivo i volantini per Lula, oggi vengono a chiederli».

Domenica si vota anche per i Governatori degli Stati. E per San Paolo, 45 milioni di abitanti, il Pt candida Haddad, lulista di ferro, candidato alle presidenziali nel 2018, poi vinte da Bolsonaro. Haddad, «competente ma poco carismatico» secondo la vulgata, si contrappone a due candidati della destra.

Il bolsonarista Tarcisio de Freitas, militare ed ex ministro, fa leva sul malufismo, spiega Sartorato, «una visione securitaria, autoritaria e che giustifica la corruzione, inaugurata da Paolo Maluf, imprenditore e governatore durante la dittatura». Di lui si diceva «ruba però fa, stupra però non uccide». Discorso che riscuote successo nel mondo delle forze armate, protagoniste a San Paolo di ripetuti abusi di potere e omicidi ai danni della popolazione nera e delle favelas, secondo le denunce dell’Istituto Sou da Paz.

C’è poi il governatore uscente, Rodrigo Garcia, del partito di centro-destra Psdb, da decenni alla guida dello Stato. Nel prevedibile secondo turno, Haddad – in testa ai sondaggi – spera di sfidare Tarciso per recuperare i voti del Psdb, traumatizzati dai giudizi di Bolsonaro su dittatura e pandemia.

«San Paolo è la New York dell’America latina, una città aperta al mondo, i giovani guardano ai movimenti antirazzisti e femministi internazionali» afferma Sartorato, paulistano di origine italiana. La sua famiglia, come molte, arrivò a fine ‘800 per sostituire il lavoro schiavo, il Brasile fu uno degli ultimi ad abolirlo, nell’industria del caffè. Poi nel ‘900 arrivarono tedeschi, armeni, siriani. E anche giapponesi, qui si trova la comunità più grande fuori dal Giappone.

Non è bella questa città, come «non è bello un muscolo, ma dà forza a tutto il paese» la descriveva Stefan Zweig nel 1941. Descrizione tutt’ora valida, la crescita ha sacrificato la storia e lo spazio per parchi e piazze. La domenica l’Avenida Paulista, viale commerciale a quattro corsie, è chiusa al traffico e diventa la passeggiata dei paulistani.

E IN QUESTI GIORNI è anche arena di sfida dei militanti. Domenica scorsa il Partido Socialismo e Liberdade (Psol), è sfilato con il proprio candidato, Guilherme Boulos: leader sociale, retorica infuocata, colto e un po’ corsaro. Contro di lui, per uno dei 70 seggi che elegge San Paolo sui 513 seggi della Camera, c’è Eduardo Bolsonaro, nel 2018 il deputato più votato della storia del Brasile.
In un Brasile ancora ferito dal Covid, secondo paese per numero di morti al mondo, l’economia paulista è già ripartita: produzione, vendite e ore lavorate hanno registrato una forte crescita. Anche gli stipendi sono aumentati, segnala l’ultimo rapporto del Centro das Indústrias do Estado de São Paulo. Sembra un paradosso, nonostante tanta ricchezza – qui si concentra un terzo dell’economia brasiliana, un Pil maggiore di quello svedese – il 15% della popolazione non riesce a mangiare tre volte al giorno.
La porta sul mondo di questa economia è Santos, il principale porto del paese. Diventato epicentro del traffico di cocaina. «Da qui la ‘ndrangheta, in affari con i principali gruppi criminali brasiliani, controlla i carichi che manda in Europa» spiega Maria Zuppello, giornalista, esperta di crimine e terrorismo in America Latina. Ed è a Santos che Bolsonaro ha convocato una delle ultime motociatas prima del voto, cortei di sostenitori in moto, un marchio di fabbrica dell’orgoglio bolsonarista.
Lula voterà a San Bernardo, accompagnato dagli operai metallurgici. «Qui sindacato e Pt sono ancora forti. Ma il panorama è cambiato: nel 2019 la Ford ha chiuso dopo un secolo, tremila operai a casa. Molti sono diventati autisti Uber» racconta Selerges. Il presidente del sindacato è ottimista: «Vinciamo già domenica. Ma dobbiamo prepararci a gestire la delusione, se dovessimo andare al ballottaggio».

 

 

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