n°31 – 30/7/2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Che cosa significa “disbrigo degli affari correnti”. Quando il presidente del consiglio dà le dimissioni, si dice che il governo “resta in carica per il disbrigo degli affari correnti”. Vediamo cosa significa e quali sono i limiti all’azione di un governo dimissionario.
02 – On. Schirò (Pd) – prestazioni familiari all’estero: un primo importante risultato per il personale a contratto Maeci, Aics e scuole italiane all’estero. Soddisfazione del partito democratico.
03 – Schirò e Porta (Pd) – italiani all’estero: le pensioni sono già in campagna elettorale
04 – LA GUERRA ALLE PORTE. Tomislav Marković*: La Serbia nazionalista sostiene la guerra di Putin in Ucraina . A febbraio Informer, il più popolare tabloid della Serbia, titolava “L’Ucraina attacca la Russia!”.
05 – Massimo Serafini*: Perché la battaglia ambientalista può unire contro le destre.
06 – Libertà e Giustizia*: Paghiamo l’incapacità del Parlamento
07 – Gabriella De Rosa*: Caduta del governo: volontà russa – Emergono inquietanti rivelazioni sulla crisi e sulla mano russa che avrebbe spinto per la caduta del governo.
08 – Emanuele Bonini*: Ue, trovato l’accordo politico per la riduzione del 15% della domanda energetica. Per l’Italia sarà del 7%. «Putin è piuttosto imprevedibile, ma di una cosa sono sicuro: userà il suo gas e il suo petrolio per cercare di dividerci» avverte Frans Timmermans
09 – Alfiero Grandi *: Con questa legge elettorale la sinistra senza alleati ha già perso. I partiti dovrebbero affrontare una discussione sui rimedi alla crisi della nostra democrazia, segnalata da un segnale inequivoco come l’allontanamento dei cittadini dal voto, che non è affatto normale come si vorrebbe far credere.
10 – Will Hutton*: I negazionisti del clima sono rimasti indietro – Nei quartieri della finanza di Londra si discute se sia meglio disinvestire completamente dalle aziende produttrici di combustibili fossili o sostenerle nella transizione
11 – Giovanni De Mauro*. Tour. Anche i primi viaggiatori dell’epoca moderna erano a loro modo sensibili all’ambiente, ma per ragioni diverse da quelle di oggi.

 

01 – CHE COSA SIGNIFICA “DISBRIGO DEGLI AFFARI CORRENTI”. QUANDO IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DÀ LE DIMISSIONI, SI DICE CHE IL GOVERNO “RESTA IN CARICA PER IL DISBRIGO DEGLI AFFARI CORRENTI”. VEDIAMO COSA SIGNIFICA E QUALI SONO I LIMITI ALL’AZIONE DI UN GOVERNO DIMISSIONARIO.(*)

DEFINIZIONE
Quando un governo è dimissionario, deve comunque restare in carica fino a che non se ne sia insediato uno nuovo. Il motivo è che un paese non può restare senza governo, cioè privo del vertice esecutivo e amministrativo dello stato. Si pensi agli atti dovuti (perché imposti dalle leggi) o urgenti che quotidianamente richiedono l’attività dell’esecutivo, sia collegialmente (in consiglio dei ministri) sia dei singoli ministeri. L’assenza del governo comporterebbe una paralisi amministrativa.
Allo stesso tempo, avendo dato le dimissioni, il governo uscente non ha più la stessa legittimazione politica di uno nel pieno delle sue funzioni. Per questa ragione, pur non essendo disciplinato in modo specifico dalla costituzione, la prassi prevede che il governo resti in carica per “il disbrigo degli affari correnti”. È con questa espressione che il Quirinale, nel prendere atto delle dimissioni del presidente del consiglio, invita il governo a restare in carica per garantire la continuità nell’azione amministrativa.
Il presidente della repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al palazzo del Quirinale il presidente del consiglio dei ministri, prof. Mario Draghi, il quale, dopo aver riferito in merito alla discussione e al voto di ieri presso il senato, ha reiterato le dimissioni sue e del governo da lui presieduto. Il presidente della repubblica ne ha preso atto. Il governo rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti.
– Comunicato del presidente della repubblica, 21 luglio 2022
Ma cosa significa nello specifico l’espressione “disbrigo degli affari correnti“? Nell’ampiezza di questa formula (come vedremo dibattuta tra gli stessi costituzionalisti), dagli anni ’80 si è affermata la consuetudine, per i presidenti del consiglio uscenti, di esplicitare in un’apposita direttiva i confini dell’azione politico-amministrativa del proprio governo.
Si tratta di un atto di autolimitazione, con cui l’esecutivo si impegna a limitarsi ad assicurare la continuità amministrativa, ad attuare determinazioni già assunte dal parlamento e ad adottare solo atti urgenti. Non c’è un contenuto rigidamente preordinato, ma dei principi guida cui attenersi, enucleati dalla dottrina, per cui il governo dovrà:

(…) compiere gli atti dovuti (obbligatori) e tutti quelli la cui proroga comporterebbe un apprezzabile danno dello stato, mentre dovrà astenersi, sul piano della correttezza politica, da tutti quegli atti discrezionali che possono essere rinviati al futuro governo senza apprezzabile danno.
– U. Rescigno “Corso di diritto pubblico”, 2010, cit. in F. Cerquozzi, 2019

IN CONCRETO QUESTI LIMITI SI TRADUCONO NEL:
– non esaminare nuovi disegni di legge, a meno che non siano imposti da obblighi internazionali;
– approvare decreti legislativi solo se serve ad evitarne la scadenza dei termini;
– non adottare nuovi regolamenti ministeriali o governativi, a meno che la legge o obblighi internazionali non impongano altrimenti, oppure che siano necessari per l’operatività della pubblica amministrazione o per l’attuazione di riforme già approvate dal parlamento;
non procedere con nomine o designazioni che non siano vincolate nei tempi da leggi o regolamenti, o che comunque non siano procrastinabili fino all’entrata in carica del nuovo governo.

MENTRE INVECE È POSSIBILE:
– emanare decreti legge (in quanto, in base all’art. 77 della costituzione, dettati da casi di necessità e urgenza) ed esaminare i relativi disegni di conversione;
– esaminare i disegni di legge di ratifica dei trattati, i ddl di delegazione europea e della legge europea (se si tratta di atti dovuti, in quanto adempimento ad obblighi internazionali o derivanti dall’appartenenza all’Ue).
Questo vale in linea generale, in concreto ogni direttiva è uno strumento dotato di grande flessibilità. Perciò il concetto di “affari correnti” ha un perimetro variabile, che si può comprendere meglio solo attraverso l’analisi delle singole direttive dei presidenti del consiglio.

LA GESTIONE DELLE EMERGENZE RIENTRA TRA GLI “AFFARI CORRENTI”.
Nel caso delle dimissioni del governo Draghi, il presidente della repubblica, nel messaggio in cui annunciava lo scioglimento delle camere, se da un lato ha riconosciuto che i poteri di un governo dimissionario sono comunque soggetti a delle limitazioni, dall’altro ha affermato come quest’ultimo abbia tutti gli strumenti per operare. Sottintendendo in questo senso un perimetro piuttosto ampio per l’operatività del governo. Ciò al fine di contrastare gli effetti della crisi economica (con particolare riferimento alla crescita dell’inflazione), di portare a compimento le scadenze relative al piano nazionale di ripresa e resilienza e a contrastare la recrudescenza del coronavirus.

(Dichiarazione del Presidente – Mattarella dopo la firma del decreto di scioglimento delle Camere pic.twitter.com/IkMcK80pqa
— Quirinale (@Quirinale) July 21, 2022)

DATI
La consuetudine dei presidenti del consiglio di delimitare i poteri del proprio governo, pur essendo ormai affermata da alcuni decenni, non è semplice da ricostruire. Non solo perché manca un chiaro perimetro normativo che vada oltre la prassi. Ma anche per la stessa reperibilità di questi documenti: si tratta di atti interni della presidenza del consiglio, non soggetti alla pubblicazione in gazzetta ufficiale (Elisabetta Catelani, Osservatorio sulle fonti 2/2018). Inoltre, trattandosi di un atto di autolimitazione le differenze in termini di contenuti possono essere molto ampie.

UNA ANALISI COMPARATA DELLE DIRETTIVE EMANATE TRA 2001 E 2018 (CATELANI, 2018) HA COMUNQUE CONSENTITO DI INDIVIDUARE SIMILITUDINI E DIFFERENZE IN QUESTI ATTI. DAL PUNTO DI VISTA DELLA STRUTTURA, TUTTE LE DIRETTIVE TENDONO A RIPETERSI SECONDO QUESTO SCHEMA:

– obiettivi del governo nel periodo limitato al “disbrigo degli affari correnti”;
– indicazione dei limiti all’attività normativa, con enunciazione sommaria degli atti che potranno essere adottati;
– indicazione dei limiti alle nomine che è possibile effettuare;
– indicazione dei limiti nella gestione delle relazioni internazionali.
Non fanno eccezione le ultime direttive in ordine di tempo: ad esempio, in quella emanata da Giuseppe Conte alla fine del suo primo governo, nell’agosto 2019, viene riproposta questa stessa struttura, in paragrafi distinti.

 

9 (nove), LE DIRETTIVE IN TEMA DI DISBRIGO DEGLI AFFARI CORRENTI CHE RISULTANO ADOTTATE TRA 2001 E 2021.

A cambiare sono ovviamente i contenuti. In gran parte per ragioni contingenti: ogni crisi non è mai uguale all’altra, e avviene in un contesto politico e sociale diverso. In concreto l’espressione “affari correnti”

(…) si riempie di contenuto a seconda della prassi e delle necessità del momento. Si tratta non solo della ordinaria amministrazione ma anche della risposta a eventi straordinari come è il caso di un sisma che rende indispensabile l’adozione di un decreto legge.

Un altro aspetto di forte variabilità nel perimetro degli affari correnti è il motivo per cui il governo è uscente. In questo senso nella letteratura sono stati individuati 3 casi (Catelani, 2018), che configurano poteri decrescenti per l’esecutivo in via di sostituzione:

direttive di governi in carica allo scioglimento delle camere: in questi casi il governo limita la sua azione perché legato a una maggioranza politica espressa in un parlamento ormai sciolto. Ma l’incipit dell’atto precisa da subito che la ridefinizione dei poteri è imposta dal fisiologico scioglimento delle camere, e non da una crisi politica nella maggioranza, tanto meno da un voto di sfiducia. Da tale affermazione, consegue una maggiore libertà di azione nell’attività normativa (pur limitata), in particolare rispetto all’emanazione dei decreti legislativi. Negli ultimi venti anni, in questa fattispecie rientrano le direttive dei governi Amato II (10 marzo 2001), Berlusconi III (11 febbraio 2006), Gentiloni (29 dicembre 2017);
direttive di governi dimissionari in corso di legislatura: in questi casi, essendo venuta meno la base parlamentare su cui si regge il governo (pur in assenza di voto di sfiducia esplicito), il governo precisa che si limiterà ad adottare solo atti urgenti e ad assicurare la continuità amministrativa. Viene anche specificato che i ministeri devono fare riferimento alla presidenza del consiglio nello svolgimento delle proprie attività. Ad esempio, la direttiva emanata dopo le dimissioni del Conte I prevedeva che “resta subordinata all’assenso della presidenza del consiglio dei ministri l’emanazione di regolamenti, direttive o circolari ministeriali“;
direttive di governi sfiduciati in parlamento: la delegittimazione politica che deriva da un voto di sfiducia nelle camere tende a ridurre ancora di più i margini di azione autoimposti dall’esecutivo. È il caso del governo Prodi II, sfiduciato nel gennaio 2008. L’attività dei ministeri viene limitata in modo ancora più perentorio: “non saranno adottati regolamenti governativi o ministeriali, salvo che la legge preveda termini per la loro emanazione (…) o quest’ultima sia richiesta come condizione di rispetto degli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione europea o di operatività delle pubbliche amministrazioni; saranno, comunque, approvati soltanto i regolamenti per i quali risulti già in stato avanzato il procedimento di adozione” (cit. in Catelani, 2018). I decreti legislativi possono essere emanati, ma il parere delle commissioni parlamentari da obbligatorio diventa vincolante per il governo: “qualora sia intervenuto il previsto parere parlamentare, si provvederà in coerenza con questo”.
Da questo punto di vista il governo Draghi rientra nel secondo caso, anche se in modo particolare per le modalità con cui si è svolta la crisi e per l’eccezionalità del periodo storico che stiamo attraversando. Le dimissioni infatti sono arrivate a pochi mesi dalla fine della legislatura. Le prime, successive ad un contrasto nella maggioranza di governo sul voto di fiducia al Dl aiuti, sono state respinte dal capo dello stato. Una forza della maggioranza (M5s) aveva infatti fatto venire meno la propria fiducia. Il governo non era stato sfiduciato, ma si era posto un problema politico (il cambiamento nella composizione della maggioranza di governo) che il Quirinale aveva chiesto di risolvere davanti alle camere (la cosiddetta “parlamentarizzazione della crisi”).

IL GOVERNO DRAGHI NON È STATO SFIDUCIATO.
Di conseguenza, il presidente del consiglio ha reso comunicazioni al senato aprendo il dibattito in aula e ponendo la fiducia sulla risoluzione a sostegno dell’esecutivo presentata dal senatore Casini. Il governo non è stato sfiduciato perché tale risoluzione è stata approvata (quindi non si configura il caso 3).

L’esito del voto che ha portato alle dimissioni del governo Draghi
Come i senatori si sono espressi sulla questione di fiducia che ha portato alla definitive dimissioni del governo Draghi
Tuttavia la fiducia è arrivata da una minoranza dell’aula, poiché i senatori di Lega, Forza Italia e Movimento 5 stelle non hanno partecipato al voto. In questo modo è venuta meno la base parlamentare su cui si reggeva il governo per cui il presidente del consiglio ha reiterato le proprie dimissioni, stavolta accolte, con il conseguente scioglimento anticipato delle camere da parte del capo dello stato.

ANALISI
La prassi degli affari correnti è il compromesso tra due necessità opposte. La prima, per un sistema democratico, è che un governo uscente non possa condizionare l’attività di quello che sta per entrare in carica. Per un principio di correttezza istituzionale, dovrà perciò astenersi dal varare misure che possono andare in contrasto con una nuova maggioranza politica: dalle scelte strategiche alle nomine in ruoli chiave. Allo stesso tempo, va assicurata una continuità di azione dei poteri pubblici, specialmente di fronte a crisi di governo che possono durare anche molte settimane prima di risolversi. Oppure di fronte a emergenze che richiedono scelte immediate.
Su dove stabilire questo confine, il dibattito è ampio tra gli stessi costituzionalisti. Alcuni interpretano la formula in senso restrittivo, distinguendo rigidamente tra atti ammministrativi, i soli consentiti ad un governo dimissionario, e atti politici, non consentiti (Miceli, Petrone, Huber, cit. in Pietro Virga, La crisi e le dimissioni del gabinetto). Tuttavia, nella difficoltà di tracciare una linea di demarcazione così netta nella realtà, la maggior parte degli autori ha una posizione intermedia. L’orientamento prevalente, in linea con i contenuti delle direttive, è quello di considerare la formula il “frutto di un autolimite di correttezza” istituzionale (Olivia Pini, Il principio di continuità dei poteri pubblici e della funzione amministrativa).

La contraddizione tra i due principi (correttezza istituzionale e continuità amministrativa) pone una serie di questioni. In primo luogo, i potenziali conflitti istituzionali sull’attività di un governo dimissionario. Un rischio che diventa ancora più grande in fasi di emergenza, in cui la gravità della situazione – e l’importanza delle misure da prendere – rende molto sottile il confine su cui si regge la prassi di “affari correnti”.

L’altro aspetto critico è che, in assenza di una formalizzazione normativa, la definizione del perimetro del governo è rimessa ad una direttiva interna, una comunicazione del premier ai membri del governo che spesso non è di facile reperibilità, non rientrando tra gli atti pubblicati sulla gazzetta ufficiale. Tuttavia, nonostante si tratti di una prassi, una volta che il governo ha stabilito i propri confini questi sono stati ritenuti vincolanti dalla giurisprudenza (Cassese)

Davanti al Tar della Puglia, infatti, è stata contestata la validità di un provvedimento di revoca, adottato dall’allora ministro Pecoraro Scanio, non conforme con le previsioni contenute nella direttiva Prodi. I magistrati amministrativi hanno annullato l’atto di revoca, fondando l’illegittimità proprio sulla violazione della direttiva del Presidente del consiglio e della prassi costituzionale (cfr. Tar Puglia, Bari, sentenza n. 996 del 22 aprile 2008).
Perciò, nonostante si tratti di provvedimenti di autolimitazione del tutto consuetudinari, la loro importanza giustifica una maggiore trasparenza nella pubblicazione sui siti istituzionali.
*( fonte. Chi: Governo, governo Draghi, presidente del consiglio – Cosa: dimissioni, Governo e Parlamento, Pnrr – piano nazionale di ripresa e resilienza – Quando: XVIII legislatura – Dove: parlamento, senato)

 

02 – SCHIRÒ (PD) – PRESTAZIONI FAMILIARI ALL’ESTERO: UN PRIMO IMPORTANTE RISULTATO PER IL PERSONALE A CONTRATTO MAECI, AICS E SCUOLE ITALIANE ALL’ESTERO. SODDISFAZIONE DEL PARTITO DEMOCRATICO.

Non posso che esprimere la sincera soddisfazione per il raggiungimento di un primo importante obiettivo sul quale in questi anni ho lavorato intensamente insieme a Luciano Vecchi, responsabile PD Mondo e all’on Lia Quartapelle, responsabile esteri del PD.

Nella stesura finale del decreto “Semplificazioni”, infatti, sono stati recepiti i due emendamenti presentati dal Partito Democratico, rispettivamente a prima firma Schirò e Quartapelle, riguardanti una nuova specifica misura di sostegno per il nucleo familiare (Assegni per situazioni di famiglia) riservata al personale a contratto regolato dalla legge locale in servizio presso la rete estera del MAECI e alle categorie ad esso equiparate: il personale a contratto dell’”Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo” e delle scuole italiane all’estero.

Trova così un parziale riconoscimento la mia battaglia per il ripristino delle detrazioni e dell’assegno al nucleo familiare per i figli a carico di età inferiore ai 21 anni a favore dei nostri connazionali che, a partire dal 1° marzo u.s., sono stati privati di questi importanti benefici fiscali e previdenziali.
Si tratta di un primo importante risultato che apre la strada a un impegno che continuerà dentro e fuori il Parlamento e che costituirà una delle priorità del programma del Partito Democratico per la prossima legislatura.
*( Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Cellulare segreteria 3394455531)

 

03 – SCHIRÒ E PORTA (PD) – ITALIANI ALL’ESTERO: LE PENSIONI SONO GIÀ IN CAMPAGNA ELETTORALE.
CON L’INTERRUZIONE ANTICIPATA DELLA LEGISLATURA LA TANTO DECANTATA E AUSPICATA RIFORMA (CON LA R MAIUSCOLA) DELLE PENSIONI NON È STATA REALIZZATA E LO “SPAURACCHIO” PER MOLTI, ANCHE SE RESIDENTI ALL’ESTERO, DEL RITORNO NEL 2023 DELLE LEGGE FORNERO SI AGITA OSTINATO.

Sappiamo tutti infatti quanto siano importanti e come impattino sulle pensioni in regime internazionale le modifiche strutturali (e non) della normativa previdenziale italiana, soprattutto quella che riguarda direttamente l’età pensionabile.
Al di là delle sconce sparate del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che ha già promesso strenne previdenziali irrealizzabili – sia per i costi che l’equità – come quella della pensione minima a 1.000 euro per tutti (si valutano in 38 miliardi di euro i relativi costi!), le pensioni sono già in campagna elettorale.
Non dimentichiamoci infatti che dal 1° gennaio 2023 scompariranno le misure per anticipare l’uscita rispetto ai requisiti più restrittivi della legge Fornero: Quora 100 è finita nel 2021, Quota 102 finisce a dicembre di quest’anno insieme all’Ape Sociale e ad Opzione donna (misura quest’ultima di cui potevano beneficiare anche le donne residenti all’estero le quali, come le residenti in Italia, potevano anticipare l’uscita pensionabile seppure con la penalizzazione del calcolo contributivo).

Il rinnovo di Opzione donna è tuttavia il “pallino” del Ministro del Lavoro Andrea Orlando che promette una proroga, se ovviamente il centrosinistra andrà al Governo, insieme alla proroga dell’Ape sociale che però è vincolata alla residenza in Italia.

Il premier Draghi aveva promesso (anche lui) ai sindacati una riforma fondata sull’equità che avrebbe garantito maggiore flessibilità di uscita ancorchè in un impianto sostenibile ancorato al sistema contributivo, e cioè con un leggero taglio dell’importo per evitare l’esplosione dei conti pubblici.
Ovviamente le promesse sono prerogative di tutti visto che costano pochissimo (gli italiani dimenticano e perdonano…): Salvini, per esempio (urlando “aboliamo la Fornero”), vuole introdurre Quota 41 di contributi per tutti a qualunque età anagrafica (che sarebbe ovviamente perfezionabile anche con il cumulo dei contributi esteri). Mentre nel M5S sta trovando strada la proposta di andare in pensione a 63 anni con il sistema contributivo e il riscatto gratuito della laurea.
Di fronte a tutte queste promesse l’unica certezza è che dal primo gennaio 2023 potranno andare in pensione di vecchiaia solo coloro i quali compiranno i 67 anni e potranno far valere 20 anni di contribuzione (perfezionabili anche con il meccanismo della totalizzazione dei contributi esteri), o quella anticipata – cioè a qualunque età anagrafica – con 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le donne e 42 anni e dieci mesi per gli uomini.
Nel 2023 inoltre (altra certezza) ci sarà una rivalutazione più sostanziosa delle pensioni visto che l’inflazione di quest’anno è stata intorno all’8 per cento. Insomma aspettiamoci, anche all’estero, una campagna elettorale estiva con il tema delle pensioni prioritario nell’agenda dei partiti.
*(Angela Schirò (deputata PD – Rip. Europa) – Fabio Porta (senatore PD – Rip. America Meridionale)

 

04 – LA Guerra alle porte. TOMISLAV MARKOVIĆ*: LA SERBIA NAZIONALISTA SOSTIENE LA GUERRA DI PUTIN IN UCRAINA . A FEBBRAIO INFORMER, IL PIÙ POPOLARE TABLOID DELLA SERBIA, TITOLAVA “L’UCRAINA ATTACCA LA RUSSIA!”.
Il suo proprietario e direttore è da decenni un amico intimo del presidente serbo Aleksandar Vučić. Questo titolo surreale non è un’eccezione nella rappresentazione giornalistica della guerra in Ucraina. Anzi, è un chiaro segno della fascinazione che Putin esercita in Serbia da molti anni. A differenza del resto del mondo, che ha condannato l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia, i mezzi d’informazione sotto il controllo di Aleksandar Vučić sono passati alla glorificazione sfrenata di quei crimini.
Tabloid, portali web, quotidiani, settimanali e canali televisivi nazionali celebrano la distruzione delle città ucraine e assicurano un sostegno incondizionato alle forze armate russe affinché perseverino nella loro campagna contro il paese vicino. I direttori e i giornalisti di questi mass media votati alla disinformazione sono caduti in un profondo stato di estasi: l’uccisione dei civili, le città rase al suolo e la distruzione di chiese e monumenti li riempiono di entusiasmo.
In numerose città di tutto il mondo si sono tenute manifestazioni a sostegno degli ucraini, invece a Belgrado sono stati organizzati raduni di massa con la folla che acclamava Vladimir Putin e disegnava sull’asfalto la lettera Z (riprendendo quella presente sui mezzi militari russi). Il mondo intero rabbrividisce davanti ai servizi che mostrano in diretta i cadaveri per le strade di Buča, gli edifici in fiamme a Kiev e Charkiv, gli ospedali e le scuole demoliti, le auto bruciate, i civili che si riparano dai proiettili russi nelle stazioni della metropolitana e i milioni di profughi ucraini che lasciano il loro paese, ma i cuori dei sostenitori serbi di Putin fanno i salti di gioia. Anziché la compassione per le vittime innocenti, c’è una diffusa indulgenza per i criminali.

NEUTRALITÀ IMPOSSIBILE
Mentre i suoi leccapiedi nei mezzi d’informazione celebrano morte e distruzione, Aleksandar Vučić finge di essere politicamente neutrale. La Serbia ha votato a malincuore per la risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite che condanna con la massima fermezza l’aggressione russa e chiede al Cremlino di cessare immediatamente l’uso della forza contro l’Ucraina, ma si ostina a rifiutare di imporre sanzioni contro la Russia. Moltissimi funzionari europei, senatori statunitensi e diversi diplomatici hanno incontrato Vučić, mettendo in chiaro che era giunto il momento di scegliere: la Serbia sarebbe stata dalla parte dell’Europa o avrebbe sostenuto la Russia? Nonostante tutte queste pressioni, Vučić mantiene la Serbia in un limbo, né in cielo né in terra. Ovviamente non si può rimanere neutrali di fronte all’atroce campagna della Russia contro l’Ucraina. Rimanere neutrali quando un carnefice massacra una vittima significa mettersi dalla parte del carnefice.

IL GOVERNO DI BELGRADO NON HA MAI RINUNCIATO ALL’IDEOLOGIA NAZIONALISTA DELLA “GRANDE SERBIA”,
L’atteggiamento della Serbia nei confronti della guerra in Ucraina va ulteriormente chiarito. L’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale televisivo satellitare Russia Today si occupano di diffondere la propaganda del Cremlino in altri paesi, invece in Serbia la maggior parte delle testate nazionali si muove come se facessero parte dell’apparato russo sotto il comando diretto di Vladimir Putin e del Roskomnadzor, l’agenzia federale russa per la supervisione dei mezzi d’informazione e il monitoraggio delle comunicazioni.
Il problema, però, non riguarda solo la sfera dell’informazione, che è già il prodotto di politiche disastrose. Il governo di Belgrado non ha mai rinunciato all’ideologia nazionalista della “grande Serbia”, il cui obiettivo è riunire in un unico stato tutte le regioni popolate da serbi in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia, e che ha portato alle guerre nella ex Jugoslavia. L’unica eccezione è stata la breve premiership di Zoran Đinđić, ma questo tentativo di ritorno alla civiltà è stato interrotto dal suo assassinio il 12 marzo 2003, compiuto dalle stesse forze che hanno scatenato le guerre e cercato di creare una grande Serbia.
Gli attuali leader politici serbi hanno partecipato attivamente all’impresa criminale comune (come fu definita dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia) nelle guerre degli anni novanta. Il presidente Vučić era un alto funzionario del Partito radicale serbo di Vojislav Šešelj, condannato per crimini di guerra. Il suo partner di coalizione Ivica Dačić, leader del Partito socialista di Serbia, era il portavoce di Slobodan Milošević, presidente serbo dal 1989 al 1997, accusato di crimini contro l’umanità per la pulizia etnica portata avanti in Bosnia-Erzegovina, Croazia e Kosovo. Uno dei più stretti collaboratori di Vučić, il ministro dell’interno Aleksandar Vulin, ha cominciato la sua carriera come funzionario della Sinistra jugoslava, il partito fondato dalla moglie di Milošević, Mirjana Marković. L’attuale ministra per l’integrazione europea, Jadranka Joksimović, è stata redattrice dell’organo di stampa del Partito radicale serbo Velika Srbija (grande Serbia), il cui nome parla da sé.

UNA PACE PROVVISORIA
Nessun funzionario politico in Serbia ha mai ammesso che a Srebrenica (dove nel luglio 1995 l’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina massacrò ottomila bosniaci musulmani) fu commesso un genocidio. Al livello statale non c’è stato alcun confronto con il passato. Al contrario, tutte le élite politiche, dei mezzi d’informazione, culturali, ecclesiastiche e sociali negano le responsabilità della Serbia per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. La storia recente è stata falsificata: la versione ufficiale è che i serbi sono sempre stati delle vittime, mai dei carnefici. Dopo aver scontato la pena, i criminali di guerra tornano in patria, sono accolti dai più alti dignitari dello stato, entrano nei comitati centrali dei partiti al potere e ottengono cariche di rappresentanza ben remunerate e spazio nei mass media per esporre la loro verità, una verità rimasta incomprensibile per il Tribunale penale internazionale.

PER PIÙ DI VENT’ANNI I NAZIONALISTI HANNO ATTESO CHE LA RUSSIA INGAGGIASSE UNO SCONTRO DECISIVO CON IL “NUOVO ORDINE MONDIALE”
Nelle città di tutta la Serbia innumerevoli murales ritraggono Ratko Mladić (generale serbo-bosniaco soprannominato il macellaio della Bosnia e il boia di Srebrenica) con lo slogan “eroe serbo”. Chiunque parli dei crimini serbi è bollato come traditore e i più temerari sono subito attaccati con campagne diffamatorie e linciaggi sui giornali e i social media. Presso la procura per i crimini di guerra di Belgrado, ci sono da anni 2.500 casi in fase di indagine preliminare, con l’evidente intenzione di insabbiarli. Secondo le stime dell’Humanitarian law center, una ong con sedi a Belgrado e Pristina, in Kosovo, almeno seimila criminali di guerra camminano tranquillamente nelle strade delle città serbe senza essere mai stati condannati.
Per i nazionalisti serbi, l’attuale periodo di pace è temporaneo, proprio come i confini nei Balcani. I nazionalisti sognano ancora un grande stato serbo che comprenda Kosovo, Montenegro, Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e parte della Croazia. Oggi realizzare un sogno del genere è impossibile, ma i nazionalisti sono pazienti. Dopo la sconfitta nelle guerre balcaniche, si sono ritirati nelle loro tane per leccarsi le ferite e alimentare l’odio verso i paesi vicini attraverso un’offensiva mediatica volta a mantenere la popolazione sempre all’erta e pronta a combattere. Devono aspettare il momento opportuno, quando le circostanze internazionali cambieranno: questa è una delle principali narrazioni che la propaganda russa ha preparato per il mercato serbo, ripetuta mille volte in articoli e apparizioni pubbliche negli ultimi decenni.

LA RESA DEI CONTI
Per più di vent’anni i nazionalisti hanno atteso che la Russia ingaggiasse uno scontro decisivo con il “nuovo ordine mondiale” (teoria complottista secondo cui vi sarebbe un gruppo di potere che punta a controllare l’intero pianeta), che entrasse in guerra contro l’anticristo occidentale, che sconfiggesse l’Europa e gli Stati Uniti miscredenti e e che stabilisse un ordine diverso sul pianeta. Hanno riposto la loro fiducia in Putin come messia di cieli e terre nuove. Immaginano il presidente russo come una versione migliorata di Slobodan Milošević: il sovrano di un potente impero con un arsenale nucleare a sua disposizione.
L’invasione russa dell’Ucraina equivale al momento della resa dei conti finale agli occhi dei serbi innamorati di Putin: secondo loro è cominciato il grande sconvolgimento che raderà al suolo il vecchio ordine e che farà sorgere dalle sue rovine un mondo in cui sovranità, confini e trattati internazionali non avranno alcuna importanza. Al posto del diritto internazionale e di altre sciocchezze occidentali, prevarrà allora la legge della giungla, come vuole la tradizione autoritaria. E gli stati che godono del favore del sovrano mondiale che troneggia al Cremlino – tra cui la Serbia – avranno il diritto di portare a termine ciò che hanno cominciato tre decenni fa: lo sterminio e l’espulsione di altre nazioni e religioni per creare finalmente lo stato allargato che sognano da secoli e soddisfare il loro desiderio di grandezza immaginaria. Dopotutto, la dottrina nazionalista serba considera la maggior parte delle nazioni vicine come invenzioni del comunismo, tanto quanto la propaganda di Putin sostiene che gli ucraini siano stati inventati da Lenin. Sono tutti serbi, o meglio russi, sulla cattiva strada: solo che si rifiutano di ammetterlo e quindi meritano di essere puniti.
*( Fonte da Internazionale., Voxeurop, Francia Tomislav Marković vive e lavora a Belgrado, dove scrive poesia, prosa, saggistica e non solo. Tra le sue opere ricordiamo Vreme smrti i razonode)

 

05 – MASSIMO SERAFINI*: PERCHÉ LA BATTAGLIA AMBIENTALISTA PUÒ UNIRE CONTRO LE DESTRE. I CAPITOLI DI QUESTO NUOVO LIBRO NON SONO TUTTI SCRITTI, MA MOLTI SI: UN NUOVO MODELLO ENERGETICO RINNOVABILE ED EFFICIENTE, ACQUE, SUOLO E ARIA BENI COMUNI DA TUTELARE, UNA NUOVA MOBILITÀ PIÙ COLLETTIVA E INTERMODALE SOLO PER CITARNE ALCUNI.
“Che cosa aspetti amico per capire” si cantava con allegria nel 68. Allora c’era da capire la voglia di cambiare il mondo per renderlo migliore e tanta era la fiducia diriuscire a convincere gli indecisi. Oggi è un appello quasi disperato perché si stenta a capire che il buco nero del cambiamento climatico sta inghiottendo la specie umana, sgretolando le condizioni stesse che le permettono di vivere. L’attesa rischia di essere troppa per fermare i tanti eventi estremi che ci colpiscono, troppa non solo in quel piccolo lembo di terra che è l’Italia, ma nel mondo intero. Qui da noi però la sordità è intrisa di cinismo, oltre che di interessi vergognosi. Cosa ci sia da capire non è tanto complicato se solo si smettesse di mentire chiamando catastrofi naturali eccezionali ciò che sta accadendo al paese.
L’avanzare dei fuochi che divorano gran parte dell’Europa, le giornate torride di questo luglio saranno una costante con cui convivere. In realtà non si vuole capire che bisogna voltare pagina, anzi che va riscritto tutto il libro. Ogni energia, fantasia di cui siamo capaci vanno spese per decidere come affrontare e vincere la sfida decisiva a cui ci sottopone il cambiamento climatico.
I capitoli di questo nuovo libro non sono tutti scritti, ma molti si: un nuovo modello energetico rinnovabile ed efficiente, acque, suolo e aria beni comuni da tutelare, una nuova mobilità più collettiva e intermodale solo per citarne alcuni. Manca solo la volontà politica e forse la cultura per smettere di considerare gli umani fuori da una natura da sottomettere e dominare.

C’è anche l’ignoranza di tanti che pensano che vivere in pace con l’ecosistema di cui siamo parte offra solo stenti e disoccupazione. Al contrario per realizzarla c’è bisogno di molto lavoro, e tecnologia, lavoro non precario e demotivato, ma da svolgere per un lungo periodo, ricco di professionalità e diritti. Le vecchie scelte per quanto si colorino di verde alterano il clima, ci espongono a pandemie, avvelenano terra aria e acque.

Fuori metafora il dibattito parlamentare ha parlato d’altro, quasi ignorato che il paese era soffocato dal caldo, che le fiamme che divorano la Spagna, il Portogallo, la Francia ci riguardano si sono accese anche qui. Anzi chi non voleva la caduta di Draghi spiegava che la sua cacciata avrebbe fermato il Pnrr, ignorando che molte delle cose scritte in quel progetto alimentano l’incendio perché parlano di fossile, di navi che rigassificano il metano, che non smette di alterare il clima se lo si compra in Algeria anziché in Russia.

Questo vuol dire però che un nuovo libro non lo possono scrivere coloro che hanno scritto quello vecchio. So che ci vuole tempo per individuare le nuove scrittrici/i, ma una sinistra che vuole meritarsi il consenso dovrebbe avere gli occhi puntati sulla società per individuarli.

Ora si andrà a votare e temo che saranno sempre meno quelli che si recheranno alle urne. Molti non andranno al seggio perché quello che hanno visto e sentito e che ha portato alla crisi era lontano anni luce dalla loro vita. Chi patisce il caldo e non ha condizionatori o non ha i soldi per pagare la luce per farli funzionare non può appassionarsi alla disputa elettorale che ha ignorato il suo problema. So che le destre di scrivere quel nuovo libro non ne hanno nessuna intenzione, proprio per questo non hanno problemi ad unirsi, le lega il potere. Chi però le dovrà sfidare ha perso credibilità perché da anni anch’essi lavorano, chi più chi meno, solo sul vecchio libro, a cui fare qualche modifica senza alterarne la direzione di marcia. Proprio per questo si divide in mille frammenti, difficilmente componibili.
Manca nella principale forza, il Pd, ogni volontà di voltar pagina e sfidare le destre con un nuovo progetto su cui unire. È chiaro che se questo non cambierà vinceranno le destre. Alcune delle sinistre pensano che sia non solo ineluttabile, ma anche positivo, perché fare opposizione rigenera, darà spazi a una vera alternativa.
Altri ed io fra loro non la pensano così, ma non vedono spazi, forse dimenticando che per crearli bisogna agire. Servono però segnali. Per farla breve il Pd dovrebbe assomigliare più al Psoe spagnolo che tassa banche e imprese energetiche per non far pagare la crisi ai soliti noti e chi sta alla sinistra del Pd ispirarsi a Podemos che sta al governo, gli fa fare buone politiche, impedendo almeno in parte ai socialisti di tornare a guardare a destra.
Un segnale potrebbe essere decidere di fare un confronto su Piombino, Ravenna, Portovesme, aprirsi alla eventualità che i porti delle tre città saranno liberati da quelle orribili navi gasiere climalteranti, che si è deciso (dove? quando?) di mettere lì. Non per dire solo no ma valutare anche una alternativa, ad esempio che le terre inquinate delle tre città saranno risanate, che i tetti delle vecchie fabbriche e delle case dotate di pannelli solari, che i loro mari ospiteranno turbine eoliche, che nei quartieri delle città cittadine/i verranno aiutate a riunirsi in comunità energetiche, spinti a risparmiare energia, a differenziare i rifiuti, riciclarli e riusarli prima di pensare a qualsiasi inceneritore.
Non so se la voglia di aprirsi al confronto basti a fare unità e appassionare molte persone alla sfida con le destre. Sicuramente aiuterebbe. Populismi? Mi sa che i sapientoni che lo ripetono hanno voglia di perdere.

 

06 – LIBERTÀ E GIUSTIZIA*: PAGHIAMO L’INCAPACITÀ DEL PARLAMENTO – ELEZIONI. COME LIBERTÀ E GIUSTIZIA ASSISTIAMO CON GRANDE PREOCCUPAZIONE AL PRECIPITARSI DEGLI EVENTI CHE HANNO AVUTO PER EFFETTO LO SCIOGLIMENTO ANTICIPATO DELLE CAMERE E L’INDIZIONE DELLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE IL 25 […]

Come Libertà e Giustizia assistiamo con grande preoccupazione al precipitarsi degli eventi che hanno avuto per effetto lo scioglimento anticipato delle Camere e l’indizione delle prossime elezioni politiche il 25 settembre.
Questo Parlamento si è contraddistinto per una crisi irriducibile di credibilità evidenziata a più riprese: dall’entusiasmo quasi messianico con cui ha accolto il governo Draghi fino all’esibita incapacità di eleggere un Presidente della Repubblica, culminata nella preghiera a Mattarella affinché tornasse sui propri passi. L’incapacità del Parlamento di adempiere ai suoi doveri – va ricordato – ha come  conseguenza il fatto che il Presidente Mattarella abbia dovuto sciogliere le Camere senza che sia stata modificata una legge elettorale fortemente sospetta di incostituzionalità; le conseguenze in termini di perdita di rappresentanza saranno ulteriormente aggravate dalla circostanza che il nuovo Parlamento dopo il referendum del 2020 avrà un numero di parlamentari ridotto di un terzo.

Una crisi di legittimazione della classe politica che sfocia nell’irresponsabilità.
In questo contesto, c’è il timore ragionevole che alle prossime elezioni la destra possa prevalere. Una destra a trazione sovranista, che non ha mai preso le distanze dal fascismo, che fa della xenofobia un vero e proprio programma di governo e che ostenta politiche fiscali ed economiche che avrebbero come effetto quello di accentuare le diseguaglianze e appesantire il debito pubblico, già enorme. Peraltro, proprio per effetto della legge elettorale rimasta in vigore, è possibile che a questa vittoria corrisponda una maggioranza parlamentare così ampia da poter, se lo vuole, cambiare la Costituzione, senza nemmeno doversi sottoporre al referendum oppositivo.

Il rischio di fronte al quale ci troviamo dovrebbe dunque preoccuparci ben oltre il livello di guardia. Siamo di fronte alla reale possibilità che la Costituzione venga irrimediabilmente modificata e che i suoi principi vengano spazzati via. Questa preoccupazione deve essere al centro delle scelte elettorali che si stanno compiendo, riconoscendo che affidarsi esclusivamente alle logiche di sopravvivenza dei singoli partiti rischia di favorire questo scenario.

In alternativa a questa destra così minacciosa sembra prefigurarsi un progetto politico – con il Partito Democratico al centro – che, quasi come un riflesso condizionato dopo le ultime vicende, sceglie di essere “testimonianza” del governo Draghi, dal quale mutua con entusiasmo il programma politico. Dimenticando la genesi di quel governo, che è nato per essere “alleanza nazionale di scopo”, privo di una chiara determinazione nell’affrontare i temi sociali e ambientali.

La scelta di trasformare il governo Draghi in buona pratica da imitare avrebbe, a nostro avviso, conseguenze fatali che finirebbero per avvantaggiare la destra.
Purtroppo, non è difficile immaginare che, magari col pretesto di dover rispettare i vincoli europei, un probabile governo di destra accentuerà ulteriormente il divario tra i pochi benestanti e i molti indigenti: introducendo la flat tax, abolendo la misura insufficiente ma necessaria del reddito di cittadinanza, tagliando le spese sociali (a prevedibile beneficio delle spese militari), abbandonando le già inadeguate politiche di lotta al cambiamento climatico.

Solo se vi saranno progetti politici alternativi alla destra che scelgano di farsi carico delle questioni sociali e ambientali sempre più urgenti e cruciali, si potrà finalmente dare rappresentanza a quella parte di società su cui si scaricano già adesso le conseguenze materiali di politiche che tendono a sclerotizzare le diseguaglianze. Se invece si continuerà a proseguire nella direzione annunciata, è molto probabile che questa parte di Paese sceglierà di non partecipare alle elezioni. Il rischio è concreto: secondo uno studio pubblicato da Tecnè, alle ultime consultazioni comunali è andato a votare il 79% degli elettori ad alto reddito e il 28% degli elettori a basso reddito.
L’astensionismo è un fenomeno complesso e diffuso in maniera diversa tra le classi sociali e sul territorio nazionale. Ma è endemico nella fascia sociale più svantaggiata.
C’è una parte di società impoverita, con scarsissimo potere di influenzare la politica e in questo senso non adeguatamente rappresentata. Davvero difficile pensare che una scelta neocentrista possa rispondere a una tale gigantesca crisi di fiducia nella politica
*(Giustizia e Libertà)

 

07 – Gabriella De Rosa*: CADUTA DEL GOVERNO: VOLONTÀ RUSSA – EMERGONO INQUIETANTI RIVELAZIONI SULLA CRISI E SULLA MANO RUSSA CHE AVREBBE SPINTO PER LA CADUTA DEL GOVERNO.
IN UN ARTICOLO SU LA STAMPA EMERGE UN RETROSCENA SECONDO CUI DIETRO LA CADUTA DEL GOVERNO DRAGHI CI SAREBBE LA VOLONTÀ RUSSA.
A fare da tramite tra Roma e Mosca è stato a quanto pare Matteo Salvini. Il leader della Lega, da sempre molto vicino a Putin e la Russia nasconde importanti contatti e rapporti con funzionari russi dallo scoppio della guerra in Ucraina. La Stampa cita rapporti dell’intelligence che vedono protagonista proprio il Carroccio.
A fine maggio Oleg Kostyukov, ambasciatore russo, chiede ad un leghista se sono “intenzionati a rassegnare le dimissioni dal governo Draghi”. Questo mostra l’interesse del governo russo nella destabilizzazione dell’Italia. Mosca non ha nascosto di aver goduto alla caduta di Draghi così come dell’altro fervente sostenitore occidentale Boris Johnson, chiedendo chi sarebbe stato il prossimo.

I RAPPORTI TRA SALVINI E I RUSSI
Queste conversazioni tra il funzionario dell’ambasciata russa e i leghisti avvenivano mentre Draghi dialogava con Putin per risolvere la questione del grano e non vedeva spiragli di pace da parte dello zar. Pare che nel frattempo, attraverso i suoi emissari, Putin stava cercando di far cadere il premier. Sono anche i giorni in cui Matteo Salvini sta organizzando il suo viaggio a Mosca, poi sfumato. Era già tutto pianificato, anche gli incontri che doveva fare. Il leader leghista doveva incontrare il ministro degli esteri Lavrov e una oligarca molto influente del Cremlino. Kostyukov è anche l’uomo che comprò i biglietti di questa missione a Mosca di Salvini.

Il leader della Lega ora smentisce e dice: “Sono fesserie. Io ho lavorato e lavoro per la pace e per cercare di fermare questa maledetta guerra. Figurati se vado a parlare di ministri e viceministri, mi sembra la solita fantasia su cui c’è Putin, c’è il fascismo, il razzismo, il nazismo, il sovranismo. Non penso che Putin stia dietro al termovalorizzatore di Roma”

 

08 – EMANUELE BONINI*: UE, TROVATO L’ACCORDO POLITICO PER LA RIDUZIONE DEL 15% DELLA DOMANDA ENERGETICA. PER L’ITALIA SARÀ DEL 7%. «PUTIN È PIUTTOSTO IMPREVEDIBILE, MA DI UNA COSA SONO SICURO: USERÀ IL SUO GAS E IL SUO PETROLIO PER CERCARE DI DIVIDERCI» AVVERTE FRANS TIMMERMANS.
Il nostro Paese sconta quanto già fatto in termini di riduzione della domanda. Cingolani: «Stiamo stoccando più del dovuto»
BRUXELLES. «Il taglio completo delle forniture russe è molto probabile». È un timore diffuso nell’Ue. Lo riconosce il ministro per lo Sviluppo sostenibile della Croazia, Davor Filipovic, ma anche in Commissione sanno che nell’imprevedibilità di Putin, «se la Russia dovesse chiudere completamente i rubinetti del gas, lo farà nel momento più problematico». In vista dell’inverno, è bene essere pronti, e l’Europa degli Stati cerca di esserlo. Il consiglio Energia riunito in sessione straordinaria a Bruxelles trova l’accordo politico per la riduzione del 15% della domanda energetica, come proposto dall’esecutivo comunitario per ridurre l’arma di ricatto russa, che tiene conto però delle diverse situazioni Paese e che per l’Italia si traduce in uno sforzo minore, attorno al 7%.

«Putin è piuttosto imprevedibile, ma di una cosa sono sicuro: userà il suo gas e il suo petrolio per cercare di dividerci», avverte Frans Timmermans, il commissario responsabile per il Green Deal. Il consiglio risponde con l’accordo. Per superare le resistenze, le perplessità e le riserve degli Stati membri, sono state apportati cambiamenti alla proposta originale. Innanzitutto si lascia mano libera agli Stati. Ci si impegna a ridurre del 15% i consumi rispetto al valore medio degli ultimi cinque anni tra l’1 agosto 2022 e il 31 marzo 2023, ma con misure di propria scelta.

Nella scelta delle misure di riduzione della domanda, gli Stati membri daranno la priorità ad azioni che non influiscano sui «clienti protetti» come le famiglie e «i servizi essenziali» per il funzionamento della società come le entità critiche, l’assistenza sanitaria e la difesa. Le possibili misure includono la riduzione del consumo di gas nel settore elettrico, misure per incoraggiare il cambio di combustibile nell’industria, campagne nazionali di sensibilizzazione, obblighi mirati per ridurre il riscaldamento e il raffreddamento e misure basate sul mercato come la vendita all’asta tra le aziende. Previste campagne di sensibilizzazione per indurre i cittadini a ridurre i loro consumi.

Per ottenere il via libera sono state concesse anche deroghe, a quei sistemi Paese che abbiano superato i loro obiettivi di riempimento dei depositi di gas, se sono fortemente dipendenti dal gas come materia prima per le industrie critiche o se il loro consumo di gas è aumentato di almeno l’8% nell’ultimo anno rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Anche gli Stati membri che non sono interconnessi alle reti del gas di altri Stati membri sono esentati dalle riduzioni obbligatorie del gas del 15%, in quanto non sarebbero in grado di liberare volumi significativi di gasdotti a vantaggio di altri Stati membri.

Ancora, gli Stati membri possono richiedere una deroga per adeguare i propri obblighi di riduzione della domanda se dispongono di interconnessioni «limitate» con altri Stati membri e possono dimostrare che le loro capacità di esportazione di interconnettori o le loro infrastrutture nazionali di gas naturale liquefatto (Gnl) sono utilizzate per reindirizzare al meglio il gas verso altri Stati membri.

Altra condizione necessaria per avere un accordo su un provvedimento che aveva visto i dubbi di più delegazioni, la natura temporanea dello sforzo di riduzione. Si riconosce il piano come «eccezionale e straordinario», e quindi previsto per un tempo limitato. Ecco perché il taglio del 15% dei consumi è fissato fino alla fine di marzo 2023. La Commissione procederà comunque un riesame, entro maggio 2023, per valutarne una possibile estensione.

L’accordo, per l’Italia, ha però portata diversa. Proprio in virtù delle diverse deroghe, il Paese «sconta» quanto già fatto finora in termini di riduzione della domanda. Da una parte, spiega in una pausa dei lavori il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ci sono «le azioni già intraprese» sin qui che solo in termini di affrancamento dalla risorsa energetica russa hanno determinato «una riduzione di 30 miliardi di metri cubi di gas russo». Dall’altra parte, «stiamo stoccando più del dovuto». Alla luce di questi elementi, «con questo regolamento noi dovremmo risparmiare il 7%» rispetto alla media degli ultimi cinque anni, anziché il 15%.

Per rispondere alle preoccupazioni dell’Ungheria, preoccupata per le proprie riserve, il meccanismo di solidarietà, con la fornitura di energia ad altri Paese, scatterà quando cinque Stati membri notificheranno una situazione di criticità. La Commissione saluta l’accordo in Consiglio, ma invita a lavorare per fare scorte. «Possiamo essere padroni del nostro destino energetico, ma per farlo dobbiamo stoccare più che possiamo», incalza Timmermans.
*( Fonte La Stampa, Emanuele Bonini giornalista)

 

09 – Alfiero Grandi *: CON QUESTA LEGGE ELETTORALE LA SINISTRA SENZA ALLEATI HA GIÀ PERSO. I PARTITI DOVREBBERO AFFRONTARE UNA DISCUSSIONE SUI RIMEDI ALLA CRISI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA, SEGNALATA DA UN SEGNALE INEQUIVOCO COME L’ALLONTANAMENTO DEI CITTADINI DAL VOTO, CHE NON È AFFATTO NORMALE COME SI VORREBBE FAR CREDERE.
La legge elettorale forma il parlamento, il cui ruolo è decisivo nel bene e nel male. Sia quando funziona, sia quando come nell’ultima legislatura ha segnato il punto più basso di credibilità.
Il vero problema è se c’è o meno consapevolezza della gravità del momento e se c’è bisognerebbe trarne la conseguenza che il problema di fondo è bloccare la destra in nome della Costituzione.
Il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha manifestato a Enrico Letta appena eletto segretario del PD le ragioni di fondo che spingevano a chiedere una modifica del Rosatellum. Due volte la crisi politica dei governi (Conte 1 e Conte 2) aveva portato alla soglia del voto anticipato. Questo consigliava di non perdere tempo. Una nuova crisi avrebbe potuto portare ad elezioni anticipate senza la possibilità di modificare la legge elettorale. Così è avvenuto con la crisi del governo Draghi e le imminenti elezioni.

La legge elettorale non è sufficiente a risollevare le sorti della democrazia che in Italia, e non solo, deve affrontare una crisi profonda. Tuttavia la legge elettorale forma il parlamento, il cui ruolo è decisivo nel bene e nel male. Sia quando funziona, sia quando come nell’ultima legislatura ha segnato il punto più basso di credibilità.

Il taglio dei parlamentari ha sancito la profondità della crisi e il capovolgimento del rapporto con il governo che nel periodo Draghi ha segnato il ruolo più basso del parlamento, arrivando a decidere sui decreti del governo una camera a turno. L’altra poteva solo ratificare le decisioni di quella che aveva avuto il tempo di esaminare il provvedimento. La Costituzione è stata ignorata e i riconoscimenti del ruolo del parlamento servivano a nascondere la verità.

Il capovolgimento dei ruoli tra governo e parlamento non è iniziato con Draghi ma con il suo governo è diventato regola, preannunciando una tendenza al cambio di fatto della nostra Costituzione. Nel rimpianto del governo Draghi esiste anche questa componente.

I partiti dovrebbero affrontare una discussione sui rimedi alla crisi della nostra democrazia, segnalata da un segnale inequivoco come l’allontanamento dei cittadini dal voto, che non è affatto normale come si vorrebbe far credere.

Tuttavia questo richiede tempo e fatica e per ora è un discorso che (quasi) tutti preferirono rinviare. Quindi concentriamoci sulle prossime elezioni e sulla legge elettorale che troppi non conoscono e alcuni pensano di usare a loro vantaggio.

Il nuovo parlamento
Con il taglio dei parlamentari i futuri deputati saranno 400 e i senatori 200, un terzo in meno della legislatura finita. Di fatto questo porta ad una soglia elettorale implicita di partenza più alta del 3 per cento. Inoltre la legge elettorale prevede che l’elettore esprima (pena annullamento) un voto solo per i collegi uninominali e per la circoscrizione proporzionale. Una previsione incostituzionale ma che resta in vigore perché non è stata cambiata e quindi deciderà del futuro del nostro paese, delle scelte che verranno fatte. Altre previsioni sono incostituzionali perché non garantiscono parità reale di voto ai cittadini e anche queste restano in vigore.

Le conseguenze del voto unico per uninominale e proporzionale sono il punto più grave. Il centro destra ha una distribuzione nel territorio nazionale che potrebbe fargli ottenere gran parte dei collegi uninominali perché chi non sta con la destra è diviso e si attarda in considerazioni che non fanno i conti con la legge elettorale più il taglio dei parlamentari.

È come giocare all’asso di denari. Chi ha l’asso parte in vantaggio, così è per la destra. La destra potrebbe vincere e potrebbe fare anche di più, arrivando ai numeri che consentono di cambiare unilateralmente la Costituzione e il presidenzialismo è il loro obiettivo.

Ci si chiede come potrebbe uno schieramento che non riesce a presentare una coalizione per vari motivi presentarsi insieme nell’uninominale maggioritario, dove chi prende un voto in più fa cappotto. Anche un convinto proporzionalista come sono comprende che la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione antifascista e democratica è un punto che può unire uno schieramento ampio senza contraddire le differenze che si debbono manifestare nel proporzionale. Se c’è una coalizione nell’uninominale chi vota il proporzionale automaticamente vota anche per l’uninominale, ma segnala la propria preferenza politica che avrà valore nel proporzionale.

Il vero problema è se c’è o meno consapevolezza della gravità del momento e se c’è bisognerebbe trarne la conseguenza che il problema di fondo è bloccare la destra in nome della Costituzione.
*(Alfiero Grandi)

 

10 – Will Hutton*: I NEGAZIONISTI DEL CLIMA SONO RIMASTI INDIETRO – NEI QUARTIERI DELLA FINANZA DI LONDRA SI DISCUTE SE SIA MEGLIO DISINVESTIRE COMPLETAMENTE DALLE AZIENDE PRODUTTRICI DI COMBUSTIBILI FOSSILI O SOSTENERLE NELLA TRANSIZIONE

Un futuro, mentre cercheremo riparo da un sole bollente, la crisi climatica sembrerà anche troppo reale. Negli ultimi anni il Regno Unito ha subìto tempeste e inondazioni, ma quello che sta succedendo in questi giorni stabilisce una minacciosa discontinuità con la nostra idea di normalità. Il caldo è un pericolo per la nostra vita. L’atteggiamento della politica verso la crisi climatica cambierà. Finora la causa ambientalista è stata sostenuta dai giovani, dai progressisti e dagli ecologisti, mentre la maggioranza accettava i loro argomenti ma con scarsa convinzione. Va bene essere ambientalisti se i cambiamenti del nostro stile di vita riguardano sempre il futuro e le centrali eoliche non sono costruite vicino a noi.
In Australia l’esperienza della siccità, degli incendi e delle morti ha trasformato una nazione scettica nei confronti della crisi climatica in un popolo di ecologisti, mettendo sulla difensiva una destra fino ad allora in ascesa. Presto il Regno Unito comincerà a seguirne l’esempio.
Questa non è un’ondata di caldo tradizionale, un momento in cui prendere il sole al parco. Nell’estate 2020 ci sono stati 2.500 morti in più per il caldo; quest’estate sarà peggio. E nessuno sa come reagiranno le nostre infrastrutture, che non sono state costruite pensando agli eventi climatici estremi. Le cancellazioni di treni, autobus e metropolitane sono probabili. Le reti elettriche e idriche reggeranno? E, se anche fosse, riusciremo a superare senza problemi luglio e agosto? Le temperature mondiali stanno aumentando. Come la quantità di carbonio nell’atmosfera. Le calotte polari si stanno sciogliendo a una velocità sconcertante. Il livello degli oceani sta crescendo, al pari degli eventi meteorologici estremi.
Un impegno globale per l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 potrebbe limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Nel Regno Unito sono stati fatti dei progressi, soprattutto grazie alla decarbonizzazione dell’approvvigionamento energetico. Ci sono segnali di speranza – un’auto nuova su quattro comprata nel dicembre 2021 era elettrica – ma c’è ancora molto da fare. Agendo in questa direzione, i posti di lavoro non mancheranno: basterebbe riqualificare le case che oggi hanno un isolamento termico insufficiente, circa trenta milioni nel Regno Unito, e trasformare il sistema energetico. Ma ogni anno perso è un altro anno di anidride carbonica diffusa nell’atmosfera che si aggiunge a quella già esistente e che rende più probabile il caldo di questi giorni. Non fare niente significa esporsi a rischi economici e sociali nei prossimi cinquant’anni.
Ma agire costerà. L’innovazione da sola non salverà la situazione. L’organizzazione indipendente Climate change committee ha stimato per il Regno Unito un costo di cinquanta miliardi di sterline all’anno (circa 58 miliardi di euro). Per i politici di destra è impensabile. L’azione collettiva è un anatema: puzza di allargamento delle prerogative dello stato e implica l’idea di aumentare le tasse, la scienza è come un cavallo di Troia. C’è poco “noi” nella testa dell’ala più intransigente dei conservatori britannici. Il loro pensiero ruota intorno all’idea di aumentare la sovranità dell’io. Quindi estraete il petrolio e il gas, e bruciatelo! È quello che abbiamo sempre fatto, anche se le energie rinnovabili sono molto più economiche. La libertà personale è prioritaria. Le tasse devono essere ridotte. Le esigenze del pianeta devono passare in secondo piano. I conservatori non sono al passo con la scienza, con l’opinione pubblica e neppure con le opportunità commerciali: un triplo disallineamento che gli sarà letale. In realtà si discute poco del fatto che agire contro la crisi climatica rappresenta una grande opportunità.
Nel mondo dell’economia e della finanza i più lungimiranti si sono già impegnati a raggiungere le emissioni zero entro il 2050. Nei quartieri della finanza di Londra si discute se sia meglio disinvestire completamente dalle aziende produttrici di combustibili fossili o sostenerle nella transizione verso un nuovo modello; lontano dal mondo dei centri studi, degli editorialisti e delle chat di destra si dice che il cambiamento è necessario.
Una parziale reindustrializzazione è possibile grazie all’elettrificazione, alle rinnovabili, all’idrogeno, alle nuove forme di agricoltura, alle auto elettriche, e alla riqualificazione del patrimonio immobiliare. Un capitalismo che riparta da zero potrebbe contemporaneamente portare alle emissioni zero e a un salto di qualità: una visione necessaria e conveniente dal punto di vista economico.
Nei prossimi giorni soffrirete il caldo e le vostre preoccupazioni aumenteranno, ma consolatevi.
Quest’esperienza sta creando conversazioni private che, alla fine, procureranno una risposta collettiva. Per quanto riguarda lo scetticismo nei confronti della crisi climatica, la destra britannica si sbaglia. E di certo questa non è la strada per vincere le elezioni.
*( William Nicolas Hutton è un giornalista britannico. A partire dal 2022, scrive regolarmente una rubrica per The Observer, co-presidente della Purposeful Company ed è il presidente designato dell’Accademia delle scienze sociali. È presidente del comitato consultivo del National Youth Corps del Regno Unito)

 

11 – Giovanni De Mauro*. TOUR. ANCHE I PRIMI VIAGGIATORI DELL’EPOCA MODERNA ERANO A LORO MODO SENSIBILI ALL’AMBIENTE, MA PER RAGIONI DIVERSE DA QUELLE DI OGGI.
LA PAROLA “TURISMO” NASCE CON IL GRAND TOUR, UN LUNGO VIAGGIO NELL’EUROPA CONTINENTALE INTRAPRESO DAI RICCHI DELL’ARISTOCRAZIA EUROPEA CHE ALLA FINE DEL SEICENTO SI SPOSTAVANO PER CONTEMPLARE LE OPERE D’ARTE (SOPRATTUTTO ITALIANE) PIÙ CHE PER APPROFITTARE DELLA NATURA.

È nel settecento, racconta lo storico francese Sylvain Venayre su Le Monde, che chi si mette in viaggio per l’Italia decide di fare una tappa in Svizzera per fermarsi nelle Alpi. Arrivano così i primi alpinisti.
All’epoca l’inquinamento considerato fastidioso era quello visivo. Con la nascita dell’industria del turismo (espressione che appare per la prima volta intorno al 1860) e l’inizio della democratizzazione dei viaggi, le élite europee sono infastidite dalla presenza della folla.
Stéphen Liégeard, un signore che nel 1887 conierà il termine “Costa azzurra”, è preoccupato che la poesia della natura possa “sparire rapidamente coperta dalle vettovaglie dei picnic delle banlieues”. Negli Stati Uniti la zona di Yosemite diventa una riserva nel 1864 e nel 1872 Yellowstone è il primo parco nazionale al mondo.
Nel 1901 viene fondato a Londra un Camping club. L’obiettivo dei campeggiatori non è risparmiare, ma soddisfare il desiderio di dormire in paesaggi naturali protetti e non ancora toccati dal turismo. Campeggiare è un segno di distinzione sociale.
Oggi ritroviamo quell’idea di viaggio – andare a piedi, lentamente e in pochi – ma per motivi molto diversi, scrive Venayre. Chi sceglie di viaggiare così non lo fa per classismo e, anche se recupera consuetudini più antiche di quanto pensi, lo fa soprattutto per rispetto di un pianeta condizionato dall’emergenza climatica.
( Giovanni De Mauro, Questo articolo è uscito sul numero 1471 di Internazionale, a pagina9 )

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