n°26 – 24/6/2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – 01 – La Marca (Pd) Incontra il direttore generale Varriale sul potenziamento del personale della rete consolare estera.
Per i consoli onorari ricadute positive dell’emendamento la marca alla legge di bilancio 2022.
02 – Schirò (Pd)*: per la corte di giustizia le prestazioni familiari devono essere erogate anche per i figli residenti all’estero
03 – Schirò (Pd)* – depositata la mia interrogazione al governo sull’assegno unico e gli italiani all’estero: urgono chiarimenti
04 – Vacanze.* Arrivano le vacanze e mancano i lavoratori Con l’estate alle porte si prevede una forte ripresa dei flussi turistici in tutto il mondo.
05 – Marina Della Croce*: Europa – la Germania cancella il divieto di informare sull’aborto. Era stato voluto dal nazismo. L’abrogazione votata dal parlamento. Ci sono voluti novanta anni
06 – Pierre Haski *: l’Unione europea alle prese con l’allargamento a est e nei Balcani. È uno degli effetti collaterali della guerra in Ucraina: il conflitto rende urgente il tema dell’allargamento dell’Unione europea, costringendo i 27 a ripensare l’organizzazione del continente
07 – Damian Carrington, Matthew Taylor*: chi vuole far saltare il clima le aziende dei combustibili fossili hanno già approvato enormi progetti per lo sfruttamento di nuovi giacimenti, che porteranno l’aumento delle temperature globali oltre tutti i limiti fissati dagli accordi internazionali.
08 -Italiani all’estero, sabato 25 giugno Pre-Congresso MAIE Pari Opportunità dell’America Latina
09 – Agostinelli, Grandi, Scalia*: “Se Draghi non interviene, Cingolani ci lascia in mezzo al guado” Il Manifesto 17/6/22 articolo di
Finalmente Cingolani in una intervista ha parlato chiaro e così scopriamo che tutti i suoi detti e non detti del passato sono riconducibili ad un Ministro che sta alle politiche per l’ambiente come la volpe nel pollaio
10 – Arthur C. Brooks*: La bellezza del nostro caos interiore. Oggi i giovani hanno l’abitudine di descriversi come “incasinati di brutto
11 – Pierluigi Ciocca*:ECONOMIA – Contro la bestia nera della stagflazione investimenti pubblici e leva monetaria. Non la guerra, ma Biden e Janet Yellen con trilioni di dollari di spesa pubblica ( 20% del Pil), e la politica monetaria di Lagarde hanno fatto esplodere l’inflazione

 

 

01 – LA MARCA (PD) INCONTRA IL DIRETTORE GENERALE VARRIALE SUL POTENZIAMENTO DEL PERSONALE DELLA RETE CONSOLARE ESTERA. PER I CONSOLI ONORARI RICADUTE POSITIVE DELL’EMENDAMENTO LA MARCA ALLA LEGGE DI BILANCIO 2022.
Lunedì, 20 giugno, l’on. La Marca ha incontrato l’Ambasciatore Renato Varriale, Direttore Generale per le risorse e l’innovazione del Ministero degli Esteri.
Lo scopo dell’incontro è stato quello di approfondire le iniziative messe in atto dal MAECI per quanto riguarda il rafforzamento della dotazione del personale per le sedi diplomatiche e consolari, anche alla luce dell’approvazione della Risoluzione 7-00744 a prima firma La Marca.

L’occasione è stata utile anche per segnalare al Direttore Varriale una serie di criticità riguardanti l’insufficienza di personale di importanti consolati quali quelli di Chicago, Toronto e Città del Messico, chiamati a rispondere alle sempre maggiori bisogni dei connazionali e delle aziende italiane la cui presenza su questi territori è aumentata considerevolmente.

“L’urgenza di adottare misure, anche straordinarie, per potenziare i servizi consolari in difficoltà a causa della carenza di personale, è una delle priorità del mio lavoro parlamentare. Per questa ragione, ritengo importante monitorare la situazione e sollecitare costantemente l’Amministrazione e il governo. Il Direttore Generale Varriale mi ha fornito un quadro dettagliato delle iniziative avviate per rafforzare le dotazione di personale della rete estera. I risultati di questi ultimi due anni, sia per quanto riguarda il personale di ruolo che quello a contratto, rappresentano un passo in avanti nella direzione auspicata. Tuttavia, per garantire una adeguata ed efficiente erogazione dei servizi consolari, occorre fare di più sia in termini di risorse economiche che di programmazione. Il Direttore ha garantito la massima attenzione alle richieste che ho rappresentato anche in seguito alle mie recenti interlocuzioni sul territorio – ha sottolineato l’on. La Marca.

“Infine – ha osservato l’on. La Marca al termine dell’incontro – non posso che esprimere la mia soddisfazione per i risultati raggiunti con il mio emendamento alla legge di bilancio 2022 che ha dotato il capitolo relativo ai contributi per la rete dei consoli onorari (n. 1284) di maggiori risorse. Grazie a questo emendamento sarà possibile anticipare la procedura di erogazione dei contributi agli uffici onorari. Rispetto ai passati esercizi finanziari, dunque, per il 2022 verrà assegnato l’80% dei contributi già prima della pausa estiva. Si tratta di una positiva risposta alle richieste dei consoli onorari il cui ruolo è fondamentale per garantire l’erogazione dei servizi ai connazionali della mia ripartizione”.
*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – CAMERA DEI DEPUTATI – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

02 – SCHIRÒ (PD): PER LA CORTE DI GIUSTIZIA LE PRESTAZIONI FAMILIARI DEVONO ESSERE EROGATE ANCHE PER I FIGLI RESIDENTI ALL’ESTERO
È una pietra miliare del diritto sociale comunitario la recente sentenza della Corte di Giustizia europea che ha praticamente affermato che le prestazioni sociali – come ad esempio le detrazioni per carichi familiari e l’assegno al nucleo familiare (ANF) – non possono essere ridotti se i figli del soggetto avente diritto sono all’estero.
La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 16 giugno 2022 potrà avere importanti conseguenze sui diritti alle prestazioni familiari di persone che vivono in Italia ma che hanno i figli residenti all’estero per i quali la nuova normativa sull’Assegno unico universale ha negato dal 1° marzo u.s. il diritto alle detrazioni e all’Anf per i figli a carico di età inferiore ai 21 anni.
La sentenza, riferita alla Causa n. C-328/2020, ha affrontato ciò che è stato considerato un inadempimento da parte della Repubblica d’Austria in materia di libera circolazione dei lavoratori e di parità di trattamento in merito alle prestazioni familiari.

In sintesi, la Corte ha ritenuto illegittimo il comportamento della Repubblica d’Austria che aveva introdotto, per i lavoratori i cui figli risiedono in modo permanente in un altro Stato membro, un meccanismo di riduzione degli assegni familiari e del credito d’imposta per figli a carico (proprio le prestazioni che l’Italia sta negando ai soggetti residenti in Italia ma con figli residenti all’estero) venendo meno così agli obblighi ad essa incombenti in forza del Regolamento CE n. 883 relativo al Coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale e del Regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione.

La Corte di Giustizia ha stabilito pertanto, in sintesi, che gli assegni familiari e il credito d’imposta per figli a carico devono essere conformi, in particolare, all’articolo 7 del regolamento n. 883/2004, il quale prevede che, a meno che detto regolamento non disponga diversamente, siffatte prestazioni «non sono soggette ad alcuna riduzione, modifica, sospensione, soppressione o confisca per il fatto che il beneficiario o i familiari risiedono in uno Stato membro diverso da quello in cui si trova l’istituzione debitrice».

A tal riguardo, occorre ricordare che l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 sancisce il principio in virtù del quale una persona ha diritto alle prestazioni familiari per i familiari che risiedano in uno Stato membro diverso da quello competente a erogare tali prestazioni, come se essi risiedessero in quest’ultimo Stato membro (sentenza del 22 ottobre 2015, Trapkowski, C 378/14, EU:C:2015:720, punto 35).

Inoltre, la Corte ha dichiarato in più occasioni che gli articoli 7 e 67 del regolamento n. 883/2004 mirano a impedire che uno Stato membro possa subordinare la concessione o l’importo delle prestazioni familiari alla residenza dei familiari del lavoratore nello Stato membro che eroga le prestazioni (v., segnatamente, sentenza del 25 novembre 2021, Finanzamt Österreich (Assegni familiari per cooperanti), C 372/20, EU:C:2021:962, punto 76).

Ora alla luce di questa importante sentenza cosa farà il Governo italiano che ha sospeso dal 1° marzo u.s. l’erogazione delle prestazioni familiari ai soggetti residenti in Italia ma con figli iscritti all’Aire o comunque residenti all’estero?

Si ricorderà che noi avevamo già denunciato il comportamento del Governo italiano e segnalato la possibilità che la nuova legge sull’Assegno unico fosse in contrasto (con riferimento all’esportabilità delle prestazioni familiari) con il diritto comunitario.
La Corte di Giustizia europea ci ha dato ragione anche se limitatamente ai diritti dei lavoratori i quali svolgono la loro attività lavorativa in Italia e hanno i familiari residenti nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea (purtroppo non ci sono invece ancora novità in merito ai diritti negati ai cittadini italiani residenti all’estero ai quali sono state sospese le prestazioni familiari, anche se questa Sentenza apre nuove possibilità).
Resta ora da valutare se alla luce di questa importante sentenza possa essere ancora avvalorata la tesi sostenuta dall’Inps nella circolare n. 23/2022 in base alla quale il diritto all’Assegno unico debba essere vincolato al fatto che i figli aventi potenziale diritto debbano far parte dello stesso nucleo ISEE del genitore, cioè debbano essere conviventi. Tesi che ha escluso dalla concessione delle prestazioni familiari i cittadini residenti in Italia ma con figli in un altro Stato europeo.
Si ricorderà tuttavia che lo stesso Inps aveva sollevato dei dubbi sulle misure restrittive adottate ed aveva rimandato l’orientamento definitivo ad ulteriori valutazioni. Ora questa sentenza si spera avrà degli effetti concreti a tutela dei diritti di tanti lavoratori.
*(*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati)

 

03 – SCHIRÒ (PD) – DEPOSITATA LA MIA INTERROGAZIONE AL GOVERNO SULL’ASSEGNO UNICO E GLI ITALIANI ALL’ESTERO: URGONO CHIARIMENTI

Non è accettabile che migliaia di italiani residenti all’estero siano stati improvvisamente “espropriati” delle agevolazioni fiscali e previdenziali di cui godevano da anni e che rappresentavano un legittimo contributo da parte dello Stato italiano al sostegno della loro famiglia.

È proprio ciò che è avvenuto dal 1° marzo di quest’anno quando l’assegno al nucleo familiare (Anf) e le detrazioni per figli a carico di età inferiore ai 21 anni sono stati abrogati e sostituiti dall’Assegno unico che però è stato vincolato alla residenza in Italia.

Mi batto da un anno per il ripristino delle agevolazioni soppresse per i nostri connazionali i quali pur risiedendo all’estero hanno pagato e pagano le tasse in Italia potendo così essere considerati, a tutti gli effetti, contribuenti italiani.

Con la mia interrogazione al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali ho evidenziato che l’improvvisa perdita, quindi, di detrazioni e Anf non compensata dall’Assegno unico ha prodotto un grave vulnus umano ed economico per migliaia di contribuenti italiani residenti all’estero i quali hanno subito una considerevole riduzione del loro reddito con conseguenze spesso drammatiche sul loro tenore di vita.

Ma non ho solo sollevato principi umanitari (oggigiorno di difficile comprensione) ma ho bensì sottolineato anche e soprattutto il pasticcio giuridico causato da un legislatore che non ha previsto o ignorato gli evidenti conflitti e le possibili violazioni del diritto comunitario e internazionale.

Nell’interrogazione, depositata in Commissione Affari Sociali, ho rilevato che in più occasioni la Corte di Giustizia europea ha sentenziato che (sulla scorta dell’articolo 7 del regolamento n. 883/2004, intitolato «Abolizione delle clausole di residenza») le prestazioni in denaro dovute a titolo della legislazione di uno o più Stati membri non sono soggette ad alcuna riduzione, modifica, sospensione, soppressione o confisca per il fatto che il beneficiario o i familiari risiedono in uno Stato membro diverso da quello in cui si trova l’istituzione debitrice.

E anche che, per quanto riguarda i contribuenti residenti in Italia che si sono visti sospendere le prestazioni familiari che percepivano per il loro nuucleo familiare residente all’estero, la Corte di Giustizia ha sentenziato che (l’ultima sentenza in materia è quella riferita alla Causa n. 328/2020 del 16 giugno 2022 di cui ho dato ampio resoconto in un mio recente comunicato) una persona ha diritto alle prestazioni familiari ai sensi della legislazione dello Stato membro competente, anche per i familiari che risiedono in un altro Stato membro, come se questi ultimi risiedessero nel primo Stato membro.

Ebbene alla luce di queste considerazioni, ho chiesto al Ministro se, in conformità con quanto disposto da regolamenti e direttive comunitari e da numerose sentenze della Corte di Giustizia europea, non ritenga che l’Assegno unico universale debba essere concesso anche ai cittadini italiani residenti all’estero i quali pagano le imposte sul reddito in Italia e non sono percettori di analoghe prestazioni all’estero, o che comunque non sia opportuno ripristinare per loro il diritto, revocato dal 1° marzo 2022, alla concessione dell’assegno al nucleo familiare (ANF), e delle detrazioni per figli a carico di età inferiore ai 21 anni, e inoltre non sia legittimo e opportuno, anche a seguito della recente sentenza della Corte di Giustizia europea summenzionata, concedere le prestazioni familiari (ora negate) ai lavoratori residenti in Italia ma con nucleo familiare residente all’estero.

Il mio impegno sulla questione continua, sostenuto anche dall’iniziativa dei colleghi PD al Senato, nella speranza che si possa arrivare ad una risposta risolutiva in tempi accettabili.
*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati)

 

04 – VACANZE.* ARRIVANO LE VACANZE E MANCANO I LAVORATORI CON L’ESTATE ALLE PORTE SI PREVEDE UNA FORTE RIPRESA DEI FLUSSI TURISTICI IN TUTTO IL MONDO.
Dopo due anni di pandemia milioni di persone non vedono l’ora di riprendere a viaggiare per piacere come un tempo.
Il problema è che poche cose sembrano essere tornate come prima. Lo dimostra il caos negli aeroporti di questi giorni, ma anche la grave carenza di manodopera nel settore turistico. Per affrontare questo tema di grande attualità, abbiamo scelto un articolo del quotidiano francese Le Monde, che ha il merito di offrire un’ampia panoramica sui paesi europei, in particolare quelli a grande vocazione turistica come la Francia, la Spagna, la Grecia e ovviamente l’Italia. Dappertutto, dagli alberghi ai ristoranti, le attività soffrono a causa del personale ridotto. Un’emergenza che la forte ripresa della domanda non riesce a risolvere, visto che durante la pandemia molti lavoratori hanno trovato alternative migliori a un settore caratterizzato spesso da paghe basse, turni massacranti e contratti precari.
quest’estate vi toccherà aspettare. Aspettare la vostra crêpe, aspettare all’aeroporto, aspettare in albergo. Mancheranno all’appello moltissime braccia pronte a servirvi, dappertutto: da Colmar a Creta, dalla Puglia a Perros-Guirec, da Saint-Tropez a Siviglia. Il turismo occidentale è preoccupato per la mancanza di personale, in particolare a causa dei contratti precari dei lavoratori stagionali e dei turni sfibranti. Una situazione che nelle ultime due estati è passata in qualche modo inosservata a causa della scarsa presenza di visitatori stranieri. Quest’anno invece non sarà così: tutto lascia pensare che gli europei del nord riprenderanno la loro grande migrazione verso il sole del sud.

Cosa troveranno sulle spiagge del mar Adriatico? Per esempio in Emilia-Romagna, dove l’83 per cento delle aziende legate al turismo non trova personale? O sulle coste spagnole, dove mancano cinquantamila lavoratori stagionali? Le stesse cause, note da tempo, producono gli stessi effetti, a prescindere dalle condizioni del mercato del lavoro o dalle sue norme: gli alberghi e i ristoranti decidono chiusure limitate e cercano dipendenti in grado di svolgere più mansioni. Ma tutto questo produce una disorganizzazione che può nuocere alla qualità del servizio, come succede già negli aeroporti di Parigi, Londra o Amsterdam. Durante la pandemia di covid-19, nonostante gli aiuti concessi dai governi, il settore turistico ha preferito fare a meno di una parte della sua forza lavoro. Poche aziende si aspettavano una ripresa così rapida dell’attività, e alcune hanno preferito cavarsela con le risorse impiegate nell’estate del 2020 senza richiamare, come facevano di solito, i lavoratori stagionali.

Intanto nei periodi di chiusura dei bar e delle località turistiche i dipendenti degli alberghi e dei ristoranti hanno cercato lavoro in altri settori e “hanno scoperto che si stava meglio altrove, con salari più alti e meno vincoli”, sottolinea Pascal Pedrak, segretario generale del sindacato Cfdt Île-de-France. In Francia l’aumento dei salari del settore, in vigore dal 1 aprile, è stato immediatamente seguito dall’aumento del salario minimo interprofessionale di crescita (smic), che è stato adeguato all’inflazione. La stessa crescita dei prezzi limita i margini di manovra dei ristoratori, che ora spendono di più per le materie prime.

Anche la riforma del sussidio di disoccupazione ha spinto alcune persone a lasciare la vita da lavoratore stagionale. Proseguono inoltre i negoziati su questioni cruciali come gli indennizzi per i periodi d’interruzione dell’attività, cioè le pause non pagate tra due incarichi, la garanzia di non lavorare in alcuni fine settimana e il compenso per gli straordinari e i turni di notte. Infine, bisogna tener presente che le persone in cerca di un lavoro considerano ormai presupposti fondamentali l’autonomia e la possibilità di avere del tempo per se stesse: in questo contesto essere impiegati come commessi o camerieri per i tre mesi estivi non sembra più così desiderabile.

“Questo dovrebbe spingere vari imprenditori a cambiare atteggiamento e a riflettere sulla loro gestione, sul modo in cui inquadrano e accolgono i loro collaboratori”, sostiene Thierry Grégoire, presidente della divisione dei lavoratori stagionali dell’Union des métiers et des industries de l’hôtellerie (Umih), l’organizzazione che raggruppa le aziende del settore alberghiero francese. “Ci dobbiamo prendere cura dei dipendenti come facciamo con i clienti. Chi non l’ha capito è destinato a lunghe marce nel deserto”. Alcune imprese, d’altro canto, affermano di non avere difficoltà a reclutare nuovo personale perché da anni curano la loro immagine di datori di lavoro, con campagne di comunicazione indirizzate più ai potenziali dipendenti che ai clienti, in particolare sui social network.

GIORNI DI RIPOSO

IN GRECIA l’aumento del salario minimo non basterà a reperire il 38 per cento degli addetti alle pulizie o il 30 per cento dei receptionist richiesti. “Alcune aziende offrono lavoro senza concedere giorni di riposo, con turni quotidiani di dieci o dodici ore e uno stipendio di appena 700 euro al mese. Non è possibile!”, sottolinea il sindacato dei dipendenti nel settore della ristorazione greco. “I salari offerti sono bassi, ma noi non possiamo pagare di più gli stagionali, perché le spese sono aumentate di oltre il 15 per cento rispetto al 2021”, risponde Chryssa Vertakis, proprietaria di un albergo a Creta. “Tutto costa di più: l’elettricità, il mangiare, i prodotti per le pulizie”.

IN SPAGNA LA PANDEMIA HA FATTO SCOPRIRE IMPIEGHI PIÙ REGOLARI

IN GRECIA l’inflazione, stimata al 10 per cento, è superiore all’aumento del salario minimo annunciato ad aprile dal governo. Sono gli impieghi pagati meno – cuochi, lavapiatti, addette alle pulizie – che faticano a trovare candidati. “Numerosi stranieri che vengono qui a lavorare nella stagione estiva hanno lasciato la Grecia per andare in altri paesi europei dove si guadagna meglio”, sottolinea Konstantina Svinou, presidente dell’Istituto degli studi e delle previsioni turistiche.

IN SPAGNA i sindacati avanzano le stesse richieste: la pandemia ha fatto scoprire ai lavoratori impieghi più regolari, in particolare a quelli del settore turistico, che occupa quasi il 40 per cento del personale con contratti stagionali e il 30 per cento con contratti part-time. Secondo una ricerca del sito d’informazione di settore Hosteltur, il problema principale indicato dai dipendenti riguarda gli orari e l’incompatibilità con la vita privata, molto più che i salari o la stabilità professionale.

Anche qui la differenza la fanno le condizioni offerte dai datori di lavoro. “Le aziende che capiscono la situazione, mettendo a disposizione anche l’alloggio e accordando un salario decente, non hanno problemi”, afferma Gonzalo Fuentes , che segue il settore alberghiero e della ristorazione per la Confederazione sindacale delle commissioni operaie. L’alloggio è uno dei problemi più grossi a causa dell’esplosione degli affitti. Addirittura a Ibiza ci sono casi di proprietari che affittano balconi ai lavoratori stagionali.

La carenza di dipendenti è dovuta anche alle carenze del sistema di formazione professionale, ai servizi di sostegno all’impiego e all’assenza di mobilità dei lavoratori. Ne sono convinti i datori di lavoro spagnoli, considerando che la disoccupazione è comunque alta: il 13,65 per cento della popolazione attiva, per un totale di circa tre milioni di persone. Il governo conta sugli effetti della riforma del mercato del lavoro entrata in vigore il 1 gennaio. La nuova legge ha fatto aumentare i contratti a tempo indeterminato e, nel settore turistico, gli “impieghi fissi discontinui”, una modalità di contratto che garantisce la stabilità dell’impiego ai lavoratori stagionali.

UNA POSSIBILE SOLUZIONE

In tutti i paesi la manodopera straniera è usata per tappare i buchi. Succede negli stabilimenti balneari italiani, dove gli immigrati svolgono lavori rifiutati dai giovani del posto. In un contesto di relativa impunità, queste persone sono sfruttate – finti contratti part-time, assenza di giorni di congedo, salari a giornata – dai benestanti gestori degli stabilimenti balneari, che dal canto loro nascondono al fisco una buona parte delle entrate.

In Spagna il governo sta preparando un progetto di legge che faciliti la regolarizzazione degli stranieri, a patto che seguano un corso di formazione nei settori in cui manca personale. Saranno anche accordati dei permessi di lavoro agli studenti stranieri. Inoltre la legge prevede la possibilità di firmare i contratti d’assunzione direttamente nei paesi d’origine, come succede da tempo con il Marocco per i raccoglitori stagionali di fragole. Anche negli Stati Uniti, in Canada e in Austria sono previste facilitazioni per gli stranieri che cercano un impiego stagionale.

Gli alberghi e i ristoranti francesi hanno stretto un accordo con il governo tunisino. Ha fatto lo stesso in Italia la Valle d’Aosta, che si rivolge all’Albania o alle ex colonie francesi. Nel settore turistico, però, è più difficile ricorrere alla manodopera straniera, perché gran parte delle mansioni richiede una buona competenza linguistica. Grégoire punta piuttosto su un afflusso di candidati dell’ultimo minuto, che si troveranno davanti datori di lavoro in difficoltà: “Nel cambiamento di scenario ci sono anche quelli che cercano un lavoro all’ultimo momento, che vogliono lavorare solo un mese, che vengono da altri settori. Sappiamo che saremo sotto stress fino alla fine. E nessuno potrà concedersi il lusso di fare una selezione dei candidati. Oggi la sola competenza richiesta è la voglia di lavorare”.
*( Gli autori di questo articolo sono Clément Guillou, Clémence Apetogbor, Sandrine Morel, Jérôme Gautheret e Marina Rafen­berg)
* (Alessandro Lubello, editor di economia, Internazionale)

 

05 – Marina Della Croce*: EUROPA – LA GERMANIA CANCELLA IL DIVIETO DI INFORMARE SULL’ABORTO. ERA STATO VOLUTO DAL NAZISMO. L’ABROGAZIONE VOTATA DAL PARLAMENTO. CI SONO VOLUTI NOVANTA ANNI
Sono serviti novanta anni alla Germania, ma alla fine lo «scandaloso» paragrafo 219a del Codice panale, che proibiva ai medici di fornire alle donne tedesche informazioni sulle interruzioni di gravidanza, è stato finalmente cancellato.
A deciderlo è stato il parlamento tedesco dopo una discussione durata più di un anno e conclusasi ieri con il voto a favore dell’abrogazione dei partiti che compongono la coalizione di governo – socialdemocratici, Verdi e Liberali – insieme alla sinistra della Linke e contrario dei democristiani della Cdu-Csu e dell’estrema destra di AdF. «Era proprio ora», è stato il commento del ministro della Giustizia, il liberale Marco Buschmann. «E’ assurdo e anacronistico che tutti i troll e complottisti possano esprimersi sull’aborto ma che i medici non abbiano il diritto di informare correttamente il pubblico».
Il punto era proprio questo, la libertà per i medici di fornire alle proprie pazienti informazioni sulla possibilità di interrompere una gravidanza. Una norma voluta nel 1933 da Adolf Hitler poco dopo la presa del potere per preservare la razza ariana e rimasta inalterata per decenni. In Germania l’aborto è considerato un «reato contro a vita», anche se non viene punito se effettuato entro la 12 esima settimana ad eccezioni di casi particolari, come una gravidanza rischiosa per la vita della madre o conseguenza di una violenza sessuale. Tutto però avviene in una situazione di estrema difficoltà per le donne, che non solo devono far fronte da sole alle spese per l’intervento, ma sono obbligate a recarsi in un centro riconosciuto dal governo per un consulto durante il quale gli operatori fanno di tutto per convincerle a cambiare idea. E questo tre giorni prima dell’intervento programmato.
Per i medici il paragrafo 219a è stato un vero e proprio bavaglio. Chiunque forniva informazioni su come fare per abortire rischiava un multa salata e fino a due anni di reclusione. Nel 2019, quando cancelliera era ancora Angela Merkel, la legge è stata leggermente ammorbidita permettendo a ginecologi e ospedali di indicare i luoghi dove vidi gravidanza, ma niente di più.
Naturalmente non sono mancati i medici che si sono opposti a una misura tanto assurda quanto inutile. Come Kristina Hanel, una ginecologa di Giessen, nella Germania occidentale, che nel 2017 pubblicò sul proprio sito indicazioni per l’aborto farmacologico e chirurgico subendo per questo una multa di seimila euro. Stessa sorte toccata ad altre due dottoresse di Berlino, Bettina Gaber e Verena Weyer, che per lo stesso motivo si sono viste affibbiare una multa di duemila euro. Il voto espresso ieri dal parlamento oltre ad archiviare definitivamente un vergognoso retaggio del nazismo, il voto espresso ieri dal parlamento ha come conseguenza anche la cancellazione di tutte le condanne emesse sulla base del paragrafo 219a. «La sua cancellazione è un segnale importante per le donne in Germania che avranno meno ostacoli per abortire dal momento che i medici adesso possono fornire pubblicamente e ampiamente informazioni senza per questo essere perseguiti» ha detto Katarina Binz, ministra della Famiglia della Renania-Palatinato.
*(Fonte: Il Manifesto, Marina Della Croce )

 

06 – Pierre Haski *: l’UNIONE EUROPEA ALLE PRESE CON L’ALLARGAMENTO A EST E NEI BALCANI. È UNO DEGLI EFFETTI COLLATERALI DELLA GUERRA IN UCRAINA: IL CONFLITTO RENDE URGENTE IL TEMA DELL’ALLARGAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA, COSTRINGENDO I 27 A RIPENSARE L’ORGANIZZAZIONE DEL CONTINENTE. 23 giugno 2022
Dopo la stesura del trattato di Roma, nel 1957, con sei firmatari, la Comunità europea (poi diventata Unione) non ha mai smesso di espandersi, fatta eccezione per la clamorosa uscita di scena del Regno Unito. Il processo di adesione è lungo e laborioso, e a volte può rivelarsi infruttuoso, come nel caso della Turchia. Il meccanismo è complesso già in tempi normali, e diventa impossibile in un contesto segnato dalla guerra e dagli stravolgimenti strategici.
Il Consiglio europeo che si riunisce il 23 e il 24 giugno a Bruxelles affronterà questo tema, cominciando dal punto che sembrava più difficile, ma che alla fine si è rivelato il più consensuale: è giusto concedere all’Ucraina e alla Moldova lo status di candidato all’ingresso nell’Unione? Fino a dieci giorni fa i 27 erano divisi, ma a sorpresa si prevede che saranno tutti d’accordo in occasione del vertice.

UNA SCELTA, MOLTI INTERROGATIVI
Si tratta soprattutto di una passo politico, perché la vita dell’Ucraina non cambierà dopo questo via libera. In ogni caso il gesto è comunque importante e fa capire alla Russia che l’Ucraina ha scelto il suo destino e ha deciso di procedere verso ovest e non verso la “sfera d’influenza” in cui vorrebbe riportarla Vladimir Putin.
Ma la scelta dell’Ucraina, appoggiata fin dall’inizio da diversi paesi dell’Europa orientale e a cui si sono allineati anche quelli occidentali, solleva altri interrogativi.

L’IDEA DI MACRON DI UNA COMUNITÀ POLITICA EUROPEA SUSCITA RETICENZA E INTERESSE

Prima di tutto emerge il tema dei paesi candidati (o candidati alla candidatura) dei Balcani occidentali. La regione è cruciale per l’Europa, un vero “ventre molle” strategico in cui operano Russia, Cina e Turchia. La fragilità di quest’area minaccia la stabilità del continente.

Quando s’imprime un’accelerata alla procedura relativa all’Ucraina, dunque, non si possono dimenticare i Balcani, in cui molti paesi si trovano in situazioni complicate: la Bosnia Erzegovina rischia l’implosione, la Macedonia del Nord è tenuta in ostaggio dalle peripezie politiche bulgare e la Serbia, pur candidata, ha un’opinione pubblica vicina alla Russia. La questione non è affatto semplice.

Davanti a questa complessità, un’idea si sta facendo strada in forme diverse: è quella che Emmanuel Macron ha chiamato comunità politica europea e che è stata ripresa, con una serie di varianti, dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel e dal leader del Partito democratico italiano Enrico Letta. Si tratta di una “piattaforma di collaborazione”, secondo la formula usata a Bruxelles, che permetterebbe di associare all’Unione i paesi che non possono ancora (o non vogliono ancora) aderire.
L’idea suscita al contempo reticenza e interesse: reticenze di chi vi vede un vagone di seconda classe del treno europeo; interesse di chi la ritiene una soluzione immediata, per quanto limitata, a problemi che l’allargamento risolverebbe solo a lungo termine. Durante il vertice di Bruxelles non sarà presa una decisione in merito. Al massimo arriverà un segnale politico favorevole.

Lo status di candidato dell’Ucraina, invece, farà capire che l’Unione europea è prima di tutto una comunità di destini, dunque chi si riconosce nei suoi valori troverà il suo posto. Ma oltre il messaggio politico bisognerà concordare soluzioni istituzionali nuove, in un contesto inedito.
*( Pierre Haski, France Inter, Francia, Traduzione di Andrea Sparacino)

 

07 – Damian Carrington, Matthew Taylor*: CHI VUOLE FAR SALTARE IL CLIMA LE AZIENDE DEI COMBUSTIBILI FOSSILI HANNO GIÀ APPROVATO ENORMI PROGETTI PER LO SFRUTTAMENTO DI NUOVI GIACIMENTI, CHE PORTERANNO L’AUMENTO DELLE TEMPERATURE GLOBALI OLTRE TUTTI I LIMITI FISSATI DAGLI ACCORDI INTERNAZIONALI. LE PIÙ GRANDI AZIENDE DI COMBUSTIBILI FOSSILI AL MONDO STANNO PREPARANDO DECINE DI CARBON BOMB (BOMBE DI CARBONIO), PROGETTI DI ESTRAZIONE DI PETROLIO E GAS CHE FAREBBERO AUMENTARE LA TEMPERATURA GLOBALE BEN OLTRE I LIMITI FISSATI A LIVELLO INTERNAZIONALE, CON EFFETTI CATASTROFICI. I DATI MOSTRANO CHE QUESTE INDUSTRIE STANNO FACENDO SCOMMESSE MULTIMILIARDARIE CONTRO LA LOTTA AL RISCALDAMENTO GLOBALE. SONO INVESTIMENTI COLOSSALI CHE SARANNO RIPAGATI SOLO SE I GOVERNI NON RIDURRANNO IN TEMPI RAPIDI LE EMISSIONI DI ANIDRIDE CARBONICA, UN OBIETTIVO CHE LA COMUNITÀ SCIENTIFICA CONSIDERA VITALE.

L’industria del petrolio e del gas è estremamente volatile ma straordinariamente redditizia, soprattutto quando i prezzi sono alti come ora. Negli ultimi trent’anni la ExxonMobil, la Shell, la Bp e la Chevron hanno guadagnato quasi duemila miliardi di dollari, e dopo il recente aumento dei prezzi, l’amministratore delegato della Bp ha definito l’azienda una “macchina da soldi”.

La tentazione di realizzare enormi dividendi nei prossimi anni sembra una prospettiva irresistibile per le compagnie petrolifere, anche se a febbraio i climatologi hanno ribadito che aspettare ancora a ridurre l’uso dei combustibili fossili significa perdere l’ultima possibilità “di assicurare un futuro vivibile e sostenibile per tutti”. Ad aprile il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha avvertito i leader mondiali: “La nostra dipendenza dai combustibili fossili ci sta uccidendo”.

I dettagli dei progetti in corso non sono facilmente accessibili, ma un’inchiesta pubblicata dal Guardian rivela che i piani di espansione a breve termine dell’industria dei combustibili fossili prevedono il lancio di una serie di progetti che produrranno una quantità di gas serra equivalente a dieci anni di emissioni di anidride carbonica della Cina, la più grande inquinatrice del mondo. Tra questi piani ci sono 195 bombe climatiche, ognuna delle quali comporterebbe l’emissione di almeno un miliardo di tonnellate di anidride carbonica nell’arco della loro vita, per un totale equivalente più o meno a 18 anni delle attuali emissioni mondiali. Circa il 60 per cento di questi progetti è già attivo.

Da oggi al 2030 le dodici maggiori aziende energetiche spenderanno 103 milioni di dollari al giorno per sfruttare nuovi giacimenti di petrolio e di gas, che non dovrebbero essere bruciati se vogliamo limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 2 gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale.

Quando si parla di produzione di gas e petrolio di solito si pensa al Medio Oriente e alla Russia, ma gran parte dei nuovi progetti interessa gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, che tra l’altro offrono anche ricchi sussidi ai combustibili fossili.

Alla 26 Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (Cop26) tenutasi a Glasgow nel novembre 2021, dopo un quarto di secolo di negoziati che non sono ancora riusciti a ridurre le emissioni globali, i paesi di tutto il mondo hanno finalmente inserito la parola “carbone” nelle conclusioni finali. Tuttavia anche questa tardiva citazione del più pericoloso tra i combustibili fossili è stata sofferta: il presidente della Cop, Alok Sharma, si è detto “profondamente rammaricato” e non è riuscito a trattenere le lacrime sul palco dopo che all’ultimo minuto l’India ha chiesto e ottenuto una revisione del testo, in cui non si parla più di “eliminare” ma di “ridurre”.

Ladakh, India, marzo 2022. Un ghiacciaio artificiale usato per immagazzinare acqua con cui irrigare i campi – Kai WiedenhoeferLadakh, India, marzo 2022. Un ghiacciaio artificiale usato per immagazzinare acqua con cui irrigare i campi (Kai Wiedenhoefer). In ogni caso, il mondo ha stabilito che il carbone appartiene al passato: la questione ora è capire quanto tempo ci vorrà per sostituirlo con fonti rinnovabili e quanto sarà equa la transizione per i paesi poveri che ancora dipendono da esso.

Nell’accordo finale della Cop26, però, non sono citati né il petrolio né il gas, che pure sono responsabili di quasi il 60 per cento delle emissioni prodotte dai combustibili fossili. Oltretutto, molti paesi ricchi come gli Stati Uniti, che dominano la diplomazia internazionale del clima e si presentano come leader nella lotta al cambiamento climatico, sono tra i principali promotori di nuovi progetti legati al petrolio e al gas. A differenza dell’India, però, questi paesi sono stati risparmiati dalle critiche.

Per questo abbiamo deciso di ricostruire un quadro il più chiaro possibile delle prossime attività legate all’esplorazione e alla produzione di petrolio e gas.

ALLARME ROSSO

La comunità scientifica internazionale è d’accordo sul fatto che il pianeta è in grossi guai. Ad agosto Guterres ha commentato con parole forti un impietoso rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la principale autorità mondiale sulla scienza del clima, definendolo “un allarme rosso per l’umanità”. L’Ipcc afferma che le emissioni di anidride carbonica dovrebbero essere ridotte della metà entro il 2030 per avere la possibilità di un futuro vivibile, ma per il momento non ci sono segni che questo stia succedendo.

Almeno dal 2011 gli esperti avvertono che gran parte delle riserve mondiali di combustibili fossili dovrebbe restare inutilizzata per non provocare un riscaldamento globale dagli esiti catastrofici. Nel 2015 un’analisi autorevole aveva stabilito che per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi, metà delle riserve conosciute di petrolio, un terzo di quelle di gas e l’80 per cento di quelle di carbone dovevano restare sotto terra. Oggi il problema è ancora più grave. Grazie a una comprensione più chiara delle conseguenze devastanti del cambiamento climatico, il limite è stato abbassato a 1,5 gradi per ridurre il rischio di ondate di calore, siccità e alluvioni estreme. A maggio del 2021 un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha concluso che non potranno essere aperti nuovi campi petroliferi e di gas né miniere di carbone se il mondo vuole azzerare le emissioni nette entro il 2050.

A questo allarme ne sono seguiti altri. Un’analisi scientifica recente ha stabilito che per raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi bisognerà lasciare sotto terra il 60 per cento del petrolio e del gas, e il 90 per cento del carbone, e l’Onu ha sottolineato con preoccupazione che la produzione di combustibili fossili “supera di gran lunga” il limite. Ad aprile, turbato dall’ultimo rapporto dell’Ipcc, Guterres ha attaccato le aziende e i governi che non rispettano gli impegni. “Stanno mentendo, e gli effetti saranno catastrofici”, ha detto. “Investire in nuove infrastrutture per i combustibili fossili è una follia morale ed economica. A volte gli attivisti per il clima sono dipinti come pericolosi estremisti. Ma i veri estremisti sono i paesi che aumentano la produzione di combustibili fossili”.

Oderteich, Germania, aprile 2021. Una foresta attaccata dagli insetti, favoriti dal cambiamento climatico – Kai WiedenhoeferOderteich, Germania, aprile 2021. Una foresta attaccata dagli insetti, favoriti dal cambiamento climatico (Kai Wiedenhoefer)
L’invasione russa dell’Ucraina ha spinto ancora più in alto i prezzi del petrolio e del gas, incentivando ulteriormente le scommesse su nuovi campi e infrastrutture che resterebbero in funzione per decenni. L’incapacità di costruire un’economia più sostenibile dopo la pandemia di covid-19 e la crisi finanziaria del 2008 non è stata un buon segno, e secondo Guterres “gli interessi legati ai combustibili fossili stanno usando cinicamente la guerra in Ucraina per rendere inevitabile un futuro ad alte emissioni”.

Valutare gli sviluppi nel campo del petrolio e del gas è difficile: il settore è complesso e poco trasparente, le informazioni pubbliche sono poche e difficili da trovare. Ma i giornalisti del Guardian hanno lavorato per mesi insieme a centri studi, analisti ed esperti in tutto il mondo, e ora possiamo rispondere a una serie di domande che rivelano le dimensioni dei progetti in corso. Quanti combustibili fossili produrranno i progetti che partiranno durante questo decennio cruciale? Dove si trovano i più grandi? Quanto denaro sarà investito in petrolio e gas invece che in energia pulita? E chi guadagna di più dai sussidi ai combustibili fossili?

Le risposte portano a una conclusione inesorabile: se i progetti andranno avanti, faranno saltare il bilancio di anidride carbonica, il margine sempre più stretto di emissioni che è necessario rispettare per garantire un futuro vivibile al mondo. Nonostante le promesse di molte compagnie petrolifere, i dati mostrano che il settore è deciso a continuare sulla sua strada, costi quel che costi.

I piani di espansione a breve termine di aziende come la ExxonMobil e la Gazprom sono giganteschi. Secondo i dati raccolti dal Guardian, nei prossimi sette anni lanceranno progetti di estrazione per un totale di 192 miliardi di barili di petrolio, pari a dieci anni delle attuali emissioni della Cina. Questa stima è stata fornita dagli analisti della ong Urgewald ed è basata sui dati non pubblicati della società di consulenza Rystad Energy, che monitora i piani di 887 aziende. Queste compagnie hanno già finanziato progetti per un totale di 116 miliardi di barili, più di metà del totale, ma anche nel resto dei progetti hanno già investito molte risorse. Se i governi non interverranno in modo deciso è molto probabile che questi progetti saranno realizzati, osserva Urgewald.

Un terzo dei piani riguarda processi “non convenzionali” e rischiosi, come il fracking (fratturazione idraulica) e l’estrazione in acque profonde. I 192 miliardi di barili sono divisi in parti più o meno uguali tra liquidi (come il greggio) e gas. Bruciando questi combustibili si produrrebbero 73 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Ma il metano è di per sé un potente gas serra, capace di trattenere nell’arco di vent’anni 86 volte più calore dell’anidride carbonica, e durante la sua lavorazione si verificano costantemente perdite. Calcolando un tasso di perdita standard del 2,3 per cento nella filiera, si arriva all’equivalente di 97 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che ci spingeranno ancora più rapidamente verso l’inferno climatico.

In cima alla lista di Urgewald ci sono le compagnie petrolifere di stato, con la Qatar Energy, la russa Gazprom e la saudita Aramco ai primi posti. Metà dei progetti di espansione della Gazprom sono nella fragile regione dell’Artico, anche se le conseguenze a lungo termine della guerra in Ucraina sui piani della Russia sono tutte da valutare. I colossi petroliferi ExxonMobil, Total, Chevron, Shell e Bp sono tutti tra i primi dieci posti. La produzione non convenzionale e ad alto rischio pesa per il 70 per cento del totale delle grandi aziende statunitensi e oscilla fra il 30 e il 60 per cento della produzione europea.

Laach, Germania, luglio 2021. Dopo l’esondazione del fiume Ahr – Kai WiedenhoeferLaach, Germania, luglio 2021. Dopo l’esondazione del fiume Ahr (Kai Wiedenhoefer)
“La maggior parte delle aziende va avanti come se niente fosse”, osserva Nils Bartsch di Urgewald. “Ad alcune semplicemente non importa nulla. Altre non si sentono responsabili perché i governi le lasciano fare, anche se quegli stessi governi sono influenzati dal settore”.

Due terzi dei 116 miliardi di barili dei progetti già finanziati saranno prodotti in Medio Oriente, Russia e Nordamerica, secondo la Rystad Energy. L’Australia sarà uno dei protagonisti con 3,4 miliardi di barili, più di quanti ne estrarrà tutta l’Europa, dove i giacimenti sono quasi esauriti.

Un’analisi di Urgewald sugli investimenti nell’attività esplorativa negli ultimi tre anni mostra che ai primi quattro posti, insieme alla Shell, ci sono tre grandi compagnie cinesi di cui non si parla molto: la PetroChina, la China National Offshore Oil Corporation e la Sinopec. Sette delle prime dieci aziende di questa lista lavorano a progetti legati al fracking, alla perforazione in acque profonde nell’Artico e alle sabbie bituminose.

DISINTERESSE TOTALE

Daniel Ribeiro si batte da più di quindici anni contro il progetto di un gasdotto offshore e di un impianto di liquefazione del gas nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico. Il piano, che provocherebbe un aumento gigantesco delle emissioni in uno dei paesi più poveri e più esposti ai fenomeni climatici al mondo, ha attirato l’attenzione delle grandi aziende, che fiutano l’ennesimo affare. “Il progetto sta già creando enormi problemi ai pescatori e agli agricoltori locali”, dice Ribeiro, che fa parte dell’associazione ambientalista locale Justiça ambiental. “Ma se andrà avanti, e paesi come il Mozambico imboccheranno la strada dei combustibili fossili, sarà una catastrofe globale”.

Il progetto di Cabo Delgado è una delle 195 bombe climatiche che potrebbero provocare un catastrofico collasso del clima globale. Negli ultimi dieci anni l’espressione carbon bomb è stata spesso usata per descrivere i grandi progetti legati ai combustibili fossili, ma una nuova ricerca fissa una definizione più specifica, restringendo il campo ai progetti che possono produrre almeno un miliardo di tonnellate di anidride carbonica nell’arco della loro vita. Tra questi ci sono i nuovi pozzi che stanno spuntando come funghi nelle zone disabitate del Canada all’interno del grande PIANO di sviluppo Montney play, e i giganteschi campi petroliferi del North Field in Qatar, citati nello studio come i più grandi tra i nuovi progetti di estrazione a livello mondiale.

La ricerca, coordinata da Kjell Kühne dell’università di Leeds e pubblicata dalla rivista Energy Policy, rivela che nonostante gli impegni presi alla Cop26 di Glasgow i politici di tutto il mondo hanno dato il via libera a una gigantesca espansione della produzione di petrolio e di gas che rischia di portare la civiltà sull’orlo del precipizio. Messi insieme, questi progetti causerebbero l’emissione di 646 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, dice lo studio, esaurendo l’intero bilancio di anidride carbonica mondiale.

“FAR PAGARE IL GIUSTO PREZZO PER I COMBUSTIBILI FOSSILI CONTRIBUIREBBE ENORMEMENTE AD ACCELERARE LA TRANSIZIONE”

Più del 60 per cento di questi piani è già attivo. Secondo Kühne il restante 40 per cento dev’essere assolutamente fermato se il mondo vuole evitare la catastrofe. Questi progetti dovranno essere il bersaglio principale del movimento globale di protesta per il clima nei mesi e negli anni a venire. “Evidentemente l’accordo di Parigi non è bastato a mettere in discussione gli interessi delle aziende petrolifere. Questi progetti sono la prova che non ci stiamo impegnando abbastanza”.

Lo studio si basa sui dati della Rystad Energy, ma invece che sulla produzione complessiva si concentra sui megaprogetti potenzialmente responsabili della maggior quantità di emissioni. Secondo le sue conclusioni, gli Stati Uniti sono la principale fonte di potenziali emissioni. Tra le 22 bombe climatiche in territorio statunitense ci sono attività convenzionali di perforazione e fracking che vanno dalle acque profonde del golfo del Messico al Front Range, in Colorado, passando per il Bacino permiano. Messe insieme, queste iniziative rischiano di emettere 140 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, quasi quattro volte le emissioni dell’intero pianeta in un anno. Al secondo posto c’è l’Arabia Saudita, con 107 miliardi di tonnellate, seguita da Russia, Qatar, Iraq, Canada, Cina e Brasile. L’Australia, spesso criticata per la sua inerzia di fronte alla crisi climatica, è al sedicesimo posto.

Secondo il professor Kevin Anderson, del Tyndall centre for climate change research di Norwich, nel Regno Unito, l’entità dei progetti messi in cantiere dimostra che le grandi compagnie petrolifere e i loro sponsor politici non credono alla scienza del clima, oppure pensano che la loro ricchezza estrema possa in qualche modo metterli al riparo dalle conseguenze devastanti. “O gli scienziati hanno passato trent’anni a lavorare su questo tema e non ci hanno capito niente, oppure i dirigenti delle aziende non hanno il minimo interesse per le persone più esposte ai cambiamenti climatici, che sono lontane dalla loro realtà quotidiana. La cosa ancora più preoccupante è che sembra che non gli interessi nemmeno il futuro dei loro stessi figli”.

UN MARE DI SOLDI

A febbraio, quando ha presentato i ricavi trimestrali della Bp, il direttore finanziario Murray Auchincloss ha spiegato: “È possibile che stiamo accumulando più soldi di quanti ne potremo spendere. Per il momento voglio essere prudente e gestire l’azienda come se il prezzo del petrolio fosse quaranta dollari al barile. Ovviamente, tutto quello che arriva in più per noi è un bene”. In quel momento il prezzo del petrolio era sopra i 90 dollari al barile, oggi sfiora i 120 dollari.

Il settore petrolifero sguazza nella liquidità. Questi soldi appartengono agli azionisti, tra cui i fondi pensione, o nel caso delle aziende di stato, ai governi e, almeno in teoria, ai cittadini. Ma i piani d’investimento delle grandi compagnie petrolifere sono in netto contrasto con l’obiettivo di fermare la crisi climatica.

I dati del centro studi Carbon tracker mostrano che fino al 2030 le dodici aziende energetiche più grandi al mondo investiranno 387 milioni di dollari al giorno in giacimenti di petrolio e di gas. Una parte significativa di questi soldi serve a mantenere la produzione dei progetti esistenti (durante la transizione energetica il mondo avrà ancora bisogno di petrolio e gas) ma l’esatto ammontare non è stato reso noto. La cosa certa, però, è che almeno un quarto della cifra – 103 milioni di dollari al giorno – è stato stanziato per estrarre petrolio e gas che non dovrebbero essere usati se vogliamo evitare le peggiori conseguenze della crisi climatica. Sono soldi che potrebbero essere usati per accelerare la transizione all’energia pulita. Aspetto ancora più preoccupante, le aziende stanno lavorando a ulteriori progetti in cui potrebbero spendere altri 84 milioni di dollari al giorno e che porterebbero l’aumento delle temperature oltre la soglia dei 2,7 gradi.


Con l’accordo sul clima di Parigi i governi si sono impegnati a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi e a fare il possibile per mantenerlo entro 1,5 gradi. Questo secondo obiettivo richiederebbe di fermare tutti i nuovi progetti.

I dati di Carbon tracker, raccolti a settembre, prendono a riferimento un aumento della temperatura di 1,65 gradi e mostrano che il 27 per cento degli investimenti previsti dalle aziende è incompatibile con questo obiettivo. La ExxonMobil è l’azienda che ha investito di più in questi progetti, con 21 milioni di dollari al giorno fino al 2030, seguita dalla Petrobras (15 milioni), dalla Chevron e dalla ConocoPhillips (12 milioni) e dalla Shell (8 milioni). Per quanto riguarda gli investimenti più pericolosi – quelli che rischiano di provocare un aumento di oltre 2,7 gradi – la Gazprom è la prima della lista con 17 milioni al giorno, seguita dalla ExxonMobil con dodici milioni, dalla Shell con unidici e dalla PetroChina con nove.

Se i governi seguiranno le indicazioni degli scienziati e interverranno per ridurre le emissioni, incentivando l’energia pulita e limitando l’uso di combustibili fossili, le aziende saranno costrette a mettere a bilancio queste enormi somme come perdite, danneggiando gli investitori, i fondi pensione e le finanze pubbliche. Se i governi non interverranno, le aziende raccoglieranno i profitti mentre il mondo brucia.

Nel complesso, le aziende del petrolio sono quelle che hanno scommesso di più: quasi il 40 per cento dei loro investimenti previsti sono incompatibili con l’obiettivo di 1,65 gradi. La più esposta è la ExxonMobil, con il 56 per cento. Per le compagnie petrolifere di stato la media è del 17 per cento, ma la Petrobras arriva al 56 per cento. “Le aziende che continuano a sviluppare progetti sulla base della domanda attuale stanno scommettendo sul mancato intervento della politica e allo stesso tempo stanno sottovalutando il potenziale delle nuove tecnologie, come le fonti rinnovabili e i sistemi di stoccaggio energetico”, osserva Mike Coffin di Carbon tracker.

Secondo un’altra analisi basata sui dati raccolti dalla Rystad Energy ad aprile, dopo l’invasione dell’Ucraina, il 20 per cento delle grandi aziende energetiche mondiali prevede di investire somme enormi (932 miliardi di dollari in totale) entro il 2030.

Liberare il mondo dai combustibili fossili è ancora più difficile a causa dei ricchi sussidi che rendono questi carburanti molto più convenienti rispetto al loro costo reale, se si tiene conto dei danni provocati (l’inquinamento dell’aria uccide sette milioni di persone ogni anno). Nel 2009 il G20 si è impegnato a eliminare progressivamente i sussidi, ma finora è stato fatto pochissimo.

Ogni anno i produttori e i consumatori di combustibili fossili ricevono centinaia di milioni di dollari di contributi finanziari diretti, ma l’aiuto rappresentato dal fatto di non pagare i danni che provocano è molto più grande. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), se si considerano i danni causati dal cambiamento climatico e dall’inquinamento dell’aria, i sussidi per i combustibili fossili arrivano a toccare i seimila miliardi di dollari l’anno. È l’equivalente di undici milioni di dollari al minuto, di cui quattro milioni al minuto in Cina e più di un milione negli Stati Uniti. Un’analisi più approfondita dei dati dell’Fmi mostra che gli automobilisti statunitensi, canadesi e australiani, insieme a quelli sauditi, sono i maggiori beneficiari al mondo di sussidi per i carburanti usati nel trasporto stradale, e l’attuale crisi energetica sta spingendo diversi governi ad aumentare i bonus.
*( Damian Carrington, Matthew Taylor, The Guardian, Regno Unito)

 

08 -ITALIANI ALL’ESTERO, SABATO 25 GIUGNO PRE-CONGRESSO MAIE PARI OPPORTUNITÀ DELL’AMERICA LATINA
L’incontro sarà presieduto da Mirela Giai, già senatrice MAIE e coordinatrice mondiale del dipartimento Pari Opportunità del MAIE. Parteciperà anche il presidente del MAIE, Sen. Ricardo Merlo
Sabato 25 giugno, alle ore 10 del mattino (fuso orario di Buenos Aires) si terrà il Pre Congresso MAIE delle Pari Opportunità dell’America Latina, con la partecipazione del presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero, Sen. Ricardo Merlo. L’incontro sarà presieduto da Mirela Giai, già senatrice MAIE e coordinatrice mondiale del dipartimento Pari Opportunità del MAIE.
“Credo sia la prima volta nella storia che una forza politica si occupa di Pari Opportunità e dei problemi di ciascuno di noi che viviamo all’estero: il MAIE è davvero un vestito su misura per ogni italiano nel mondo”, dichiara Giai.
“L’appuntamento di sabato sarà un successo, ne sono convinta: il tema delle Pari Opportunità è molto caro al nostro Movimento. Ringrazio il presidente del MAIE, il Sen. Ricardo Merlo, per sostenerci sempre e ringrazio tutti coloro che collaborano con il Movimento Associativo Italiani all’Estero”, conclude.
Massiccia la partecipazione all’appuntamento targato MAIE. Interverranno infatti diversi coordinatori, da tutta l’America Latina. Nel dettaglio, si collegheranno via Zoom esponenti MAIE da Venezuela, Brasile, Chile, Paraguay, Uruguay, Bolivia, Perù, Equador, Colombia, Guatemala, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Messico.
Prevista la partecipazione anche dell’On. Mario Borghese, vicepresidente MAIE, di Angelo Viro, vicepresidente MAIE, e di Enzo Odoguardi, coordinatore MAIE Nord America.
*( Fonte: ItaliaChiamaItalia )

 

09 – Agostinelli, Grandi, Scalia*: “SE DRAGHI NON INTERVIENE, CINGOLANI CI LASCIA IN MEZZO AL GUADO”.  FINALMENTE CINGOLANI IN UNA INTERVISTA HA PARLATO CHIARO E COSÌ SCOPRIAMO CHE TUTTI I SUOI DETTI E NON DETTI DEL PASSATO SONO RICONDUCIBILI AD UN MINISTRO CHE STA ALLE POLITICHE PER L’AMBIENTE COME LA VOLPE NEL POLLAIO.

Ora è chiaro perché da quando è in carica ha parlato molto, spesso a sproposito e in modo ondivago, ma ha combinato ben poco, basta pensare che le semplificazioni proposte dopo ben due decreti legge hanno lasciato la situazione praticamente immutata.

Qualche esempio.

Non risulta che il Governo, in mora da un anno, abbia finalmente inviato a Bruxelles quella sorta di piano regolatore del mare che dovrebbe consentire alle aziende che vogliono investire nell’eolico off-shore di farlo (a 20/30 chilometri dalla costa) tenendo conto che le autorizzazioni in questo caso dipendono tutte dal Governo, quindi, non si possono scaricare colpe su Comuni e Regioni.

Non risulta che il Governo abbia approvato, su proposta del Ministro un provvedimento per attribuire finalmente a Terna le decisioni, non la proprietà, sui pompaggi idroelettrici che valgono fino a 7,6 GigaWatt, una quantità ingente che potrebbe stabilizzare in rete l’offerta di energia elettrica da energie rinnovabili. A questo proposito: l’idroelettrico spesso non viene ricordato tra le fonti rinnovabili, eppure ci sono ancora margini di crescita come dimostra il Comune calabrese che ha ripristinato un piccolo impianto per produrre energia elettrica. Manca un piano per un progetto nazionale di efficientamento e di nuovo idroelettrico.

Non risulta dalle parole di Cingolani che sia a conoscenza che Terna sta realizzando un importante elettrodotto Sud/Nord per raddoppiare quello esistente, scelta che semmai andrebbe meglio valutata per evitare la desertificazione energetica dell’industria del Mezzogiorno.

Ancora più curioso l’elenco dei problemi da risolvere indicati dal Ministro, che dovrebbero essere ben presenti nel programma di azione del Governo ma che invece sembrano stupire il Ministro, quasi non fosse suo il compito di risolverli.

L’obiettivo di 60 GigaWatt di rinnovabili entro il 2030 è del tutto possibile e si può realizzare anche prima, se gli investimenti partono, ma occorre finalizzare le iniziative pubbliche a questi obiettivi. Ad esempio, una parte dei fondi riservati al cosiddetto 110 % potrebbero essere destinati anche al fotovoltaico, obbligandone l’installazione sui nuovi edifici, scuole, sedi pubbliche e aiutando i privati che lo installano. Se bisogna fare di più anche le iniziative debbono essere coerenti.

Le alternative sono restare senza gas o continuare come prima ad inquinare e a produrre CO2.

Il Governo continua a non presentare un piano per il risparmio energetico nel settore industriale e non fa nulla per supportare al massimo possibile la produzione nazionale nei settori delle rinnovabili (Enel ha investito in Sicilia nei pannelli Ftv) con particolare riguardo ad accumulatori e microchip, che sono obiettivi europei.

Affermare che puntare sulle rinnovabili ci mette alla mercè della Cina è solo la conferma della pochezza dell’iniziativa del Governo. Curiosa poi l’amnesia del Ministro sul PNRR che prevede di arrivare a 25.000 punti di ricarica delle auto elettriche.

Come Osservatorio sul PNRR abbiamo proposto da mesi che il Governo convochi rapidamente una conferenza nazionale per presentare un nuovo piano energia/clima che metta insieme in modo chiaro obiettivi, risorse, tempi di realizzazione. Per settori decisivi dell’industria nazionale, come la siderurgia, occorre arrivare ad usare l’idrogeno prodotto da rinnovabili, che Snam ha chiarito che potrebbe essere distribuito utilizzando i gasdotti esistenti.

Mentre oggi scopriamo che il Ministro punta sui carburanti sintetici (suggerimento di ENI? ) per ritardare la dismissione dei motori endotermici (favore ai produttori in ritardo sull’elettrico?).

Ora si comprende perché il Ministro Cingolani si sia schierato con Il Ppe per fare saltare il programma europeo “Fit for 55”, in appoggio alle aziende automobilistiche in ritardo sull’elettrico e all’Eni che punta sui carburanti sintetici.

Insistiamo. Draghi deve intervenire per superare la confusione e l’inazione del Ministro, altrimenti diventerebbero privi di effetti gli appelli in sede internazionale – anche recentissimi – affinché le crisi incombenti (energia/grano) causate dall’invasione dell’Ucraina non facciano passare in secondo piano la gravissima crisi climatica.

Draghi convochi al più presto una conferenza nazionale per presentare al paese le proposte del Governo italiano per un nuovo piano energia/clima all’altezza delle sfide attuali e degli obiettivi UE, da costruire in un confronto con tutti i soggetti interessati.
*(Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Massimo Scalia)

 

10 – Arthur C. Brooks*: LA BELLEZZA DEL NOSTRO CAOS INTERIORE.OGGI I GIOVANI HANNO L’ABITUDINE DI DESCRIVERSI COME “INCASINATI DI BRUTTO”.
Nonostante il qualificativo dal sapore millennial – non soltanto “incasinati”, ma anche “di brutto” – l’espressione non è nuova. I primi esempi risalgono al diciannovesimo secolo. Nel 1899 un editorialista scrisse che “se i giornali dicono che il cielo è dipinto con gesso verde, allora è così. Ti confesso che i lettori sono incasinati di brutto”.
Quando le persone utilizzano questo termine generalmente non intendono dire che sono in fuga dalla mafia, che sono intrappolate in un triangolo amoroso o che si sono risvegliate senza un rene dopo una notte di baldoria. Al contrario, vogliono comunicare il loro stato di profondo disagio emotivo: sono insicure, nevrotiche, consapevoli che tutti si accorgono del loro stato pietoso. O almeno questo è quello che pensano. In verità spesso crediamo di essere molto più incasinati di quanto siamo in realtà. Comprendere questo dato di fatto e agire di conseguenza può aiutarci a rilassarci e a goderci un po’ di più la nostra vita incasinata.
Un fenomeno ben documentato in psicologia è quello che porta le persone sane e normali – non narcisiste o sociopatiche – a concentrarsi di più sui propri aspetti negativi. La maggior parte degli individui vive l’autocritica in due modi. Da un lato c’è l’autocritica comparativa, in cui la persona si paragona negativamente agli altri, che ritiene superiori a sé. Dall’altro c’è l’autocritica interiorizzata, in cui la persona non crede di essere all’altezza dei propri standard elevati e delle proprie aspettative e di conseguenza vive una quotidiana sensazione di fallimento.

PERCEZIONI DISTORTE
Il motivo per cui una persona sente di essere peggiore rispetto agli altri non è necessariamente legato a valutazioni reali. Al contrario, è probabile che questa persona soffra di un disturbo chiamato Self-other knowledge asymmetry (Soka, Asimmetria di percezione tra sé e gli altri), ovvero valuta più accuratamente i tratti che nasconde agli altri mentre gli altri sono più accurati nella valutazione di altre caratteristiche. Diversi studi dimostrano che l’individuo è il miglior giudice del proprio nevroticismo, mentre le persone più vicine a lui giudicano meglio il suo intelletto. Infine tutti possono giudicare la sua estroversione.
Questo significa che confrontiamo una versione negativamente distorta di noi stessi con un ritratto attentamente edulcorato degli altri
Molte persone favoriscono questa asimmetria convincendosi che ammettendo le proprie debolezze gli altri li percepiranno in modo più negativo. Di solito siamo spietati con le nostre debolezze, dunque le teniamo nascoste. Al contempo siamo clementi rispetto alle mancanze degli altri e a volte le troviamo persino attraenti. Alcuni psicologi parlano dell’effetto beautiful mess, bel casino. Sbagliando, pensiamo che gli altri ci giudicheranno con durezza se ammettiamo un errore o chiediamo aiuto, quando in realtà le persone considerano la vulnerabilità come un tratto tenero, o un segno di carattere.
Effettuare un paragone tra se stessi e gli altri peggiora tutti questi effetti. Pensare al modo in cui gli altri ci vedono – la “metapercezione” – sembra poterci aiutare a capirci meglio, ma sfortunatamente le conclusioni che ne traiamo tendono a essere sbagliate. Abbiamo l’impressione che gli altri siano più integrati, ma è soltanto l’effetto del Soka. Il confronto sociale ci spinge a concludere di essere insolitamente carenti.
I social network ingigantiscono il problema incoraggiando tutti gli utenti a pubblicare soltanto interventi felici o auto celebratori. Osserviamo i nostri amici mentre passeggiano in una giornata di sole, sorridenti, socievoli e allegri. Magari hanno pianto disperatamente o hanno urlato contro il partner qualche ora prima, ma noi non lo sapremo mai. Nessuno scrive “mio figlio ha appena toppato di nuovo in matematica. #terribile!”. Ma se il nostro cervello fosse un profilo Facebook è precisamente questo il tipo di aggiornamento che verrebbe pubblicato quasi ogni giorno. Questo significa che confrontiamo una versione negativamente distorta di noi stessi con un ritratto attentamente edulcorato degli altri. Questo, inevitabilmente, può portarci a pensare di essere “incasinati di brutto”.

QUESTIONE DI EMPATIA:
SE LASCIAMO QUESTE TENDENZE LIBERE DI SVILUPPARSI, LA RICOMPENSA PER QUESTA AUTO-CONSAPEVOLEZZA SARÀ UNA VITA DI DOLORE E AUTO-SABOTAGGIO. FORTUNATAMENTE ESISTONO DUE STRATEGIE CHE POSSONO PORTARE UN PO’ DI SOLLIEVO.
Una autopercezione e una metapercezione accurate hanno bisogno di una conoscenza dei propri pregiudizi. Se veniamo lasciati liberi di seguire i nostri istinti potremmo facilmente convincerci di essere “incasinati” rispetto agli altri. Ma essere consapevoli degli errori che ci portano a questa conclusione può aiutarci a valutare meglio la nostra esistenza. La prossima volta che proverete vergogna per le vostre inadeguatezze, meditate su due fatti:
SIETE LE UNICHE PERSONE CHE POSSONO VEDERE NELLA VOSTRA TESTA.
ANCHE GLI ALTRI SOFFRONO NELLA LORO TESTA, ESATTAMENTE COME VOI.
Una volta assimilate queste due verità, potrete seguire la seconda meditazione nel suo secondo passo logico: condividere i vostri sentimenti per mostrare compassione per gli altri rispetto alle sofferenze che con ogni probabilità nascondono dentro di sé. Se ogni volta che vi sentite insicuri o ansiosi vi ricorderete che anche gli altri lo sono, allora potrete usare le vostre debolezze come un ponte. Ammettete agli altri di provare emozioni negative e chiedetegli di raccontarvi le loro. È incredibile quanto questo processo aiuti le persone ad aprirsi, a facilitare una comunicazione profonda e a sentirsi meglio.
Un po’ di caos stimola la produzione di idee creative. L’incasinamento libera dalle convenzioni e ispira pensieri profondi e nuovi.
Essere aperti in merito alle vostre sofferenze per aiutare gli altri è anche una forma di auto-compassione. Vi permette di comprendere il vostro dolore senza eccedere nei giudizi negativi e trattarlo come una parte della normale condizione umana. Questo genere di autocompassione migliora la salute mentale più degli approcci di stimolo dell’autostima in cui si cerca di cambiare la propria autovalutazione. Per esempio la prossima volta che sarete nervosi rispetto a una conversazione con qualcuno, anziché cercare di forzarvi a essere più sicuri di voi, confessate all’altra persona di essere nervosi. Con ogni probabilità penserà che siete affascinanti e divertenti, un dono. E se vi giudicherà negativamente, questo evidenzia più i suoi problemi che i vostri.
Se vi sentite nelle condizioni di farlo, potreste addirittura seguire l’approccio più radicale: accettare il vostro “incasinamento” considerandolo un dono. In questo modo potreste sviluppare la vostra creatività e spingervi a cercare nuove esperienze, aumentando la vostra felicità. Per capire come funziona, considerate gli studi sulle stanze dalle persone. La conclusione è che nonostante un certo ordine possa produrre benefici come spingerci ad alimentarci nel modo corretto o donare alle organizzazioni benefiche, un po’ di caos stimola la produzione di idee creative. L’incasinamento libera dalla convenzionalità e ispira pensieri profondi e nuovi.
Potete facilmente immaginare lo stesso meccanismo all’interno nella vostra testa: quando tutto è pulito e ordinato siete bravi a seguire un percorso prestabilito, mentre quando vi sembra che nei vostri sentimenti ci sia un tornado il risultato potrà non essere piacevole, ma vi aiuterà a scoprire nuovi modi di vivere. L’incasinamento che cercate di nascondere potrebbe essere un biglietto per un’esperienza visionaria.
*(Arthur C. Brooks, The Atlantic, Stati Uniti , Traduzione di Andrea Sparacino, Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense The Atlantic.)

 

11 – Pierluigi Ciocca*:ECONOMIA – CONTRO LA BESTIA NERA DELLA STAGFLAZIONE INVESTIMENTI PUBBLICI E LEVA MONETARIA. NON LA GUERRA, MA BIDEN E JANET YELLEN CON TRILIONI DI DOLLARI DI SPESA PUBBLICA ( 20% DEL PIL), E LA POLITICA MONETARIA DI LAGARDE HANNO FATTO ESPLODERE L’INFLAZIONE. LA “NARRAZIONE” DELL’ECONOMIA 2021-2022 CHE VIENE PROPOSTA È IMPERNIATA SULLA GUERRA RUSSIA-UCRAINA. SE SOLO… NON CI FOSSE LA GUERRA NON VI SAREBBERO NÉ INFLAZIONE NÉ RISCHI DI RECESSIONE. FALSO.
Inflazione e rischi di recessione erano già in atto in Occidente ben prima della invasione dell’Ucraina, avvenuta a fine febbraio del 2022. I fenomeni traggono origine dalla politica di bilancio e dalla politica monetaria degli Stati Uniti. Una responsabilità grave ricade sull’amministrazione Biden e sulla Fed, la banca centrale degli Usa. A quest’ultima si è accodata la Banca Centrale Europea.

Il rimbalzo dalla recessione provocata dalla pandemia era molto rapido già nello scorcio del 2020, in particolare negli Stati Uniti, dove l’Amministrazione Trump aveva già deciso 900 miliardi di dollari (4% del Pil) di spesa pubblica. Il reddito delle famiglie era in forte aumento e con esso i consumi. Nel 2021 la disoccupazione è stata in rapido calo verso il pieno impiego, raggiunto a fine anno. L’anno si sarebbe chiuso con una esplosione del Pil americano del 5,7% e con un deficit verso l’estero di 800 miliardi di dollari, un record persino per la bilancia dei pagamenti correnti del Paese, da mezzo secolo passiva.

In una economia già avviata al surriscaldamento, Biden e il suo ministro del Tesoro, la professoressa Janet Yellen, mettevano in campo piani ulteriori di spesa pubblica di medio termine per trilioni di dollari, circa il 20% del Pil attuale. Chiunque poteva quindi prevedere che le aspettative d’inflazione e l’inflazione sarebbero divampate. Dal 2% circa all’anno degli inizi del 2021 l’aumento dei prezzi al consumo immediatamente montava, sino a toccare l’8% già nel febbraio 2022, alla vigilia del conflitto ucraino.

Una banca centrale può contrastare l’inflazione se la prevede e se aumenta i tassi dell’interesse a breve termine (o restringe la liquidità) in anticipo, seccamente, al disopra dell’inflazione temuta, senza generare incertezza. Pone così le aspettative sotto controllo. Evita che l’aumento dei tassi a breve si estenda ai tassi a lunga, con pregiudizio dell’attività economica.

La Fed non ha fatto nulla di tutto ciò. Ha annunciato e avviato un aumento dei tassi a breve solo nella primavera scorsa, quando l’inflazione era già alta. Ma l’aumento non era tale da evitare che i tassi d’interesse restassero in termini reali negativi; che l’inflazione si consolidasse; che anche per la gradualità dell’aumento l’attesa dei rialzi si estendesse ai rendimenti oltre le brevi scadenze, provocando effetti recessivi.

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Data la dimensione dell’economia americana, le spinte di domanda e le aspettative inflazionistiche contagiavano l’Europa e il resto del mondo. Le stesse quotazioni internazionali dei prodotti primari, dopo essere crollate nel 2020, lievitavano fortemente nel 2021 (del 67% il petrolio, del 27% i non energetici), anch’esse ben prima della guerra fra Russia e Ucraina.

L’area dell’euro sino al 2020 era stata per anni sull’orlo della deflazione dei prezzi. Ciò avveniva per la totale, scontata, inefficacia dell’azione della Bce – il cosiddetto quantitative easing – nel sostenere la domanda e per l’orientamento restrittivo dei governi, che invece di accrescerli tagliavano gli investimenti pubblici.

Ma sulla scia degli Stati Uniti anche in Europa dagli inizi del 2021 si registrava un aumento dei prezzi che nel febbraio del 2022 toccava il 6%. Come negli Stati Uniti, la banca centrale – affidata all’avvocatessa Lagarde – proseguiva per oltre un anno nella politica lassista: la liquidità restava sovrabbondante e i tassi a breve bassissimi, per essere avviati all’aumento con colpevole gradualità, restando ampiamente negativi in termini reali.

La guerra e le sanzioni innalzano i costi di alcune produzioni e più in generale infliggono all’economia mondiale una contrazione dell’offerta aggregata di beni e servizi. Lo shock d’offerta riduce le quantità prodotte e determina un rialzo una tantum del livello dei prezzi. Data l’elasticità ai prezzi della domanda aggregata il primo effetto, sulle quantità, è maggiore del secondo, sui prezzi. Aggiunge probabilità alla recessione internazionale che alcuni temono anche a causa del rialzo dei tassi a lunga scadenza cui ha dato avvio l’agire delle banche centrali. Di fronte a un quadro di stagflation, che fare?

Stabilizzare sia i prezzi sia l’attività produttiva configura un caso di contrasto stridente fra obbiettivi. Occorrono entrambi gli strumenti: una politica fiscale di sostegno alla domanda e una politica monetaria antiinflazionistica. Nel bilancio pubblico le spese correnti tendenzialmente non devono eccedere le entrate correnti, al fine di evitare la crescita ulteriore del debito. Vanno al tempo stesso effettuati investimenti pubblici in valide infrastrutture, commisurati all’esigenza di assicurare la piena occupazione e l’intero utilizzo della capacità produttiva disponibile. Gli investimenti hanno un alto moltiplicatore della domanda e possono favorire la produttività delle stesse imprese. Per entrambe le vie accrescono il reddito e il gettito fiscale al punto da autofinanziarsi nel medio periodo, senza alimentare il debito pubblico.

La politica monetaria deve orientarsi finalmente con rigore al contrasto delle aspettative d’inflazione, recuperandone il controllo. I tassi a breve vanno innalzati una volta per tutte, non lentamente, rendendoli positivi in termini reali, cioè portandoli al disopra del livello a cui si intende ridurre l’inflazione. L’eventuale effetto negativo sugli investimenti privati dovrà essere compensato dagli investimenti pubblici.

La complessità di una siffatta manovra complementare dei due strumenti è di tutta evidenza. Ma l’alternativa è fra molta inflazione e molta disoccupazione, se non entrambe. A tanto l’Occidente è stato ridotto dalla inadeguatezza del suo governo dell’economia.

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