n° 36 del 04/9/2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Marca*:  Ingresso in Italia da Canada e stati uniti: dal 1° settembre, le nuove misure, 2 settembre 2021

02 – Alfiero Grandi*:  Ricordo di Bruno Trentin. Ci sono persone delle quali è complicato parlare per l’intreccio tra qualità personali indubbie e rapporti di amicizia. Distinguere con oggettività è un’impresa ardua.

03 – Brevi dal mondo: Stati uniti, Nigeria e Kashmir . L’uragano Ida devasta la costa est, Altri 73 studenti rapiti in Nigeria, Geelani: stretta sul Kashmir indiano

04 – William Davies *: La fine dei fatti. In teoria le statistiche dovrebbero servire a risolvere i contrasti. Dovrebbero dare a tutti – indipendentemente dalle posizioni politiche – un punto di riferimento certo da cui partire.

05 – Giovanna Chioini*:  CORONAVIRUS.

06 –  Shadi Hamid*: Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’Afghanistan

Gli stati uniti non hanno mai capito l’Afghanistan. I pianificatori di Washington pensavano di sapere di cosa avesse bisogno il paese, ma non era la stessa cosa che voleva la sua gente.

07 –  Joseph Stiglitz*:  Costringiamo la finanza a salvare il pianeta. Garantire una rapida transizione all’economia verde è un dovere, e il mondo finalmente l’ha capito. La finanza  avrà un ruolo essenziale in questo  processo.

08 – Massimo Villone*: Pnrr, tra Nord e Sud la disuguaglianza delle risorse. Diseguaglianze. La priorità era dei comuni svantaggiati, per ridurre i divari, come da indicazioni Ue. Ma si scopre che tra questi ce ne sono tra i più ricchi del paese. Il governo non può non sapere

09 –  Franco «Bifo» Berardi*: Assange ostaggio del cinismo occidentale . Wikileaks. Assange ha fatto quello che ogni giornalista dovrebbe fare. Se il giornalismo si misura con gli effetti prodotti dalle indagini e dalle rivelazioni, allora non c’è dubbio che Julian Assange è, semplicemente, il più grande giornalista di tutti i tempi.

 

 

01 – LA MARCA*:  INGRESSO IN ITALIA DA CANADA E STATI UNITI: DAL 1° SETTEMBRE, LE NUOVE MISURE- 2 settembre 2021

Con l’ Ordinanza 28 agosto 2021, in vigore dal 1° settembre fino al 25 ottobre 2021, il Ministero della Salute ha stabilito che se si proviene da Canada, Giappone o Stati Uniti e si è in possesso di una Certificazione verde Covid valida o di certificazione equipollente, rilasciata dalle autorità sanitarie locali, per entrare in Italia è comunque necessario sottoporsi a test molecolare o antigenico, condotto con tampone e risultato negativo, nelle 72 ore precedenti l’ingresso in Italia.

Con la citata ordinanza, infatti, tutti i viaggiatori provenienti dai Paesi in Elenco D, che include Canada e Stati Uniti, a patto che nei 14 giorni antecedenti l’ingresso in Italia non siano stati in uno dei Paesi in Elenco E oppure in Brasile, India, Bangladesh e Sri Lanka, sono esentati dall’isolamento fiduciario a condizione che presentino entrambi i seguenti documenti, in forma cartacea o digitale, rilasciati dalla competente autorità sanitaria del Paese di provenienza:

* certificato vaccinale, in cui sia confermato il fatto di aver completato il ciclo vaccinale prescritto anti-SARS-CoV-2 da almeno 14 giorni, oppure il certificato di guarigione, la cui validità è pari a 180 giorni dalla data del primo tampone positivo;

* esito negativo di un tampone molecolare o antigenico effettuato nelle 72 ore prima dell’ingresso in Italia. I minori al di sotto dei 6 anni sono esentati dall’effettuare il tampone pre-partenza.

* Rimane obbligatorio compilare il Passenger Locator Form – Modulo di localizzazione digitale – prima dell’ingresso in Italia. Il modulo sostituisce l’autodichiarazione resa al vettore.

La Certificazione relativamente al completamento del ciclo vaccinale deve riferirsi ad uno dei quattro vaccini approvati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA):

* Comirnaty di Pfizer-BioNtech

* Moderna

* Vaxzevria

* Jansen (Johnson & Johnson)

Le certificazioni devono essere presentate in una delle seguenti lingue: italiana, inglese, francese o spagnola.

Segnalo, inoltre, che in Italia dal 6 agosto 2021 (DECRETO-LEGGE 23 luglio 2021, n. 105, art. 3), il Certificato verde digitale Covid-19 (Green Pass), o certificato equivalente* riconosciuto dalle Autorità italiane, è necessario, per tutte le persone dai 12 anni in su, per accedere a:

  1. qualsiasi tipo di servizio di ristorazione al tavolo al chiuso;
  2. spettacoli, eventi e competizioni sportive;
  3. musei, istituti e luoghi di cultura;
  4. piscine, palestre, centri benessere, centri termali, parchi tematici e di divertimento, centri culturali e ricreativi, sale da gioco e casinò;
  5. fiere, convegni e congressi.

A partire dal 1° settembre 2021 (DECRETO-LEGGE 6 agosto 2021, n. 111, art. 2), inoltre, il Green Pass o certificato equivalente* sarà necessario per imbarcarsi su:

  1. aerei;
  2. navi e traghetti per il trasporto interregionale (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina);
  3. treni di tipo Intercity e Alta Velocità;
  4. autobus per il trasporto interregionale;
  5. autobus per servizi di noleggio con conducente.

Al momento, l’Italia riconosce come * equivalenti, per l’uso sul territorio nazionale, le certificazioni rilasciate da alcuni Stati extra UE (Paesi in Elenco D, inclusi Canada e USA, Israele), come indicato nell’Ordinanza 29 luglio 2021 e nell’Ordinanza 28 agosto 2021, purché rispondano alle caratteristiche indicate nella Circolare del Ministero della Salute del 30 luglio 2021.

Per informazioni dettagliate e aggiornamenti in tempo reale, consiglio sempre di consultare i seguenti siti:

VIAGGIARESICURI.IT

INGRESSO/RIENTRO IN ITALIA DA PAESI DELL’ELENCO D – DISCIPLINA GENERALE

MINISTERO DELLA SALUTE-VIAGGIATORI

Per maggiori informazioni sul Green Pass:

https://www.dgc.gov.it/web/

Circolare “Equipollenza certificazioni vaccinali e di guarigione rilasciate dagli Stati Terzi”

 

02 – Alfiero Grandi. RICORDO DI BRUNO TRENTIN. CI SONO PERSONE DELLE QUALI È COMPLICATO PARLARE PER L’INTRECCIO TRA QUALITÀ PERSONALI INDUBBIE E RAPPORTI DI AMICIZIA. DISTINGUERE CON OGGETTIVITÀ È UN’IMPRESA ARDUA. BRUNO TRENTIN È UNA DI QUESTE FIGURE, ANCHE PER QUESTO AVEVO CERCATO DI CONDIVIDERE CON ALTRI QUESTO IMPEGNO CHE HANNO PARTECIPATO ALLO STESSO PERCORSO NEL GRUPPO DIRIGENTE DELLA CGIL, MA FINORA SENZA ESITO. DOPO 14 ANNI DALLA MORTE MI SONO IMPOSTO DI INIZIARE A FARE I CONTI CON LE MIE DIFFICOLTÀ E DI PROVARE A DESCRIVERE LA FIGURA DI TRENTIN COME L’HO VISSUTA. 29 Agosto 2021

 

Una figura chiave, importante, di svolta. Tanto più rilevante se inserita nel contesto sia del gruppo dirigente della Cgil che del Pci/Pds dell’epoca. I legami profondi con la Cgil e l’appartenenza al Pci, sia pure con disincanto e posizioni critiche, non erano un vincolo esterno ma fortemente vissuto e questo contribuisce a spiegare i tormenti e persino le sue difficoltà personali, come appare dai diari. Non poteva non esserne parte, ma non poteva esserlo per ragioni di appartenenza organizzativa e quindi Trentin doveva esercitare continuamente un difficile esercizio di responsabilità e insieme di coraggio individuale.

Al punto in cui si era arrivati nel luglio 1992 ritenne inevitabile che la figura del segretario generale, cioè lui, firmasse comunque l’accordo con il governo Amato, contrariamente al mandato del direttivo. Considerava questa decisione un atto inevitabile per il segretario generale della Cgil e con questo gesto la sua figura assumeva connotati tragici, simili al comportamento del capitano di una nave pronto ad immolarsi, come infatti era la decisione contestuale di dimettersi da segretario generale della Cgil. Prima aveva cercato in tutti i modi di evitare un accordo generale come quello del luglio 1992, il cui risultato principale, prevedibile, era il blocco della contrattazione – punto a cui era storicamente legato – per un periodo, la sterilizzazione definitiva della possibilità di difendere i salari con gli automatismi salariali di recupero dall’inflazione, condizione che divenne poco dopo particolarmente pesante per gli effetti della svalutazione della lira.

Questo frangente costrinse tutto il gruppo dirigente della Cgil a misurarsi con questa sua decisione. Una parte, anch’io, non condivise la scelta di accettare quell’accordo e si pronunciò contro, contestualmente in molti sostenemmo che Trentin doveva restare segretario generale della Cgil. Non poteva esserci in un frangente così tormentato e burrascoso, di vera e propria crisi, il cambio del segretario generale che era arrivato a quella responsabilità da poco più di 3 anni per consentire il superamento della crisi della segreteria Pizzinato.

C’era chi avrebbe voluto utilizzare la posizione di Trentin per i propri obiettivi. Le dimissioni invece furono tutt’uno con una reazione consapevole della maggioranza del gruppo dirigente che capì di dovergli chiedere con forza di restare al suo posto. La richiesta venne pur dovendo constatare un dissenso ampio, anche da parte delle persone che gli erano vicine nel gruppo dirigente.

Trentin ci rifletté sopra alcune settimane, dopo la pausa estiva imminente accettò di discutere della possibilità di revocare le dimissioni da segretario generale solo ad alcune condizioni politiche.

La più importante era l’impegno di tutti a recuperare la sostanza della sconfitta dell’accordo del 1992, in particolare il ripristino della contrattazione nei luoghi di lavoro e una forma di recupero dei salari dall’inflazione, che infatti furono i due punti di novità contenuti nell’accordo con Ciampi, divenuto Presidente del Consiglio. Il gruppo dirigente e l’insieme della Cgil dimostrarono di essere in grado di affrontare un passaggio drammatico e di recuperare in parte la sconfitta, senza cedere allo sconforto e alla paralisi interna.

Inoltre Trentin pose la condizione di considerare esaurite le componenti politiche organizzate che avevano dato vita alla Cgil nel momento della sua ricostruzione postfascista. Va ricordato che nel frattempo si erano formate altre due organizzazioni confederali, prima la Cisl, poi la Uil. Quindi le componenti politiche della Cgil, non più unico sindacato confederale, erano rimaste essenzialmente quella legata al Pci e al suo superamento, quella socialista e la “terza componente” che non aveva un’origine legata ad un partito.

L’intuizione di Trentin del sindacato di programma trae origine da questa scelta. Il problema non era più solo conquistare l’autonomia dai partiti, trovare una sintesi politica nella Cgil e nel sindacato, ma costruire una posizione programmatica del sindacato, almeno della Cgil, che lo rendesse effettivamente autonomo e di conseguenza le scelte politiche derivassero essenzialmente dal compito di guidare il mondo del lavoro per conquistare un ruolo riconosciuto e forte.

Trentin con la proposta di scioglimento delle correnti di partito, che avevano anche un’autonomia finanziaria, colpiva al cuore la vera ragione che aveva portato all’accordo separato sulla scala mobile del 1984 e in seguito al referendum, che segnò una sconfitta di chi avrebbe voluto abrogare il taglio della scala mobile. Personalmente giudicai necessario il referendum, altri invece avrebbero voluto evitarlo e certamente Trentin non lo condivise. Questo non impedì a Trentin di formare il nuovo gruppo dirigente, dopo la nomina a segretario generale alla fine del 1998, inserendo nella segreteria confederale, quindi al suo fianco, anche persone che avevano avuto posizioni diverse. Non era la diversità politica a preoccuparlo, gli bastava avere di fronte posizioni politiche di merito non strumentali, decise in piena autonomia, disponibili ad un confronto non settario e prevenuto.

Atteggiamento in cui era maestro, come può confermare Fausto Bertinotti che espresse spesso posizioni diverse, perfino antagoniste, fino alla sua uscita dalla segretaria della Cgil per diventare segretario di Rifondazione Comunista.

Per Trentin il merito delle scelte politiche, il relativo confronto era tutto, le piccole convenienze personali lo disturbavano, tendeva a circondarsi di interlocutori, accettava il confronto anche polemico, non gli interessavano gli yes men.  Altrimenti non si spiegherebbe come per anni sia stato il principale interlocutore del movimento studentesco in diverse e difficili occasioni. Non cercava consensi ma un confronto nel merito, anche molto critico e questo anche buona parte del movimento degli studenti lo avvertiva.

Per questo anni fa, quando mi è stato chiesto come avevo vissuto la partecipazione alla segreteria confederale di Bruno Trentin, avevo risposto che mi consideravo fortunato per avere lavorato con lui, per avere imparato molto al suo fianco, e per averne avuto la fiducia e l’amicizia, pur nelle differenze. Quando questo accade la conseguenza non è affatto essere sempre d’accordo ma vivere la diversità come un arricchimento.

Naturalmente un gruppo dirigente è tale quando ci sono diverse personalità forti, capaci e a queste si deve riconoscere di essere tributari e la Cgil a cui ho partecipato in ruoli di direzione ne aveva molti. Cito solo Sergio Garavini, un maestro di contrattazione, con una grande capacità di costruire una proposta laddove sembrava impossibile uscire da una contrapposizione e sempre lucido nell’individuare il punto di tenuta di una vertenza, di una trattativa. Personalità politica combattiva e originale, un maestro.

Nel 1993 l’accordo con Ciampi recuperò punti importanti della sconfitta del 1992, Trentin ricavò da questo risultato la convinzione di avere esaurito la sua funzione di segretario generale e nel 1994 fu eletto al parlamento europeo, impegnandosi per portare nel Pds l’esperienza della Cgil nel diventare sindacato di programma, ma questa è una storia importante, e controversa, che merita di essere ricordata a parte.

*(Alfiero Grandi è un politico e sindacalista italiano, da Jobs news)

 

03 – Brevi dal mondo: STATI UNITI, NIGERIA E KASHMIR . L’URAGANO IDA DEVASTA LA COSTA EST, ALTRI 73 STUDENTI RAPITI IN NIGERIA, GEELANI: STRETTA SUL KASHMIR INDIANO

L’URAGANO IDA DEVASTA LA COSTA EST

Sono già 24  le morti causate dall’uragano Ida sulla costa est degli Usa, da New York alla Pennsylvania e il New Jersey dove più di 150.000 persone sono rimaste senza corrente elettrica. Nella grande mela molti sono stati tratti in salvo in barca dai tetti delle macchine, mentre un tornado in New Jersey ha raso al suolo delle case. Le autorità locali hanno parlato dell’emergenza come del «new normal» a cui bisognerà imparare a far fronte sempre più spesso a causa del cambiamento climatico.

ALTRI 73 STUDENTI RAPITI IN NIGERIA

Stavolta è toccato a una scuola secondaria di Kaya, nello Stato nigeriano di Zamfara. Ancora 73 studenti (e il vicepreside dell’istituto) sono stati rapiti da una banda di uomini armati. La polizia locale ieri ha confermato questo ennesimo sequestro di massa a scopo di estorsione in una scuola nigeriana, aggiungendo che sono in corso le operazioni di ricerca. Il governo locale inoltre ha chiuso tutte le scuole e imposto il coprifuoco serale e notturno in 13 aree e a Gusau, capitale dello Stato di Zamfara.

GEELANI, STRETTA SUL KASHMIR INDIANO

Alta tensione nel Kashmir indiano dopo la scomparsa del leader separatista Syed Ali Shah Geelani e il dispiegamento di truppe deciso dal governo indiano, con black out delle comunicazioni e divieto di funerali pubblici «per prevenire disordini». Geelani, morto a 91 anni dopo lunga malattia, per oltre 30 anni è stato la voce del separatismo kashmiro, prima nel Jamaat-e-Islami Jammu and Kashmir e poi nell’All Parties Hurriyat Conference. Condannato per sedizione e altri rati, dal 2010 era ai domiciliari per motivi di salute.

 

04 – William Davies *: LA FINE DEI FATTI. IN TEORIA LE STATISTICHE DOVREBBERO SERVIRE A RISOLVERE I CONTRASTI. DOVREBBERO DARE A TUTTI – INDIPENDENTEMENTE DALLE POSIZIONI POLITICHE – UN PUNTO DI RIFERIMENTO CERTO DA CUI PARTIRE. EPPURE, NEGLI ULTIMI ANNI, LA DIVERGENZA DI VEDUTE SULL’ATTENDIBILITÀ DELLE STATISTICHE HA CONTRIBUITO ALLA DIVISIONE CHE STA ATTRAVERSANDO LE DEMOCRAZIE LIBERALI OCCIDENTALI. POCO PRIMA DELLE ULTIME ELEZIONI PRESIDENZIALI NEGLI STATI UNITI, UNO STUDIO HA RIVELATO CHE IL 68 PER CENTO DEI SOSTENITORI DI TRUMP NON SI FIDAVA DEI DATI ECONOMICI PUBBLICATI DAL GOVERNO. SECONDO UNA RICERCA DELL’UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE E DI YOUGOV SULLE TEORIE DEL COMPLOTTO, IL 55 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DEL REGNO UNITO CREDE CHE IL GOVERNO STIA “NASCONDENDO LA VERITÀ SUL NUMERO DEGLI IMMIGRATI” PRESENTI NEL PAESE. 2 settembre 2021

Anziché placare le polemiche e ridurre le divisioni, sembra che le statistiche le stiano alimentando. L’avversione per i numeri è diventata uno dei marchi di fabbrica della destra populista, con statistici ed economisti in prima fila tra i vari “esperti” puniti dagli elettori nel 2016. Non solo le statistiche sono considerate inattendibili, ma sembra quasi che abbiano qualcosa di offensivo e di arrogante. Ridurre le questioni sociali ed economiche ad aggregati numerici o medie appare un insulto alla dignità politica delle persone.

Questa tensione è particolarmente evidente quando si parla d’immigrazione. Il centro studi britannico British Future ha cercato di capire qual è il modo più efficace di portare avanti la causa dell’immigrazione e del multiculturalismo durante i dibattiti. Uno degli elementi chiave emersi dalla ricerca è che le persone rispondono positivamente ai dati qualitativi, come le storie dei singoli migranti e le fotografie delle varie comunità. Le statistiche, invece – soprattutto quelle sui presunti vantaggi dell’immigrazione per l’economia britannica – scatenano la reazione opposta. La gente dà per scontato che i dati siano manipolati ed è infastidita dall’elitarismo delle prove quantitative. Di fronte alle stime ufficiali del numero di immigrati irregolari presenti nel paese, la reazione più comune dei cittadini britannici è una risata di scherno. Sottolineare gli effetti positivi per il pil, invece di favorire il sostegno all’immigrazione in realtà aumenta l’ostilità delle persone, dice British Future. Lo stesso pil comincia a essere considerato una specie di cavallo di Troia di un progetto politico progressista ed elitario. I politici se ne sono accorti e hanno quasi completamente rinunciato a discutere di immigrazione in termini economici.

Tutto questo mette seriamente in difficoltà la democrazia liberale. O lo stato dichiara di credere alla validità delle statistiche e viene accusato dagli scettici di fare propaganda, oppure i politici e le autorità devono limitarsi a raccontare quello che sembra plausibile e intuitivamente vero, a costo di dire inesattezze. In un modo o nell’altro, i politici sono accusati di dire bugie o di insabbiare la verità.

 

OPERAZIONE ELITARIA

La perdita di autorità delle statistiche – e degli esperti che le analizzano – è al centro della crisi oggi nota come “politica della post-verità”. In un mondo segnato dall’incertezza, i valori statistici dividono sempre di più l’opinione pubblica. Legare la politica ai dati statistici è considerata un’operazione elitaria, antidemocratica, che non tiene conto del coinvolgimento emotivo delle persone verso la comunità e il paese. Appare come uno dei tanti modi in cui pochi privilegiati a Londra, a Washington o a Bruxelles cercano di imporre la loro visione del mondo a tutti gli altri.

Dalla prospettiva opposta, le statistiche sono l’esatto contrario dell’elitarismo. Permettono ai giornalisti, ai cittadini e ai politici di discutere della società nel suo complesso non sulla base di aneddoti, sensazioni o pregiudizi, ma con dati verificabili. L’alternativa ai valori statistici non è la democrazia, ma la libertà per demagoghi e direttori di giornali scandalistici di spacciare la loro “verità” su cosa sta succedendo nella società.

Le statistiche non sono né verità incontestabili né cospirazioni ordite dalle élite, ma strumenti creati per facilitare il lavoro dello stato, nel bene e nel male. Hanno avuto un ruolo fondamentale nell’aiutarci a capire gli stati-nazione e il loro progresso. Ecco allora una domanda inquietante: se le statistiche saranno messe da parte, come faremo ad avere ancora un’idea comune della società e del progresso collettivo?

 

DALL’ILLUMINISMO LA STATISTICA CONQUISTA UN RUOLO SEMPRE PIÙ IMPORTANTE

Nella seconda metà del seicento, dopo una serie di confitti prolungati e sanguinosi, i governanti di tutta Europa adottarono un metodo completamente nuovo sull’azione di governo, incentrato sulle tendenze demografiche. Tutto questo fu reso possibile dalla nascita della statistica moderna. I censimenti per tenere traccia delle dimensioni della popolazione esistevano fin dai tempi antichi, ma oltre a essere costosi e complicati, si occupavano solo dei cittadini considerati politicamente rilevanti (gli uomini proprietari di terre) più che della società nel suo complesso. La statistica offriva qualcosa di molto diverso, che era destinato a cambiare la natura della politica.

La statistica è stata inventata per studiare una popolazione nella sua interezza, mentre prima ci si limitava a individuare strategicamente le fonti del potere e della ricchezza. Agli inizi le indagini statistiche non sempre si traducevano nella produzione di numeri. In Germania, per esempio, dovevano servire a mappare costumi, istituzioni e leggi diverse in un impero composto di centinaia di microstati. Ciò che connotava come statistiche queste conoscenze era la loro natura olistica: lo scopo era dare un quadro complessivo della nazione. La statistica ha fatto per la popolazione quello che la cartografia aveva fatto per il territorio.

Altrettanto significativo è stato il confronto con le scienze naturali. Con le sue misure standardizzate e le sue tecniche matematiche, la conoscenza statistica poteva essere presentata come oggettiva, in modo non molto diverso dall’astronomia. In Inghilterra, i pionieri della demografia come William Petty e John Graunt adottavano tecniche matematiche per stimare i cambiamenti della popolazione.

Alla fine del seicento l’ascesa di una classe di consiglieri di governo che rivendicava la sua autorità scientifica più che il suo acume politico e militare segnò l’inizio di quella cultura degli “esperti” oggi così disprezzata dai populisti. Né studiosi in senso stretto né veri e propri funzionari dello stato, questi individui erano a metà tra le due figure. Erano dilettanti entusiasti che promuovevano un nuovo modo di studiare la popolazione basato sulle aggregazioni e sui fatti oggettivi. Grazie alle loro capacità matematiche, erano convinti di poter scoprire attraverso il calcolo ciò che in passato era affidato al censimento.

Inizialmente esisteva un solo cliente per questo tipo di competenza, e la parola “statistica” ne è una spia. Solo uno stato-nazione centralizzato aveva la capacità di raccogliere dati sulla popolazione in modo standardizzato, e solo uno stato avrebbe saputo che farsene. Nella seconda metà del settecento gli stati europei cominciarono a raccogliere una maggiore quantità di dati statistici: nascite, morti, battesimi, matrimoni, raccolti, importazioni, esportazioni, fluttuazioni dei prezzi. Informazioni che in precedenza venivano registrate localmente e in modo sparso a livello parrocchiale furono aggregate a livello nazionale.

Per gli stati queste innovazioni avevano un potenziale straordinario. Riducendo le complessità della popolazione a indicatori specifici illustrati su apposite tabelle, i governi potevano fare a meno di acquisire informazioni più ampie e dettagliate a livello locale e storico. Ovviamente, vista da una diversa prospettiva, è proprio questa cecità di fronte alle diversità culturali locali a rendere la statistica volgare e potenzialmente offensiva. Indipendentemente dal fatto che una data nazione abbia un’identità culturale comune o no, gli statistici danno per assodata una certa uniformità di base o, direbbe qualcuno, la impongono a forza.

Non tutti gli aspetti di una popolazione possono essere misurati dalla statistica. C’è sempre una scelta implicita in ciò che viene incluso o escluso, e questa scelta può diventare a sua volta una questione di rilevanza politica. Il fatto che il pil misuri solo il valore del lavoro retribuito, escludendo quindi il lavoro svolto tradizionalmente dalle donne nella sfera domestica, lo ha reso il bersaglio delle critiche delle femministe fin dagli anni sessanta. In Francia raccogliere dati censuari sull’appartenenza etnica è illegale dal 1978, perché questi dati potrebbero essere usati per finalità politiche a sfondo razzista (l’effetto collaterale di questa decisione è che rende molto più difficile quantificare il razzismo insito nel mercato di lavoro).

Nonostante le critiche, l’aspirazione a descrivere una società nella sua interezza e in modo oggettivo ha fatto sì che la statistica sia stata spesso collegata agli ideali progressisti. Da una parte c’è l’idea della statistica come scienza obiettiva della società. Dall’altra c’è l’uso delle tecniche statistiche per sostenere ideali forti come la politica basata sui fatti, la razionalità, il progresso, il concetto di nazione: ideali che si fondano su fatti concreti, non su racconti romanzati.

 

UNA POLITICA PIÙ RAZIONALE

A partire dall’illuminismo, alla fine del settecento, liberali e repubblicani si convinsero che i sistemi di misurazione nazionali potevano produrre una politica più razionale, che partisse dal miglioramento tangibile delle condizioni sociali ed economiche. Benedict Anderson, il grande teorico del nazionalismo, definisce le nazioni come “comunità immaginate”, ma la statistica permette di ancorare questa immaginazione a un elemento tangibile. Allo stesso tempo, la statistica promette di svelare quale sentiero della storia ha imboccato la nazione: a che tipo di progresso stiamo assistendo? Quanto è rapido? Per i liberali dell’illuminismo, che vedevano le nazioni avviate verso un’unica direzione storica, la questione era cruciale.

Il potenziale della statistica di svelare lo stato della nazione si realizzò nella Francia postrivoluzionaria. Lo stato giacobino decise d’imporre un nuovo sistema nazionale di misurazione e di raccolta dei dati. Il primo istituto ufficiale di statistica al mondo aprì a Parigi nel 1800. L’uniformità della raccolta dei dati, supervisionata da un gruppo centralizzato di esperti altamente qualificati, era parte integrante dell’ideale di una repubblica governata centralmente che cercava di creare una società unita e ugualitaria.

Dall’illuminismo in poi, la statistica conquistò un ruolo sempre più importante nella sfera pubblica, influenzando il dibattito sui mezzi d’informazione e mettendo a disposizione dei movimenti sociali delle prove utilizzabili. Con il passare del tempo, la produzione e l’analisi dei dati diventarono sempre meno di dominio statale. A livello accademico gli scienziati sociali cominciarono ad analizzare i dati per i loro scopi di ricerca, spesso completamente svincolati dagli obiettivi politici dei governi. Alla fine dell’ottocento, riformatori come Charles Booth a Londra e W.E.B. DuBois a Filadelfia facevano ricerche per approfondire il problema della povertà urbana.

Per capire fino a che punto la statistica è intrecciata con il concetto di progresso nazionale, prendiamo il caso del pil. Il pil è una stima della somma totale a livello nazionale della spesa dei consumatori, della spesa pubblica, degli investimenti e della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni), che viene rappresentata in un unico numero. Azzeccare questa stima è difficilissimo, e negli anni trenta i tentativi di calcolare il dato, al pari di molti procedimenti matematici, cominciarono come esperimenti d’interesse residuale, quasi da nerd. Il pil diventò una questione di rilievo politico nazionale a partire dalla seconda guerra mondiale, quando i governi avevano bisogno di sapere se la popolazione stava producendo abbastanza per sostenere lo sforzo bellico. Nei decenni successivi questo indicatore, anche se sempre criticato, diventò il barometro per eccellenza dell’efficacia dei governi. Oggi diciamo che una società sta progredendo o regredendo a seconda se il pil cresce o cala.

Oppure prendiamo i sondaggi d’opinione, uno dei primi casi di innovazione statistica nel settore privato. Negli anni venti gli statistici svilupparono una serie di metodi per identificare un campione rappresentativo degli intervistati da cui fosse possibile capire l’orientamento dell’opinione pubblica in generale. La nuova metodologia, sperimentata per la prima volta dai ricercatori di mercato, portò alla nascita dei sondaggi d’opinione. Il settore dei sondaggi attirò subito l’interesse della politica: i mezzi d’informazione parlavano di una nuova scienza capace di spiegare cosa pensavano del mondo “le donne”, “gli americani” o “i lavoratori manuali”.

Se oggi tutti fanno continuamente le pulci ai sondaggi, questo si deve in parte alle enormi speranze riposte fin dalle origini nella nuova metodologia. È solo perché crediamo nella democrazia di massa che siamo così affascinati o preoccupati da ciò che pensa l’opinione pubblica. In gran parte, tuttavia, è grazie alla statistica, e non alle istituzioni democratiche in quanto tali, che sappiamo come la pensa l’opinione pubblica su una serie di questioni specifiche. Anche se spesso non ce ne rendiamo conto, la nostra percezione dell’“interesse pubblico” si basa molto di più sui calcoli degli esperti che sulle istituzioni democratiche.

Da quando gli indicatori di salute, prosperità, uguaglianza, opinione e qualità della vita ci spiegano chi siamo collettivamente e se le cose stanno andando meglio o peggio, la politica si affida sempre di più alla statistica per puntellare la sua autorità. A volte ci si affida fin troppo, forzando le prove empiriche e interpretando i dati in modo disinvolto per piegarli ai suoi scopi. Questo, però, è il rischio inevitabile dell’egemonia dei numeri nella vita pubblica, e da solo non spiega l’ostilità verso i cosiddetti esperti negli ultimi tempi.

 

UNA NUOVA GEOGRAFIA

Sotto molti aspetti l’offensiva populista contro gli esperti nasce dallo stesso risentimento che ha investito i politici eletti. Quando parlano della società in generale o cercano di governare l’economia nel suo complesso, sia i politici sia i tecnocrati vengono accusati di aver “perso il contatto” con il singolo cittadino e le sue esigenze particolari. Parlare in termini scientifici di un paese – per esempio in termini macroeconomici – è un insulto per chi vorrebbe fondare la sua idea di nazione sulla memoria o sulla narrazione e non ne può più di sentirsi dire che la sua “comunità immaginata” non esiste. La crisi della statistica non è così improvvisa come potrebbe sembrare. I tentativi di rappresentare i cambiamenti demografici, sociali ed economici attraverso indicatori semplici e riconosciuti hanno perso autorevolezza negli ultimi quarant’anni, a causa della nuova geografia politica ed economica. Le statistiche che dominano il dibattito pubblico hanno un carattere prevalentemente nazionale: livelli di povertà, disoccupazione, pil, migrazione netta. La geografia del capitalismo, però, sta spingendo in direzioni diverse. Chiaramente la globalizzazione non ha reso irrilevante la geografia. In molti casi, anzi, ha reso la posizione geografica dell’attività economica ancora più importante, aumentando le disparità tra posti di successo (come Londra o San Francisco) e posti non di successo (il nordest dell’Inghilterra o la rust belt negli Stati Uniti). Le realtà geografiche fondamentali non sono più gli stati-nazione. A salire e scendere nelle statistiche sono le città, le regioni e i singoli quartieri.

L’ideale illuministico della nazione come comunità singola, legata da un sistema di misurazione comune, è sempre più difficile da sostenere. Per gli abitanti delle valli gallesi che in passato dipendevano dalla manifattura dell’acciaio o dalle miniere, sentire i politici che dicono che “l’economia sta andando bene” è un insulto. Dal loro punto di vista, il termine “pil” non esprime nulla di significativo o di credibile.

Quando si usa la macroeconomia per sostenere una tesi politica, implicitamente si dice che le perdite in una parte del paese vengono compensate dalla crescita in qualche altra parte. Gli indicatori nazionali che fanno notizia, come il pil e l’inflazione, oscurano i fenomeni economici locali, di cui di solito la politica nazionale non si occupa. Forse l’immigrazione fa bene all’economia in generale, ma questo non vuol dire che non ci siano costi a livello locale. Perciò quando i politici citano gli indicatori nazionali per sostenere la loro posizione, implicitamente si aspettano una sorta di spirito di sacrificio patriottico da parte degli elettori: oggi forse siete tra gli sconfitti, ma la prossima volta potreste essere tra i fortunati. E se poi invece le cose non cambiano? Che succede se a vincere sono sempre la stessa città e la stessa regione e gli altri continuano a rimetterci? Qual è il principio di dare e avere che giustifica tutto questo?

In Europa l’unione monetaria ha acuito questo problema. Gli indicatori che interessano alla Banca centrale europea (Bce), per esempio, rappresentano mezzo miliardo di persone. La Bce si occupa di tenere sotto controllo l’inflazione e il tasso di disoccupazione nell’eurozona come se fosse un unico territorio omogeneo proprio mentre il destino economico dei cittadini europei prende strade diverse a seconda della regione, della città o del quartiere in cui vivono. La conoscenza ufficiale si astrae sempre di più dall’esperienza vissuta fino a perdere completamente rilevanza o credibilità.

 

SEMPLIFICAZIONE ECCESSIVA

La scelta di privilegiare la nazione come riferimento naturale dell’analisi è una delle distorsioni innate della statistica che i cambiamenti economici stanno erodendo nel corso degli anni. Un’altra di queste distorsioni finite sotto attacco è la classificazione. Parte del lavoro degli statistici consiste nel classificare le persone mettendole all’interno di una serie di “scatole” create dagli stessi statistici: occupati o disoccupati, sposati o non sposati, europeisti o euroscettici. Usando queste categorie si riesce a capire fino a che punto una data classificazione può essere estesa a tutta la popolazione.

Tutto questo comporta delle scelte in qualche modo riduttive. Per essere classificati come disoccupati, per esempio, bisogna rispondere a un questionario e dire di essere senza lavoro per motivi indipendenti dalla propria volontà, anche se nella realtà la situazione spesso è più complicata. Molte persone entrano ed escono dal mondo del lavoro in continuazione, per motivi che a volte hanno a che fare più con la salute e con le esigenze familiari che con le condizioni del mercato del lavoro. Grazie a questa semplificazione, tuttavia, è possibile identificare il tasso di disoccupazione generale di tutta la popolazione.

In questo nuovo mondo, prima si raccolgono i dati e poi si fanno le domande.

Qui però sorge un problema. Su molte delle questioni fondamentali della nostra epoca la chiave di lettura non sta nel numero delle persone coinvolte, ma nell’intensità del coinvolgimento. La disoccupazione è un esempio. Il fatto che il Regno Unito abbia superato la grande recessione cominciata nel 2008 senza registrare un aumento sostanziale della disoccupazione è generalmente considerato un dato positivo. Questa attenzione alla disoccupazione, tuttavia, ha mascherato il fenomeno della sottoccupazione, cioè delle tante persone che non lavorano abbastanza o non riescono a trovare un impiego adeguato alla propria qualifica. Oggi nel Regno Unito i sottoccupati rappresentano circa il 6 per cento della forza lavoro “occupata”. Senza contare il fenomeno in crescita del lavoro autonomo, dove la distinzione tra “occupati” e “disoccupati involontari” non ha molto senso.

Organismi come l’Office for national statistics (Ons) britannico hanno cominciato a produrre dati sulla sottoccupazione. Ma finché i politici continueranno a difendersi dalle critiche citando il tasso di disoccupazione, l’esperienza di chi non riesce a lavorare abbastanza per vivere del proprio stipendio non sarà rappresentata nel dibattito pubblico. Non deve sorprendere se queste persone cominciano a sospettare degli esperti e dell’uso delle statistiche nei dibattiti politici: c’è uno scollamento tra la rappresentazione del mercato del lavoro data dai politici e la realtà vissuta.

L’emergere della politica dell’identità a partire dagli anni sessanta mette ancora più in discussione questi sistemi di classificazione. I dati statistici sono credibili solo se la gente si riconosce nello spettro limitato delle categorie demografiche proposte, che sono scelte dagli esperti e non dagli intervistati. Ma quando l’identità diventa una questione politica, ognuno pretende di definire se stesso nei termini che preferisce, che si tratti di genere, orientamento sessuale, gruppo etnico o classe.

Negli ultimi anni è nato un metodo per rappresentare la popolazione con dati quantitativi che minaccia di relegare ai margini la statistica. Le statistiche, raccolte e compilate da tecnici ed esperti, stanno lasciando il posto ai dati che si accumulano automaticamente grazie alla digitalizzazione della società. Tradizionalmente gli statistici sapevano quali domande rivolgere e a chi, e poi cercavano le risposte. Oggi, invece, i dati si producono ogni volta che strisciamo una carta fedeltà, pubblichiamo un commento su Facebook o cerchiamo qualcosa su Google. Più le città, le automobili, le case e gli elettrodomestici sono connessi, più cresce la quantità di dati che ci lasciamo dietro. In questo nuovo mondo, prima si raccolgono i dati e poi si fanno le domande.

A lungo termine, tutto questo potrebbe avere implicazioni altrettanto profonde dell’invenzione della statistica alla fine del seicento. La raccolta di dati su larga scala – i cosiddetti big data – offre molte più opportunità per l’analisi quantitativa rispetto a qualsiasi modello statistico. Ma non è solo la quantità di dati a essere diversa. I big data rappresentano un tipo di conoscenza completamente diverso, accompagnato da una nuova competenza.

Innanzitutto non esistono parametri di riferimento fissi (per esempio, la nazione) né categorie predeterminate (per esempio, i disoccupati). Queste grandi serie di dati possono essere estratte per cercare modelli, tendenze, correlazioni e umori emergenti. Servono più a tenere traccia dell’identità che la gente si attribuisce che a imporle delle classificazioni. Sono una forma di aggregazione che si addice a un contesto politico più fluido, in cui non tutto può essere ricondotto a un vago ideale illuministico dello stato-nazione come custode dell’interesse pubblico. Inoltre, quasi nessuno ha la minima idea di cosa tutti questi dati raccontino su di noi, a livello individuale e collettivo. Non c’è un corrispettivo dell’ufficio nazionale di statistica per i dati raccolti a scopi commerciali. Viviamo in un’epoca in cui i nostri sentimenti, le nostre identità e le nostre sofferenze possono essere tracciati e analizzati con una velocità e una precisione inedite, ma non c’è niente che riconduca questa nuova capacità all’interesse o al dibattito pubblico. Ci sono analisti che lavorano per Google e Facebook, ma non sono “esperti” come quelli che producono le statistiche e che oggi sono tanto disprezzati. L’anonimato e la segretezza rendono i nuovi analisti potenzialmente molto più influenti dal punto di vista politico di qualsiasi scienziato sociale.

 

TRACCIARE LO STATO D’ANIMO

L’aspetto politicamente più rilevante di questo passaggio dalla logica della statistica alla logica dei dati è che si sposa perfettamente con l’ascesa del populismo. I leader populisti manifestano il loro disprezzo per gli esperti tradizionali come gli economisti e i sondaggisti e si affidano a una forma completamente diversa di analisi numerica. Chiedono aiuto a una nuova élite, meno visibile, che cerca modelli in grandi banche dati ma che raramente si pronuncia in pubblico e tantomeno rende noti i risultati delle sue analisi. Questi analisti spesso sono fisici o matematici, che per formazione e competenze non hanno nulla a che fare con le scienze sociali. Ecco per esempio la tesi di Dominic Cummings, consigliere dell’ex ministro della giustizia britannico Michael Gove e direttore della campagna a favore della Brexit: “La fisica, la matematica e l’informatica sono gli ambiti in cui ci sono i veri esperti, a differenza delle previsioni macroeconomiche”.

Figure vicine a Donald Trump come il suo consulente strategico Steve Bannon e il miliardario della Silicon valley Peter Thiel conoscono molto bene le tecniche di analisi dei dati più all’avanguardia grazie a società come la Cambridge Analytica, di cui Bannon è consigliere di amministrazione. Durante la campagna elettorale per le presidenziali, la Cambridge Analytica ha attinto a varie fonti di dati per costruire i profili psicologici di milioni di statunitensi, poi usati per aiutare Trump a mandare messaggi mirati agli elettori. Questa capacità di sviluppare e affinare informazioni piscologiche relative ad ampie fasce della popolazione è uno degli aspetti più innovativi e discussi della nuova analisi dei dati. Mano a mano che le analisi in grado di misurare lo stato d’animo delle persone attraverso indicatori come l’uso delle parole sui social network entrano a far parte delle campagne elettorali, la presa emotiva di figure come Trump può essere l’oggetto di uno studio scientifico. In un mondo in cui gli umori dell’opinione pubblica diventano così facilmente tracciabili, a che servono i sondaggi?

Pochissimi elementi di rilievo sociale che emergono da questa tipologia di analisi dei dati vengono resi noti al pubblico. Ciò significa che si fa molto poco per ricondurre la narrazione politica a una realtà condivisa. Con la progressiva perdita di autorità delle statistiche, e nulla che ne prenda il posto nella sfera pubblica, la gente può vivere nella “comunità immaginata” che sente più affine e in cui è disposta a credere. Mentre le statistiche possono essere usate per correggere dichiarazioni inesatte sull’economia, la società o la popolazione, nell’epoca dell’analisi dei dati ci sono pochi meccanismi per impedire alla gente di cedere a reazioni istintive o a pregiudizi emotivi. Lungi dal preoccuparsene, aziende come Cambridge Analytica considerano queste reazioni come elementi di cui tenere conto.

Ma anche se esistesse un ufficio per l’analisi dei dati che lavora per conto della collettività e dello stato come fanno gli istituti nazionali di statistica, non è detto che avrebbe il punto di vista neutrale che oggi i liberali cercano di difendere. Il nuovo apparato di calcolo è perfetto per identificare nuove tendenze, per cogliere gli umori e scoprire i fenomeni non appena si manifestano. È uno strumento molto utile per chi fa campagne elettorali e di marketing. È molto meno adatto a fornire una lettura non ambigua, oggettiva, potenzialmente condivisa della società come quella per cui sono pagati gli statistici e gli economisti.

La questione che bisogna prendere più sul serio, oggi che i numeri vengono costantemente generati a nostra insaputa, è in quali mani la crisi della statistica lascia la democrazia rappresentativa. La statistica nasce come uno strumento dello stato per interpretare la società, ma è diventata progressivamente una materia che interessa il mondo accademico, i riformatori e le imprese. Ormai, però, la segretezza sulle metodologie e le fonti dei dati è un vantaggio competitivo a cui molte aziende non riescono a rinunciare.

La prospettiva di una società poststatistica è preoccupante, non solo perché verrebbe a mancare qualsiasi forma di verità o di competenza, ma perché entrambe sarebbero drasticamente privatizzate. La statistica è una delle tante colonne del liberalismo, anzi, dell’illuminismo. Gli esperti che la producono e la usano sono stati dipinti come arroganti e sordi alla dimensione emotiva e locale della politica. Sicuramente bisogna trovare dei sistemi per raccogliere i dati in un modo che rispecchi meglio l’esperienza vissuta. Ma sul lungo periodo la battaglia che va combattuta non è tra la politica dei fatti guidata dalle élite e la politica delle emozioni guidata dal populismo. È tra chi ancora crede nella conoscenza e nel dibattito pubblico e tra chi trae profitto dalla loro disintegrazione.

(William Davies, The Guardian, Regno Unito, Traduzione di Fabrizio Saulini. Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2017 nel numero 1195 di Internazionale.)

 

05 – Giovanna Chioini*:  CORONAVIRUS. La pandemia di covid-19 ha causato finora 4.476.525 morti in tutto il mondo e 214.718.823 contagi, secondo la Johns Hopkins university. In base ai calcoli di Our world in data il 33 per cento della popolazione mondiale finora ha ricevuto almeno una dose di vaccino anticovid, e le dosi somministrate finora sono 5,13 miliardi. Solo l’1,6 per cento degli abitanti dei paesi poveri ha ricevuto almeno una dose.

Il Giappone ha sospeso l’uso di circa 1,63 milioni di dosi del vaccino Moderna a causa di una sospetta contaminazione. Il ministero della salute ha affermato che “materiali estranei” sono stati trovati in alcune dosi di un lotto di circa 56omila fiale. La Takeda pharmaceutical, che vende e distribuisce il vaccino in Giappone, ha affermato che la Moderna ha sospeso tre lotti “per cautela”, spiegando che potrebbe trattarsi di un problema nel sito di produzione in Spagna dove sono assemblate le dosi per i mercati diversi dagli Stati Uniti. L’azienda farmaceutica spagnola Rovi ha affermato che la contaminazione potrebbe essere dovuta a un problema in una linea di produzione e di aver aperto un’indagine. Il ministero della salute giapponese ha spiegato che l’uso dei lotti della Moderna è stato sospeso in via precauzionale, in ogni caso diverse aziende giapponesi hanno cancellato le vaccinazioni del personale e anche l’Agenzia europea per il farmaco ha avviato un’indagine.

Il programma contro la pandemia dell’Organizzazione mondiale della sanità prevede di spedire cento milioni di dosi di vaccini cinesi Sinovac e Sinopharm contro il covid-19 entro la fine di settembre, principalmente in Africa e in Asia. Alcuni paesi beneficiari li hanno rifiutati o hanno usato come richiamo i vaccini di produttori occidentali.

Il numero di pazienti affetti da coronavirus negli ospedali statunitensi il 26 agosto ha superato i centomila, il livello più alto in otto mesi, secondo il dipartimento della salute. La diffusione della variante delta sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari locali.

La Food and drug administration (Fda) ha dato l’approvazione completa e definitiva al vaccino anticovid della Pfizer per gli Stati Uniti. Finora è stato usato grazie a un’autorizzazione d’emergenza. Il vaccino, che ora potrà essere commercializzato con il marchio Comirnaty, è il primo a ricevere l’approvazione completa, dopo quella d’urgenza ottenuta l’11 dicembre 2020.

Il gruppo rock dei Kiss ha cancellato un concerto dopo che il frontman Paul Stanley, completamente vaccinato, è risultato positivo al covid-19. Il nuovo picco di contagi negli Stati Uniti sta ostacolando la ripresa del settore dell’intrattenimento dal vivo. Musicisti come Stevie Nicks, Garth Brooks e Nine Inch Nails hanno tutti interrotto le loro esibizioni per il resto dell’anno, citando le preoccupazioni per la variante delta.

La Nuova Zelanda ha esteso il lockdown nazionale fino a 31 agosto dopo che sono stati segnalati 70 nuovi casi. Si prevede che Auckland e la vicina regione del Northland rimarranno in isolamento di livello 4 per altre due settimane.

I responsabili dell’assistenza sociale nel Regno Unito temono un “esodo” del personale entro l’autunno. Un sondaggio su mille responsabili dei servizi di assistenza ha rilevato che un terzo di questi (32,8 per cento) ha già registrato dimissioni del personale a causa dell’opposizione alla vaccinazione obbligatoria, della stanchezza dovuta alla pandemia da covid e di una crisi che sta compromettendo la qualità dell’assistenza. Jane Brightman, cofondatrice della rete e direttrice dell’assistenza sociale presso l’Institute of health and social care management, afferma che gli operatori sanitari si stanno preparando a un duro inverno: “Assisteremo a un esodo di massa del personale che non vorrà il vaccino. Se ne stanno andando manager bravi di cui abbiamo bisogno nel sistema. Finiremo con il promuovere persone inesperte alla gestione di servizi che non dispongono di personale adeguato”.

Più di un terzo dei giovani adulti nella maggior parte delle città inglesi il 25 agosto non aveva ricevuto la prima dose di vaccino, secondo una nuova analisi dei dati forniti dal servizio sanitario. A Liverpool si stima che il 47,2 per cento dei giovani di età compresa tra 18 e 29 anni non sia ancora vaccinato, a Manchester sarebbe il 44 per cento, a Leicester il 42,4 per cento e a Leeds il 39,1 per cento. In due città più della metà dei giovani adulti non ha ricevuto alcun vaccino: a Birmingham è il 52,1 per cento e a Coventry il 50,2 per cento. In generale, sarebbero 2,4 milioni i giovani tra i 18 e i 29 anni non ancora vaccinati in tutta l’Inghilterra, dove invece ha ricevuto la prima dose circa il 71,8 per cento dei giovani adulti. Si tratta di una percentuale più alta rispetto all’Irlanda del Nord, dove si stima che il 69 per cento dei giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni abbia avuto una dose, ma inferiore alle cifre della Scozia (73,9 per cento) e del Galles (76,2 per cento).

Il 27 agosto nel Regno Unito sono stati confermati 38.281 nuovi casi e 140 decessi causati dal covid-19. Alicia Demirjian, funzionaria del servizio sanitario pubblico, ha osservato che i nuovi casi sono ancora alti, specialmente tra le persone giovani e ha raccomandato, se si hanno sintomi della malattia, di restare in casa e “fare un test rapido se parteciperete a eventi del fine settimana, per proteggere i vostri amici e le persone intorno a voi”.

Nel Regno Unito saranno condotte nuove ricerche sulla durata dell’immunità dopo la vaccinazione contro il coronavirus, con un investimento di circa un milione e mezzo di sterline. Gli scienziati sperano di poter capire perché alcune persone si ammalano anche se sono vaccinate o hanno già avuto il virus, mentre altre no. Alcune ricerche hanno concluso che la protezione fornita da due dosi di vaccino della Pfizer o dell’AstraZeneca comincia a diminuire sei mesi dopo la seconda dose. Per il Regno Unito questo potrebbe significare che l’immunità di operatori sanitari e persone anziane potrebbe scendere al 50 per cento entro l’inverno. Oltre a cercare i motivi della reinfezione e capire meglio la durata dell’immunità dopo le vaccinazioni, la nuova ricerca annunciata da Public Health England esaminerà la durata dell’immunità di diversi vaccini e come i cambiamenti nella composizione genetica del virus potrebbero consentirgli di aggirare la risposta immunitaria. I risultati si baseranno sull’analisi degli anticorpi di quasi 50mila operatori sanitari che sono stati nuovamente contagiati nonostante siano già stati malati o abbiano già ricevuto la vaccinazione completa e dovrebbero aiutare a scoprire se ci sono aspetti della loro risposta immunitaria diversi rispetto alle persone che invece non si sono reinfettate.

La città-stato tedesca di Amburgo consentirà a parrucchieri, club, ristoranti e istituzioni religiose di impedire l’ingresso di adulti non vaccinati o di coloro che non hanno acquisito l’immunità all’infezione da covid. Si tratta di una novità assoluta per il paese.

I paesi dell’Unione europea che decideranno di somministrare una terza dose di richiamo del vaccino potrebbero affrontare maggiori rischi legali legati a potenziali effetti collaterali avversi dovuti alla vaccinazione: la dose aggiuntiva non ha infatti ancora ricevuto una raccomandazione per l’uso di emergenza dall’ente regolatore dei farmaci (Ema), ha dichiarato la Commissione europea. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) Austria, Belgio, Francia, Ungheria, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo e Slovenia stanno attualmente raccomandando l’uso di una terza dose, e la Germania prevede di fare lo stesso in autunno. Altri tredici governi europei stanno discutendo della questione. Anche il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ribadito che i dati sui benefici e sulla sicurezza di una vaccinazione di richiamo contro il covid-19 sono per il momento insufficienti e che bisogna dare la priorità alle vaccinazioni nei paesi a basso e medio reddito, dove solo l’1 o il 2 per cento per cento della popolazione risulta attualmente vaccinato.

In Italia nella settimana dal 19 al 25 agosto ci sono stati 45.631 nuovi contagi e 335 decessi. Gli attualmente positivi nella settimana erano 135.724. Le persone di più di dodici anni completamente vaccinate erano 36.771.281 e il totale delle dosi somministrate era di 76.038.118.

La Pfizer-Biontech ha dichiarato di aver firmato un accordo con i laboratori della brasiliana Eurofarma per la fase finale della produzione e la messa in fiala del loro vaccino contro il covid-19 da distribuire in America Latina. La Eurofarma comincerà l’attività nel 2022 mentre il complicato processo di produzione delle sostanze farmaceutiche per il farmaco a mRna sarà svolto nelle strutture statunitensi della Pfizer e della Biontech, che finora hanno spedito 1,3 miliardi di dosi del loro vaccino a due dosi in tutto il mondo e puntano a consegnarne tre miliardi entro la fine di quest’anno.

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Le somministrazioni di vaccini contro il covid-19 in Africa sono triplicate nell’ultima settimana, sebbene proteggere anche solo il 10 per cento del continente entro la fine di settembre rimanga “un compito molto arduo”, ha affermato il 26 agosto la direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Africa, Matshidiso Moeti, aggiungendo che nell’ultima settimana sono state somministrate 13 milioni di dosi dopo che sono aumentate le donazioni dai paesi sviluppati. Secondo i calcoli del Centro africano per il controllo delle malattie solo il 2,4 per cento della popolazione del continente è attualmente vaccinato.”Penso che sia molto difficile per noi parlare di dosi di richiamo in Africa”, ha detto Moeti. “Non abbiamo ancora coperto nemmeno il 5 per cento della popolazione con le vaccinazioni iniziali necessarie per rallentare la diffusione del virus e, soprattutto, fermare quella che pensiamo possa essere una quarta ondata, che sta arrivando”. L’Africa riceverà 117 milioni di dosi nei prossimi mesi, ma saranno necessari altri 34 milioni per raggiungere l’obiettivo di vaccinare il 10 per cento di 1,3 miliardi di abitanti, ha aggiunto. Moeti ha esortato i paesi africani ad aumentare la loro disponibilità a usare i vaccini quando arrivano. “Nessuna dose dovrebbe essere sprecata”, ha detto.

La Russia il 27 agosto ha registrato 798 decessi correlati al coronavirus e 19.509 nuovi contagi, di cui 1.509 a Mosca. I numeri ufficiali dei casi sono diminuiti gradualmente dopo che un’ondata di infezioni attribuita alla variante delta ha raggiunto il picco a luglio.

Per la prima volta dallo scorso maggio, quando la diffusione del virus aveva provocato più di 800 vittime, il 25 agosto a Taiwan non sono stati registrati nuovi contagi da covid-19. Dall’inizio della pandemia nel paese non sono state imposte restrizioni severe per il contenimento delle infezioni, a eccezione della chiusura delle frontiere.

Un nuovo rapporto dell’Economist intelligence unit invita i leader politici di tutto il mondo ad adottare una nuova strategia nella lotta contro il virus in futuro. L’emergenza e la nuova ondata di contagi provocate dalla variante delta hanno dimostrato, secondo il rapporto, che non siano state realistiche le aspettative di diversi governi riguardo alla capacità di contrastare la pandemia dei soli vaccini, che rimangono distribuiti in modo disuguale tra paesi ricchi e paesi poveri. Una disuguaglianza che avrà gravi ripercussioni dal punto di vista economico per tutto il mondo e che ricadrà per due terzi proprio sui paesi meno ricchi.

*(Giovanna Chioini , giornalista di Internazionale, Ha collaborato Francesca Morante)

 

06 –  Shadi Hamid*: STATI UNITI. GLI STATI UNITI NON HANNO MAI CAPITO L’AFGHANISTAN

GLI STATI UNITI NON HANNO MAI CAPITO L’AFGHANISTAN. I PIANIFICATORI DI WASHINGTON PENSAVANO DI SAPERE DI COSA AVESSE BISOGNO IL PAESE, MA NON ERA LA STESSA COSA CHE VOLEVA LA SUA GENTE. LA POLITICA DEGLI STATI UNITI ERA ANIMATA DA DIVERSE PIE ILLUSIONI. LA PRINCIPALE ERA L’IDEA CHE I TALIBAN POTESSERO ESSERE ELIMINATI E CHE, NEL FARLO, POTESSE ESSERE TRASFORMATA UN’INTERA CULTURA.

 

In un mondo ideale i taliban non esisterebbero. Ma esistono, ed esisteranno in futuro. Gli osservatori occidentali fanno sempre fatica a capire come gruppi così spietati ottengano legittimità e sostegno popolare. Sicuramente gli afgani ricordano il terrore del dominio taliban negli anni novanta, quando le donne venivano frustate se si avventuravano fuori di casa senza burqa e le persone adultere erano lapidate a morte negli stadi di calcio. Come si possono dimenticare quei giorni cupi?

Gli Stati Uniti consideravano malvagi i taliban. Ritenere un gruppo malvagio significa gettarlo fuori dal tempo e dalla storia. Ma si tratta di una visione da privilegiati. Vivere in una democrazia con una sicurezza di base permette ai cittadini di puntare più in alto. Saranno delusi anche da un governo relativamente buono proprio perché si aspettano di più. Negli stati falliti e nel mezzo di una guerra civile, tuttavia, le questioni fondamentali sono quelle dell’ordine e del disordine, e come avere più del primo e meno del secondo.

 

CECITÀ E PREGIUDIZI DI WASHINGTON

I taliban lo sapevano. Dopo aver perso il potere nel 2001, il gruppo era debole, e doveva riprendersi dai devastanti attacchi aerei contro i suoi dirigenti. Ma negli ultimi anni ha ripreso terreno e messo radici più profonde nelle comunità locali. I taliban sono stati brutali. Allo stesso tempo hanno spesso garantito un’amministrazione migliore del lontano e corrotto governo centrale afgano. Fare poco è servito a molto.

Il governo dell’Afghanistan, sostenuto dagli Stati Uniti, non è fallito solo a causa dei taliban. È stato ostacolato fin dall’inizio dalle cecità e dai pregiudizi di Washington. Gli Stati Uniti hanno visto in un’autorità forte e centralizzata la risposta ai problemi del paese, e hanno sostenuto una costituzione che ha dato al capo dello stato ampi poteri. Questo, insieme a un sistema elettorale bizzarro e confuso, ha minato lo sviluppo dei partiti politici e del parlamento. Uno stato forte richiedeva istituzioni legali formali e gli Stati Uniti hanno debitamente sostenuto tribunali, giudici e altri orpelli del genere. Nel frattempo alimentavano il risentimento promuovendo programmi che dovevano ridisegnare la cultura afgana e le relazioni di genere.

Una delle prime cose che fanno gruppi armati come i taliban è fornire una soluzione delle controversie sbrigativa e rapida

Tutte queste scelte erano un riflesso dell’arroganza delle potenze occidentali, che consideravano le tradizioni afgane come un ostacolo da superare quando, a quanto pare, erano la linfa vitale della cultura politica del paese. Alla fine pochi afgani hanno creduto in un governo centrale che non hanno mai sentito vicino, o si sono presi la briga di navigare tra le sue lungaggini burocratiche. Hanno continuato a risolvere le loro controversie tramite autorità informali e comunitarie, rivolgendosi a figure locali di cui si fidavano. E questo ha aperto la strada al progressivo ritorno dei taliban.

L’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar) ha supervisionato il modo in cui gli Stati Uniti hanno erogato i fondi per la ricostruzione e valutato la loro efficacia. Lo scorso anno sono uscite due deprimenti valutazioni del Sigar.

Una, pomposamente intitolata What we need to learn: lessons from twenty years of Afghanistan reconstruction (Cosa dobbiamo imparare: lezioni da vent’anni di ricostruzione dell’Afghanistan), fa notare che gli Stati Uniti hanno speso circa novecento milioni di dollari per aiutare gli afgani a sviluppare un sistema legale. Sfortunatamente la cosa non sembra avere impressionato gli stessi afgani.

Una delle prime cose che fanno gruppi armati come i taliban quando entrano in un nuovo territorio è fornire una soluzione delle controversie “sbrigativa e rapida”. Spesso sono più rapidi del sistema giudiziario locale. Come abbiamo notato io, Vanda Felbab-Brown e Harold Trinkunas nel nostro libro del 2017 sulle capacità di governo dei gruppi ribelli, “gli afgani mostrano un alto grado di soddisfazione per i verdetti dei taliban, a differenza di quelli del sistema giudiziario ufficiale, dove chi chiede giustizia deve spesso pagare considerevoli tangenti”.

Questa è una delle ragioni principali per cui la religione, in particolare l’islam, è importante. Fornisce un quadro organizzativo per una giustizia sbrigativa e una giustificazione per la sua attuazione, e ha più probabilità di essere percepita come legittima dalle comunità locali. I gruppi e i governi laici fanno, semplicemente, più fatica a fornire questo tipo di giustizia. Il governo afgano non era necessariamente laico, ma aveva ricevuto decine di miliardi di dollari da governi che certamente lo erano. Un sistema informale di risoluzione delle controversie, basato sulla sharia, sarebbe quasi certamente disapprovato da quei finanziatori occidentali. Quanto era probabile che un governo afgano guidato da un tecnocrate con un diploma di un’università della Ivy League potesse battere i taliban al loro stesso gioco?

Come ha notato il rapporto Sigar, “gli Stati Uniti hanno giudicato male quel che avrebbe costituito un sistema giudiziario accettabile dal punto di vista di molti afgani, il che in ultima istanza ha permesso ai taliban di esercitare la loro influenza”. O, per dirla con un ex funzionario dell’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid): “Abbiamo scartato il sistema di giustizia tradizionale perché pensavamo che non avesse alcuna rilevanza rispetto a ciò che volevamo vedere nell’Afghanistan di oggi”.

 

Un sistema sbilanciato.

Ma cosa volevano, per l’appunto, vedere gli Stati Uniti nell’Afghanistan di oggi?

Quando l’amministrazione Bush ha contribuito a formare il governo afgano post-taliban, sosteneva ancora di essere poco interessata alla costruzione dello stato. Prendere a prestito dalle costituzioni passate dell’Afghanistan era più facile che proporre qualcosa di più appropriato a quello che era diventato un paese molto diverso. La nuova costituzione ha creato un sistema sbilanciato che ha dato al presidente “quasi gli stessi poteri di quelli esercitati dai re afgani”, come ha scritto Jennifer Brick Murtazashvili, un’importante studiosa dell’Afghanistan.

I sistemi presidenziali forti sono allettanti perché offrono la prospettiva di un’azione decisa. Ma la concentrazione di potere allontana inevitabilmente altre parti interessate, in particolare al livello locale e regionale.

 

IL PRESIDENTE ORMAI IN ESILIO, ASHRAF GHANI, ERA RIUSCITO A ESSERE ONNIPOTENTE IN TEORIA, MA DECISAMENTE INETTO IN PRATICA

 

Fin dall’inizio il parlamento afgano ha sofferto di un deficit di legittimità. L’Afghanistan ha usato un sistema elettorale cosiddetto a voto unico non trasferibile (sntv), uno dei più rari al mondo. Ci sono varie ragioni per cui l’sntv è talvolta usato nelle elezioni locali ma quasi mai al livello nazionale: tra le altre, perché assegna i voti in un modo che ostacola lo sviluppo dei partiti politici. Se c’è un qualcosa di cui l’Afghanistan ha bisogno, sono partiti politici – e un parlamento – che possano controbilanciare i poteri del presidente.

I rischi di un sistema presidenziale crescono nelle società divise, e l’Afghanistan è diviso lungo linee etniche, religiose, tribali, linguistiche e ideologiche, quasi in ogni modo possibile. Questo aumenta la posta in gioco della competizione politica, perché ciò che conta di più è chi finisce al vertice.

Il sistema, infine, funziona solo se il presidente è competente. Il presidente ormai in esilio, Ashraf Ghani, era riuscito a essere onnipotente in teoria, ma decisamente inetto in pratica. Nonostante sia stato il presidente dell’Istituto per l’efficenza dello stato, la sua inefficienza – che si riflette nel suo stile volubile e nella sua propensione alla microgestione – ha infettato l’intero sistema politico, e poco si è potuto fare per invertire la tendenza finché è rimasto in carica.

 

VALORI NON CONDIVISI

Oltre a creare nuove istituzioni politiche, gli Stati Uniti credevano di poter trasformare la cultura del paese. Naturalmente la maggior parte dei politici, delle organizzazioni non governative e dei donatori statunitensi pensavano che le cose funzionanti nelle democrazie avanzate avrebbero fatto lo stesso in quelle incompiute e fragili. I valori liberali erano universali. E dal momento che erano universali sarebbero stati, se non adottati, almeno apprezzati.

È stato speso quasi un miliardo di dollari per promuovere l’uguaglianza di genere. Ma una simile attenzione è stata troppo spesso simile a una forma d’ingegneria sociale e culturale in un paese conservatore, che stava ancora lottando per stabilire una sicurezza di base. La politica di Usaid sull’uguaglianza di genere e la promozione e il rafforzamento della presenza femminile indicava tra i suoi obiettivi, piuttosto ambiziosi, quello di “lavorare con uomini e ragazzi, donne e ragazze per apportare cambiamenti di atteggiamento, comportamento, ruoli e responsabilità”. Si tratta di un obiettivo degno, ma l’approccio statunitense ha avuto mano pesante ed è stato a volte controproducente.

Come ha concluso il secondo rapporto Sigar, intitolato Support for gender equality: lessons from the U.S. experience in Afghanistan (Sostegno all’uguaglianza di genere: lezioni dall’esperienza degli Stati Uniti in Afghanistan), ai funzionari statunitensi serve “una comprensione più sfumata dei ruoli e delle relazioni di genere nel contesto culturale afgano” e di “come sostenere donne e ragazze senza provocare contraccolpi che potrebbero metterle in pericolo o bloccare il progresso”.

Questi sforzi erano ben intenzionati, ma si basavano su ipotesi sull’arco del progresso e sulla convinzione che gli Stati Uniti avrebbero reso possibile tale progresso nonostante gli afgani stessi fossero meno ottimisti.

 

AVERE VOCE IN CAPITOLO

Se gli Stati Uniti avessero fatto altre scelte, il risultato sarebbe stato diverso? Non lo so. Gli statunitensi credono in certe cose. Sospendere queste convinzioni in nome della comprensione di un’altra società può facilmente degenerare in un relativismo morale e culturale che molti, se non la maggior parte, degli statunitensi rigetterebbero. Un repubblicano – ma, in realtà, anche un progressista che diffidi del ruolo della religione nella vita pubblica – si sarebbe sentito a suo agio nel sostenere in Afghanistan programmi che prevedevano l’attuazione di una certa versione della sharia, anche se diversa da quella dei taliban?

In una transizione, tuttavia, l’ordine e la sequenza contano. Oggi è chiaro che abbiamo sbagliato la sequenza in Afghanistan, specialmente considerando che i diritti delle donne sono stati a lungo una delle questioni più divisive del paese. Come hanno avvertito le esperte Rina Amiri, Swanee Hunt e Jennifer Sova nel 2004, quando i taliban sembravano una reliquia del passato, “nonostante la situazione sia notevolmente migliorata dai tempi del regime taliban, è ancora propizia a una lotta fra tradizionalisti e modernisti; e ancora una volta il ruolo delle donne e la religione sono centrali in questo conflitto”.

Era compito dell’America cambiare una cultura? Qualcuno si aspettava davvero che il governo degli Stati Uniti sarebbe stato capace di farlo? Se esiste un cambiamento che dovrebbe venire dall’interno, si tratta probabilmente di un cambiamento culturale. Ma se esiste qualcosa di universale – e che trascende la cultura e la religione – è il desiderio di avere voce in capitolo nel proprio governo. Invece di dire agli afgani come vivere, avremmo potuto dargli lo spazio necessario a decidere chi volevano essere.

Con un parlamento debole, in parte a causa di questo bizzarro sistema elettorale, tutta l’attenzione è stata dirottata sulle competizioni presidenziali, invariabilmente piene di risentimento. Il risultato è stato un sistema del “chi vince prende tutto” in un paese dove i vincitori hanno a lungo sottomesso, o peggio, gli sconfitti. Non è una sorpresa, quindi, che “ogni elezione presidenziale afgana sia stata mediata da diplomatici statunitensi”, come ha detto Jarrett Blanc, uno di questi diplomatici. È questa la democrazia che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno cercato, per anni, di costruire.

Molte delle istituzioni politiche che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare sono state spazzate via. È quasi come se non fossero mai esistite. Insistendo sul primato della cultura sulla politica, gli Stati Uniti pensavano di poter migliorare entrambi. L’Afghanistan sarebbe stato comunque condannato? Può darsi. Ormai è troppo tardi per saperlo.

*(Shadi Hamid, The Atlantic, Stati Uniti, Traduzione di Federico Ferrone. Questo articolo è uscito su The Atlantic.)

 

07 –  Joseph Stiglitz*:  COSTRINGIAMO LA FINANZA A SALVARE IL PIANETA. GARANTIRE UNA RAPIDA TRANSIZIONE ALL’ECONOMIA VERDE È UN DOVERE, E IL MONDO FINALMENTE L’HA CAPITO. LA FINANZA  AVRÀ UN RUOLO ESSENZIALE IN QUESTO  PROCESSO. ALCUNE ISTITUZIONI FINANZIARIE HANNO DATO IL LORO CONTRIBUTO,  EMETTENDO OBBLIGAZIONI LEGATE A PROGETTI CHE HANNO  UN IMPATTO POSITIVO PER L’AMBIENTE O INSTALLANDO NELLE  LORO SEDI LAMPADINE A BASSO CONSUMO. TROPPE PERÒ  CONTINUANO A FINANZIARE IL SETTORE DEI COMBUSTIBILI  FOSSILI E A SOSTENERE ALTRI CAMPI DELL’ECONOMIA INCOMPATIBILI CON LA TRANSIZIONE ECOLOGICA.

Questi finanziamenti, molti dei quali  sono di lunga durata, peggiorano la crisi  climatica. Per scoprire, sviluppare e  sfruttare un nuovo giacimento petroli[1]fero servono decenni, ben oltre l’orizzonte temporale in cui il mondo dovrà  azzerare le emissioni. Questi progetti  legati a combustibili tradizionali sono  destinati a perdere valore nei prossimi  anni. Le possibili perdite sono un rischio per gli investitori, per il sistema  economico e per il pianeta.

Lobby potenti, decise a proteggere i propri interessi, stanno facendo di tutto per contrastare la transizione ecologica. Inoltre, se non dovessero riuscirci, gli  stessi gruppi chiederanno un risarcimento, “socializzando” le eventuali perdite di investimenti che non  avrebbero dovuto fare. Se la storia ha qualcosa da in[1]segnarci, ne usciranno puliti. In teoria dovremmo  vietare questi investimenti. Ma per il momento negli  Stati Uniti e in altri paesi questa idea è politicamente  improponibile. Un’altra possibilità è approvare nuove  leggi. Visto che i mercati sono miopi, devono intervenire i supervisori, per esempio le banche centrali.

La crisi finanziaria del 2008 ha dimostrato cosa  può succedere quando una parte anche piccolissima  della base patrimoniale mondiale (in quel caso i mutui subprime statunitensi) perde valore. Una variazione del prezzo di beni che probabilmente saranno col[1]piti dal cambiamento climatico potrebbe avere effetti  a carattere sistemico tali da far impallidire quelli del  2008. I combustibili fossili sono solo la punta dell’iceberg (che peraltro si sta sciogliendo). Per esempio,

l’innalzamento del livello dei mari ed eventi climatici  estremi sempre più frequenti come incendi e uragani  potrebbero indurre a un’improvvisa revisione dei  prezzi di terreni e immobili.

Le autorità di controllo quindi devono pretendere  piena trasparenza sui rischi legati al clima, non  solo  sui pericoli fisici ma anche sui rischi finanziari. Una  politica in grado di raggiungere le zero emissioni entro il 2050 (attraverso l’uso combinato del prezzo delle emissioni di anidride carbonica e delle leggi) avrà  un impatto significativo sui prezzi dei beni.

Una transizione ecologica troppo lenta farà aumentare i rischi. Invece di un percorso tranquillo

verso le zero emissioni, con aggiustamenti graduali,  potremmo ritrovarci con una transizione caotica:  quando i mercati interiorizzeranno il cambiamento,  i prezzi potrebbero schizzare verso l’alto. Per mitiga[1]re questo rischio la finanza non deve solo smettere di  erogare fondi a investimenti nocivi per  l’ambiente, ma deve anche finanziare  quelli che vanno nella direzione giusta.

Potrebbero essere necessari il bastone  e la carota. Per esempio le banche che  fanno investimenti rischiosi per il cli[1]ma dovrebbero essere obbligate a di[1]sporre di una quantità maggiore di riserve per riflettere questo rischio.

Gli investitori sono avvisati: quelli  che continueranno nonostante tutto a  scommettere sui combustibili fossili  non dovrebbero essere supportati dal  sistema pubblico attraverso la deducibilità delle perdite. Negli Stati Uniti il governo sottoscrive la stragrande maggioranza dei mutui residenziali; in futuro dovrebbe farlo solo nel caso di mutui ecologici  (contratti per l’acquisto di case efficienti dal punto di  vista energetico). Inoltre per incoraggiare gli investi[1]menti basati su un costo alto delle emissioni di CO2 i  governi dovrebbero emettere delle “garanzie”: se il

costo delle emissioni dovesse essere inferiore alle  revisioni, l’investitore dovrebbe essere risarcito.

Sarebbe una specie di polizza assicurativa, che spingerebbe i governi a rispettare gli impegni presi con  l’accordo di Parigi.

Queste e altre politiche simili saranno di supporto  alla transizione ecologica. Ma difficilmente il settore  finanziario privato farà abbastanza se lasciato da solo.

Molti degli investimenti cruciali di cui abbiamo bisogno sono di lungo periodo e i mercati finanziari spesso si concentrano sul breve termine. Per contribuire a  colmare questo divario, in molte giurisdizioni, tra cui  lo stato di New York, sono state già create banche di  sviluppo ecologiche.

Non abbiamo scelta, dobbiamo per forza cambiare il modo in cui consumiamo, produciamo e investiamo. La sfida è alla nostra portata. Ma la finanza deve  fare la sua parte. E questo richiederà qualcosa di più  che una spintarella, non importa se proveniente dalla  società civile o dai governi.

*( Joseph Stiglitz, insegna economia  alla Columbia  University. È stato  capo economista  della Banca mondiale  e consulente  economico del  governo statunitense.  Nel 2001 ha vinto il premio Nobel per  l’economia. da Internazionale)

 

08 – Massimo Villone*: PNRR, TRA NORD E SUD LA DISUGUAGLIANZA DELLE RISORSE. DISEGUAGLIANZE. LA PRIORITÀ ERA DEI COMUNI SVANTAGGIATI, PER RIDURRE I DIVARI, COME DA INDICAZIONI UE. MA SI SCOPRE CHE TRA QUESTI CE NE SONO TRA I PIÙ RICCHI DEL PAESE. IL GOVERNO NON PUÒ NON SAPERE

SULLA STAMPA NAPOLETANA (MARCO ESPOSITO, IL MATTINO, 2 SETTEMBRE) LEGGIAMO DELL’ASSEGNAZIONE DI 700 MILIONI IN MATERIA DI MATERNE E ASILI NIDO, DA INSERIRE NELLA CONTABILITÀ DEL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR). IN PRINCIPIO, LA PRIORITÀ ERA DEI COMUNI SVANTAGGIATI, PER RIDURRE DIVARI TERRITORIALI E DISEGUAGLIANZE IN LINEA CON LE INDICAZIONI UE.

Ma si scopre che tra i comuni «svantaggiati» compaiono alcuni tra i più ricchi del paese, che drenano risorse a danno di quelli più poveri secondo i parametri economici pur richiamati nel bando.

Come al solito, il trucco c’è, e si vede. Il bando di gara prevedeva che il cofinanziamento da parte dei comuni desse un punteggio aggiuntivo commisurato all’entità. Ed è allora ovvio che il comune ricco possa cofinanziare di più. Così, il comune di Milano vince su Venafro (provincia di Isernia), che pure lo precedeva in classifica prima del cofinanziamento. Milano batte Venafro uno a zero.

È STORIA ANTICA. Ad esempio, un meccanismo non diverso ha penalizzato le Università del Mezzogiorno nella assegnazione di risorse legate all’eccellenza perché questa è misurata tra l’altro con il tempo necessario per trovare un posto di lavoro dopo la laurea. Una competizione che gli atenei meridionali possono solo perdere, e non per proprio demerito.

Questo paese deve decidere se vuole davvero ridurre divari territoriali e diseguaglianze, oppure no. Chi a Palazzo Chigi ha scritto la clausola del cofinanziamento non poteva essere tanto stupido da non sapere. Dolo, e non colpa. Questo insegna che sull’attuazione del Pnrr è indispensabile mantenere una occhiuta vigilanza. Tanto più che è ormai documentata – in specie da Adriano Giannola presidente Svimez – l’ingannevolezza della tesi della «locomotiva del Nord». Le statistiche dimostrano che il Nord vincente in Italia affonda nelle classifiche territoriali europee, mentre le regioni del Centro progressivamente si meridionalizzano.

LA «LOCOMOTIVA DEL NORD» ha trainato l’Italia nella stagnazione. Bisogna invece avviare il secondo motore del paese nel Sud, e a tal fine non bastano certo il turismo, la cultura e qualche eccellenza agroalimentare. Sono indispensabili un progetto lungimirante e una ferma volontà politica. In questo contesto colpiscono in specie due cose. La prima è l’esternazione di Conte sulla legge speciale per Milano, considerata la vera locomotiva d’Italia. Non vogliamo pensare che ignori il contrasto radicale tra la locomotiva del Nord e il secondo motore da avviare nel Sud. La sua proposta è del resto opinabile anche con riferimento alla sola Lombardia e alle sue aree svantaggiate. Capiamo la sua ansia di cercare legittimazione e consensi come capo politico del Movimento 5S.

Ma la via scelta non è quella giusta, pur nel contesto della competizione amministrativa in atto. In prospettiva, servirà poco a M5S racimolare qualche stentato consenso in più nell’arco del Nord, dove è in una condizione di comparativa debolezza. La seconda è la ripartenza del circo dell’autonomia differenziata. È anzitutto censurabile che la ministra Gelmini riprenda la prassi dell’occultamento targata Stefani. Le rumorose rimostranze di Zaia riportate in specie dalla stampa locale ci dicono dell’esistenza di bozze di accordo. Diversamente, di cosa si lamenta? Ma sono tenute, per quel che sappiamo, coperte, e dovremo aspettare qualche meritoria gola profonda che le renda pubbliche.

VOGLIAMO SAPERE su cosa si sta trattando, in che termini, e con chi. Come si vuole modificare la legge quadro già di Boccia? Quali conclusioni ha raggiunto la commissione istituita dalla ministra? È vero o no che Zaia non vuole assolutamente che il Parlamento metta mano sugli accordi raggiunti tra le singole regioni e Palazzo Chigi? È vero o no che si vuole attivare il federalismo fiscale – che impatta sulla distribuzione territoriale delle risorse – prima del 2026, e quindi senza sapere quale paese uscirà dal Pnrr?

Quel che accade non è degno di un paese democratico. Ci aspettiamo che i parlamentari delle commissioni competenti – affari costituzionali, finanze, bilancio, bicamerali per le questioni regionali e il federalismo fiscale – pretendano di vedere le carte e di discutere. O forse preferiscono vivacchiare, magari sperando che alla fine arrivi la mordacchia di una questione di fiducia? Sarebbe allora difficile contrastare l’opinione di non pochi che gli eletti siano solo dei costosi mangiapane a tradimento.

*(Massimo Villone, è un politico e costituzionalista italiano. È professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”)

 

09 –  Franco «Bifo» Berardi*: ASSANGE OSTAGGIO DEL CINISMO OCCIDENTALE . WIKILEAKS. ASSANGE HA FATTO QUELLO CHE OGNI GIORNALISTA DOVREBBE FARE. SE IL GIORNALISMO SI MISURA CON GLI EFFETTI PRODOTTI DALLE INDAGINI E DALLE RIVELAZIONI, ALLORA NON C’È DUBBIO CHE JULIAN ASSANGE È, SEMPLICEMENTE, IL PIÙ GRANDE GIORNALISTA DI TUTTI I TEMPI.

Pioveva fitto fitto quando uscii dalla stazione di Knightsbridge quel pomeriggio d’inverno di qualche anno fa. Camminai veloce fino all’ambasciata ecuadoriana. Davanti al cancello mi aspettava Srecko Horvat. Insieme entrammo, passammo i controlli del poliziotto dell’ambasciata, poi una guardia ci introdusse in una sala dove Julian Assange ci attendeva.

Aveva chiesto a Srecko di conoscermi e io ero felice di andarlo a trovare.

Gli avevo portato un pacchetto di tortellini bolognesi, e lui aprì il pacchetto e si mise a mangiarli crudi. Gli spiegai che doveva metterli in una pentola di acqua bollente. Lui mi disse che aveva letto And phenomenology of the end, e mi chiese di fargli una dedica.

Poi parlammo per un po’. Di filosofia naturalmente. Io proposi che il tema del nostro incontro fosse la verità in regime di velocità assoluta, e di sovraccarico dell’attenzione: il potere, il segreto e l’enigma.

Pedante come sono cercai di spiegargli che lui stava scontando la colpa di avere creduto nell’efficacia della verità. La verità non serve a niente quando la soggettività sociale non è capace di comprenderla. Gli dissi anche che stava scontando la colpa di avere creduto nella democrazia, una parola che vuol dire qualcosa soltanto quando la società possiede la forza per imporre l’eguaglianza e la pace.

Lui rispondeva che aveva solo fatto il suo lavoro e il suo lavoro era dir la verità, e che per dirla occorre usare ogni stratagemma e ogni tecnica.

Continuo a credere che la sola colpa di Julian Assange sia quella di avere preso sul serio le parole che stanno a fondamento della democrazia liberale: verità trasparenza e democrazia. La filosofia di Wikileaks si fonda su una fiducia incrollabile nella trasparenza e nell’efficacia della verità.

Qui sta la forza di Wikileaks, qui sta la sua debolezza.

L’azione di Wikileaks si fonda sulla presunzione puritana che il linguaggio sia uno strumento del vero o del falso, così che gli enunciati possono essere definiti come veri o falsi, buoni o cattivi. Ma questa presunzione ci permette raramente di cogliere significato nell’infosfera iper-veloce che toglie alla mente collettiva la possibilità di elaborazione cosciente.

La mera identificazione del vero e del falso talvolta può produrre degli errori politici: quando, nel 2016, WIkileaks rivelò che il partito democratico stava manipolando le primarie per eliminare il candidato scomodo e favorire Hillary Clinton, fece un’azione moralmente legittima, e anche ineccepibile dal punto di vista professionale. Ma in quel contesto politico la verità finì probabilmente per favorire il Re del Falso, Donald Trump che in effetti vinse le elezioni.

L’astratta adorazione della verità può produrre effetti paradossali, e in nome della purezza si può essere strumentalizzati dai cinici più abietti.

Assange è costretto da dieci anni a vivere in condizioni di detenzione, e lo stato americano vuole catturarlo per giudicarlo con una legge del 1917 che identifica l’informazione in tempo di guerra con lo spionaggio militare.

All’inizio del secondo decennio del secolo, mentre la guerra infinita di Bush continuava a mietere vittime civili e alimentava nuovi fronti di terrore, Wikileaks denunciò quello che oggi, dopo la disfatta, appare evidente a chiunque voglia vedere: che le truppe americane uccidevano civili e giornalisti, che i governi fantoccio sostenuti dagli Usa in Afghanistan erano corrotti e impopolari, insomma che la guerra contro il caos produce soltanto altro caos, perché il caos si alimenta della guerra.

Se le autorità americane, invece di perseguitarlo lo avessero ascoltato dieci anni fa, quando gli Afghan Papers furono pubblicati, forse il povero Biden si sarebbe risparmiato l’umiliazione che lo sta trascinando verso il nulla.

Quando Wikileaks inondò di verità l’infosfera, i giornalisti di tutto il mondo si fermarono ad ascoltare, e titolarono le prime pagine con le rivelazioni che provenivano dai computer di Julian Assange e dei suoi amici, perché Assange aveva fatto quello che ogni giornalista dovrebbe fare.

Se il giornalismo si misura con gli effetti prodotti dalle indagini e dalle rivelazioni, allora non c’è dubbio che Julian Assange è, semplicemente, il più grande giornalista di tutti i tempi, mentre quelli che hanno titolato i loro giornali “siamo tutti americani”, coloro che hanno preso per buone le parole di Dick Cheney e Donald Rumsfeld o di Powell che all’ONU mostrava una bottiglietta con polverina bianca, dovrebbero solamente vergognarsi.

In questi venti anni il cinismo è dilagato nell’informazione occidentale, ma a quanto pare alla lunga il cinismo non vince le guerre. Ora sarebbe il momento di rimediare.

Chi potrà mai più credere nella parola di coloro che hanno tradito la fiducia delle donne afghane e degli alleati europei? di coloro che firmarono un trattato con l’Iran per poi cancellarlo?

Per rimediare all’infamia occorre un processo culturale di riflessione, di autocritica, di rifondazione. Saprà farlo l’America di Biden, che però è anche il paese di Black Lives Matter?

Io non so se esista ancora una coscienza americana, se esistano forze intellettuali capaci di rigenerare quel paese. Se esistono ora dovrebbero mobilitarsi perché cessi la persecuzione di Assange.

Non so se nel partito democratico le persone ragionevoli e decenti (che ci sono, per quanto minoranza) sono in grado di fermare la macchinazione che mira a uccidere un uomo che ha fatto il suo dovere di giornalista, che ha creduto nella democrazia e che ha usato gli strumenti della tecnologia e dell’informazione per denunciare una guerra criminale e perdente.

Ma se sono in grado di farlo, dovrebbero battersi perché lo stato americano abbandoni la sua meschina inutile vendetta, e ritiri la richiesta di estradizione.

*( Franco «Bifo» Berardi,  è un filosofo, saggista, teorico della comunicazione ed attivista politico italiano.)

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