n° 17 – 24 Aprile 2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 –Schirò (Pd)*: sentenza storica su doppia imposizione e italiani “non-aire” che lavorano all’estero, 20 aprile 2021.

02 – Schirò (Pd): ho chiesto ai ministri degli esteri e dell’interno di trovare subito una soluzione pratica per l’emissione della carta di identità all’estero.

03 – Schirò (Pd): fissate le retribuzioni convenzionali 2021 per i lavoratori italiani inviati all’estero.

04 – 25 APRILE. Davide Conti*: Il populismo storico contro i valori fondativi dell’antifascismo25 aprile. Antifascismo e Resistenza rappresentano i perni dell’identità europea perché sono stati e rimangono un’esperienza comune sia rispetto al lascito memoriale sui popoli del continente sia perché costituiscono un campo storico largo, dove si sono affermati democrazia di massa, stato sociale e ripensamento del concetto di patria e unità nazionale.

05 – Mario Di Vito*. La brigata dei «leoni», i Sinti e i Rom nella Resistenza italiana . Resistenza . La storia dei Leoni di Breda Solini, un battaglione attivo al confine tra l’Emilia e la Lombardia, completamente formato da sinti

06 – Manfredi Alberti*: Precari e ceti medi, la sinistra tolga la leva alla destra. Crisi sociale/pandemia. Se le destre invocano di fatto il vecchio liberismo, ovvero un “si salvi chi può” affidato più al caso che al merito effettivo dei singoli operatori economici, “redistribuzione” e “programmazione” dovrebbero essere le parole chiave su cui ripensare una moderna agenda politica democratica e progressista.

07 – Aldo Carra*: Un mega-progetto con Parlamento e cittadini all’oscuro. È possibile che un progetto di enorme portata come quello del Recovery Plan venga reso noto al Parlamento ed all’opinione pubblica negli ultimi tre giorni utili?

08- Merlo (MAIE): “Oggi il Consolato d’Italia a Montevideo è più vicino”.

09 – Alfiero Grandi*: PNRR. Presentazione dell’iniziativa svolta il 17 aprile sulla transizione ecologica promossa da Cdc, Laudato Sii, Nostra. È in gioco una questione di democrazia. La relazione introduttiva al convegno. Tre Associazioni hanno deciso di sfidare il governo ad essere coerente con le affermazioni di Draghi alle Camere sulla transizione ecologica al momento dell’insediamento

10 – Roberto Livi*: Raúl Castro all’ultimo discorso: «Continuità con la Rivoluzione»

Cuba. L’incarico di primo segretario del partito andrà al presidente Miguel Díaz-Canel. Domani i nomi dei membri dell’ufficio politico

11 – Simone Facchinetti*:Caravaggio, la girandola madrilena. L'”Ecce Homo” ritirato dall’asta Ansorena, una “case history” del mercato dell’arte. Cosa dice del costume contemporaneo (opinione pubblica, antiquari di varia specie, esperti, aste, musei) il caso del dipinto appena riemerso in Spagna.

12 – Matteo Miavaldi*: L’India di Modi è al collasso. E complica il piano Covax . Pandemia. Nelle ultime 24 ore 273.810 nuovi casi, 1619 morti. Mancano i posti letto e gli ospedali hanno finito le bombole d’ossigeno. Bloccata l’esportazione dei vaccini.

13 – Guido Caldiron*: Stati uniti: oppioidi, alcol, suicidi, come si distrugge la working class bianca.

 

01 -SCHIRÒ (PD): SENTENZA STORICA SU DOPPIA IMPOSIZIONE E ITALIANI “NON-AIRE” CHE LAVORANO ALL’ESTERO SENTENZA STORICA DELLA CORTE DI CASSAZIONE CHE CON L’ORDINANZA N. 9725 DEL 14 APRILE U.S. – CORROBORANDO UN IMPEGNO CHE NOI STIAMO SVOLGENDO DA ANNI CON INTERVENTI LEGISLATIVI E POLITICI CONTRO LA DOPPIA IMPOSIZIONE -HA STABILITO CHE IL CREDITO PER LE IMPOSTE PAGATE ALL’ESTERO SPETTA ANCHE SE IL CONTRIBUENTE CHE HA LAVORATO ALL’ESTERO NON HA PRESENTATO LA DICHIARAZIONE IN ITALIA (MA AVREBBE DOVUTO IN QUANTO NON ISCRITTO ALL’AIRE E RISULTANTE QUINDI RESIDENTE IN ITALIA) E VIENE SUCCESSIVAMENTE RAGGIUNTO DA UN AVVISO DI ACCERTAMENTO CON IL QUALE SONO RICHIESTE LE IMPOSTE PER IL REDDITO PRODOTTO OLTRECONFINE. 20 aprile 2021

Il caso era nato da un accertamento di un contribuente residente in Italiache aveva prestato attività di lavoro dipendente in Germania per oltre 183 giorni e che aveva scontato l’imposizione tedescain virtù dell’art.15, par. 2, della convenzione contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Germania ed al quale era arrivato un avviso di pagamento da parte del fisco italiano per omessa dichiarazione dei redditi in Italia.

Come è noto in virtù del principio adottato nel diritto tributario interno dallo Stato e dall’amministrazione finanziaria italiani definito “Word Wide Taxation” o tassazione mondiale, i redditi del cittadino residente sono soggetti a tassazione diretta dal fisco italiano indipendentemente dal luogo ove tali redditi sono stati prodotti. Quindi i lavoratori italiani i quali non si iscrivono all’AIRE e producono reddito all’estero sono spesso soggetti o rischiano di essere soggetti se tracciati, a doppia tassazione, in particolare quando il Paese di destinazione ha stipulato con l’Italia una convenzione contro le doppie imposizioni fiscali che prevede la tassazioneconcorrente, ancorché mitigata dalla facoltà del credito di imposta (come ad esempio quelle con il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Svizzera, gli Stati Uniti, etc.) oppure quando tale Paese non ha stipulato alcuna convenzione con l’Italia.

Si tratta perciò, come si capirà, di una Ordinanza molto importante che praticamente sancisce che l’omessa dichiarazione dei redditi non comporta di per sé la perdita del diritto di credito per le imposte pagate all’estero e conferma il concetto che l’art. 165 comma 8 del TUIR (che prevede appunto la doppia tassazione per omessa dichiarazione dei redditi prodotti all’estero) è una norma invalida e incostituzionale sulla quale prevalgono i principi delle convenzioni contro le doppie imposizioni che sono istituite con lo scopo di eliminare la doppia imposizione.

E’ da anni che segnaliamo e denunciamo (con interrogazioni, emendamenti e proposte di legge) il problema di decine di migliaia di nostri lavoratori andati a lavorare all’estero per più di dodici mesie i quali, per la ragioni più disparate e sebbene sia obbligatorio per legge, non si iscrivono all’Aire (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), mantenendo così la residenza fiscale in Italia. Molti di questi (spesso giovani) lavoratori producono reddito e pagano le imposte al Fisco del Paese dove lavorano ma non sanno di essere tenuti comunque a presentare la dichiarazione dei redditi in Italia anche per i redditi prodotti e tassati all’estero, così come stabilisce il TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) con la possibilità tuttavia di ottenere un credito di imposta per le tasse pagate all’estero.

Purtroppo in virtù della normativa attualmente in vigore (nello specifico il comma 8 dell’art. 165 del TUIR), i contribuenti residenti fiscalmente in Italia i quali producono reddito già tassato all’estero non possono ottenere la detrazione o credito di impostase omettono (anche se in buona fede e in assenza di dolo) di presentare la dichiarazione dei redditi in Italia o di indicare nella stessa tali redditi.

Ora finalmente la Cassazione ha praticamente sentenziato che l’omissione della dichiarazione italiana non deve essere ritenuta quale elemento suscettibile di precludere il riconoscimento dell’imposta estera come invece sostiene in maniera testuale l’art. 165 comma 8 del Tuir, in quanto tale articolo contrasta con il divieto di doppia imposizionesancito dalle convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali e con la previsionedei criteri per la eliminazione della doppia imposizione.

Viene quindi confermato dalla Cassazione l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il diritto al credito di imposta essendo formalizzato dalle convenzioni contro le doppie imposizioni, non necessita di ulteriori adempimenti – tra i quali la dichiarazione dei redditi – previsti dalla legge nazionale (art. 165 del Tuir) proprio alla luce della preminenza dei Trattati internazionali sulle leggi interne.

Va rilevato tuttavia che le sentenze (o le ordinanze come in questo caso) della Cassazione non hanno forza di legge perché decidono un caso specifico portato all’attenzione del giudice, tuttavia la Cassazione definisce la corretta interpretazione e applicazione di una legge. Dovrà ora essere lo Stato (Governo e Parlamento) a modificare la legge per uniformarsi ai principi fissati dalla Suprema Corte.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati . Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it)

 

02 – SCHIRÒ (PD): HO CHIESTO AI MINISTRI DEGLI ESTERI E DELL’INTERNO DI TROVARE SUBITO UNA SOLUZIONE PRATICA PER L’EMISSIONE DELLA CARTA DI IDENTITÀ ALL’ESTERO. Le regole adottate per il contenimento del pericolo di contagio da Coronavirus 19 hanno determinato un ulteriore prolungamento dei tempi di attesa dei servizi amministrativi dei consolati, anche nel caso di acquisizione di documenti di identificazione di stretta necessità, come le carte di identità e il rinnovo dei passaporti. 21 aprile 2021

Anche se la validità dei documenti di riconoscimento e di identità italiani in scadenza è stata prorogata al 30 aprile 2021 ai soli fini dell’identificazione personale, con l’avvicinarsi di tale scadenza i disagi dei connazionali per ottenere documenti tanto necessari è destinata ad aumentare. Tanto più che anche dai consolati dotati di normale efficienza, arrivano notizie che i tempi di attesa per un appuntamento ormai si aggirano al minimo intorno ai sei mesi.

Intanto, per l’avvio dell’emissione della carta di identità elettronica, il rilascio di quella cartacea è stata sospesa da mesi. I connazionali che nel frattempo si sono rivolti ai consolati per avere documenti di identità validi, in molti casi si sono sentiti rispondere che è consigliabile recarsi personalmente nel comune italiano di iscrizione AIRE. Cosa non solo onerosa ma del tutto sconsigliabile in periodo di persistente pandemia.

Per trovare una soluzione di buon senso in un momento come questo, mi sono rivolta con un’interrogazione al ministro degli esteri e a quello dell’interno per chiedere di considerare l’opportunità di prolungare il periodo di emissione della carta di identità in formato cartaceo almeno finché, come tutti ci auguriamo, i periodi di attesa per l’ottenimento della carta di identità elettronica non si saranno ridotti in limiti fisiologici.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 -00186 ROMA -Tel. 06 6760 3193 -Email: schiro_a@camera.it)

 

03 – SCHIRÒ (PD): FISSATE LE RETRIBUZIONI CONVENZIONALI 2021 PER I LAVORATORI ITALIANI INVIATI ALL’ESTERO. Come tutti gli anni anche quest’anno con il Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 23 marzo pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 7 aprile, sono state stabilite le retribuzioni convenzionali dei lavoratori dipendenti italiani inviati all’estero, in via continuativa ed esclusiva, – e che mantengono la residenza fiscale in Italia – su cui viene applicato il calcolo dei contributi assicurativi obbligatori e delle imposte sul reddito dovuti per il periodo di paga, 2021. 21 aprile 2021

Come è noto la legge n. 317 del 1988 ha stabilito l’obbligatorietà delle assicurazioni sociali per i lavoratori italiani operanti all’estero in Paesi extracomunitari con i quali non sono in vigore accordi di sicurezza sociale, alle dipendenze dei datori di lavoro italiani e stranieri.

Le retribuzioni convenzionali sono utilizzate, dunque, come base per il calcolo dei contributi dovuti per le assicurazioniobbligatoriedeilavoratori italiani operanti all’estero e, dal punto di vista fiscale, dell’imposta sul lavoro dipendente, nei casi in cui il salariato presta la propria attività all’estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto da dipendente che nell’arco di dodici mesi soggiorna nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni.

Tali lavoratori sono quindi obbligatoriamente iscritti alle seguenti forme di previdenza ed assistenza sociale, con le modalità in vigore nel territorio nazionale (fatte salve alcune eccezioni): a) assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti; b) assicurazione contro la tubercolosi; c) assicurazione contro la disoccupazione involontaria; d) assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali; e) assicurazione contro le malattie; f) assicurazione di maternità.

La legge stabilisce che i contributi dovuti per i regimi assicurativi sopra elencati sono calcolati su retribuzioni convenzionali. Tali retribuzioni, fissate appunto con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sono determinate con riferimento e comunque in misura non inferiore ai contratti collettivi nazionali di categoria raggruppati per settori omogenei.

Quindi a decorrere dal periodo di paga in corso dal 1° gennaio 2021 e fino a tutto il periodo di paga in corso al 31 dicembre 2021, le retribuzioni convenzionali da prendere a base per il calcolo dei contributi dovuti per le assicurazioni obbligatorie dei lavoratori italiani operanti all’estero sono stabilite nella misura risultante, per ciascun settore, dalle tabelle allegate allo stesso Decreto e che ne costituiscono parte integrante (in poche parole sia l’Inps che il Fisco, per i versamenti contributivi e pertassare i redditi di questi lavoratori, non vanno a vedere quanto effettivamente corrisposto, ma fanno riferimento ai valori convenzionali stabiliti annualmente).

Come detto le disposizioni della legge n. 398/87si applicano ai lavoratori operanti all’esteroin Paesi extracomunitari con i quali nonsono in vigore accordi di sicurezza sociale.

Per i lavoratori che si spostano nell’ambito dell’Unione europea la normativa di sicurezza sociale applicabile è quella invece contenuta nei regolamenti CE nn. 883/2004 e 987/2009 e successive modifiche.

Sono esclusi inoltre dall’ambito di applicazione della legge n. 398/1987 anche la Svizzera e i Paesi aderenti all’Accordo SEE – Liechtenstein, Norvegia, Islanda – ai quali si applica la normativa comunitaria.

Le retribuzioni di cui al decreto citato costituiscono base di riferimento per la liquidazione delle prestazioni pensionistiche, delle prestazioni economiche di malattia e maternità nonché per il trattamento ordinario di disoccupazione per i lavoratori rimpatriati. Riguardo ai risvolti fiscali di questa materia, i chiarimenti sono contenuti nellaemessa dall’allora Dipartimento delle entrate del ministero delle Finanze.

La disciplina che fa riferimento ai redditi convenzionalmente calcolati: si rivolge a coloro che, pur svolgendo l’attività lavorativa all’estero, continuano a essere qualificati come residenti fiscali in Italia in base all’articolo 2 del Tuir; non si applica se il contribuente presta la propria attività lavorativa in uno Stato con il quale l’Italia ha stipulato un accordo per evitare le doppie imposizioni e lo stesso preveda per il reddito di lavoro dipendente la tassazione esclusivamente nel Paese estero (in questo caso, infatti, la convenzione prevale sulle disposizioni fiscali interne); si applica a condizione che sia stipulato uno specifico contratto che preveda l’esecuzione della prestazione in via esclusiva all’estero e che il dipendente sia collocato in un apposito ruolo speciale estero; non si applica ai dipendenti in trasferta, in quanto manca il requisito della continuità ed esclusività dell’attività lavorativa all’estero.

Per quanto riguarda invece i lavoratori distaccati e inviati a lavorare nel Regno Unito (e che mantengono la residenza fiscale in Italia) sarebbe opportuno che il Ministero del Lavoro, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate fornissero chiarimenti sulle conseguenze della Brexit in merito agli adempimenti contributivi e fiscali di tali soggetti (nella sua recente circolare sulla Brexit n. 53 del 6 aprile scorso l’Istituto previdenziale ignora completamente la problematica).

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati . Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it)

 

04 – Davide Conti*: IL POPULISMO STORICO CONTRO I VALORI FONDATIVI DELL’ANTIFASCISMO.

25 APRILE. ANTIFASCISMO E RESISTENZA RAPPRESENTANO I PERNI DELL’IDENTITÀ EUROPEA PERCHÉ SONO STATI E RIMANGONO UN’ESPERIENZA COMUNE SIA RISPETTO AL LASCITO MEMORIALE SUI POPOLI DEL CONTINENTE SIA PERCHÉ COSTITUISCONO UN CAMPO STORICO LARGO, DOVE SI SONO AFFERMATI DEMOCRAZIA DI MASSA, STATO SOCIALE E RIPENSAMENTO DEL CONCETTO DI PATRIA E UNITÀ NAZIONALE.

Il 76° anniversario della Liberazione dal nazifascismo cade, nel secondo anno di pandemia, nel cuore di una crisi sistemica globale e nella prospettiva di una riforma strutturale non rinviabile delle relazioni economico-sociali, dell’approccio alla questione ambientale e della promozione dei diritti politici e civili di cui l’Europa dovrebbe essere epicentro internazionale.

Antifascismo e Resistenza rappresentano i perni dell’identità europea perché sono stati e rimangono un’esperienza comune sia rispetto al lascito memoriale sui popoli del continente sia perché costituiscono un campo storico largo, dove si sono affermati democrazia di massa, stato sociale e ripensamento del concetto di patria e unità nazionale

Lo spazio pubblico disegnato dalla lotta partigiana europea definisce la misura politica di un rapporto con il passato in grado di rafforzare la radice di fondo dei valori democratici alla base delle costituzioni post-belliche degli anni ’40 (Italia), post-dittatoriali degli anni ’70 (Grecia, Portogallo e Spagna) e dello stesso progetto di unità disegnato dal Manifesto di Ventotene.

L’antifascismo è stato un fattore costituente della storia d’Europa poiché non solo ha rappresentato, in un arco temporale cronologicamente delimitato, la lotta contro il nazifascismo ma perché si è definito come «teoria dello Stato» e riforma inclusiva dei rapporti e dei diritti sociali, della cooperazione e delle relazioni internazionali.

Una funzione resa nella sua sintesi ideale dal «Manifesto di Ventotene» scritto da Altiero Spinelli, antifascista, comunista dissidente (in aperta rottura con il partito negli anni delle repressioni staliniane e del patto Ribbentrop-Molotov) e infine parlamentare europeo del Pci.

Proprio il Parlamento di Bruxelles con la Risoluzione sulla Memoria europea del 2019 promossa dai governi postfascisti di Polonia e Ungheria ha operato una sostituzione valoriale che rovescia il senso storico degli eventi della Seconda Guerra Mondiale e degli assetti sociali ed istituzionali emersi da quella linea di faglia fondamentale e che non esprime soltanto una rilettura revisionista del passato ma una proposizione regressiva del futuro dell’UE.

La Resistenza rappresentò, insegna Claudio Pavone, tre tipi di conflitto connessi, complessi e in ultima istanza unificanti: guerra di liberazione nazionale dall’occupante tedesco e fascista; guerra civile che oppose europei fascisti ad europei antifascisti; guerra di classe che pose all’ordine del giorno la partecipazione diretta e le istanze di emancipazione delle masse popolari e del lavoro nella vita pubblica e nella rifondazione degli Stati democratici. Da questo insieme di fattori emerse la risposta sistemica, sostanziata dalla «Scelta» dall’impegno diretto delle giovani generazioni, alla crisi europea terminata nel 1945.

Rovesciare, come ha fatto la Risoluzione europea e come fa il populismo storico, il patrimonio dell’antifascismo e della Resistenza all’interno di una generica condanna del totalitarismo, usato come categoria del politico, apre le porte alla disgregazione di quella «civiltà delle persone» posta come base della nuova Europa di cui scrissero nel 1943 Spinelli e Wilhelm Ropke.

Il populismo storico prova ad eradicare dal corpo valoriale antifascista i comunismi (una pluralità di fenomeni non riducibili a sintesi nominale) che invece lo animarono in ogni paese del continente. In questo modo non solo si nega il carattere unitario della Resistenza ma si mina la legittimità stessa delle istituzioni nazionali e sovranazionali sorte all’indomani della vittoria sul nazifascismo. Non sembra un caso, quindi, che siano proprio i governi dell’estrema destra antieuropea di Varsavia e Budapest a promuovere una rilettura tanto regressiva del passato.

Partiti e movimenti comunisti ebbero un ruolo decisivo, in molti casi maggioritario sul piano politico-militare, in seno alle Guerre di Liberazione di tutti i paesi del continente, contribuendo in modo determinante alla ricostruzione delle democrazie non solo nel quadro delle transizioni post-belliche ma anche nella metà degli anni ‘70 dopo la caduta delle dittature nel sud-europa.

Nel 2013, nel pieno della crisi economica globale, fu la grande banca d’affari JP Morgan ad incaricarsi direttamente della battaglia ideologica contro l’antifascismo indicando nelle Costituzioni nate dalla Resistenza e dopo la fine delle dittature in Grecia, Portogallo e Spagna il punto di intralcio da divellere per una piena affermazione del paradigma liberista.

Nel fuoco di questa nuova crisi pandemico-economica va combattuta, sullo stesso terreno ed in direzione opposta, la battaglia culturale e politico-sociale delle nuove generazioni europee chiamate a raccogliere l’eredità del passato come dispositivo d’azione e Liberazione del tempo presente e come unico strumento di conquista del futuro.

*( Davide Conti è storico e consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica.)

 

05 – Mario Di Vito*. LA BRIGATA DEI «LEONI», I SINTI E I ROM NELLA RESISTENZA ITALIANA . RESISTENZA . LA STORIA DEI LEONI DI BREDA SOLINI, UN BATTAGLIONE ATTIVO AL CONFINE TRA L’EMILIA E LA LOMBARDIA, COMPLETAMENTE FORMATO DA SINTI. PERSEGUITATI TRA I PERSEGUITATI, DIMENTICATI TRA I DIMENTICATI. LE POPOLAZIONI ROMANÌ (ROM, SINTI, MANUSH, KALÉ) HANNO DUE NOMI PER INDICARE QUELLO CHE È ACCADUTO LORO NEGLI ANNI ’40 DEL NOVECENTO: «PORRAJMOS» E «SAMUDARIPEN», OVVERO «GRANDE DIVORAMENTO» E «TUTTI UCCISI».

Era l’11 settembre del 1940 quando tutte le prefetture del Regno d’Italia ricevettero una circolare telegrafica del capo della polizia Arturo Bocchini: «Rastrellamento di tutti gli zingari», era l’ordine da eseguire ovunque e nel minor tempo possibile. «Comportamenti antinazionali» e «implicazioni in gravi reati» erano le accuse. Solo qualche mese dopo, nell’aprile del 1941, il ministero dell’Interno diede qualche indicazione sul loro internamento e campi di prigionia furono costruiti ovunque, dall’Abruzzo alla Sardegna, dalle isole Tremiti alla Toscana e all’Emilia Romagna.

Era l’ultimo atto della politica fascista sulle comunità rom e sinte: prima, tra il 1922 e il 1938, l’ordine era quello di respingere alle frontiere i nomadi stranieri. Poi, tra il 1938 e il 1940, si cominciò con la pulizia etnica nelle regioni di confine e i trasferimenti coatti in Sardegna.

Sulla rivista «La difesa della razza» fioccavano articoli sulla «pericolosità sociale degli zingari». Con la circolare di Bocchini del 1940, la guerra alla «piaga zingara» arrivò ai rastrellamenti e alla reclusione. A liberazione avvenuta, i sopravvissuti scopriranno di aver perso tutti i propri averi. Nessuno si preoccuperà mai di renderglieli o di rimborsarli in qualche modo.

Dopo l’8 settembre del 1943, ad ogni modo, alcuni riuscirono a scappare dai campi dove erano reclusi e si unirono alla Resistenza. È la storia, ad esempio, dei Leoni di Breda Solini, un battaglione attivo al confine tra l’Emilia e la Lombardia, completamente formato da sinti fuggiti dal campo di Prignano sulla Secchia, in provincia di Modena. La loro storia è stata custodita e raccontata da Giacomo «Gnugo» De Bar, sinto, di professione saltimbanco, come amava definirsi lui. Rastrellato e rinchiuso anche lui da bambino nel 1940, non ha mai dimenticato suo nonno Jean, contorsionista, e suo zio Rus, equilibrista, che di giorno si esibivano nelle piazze dell’Italia non ancora liberata e di notte si davano al sabotaggio dei tedeschi. Giravano a bordo di un camion e si occupavano per lo più di rubare armi da consegnare poi ai partigiani.

La fama (e il soprannome) di leoni se l’erano guadagnata sul campo grazie a un’azione in cui avevano disarmato una pattuglia del Reich.

«Erano entrati nel cuore della gente come eroi, anche per il fatto che usavano la violenza il minimo necessario – racconta Gnugo De Bar nel suo libro «Strada, Patria Sinta» (Fatatrac, 1998) – fra noi sinti non è mai esistita la volontà della guerra, l’istinto di uccidere un uomo solo perché è un nemico. Questo lo sapeva anche un fascista di Breda Solini che durante la Liberazione si era barricato in casa con un arsenale di armi, minacciando di fare fuoco a chiunque si avvicinasse o di uccidersi a sua volta facendo saltare tutta la casa: “io mi arrendo solo ai Leoni di Breda Solini”. Così andarono i miei, ai quali si arrese, ma venne poi preso in consegna lo stesso da altri partigiani, che lo rinchiusero in una cantina e lo picchiarono».

Fatti come questi non è facile sentirli raccontare: la memoria del Porrajmos e della resistenza dei romanì è sempre stata un filo sottile, quasi invisibile. In teoria nel 2015 il parlamento europeo ha stabilito che il 2 agosto è la Giornata dedicata alle vittime del genocidio rom, ma in pratica la ricorrenza viene celebrata a singhiozzo dai vari paesi. In Italia la commemorazione è il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Così è pure in quasi tutti gli altri paesi europei, tranne la Repubblica Ceca (che ha quattro date: il 7 marzo, il 13 maggio, il 2 e il 21 agosto) e la Lettonia (che ne ha tre: il 27 gennaio, l’8 aprile e l’8 maggio).

Nel 2018, l’Unar (l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) diretto da Luigi Manconi ha organizzato ad Agnone, in Molise, la prima commemorazione italiana della rivolta dello Zigeunerlager di Auschwitz, cominciata il 16 maggio del 1944, quando quasi quattromila tra rom, sinti e caminanti si ribellarono ai soldati tedeschi arrivati per sterminarli.

La loro resistenza durò fino ad agosto, quando le SS riuscirono a prevalere e massacrarono tutti quelli che avevano osato ribellarsi. In totale, si stima, il «grande divoramento» ha lasciato una voragine da 500.000 morti in tutta l’Europa. L’inno rom «Gelem, Gelem» ricorda come sono andate le cose: «Ho percorso lunghe strade, ho incontrato rom felici. Una volta avevo una grande famiglia, la legione nera li ha uccisi»

*(Mario Di Vito, giornalista. Si occupa di politica, giustizia e ingiustizia su «il manifesto» e «il Resto del Carlino»)

 

06 – Manfredi Alberti*: PRECARI E CETI MEDI, LA SINISTRA TOLGA LA LEVA ALLA DESTRA. CRISI SOCIALE/PANDEMIA. SE LE DESTRE INVOCANO DI FATTO IL VECCHIO LIBERISMO, OVVERO UN “SI SALVI CHI PUÒ” AFFIDATO PIÙ AL CASO CHE AL MERITO EFFETTIVO DEI SINGOLI OPERATORI ECONOMICI, “REDISTRIBUZIONE” E “PROGRAMMAZIONE” DOVREBBERO ESSERE LE PAROLE CHIAVE SU CUI RIPENSARE UNA MODERNA AGENDA POLITICA DEMOCRATICA E PROGRESSISTA

Nell’attuale fase politica l’egemonia politica della destra, apparentemente divisa fra un partito “di lotta” e uno “di governo”, fa leva sul malcontento diffuso fra vasti settori del lavoro salariato, del precariato sommerso e del ceto medio produttivo duramente colpiti dall’interruzione di molte attività economiche, nonostante l’erogazione da parte dagli ultimi governi di “ristori” e di vari strumenti di tutela sociale, senz’altro ingenti ma evidentemente insufficienti a far fronte all’impoverimento di molte delle suddette categorie. Il consenso delle destre poggia su questi drammatici elementi di realtà, anche se non implica alcuna concreta opposizione, al di là degli slogan, ai “poteri forti”, alla grande borghesia, e più in generale a tutti quei gruppi privilegiati che in questa drammatica fase potrebbero essere coinvolti, all’interno di una rinnovata strategia di programmazione dell’economia, in un sostanzioso processo di redistribuzione dei redditi.

Le sofferenze e le difficoltà reali dei settori lavorativi colpiti dalla pandemia sono state astutamente cavalcate dalle destre, che hanno avuto gioco facile nell’imporre al governo l’allentamento delle misure restrittive e l’anticipazione al 26 aprile delle riaperture di alcune attività economiche e delle scuole. Tale scelta, sebbene sia stata giudicata da molti autorevoli infettivologi come populista, avventata e in fin dei conti dannosa per la stessa economia, ha riscosso ampio consenso principalmente per due ragioni. Da un lato perché ripropone il vecchio mito, duro a morire, della superiorità del laissez-faire, della libertà individuale dei singoli operatori economici rispetto al dirigismo di uno Stato “opprimente” e capace solo di imporre divieti; dall’altro perché poggia su una potente retorica consolidatasi negli anni, cavalcata purtroppo anche da sedicenti forze politiche “riformiste”, ossia la contrapposizione fra i “garantiti” (i dipendenti pubblici, essenzialmente) e i “non garantiti” (i liberi professionisti, i piccoli e medi imprenditori o i lavoratori autonomi).

Chi in questi mesi di pandemia ha ricevuto mensilmente il proprio stipendio è stato senz’altro meno esposto al disagio economico rispetto, per esempio, al piccolo esercente che non ha potuto aprire l’attività da cui traeva di che vivere; tuttavia la distinzione fra “garantiti” e “non garantiti” è una vuota astrazione, se non si considerano le contraddizioni interne a questi due ipotetici campi avversi. Se la sinistra fosse all’altezza dei suoi compiti, in questa fase difficile di lotta alla pandemia, dovrebbe ripartire proprio da uno scardinamento di questa fuorviante contrapposizione, cominciando da un’attenta analisi dei bisogni e delle reali condizioni in cui versano le diverse categorie di lavoratori: non solo i salariati, ma anche i piccoli imprenditori, i piccoli proprietari, gli esercenti, gli impiegati, gli addetti al settore della cultura, e così via. La lezione dei classici, se non fosse stata gettata alle ortiche dal 1991 in avanti, sarebbe ancora una miniera da cui attingere.

E viene da pensare, per esempio, al tema posto da Palmiro Togliatti nel 1946 in Ceto medio e Emilia rossa. Il fronte progressista, a suo avviso, anche per prevenire la riproposizione di quel blocco di forze sociali che aveva sostenuto il fascismo (la grande ma anche la piccola borghesia), avrebbe dovuto individuare all’interno dei cosiddetti “ceti medi” (piccoli e medi commercianti o proprietari, professionisti, esercenti, artisti, impiegati, e così via) quei legittimi interessi meritevoli di attenzione, in una nuova alleanza con i lavoratori salariati, e in una lotta reale contro le rendite di posizione della grande borghesia. Oggi, mutatis mutandis, una nuova politica di attenzione verso i ceti medi dovrebbe riuscire a canalizzare il malcontento sociale soprattutto verso la richiesta di un nuovo patto redistributivo, chiamando a fare la loro parte quelle categorie produttive che non hanno smesso di fare profitti, e persino di accrescerli, anche in tempo di crisi: dall’industria farmaceutica a quella dei prodotti sanitari, dal comparto assicurativo al commercio online, dalla logistica alla distribuzione a domicilio, dal settore informatico a quello della consulenza. E la lista potrebbe continuare.

Se le destre invocano di fatto il vecchio liberismo, ovvero un “si salvi chi può” affidato più al caso che al merito effettivo dei singoli operatori economici, “redistribuzione” e “programmazione” dovrebbero essere le parole chiave su cui ripensare una moderna agenda politica democratica e progressista. È su questo terreno che l’egemonia della destra, basata sulla contrapposizione fra “garantiti” e “non garantiti”, potrebbe cominciare a essere contesa, prima che le derive populiste e reazionarie possano prendere il sopravvento.

*(Manfredi Alberti, è attualmente docente di filosofia e storia nelle scuole superiori)

 

07 – Aldo Carra*: UN MEGA-PROGETTO CON PARLAMENTO E CITTADINI ALL’OSCURO. È POSSIBILE CHE UN PROGETTO DI ENORME PORTATA COME QUELLO DEL RECOVERY PLAN VENGA RESO NOTO AL PARLAMENTO ED ALL’OPINIONE PUBBLICA NEGLI ULTIMI TRE GIORNI UTILI?

57 opere pubbliche per un costo complessivo di 83 miliardi, da gestire sotto la guida di 29 commissari. Si tratta prevalentemente di opere ferroviarie e di progetti preesistenti che dovrebbero avere una ricaduta occupazionale di 68 mila unità di lavoro medie annue nei prossimi 10 anni. Questa la sintesi di un documento del ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili del 16 aprile. Un assaggio, metodologicamente corretto, del PNRR, elaborato dal Ministro Giovannini.

Ma solo un assaggio perché il piano completo di utilizzo dei 200 miliardi europei sarà presentato in Parlamento nei prossimi giorni a ridosso della sua trasmissione agli organismi europei. È possibile che un progetto di enorme portata come quello del Recovery Plan venga reso noto al Parlamento ed all’opinione pubblica negli ultimi tre giorni utili?

Si rischia di apparire come vedovi di Conte se si esprime il timore che l’assenza di una costruzione collettiva e pubblica di progetti che hanno l’ambizione di modificare radicalmente il modello di sviluppo attuale, possa avere conseguenze negative sulla qualità dei progetti e sui risultati attesi? Giuseppe Provenzano vice di Letta ha informato che, poiché il Pd deve essere, come hanno chiesto gli iscritti, il partito del lavoro, “abbiamo proposto un meccanismo che vincoli l’accesso ai benefici del Recovery agli incrementi occupazionali su giovani e donne”.

In questa stessa direzione, sulla Stampa di ieri, Linda Laura Sabbadini ha rilanciato l’esigenza di investimenti negli asili nido, nelle infrastrutture sociali di assistenza per anziani e disabili, e nelle risorse per l’imprenditoria femminile visti come l’occasione storica per recuperare il ritardo accumulato in decenni sull’occupazione giovanile e femminile e la parità di genere. “Altrimenti perché parlare di Next Generation EU?”.

Insomma il problema è squadernato davanti a noi. Faremo debiti consistenti per produrre la svolta che serve. Oggi possiamo farli con l’input europeo e la sospensione dei trattati. Ma, come era prevedibile, già si comincia a pensare al dopo, al ripristino graduale dei vincoli di bilancio ed alla via della crescita. Quindi se debiti sono che siano “debito buono”.

Ma che significa questo oltre lo slogan? Che produca crescita, si dice ripescando un termine accantonato dalla crisi per collegarlo alla sostenibilità del debito. E che crei occupazione si dà quasi per scontato. Ma così non è. Non c’è più automatismo tra risorse attivate e crescita ed occupazione. E se qualcuno pensa che basta investire per recuperare quanto perso per la pandemia serve molto, molto di più dei due giorni utili che restano per varare i progetti.

Innanzitutto occorre superare l’idea che, dopo una crisi, bisogna puntare a tornare al prima. Questa logica ha prodotto finora un solo effetto: siamo, tra alti e bassi, ancora fermi ai livelli di venti anni fa. Serve, quindi, di più ed oltre. Serve l’ambizione (Fubini legge così le scelte di Biden) di ricollocarci non dove eravamo, ma dove avremmo dovuto essere. Quantitativamente e qualitativamente.

E serve sullo specifico terreno occupazionale non solo una generica indicazione di lavori aggiuntivi, ma della loro distribuzione per sesso, età, distribuzione territoriale, qualità e livelli di stabilità del lavoro. Tante, tante, forse troppe cose? Può darsi. Ma senza questa ambizione e questa visione forse non vale tanto la pena di indebitarci per tornare tra pochi anni al prima del rapporto debito Pil e solita litania tra spreconi e frugali.

Speriamo che alcune di queste esigenze trovino riscontro nei documenti che saranno presentati. Altrimenti meglio riservarsi piccoli margini temporali per recuperare il tempo perduto e/o programmare approfondimenti successivi.

Il varo di un Piano tanto caricato di speranze ed ambizioni non può essere trasformato nell’ennesimo spettacolo di un Parlamento che lo liquida come un obbligo burocratico approvato per non fare brutta figura con l’Europa e non farla fare al leader Draghi. La farebbero il Parlamento ed il Paese.

*(Aldo Eduardo Carra. Esperto di economia e di congiuntura, collabora con l’IRES CGIL e con diverse riviste di economia politica)

 

08– MERLO (MAIE): “OGGI IL CONSOLATO D’ITALIA A MONTEVIDEO È PIÙ VICINO”.

1 – Italiani all’estero, Merlo (MAIE): “Oggi il Consolato d’Italia a Montevideo è più vicino”

Parla il Sen. Ricardo Merlo, Sottosegretario agli Esteri nei governi Conte 1 e 2: “Contento che il lavoro svolto negli ultimi tre anni al ministero stia continuando a dare i suoi frutti”

L’Ambasciata d’Italia in Uruguay ha approvato in maniera definitiva l’aggiudicazione dell’appalto per la costruzione del nuovo Consolato d’Italia a Montevideo, fortemente voluto dal Sen. Ricardo Merlo, presidente MAIE, durante il suo incarico alla Farnesina come Sottosegretario agli Esteri nei governi Conte 1 e Conte 2.

I lavori per il nuovo edificio verranno affidati all’impresa Construcciones e Instalaciones Electromecanicas S.A. (C.I.E.M.S.A.), per il valore di 1.521.416 dollari americani. Nei prossimi giorni si procederà alla firma del contratto e finalmente la costruzione vera e propria della nuova sede potrà cominciare.

Esprime la propria soddisfazione il Sen. Merlo, il quale si dice “contento che il lavoro svolto negli ultimi tre anni al ministero stia continuando a dare i suoi frutti”.

“Da sempre – prosegue l’ex Sottosegretario – sottolineo la necessità di dotare Montevideo di una sede consolare più grande, adeguata all’importante numero di connazionali residenti in Uruguay, oltre 130mila iscritti regolarmente all’AIRE, per i quali oggi esiste solo una stanza di quindici metri quadrati. Mi sono fortemente impegnato, negli anni trascorsi al governo, a migliorare i servizi consolari per le comunità italiane nel mondo e la costruzione di un Consolato a Montevideo degno di tale nome era certamente uno degli obiettivi che mi ero preposto. Ebbene – continua il presidente del MAIE -, si avvicina il giorno in cui gli italiani ivi residenti potranno contare su una struttura di oltre settecento metri quadrati, più moderna, sicura, dotata di tecnologia d’avanguardia e, naturalmente, del personale adeguato ad offrire servizi efficienti e puntuali”.

“Ringrazio il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, perché ha voluto dare continuità al progetto. Grazie a Luigi Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero alla Farnesina, e all’Ambasciatore d’Italia a Montevideo, Giovanni Battista lannuzzi, per il lavoro svolto e per l’impegno che hanno voluto portare avanti, sempre nell’interesse della collettività italiana in Uruguay. Adesso – conclude il Sen. Merlo – bisognerà prestare attenzione all’andamento dei lavori, in modo tale che siano fatti a regola d’arte e nei tempi prestabiliti, affinchè la comunità possa usufruire del nuovo Consolato prima possibile”

2 – Italianos en el exterior, Merlo (MAIE): “Avanza el proyecto de construcción del nuevo Consulado en Montevideo”

Habla el Senador Ricardo Merlo, Subsecretario de Relaciones Exteriores en los gobiernosConte 1 y 2: “Me alegro de que el trabajo realizado en los últimos tres años en el ministerio siga dando sus frutos”

La Embajada de Italia en Uruguay ha aprobado en forma definitiva la adjudicación del contrato para la construcción del nuevo Consulado de Italia en Montevideo, muy deseado por el Senador Ricardo Merlo, Presidente del MAIE, durante su nombramiento en la Farnesina como Subsecretario de Relaciones Exteriores en los gobiernos Conte 1 y Conte 2.

Las obras del nuevo edificio serán encomendadas a la empresaConstrucciones e Instalaciones Electromecanicas S.A. (C.I.E.M.S.A.), por un valor de US$1.521.416. En los próximos días se firmará el contrato y finalmente se podrá iniciar la construcción de la nueva sede.

El senador Merlo expresa su satisfacción, diciendo que está “satisfecho de que el trabajo realizado en los últimos tres años en el ministerio siga dando sus frutos”.

“Desde siempre – continúa el ex Subsecretario –he insistido en la necesidad de dotar a Montevideo de una sede consular más grande, idónea al importante número de connacionales que residen en Uruguay, más de 130 mil inscritos regularmente en el AIRE, para lo cual hoy sólo hay una oficina de quince metros cuadrados. Me he comprometido firmemente en los años transcurridos en el gobierno, a mejorar los servicios consulares para las comunidades italianas en el mundo y la construcción de un Consulado en Montevideo digno fue sin duda uno de los objetivos que me había fijado. Pues – prosigue el Presidente del MAIE –se acerca el día en que los italianos que viven allí podrán contar con una estructura de más de setecientos metros cuadrados, más moderna, segura, equipada con tecnología de vanguardia y, por supuesto, del personal adecuado para ofrecer servicios eficientes y puntuales”.

“Agradezco al Ministro de Asuntos Exteriores Luigi Di Maio, porque ha querido dar continuidad al proyecto. Gracias a Luigi Vignali, Director General para los Italianos en el Exterior en la Farnesina, y al Embajador de Italia en Montevideo, Giovanni Battista lannuzzi, por el trabajo realizado y por el compromiso que han llevado a cabo, siempre en interés de la comunidad italiana en Uruguay. Ahora– concluye el Senador Merlo – habrá que prestar atención al avance de las obras, para que se realicen en tiempo, para que la comunidad pueda disponer del nuevo Consulado lo antes posible”.

 

09 – Alfiero Grandi*: PNRR. PRESENTAZIONE DELL’INIZIATIVA SVOLTA IL 17 APRILE SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA PROMOSSA DA CDC, LAUDATO SII, NOSTRA. È IN GIOCO UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA. LA RELAZIONE INTRODUTTIVA AL CONVEGNO. TRE ASSOCIAZIONI HANNO DECISO DI SFIDARE IL GOVERNO AD ESSERE COERENTE CON LE AFFERMAZIONI DI DRAGHI ALLE CAMERE SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA AL MOMENTO DELL’INSEDIAMENTO.

Sfidiamo il Governo ad avere coraggio nelle scelte, ad ascoltare i cittadini e le loro associazioni. Il governo Conte aveva costruito un PNRR essenzialmente raccogliendo i progetti già esistenti in materia di energia, di ambiente, di innovazione, sembrava restare solo il problema di ridurre i progetti per fare bastare le risorse. Era stata immaginata una struttura esterna alle istituzioni (governo, parlamento, regioni, comuni) per decidere e attuare i progetti. Non era previsto l’ascolto della società, delle associazioni, degli esperti, per costruire scelte condivise. Oltre un terzo delle risorse messe a disposizione dall’Europa venivano destinate a sostituire spese già decise, finanziate dal bilancio dello Stato, riducendo così l’impatto potenziale di queste risorse straordinarie per rimettere in moto occupazione, ricerca, investimenti. Capiremo nelle prossime settimane se Draghi presenterà in parlamento proposte coraggiose e radicali. La pandemia, ad esempio, ha dimostrato che per Europa ed Italia è indispensabile essere sostanzialmente autosufficienti nella produzione di strumenti sanitari, di medicinali in grado di garantire la salute, il bene primario.

Il documento sulla transizione ecologica del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, dell’Associazione Laudato Sii, dai giovani di NOstra avanza proposte prima che il Governo abbia deciso, con l’intenzione di insistere anche dopo. È in gioco una questione di democrazia. Il problema di fondo è introdurre nel sistema economico e sociale italiano una forte accelerazione di ricerca e innovazione sulla transizione dall’uso dell’energia fossile a quella da fonti rinnovabili, la cui estensione in Italia da tempo ha rallentato proprio quando doveva accelerare. Perché si realizzi l’ipotesi minima di 200 nuovi GigaWatt di fotovoltaico nel 2050 bisogna realizzarne almeno 80 entro il 2030, così occorre il ricorso massiccio all’eolico offshore, per il quale l’Italia ha tecnologie e competenze, finora usate all’estero, per questo sollecitiamo il Ministro competente a presentare all’Unione europea il piano per la realizzazione in mare, ad esempio a Civitavecchia. Né si comprende perché questa scelta dovrebbe essere fatta nell’Adriatico e non nel Tirreno, se non per la resistenza conservatrice dei gruppi energetici che preferiscono continuare con l’uso del fossile. Certo, si rendono conto che il carbone è al capolinea, ma tentano di mantenere ancora l’uso del gas per produrre energia elettrica in grandi impianti centralizzati, facendo correre all’Italia il rischio di contraddire gli impegni di riduzione delle emissioni al 2030 e al 2050.

Una combinazione tra eolico off shore, fotovoltaico, idrogeno prodotto rigorosamente con energia verde, un’accumulazione importante per coprire gli eccessi di domanda di erogazione potrebbero consentire di cambiare a fondo l’economia italiana e di riconvertire aziende energivore, che hanno per decenni messo in contrasto ambiente e lavoro, che spesso hanno prodotto inquinamento nocivo per la salute e l’ambiente, insieme a disoccupazione. Un grande sogno da realizzare: rendere coerente il rispetto e il risanamento dell’ambiente, a partire dall’atmosfera, con la creazione di innovazione, di ricerca e di posti di lavoro di qualità, per lasciare alle future generazioni un mondo migliore di quello che abbiamo trovato. Per questo non serve cambiare la Costituzione ma le politiche energetiche e ambientali. Da settori imprenditoriali e finanziari vengono proposte conservatrici. Non si taglia l’emissione di CO2 per un favore all’Europa, ma per noi stessi, la nostra vita, la sua qualità, per il futuro dei giovani. Il PNRR non è la diligenza da svaligiare per continuare i propri affari, per giustificare le scelte aziendali.

I fondi europei per l’Italia debbono essere indirizzati al futuro. Per questo va respinto in Europa il tentativo di rilancio del nucleare da fissione che una forte lobby guidata dalla Francia vorrebbe fare passare come energia rinnovabile per ottenere i soldi europei. L’Italia deve impedire il rilancio del nucleare da fissione, tanto più per produrre idrogeno, per di più costa meno farlo con le rinnovabili. Le dichiarazioni rassicuranti di uffici studi compiacenti sui depositi di scorie radioattive sono funzionali a negare che il nucleare non solo è una tecnologia a rischio catastrofico, ma è un percorso senza uscita e nessun paese finora ha risolto il problema del confinamento delle scorie nucleari.

Questo seminario si collega idealmente con le proposte delle associazioni ambientaliste, della coalizione Clima, con la lettera aperta dei “veterani dell’energia”. Appoggiamo la richiesta dei giovani di Friday for future di essere coinvolti nelle decisioni. I sindacati possono svolgere un ruolo importante per superare fratture storiche tra lavoro e ambiente perché oggi è possibile avere più lavoro di qualità nel pieno rispetto dei vincoli ambientali.

 

10 – Roberto Livi*: RAÚL CASTRO ALL’ULTIMO DISCORSO: «CONTINUITÀ CON LA RIVOLUZIONE»

CUBA. L’INCARICO DI PRIMO SEGRETARIO DEL PARTITO ANDRÀ AL PRESIDENTE MIGUEL DÍAZ-CANEL. DOMANI I NOMI DEI MEMBRI DELL’UFFICIO POLITICO

In uniforme da generale dell’esercito, Raúl Castro ha confermato venerdì di lasciare il comando del Partito comunista cubano. E dunque l’ultimo incarico di potere pubblico.

Lo ha fatto, alla soglia dei 90 anni, in un lungo e emotivo discorso all’inizio dell’VIII Congreso del Pcc, trasmesso in televisione dopo il notiziario della sera. Il Congresso infatti si svolge a porte chiuse e a ranghi ridotti a causa della pandemia di coronavirus.

«NIENTE, RIPETO NIENTE, mi obbliga a questa decisione» ha detto l’ex presidente battendo la mano sul leggio. Si trata di una scelta maturata da anni nella consapevolezza di lasciare le sorti del paese «a un gruppo di dirigenti preparati…venuti dalla base e consci di rappresentare la continuità della Rivoluzione», guidata dal fratello e vittoriosa nel 1959.

Senza annunciarlo formalmente, Raúl ha confermato che l’incarico di primo segretario del partito sarà conferito al presidente Miguel Díaz-Canel, «che ha saputo formare una squadra (di governo) e rafforzare l’unità nel vertice» del partito- Stato. Si possono fare critiche alla direzione politica cubana.

Non quella di pendere decisioni improvvisate e soprattutto senza una forte coesione nel grupo della segreteria. Fin da quando ha assunto la presidenza della Repubblica, in sostituzione del fratello maggiore, Raúl ha promosso una forma di governo collegiale, rafforzando appunto l’istituzionalità nel partito – con un maggior peso della segreteria dell’Ufficio politico – e nello Stato, con più protagonismo al Consiglio di Stato. «È il partito il vero erede di Fidel», aveva messo in chiaro. E anche venerdì ha ribadito – suscitando una standing ovation- che «resterà membro attivo del partito fino alla morte».

È DUNQUE PROBABILE che anche gli altri membri dell’Ufficio politico del Pc che hanno passato la soglia degli 80 anni daranno le dimissioni. «Credo fermamente nella forza e nel valore dell’esempio», ha detto con enfasi Raúl Castro. Confermando dunque che quadri della «generazione nata dopo il ‘59» assumeranno posizioni di rilievo sia nel partito, sia nella gestione dello Stato.

Naturalmente, con l’appoggio e – alcuni commentatori aggiungono il controllo – dei leader «storici», quelli che hanno avuto – e conservano in gran parte – il carisma e la legittimazione a governare dall’aver partecipato e vinto con la Rivoluzione. Qualità questa di cui non gode Díaz-Canel, nato nel 1960, afferma l’ex diplomatico e membro del Pc, Carlos Alzugaray.

UN COMPITO DIFFICILE. Come ha sottolineato Raúl nel suo discorso continua il bloqueo degli Stati uniti, reso più feroce dall’ex presidente Trump che ha aggiunto di suo 240 tra misure e sanzioni contro l’isola, e che l’attuale leader della Casa bianca (non nominato direttamenteda Raúl) mantiene. Come pure mantiene una política aggressiva «volta a provocare un’esplosione sociale» a Cuba.

«COME DICIAMO NOI CUBANI, a Díaz-Canel tocca ballare con la più brutta. Deve affrontare condizioni molto difficili, sia dal punto di vista economico, con una crisi resa ancora più acuta dalla pandemia, sia internazionali» vista la tendenza a una nuova guerra fredda, sostiene Alzugaray.

Sia sociale, con un crescente malcontento della popolazione a causa delle difficoltà quotidiane di procurarsi generi di prima necessità.

Anche per l’economista Omar Everleny, la «continuità» sottolineata da Raúl dovrà essere associata a riforme di peso. Che il nuovo primo segretario generale potrà attuare solo avendo coagulato rapporti di forza interni al Pcc capaci di contrastare quella che l’ex diplomatico definisce «una vecchia mentalità burocratica-conservatrice».

Nella direzione di rafforzare la segreteria di Díaz-Canel va letta la decisione presa alla vigilia del Congresso di sostituire il ministro delle Forze armate rivoluzionarie (Far), il generale Cintra Frías con il suo vice, Alvaro López Miera, anche lui generale, eroe della rivoluzione. E soprattutto un fedelissimo di Raúl Castro, il quale rinnova così il suo appoggio concreto al suo Delfino

*(Roberto Livi)

 

11 – Simone Facchinetti*:CARAVAGGIO, LA GIRANDOLA MADRILENA. L'”ECCE HOMO” RITIRATO DALL’ASTA ANSORENA, UNA “CASE HOSTORY” DEL MERCATO DELL’ARTE. COSA DICE DEL COSTUME CONTEMPORANEO (OPINIONE PUBBLICA, ANTIQUARI DI VARIA SPECIE, ESPERTI, ASTE, MUSEI) IL CASO DEL DIPINTO APPENA RIEMERSO IN SPAGNA

«Pronto, hai saputo del Caravaggio di Madrid?», «Beh certo, è mio!». Ho sentito anche questa nei giorni scorsi, quando non si è fatto altro che parlare dell’Ecce Homo apparso in Spagna. È incredibile come certi temi siano divenuti argomenti da bar: prima c’era la finale di Champions, l’elezione del Presidente della Repubblica, la morte di una regina, ora si parla della scoperta di un Caravaggio. Per conto mio è un fatto positivo e divertente allo stesso tempo: ma come abbiamo fatto ad arrivare fin qui? Come è possibile che il mio barbiere si dica convinto dell’attribuzione e la mia panettiera ne sia assolutamente contraria? Innanzitutto l’argomento è diventato molto popolare, lo si intuisce dai numeri che fanno le mostre sul tema (l’ultima dedicata al Merisi in Palazzo Reale a Milano ha superato i 400.000 visitatori), dal numero di libri che si pubblicano sull’argomento, dal numero di docu-film che sono usciti negli ultimi anni. Quindi Caravaggio è diventato uno di noi, perciò ci permettiamo di esprimere il nostro parere riguardo a un suo dipinto, appena scoperto. In passato sarebbe stato impensabile. Lo storico dell’arte che formulava un’attribuzione era paragonabile a un luminare di cardiologia che operava a cuore aperto. L’argomento è valido ancora oggi solo per il Maestro di Stratonice o quello dei paesaggi Kress, ovvero per pittori che non conosce nessuno, non per Caravaggio. A pensarci bene la stessa cosa è avvenuta col Salvator Mundi di Leonardo. Anche in quel caso tutti, ma proprio tutti, si sono sentiti in dovere di esprimere il loro giudizio sull’opera. Da: «è un capolavoro»; a: «impossibile, non può averlo dipinto lui».

Ma veniamo ai fatti. La casa d’aste madrilena Ansorena ha ricevuto da una famiglia spagnola un quadro con un soggetto noioso e poco apprezzato (oggigiorno i temi religiosi sono caduti in disgrazia, a meno che l’autore non sia un nome noto). Quindi l’ha stimato 1500 euro schedandolo come cerchia di Jusepe de Ribera, un pittore del Seicento spagnolo di formazione caravaggesca. Questi primi due dati ci dicono che né i proprietari né la casa d’aste avevano la minima idea di cosa stringessero tra le mani. Tutti i lotti che erano previsti nell’incanto programmato per l’8 aprile scorso sono stati caricati sul sito internet di Ansorena ed erano visibili con un paio di settimane di anticipo. Chi fa il mestiere dell’antiquario draga sistematicamente tutte le aste del mondo e nella rete, quotidianamente, pesca qualcosa. Come sanno i pescatori ogni pesce ha la sua lenza. Fatto sta che nel caso dell’Ecce Homo l’ambito era la pesca d’altura, la più impegnativa.

Cosa sia esattamente successo nei giorni che hanno preceduto l’asta è stato parzialmente ricostruito dai quotidiani di mezzo mondo, fatto sta che forse non tutto è stato detto. Solo la casa d’aste potrebbe mettere pazientemente in fila tutti i tasselli e raccontare la vicenda nella sua precisa articolazione. Nessuno però ci impedisce di fare qualche ipotesi. L’Ecce Homo è entrato nei radar di molti antiquari, questo è certo. Ora la categoria è, a tratti, meravigliosa, perché è fatta di personaggi che possono vestire i panni di Magellano, Napoleone Bonaparte o Totò, a seconda del contesto. Sono tendenzialmente soggetti che non amano gli sport di gruppo, quindi procedono in solitaria, a meno che non sia strettamente necessario (ovvero hanno una pistola puntata alla tempia). Fatto sta che quando il Marlin (un pesce grosso e combattivo) ha abboccato non tutti avevano la canna adeguata. Per la pesca in mare aperto servono molti soldi ma soprattutto l’attrezzatura giusta. Avanzando sempre per ipotesi non è escluso che qualche Napoleone abbia tentato di far ritirare il dipinto dall’asta. È una mossa spietata («ma quale guerra non lo è»: direbbe Napoleone) anche se assolutamente legale. Serve per far fuori tutti gli avversari con un colpo solo, rubando la palla dal campo di gioco. Bisogna convincere la casa d’aste (ovviamente d’accordo coi proprietari) a ritirare il lotto, in cambio di una congrua ricompensa. La cosa difficile è stabilire cosa sia congruo. Questo è il punto più delicato. Se si fa l’offerta sbagliata il banco salta. Non è escluso che sia andata proprio così, forse proprio a causa di un’offerta troppo generosa che ha fatto mangiare la foglia alla controparte. Fatto sta che il quadro è stato ufficialmente ritirato per i necessari accertamenti.

L’altro aspetto che ha caratterizzato la vicenda, sin dall’inizio, è stata la fuga di notizie. D’altronde come non giustificare l’eccitazione di una scoperta del genere? impossibile tenere la lingua a freno. Anche qui possiamo fare solo delle ipotesi, tuttavia è abbastanza evidente che sulla «preda» siano arrivati, quasi contemporaneamente, in molti e in ordine sparso. Alcuni erano organizzati con imbarcazioni appropriate, altri sono giunti a remi con la barca di Fantozzi e la bandierina delle repubbliche marinare. Prima di uscire in mare aperto ognuno di loro avrà sentito un esperto in materia, al fine di decifrare la carta nautica. Chi l’aveva sotto casa, chi ha telefonato a Rimini o a Napoli, chi a Roma o a Milano, chi a Londra o a New York. Tutti gli esperti, forse uno all’insaputa dell’altro, stavano convergendo sul nome di Caravaggio. Questa è una ricostruzione del tutto parziale, com’è ovvio. Non possiamo neppure immaginare che gli spagnoli siano rimasti immobili (in testa i Colnaghi), oppure altri art dealer internazionali, implacabili come sono. Fatto sta che la faccenda al suo colmo, matura come un’anguria d’estate, è esplosa.

Ma torniamo ai fatti. Lo stato spagnolo ha dichiarato l’opera di interesse nazionale e non può sfuggire a nessuno che il gesto è stato tempestivo. La palla è ritornata in campo, stretta nelle braccia dell’arbitro. Alcune voci hannogià detto la loro: Causa, Christiansen, Pulini, Sgarbi, Terzaghi (di sicuro dimenticherò qualcuno, pardon). Qualcuno pensa sia l’Ecce Homo del concorso Massimi, ovvero il quadro che Caravaggio avrebbe dipinto nel 1605 per monsignor Massimo Massimi, in gara con Passignano e Cigoli. Tuttavia in molti non concordano con questa ipotesi, considerando che lo stile esibito nel quadro sarebbe già del periodo napoletano. L’invenzione dell’Ecce Homo di Madrid era già nota a Roberto Longhi, che la pubblicava in un saggio nel 1954 (L’Ecce Homo del Caravaggio a Genova in «Paragone», 51, 1954) come di ubicazione ignota. Lo storico dell’arte credeva che l’esemplare di Genova avesse avuto particolare fortuna in Sicilia, tramite il suo allievo Mario Minniti (che difatti si ispira esplicitamente al nostro modello). Con una nuova carta in mano possiamo ricostruire la vicenda con una sequenza diversa, rispetto a quella longhiana.

Resta ancora molto da spiegare e gli studiosi dovranno dare una serie di risposte all’avvocato del diavolo. Quello che sembra metterli tutti d’accordo è la convinzione che quella specifica «situazione naturale» (come l’avrebbe chiamata Longhi) possa essere stata scelta esclusivamente da Caravaggio e non da un suo seguace. Chi ha avuto l’opportunità di vedere il quadro dal vero non ha alcun dubbio sulla sua autografia. Vedremo, c’è tutto il tempo del mondo. L’opera è rimasta nei confini europei, quindi è un bene comune. Cosa sarebbe successo se si fosse inabissata nelle profondità del mercato dell’arte? Chissà, magari sarebbe rispuntata in qualche Emirato che sventola la bandiera del Rinascimento. Anche grazie a Fantozzi non è andata così

 

12 – Matteo Miavaldi*: L’INDIA DI MODI È AL COLLASSO. E COMPLICA IL PIANO COVAX . PANDEMIA. NELLE ULTIME 24 ORE 273.810 NUOVI CASI, 1619 MORTI. MANCANO I POSTI LETTO E GLI OSPEDALI HANNO FINITO LE BOMBOLE D’OSSIGENO. BLOCCATA L’ESPORTAZIONE DEI VACCINI

A metà marzo il ministro della sanità Harsh Vardhan cantava vittoria certificando che l’India fosse ormai praticamente fuori dal tunnel della pandemia. I dati aggregati del mese di febbraio erano incoraggianti: 11.000 nuovi casi di Covid19 al giorno, le morti mai sopra quota cento. Su una popolazione di 1,3 miliardi di persone, arrotondati per difetto, parlare di «miracolo» non sembrava affrettato.

NELLE ULTIME 24 ORE, secondo il ministero della sanità indiano: 273.810 nuovi casi, 1619 morti. Ma in un Paese dove l’approssimazione dei dati è la regola tanto in economia quanto nella demografia, la vera misura del disastro in corso in India si può provare a misurare segnando la distanza che divide l’aritmetica ufficiale del Covid19 dalla situazione sul campo. La testata indipendente online Scroll. in ieri mattina ha raccolto alcune fotografie, corredate da didascalie, postate sui social network: una, scattata il 18 aprile a Ghaziabad – nello stato dell’Uttar Pradesh ma, sostanzialmente, hinterland di New Delhi – mostra una fila di cadaveri avvolti in panni bianchi disposti lungo un marciapiede vicino al terreno di cremazione locale; la didascalia ci informa che secondo le autorità locali, dall’inizio di aprile a Ghaziabad ci sono stati due morti di Covid.

ALTRE TESTIMONIANZE raccolte dai media locali parlano di decine di ambulanze in coda fuori dagli ospedali, in attesa che si liberino, in un modo o nell’altro, posti letto per accomodare nuovi malati di Covid19; degenti morti perché gli ospedali hanno finito le bombole d’ossigeno e i farmaci antivirali, alimentando il mercato nero parallelo. Mettere insieme racconti e immagini da nord a sud, passando dalle megalopoli di New Delhi e Mumbai, significa comporre un mosaico di un Paese ormai prossimo al collasso.

L’eccezionalismo indiano – paese giovane e forte dove il Covid non è dilagato, si diceva – si è rivelata l’ennesima panzana ultranazionalista propinata dalle autorità ai propri cittadini e al resto del mondo.

I MEDIA PARLANO di una «seconda ondata» eccezionale, caratterizzata da una variante del virus individuata nello stato del Maharashtra a fine febbraio capace di diffondersi molto più capillarmente della precedente e portatrice di sintomi gravi anche nelle fasce d’età più basse; ma il chief minister di Delhi quando ieri ha annunciato un nuovo lockdown di una settimana per la capitale – per far fronte a un tasso di positività dei tamponi pari al 30 per cento e a 23mila nuovi casi nella capitale in sole 24 ore – ha parlato di misure per combattere questa «quarta ondata».

CHE SI TRATTI della seconda o della quarta, è certo che l’avanzare del virus nel secondo Paese più popoloso del mondo sta innescando una serie di reazioni a catena destinate a influenzare, in peggio, non solo la popolazione indiana. La campagna vaccinale, tra le più imponenti al mondo, è riuscita a somministrare la prima dose di uno dei due vaccini indiani – Covishield, la produzione autoctona della ricetta di Astrazeneca, e l’indiano Covaxin – a oltre 100 milioni di persone. Ma dai ritmi iniziali di tre milioni di dosi al giorno, sta rallentando, facendo emergere problemi strutturali e logistici finora drammaticamente sottostimati.

IL SERUM INSTITUTE of India di Pune, il più grande produttore di vaccini al mondo e fornitore del Covishield, da mesi aveva chiesto al governo un sostegno economico sul medio termine che avrebbe permesso di ampliare la potenza di stoccaggio di fiale. Sostegno negato da New Delhi, che nel frattempo ha dato l’ok all’importazione dello Sputnik – che sarà somministrato da maggio – e bloccato tutte le esportazioni del vaccino Astrazeneca prodotte dal Serum Institute. In poche parole: ogni fiala prodotta in India, per il governo Modi, deve rimanere in India. Questo sovranismo vaccinale, applicato al principale produttore di siero al mondo, non solo ha disatteso le promesse fatte a partner e alleati regionali – Nepal, Sri Lanka, Myanmar… – ma ha di fatto azzoppato fino a data da destinarsi il programma Covax. Si tratta del programma con cui l’Oms si impegnava a distribuire il vaccino a prezzi calmierati ai paesi in via di sviluppo rimasti fuori dagli accordi siglati dalle case farmaceutiche con i paesi più ricchi.

GRAN PARTE DELLE FIALE del programma Covax dovevano essere prodotte proprio al Serum Institute di Pune. Il direttore dell’Africa Centers for Disease Control and Prevention, John Nkengasong, ha dichiarato a Reuters che un ritardo di consegne dei vaccini indiani in Africa sarebbe «catastrofico».

Mentre tutto il Paese, alla spicciolata, corre ai ripari con lockdown di varia entità e durata – totale e di una settimana a Delhi e in diverse località dell’Uttar Pradesh – il primo ministro Modi ha annunciato che dal primo maggio chiunque abbia compiuto 18 anni potrà richiedere la somministrazione del vaccino.

(Matteo Miavaldi, giornalista e corrispondente dall’’India del Il Manifesto)

 

13 – Guido Caldiron*:STATI UNITI: OPPIOIDI, ALCOL, SUICIDI, COME SI DISTRUGGE LA WORKING CLASS BIANCA – L’INDAGINE. «MORTI PER DISPERAZIONE E IL FUTURO DEL CAPITALISMO» DI ANNE CASE E ANGUS DEATON, PER IL MULINO. SE LA PRIMA ONDATA DELLA GLOBALIZZAZIONE HA SCOSSO I GHETTI NERI DELLE GRANDI CITTÀ GIÀ ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA, ESPELLENDO DAL CICLO PRODUTTIVO UN NUMERO IMPORTANTE DI MASCHI ADULTI, NEL CORSO DEGLI ULTIMI QUINDICI ANNI È TOCCATO AI LORO COETANEI BIANCHI IL CUI PRECIPITARE VERSO IL BASSO È STATO ANCOR PIÙ TRAUMATICO IN VIRTÙ DEL FATTO CHE PRIMA DELLA CRISI I LORO «BUONI» POSTI DI LAVORO NELLA GRANDE INDUSTRIA GARANTIVANO OLTRE ALLO STATUS, UN BUON SALARIO E L’ASSICURAZIONE SANITARIA.

Prima che come ovunque nel mondo diventasse tragicamente sinonimo di Covid, la parola «epidemia» era stata utilizzata negli ultimi anni negli Stati uniti soprattutto per raccontare l’aumento record di morti per il consumo di oppioidi: più che la tradizionale dipendenza dalle «droghe», una fetta crescente del Paese che abusa regolarmente di medicinali acquistabili grazie ad un semplice certificato medico.

INSIEME ALLE MALATTIE epatiche legate all’abuso di alcol e ai suicidi è stata a lungo questa la causa che ha fatto registrare l’incremento più considerevole tra i motivi di decesso in America. E ad essere coinvolti sono stati prima di tutto gli appartenenti alla working class bianca, toccati proporzionalmente in maniera più significativa rispetto alle minoranze dagli effetti di lungo corso del disastro economico inaugurato dalla crisi dei subpimes e del mercato immobiliare nel 2006 e che in America va sotto il nome di Grande recessione.

Se la prima ondata della globalizzazione ha scosso i ghetti neri delle grandi città già alla fine degli anni Settanta, espellendo dal ciclo produttivo un numero importante di maschi adulti, spinti verso forme crescenti di emarginazione e comportamenti «a rischio», nel corso degli ultimi quindici anni è toccato ai loro coetanei bianchi il cui precipitare verso il basso è stato inoltre, se possibile, ancor più traumatico in virtù del fatto che prima della crisi i loro «buoni» posti di lavoro nella grande industria o comunque nel settore manifatturiero garantivano oltre ad uno status da «aristocrazia operaia», un buon salario e l’assicurazione sanitaria. Questo, mentre il tanto decantato boom dell’occupazione americana pre-Covid, durante le amministrazioni Obama e Trump, si è realizzato sulla base di «lavoretti» nei servizi, nell’assistenza, nella filiera alimentare che non offrono né i medesimi guadagni né tantomeno le stesse coperture sociali.

SPESSO INDAGATA nei termini di un’inquietudine identitaria di fronte alla demografia in crescita delle minoranze, ispanici su tutti, o di un cortocircuito della mascolinità tossica – quella fotografata dal sociologo Michael Kimmel nel celebre Angry White Men (2013) – e posta alla base dell’affermazione su larga scala del trumpismo, questa nuova fragilità che attraversa il campo della classe lavoratrice bianca degli Stati uniti è analizzata minuziosamente da due economisti dell’Università di Princeton, Angus Deaton – Nobel per l’economia nel 2015 – e Anne Case in Morti per disperazione e il futuro del capitalismo (il Mulino, pp. 358, euro 28).

I due studiosi hanno affrontato ciò che il New York Times recensendo il loro libro ha definito come «quello che sta distruggendo la classe operaia bianca» partendo da un’analisi comparata tra il benessere economico, il senso di realizzazione individuale e il numero di suicidi nelle società occidentali. Si sono così resi conto che negli Stati Uniti, nel periodo compreso tra il 1999 e il 2013 e tra coloro che svolgevano lavori manuali o saltuari e avevano a stento terminato le scuole superiori, vi fosse stato un incremento significativo dei casi. Il tasso di mortalità della parte più povera della popolazione bianca americana, in particolare nella fascia di età compresa tra i 45 e i 54 anni, è aumentato nel corso dell’ultimo decennio di un +134 ogni 100mila individui; e questo, come detto, oltre che per i casi di suicidio, in conseguenza di patologie legate all’abuso di alcol e droga, specie medicinali analgesici oppiacei.

«Nessun altro Paese sviluppato e ricco vive una condizione simile. Nell’ultimo mezzo secolo, dopo le morti dovute al consumo di tabacco, solo l’Aids aveva provocato qualcosa di simile», sottolineano Case e Deaton. L’emergere dell’insieme di queste «patologie sociali», che non trovano pari in nessun altro Paese dell’Occidente, è strettamente legato all’impoverimento, al declassamento e al progressivo scivolare verso una condizione di estrema marginalità di una parte significativa della classe lavoratrice bianca. «Molti bianchi che appartengono alla generazione del baby-boom, e che hanno perciò tra i 40 e i 50 anni, si sono improvvisamente resi conto che la loro vita non sarebbe più stata migliore di quella dei loro genitori», segnalano gli autori dell’indagine, aggiungendo come la perdita di ruolo e stabilità economica non ha solo favorito l’aumento degli stili di vita autodistruttivi, ma ha spesso minato anche la solidità della rete delle relazioni affettive e il circuito famigliare, favorendo fenomeni di solitudine e abbandono anch’essi già osservati nelle comunità nere nei decenni passati.

L’ORIZZONTE È QUELLO descritto da J. D. Vance in Hillbilly Elegy (Garzanti, 2014), un memoir divenuto anche un film disponibile su Netflix che descrive la discesa agli inferi di una famiglia proletaria del Kentucky che ha seguito la grande migrazione bianca verso i distretti industriali dell’Ohio, prima che questi si trasformassero nell’odierna Rust Belt: un tragico trionfo di sogni trasformati in ruggine tra povertà e sostanze. Un mondo, che dopo l’ubriacatura di Trump, Joe Biden dovrà avere ben presente se vuole davvero salvare l’anima della nazione (Soul of the Nation) come recitava lo slogan della sua campagna elettorale.

*(Guido Caldiron. Giornalista, studia da molti anni le nuove destre e le sottoculture giovanili, temi a cui ha dedicato inchieste e saggi).

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