n° 4 – 01 Gen.23 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – Schirò (Pd): La “manovra per il mezzogiorno” aiuterà lavoratori e imprese?.
02 – DOVE FINISCE L’EUROPA. Che senso ha celebrare la Giornata della memoria se non la teniamo viva combattendo il negazionismo e la falsificazione della storia?
03 – Gino Scatasta : Il futuro cominciò nel ’56, ma non fu per tutti: un saggio di Silvia Albertazzi
«Questo è domani – Gioventù, cultura e rabbia nel Regno Unito, 1956-1967»,
04 – Stefano Catucci – Cavalletti, L’IO che non conosce proprietà privata. Il doppio nell’uno. In un saggio titolato «L’immemorabile», Andrea Cavalletti intravede una strada alternativa a quella segnata dal gesto cartesiano, in grado di rispettare l’altro che è in noi, la scissione da cui proveniamo.
04 – Svizzera IN CHE MODO IL COVID 19 DISTRUGGE E CREA LAVORO.
05- IL più grande piano vaccinale è dell’india, LA «Farmacia del Mondo»
Delhi produce oltre il 60 per cento di tutti i vaccini. Il Serum Insitute of India (SII), colosso farmaceutico con sede a Pune e più grande produttore di vaccini al mondo, è al momento il principale fornitore di vaccini anti-coronavirus nel Paese, essendosi aggiudicato la produzione del siero di Oxford University e Astrazeneca

 

01 – SCHIRÒ (PD): LA “MANOVRA PER IL MEZZOGIORNO” AIUTERÀ LAVORATORI E IMPRESE?. IN UN MOMENTO IN CUI I PROBLEMI CAUSATI DALLA PANDEMIA E DALLE INCERTEZZE POLITICHE, SOCIALI ED ECONOMICHE SONO ALL’ORDINE DEL GIORNO E IN CUI SEMBRA ANDARE DI MODA DEFINIRE LA RECENTE LEGGE DI BILANCIO “UN COACERVO DI MISURE SENZA DISEGNO”, CREDO CHE INVECE SIA GIUSTO ED OPPORTUNO RICORDARE CHE CON LA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2021 QUESTO GOVERNO HA INTRODOTTO E PERFEZIONATO QUELLA CHE PUÒ ESSERE CONSIDERATA UNA VERA E PROPRIA “MANOVRA PER IL MEZZOGIORNO”, E CIOÈ TUTTA UNA SERIE DI MISURE A SOSTEGNO DELLE IMPRESE E DEI LAVORATORI DEL SUD. 21 GENNAIO 2021
Ricordiamo in particolare le decontribuzione fino al 2029, le assunzioni agevolate per i giovani, gli incentivi per le imprese e le startup e per la ricerca e lo sviluppo, i finanziamenti per le agevolazioni “Resto al Sud”.
Misure che, insieme – si spera – ai fondi del Recovery potranno contribuire alla ripresa del Sud Italia, in un periodo in cui non sono pochi i nostri connazionali i quali scelgono di rientrare e che sperano che l’Italia faccia di più per le politiche del lavoro e con gli ammortizzatori sociali per chi non ha redditi e non ha una prospettiva occupazionale.

VEDIAMO LE MISURE IN SINTESI.
Sulla Decontribuzione: la riduzione del costo del lavoro al Sud (sgravio dei contributi previdenziali del 30% a carico del datore di lavoro) viene esteso fino al 2029; l’intervento interesserà circa 500.000 imprese e 3 milioni di lavoratori dipendenti. L’incentivo nazionale previsto dalla Legge di Bilancio per l’assunzione di giovani è potenziato per le Regioni del Mezzogiorno.
Sull’Occupazione dei giovani: le assunzioni di giovani fino a 35 anni che avverranno entro il 2022 nelle Regioni del Mezzogiorno beneficeranno di uno sgravio contributivo del 100% nel limite di 6 mila euro l’anno per i primi quattro anni (mentre per le Regioni del Centro-nord la misura vale per tre anni). Inoltre è stato introdotto un ulteriore beneficio per le imprese che assumono in sedi o unità operative del Sud in base a cui l’esonero contributivo è per quattro anni (48 mesi invece che 36).
Sui crediti di imposta: si estende fino al 2022 il credito di imposta per gli investimenti in beni strumentali nel Mezzogiorno e per gli investimenti nelle attività di ricerca e di sviluppo rafforzato per le imprese del Mezzogiorno.
Resto al Sud: viene ampliata la platea dei beneficiari e potenziato il programma di incentivi promosso per sostenere la nascita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali e libero professionali; ora l’incentivo può essere richiesto anche dagli imprenditori fino a 55 anni d’età (prima spettava fino a 45 anni).
Infine ci sono investimenti per la costituzione di Ecosistemi dell’innovazione nelle regioni del Sud, per incentivare la collaborazione tra imprese e sistema della ricerca e favorire il trasferimento tecnologico, finanziamenti per il cosiddetto Fondo Sviluppo e Coesione per il ciclo di programmazione 2021-2027, il Cofinanziamento nazionale per i Fondi strutturali europei 2021-2027, la “rigenerazione amministrativa” prevista dal Piano Sud 203 che prevede la possibilità di assumere 2.800 giovani entro il 2023 con profili professionali oggi mancanti nella P.A. attraverso i fondi strutturali europei, il Fondo di sostegno ai Comuni Marginali per combattere lo spopolamento favorendo il reinsediamento (anche attraverso lo smart working) e sostenere le attività economiche, artigianali e commerciali nei territori più marginali delle aree interne.
I buoni propositi ovviamente non fanno politica ma dobbiamo ovviamente auspicare che questo sostanziale pacchetto di misure, di cui il Partito Democratico è il principale ispiratore, vedano la volontà, il tempo e i fondi per essere realizzate.
Angela Schirò
Deputata PD – Rip. Europa — Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA

 

02 – DOVE FINISCE L’EUROPA. CHE SENSO HA CELEBRARE LA GIORNATA DELLA MEMORIA SE NON LA TENIAMO VIVA COMBATTENDO IL NEGAZIONISMO E LA FALSIFICAZIONE DELLA STORIA? Questa è la domanda spiazzante e radicale che ci pone lo scritto sopravvissuto alla Shoah Boris Pahor, dall’alto dei suoi 108 anni vissuti da partigiano della democrazia e della libertà. Basta andare in visita ad Auschwitz e studiare il nazifascismo denunciandone la logica disumana se poi non riconosciamo quella stessa agghiacciante matrice nei discorsi di alcuni politici di oggi? Come leggere altrimenti l’ineffettività di certi discorsi di esponenti di governo che, all’inizio della pandemia ci dicevano di rassegnarci a lasciar andare i nostri anziani e che ora dicono che i più ricchi devono avere un accesso prioritario al vaccino?
Uno dei peggiori ministri della scuola che l’Italia abbia mai avuto, Letizia Moratti, in una settimana dalla sua nomina ad assessore regionale alla salute della Lombardia è riuscita perfino a fare peggio del suo predecessore Gallerà chiedendo di distribuire i vaccini in base al Pii delle Regioni. Per chi non avesse ancora messo a fuoco quale sia l’ideologia sottesa all’autonomia differenziata ora può averne piena contezza: in quella prospettiva il diritto alla salute non è un diritto universale come scritto nella Carta ma un diritto legato al censo. Abbiamo visto l’ecatombe di morti che questo tipo di logica ultra liberista ha provocato negli Usa colpendo in primis le minoranze afroamericane e ispaniche? L’impudenza delle affermazioni di Moratti colpisce ancor più essendo lei chiamata a gestire un bene pubblico come la salute in un Regione che proprio a causa di privatizzazioni, aziendalizzazione della sanità e dismissione della medicina territoriale ha registrato il numero più altro di morti per Covid in Italia.
Con sfacciato classismo e cinismo quelli di “PRIMA IL NORD”, “PRIMA I RICCHI” hanno anteposto gli interessi della produzione a tutto il resto, arrivando con una alleanza trasversale fra i due Matteo a causare una irresponsabile crisi di Governo mentre tutti gli sforzi dovevano essere concentrati sul piano vaccinale, sul Recovery fund, nel far ripartire la scuola, nel riformare gli ammortizzatori sociali in vista dello sblocco dei licenziamenti a marzo. Mentre il Paese versa in una crisi profondissima la politica delle destre (con molte maschere diverse ma unite da un interesse corporativo) consiste nel pensare solo al proprio interesse “particolare”, perseguendolo con arroganza e disumanità. Non parliamo solo delle destre becere e ignoranti ma anche quelle in doppiopetto.
Accade in Italia ma accade anche nell’Europa guidata dalla “coalizione Ursula” che chiude gli occhi di fronte ai diritti negati dei migranti, ai trattamenti disumani e degradanti che subiscono le persone che sono costrette ad avventurarsi lungo la rotta balcanica. Molti di loro vengono dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Siria e da altre aree di conflitto. Le immagini dei reportage che pubblichiamo su Left ci riportano drammaticamente alla mente quel che accadde nei lager nazisti. Ci parlano di una tragedia che si consunta a pòchi km dal nostro confine e in Italia non se ne parla. Eccetto rari casi. Come quello, preziosissimo, di Niccolò Zancan che nel suo libro Dove finisce l’Italia (Feltrinelli) ci racconta di migranti respinti a cui crudelmente vengono tolti cellulari e scarpe rigettandoli nel gelo perché muoiano assiderati.
La polizia croata è accusata di abusi sistematici sui migranti al confine con la Bosnia. Organizzazioni come Amnesty hanno documentato brutali “respingimenti” e quotidiani atti di violenza. Qualche mese fa il Guardian aveva raccolto la testimonianza di migranti derubati, picchiati e marchiati con vernici a spruzzo con croci rosse in testa da agenti di polizia croati che ridacchiando infliggevano loro questo trattamento come «cura contro il coronavirus». Questi fatti avvenuti vicino al confine sloveno, sulla rotta 61 nella zona di Rijeka, si sono ripetuti poi molte altre volte. Il drammatico copione è sempre lo stesso. «Ci hanno fatto firmare dei fogli» denunciano i migranti a più voci. «Abbiamo chiesto asilo ma ci hanno detto di stare zitti». Deportazioni e respingimenti illegali ora sono al centro del Libro nero dei respingimenti a cui ha collaborato la rete Rivolti ai Balcani. Documenta in modo capillare l’ampia mappa degli abusi costantemente segnalato da rifugiati e migranti che tentano di attraversare il confine tra Bosnia-Erzegovina e Croazia e poi tra Slovenia e Italia. Nel suo discorso alla Camera e al Senato il premier Conte, parlando dell’europeismo del suo governo ha fatto solo un accenno a una generica integrazione dei Balcani. Dal canto suo il ministro Lamorgese, sollecitata in due differenti occasioni dai deputati Magi e Palazzotto, ha dato risposte evasive e contraddittorie come ricostruisce il cooperante Gianluca Nigro per Left. Al momento, si calcola, che potrebbero essere 9mila i migranti che vivono vicino al confine bosniaco. Dopo recenti episodi di terrorismo la cancelliera Merkel e il presidente Macron hanno chiesto controlli più rigorosi alle frontiere dell’Europa. E la Croazia è disposta a fare di tutto. Alcuni europarlamentari hanno chiesto una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sugli abusi e le violenze. Il fatto stesso che su 6.7 milioni di euro che la Ue ha dato alla Croazia per affrontare le questioni di confine, solo 300mila euro siano stati assegnati per garantire i diritti umani e il diritto internazionale la dice lunga, ha denunciato l’eurodeputata irlandese Clare Daly di Independents 4 Change. La rete Rivolti ai Balcani, intanto, ha raccolto l’appello di attivisti e volontari bosniaci, italiani e di altri Paesi europei affinché si fermi la catastrofe umanitaria che si sta consumando specialmente nel Cantone di Una Sana dove migliaia di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, vivono all’addiaccio, senza assistenza. L’appello è pubblicato su Change. Firmiamolo
(da Left di Simona Maggiorelli)

 

03 – GINO SCATASTA : IL FUTURO COMINCIÒ NEL ’56, MA NON FU PER TUTTI: UN SAGGIO DI SILVIA ALBERTAZZI. SAGGI. «QUESTO È DOMANI – GIOVENTÙ, CULTURA E RABBIA NEL REGNO UNITO, 1956-1967», Paginauno
Il dibattito intorno agli anni Sessanta non si è esaurito: ci si domanda ancora se siano stati anni in cui un normale cambiamento generazionale assunse dimensioni inaspettate e si trasformò in una svolta irreversibile, o se – come dichiarò John Lennon – alla fine del decennio, tutto era rimasto uguale, con l’unica differenza che c’era più gente in giro con i capelli lunghi.
Fu solo un aggiustamento del mercato che aveva scoperto l’esistenza di un nuovo gruppo di consumatori, i giovani, pronti a spendere in settori in espansione come la musica o la moda, oppure questo processo produsse conseguenze impreviste? Nel caso del Regno Unito, come indica il sottotitolo del libro di Silvia Albertazzi, Questo è domani Gioventù, cultura e rabbia nel Regno Unito, 1956-1967 (paginauno, pp. 220, € 20,00). La data da cui tutto iniziò a cambiare (almeno apparentemente) è il 1956. In febbraio, la prima uscita pubblica del Free Cinema (con tre cortometraggi di Lindsay Anderson, Lorenza Mazzetti e Karel Reisz/Tony Richardson), in maggio la prima di Ricorda con rabbia di John Osborne e in agosto la mostra This is Tomorrow, nella quale esposero i giovani artisti che avrebbero dato vita alla Pop Art inglese.

I ognuno di questi tre fatti culturali, di cui trattano i tre capitoli del libro, Albertazzi individua percorsi in continuo dialogo fra loro che toccano il cinema, la musica, il teatro e le arti, con scarso spazio per il romanzo, poco in sintonia con le tendenze più interessanti del periodo: l’unica eccezione è quella di Alan Sillitoe, sulle cui opere Albertazzi si ferma, in un colloquio con i film tratti dalle sue opere.

Come scrive Anderson, «il cinema riflette, molto più immediatamente delle maggior parte delle arti, il clima e lo spirito di una nazione» ed effettivamente il film di Richardson del 1962 The Loneliness of the Long Distance Runner (in italiano Gioventù, amore e rabbia), tratto dal racconto omonimo di Sillitoe a cui sono dedicate pagine particolarmente intense, è fondamentale per comprendere il cambiamento in corso nella società e nella cultura inglese all’inizio degli anni Sessanta.
Al cinema si torna costantemente, ma ciò che più interessa, in questo libro, è la capacità di muoversi fra musica, arti visive, film e letteratura per costruire un quadro, fluido e mai superficiale, di quel clima e di quello spirito della nazione inglese di cui parlava Anderson, della vivacità che li contraddistinse a partire dalla riscoperta della gente comune nel Free Cinema, della manipolazione delle immagini del consumismo americano nelle opere della Pop Art inglese, delle macerie del passato imperiale osservato con rabbia nell’opera di Osborne.
Anche chi conosce, o crede di conoscere bene gli anni Settanta inglesi, troverà fra queste pagine, scoperte impreviste, come la storia di Pauline Boty, la cui tragica morte nel 1966, a ventotto anni, fece dimenticare il suo ruolo centrale nella nascita e lo sviluppo della Pop Art inglese; o quella dell’americana Jann Haworth che, insieme a Peter Blake, allora suo marito, è l’autrice della famosa copertina di Sgt. Pepper dei Beatles, immancabilmente attribuita al solo Blake, ma cui lei contribuì in modo sostanziale con le sue soft sculptures.
Dietro il necessario distacco critico, si avverte, concreta, la passione dell’autrice per gli argomenti che via via le inducono riflessioni reiteratamente messe alla prova, e nei quali trascina chi legge. Originata da una notazione di Julian Barnes, la considerazione finale è che pochi vissero quell’affascinante e utopico «domani», anticipato nelle mostre degli anni Cinquanta, immaginato nelle canzoni degli anni Sessanta, troppe volte dato già per realizzato. Molti non poterono fare altro che sognarlo e altri ancora si rifiutarono perfino di vederlo: il domani, quel domani, non era di tutti e non fu per tutti.

 

04 – STEFANO CATUCCI – CAVALLETTI, L’IO CHE NON CONOSCE PROPRIETÀ PRIVATA. IL DOPPIO NELL’UNO. IN UN SAGGIO TITOLATO «L’IMMEMORABILE», ANDREA CAVALLETTI INTRAVEDE UNA STRADA ALTERNATIVA A QUELLA SEGNATA DAL GESTO CARTESIANO, IN GRADO DI RISPETTARE L’ALTRO CHE È IN NOI, LA SCISSIONE DA CUI PROVENIAMO.
Anche quando ci troviamo in uno stato di estrema solitudine, scriveva Hannah Arendt, gli esseri umani mantengono la capacità di «parlare con se stessi» e di scoprirsi, perciò, come un «due-in-uno», un essere al plurale che conserva la presenza dell’alterità anche nei recessi più intimi della coscienza. In un simile isolamento, tuttavia, rischiamo di perderci nella duplicità, di sdoppiarci senza più riuscire a recuperare noi stessi. «Il problema della solitudine», infatti, è che il «due-in-uno ha bisogno degli altri per ridiventare uno», dato che «per la conferma della mia identità io dipendo interamente dagli altri». Mettersi alla prova in un dialogo solitario con se stessi, d’altra parte, non è una forma della riflessione tra le altre, ma è il perno intorno a cui ruota la fondazione moderna del soggetto. Cos’è infatti il percorso del dubbio cartesiano se non l’esperienza radicale di un dialogo con se stessi, in lotta con i propri fantasmi? Cosa si nasconde nel «dunque» che sembra fare da ponte, come fosse l’operatore di una deduzione logica, fra momenti discontinui dell’«io» e del «sono»?

STATI PATOLOGICI E NON
Nel suo nuovo libro, L’immemorabile Il soggetto e i suoi doppi (Neri Pozza, pp. 188, € 18,00), Andrea Cavalletti ricostruisce questo capitolo centrale della storia del soggetto moderno facendo ruotare le sue analisi intorno a due punti focali: le riflessioni filosofiche che si sono esercitate nell’interpretazione della strategia di Cartesio e la letteratura psicologica che ha affrontato, anche in un senso speculativo, le forme patologiche degli sdoppiamenti di personalità.

Alcuni casi esemplari, scelti fra quelli che nell’Ottocento hanno avuto una risonanza particolarmente ampia, rappresentano il punto di partenza del libro e diventano poi un motivo ricorrente al quale si viene ricondotti di continuo. Lo stato patologico di chi vive più di un’esistenza, passando dall’una all’altra attraverso momenti di delirio o di incoscienza, getta infatti una luce sulla scissione che attraversa anche la condizione «normale» e che si esplicita in modo paradigmatico nelle esperienze del sonno e del sogno.

Ciò che chiamiamo «io», nota Cavalletti, è il «teatro di una battaglia» nella quale «l’uno non cessa di essere due», come avviene fin dalle più semplici riflessioni che compiamo su noi stessi, a partire da quella nella quale toccando una ferita del nostro corpo ci dividiamo nelle posizioni dell’osservatore e dell’osservato, del soggetto pensante e dell’oggetto senziente, siamo cioè «io e un altro insieme». Il nostro essere si basa su questa ambivalenza impossibile da superare e che si esprime, per esempio, nel rapporto che intratteniamo con il passato, nel lavoro produttivo della memoria, il mezzo attraverso cui cerchiamo di riallacciare un filo con ciò che abbiamo vissuto senza che sia possibile «colmare il vuoto ormai aperto nell’esistenza».

Unità e continuità dell’io sono perciò l’esito di una costruzione che tuttavia si appoggia su uno sfondo virtuale, «immemorabile», qualcosa che continuiamo a immaginare come una sorta di personalità originaria ma che per noi rimane inaccessibile. La memoria di sé «esige un sé non ricordabile», l’identità individuale «implica la scissione e la lacuna», la presenza a se stessi è solo una «promessa» aperta su una crisi sempre latente e che svela un vuoto al centro della nostra coscienza.

La discussione intorno alla formula cartesiana del «penso dunque sono», ricostruita attraverso una varietà vertiginosa di posizioni e di autori nell’arco di tre secoli, dal Settecento al Novecento, offre la possibilità di svolgere il tema dell’identità di sé proprio a partire da quella condizione di sdoppiamento che è stata oggetto di una continua rimozione.

Il filosofo non dice «dunque io sono Cartesio», non aggiunge il nome proprio al suo ragionamento, ma assume la posizione di un soggetto universale, di un’essenza pensante qualsiasi. D’altra parte, nel corso delle sue meditazioni, mantiene un controllo e un dominio di sé che esclude il rischio di sprofondare in stati estremi come quelli della patologia e della follia: il suo dubbio è «solo speculativo», scriveva nell’Ottocento Joseph Delboeuf, e perciò «insincero», ben diverso da quello «che possono patire, al risveglio, il dormiente o il folle». Inoltre il suo ragionamento, che si presenta come un sillogismo senza esserlo, ha qualcosa della finzione (Maine de Biran), della menzogna (Abbè de Lignac) oppure, a essere più concessivi, è un’intuizione alla quale manca il coraggio decisivo, quello che lo legherebbe a una certezza non tanto della propria esistenza, quanto del divino: «io penso, dunque Dio è», formula che risale ai commenti novecenteschi di Étienne Gilson e di Léon Brunschvicq.

Forse davvero l’io viene chiamato così solo per un equivoco, come ebbe a scrivere Husserl, o forse l’unica cosa che Cartesio avrebbe potuto legittimamente affermare è che a esistere è un essere «che si pensa secondo l’idea dell’io» (Alfred Fouillée). Di fatto, nella storia del soggetto moderno il gesto cartesiano ha spinto a mettere fra parentesi lo sdoppiamento e a concepire l’io in termini di controllo, proprietà, dominio di sé e delle cose che ci appartengono. Questa identificazione fra il soggetto e il possesso si è intrecciata a sua volta con una visione del politico schiacciata sul primato del diritto e dell’economia.

AVERE, NUDO POTERE
La strada che conduce dal rimuovere la scissione all’unità dell’essere, scrive Cavalletti, «passa per la proprietà», sia essa quella che afferma l’esclusività del proprio corpo – il solo principio di individuazione che resista alle moltiplicazioni dell’io, come voleva Durkheim –, sia quella che attribuisce a uno sforzo dell’attività cosciente la capacità di superare il rischio della dissociazione. D’altra parte, se «ogni idea dell’uomo serba in sé e impone una concezione della politica», ricondurre l’identità alla proprietà significa collocarla all’interno delle strutture giuridiche e statali che ne difendono le prerogative proteggendola dall’incertezza nella quale è avvolta.
Attraverso una lettura del Max Stirner di L’unico e la sua proprietà, resa immune dalle ironie di Marx, Cavalletti intravede una strada alternativa, quella di una proprietà priva di oggetto, e dunque di possesso, in grado di rispettare l’immemorabile scissione da cui proveniamo, gli «altri» in noi che rendono insostenibile l’idea di un pieno possesso di sé. È l’idea di un «puro avere» destinato a non trovare mai soddisfazione, di un «nudo potere di avere» che non si esplica mai come diritto a qualcosa.

PROSPETTIVA ROVESCIATA
Lo si potrebbe intendere come un arretramento rispetto alla conquista del controllo e dell’identità, ma nell’intento di Cavalletti è un rovesciamento di prospettiva che permette di superare l’immagine di una mitologica continuità del soggetto, fondata a sua volta su una visione consolidata del potere. «Tutto ciò che accade in ogni momento», scriveva all’inizio del Novecento l’anarchico tedesco Gustav Landauer, «è il passato». Non ha «l’effetto del passato», ma è «il passato stesso», qualcosa che ci determina e che ci appartiene senza che sia possibile esercitarvi una proprietà. Su questo sfondo, conclude Cavalletti, costruiamo la nostra «persona», mentre la proprietà di sé è solo una maschera inconsapevole del suo teatro, delle «forze immense che impieghiamo» ogni giorno, come diceva Walter Benjamin, per non pensare a quanto la nostra identità sia colma di cose che non ci appartengono.

 

04 – SVIZZERA, IN CHE MODO IL COVID 19 DISTRUGGE E CREA LAVORO. ASSISTENTI DI VOLO CHE FANNO GLI INFERMIERI, CUOCHI CHE LAVORANO AL SUPERMERCATO. IN SVIZZERA CHI È RIMASTO A CASA PER LA PANDEMIA È IMPIEGATO NEI SETTORI DOVE C’È CARENZA DI MANODOPERA. Nicole Rütti, Neue Zürcher Zeitung, Svizzera*
A novembre il dipartimento della salute del cantone di Zurigo ha diffuso su Twitter una notizia interessante: dalla fine di ottobre 26 assistenti di volo della compagnia aerea Swiss International Airlines lavorano per il tracciamento dei contatti di chi ha il covid-19. Tra loro c’è Larissa Jerz, 28 anni, assistente di volo da cinque anni.
“Ho fatto subito domanda”, dice. “Come la maggior parte dei miei colleghi avevo turni ridotti e sentivo la mancanza del mio lavoro, così non mi sono lasciata sfuggire la possibilità di tornare ad avere uno stipendio
intero”.
La Swiss ha messo in congedo gli assistenti di volo per alcuni mesi. Ora queste persone lavorano per la Jdmt, un’azienda che si occupa di rintracciare chi ha avuto contatti con le persone contagiate dal covid-19 a Zurigo. I nuovi dipendenti hanno ricevuto una rapida formazione di base, a cui è seguita una fase di “apprendimento sul campo” sotto la guida di colleghi più esperti. Tutti potranno tornare senza problemi
alla Swiss se il carico di lavoro alla Jdmt dovesse diminuire. Secondo il dipartimento della salute, comunque, servirà personale extra per il tracciamento “almeno fino alla fine di marzo”.
PER JERZ È STATA UNA MANNA DAL CIELO.
Prima di formarsi come assistente di volo, aveva studiato medicina, completando il corso fino alla laurea. Inoltre, come tutti i suoi colleghi, Jerz ha un’abilitazione agli interventi di primo soccorso. Così, già dopo
poche settimane, è diventata supervisore. “Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo, sia dal punto di vista medico sia da quello umano”, dice.
Gli assistenti di volo sono molto motivati e il loro impegno nel tracciamento dei contatti è di grande aiuto per tutti, afferma Beat Lauper, del dipartimento della salute. L’iniziativa è partita dalla Jdmt, che ha presentato l’idea al sindacato e ai dipendenti della Swiss. Per il progetto sono state contattate anche altre attività con lavoratori in esubero, come quelle legate ai club notturni. Alcuni colleghi di Jerz ora lavorano anche come infermieri o in uno studio medico.
Il tracciamento dei contatti è legato a una situazione straordinaria. La richiesta di personale dipende direttamente dalla gestione della pandemia e quindi si tratta in gran parte di offerte a breve termine.
Ma la questione è più generale: a una carenza di lavoratori in alcuni settori corrisponde una grande eccedenza in altri.
Anche se nel complesso sono molte di più le persone in cerca di un impiego, questi squilibri possono essere attenuati da trasferimenti, nuovi percorsi di formazione o cambi di settore?
UNA STRADA PERCORRIBILE
Per ora gli spostamenti da un lavoro all’altro, soprattutto nel caso degli impieghi temporanei, sembrano una buona strada.
All’agenzia di lavoro digitale Coople, per esempio, raccontano che negli ultimi mesi i cambiamenti hanno coinvolto interi settori. In primavera, durante la prima ondata di covid-19, molte persone che lavoravano nella ristorazione e nella ricezione alberghiera sono passate all’agricoltura.
In questa seconda ondata, invece, chi lavora nel settore degli eventi sta passando alla logistica in aziende che hanno negozi online. “Ci sono anche chef qualificati che aiutano come macellai nei supermercati”, racconta Yves Schneuwly, amministratore delegato della Coople
Svizzera. Un altro esempio è quello dei dipendenti del settore dei viaggi che sono assunti dalle aziende del commercio online o dalle compagnie di assicurazione per fare assistenza ai clienti. Secondo l’agenzia, in Svizzera non c’è solo carenza di lavoratori qualificati come ingegneri e informatici.
Sono richiesti anche macellai, falegnami, meccanici, addetti alla logistica e operatori bilingue o trilingue per il servizio clienti. In compenso, ci sono molti lavoratori in esubero nel settore commerciale.
Il fattore decisivo è saper prendere le distanze dal lavoro precedente, afferma Schneuwly. Bisogna concentrarsi sulle capacità richieste dalla nuova occupazione.
Tuttavia, c’è una certa sovrapposizione tra i requisiti di alcune professioni, come nel caso di cuoco e macellaio o di agente di viaggio e addetto al servizio clienti. Inoltre il passaggio da un settore all’altro potrebbe essere un fenomeno a breve termine dovuto alla pandemia. E gli esempi della Coople non valgono per tutti i lavoratori: quelli interinali sono un gruppo molto flessibile e giovane. Oppure, il trasferimento di competenze verso settori professionali “nuovi” o “correlati” può rivelarsi una tendenza più a lungo termine. In futuro il mercato del lavoro cercherà sempre più spesso persone in grado di fornire le competenze giuste al momento giusto.
Diventano quindi essenziali le iniziative per aumentare la mobilità tra professioni.
Come la Mem Passerelle 4.0, un progetto dei sindacati dell’industria meccanica, elettrica e metallurgica che offre ai dipendenti dei tre settori con mansioni tecniche l’opportunità di svolgere un secondo “apprendistato”, più rapido. Alla fine del nuovo percorso formativo si ottiene una qualifica professionale riconosciuta in tutta la Svizzera.
All’origine del progetto ci sono sia i cambiamenti legati alla crescente digitalizzazione del lavoro sia la nascita di nuove professioni. L’automazione dei processi industriali da un lato fa sparire numerosi posti di lavoro, ma dall’altro fa crescere la domanda di personale qualificato in settori come la manutenzione, l’assemblaggio e la messa in opera dei sistemi. Le prime esperienze con la Mem Passerelle 4.0 sono positive, anche se il progetto è partito con un corso di formazione pilota destinato solo a nove persone. Può sembrare una goccia nel mare, ma nel tempo progetti come questo potrebbero contribuire a ridurre i licenziamenti e la disoccupazione.
Un argine necessario, anche perché la “trasformazione della forza lavoro” è in pieno corso. La pandemia di covid-19 le ha dato un’ulteriore accelerata, accentuando il divario tra la carenza di manodopera e la disoccupazione. Ora, per stare al passo con cambiamenti così profondi, sia le aziende sia soprattutto le persone in cerca di lavoro hanno bisogno di mettersi in discussione.
Più facile a dirsi che a farsi. Chi vorrebbe mai cambiare il proprio lavoro dei sogni?
Di sicuro non Jerz: “Adoro volare e dopo quest’esperienza entusiasmante alla Jdmt non vedo l’ora di tornare alla mia azienda. Ma se le cose dovessero andare male, potrei anche fare l’infermiera”.
*( da Internazionale, di ,Nicole Rütti, Neue Zürcher Zeitung, Svizzera – La Chaux-de-Fonds, Svizzera, 5 novembre 2020 )

 

05 – IL PIÙ GRANDE PIANO VACCINALE È DELL’INDIA, LA «FARMACIA DEL MONDO»
DELHI PRODUCE OLTRE IL 60 PER CENTO DI TUTTI I VACCINI. IL SERUM INSITUTE OF INDIA (SII), COLOSSO FARMACEUTICO CON SEDE A PUNE E PIÙ GRANDE PRODUTTORE DI VACCINI AL MONDO, È AL MOMENTO IL PRINCIPALE FORNITORE DI VACCINI ANTI-CORONAVIRUS NEL PAESE, ESSENDOSI AGGIUDICATO LA PRODUZIONE DEL SIERO DI OXFORD UNIVERSITY E ASTRAZENECA, di Matteo Miavaldi del 16.1.2021, 23:59
Ieri è iniziata in India la più grande campagna vaccinale contro il coronavirus al mondo. Secondo i dati preliminari diffusi dal ministero della sanità, al termine della giornata oltre 165mila persone impiegate nel settore medico nazionale hanno ricevuto la prima dose di uno dei due vaccini autorizzati per la somministrazione: il Covishield, come è stato battezzato in India il vaccino sviluppato da Oxford University e Astrazeneca, e il Covaxin, sviluppato dall’azienda farmaceutica indiana Bharat Biotech in collaborazione con l’Indian Council of Medical Research.

ENTRAMBI I VACCINI sono prodotti in India. Il piano del governo prevede di vaccinare 300 milioni di persone entro la fine di luglio: dopo il personale medico, toccherà ai soggetti inseriti nelle «liste di priorità», il cui criterio di selezione al momento non è ancora chiaro. In questa prima fase il governo indiano si farà carico delle spese del vaccino, che sarà quindi somministrato gratuitamente ai pazienti.

Durante l’inaugurazione virtuale della campagna il primo ministro Narendra Modi ha sottolineato a più riprese l’eccezionalità indiana, capace di dotarsi in tempo record di ben due vaccini «made in India», mentre altri vaccini locali sono in attesa di approvazione. «Oggi il mondo guarda all’India con speranza. Mentre la nostra campagna vaccinale proseguirà, altri Paesi ne trarranno beneficio. Il vaccino indiano e la nostra capacità di produzione devono essere utilizzati per l’interesse dell’umanità, questo è il nostro impegno» ha spiegato Modi riferendosi al ruolo centrale che l’India ricopre nel settore della produzione farmaceutica globale.

L’INDIA È CONSIDERATA la «farmacia del mondo»: oltre il 60 per cento di tutti i vaccini somministrati nel mondo viene prodotto in India. Il Serum Insitute of India (SII), colosso farmaceutico con sede a Pune e più grande produttore di vaccini al mondo, è al momento il principale fornitore di vaccini anti-coronavirus nel Paese, essendosi aggiudicato la produzione del siero di Oxford University e Astrazeneca. Per Reuters, il SII ha già in stock oltre 50 milioni di dosi del vaccino di Astrazeneca e prevede di produrne 400 milioni entro la fine di luglio, per arrivare a un miliardo entro la fine del 2021.

QUANTE DI QUESTE DOSI saranno distribuite in India e quante potranno essere esportate è una questione da cui dipenderà gran parte del successo delle campagne vaccinali internazionali extra europee e statunitensi. Oltre a far parte di Covax, il programma dell’Oms per distribuire nei Paesi meno ricchi vaccini di qualità a prezzi abbordabili, il SII si è già impegnato per vendere i propri vaccini ad Arabia Saudita, Myanmar e Marocco, tra gli altri. È

inoltre in trattativa con Brasile, Nepal e Sri Lanka.Il presidente del SII, Adar Poonawala, ha dichiarato a Bbc: «Una volta che copriremo la richiesta di vaccini in India, allora inizieremo a esportare anche all’estero». Il business internazionale dei vaccini non interessa solo i produttori del siero, ma l’intero indotto del settore: fiale di vetro, siringhe, catena del freddo per il trasporto dovranno essere potenziati a livello esponenziale per sostenere lo sforzo produttivo.

LE NUMEROSE AZIENDE indiane coinvolte lamentano la poca chiarezza mostrata sino a questo momento dall’esecutivo guidato da Modi, che non ha ancora definito quante dosi serviranno al Paese e quante potranno essere destinate all’export.La poca chiarezza sta anche influenzato pesantemente la campagna vaccinale in corso in India, a causa di inquietanti critiche che da settimane accompagnano il vaccino «100% indiano» Covaxin, di Bharat Biotech. Il governo infatti ha dato il via libera alla somministrazione del vaccino prima della conclusione della terza fase dei trial clinici, prevista per il mese di marzo.

SIGNIFICA CHE AL MOMENTO si sta somministrando in India un vaccino di cui non si conoscono con esattezza né l’efficacia né i potenziali effetti collaterali.Le opposizioni e parte della comunità scientifica hanno accusato il governo di aver accelerato l’approvazione del Covaxin in ottica nazional-populista, per avere un «vaccino indiano» con cui rilanciare la campagna «Aatmanirbhar Bharat» («India autosufficiente»).

MENTRE MODI e il ministro della sanità Harsh Vardhan hanno minimizzato le critiche bollandole come «dicerie», alcuni medici del Ram Manohar Lohia Hospital di New Delhi ieri hanno chiesto alla direzione dell’ospedale di non somministrare il Covaxin e di procedere alla vaccinazione solo col Covishield, almeno finché non saranno disponibili i dati scientifici di fine trial.

Bharat Biotech – che produce Covaxin – ha dichiarato che, in caso di «seri effetti avversi» riscontrati dai pazienti in seguito alla somministrazione del vaccino, la compagnia pagherà tutte le spese mediche del caso.

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