19 10 05 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – Il ritorno al futuro del debito- Nuova finanza pubblica. Si teme una bolla, tanto più in conseguenza del rallentamento economico globale in corso

02 – La tenaglia dei due Mattei. Renzi prepara il sacco a Conte. Manovra. L’inventore di Italia viva mette in allarme la maggioranza. L’ex rottamatore del Pd detta l’agenda. E il premier reagisce duro: «Non c’è bisogno di fenomeni»

03 – Nilde Iotti e la memoria corta di Pd e 5 Stelle. Riforme. Come fecero già i renziani, i grillini usano la dirigente comunista per la loro propaganda. L’intento della dirigente comunista era opposto ai furori antiparlamentari grillini.

04 – Arcipelaghi della devastazione MOSTRE. La 16ma edizione, visitabile fino al 10 novembre, è dedicata al «Settimo Continente», ovvero plastiche e detriti. Tra il Msfau, il Pera Müzesi e l’isola di Büyükada è curata da Nicolas Bourriaud. Il parallelo è tra l’ambiente misto, destrutturato eppure molto compatto e il momento in cui viviamo.

05 – «Utopia», istruzioni per un uso concreto. L’anticipazione. Uno stralcio da un intervento pubblicato sulla rivista «Infiniti mondi», in uscita il 7 ottobre. «Il pensiero utopico, o riesce ad essere antagonista pensiero critico di ogni giorno, oppure rischia di diventare una consolatoria filosofia della domenica». www.infinitimondi.com

06 – Tagliare i parlamentari è un errore, occorre almeno una legge elettorale proporzionale.
Resta il sospiro di sollievo perchè è stato respinto l’assalto di Salvini che puntava ad arrivare a elezioni anticipate per ottenere pieni poteri

07 – I movimenti denunciano i governi, mille cause per la giustizia climatica. Le giuste cause. Dagli Usa all’Europa associazioni e singoli cittadini portano l’inezia degli Stati nei tribunali chiedendo il risarcimento dei danni subiti

 

 

 

01 – IL RITORNO AL FUTURO DEL DEBITO- NUOVA FINANZA PUBBLICA. SI TEME UNA BOLLA, TANTO PIÙ IN CONSEGUENZA DEL RALLENTAMENTO ECONOMICO GLOBALE IN CORSO. IL DEBITO PRIVATO È RIPARTITO ANCHE PER LE FAMIGLIE, DOVE FAVORISCE IL CONSUMO E IL DEBITO STUDENTESCO. NEI MUTUI IMPAZZANO SOCIETÀ NON BANCARIE SOTTOPOSTE A MINOR CONTROLLI E L’INDEBITAMENTO PER ACQUISTARE UN AUTO È SALITO DEL 40% IN DIECI ANNI. LA PARABOLA È LA MEDESIMA DEL PASSATO E SI CONFERMA COME L’UNICA STRADA PER REALIZZARE UN RILANCIO DEI CONSUMI IN TEMPI DI STAGNAZIONE DEI SALARI E DI IMPOVERIMENTI DELLE CLASSI POPOLARI. ( di Marco Bertorello)
Pensando all’attuale ruolo del debito privato e pubblico nell’economia contemporanea quasi non sembrano esser trascorsi gli ultimi undici anni. Come se la crisi da eccesso di debito non fosse neppure esplosa. È sufficiente volgere lo sguardo agli Stati uniti, epicentro del sisma economico-finanziario del 2008, per rendersene conto. Le politiche monetarie ultra-accomodanti hanno avuto come effetto collaterale la spasmodica ricerca di elevati rendimenti in tempi di tassi pressoché negativi. Qualche anno fa Morya Longo, riferendosi alla moneta facile che veniva messa a disposizione delle imprese oltre che degli Stati, ha parlato di «turismo finanziario» in cerca delle migliori offerte di denaro predisposte dalle banche centrali. Tra la vasta gamma di finanziamenti proposti al mondo delle imprese private si è fatto ricorso ai cosiddetti leveraged loans (finanziamenti a leva), cioè credito fornito da aziende specializzate a imprese già fortemente indebitate. Si tratta di investimenti ad alto rischio che poi vengono impacchettati in altri prodotti finanziari al punto da renderli difficilmente riconoscibili e da facilitare la loro circolazione nei mercati. In poche parole ricordano tanto i famigerati mutui subprime, con la differenza che sono dedicati alle imprese e non a un privato cittadino. Oggi gli enti regolatori e diversi osservatori stanno sollevando il problema che tale segmento dei mercati finanziari è notevolmente cresciuto negli ultimi anni. In particolare proprio negli Usa, dove ha raggiunto la cifra di 1.400 miliardi di dollari, raddoppiando dal 2010. I subprime avevano raggiunto i 1.300 miliardi.

Si teme così una bolla, tanto più in conseguenza del rallentamento economico globale in corso. Il debito privato è ripartito anche per le famiglie, dove favorisce il consumo e il debito studentesco. Nei mutui impazzano società non bancarie sottoposte a minor controlli e l’indebitamento per acquistare un auto è salito del 40% in dieci anni. Tali formule garantiscono il debito contratto direttamente con ciò che si è acquistato e non sul reddito di chi lo ha acquistato. La parabola è la medesima del passato e si conferma come l’unica strada per realizzare un rilancio dei consumi in tempi di stagnazione dei salari e di impoverimenti delle classi popolari.

Sul fronte del debito pubblico poi, sempre per restare negli Usa, le cose non vanno meglio. Il deficit federale nell’anno fiscale, cioè dallo scorso ottobre, ha superato i mille miliardi di dollari (1.070 miliardi circa) con un incremento pari al 19%. Un dato che non si verificava da sette anni.

Dal 2016 in termini assoluti è quasi raddoppiato. La responsabilità principale va addebitata al super stimolo fiscale predisposto da Trump, il quale ha ridotto considerevolmente la tassazione alle imprese.

Complessivamente il debito pubblico statunitense è esploso con le politiche anti-cicliche di Obama, ma ha continuato a crescere anche con il nuovo presidente, nonostante l’emergenza fosse formalmente terminata.

Il balzo del deficit di quest’anno lascia ipotizzare che l’aumento del debito proseguirà senza sosta. Complessivamente, dunque, gli Usa hanno trascorso una lunga fase di crescita economica e hanno ricondotto la disoccupazione ai minimi termini, eppure questi risultati sono stati accompagnati da una ripartenza dell’indebitamento. Per certi versi si potrebbe ipotizzare che proprio grazie a queste scelte, cioè riportando le lancette dell’orologio ai tempi anteriori la crisi, sono stati raggiunti questi risultati. Tant’è che, ai primi segni di stanca nel meccanismo dei pagamenti interbancari, la Fed immette nuovamente nel sistema liquidità in gran quantità (mille miliardi) e non esclude a breve un nuovo quantitative easing. Quali garanzie di solidità potrà mai dare un sistema basato sul debito, salvato a mezzo di nuovo debito?

 

02 – LA TENAGLIA DEI DUE MATTEI. RENZI PREPARA IL SACCO A CONTE. MANOVRA. L’INVENTORE DI ITALIA VIVA METTE IN ALLARME LA MAGGIORANZA. L’EX ROTTAMATORE DEL PD DETTA L’AGENDA. E IL PREMIER REAGISCE DURO: «NON C’È BISOGNO DI FENOMENI» ( di Andrea Colombo).
Uscito (momentaneamente) di scena un Matteo, ne spunta un altro: non meno agguerrito di Salvini, forse di più. La lettera di Renzi al Corriere della Sera di ieri è suonata all’orecchio dell’intera maggioranza come un segnale più allarmante di come non si potrebbe. Se l’ex premier, sprezzante, derubrica il taglio del cuneo fiscale a «pannicelli caldi», se si arroga il merito di aver impedito da solo l’aumento dell’Iva, se boccia l’intera impostazione economica del governo, proponendo invece una politica centrata sullo «spendere meno in beni e servizi, rimodulare il debito e tagliare le tasse», è segno che la guerra nella maggioranza è cominciata.
Renzi ha tutte le intenzioni di far ballare il governo alla sua musica sino al momento in cui riterrà opportuno chiudere l’ossigeno per Conte. Non fa nulla per mascherarlo.
LA REAZIONE DI CONTE, durissima, con toni che ricordano quelli adoperati nell’ultima fase del governo gialloverde rivolto a Salvini, si spiega così. Con la convinzione che Renzi vada fermato subito e che per bloccarlo ci sia una sola via: metterlo di fronte al rischio di provocare le elezioni anticipate prima che la sua Italia Viva sia davvero vegeta e pronta ad affrontare la prova. Il premier va giù durissimo: «Non abbiamo bisogno di fenomeni. Tutti devono partecipare con massimo impegno e determinazione all’azione del governo». Sull’esiguità del taglio del cuneo: «Non parlerei di pannicelli caldi: per i lavoratori bisogna avere rispetto».Infine il tema che già da giorni manda in bestia l’inquilino di palazzo Chigi, l’Iva: «Rappresentare agli italiani che è stata presa una decisione da cui poi si è tornati indietro significa mistificare la realtà ed è gravissimo».

È IL «LA». Segue il coro, al quale partecipano tutti: gli esponenti del Pd, dell’M5S, di LeU. A partire da Di Maio: «Bisogna abbassare i toni e lavorare tutti. Non abbiamo bisogno di litigi e tensioni». Zingaretti, in effetti, tiene a freno la lingua: «Oltre all’auspicio di ridurre il cuneo bisogna indicare dove trovare le risorse». Ma la pacatezza del segretario non deve trarre in inganno. Nel Pd preoccupazione e irritazione, appena temperate dalla speranza che l’offensiva sia anche se non soprattutto finalizzata a lanciare la Leopolda, sono alle stelle. Il monito di Enrico Letta è in realtà condiviso da molti: «Conte e Zingaretti hanno il coltello dalla parte del manico. Facciano un patto e se Renzi non lo rispetta si vada al voto. Una maggioranza non può andare avanti in un Vietnam quotidiano e se si va avanti così il governo non mangia il panettone». Forse Letta esagera in allarmismo. Ma mette il dito nella piaga, che non si limita affatto solo alle già contundenti sparate di Renzi. La guerriglia è invece quotidiana, i renziani martellano strenuamente su ogni punto. La trattativa sulle norme per i Riders è stata estenuante, anche perché quando i renziani vanno all’assalto una parte del Pd li segue. «Così non si può andare avanti», sbotta uno dei partecipanti ai defatiganti vertici degli ultimi giorni: «Renzi ha tutto l’interesse a salvare il governo, ma se continua così lo affonda».

IL GUAIO CON MATTEO Renzi, giocatore d’azzardo per vocazione, è che non si sa mai se la puntata forte, come il monito di Conte di ieri o la minaccia estrema di una crisi, lo spingerà a passare o invece a rilanciare, nella convinzione che gli altri giocatori abbiano da perdere quanto lui ma abbiano più di lui paura. Ieri i renziani hanno replicato in massa alle bastonate di Conte, e Renzi, anzi, ha aperto un nuovo fronte sulla legge elettorale: «Io aborro il proporzionale, ma se si vuole fare il maggioritario lo si deve fare sul serio». Il ragazzo di Rignano, inoltre, conta sulla oggettiva difficoltà, per Pd e M5S, di fare davvero fronte comune contro di lui. Non ci sono riusciti sull’Iva, non ci riusciranno sulla giustizia e sulla prescrizione, fronte incandescente che vede di nuovo i due partiti principali della maggioranza l’un contro l’altro armati.
Ma il vero pericolo per Conte, in prospettiva, lo ha illustrato ieri il renziano Faraone: «Ci sono solo due leader in campo: Salvini e Renzi». Quando sarà il momento, Renzi proverà a schiacciare Conte nella tenaglia dei due Mattei.

 

03 – Nilde Iotti e la memoria corta di Pd e 5 Stelle. Riforme. Come fecero già i renziani, i grillini usano la dirigente comunista per la loro propaganda ( di Andrea Fabozzi)
È pronto il documento della maggioranza che stabilisce il percorso delle riforme e delle legge elettorale, posto che la prima tappa sarà approvata definitivamente martedì: il taglio dei parlamentari. Il testo messo a punto ieri dagli esperti di M5S, Pd, Leu e Iv contiene tutto in poche righe, dalla riforma dei regolamenti parlamentari alle tre revisioni su cui c’è accordo e possono partire entro questo mese (art. 57 e 58 sul senato, art. 83 sull’elezione del presidente della Repubblica) alle due su cui non c’è accordo (modifiche al bicameralismo paritario e sfiducia costruttiva) e che andranno approfondite entro dicembre quando partirà l’esame di una nuova legge elettorale per rimediare, per quanto possibile, agli effetti negativi del taglio sulla rappresentanza (quindi, logicamente, una legge a base proporzionale).
Mercoledì al tavolo in cui si è stretto l’accordo sulle modifiche costituzionali erano seduti assieme i 5S e Maria Elena Boschi. Incredibile, a ricordare le furiose battaglie dei pentastellati contro la ministra delle «schiforme», ma quasi ovvio se si fa lo sforzo di guardare agli argomenti messi in campo allora e adesso. La propaganda di grillini e renziani è identica, a cominciare dal taglio delle poltrone che farebbe risparmiare mezzo miliardo. Ieri il blog delle stelle ha pubblicato un video del 1984 in cui Nilde Iotti parla in favore della riduzione dei parlamentari. E il capogruppo dei senatori Pd Marcucci, già pugnace colonnello di Renzi ai tempi del referendum costituzionale, è immediatamente insorto contro gli alleati di oggi: «Giù le mani!». Il buffo è che tre anni fa accadeva l’inverso. Allora erano i renziani, e particolarmente Boschi, ad arruolare la memoria di Nilde Iotti alla loro causa e a reagire indignati erano i 5 Stelle.
Potenza delle strumentalizzazioni, ha ragione Marcucci oggi come l’avevano i grillini allora. Il video scelto dal blog mostra l’ex presidente della camera e dirigente comunista sul divano accanto a Raffaella Carrà, forse per un’esigenza pop che la registrazione di un più celebre discorso a Piombino disponibile su Radio Radicale non avrebbe soddisfatto. In tv la compagna di Togliatti dice quello che ha detto tante volte in interviste, convegni e atti parlamentari, di essere cioè favorevole alla fine del bicameralismo perfetto (ragione per cui la tiravano in ballo i renziani) e di considerare necessaria una riduzione dei parlamentari (per questo piace ai 5 stelle). Tra l’altro la commissione per le riforme che Iotti guidò nei primi anni Novanta era andata vicina all’approvare un taglio di deputati e senatori della stessa misura di questo firmato 5 Stelle.

Quello che però la ex presidente della camera, che era stata costituente e componente della commissione dei 75, non avrebbe mai immaginato e certamente combattuto è la motivazione, dunque il contesto, in cui i grillini portano avanti il taglio. Di Maio che annuncia che con meno politici c’è più democrazia, che le leggi le fanno meglio i cittadini con il referendum, che dopo il taglio bisognerà ridurre gli stipendi e prevedere il vincolo di mandato non avrebbe mai avuto Iotti come alleata. L’intento della dirigente comunista era opposto ai furori antiparlamentari grillini. Iotti, che ragionava in un tempo in cui i partiti erano forti e avendo in mente un sistema elettorale proporzionale di tipo tedesco, si preoccupava di tenere il parlamento al centro della Repubblica garantendogli autorevolezza ed efficienza. Motivo per cui non avrebbe mai neanche approvato il finto senato dopolavoristico voluto da Renzi tre anni fa. Come allora dicevano, a Boschi, i 5 Stelle.

 

04 – ARCIPELAGHI DELLA DEVASTAZIONE MOSTRE. LA 16MA EDIZIONE, VISITABILE FINO AL 10 NOVEMBRE, È DEDICATA AL «SETTIMO CONTINENTE», OVVERO PLASTICHE E DETRITI. TRA IL MSFAU, IL PERA MÜZESI E L’ISOLA DI BÜYÜKADA È CURATA DA NICOLAS BOURRIAUD. IL PARALLELO È TRA L’AMBIENTE MISTO, DESTRUTTURATO EPPURE MOLTO COMPATTO E IL MOMENTO IN CUI VIVIAMO ( di Michela Becchis)
La sedicesima Biennale di Istanbul (visitabile fino al 10 novembre), curata da Nicolas Bourriaud e dislocata tra il Msfau-Museo di arte contemporanea di Istanbul, il Pera Müzesi e la lussuosa, seppur un po’ decadente, isola di Büyükada è dedicata al Settimo Continente, quell’immensa isola galleggiante di oltre tre milioni di chilometri quadrati che naviga negli oceani. Un nuovo continente che è stato creato da ciò che non vogliamo, da ciò che rifiutiamo e al tempo interamente esito di scelte tutte umane. Gigantesca materializzazione di un’era di alterazioni sostanziali degli equilibri naturali che obbligatoriamente chiamiamo Antropocene, categoria non stabile benché forte.

QUESTO CONTINENTE è composto in gran parte da frammenti di plastiche e detriti piccoli fino alla irriconoscibilità. Bourriaud crea un parallelo tra questo ambiente misto, destrutturato eppure compattissimo e il momento in cui viviamo, dove «anche le norme e le culture si sono frammentate, quasi a livello cellulare. Non ci sono più centri, né modi monolitici di pensare, solo una specie di arcipelago di pensieri disparati». Il curatore scrive nel catalogo un corposo saggio introduttivo che colloquia col disastro antropogenico e che divide in paragrafi dove i nomi delle artiste e degli artisti sono rimandi a una sorta di antropologia molecolare (secondo la sua definizione), a questo aggiunge una lunga conversazione con molti di loro.

L’INTENTO è quello di creare una specie di «neghentropia» entro cui la destrutturazione espressa da ogni singola opera si dovrebbe ricomporre in un ordine dove muoversi con meno inquietudine di quanto il titolo della Biennale solleciti. Non è un caso che una delle parole chiave che accompagna il visitatore sia algoritmo, in una volontà di ridisegnamento algebrico del mondo da cui, per fortuna, l’arte da sempre si divincola. Un composto rappresentato da un sistema di concetti molto solidi non sempre facilmente correlabili alla produzione artistica che dovrebbe essere lo scheletro dell’esposizione, ma che spesso rischia di depotenziare, levare senso al lavoro degli artisti o quantomeno costruire una sorta di discrepanza tra progetto e opere che spesso corrono in bilico sul lungo filo del didascalismo.

Ma se è vero che l’arte riorganizza comunque il linguaggio intorno alle cose, un filo narrativo per figura che consente di muoversi dentro questo continente esiste e sono non poche le coordinate da usare. Suzanne Treister compone uno spazio enciclopedico incentrato sulla coloratissima rappresentazione delle decine di piante psicotrope che in tutto il pianeta sono state usate per sollevare la coscienza dall’essere un principio ordinatore insieme alla modificazione di un algoritmo di trading per lo spostamento globale di capitali. Ne esce fuori un enorme, spaventoso universo olografico in cui le multinazionali e gli alcaloidi si compongono in un incubo accogliente. Accoglienti non sono gli amati personaggi delle favole e dei comics di Simon Fujiwara, trasformati in rovine trash a segnacolo di un’architettura che diventa ovunque, quand’anche bellissima, un cigolante, agghiacciante luna park dove le carcasse-edificio di Mazinga, di Bart Simpson o di Cenerentola contengono prigioni distopiche indifferentemente sex shop, palestre, ospedali, scuole o caserme.

SE JOHN CHAMBERLAIN doveva compattare pezzi di automobili per indicare l’accartocciarsi del consumismo, la polacca Agnieszka Kurant ha il tempo dalla sua, lavorando su una formazione ibrida naturale-artificiale, che incorpora la vernice automobilistica nota come Fordite o Detroit Agate rappresa in una specie di antica formazione geologica che l’artista unisce a formazioni di cristalli liquidi simili all’ambra, ma che, anziché custodire come la preziosa resina insetti e resti animali, contengono, forse sigillano, le emozioni espresse nei social media da gruppi di protesta. Il tailandese Arunanondchai istalla video e pitture in cui l’incrocio culturale trasformato in luogo main stream (il funerale del re tailandese e l’elezione di Trump) e il lento venir meno di una memoria individuale pongono la questione di una vera possibile apocalisse, quando cioè la memoria collettiva diventa semplice, isterico loop e quella del singolo non è in grado di reggere la storia allora sì che il collasso, non della natura ma del culturale, può considerarsi imminente.

 

05 – «UTOPIA», ISTRUZIONI PER UN USO CONCRETO. L’ANTICIPAZIONE. UNO STRALCIO DA UN INTERVENTO PUBBLICATO SULLA RIVISTA «INFINITI MONDI», IN USCITA IL 7 OTTOBRE. «IL PENSIERO UTOPICO, O RIESCE AD ESSERE ANTAGONISTA PENSIERO CRITICO DI OGNI GIORNO, OPPURE RISCHIA DI DIVENTARE UNA CONSOLATORIA FILOSOFIA DELLA DOMENICA» ( di Mario Tronti) www.infinitimondi.com
Non è tempo di utopie. Per questo è necessario tornare a parlare di Utopia. Siamo in catene tra le sbarre di un eterno presente, una condizione che ci toglie la libertà sia di guardare indietro sia di mirare avanti: perché, secondo l’opinione corrente e dominante, il passato ha il dovere di morire e l’avvenire non ha il diritto di vivere. Per reazione, a cercare luce dalla caverna, sovversive diventano allora due facoltà grandemente umane, la memoria e l’immaginazione. Esse vanno coltivate insieme e non l’una contro l’altra: è questo quanto voglio tentare di dire. Aggiungendo: il riferimento non deve essere a ieri, ma all’altro ieri; non al domani, ma al dopodomani.

L’immediato passato è ciò che ha prodotto questo presente: va messo sotto critica. L’immediato futuro è tutto nelle mani di chi comanda oggi: occorre strapparglielo. Mai dimenticare che quando si pensano concetti politici, bisogna legarli a filo doppio con le lotte. Nel viaggio per raggiungere le coste dell’isola di Utopia, si arriva attraversando un mare in tempesta, non certo cullandosi nella grande bonaccia delle Antille.
Questo è tempo di distopie.

C’È IL RULLO COMPRESSORE di un processo storico che va avanti per conto suo, senza che nessuno lo guidi, perché non ha bisogno di guida, ha una logica autonoma di sviluppo e di crisi, secondo leggi di movimento vetero-e-neocapitalistiche perfettamente tra loro intercambiabili. Il Leviatano della tecnica non è soggetto, è strumento, dopo il Novecento, come il Leviathan della politica lo fu nel Seicento. Allora servì all’accumulazione originaria della ricchezza delle nazioni, cioè del capitale-mondo, oggi serve alla dissipazione finale delle risorse della terra. E non è in vista il Behemoth delle guerre civili.

I conflitti esistono. E non possono non esistere in società profondamente divise, come le nostre. Ma sono conflitti falsi nell’azione dei soggetti, come le false notizie nella comunicazione delle parole. La falsità consiste nel fatto che non servono, perché non mirano, a mettere in crisi il meccanismo oggettivo di permanenza delle attuali forme di vita, nella loro specifica originale presenza, imposte e insieme accettate. Il discorso di utopia ha oggi il compito di lavorare a distinguere, a dissociare, a separare, imposizione e accettazione. Il pensiero utopico, o riesce ad essere antagonista pensiero critico di ogni giorno, oppure rischia di diventare una consolatoria filosofia della domenica.

Utopia, per me, è un al di là. Al di là terreno. Esito a dire mondano. Perché mondo oggi si identifica con questo mondo: esattamente ciò che mi respinge e che mi spinge a cercare un oltre. Sento vicina, per questa via, ogni misura o dimensione trascendente. Senza identificarmi con le forme teologiche che essa assume, trovo lì, e utilizzo, un pensare, e un parlare, di misura politica, che metaforicamente, o allegoricamente, accenna a qualcosa d’altro da qui, da questo. C’è antagonismo già in questa sola scelta. Mentre nella scelta, opposta, di un rigoroso immanentismo, non c’è via d’uscita dalla subalternità a ciò che è, così com’è.

PER IL TEMPO che stiamo vivendo, per la contingenza che stiamo sperimentando, non è possibile immaginare un’utopia politica, è necessario pensare un’utopia teologico-politica. Se, come vedremo, seguendo Bloch, quanto ci interessa è «l’utopia concreta», il teologico politico, più del politico, è in grado di assicurarci quel non-ancora realistico che andiamo cercando. Non giriamoci intorno, fermiamo il punto.
Nel Magnificat leggiamo: abbattere i potenti, innalzare gli umili. Ecco il teologico. Come abbattere i potenti, come innalzare gli umili. Ecco il politico. E non si dica: troppo semplice. È compito del pensiero politico ridurre la complessità della storia, in modo che questa possa essere agita non solo da chi la possiede intellettualmente, ma da chi la soffre esistenzialmente.

QUESTO MONDO. Questo tempo. Per il discorso di utopia, è preliminare intendersi su tali espressioni. Mondo e tempo, nemici. Una delle difficoltà, forse la maggiore, nel parlare oggi dell’oltre, è la generale assuefazione allo stato delle cose presente, una rassegnazione di massa, del resto culturalmente motivata, dall’impossibilità, come si usava dire in fondo fino a non molto tempo fa, di «cambiare il mondo».

Non che sia assente la parola cambiamento. Anzi, per dar luogo a quel falso movimento che è il consenso democratico, basta pronunciarla, ancora meglio gridarla. Il che è interessante: perché vuol dire che non si è soddisfatti di come vanno le cose, di come sono andate fin qui, da parte di chi le ha governate. Ci si affida ai prossimi governanti, perché le cose cambino. È l’inganno delle attuali democrazie realizzate. Offrire l’illusione del cambiamento è il modo più intelligente finora trovato per mantenere le cose così come stanno. Non c’è più bisogno dei mostri biblici per governare i popoli. Bastano rassicuranti animali domestici, che non a caso occupano ormai le stanze di gran parte delle case, un tempo occupate dai bambini.

Cambiamento è parola da pensiero debole: un non-pensiero che registra, ricalca, riflette una non-società. Non aveva affatto torto Margareth Tatcher a dire: la società non esiste, esistono solo gli individui. Definiva esattamente questo mondo, del neoliberalismo a trazione economico-finanziaria. Qualcuno ci ha insegnato che devi conoscere il nemico meglio di quanto il nemico conosca sé stesso.

È QUESTO IL CASO. Sono sempre i padroni, e chi li rappresenta, a dirti come stanno veramente le cose. I contestatori generosamente credono alla favola dell’animale uomo naturalmente socievole. Ma secoli di anarco-capitalismo hanno depositato tra noi un’altra specie umana: quella. È qui che il discorso di utopia inciampa e ruzzola. Allora devi mettere in campo non una debole idea di cambiamento, ma un concetto forte di trasformazione. Trasvalutazione di tutte le forme: di produzione, di scambio, di consumo, ora e sempre delle forme di potere e, nello specifico odierno – drammatico problema – delle forme di comunicazione. E di conseguenza, la messa in discussione delle forme di vita, quelle che non si scelgono ma si subiscono, quelle che non si godono ma si soffrono, quelle che quotidianamente si sperimentano non su di sé ma contro di sé.
Questo è un mondo che produce il massimo dell’avvenirismo tecnologico e nello stesso tempo provoca il massimo della decadenza umana. Non dico che quello produce questa. Sul tema, conviene essere né apocalittici né integrati. Non è la tecnica l’Anticristo da trattenere prima che conquisti per intero le nostre anime. È semmai l’uso della tecnica che ne fa chi comanda, cioè chi detiene, gestisce e manovra ricchezza e potere. Il destino del post-umano incombe, nella prospettiva distopica di macchine intelligenti e uomini stupidi, di intelligenza artificiale e idiozia naturale. E la salutare attenzione sul disastro ambientale prossimo venturo, come problema di tutti, stiamo attenti che non nasconda il discorso sulla responsabilità di alcuni.

Lo stato delle cose da trasformare funziona sempre in questo modo: la mobilitazione totale sull’interesse generale serve perché stiano al sicuro, non viste, non considerate, ben precise responsabilità particolari. Saperlo, questo, è la prima mossa da compiere per il soggetto della trasformazione. La seconda è avviare un processo di smascheramento che porti alla denuncia delle conseguenze e all’approntamento dei rimedi. Il discorso di utopia sta stretto entro queste condizioni.

ECCO IL MOTIVO per cui, prima di avventurarci nelle risposte circa il futuro, vanno poste alcune domande su questo presente. Perché questa condizione disperata che vede da una parte classi dirigenti non all’altezza, vede dall’altra parte una massa di individui non in rivolta? Perché tutti questi omuncoli al governo dei paesi e nello stesso tempo tutta questa gente ad inseguire demagoghi? Il problema non è il contrasto tra élites e popolo, ma tra élites squalificate e popolo disorientato. Allora, la critica di questo mondo va accompagnata con la critica di questo tempo. Lo so che da questo orecchio non si vuol sentire. Nessuno, di quelli che contano qualcosa, è disposto ad ascoltare, chi per arroganza, chi per subalternità.

Eppure, non è una voce che sta parlando, è un dato di realtà che sempre più si va imponendo. Finché non ci sarà presa di coscienza, politico-culturale, collettiva, di quanto devastante sia stata la reazione anti-novecentesca, che negli anni Ottanta ha chiuso in anticipo quel secolo, fin lì, sappiamolo, è utopico parlare di utopia. Reazione è la parola giusta, perché è stato un fatto storicamente reazionario, solo mascherato di idee liberali, di forme democratiche, di pappe del cuore etiche. Il lavoro, politico-intellettuale, di smascheramento di questo tempo è altrettanto essenziale quanto quello che riguarda questo mondo

 

06 – TAGLIARE I PARLAMENTARI È UN ERRORE, OCCORRE ALMENO UNA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE. RESTA IL SOSPIRO DI SOLLIEVO PERCHÈ È STATO RESPINTO L’ASSALTO DI SALVINI CHE PUNTAVA AD ARRIVARE A ELEZIONI ANTICIPATE PER OTTENERE PIENI POTERI. TUTTAVIA RESTA ANCHE LA SOFFERENZA PER UNA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI FATTA IN MODO DEMAGOGICO E SBAGLIATO, SENZA LA SICUREZZA DI AVERE IL CONTRAPPESO DI UNA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE, SENZA SBARRAMENTO.
La riduzione dei parlamentari voluta dal M5Stelle, e in particolare da Di Maio per giustificare l’accordo per costituire il secondo governo Conte, resta inaccettabile anche nel nuovo quadro politico.
Il parlamento è centrale nel nostro ordinamento costituzionale, come dimostrano gli argomenti portati da M5Stelle e Lega per giustificare la formazione del 1° governo Conte e da M5Stelle, Pd, Leu per giustificare la formazione del 2°.
Da tutti i protagonisti, in entrambe le occasioni, è stato ricordato che la nostra è una repubblica parlamentare ed è in parlamento che si formano le maggioranze.
Tagliare il numero dei parlamentari è già un intervento discutibile, non motivato da significativi scostamenti dal rapporto elettori/eletti in Europa (leggere lo studio parlamentare sull’argomento) ma è ancora più inaccettabile se avviene sull’onda di un tentativo di presentare la diminuzione del numero dei parlamentari essenzialmente come risparmio di quattrini. Chiudere il parlamento farebbe risparmiare ancora di più, con buona pace per la democrazia. Di Maio su questo ha fatto affermazioni deliranti. Si poteva discutere con serietà di riduzione del numero dei parlamentari a condizione di partire dal ruolo che il parlamento dovrebbe avere e che negli ultimi lustri è stato via via compresso e reso sempre più subalterno per fare posto all’Ego individuale e collettivo di chi ha governato e governa.

Sul parlamento si sono scaricati una marea di decreti legge del governo senza reali ragioni di urgenza, con il vero obiettivo di imporne l’approvazione senza modifiche, i voti di fiducia a raffica hanno fatto il resto e le sanzioni disciplinari contro i riottosi alla disciplina imposta dall’alto hanno riportato indietro di decenni l’autonomia di giudizio dei parlamentari. Non a caso ritorna la proposta di seppellire l’assenza di mandato per i parlamentari. Eppure sono diverse legislature che i parlamentari vengono eletti in vigenza di leggi elettorali che non consentono agli elettori di scegliere i loro rappresentanti ma solo di votare la lista che è stata preconfezionata con i fedelissimi dei capi. Il maggioritario poi è la ciliegina che sta sulla torta di un parlamento deciso tutto dai capi.

Salvini vuole la soppressione dei senatori a vita, in realtà è la nomina più trasparente o perchè sono ex presidenti della Repubblica o perchè vengono nominati dal capo dello stato nel numero massimo di 5. Almeno è tutto trasparente.
Salvini ha deciso di usare le regioni per tentare di arrivare al referendum per abolire il proporzionale nella legge elettorale, le componenti non di destra del parlamento dovrebbero fare del proporzionale la loro bandiera, con o senza referendum. Zingaretti sta facendo i conti con l’assenza di trasparenza nella presentazione delle candidature nel 2018, che infatti nel Pd dell’epoca – grazie al rosatellum – furono compilate da Renzi in modo scientifico, fregandosene degli organi dirigenti, così da assicurarsi con qualunque esito elettorale la maggioranza di fedelissimi eletti al Senato e alla Camera.
Tanto la presentazione delle liste era sua prerogativa. Si dice che al Senato i zingarettiani siano 12 o 13, tutto compreso.
Le traversie del parlamento, i colpi portati al suo ruolo, capovolgendo il rapporto con il governo che dovrebbe essere un esecutivo, cioè attuare la volontà del parlamento, oggi diventano l’occasione per fare pagare proprio al parlamento il prezzo delle difficoltà politiche, senza riguardo allo strappo della Costituzione che questo comporta.
Con altre motivazioni, con argomentazioni più serie si poteva discutere di altre scelte ma ormai sembra che le modifiche volute dal M5Stelle ad ogni costo sulla base di una demagogia anticasta – comprensibile forse alle origini del M5Stelle ma non ora – probabilmente andranno in porto, per la stanca e svogliata resistenza del Pd e per la scarsa rilevanza di Leu.
Ci sono legittime posizioni contrarie alla riduzione dei parlamentari e ci sono posizioni più disponibili a discutere sulla base di un progetto serio, come fu quello di Ferrara e Rodotà qualche decennio fa che prevedeva solo la Camera dei deputati ma con piena capacità di rappresentanza grazie ad una legge elettorale proporzionale. Nel tempo si è posto il problema di come meglio incardinare il rapporto tra stato e regioni, ad esempio superando il Senato attuale e prevedendo una sorta di Bundesrat alla tedesca. Il taglio dei parlamentari sarebbe paragonabile.
Ora siamo alla vigilia di una decisione parlamentare e quindi viene da chiedersi quale sia la posizione del Pd che ha seguito Renzi nella follia della sua deformazione bocciata il 4 dicembre 2016 ma ora sembra incapace di trovare un orizzonte diverso. Tanto più che ormai Renzi se n’è andato. Si è parlato di un riequilibrio rispetto all’accettazione del taglio voluto dai 5 Stelle modificando altre parti della Costituzione. Chi le ha lette sa che non tutte sono utili e altre come la parificazione costituzionale dei criteri per i votanti e per gli eletti sono, come si dice, peggio del buco che vorrebbero nascondere. Per la semplice ragione che se le 2 camere sono uguali in tutto è più difficile capire come si motiva la loro compresenza.

RESTA LA LEGGE ELETTORALE, VERO DISCRIMINE IN QUESTA SITUAZIONE.
Una nuova legge elettorale è indispensabile ma le notizie dicono che parte della maggioranza sta pensando ad un nuovo maggioritario anziché ad una legge elettorale proporzionale, come sembrava fino a qualche giorno fa, sia pure con uno sbarramento troppo alto, che paragonato alla situazione attuale vorrebbe dire superare una soglia minima di accesso alla Camera del 6 %. Per capire meglio: Forza Italia con i sondaggi di oggi potrebbe non entrare, la Lega di qualche anno fa neppure, la sinistra e più Europa nemmeno. In pratica le formazioni minori sarebbero obbligate ad entrare in altri partiti o a restare fuori dal parlamento. La rappresentanza diminuerebbe e l’accentramento aumenterebbe.
Oltre la soglia di accesso c’è poi il grande problema di chi decide sull’elezione dei parlamentari. Le liste vengono presentate dai partiti ma la scelta del candidato da eleggere dovrebbe essere fatta dagli elettori, oggi non è così e la discussione continua a sottovalutare questo problema.

Inoltre sul Pd vengono esercitate pressioni per il maggioritario e per riprendere la vocazione maggioritaria, che è il contrario delle aperture annunciate da Zingaretti che ha parlato di ricostruire un centrosinistra e sembra difficile che si riferisse a Renzi che era ancora nel Pd.

Allo stato è sicura la data di votazione (8 ottobre) della modifica della Costituzione per tagliare i parlamentari, nella nebbia la legge elettorale, mentre è in campo l’iniziativa della Lega che approfittando di essere in maggioranza in 6 regioni vuole presentare una proposta di referendum popolare per togliere il proporzionale dalla legge elettorale, quindi spingendo verso il maggioritario.
Una sfida forte che, se riuscirà a superare il vaglio della Corte, potrebbe essere utile per chiarire la differenza tra la destra e gli altri, ma è chiaro che se il Pd sarà impantanato in una suggestione maggioritaria si rischia seriamente di aiutare la destra e in particolare la Lega.
La maggioranza avrebbe bisogno di una linea di netta distinzione dalla destra, ma per ora non si intravvede e sarebbe curioso che il proporzionale finisse con l’essere difeso dal M5Stelle.

COSTITUZIONE E PARLAMENTO SOTTO TIRO, LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE NECESSARIA MA PIÙ LONTANA.
La maggioranza dovrebbe contrastare la destra, ma se invece si divide, per di più tra chi sostiene la posizione peggiore si potrebbero aprire problemi molto seri.
Occorre riprendere la migliore tradizione della sfida referendaria che ha portato a vincere il No il 4 dicembre 2016 e mettere in campo una critica forte e attiva, per evitare scivoloni preoccupanti. La Lega di Salvini è il coagulo della peggiore destra e a tutti preme non regalarle argomenti, ma anche chi vuole costruire un’alternativa deve evidenziare con nettezza la sua alternatività.( di Alfiero Grandi)

 

07 – I MOVIMENTI DENUNCIANO I GOVERNI, MILLE CAUSE PER LA GIUSTIZIA CLIMATICA. LE GIUSTE CAUSE. DAGLI USA ALL’EUROPA ASSOCIAZIONI E SINGOLI CITTADINI PORTANO L’INEZIA DEGLI STATI NEI TRIBUNALI CHIEDENDO IL RISARCIMENTO DEI DANNI SUBITI ( di Cecilia Erba da Internazionale)
Nel corso degli ultimi anni, il numero di azioni legali correlate ai cambiamenti climatici è aumentato esponenzialmente. Secondo il Climate Change Litigation Database, sono oltre 1000 i casi già depositati nei tribunali di tutto il mondo che riguardano gli impatti dei cambiamenti climatici, i rischi che questi implicano per la società e la popolazione, la mancanza di misure di mitigazione o azione, la responsabilità degli Stati e delle imprese, l’inadempienza delle autorità locali o nazionali.
Se ogni caso è differente per ovvi motivi legati al contesto giuridico, al tribunale competente e al tipo di azione, tutti chiedono l’intervento del giudice per contribuire ad arrestare la crisi climatica in atto.
DA OLTRE TRENT’ANNI, la comunità scientifica lancia infatti allarmi sempre più gravi. I rapporti dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici istituito già a fine anni ‘80 che raccoglie migliaia di scienziati da tutto il mondo, restituiscono un quadro sempre più preciso e drammatico dei danni causati dall’uomo al clima mondiale e di quello che ci attende se continueremo sulla stessa strada: lo stravolgimento dei nostri ecosistemi e la distruzione di larga parte di quelle risorse naturali che attualmente sostengono le società umane. Allo stesso tempo, la soluzione è sempre stata chiara: tagliare le emissioni di gas serra, abbandonare i combustibili fossili, smettere di sfruttare il pianeta in modo eccessivo.

Tuttavia, le misure finora adottate dai governi sono assolutamente inadeguate alla portata della crisi, se non in molti casi in direzione contraria. Secondo Carbon Brief, dal 2000 a oggi la capacità di generazione energetica a carbone è raddoppiata nel mondo, mentre ad agosto 2019 il tasso di deforestazione dell’Amazzonia era cresciuto del 300% solo rispetto all’anno precedente. E senza andare troppo lontano, lo Stato italiano continua a identificare nel gas una risorsa strategica nel proprio mix energetico, rimandando l’abbandono dei combustibili fossili a dopo il 2040, come emerge dal Piano Nazionale Energia e Clima pubblicato a inizio 2019. Tutto ciò trova riscontro nel fatto che, nonostante i proclami dei rappresentanti governativi durante gli annuali summit internazionali sul clima, come quello che nel 2015 ha portato all’adozione del tanto sbandierato Accordo di Parigi, le emissioni globali di anidride carbonica, invece che diminuire, continuano ad aumentare: dell’1.7% nel 2017 e di ben il 2.7% nel 2018.

A FRONTE DI TUTTO CIÒ, una serie di organizzazioni, movimenti, comitati e singoli cittadini ha deciso di ricorrere ai tribunali e all’azione legale per chiedere che la crisi climatica, nelle sue molteplici sfaccettature, venga arrestata. Nel 2015, con la storica sentenza della corte distrettuale dell’Aia, la Fondazione Urgenda e circa 900 cittadini hanno vinto la causa intentata contro lo Stato olandese. Per la prima volta, un giudice ha richiesto che uno Stato adotti misure di precauzione sui cambiamenti climatici, riconoscendo l’obbligo legale di proteggere i propri cittadini e le generazioni future. Nel verdetto, si sottolinea come l’Olanda, in quanto Paese sviluppato, debba assumere un ruolo guida nella riduzione delle emissioni di gas serra a livello globale, adeguandosi alle misure individuate dalla comunità scientifica per prevenire le conseguenze più pericolose dei mutamenti del clima.

IL CASO URGENDA NON HA ancora concluso definitivamente l’iter giudiziario, ma le successive sentenze nei vari gradi di appello non hanno fatto altro che rafforzare quanto stabilito dalla prima corte, e i principi espressi hanno ispirato nuove azioni legali in vari Paesi. In Francia, quattro organizzazioni hanno lanciato l’Affaire du Siècle, citando in giudizio lo Stato francese per l’inazione sia in campo di mitigazione che di adattamento dei cambiamenti climatici, sostenuti da una petizione che ha raccolto oltre 2 milioni di firme di cittadini che condividono l’iniziativa.

CON IL PEOPLE’S CLIMATE CASE, dieci famiglie di diversi Paesi europei ed extraeuropei che già stanno subendo gli impatti dei cambiamenti climatici hanno deciso di fare causa contro l’intera Unione Europea, contestando l’inadeguatezza delle azioni e dei target adottati per la riduzione delle emissioni, non in linea con quanto richiesto dalla comunità scientifica. Secondo la loro argomentazione, se non vengono adottate misure adatte ad evitare stravolgimenti climatici disastrosi, misure che tra l’altro sarebbero nel pieno delle capacità economiche e tecnologiche dell’Unione, la tutela dei diritti fondamentali della popolazione viene messa a rischio. La Corte ha respinto in primo grado la causa per motivi procedurali, riconoscendo tuttavia che i cambiamenti climatici hanno delle conseguenze su ogni individuo, e già sono stati depositati i documenti per l’appello.

SULLA STESSA LINEA, anche in Germania, Irlanda, Svizzera, Gran Bretagna, Grecia e altri Paesi europei sono stati lanciati o sono in preparazione azioni legali per contestare l’azione dei governi e chiedere la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, il rispetto dei principi di equità tra le nazioni e di giustizia tra le generazioni, l’applicazione del principio di precauzione. In Italia, la campagna Giudizio Universale, promossa al momento da circa 100 associazioni, comitati, movimenti e realtà della società civile e lanciata il 5 giugno 2019, anticipa la prima causa climatica contro lo Stato. Le emissioni italiane si sono infatti ridotte di appena il 17% rispetto al 1990, una cifra molto deludente se si pensa che già nel 2007 l’IPCC chiedeva che i Paesi sviluppati le tagliassero del 25-40% entro il 2020.
Dato che gli allarmi della comunità scientifica sono rimasti inascoltati per così tanto tempo, e che nel frattempo la concentrazione di gas serra in atmosfera, da cui dipende la gravità del riscaldamento globale, è aumentata, sono necessarie adesso misure ancora più drastiche di quanto non si pensasse in passato, come spiegato nell’ultimo rapporto speciale dell’IPCC pubblicato nell’ottobre 2018. Eppure, l’Italia non sembra preoccuparsene: nonostante a causa della posizione geografica nel bacino del Mediterraneo, delle caratteristiche del territorio e dell’eccessiva urbanizzazione e sfruttamento rischiamo che il cambiamento del clima globale abbia conseguenze catastrofiche nel nostro Paese, si continua a investire nelle fonti fossili e a rimandare la transizione verso una società a zero emissioni.
E SE ALLORA GLI STATI falliscono nella fondamentale missione di proteggere i diritti dei propri cittadini, se le imprese sono libere di continuare a emettere e inquinare, la sentenza di un giudice può rappresentare un ulteriore strumento di rivendicazione in una battaglia che, in fondo, è per la nostra sopravvivenza.

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