1779 LIBANO/ Gian Giacomo Migone: La carta italiana

20060717 22:21:00 webmaster

L´iniziativa assunta da Romano Prodi nel contesto del G8 per favorire una tregua riflette alcune sue decise prese di posizione dal momento in cui la crisi più o meno perpetua in Medio Oriente ha assunto sempre di più le sembianze di una guerra in territorio libanese.

Il presidente del Consiglio italiano ha posto al centro del conflitto, da Gaza alla Galilea e al Libano, il sangue di vittime innocenti secondo un nuovo e prezioso concetto di sicurezza, quella Human security che ha come scopo la tutela della sicurezza di tutti, dei civili prima che degli Stati, e che dagli Stati, oltreché da variegate formazioni armate, è continuamente compromessa.

In secondo luogo, sempre secondo Prodi, in un conflitto che sta raggiungendo il calor bianco, non servono le attribuzioni di colpa delle parti in causa o, come ha affermato Eugenio Scalfari, elenchi troppo lunghi degli errori commessi in passato. Ciò che conta, ha detto Prodi, prima e durante il vertice di San Pietroburgo, è l´interruzione di una spirale di violenze che, anche al di là delle intenzioni e dei calcoli più machiavellici, potrebbero avere conseguenze di cui è difficile misurare la portata. Ormai esiste un largo consenso tra gli storici che nessuno dei principali protagonisti della prima guerra mondiale avrebbero voluto un conflitto, quantomeno di quelle proporzioni, che scoppiò per la concatenazione di eventi divenuti incontrollabili e, perciò, irreversibili.

Perché tocca proprio al presidente del Consiglio italiano farsi carico di un simile impegno in questa difficile e delicata cinrcostanza? Sono importanti le prese di posizione appena citate ma non bastano a spiegare perché altri attori del G8, per altri versi più robusti, non siano scesi direttamente in campo. A causa della guerra irachena, oltreché per una posizione diventata sempre più condizionata dal governo di Israele, la diplomazia statunitense risulta almeno temporaneamente paralizzata. Diversamente da suo padre, George W. Bush ha perso politicamente la sua guerra del Golfo, essendo ormai prigioniero di una ragnatela di rapporti con la galassia sciita, ambiguamente alleata in Iraq, immediatamente ostile in Libano, potenzialmente bersaglio in Iran. Lo stesso ragionamento vale per il Regno Unito, mentre il presidente Chirac, sorprendentemente critico nei confronti di Teheran, è invece tornato a toni esplicitamente unilaterali contro i bombardamenti israeliani del territorio libanese, da sempre legato alla Francia. Mentre il Medio Oriente non costituisce ancora un contesto agevolmente praticabile per la diplomazia tedesca, la stessa Unione Europea, sulla scia di Washington, paga lo scotto di non aver saputo distinguere nel caso di Hamas una realtà politica in rapida evoluzione in quanto forza di governo eletta, frettolosamente assimilata alla sua ala militarista, rea di azioni terroristiche nei confronti della popolazione israeliana. Un punto cruciale dello scenario mediorientale è quello del rapporto, ma anche della tensione tra politica e violenza esistente in forze come Hamas e gli Hezbollah. Le dinamiche che hanno orientato governi come quello spagnolo e britannico nei confronti di Eta e Ira dovrebbero insegnare qualcosa, né vanno dimenticate le lontane origini del Likud prima che diventasse forza di governo in Israele. In questo contesto un governo come quello italiano, che storicamente si giova di radici – compromesse, ma non recise dal precedente governo – di amicizia nei confronti di tutti i popoli coinvolti, perciò in grado di parlare a tutte le parti in causa, come dimostrano i primi contatti con Olmert Assad, Siniora e il mediatore iraniano Laranjani, può e deve tentare il possibile per la cessazione delle ostilità.

g.gmigone@libero.it

Pubblicato il 17.07.06

 

 

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