1778 Maurizio Chierici: La maledizione di Beirut

20060717 22:19:00 webmaster

Rappresaglia con rumori di guerra come nel 1982? Le voci che accompagnano il Libano sotto le bombe inseguono il ricordo della spedizione di Sharon. Ventiquattro anni fa aveva macinato il Paese. Operazione Pace in Galilea come risposta alle quattro persone uccise da razzi katiuscia lanciati dai palestinesi radicali di Georges Habbash. Minaccia endemica; paura e insicurezza angosciavano (e angosciano) le comunità israeliane di confine. «Sradicare il pericolo per sempre», la filosofia che spiegava l´invasione. «Per sempre» voleva dire disintegrare il potere dell´Olp e sgombrare da Beirut da Arafat e i suoi compagni condannandoli alla frantumazione dell´esilio.

La campagna militare israeliana scatena un caos che negli anni lascia per strada 65mila, oppure 108mila, oppure 150mila morti. I numeri cambiano se cambia la mano di chi fa i conti.

Non è stata una decisione improvvisa. Lo si è saputo dopo. La macchina era pronta da mesi, serviva la provocazione idiota di un gruppo di sciacalli e appena hanno sparato i loro eroici katiuscia, Sharon è partito per «rimettere ordine» in un Paese sconvolto da faide e guerriglie sulle quali giocavano potenze vicine e lontane. Siria e Unione Sovietica da una parte; Gerusalemme e Stati Uniti dall´altra. E il Libano diventa teatro-laboratorio di strategie più larghe.

Questo 24 anni fa. Protagonisti e protettori sono oggi cambiati. 24 anni fa Unione Sovietica e Washington si erano messe d´accordo. I palestinesi dovevano sgombrare. La loro presenza non solo paralizzava il Libano, Svizzera d´Oriente, ma l´inquietudine che trascinava la loro speranza, stava bloccando lo sviluppo indispensabile al cammino del petrolio, rete di pipelines dall´Asia Centrale e dai deserti arabi verso il Mediterraneo.

Anni ‘70. Subito Assad padre imprigiona a Damasco i leader palestinesi che non obbediscono e da Damasco parte l´ordine di svuotare Beirut della loro presenza. Ecco l´esempio pedagogico di Tell El Zaatar. Vuol dire collina dei tigli trasformata in campo profughi con 35 mila senza niente. I carri siriani isolano Tell El Zaatar dalle milizie dell´Olp. Sotto la protezione di Assad i cristiano-maroniti di Bechir Gemayel soffocano nell´assedio e poi massacrano mille civili, duemila, tremila: come sempre numeri di gomma, corpi senza nome che è proibito fotografare. Antonia Mulas nasconde il cavalletto alle ronde siriane e riesce a documentare l´orrore. L´invasione dell´82 manda in esilio "il governo di Arafat", ma non cancella il pericolo dei campi profughi attorno all’università, e lo schema Tell El Zaatar si ripete a Sabra e Chatila. Sempre milizie cristiane, sparano e sgozzano, ma cambia la cintura che le isola dagli occhi del mondo. Non siriani di Assad, ma israeliani di Sharon. La democrazia di Israele reagisce e lo scandalo travolge il primo ministro Begin. Anche Sharon provvisoriamente viene messo da parte. Ma il consiglio di sicurezza Onu resta sempre paralizzato dal veto americano – ieri, oggi, domani – mentre le truppe di Gerusalemme vengono accolte con l´abbraccio dei liberatori dalla società civile libanese. Ha voglia di normalità: ricominciare gli affari, ricostruire palazzi e banche. Voglia di frivolezza: turisti attorno alle bische degli anni ruggenti. Insomma, un posto di vacanze senza checkpoint e bombe nella notte.

Per 63 giorni i giornalisti restano dentro la capitale sunnita per testimoniare l´assedio; dentro Beirut Ovest, prima città a rivivere l’esperienza anni dopo l´agonia di Stalingrado, questi giornalisti raccontano il disfacimento dell’ex paradiso avvolto nelle nuvole dolciastre delle fogne che scoppiano, delle immondizie che si decompongono assieme ai corpi sepolti fra le macerie. Notti al buio, occhi rivolti al miraggio della città maronita: brilla sulle colline. Acqua, luce, cibo, soffio d´aria condizionata, televisione che si accende, i telefoni funzionano. Insomma, due chilometri più su la vita continua come prima. Le ambasciate organizzano la fuga dei loro cittadini intrappolati. Rituale che si sta ripetendo in queste ore. Attracca a Beirut una nave militare italiana per sfollare turisti e uomini d’affari. 24 anni fa sulla nostra nave salvagente si presenta un giovanottone dal ciuffo biondo: Felice Riva, primo imprenditore lombardo a scappare nel paradiso della non estradizione dopo la bancarotta che ha travolto migliaia di operai della Valsusa e costretto chi guidava la grande fabbrica alla disperazione del suicidio. L´esilio volontario serve a limare la condanna e a far scattare amnistie. Appena si annuncia lo scontro devastante tra i miliziani di Arafat e la macchina di Sharon, Riva corre sulla passerella della fregata. Ormai può tornare. Opportunamente chiede all´ufficiale di servizio «a che ora verrà servito il pranzo».

Dalla terrazza dei piccoli alberghi della Beirut assediata, i giornalisti 1982 osservavano l´aeroporto sconvolto dalle bombe e la coda bruciata di un aereo piantato a mezza pista. Erano vecchie piste costruite da francesi, mentre i tunnel e gli specchi della stazione sbriciolata in questi nostri giorni é dedicata ad Hariri, premier assassinato da un intrigo siriano. Hariri l´aveva costruita con la sua «Solidère». È l´impresa che ha rimpastato l´intera città con la più gigantesca speculazione edilizia della storia mediterranea e un conflitto di interessi da far impallidire gli italici sotterfugi. Maneggiando capitali della casa reale saudita, il primo ministro (dal doppio passaporto libanese e saudita) espropria palazzi e rovine e apre i cantieri di «Solidère» animati dalle braccia nere di 150 mila emigranti siriani. Mentecatti che dormono fra travi e putrelle. Fino a un anno fa protetti dai carri di Damasco. Occupavano il Paese garantendo la pax siriana; gendarmi accettati volentieri da tutti i Paesi attorno. Hezbollah sotto controllo. Le cancellerie trovavano sempre un accordo nella Beirut lunare con siriani schiavi e siriani padroni. L´assassino di Hairiri smonta l´invasione armata e i siriani in divisa sono tornati in patria, mentre i siriani muratori continuano la vita nera degli straccioni che mandano i soldi a casa.

In questi 24 anni la storia ha voltato pagina. Ponti sbriciolati, Libano segmentato nel mosaico della paura come nell´82 ma è solo un´identità apparente. Intanto Saddam Hussein non è più l´amico dell´Occidente disposto a sacrificare un milione di uomini per rovesciare gli eredi di Khomeini. E dopo il crollo del Muro, Mosca non protegge nessuno, e la Siria naviga nel tramonto dell´integralismo della dittatura aluita. Dopo Assad padre che ha scatenato dieci polizie segrete, la repubblica ereditaria è nelle mani di un figlio ormai senza padrini, corte dei ministri impoverita da suicidi e fughe. Il suo potere sembra agli sgoccioli. Si annuncia un vuoto con tante incognite. Gli hezbollah sono il braccio armato di Amal, estremisti sciiti cresciuti nella dimenticanza dei ghetti poveri della Beirut quando era dominata da notabili sunniti, cristiano maroniti e cupola palestinese. La conquista del Sharon ‘82 ha messo in crisi le gerarchie, e Amal diventa movimento in rapida espansione. I poveri fanno più figli e i figli finiscono nelle braccia siriane nutrite da Teheran. Dietro le splendide rovine di Baalbec, radio e Tv hezbollah animavano la ribellione nel nome di Dio, protette dai carri e dai posti di blocco. Fino a un anno fa Damasco imbrigliava ogni strada attorno alla frontiera. Ormai gli hezbollah sono un partito al governo, due ministri, più di venti deputati dalla doppia faccia: nazionalisti nell´accusare Israele, ed esercito segreto della provocazione katiuscia.

Perché attaccano all´improvviso? Per solidarietà verso la Gaza ghettizzata e sotto tiro? Nessuno ci crede. Forse Damasco respira la catastrofe e prova a prevenirla aprendo una crisi nell´intero Medio Oriente. Forse gli iraniani vogliono distogliere l´attenzione dalla bomba proibita alla quale si stanno avvicinando.

1982, 2006: Beirut sempre sotto tiro, crisi purtroppo diverse. È uno dei risvolti alla guerra totale al terrorismo scatenata con mano petrolifera da Bush.

C´é un avvenimento fuori campo che lega le due estati lontane: il campionato del mondo di calcio, Italia allora in marcia verso la finale di Madrid. Nel piccolo albergo Cavalier, proprietario Walid Joumblatt, principe druso, membro dell´internazionale socialista come Simon Peres, i giornalisti sanno qualcosa delle partite lontane. Qualcosa, ma poco. Il generatore accende le luci solo quando la carne sta per marcire nei frigoriferi. Cominciano i minuti trafelati del raccogliere nei messaggi telex i fogli di un diario più o meno sempre uguale: bombe, scoppi, vittime, famiglie benestanti che la notte affittano per il sonno un posto corridoio nella convinzione che l´albergo non verrà colpito. Mentre i generatori salvano le bistecche, riappare la Tv, ombre nebbiose di un canale siriano. Trasmette le telecronache brasiliane di «Rede Globo» con didascalie arabe. Immagini che vanno e vengono. Non arrivano a fine partita. Non sappiamo chi vince o chi perde. Nella finale con la Germania irrompe il presidente Pertini: alza le mani sorridendo e abbraccia la regina Sofia. Allora abbiamo vinto? Tre giorni dopo un cessate il fuoco ci fa scappare; un po´ di respiro a Gerusalemme. Scopriamo qualcosa che somiglia fin troppo alle parole dei nostri giorni. Gli italiani non sono soltanto campioni del mondo, ma uomini disposti a sacrifici disumani nel nome della patria. Uomini o eroi? I giornali sportivi non avevano dubbi. Leggiamo e ascoltiamo con negli occhi la Beirut di chi sopportava altre cose. Siamo tornati a Beirut assieme agli osservatori internazionali guidati da Mario Soares, socialista che aveva inaugurato la democrazia nella primavera dei garofani di Lisbona. Assieme abbiamo raggiunto a piedi l´albergo, scavalcando pezzi di case, cercando di rintracciare al buio i sentieri che portavano al nostro letto, nella topografia sconvolta di una città sconvolta. Più tardi, davanti al registratore, il lavoro ricomincia. Domanda a Soares: cosa pensa di Beirut ridotta così? Soares è in missione ufficiale e sfuma le risposte: «Lasciate che veda com´è davvero ridotta. Finora mi sembra un posto quasi normale». Speriamo che Solana e ogni altro mediatore non ripetano oggi le stesse parole.

mchierici2@libero.it

Pubblicato il 17.07.06

 

 

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