2449 IL DESTINO DEL CGIE SI DECIDE A DICEMBRE

20061116 00:00:00 webmaster

di Rodolfo Ricci

La prossima assemblea plenaria del CGIE di dicembre, sarà molto importante per capire se questo organismo tanto reclamato dalle collettività italiane all’estero abbia, o meno, dopo l’elezione della compagine di 18 parlamentari all’estero, un futuro e una funzione credibile ed utile.

La legge istitutiva del CGIE, nata, successivamente a quella dei COEMIT/COMITES, sulla base di lunghi anni di discussione e confronti in tutti i paesi di emigrazione, demanda la nomina della sua componente nazionale ad una puntuale disamina, analisi, valutazione e scelta delle organizzazioni italiane maggiormente rappresentative, e l’elezione dei suoi membri esteri a elezioni di secondo grado da realizzarsi in ogni paese da parte degli eletti a suffragio universale nei Comites insieme ad una consistente rappresentanza espressa dalle associazioni maggiormente rappresentative in ogni paese.

In questo modo la legge istitutive del CGIE riconosceva ed intendeva giustamente tutelare la variegata rappresentanza del mondo dell’emigrazione organizzata e l’importante impegno storicamente assunto dalle diverse forme di organizzazione (associazioni, sindacati, patronati, organizzazioni di servizio, ecc.); allo stesso tempo, istituiva al suo interno con una funzione di di interlocuzione attiva, una rappresentanza dei maggiori partiti, delle Regioni, dei Ministeri.

All’estero, i candidati al CGIE non vengono eletti sulla base di liste, ma sulla base di candidature individuali su cui convergono i voti delle assemblee elettive; per quanto concerne l’elezione dei Comites, invece, vengono presentate differenti liste con il divieto esplicito di utilizzare simboli di partito.

Nell’un caso (CGIE), come nell’altro (COMITES), si tratta quindi di elezioni che tendono a valorizzare la rappresentanza sociale e della società civile.

La conseguenza che si dedurrebbe dalla volontà molto esplicita del legislatore è che tali organismi costituiscano le proprie maggioranze e minoranze sulla base di programmi o di ispirazioni ideali e culturali, non sulla base di esplicite posizioni politiche. Lo stesso dicasi della funzione ed attività di questi organismi, anche esse ben definite e delimitate ad una funzione di rappresentanza di bisogni e problemi e parimenti di ricerca e orientamento alla loro soluzione.

La legge istitutiva per il voto all’estero e le diverse modifiche costituzionali, hanno consentito di colmare il vuoto di rappresentanza che esisteva per la pratica impossibilità di esercitare il voto direttamente dai luoghi di residenza dei connazionali emigrati e di poter eleggere parlamentari diretta rappresentanza del mondo dell’emigrazione. I 18 eletti, come tutti gli altri parlamentari sono diretta espressione del mondo dei partiti, sulla cui base è costituito il nostro sistema democratico rappresentativo.

E’ noto che finché non è stato possibile esercitare questa rappresentanza universale in Parlamento, il CGIE ha supplito, in maniera impropria, ma per certi versi comprensibile, a questa carenza: cioè si è trasformato, diversamente a quanto la Legge istitutiva aveva definito, in una sorta di miniparlamento degli italiani all’estero, in cui veniva esercitata la più classica delle dinamiche politiche.
Più o meno, quasi tutti i suoi componenti, ognuno per la propria parte, sono stati coinvolti in questa dinamica di maggioranze e minoranze che facevano riferimento allo schieramento politico-partitico italiano. Ciò, come detto, aveva una sua ragion d’essere quasi oggettiva, ed è stato da tutti accettato e praticato.
Ora le cose sono cambiate: la rappresentanza politica c’è, ed è in parlamento. Lì può e deve esercitarsi questa funzione di rappresentanza.

Allora il quesito è: il CGIE, deve continuare ad essere, nei fatti, ciò che è stato fino allo scorso aprile, oppure deve recuperare lo spirito della legge che ne ha definito natura e funzioni e praticarlo concretamente?

Da più parti si parla da diversi mesi di necessarie modifiche legislative che ne configurino la funzione alla luce della novità della rappresentanza parlamentare, ma forse non sarebbe vano rileggere la legge per capire che fino ad oggi, il CGIE non ha assolto del tutto, almeno metodologicamente, ad importanti compiti che gli erano propri e che adesso invece, forse per la prima volta, può pienamente realizzare in piena autonomia e consapevolezza della sua costitutiva natura: la rappresentanza della società civile organizzata.

(Se invece si continua come si è continuato nell’ultima plenaria, con frequenti interventi e tenzoni retorici degli auto nominatisi rappresentanti di maggioranze e minoranze partitiche, il rischio è che la platea silente degli eletti dall’estero accentui la sua frustrazione: perché come accade in parlamento, lo spazio più significativo è monopolizzato dai capigruppo i quali dispongono di fornito vocabolario e vivaci interlocuzioni rigorosamente in italiano, mentre invece gli eletti dell’estero hanno, magari, le stesse capacità, solo in un’altra lingua, quella del paese in cui risiedono.
Non si arrischiano quindi a competere con i Ferretti o i Lombardi. Ne discende una situazione tra l’altro, un po’ paradossale: c’è chi fa fino a 20.000 chilometri in una settimana per assistere agli scambi polemici, talvolta reciprocamente inutili, dei capigruppo. E sono molti coloro che non riescono a proferire parola: muti nel susseguirsi delle plenarie.)

Ora, perché è importante la prossima assemblea plenaria di dicembre 2006?
Perché deve rinnovare le cariche al suo interno, cosa certamente significativa, anche se non di capitale importanza. Tuttavia l’evento costituirà un banco di prova per capire se gli eletti del CGIE hanno davvero compreso che una fase si è chiusa e se ne apre un’altra, oppure se la storia del CGIE si è chiusa e basta; nel primo caso si può sperare che esso ritrovi la sua funzione originale e assolva ai suoi compiti con rinnovata capacità di interlocuzione attiva, critica e competente con il mondo politico dei parlamentari, dei partiti, del MAE e del Governo centrale e delle Regioni ed enti locali.
Nel secondo caso la ridondanza politico-partitica da cui è stato affetto fino ad oggi, ne determinerà la fine e la chiusura, se non oggi, domani, o dopodomani.
Perché infatti la comunità nazionale dovrebbe sobbarcarsi il suo costo, non enorme, ma neanche indifferente? Per fornire occasioni di emulazione dei parlamentari in Parlamento? Sarebbe alquanto improbabile, vista l’aria che tira.

Meglio vedere se invece i suoi componenti riescono ad esprimere il meglio di sé sulle questioni di merito, cioè su bisogni, fabbisogni, diritti e opportunità degli italiani nel mondo: cioè su orientamenti, ipotesi di soluzioni dei problemi, ecc..
All’uopo non è inopportuno che ognuno dei candidati in pectore alle cariche rimaste vacanti dalle giuste dimissioni degli eletti alla Camera o al Senato, presenti un proprio programma di metodo e di merito da sottoporre al gradimento dell’assemblea; altrimenti, su quali altre basi ci si sentirà di chiedere il sostegno e il voto dei grandi elettori?
Dal modo in cui sarà autogestita l’assemblea di dicembre, capiremo, cioè, se il CGIE ha ancora un futuro o se il suo destino procede lievemente, irreparabilmente verso la chiusura.

Rodolfo Ricci
(Segr. Gen. FIEI)

 

 

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