11915 I PADRONI DEL MONDO

20160121 20:14:00 guglielmoz

LA METÀ DELLE RICCHEZZE DEL GLOBO NEI PORTAFOGLI DI 62 FAMIGLIE. LO STUDIO ARRIVA ALLA VIGILIA DEL FORUM DI DAVOS.
53 uomini e 9 donne posseggono metà del pianeta, una ricchezza pari a quella di 3.600.000.000 di persone, 1.760 miliardi di dollari (+542 dal2010 a oggi). In generale, dì persone è più ricco di tutto il 99% messo insieme (che ha perso 1.000 miliardi negli ultimi 5 anni).
L’ultimo rapporto Oxfam mette a nudo tutta l’oscenità capitalistica della disuguaglianza. Anche in Italia, dove l’l% possiede il 23,4% del patrimonio Si allarga sempre più velocemente la forbice tra ricchi e poveri. Il mondo in mano all’1% dei super miliardari. (Rapporto Oxfam)

Siamo arrivati al paradosso che pur importando petrolio dobbiamo sperare che il prezzo del greggio non continui a scendere, altrimenti i Paesi esportatori non potranno acquistare il nostro mode in Italy.

Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan «SIAMO IL 99%» probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l’l% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni.
Sempre secondo il rapporto An economyfor the 1%, non solo le diseguaglianze stanno aumentando, ma stanno addirittura accelerando. Nel 2010 bisognava prendere i 388 miliardari più ricchi per arrivare al patrimonio della metà più povera del pianeta. Nel 2014 bastava fermarsi all’ottantesimo. Oggi sono 62. Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500 miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%.
Ancora, dall’inizio del secolo alla metà più povera del mondo è andato l’l% dell’aumento di ricchezza, mentre l’l% più ricco se ne accaparrava la metà. È un fenomeno particolarmente drammatico nei Paesi più poveri, ma che accomuna tutto il mondo. Nel Sud, il 10% più povero ha visto il proprio salario aumentare di meno di 3 dollari l’anno nell’ultimo quarto di secolo. Se le diseguaglianze non fossero cresciute durante questo periodo, 200 milioni di persone sarebbero uscite dalla povertà estrema. Nello stesso arco di tempo, negli Usa lo stipendio medio è cresciuto del 10,9%, quello di un amministratore delegato del 997%.
In questo quadro, di quale ripresa, di quale crescita, di quale economia parliamo? Tralasciamo l’insostenibilità ambientale e persino l’ingiustizia sociale. Guardiamo unicamente le conseguenze economiche. In uno studio recente l’Ocse ricorda che le diseguaglianze hanno causato una perdita di oltre 8 punti di Pil in vent’anni. Un’enormità. Il motivo è semplice: se famiglie e lavoratori sono sempre più poveri, calano i consumi e quindi la domanda aggregata. Una "soluzione" è indebitare famiglie e imprese per drogare la crescita del Pil. È il modello subprime, un’economia del debito che può funzionare per qualche anno, finché inevitabilmente la bolla non scoppia.
L’altra soluzione è scaricare il problema sul vicino, puntando tutto sulle esportazioni. Tagliamo stipendi e diritti di lavoratrici e lavoratori, tagliamo le tasse alle imprese e il welfare. Ovviamente aumenteranno le disuguaglianze e crollerà la domanda interna ma saremo più competitivi e quindi esporteremo di più. L’attuale modello italiano ed europeo, riassunto nel documento "dei cinque presidenti", promosso da tutte le istituzioni europee per tracciare la linea dei prossimi anni. Nel capitolo dedicato alla "convergenza, prosperità e coesione sociale" si riesce nell’impresa di non menzionare mai parole quali "diritti", "reddito" o "diseguaglianze", mentre viene utilizzata per diciassette volte la parola "competitività" (17!).
Un modello in cui la crescita delle diseguaglianze non è quindi un fastidioso effetto collaterale, ma la base stessa di un gioco pensato e tagliato su misura per l’l%. Una gara verso il fondo in ambito sociale, ambientale, fiscale, monetario, per vincere la competizione internazionale. La semplice domanda è: se le diseguaglianze aumentano ovunque e la gara è globale, è possibile che tutti esportino più di tutti? In attesa che la Nasa scopra che c’è vita su Marte per potere esportare anche li, questa economia dell’1% non
A chi deve esportare una Ue che nel suo insieme ha già oggi il maggior surplus commerciale del pianeta? Si guarda all’Asia e alle economie emergenti come mercato di sbocco, ma ecco che un calo della Borsa di Shanghai rischia di diventare una tragedia per l’economia italiana. Siamo arrivati al paradosso che pur importando petrolio dobbiamo sperare che il prezzo del greggio non continui a scendere, altrimenti i Paesi esportatori non potranno acquistare il nostro mode in Italy.
I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia sociale, ma sono disastrosi anche da quello meramente economico. Una ricetta per una nuova crisi. Il problema è che l’aumento delle diseguaglianze dal 2008 a oggi è anche un segnale fin troppo evidente di chi rimane con il cerino in mano quando questa crisi scoppia. Ed è allora difficile che il messaggio venga recepito a Davos, all’incontro annuale di quell’1% – anzi, di quel zero virgola che, continua a guardare dall’alto, sempre più dall’alto, oltre il 99% dell’umanità.
( DI Andrea Baranes da Il Manifesto del 19 gennaio 2016)

 

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