2289 Stabile il numero di italiani sotto la soglia di povertà, ma peggiorano le loro caratteristiche

20061012 00:33:00 webmaster

Rapporto Istat. Nel 2005 le famiglie povere erano 2 milioni e 585mila (11,1%) e i poveri 7 milioni e mezzo. La povertà continua ad interessare soprattutto il Sud, le famiglie più numerose e quelle con persone in cerca di occupazione

ROMA – La povertà relativa in Italia risulta stabile, anche se con grandi differenziazioni da zona a zona del paese. Complessivamente sono 2 milioni e 585 mila le famiglie che l’Istat registra sotto la soglia fatidica della povertà relativa, ovvero sotto quel livello di reddito mensile che viene considerato l’ultimo confine della normalità. Ma se le famiglie che sono sotto quella soglia sono appunto più di 2 milione e mezzo, significa che complessivamente gli individui considerati “poveri relativi” sono quasi 8 milioni, per la precisione 7 milioni e 577 mila, ovvero il 13,1 per cento della popolazione italiana.

Sono questi i dati diffusi oggi dall’Istituto centrale di statistica, che ha presentato il rapporto annuale sulla povertà relativa.

Nel rapporto di quest’anno, i cui dati si riferiscono quindi al 2005 e al confronto tra il 2005 e il 2004, non ci sono comunque tutta una serie di informazioni relative a tutti quei poveri-poveri che sono progressivamente scivolati prima sotto la soglia limite, poi sotto la soglia di visibilità. Si tratta cioè di tutte quelle persone che per esempio non hanno un’abitazione e non hanno un reddito da poter misurare alle medie statistiche.

In ogni caso, anche senza considerare questo vasto mondo di invisibili (poveri assoluti), i dati ufficiali diffusi dall’Istat mostrano una situazione nientaffatto allegra. Secondo i numeri, la povertà relativa in Italia ha un andamento stazionario. La diminuzione dell’incidenza della povertà relativa sul totale della popolazione italiana non risulta, per l’Istat, statisticamente significativa. Vale a dire dunque che la povertà relativa, nel 2005, risulta pressocché la stessa dell’anno precedente. Ci sono però punte lievi di miglioramento, all’interno dell’universo dei poveri relativi e punte di vistoso peggioramento.

Prima di tutto c’è però da ricordare che la stima dell’incidenza della povertà relatica viena calcolata sulla base di una soglia convenzionale, la famosa linea di povertà, che in sostanza equivale al valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. Non è un gioco di parole, ma una convenzione a cui si fa riferimento anche confrontando i parametri che in genere si usano a livello internazionale. Detto in parole più semplici: si è considerati poveri in senso relativo se i nostri consumi mensili sono al di sotto della soglia. L’Istat considera che una spesa media mensile per una persona che vive in una famiglia con due componenti non può essere inferiore a 936,58 euro al mese, al valore della moneta europea nel 2005. Rispetto al 2004 la linea era stata già maggiorata dell’1,8 per cento. La soglia della povertà che viene utilizzata dall’Istat per il suo rapporto annuale viene calcolata sulla base di altre statistiche, ovvero sulla base della spesa delle famiglie e i loro consumi. La statistica sui consumi, tanto per chiarire la parte metodologica, viene condotta su un campione di circa 28 mila famiglie, che vengono considerate casualmente all’interno della popolazione totale. Si tratta, come dicevamo sopra, di famiglie che comunque hanno un reddito misurabile, un’abitazione individuabile e un preciso livello di consumi mensili.

Lo scorso anno, sempre secondo queste rilevazioni statistiche a campione, l’incidenza della povertà relativa, ovvero la percentuale delle famiglie povere, è risultata pari all’11,1 per cento.

Secondo i dati forniti dall’Istat non risultano dunque per l’anno scorso grandi novità rispetto all’anno precedente, anche se a guardare più da vicino le cifre si possono individuare delle tendenze, cosa essenziale nella elaborazione delle politiche contro la povertà.

Vediamo dunque quali sono le principali novità riscontrate dall’Istat. La prima considerazione riguarda la conferma delle grandi differenze tra nord e sud del paese. La povertà relativa è un fenomeno abbastanza recente e che negli ultimi anni è diventato sempre più evidente alle statistiche e all’opinione pubblica. E’ un fenomeno che attraversa tutto il paese, ma che ha la sua incidenza più pesante nel Mezzogiorno. In tutte le regioni del sud la povertà relativa sta diventando più pesante e più ampia in quanto a numero delle persone coinvolte. Un dato nel rapporto Istat di quest’anno colpisce in modo particolare: sembra che le famiglie con persone anziane che erano state le più colpite negli anni passati dal fenomeno dell’impoverimento, ora riescono a cavarsela in modo migliore, o comunque a tenere. Ma questo è un dato – rilevato appunto dal rapporto – che se è vero, lo è solo per le regioni del nord, dove magari sono più concentrati i pensionati che hanno avuto un piccolo aumento delle pensioni al minimo (la famosa campagna del milione al mese).

Lo stesso discorso, che poi andrebbe approfondito meglio, non vale però per gli anziani che vivono nelle regioni del sud del paese, dove peggiora visibilmente la condizione delle famiglie più numerose e di quelle che hanno membri aggregati, ovvero dove gli adulti che lavorano devono mantenere con il proprio reddito anche altri parenti anziani. Diventano più povere le famiglie con tanti figli (soprattutto quelle che hanno più di quattro figli) e le famiglie comunque numerose, sia residenti nel sud, ma anche di quelle residenti nelle regioni del centro. E’ impressionante confrontare le cifre. Nel 2005, nelle regioni del Mezzogiorno, la percentuale delle famiglie considerate povere ha sfiorato il 70 per cento, mentre nel nord la percentuale si attestava sotto il 20 per cento. Anche il parametro chiamato “intensità della povertà” chiarisce molto le differenze abissali. Nel 2004 l’intensità di povertà nel nord era del 14,4, l’anno successivo del 17,5. Al centro, nel 2004, si era riscontrata un’intensità di povertà del 16,9, che nel 2005 era passata a 18,9. Nel sud, nel 2004 la stessa misurazione dava un’intensità del 24 per cento, mentre per il 2005 si nota una diminuzione al 22,7. Quest’ultimo dato risulta molto interessante perché ci potrebbe dire parecchie cose sull’andamernto reale di questo fenomeno. La prima cosa evidente è la distanza – appunto – tra nord e sud. La seconda considerazione, ma è un’ipotesi che andrebbe approfondita, è che da una parte per certe famiglie c’è stato un miglioramento, ma per altre il peggioramento è stato tale da farle uscire perfino dai confini della visibilità statistica. (Paolo Andruccioli)

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Nel Nord l’incidenza della povertà relativa è del 4,5%, al centro del 6%, mentre al sud percentuale multipla del 24%

Il rapporto Istat sulla povertà relativa, oltre a mostrare le cifre di milioni di persone che non sono riuscite a stare dietro la corsa dei prezzi mostra anche l’aumento delle differenze a livello territoriale

ROMA – Il rapporto Istat sulla povertà relativa, oltre a mostrare le cifre di milioni di persone che non sono riuscite a stare dietro la corsa dei prezzi (e che quindi sono scivolate sotto la fatidica soglia di povertà), ci mostra anche l’aumento delle differenze. Le statistiche sono basate su rilevazioni a campione e percentuali che come è noto non rendono tutta la realtà dei fatti. Ma anche a stare solo alle nude percentuali ci si accorge delle differenze. Nel Nord l’incidenza della povertà relativa è stata del 4,5 per cento, nel centro del 6 per cento, mentre in tutte le regioni del sud siamo a una percentuale multipla del 24 per cento. Secondo il rapporto Istat 2006, che si riferisce come abbiamo già spiegato in un lancio precedente, al confronto dei dati 2005-2004, la maggior parte delle famiglie e dunque degli individui catalogati come poveri relativi, si concentra nelle regioni meridionali. In percentuale, il 70 per cento dei poveri relativi sta a sud.

E non si tratta solo di numerosità dei poveri e di più alte percentuali. Si tratta anche di una maggiore incidenza del disagio sociale. Il parametro utilizzato dall’Istat per misurare questo disagio è in questo caso l’intensità della povertà che al sud raggiunge il 22,7 per cento, mentre al centro si attesta sul 18,9 e al nord scende al 17,5 per cento. Il rapporto Istat, da questo punto di vista, è anche una conferma. In Emilia Romagna l’incidenza della povertà relativa scende addirittura al 2,5 per cento, cosa che comunque fa un certo effetto anche nel paragone con le basse percentuali della povertà relativa nelle regioni del nord. L’Emilia Romagna pare infatti difendersi meglio delle altre dall’aggressione dei fenomeni di impoverimento visto che in Lombardia, nel Veneto o in Trentino Alto Adige, regioni tradizionalmente poco povere, la percentuale di incidenza della povertà relativa si attesta intorno al 4,5-5 per cento. La media italiana, come abbiamo detto nel precedente servizio, si attesta sull’11,2 per cento. Le punte che compongono però questa media oscillano di molto. L’Istat infatti calcola statisticamente sia l’incidenza della povertà sia il cosiddetto intervallo di confidenza. Da questo punto di vista, da una parte abbiamo un minimo in Emilia con il 2,5 e dall’altro abbiamo un picco (molto particolare come dato) in Trentino, o meglio a Trento, che ha fatto registrare una percentuale del 6,9 per cento. Interessante anche notare che la media del Trentino si attesta, come regione, sul 5,6 per cento, mentre appunto Trento sfiora ormai il 7 per cento. Anche il Piemonte fa registrare un aumento della povertà relativa con una punta del 5,1 per cento, mentre la Lombardia si attesta, sempre secondo le rilevazioni ufficiali dell’Istat sulla soglia di povertà sul 2,8 per cento.

La percentuale più alta di incidenza della povertà relativa tra le regioni del meridione è invece quella della Basilicata, con il 28,5 per cento.

Ma chi sono i poveri relativi? Secondo l’Istat le famiglie che sono scese più facilmente sotto la soglia di povertà sono quelli che hanno comunque un alto numero di componenti. Sono anche le famiglie dove in genere c’è un basso livello di istruzione, dove ci sono minori e anziani. Secondo il rapporto le famiglie più a rischio e quelle che sono scese sotto il livello della normalità sono state le famiglie con cinque o più componenti. In Italia, oggi, avere tanti figli equivale quasi automaticamente ad essere poveri. Quasi il 30 per cento delle famiglie numerose vive infatti in condizioni di povertà. E nelle regioni del sud, così come sale la percentuale delle famiglie povere, sale anche la percentuale delle famiglie numerose povere, con una punta che ormai sfiora il 40 per cento del totale delle famiglie. L’incidenza della povertà relativa cresce dunque in modo proporziale con in numero dei figli. Nelle regioni del sud, dove si concentra la maggior parte delle famiglie numerose italiana, si registra dunque anche la più alta incidenza della povertà relativa. L’Istat ci fa sapere infatti che il 42,7 per cento delle famiglie numerose meridionali è povero.

Ma i poveri non sono solo quelli che hanno avuto il coraggio di fare figli. In realtà percentuali molto alte di povertà si riscontrano anche tra i genitori soli. E qui il fenomeno quasi si ribalta perché i poveri soli sono più concentrati al nord. L’Istat scopre infatti che livelli di povertà anche superiori alla media nazionale si registrano nel nord, dove le famiglie monogenitore sono il 5,8 per cento contro una media del 4,5. Tutta la popolazione anziana mostra un disagio che sfiora sempre più spesso la povertà, anche se l’Istat registra per l’anno scorso un leggero miglioramento (statistico) della condizione degli anziani. I confronti tra il 2004 e il 2005 mostrerebbero un leggero miglioramento che si traduce in una minore incidenza della povertà relativa tra gli anziani. L’incidenza della povertà è infatti diminuita tra le famiglie con almeno un componente anziano(si passa dal 15 per cento al 13,6) e in misura più accentuata nelle famiglie con due o più anziani dove si passa dal 17,3 per cento al 15,2. Anche gli anziani soli, a quanto pare da queste statistiche che comunque ora andrebbero interpretate, la situazione risulta in leggero miglioramento. L’Istat sottolinea che il miglioramento in percentuale più accentuato è tra le famiglie composte da una coppia con una persona di riferimento ultrasessantacinquenne. (Paolo Andruccioli)

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Povertà, il ministro Ferrero: ”Situazione drammatica per larghe fasce della popolazione italiana”

Rapporto Istat, il ministro della Solidarietà sociale: ”Il problema non è la tassazione, ma la scarsità di spesa pubblica. E le tanto vituperate pensioni sono l’unico strumento che difenda alcune fasce sociali”

ROMA – Anche il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha voluto commentare i dati diffusi dall’Istat e relativi alla povertà in Italia.

Afferma Ferrero: “I dati sulla povertà contenuti nel rapporto presentato oggi dall’Istat fotografano una situazione drammatica per larghe fasce della popolazione italiana. Tre mi paiono i punti da sottolineare. In primo luogo l’emergenza italiana non è il livello della tassazione ma la scarsità di spesa pubblica dedicata ai ceti meno abbienti e le scarse opportunità di lavoro nel mezzogiorno d’Italia. Le polemiche sull’aumento della tassazione appaiono alla luce di questi dati completamente ingiustificate. In secondo luogo i dati ci dicono che le tanto vituperate pensioni sono l’unico strumento che difenda alcune fasce sociali dalla povertà. Infatti, se la percentuale di poveri non cresce con l’età e se la fascia degli over 65 vede un tasso di povertà in linea con la media europea è proprio grazie al sistema pensionistico che da molte parti è messo sotto accusa. In terzo luogo, l’addensamento della povertà nelle famiglie numerose conferma la bontà della scelta fatta nella legge finanziaria di incrementare notevolmente i trasferimenti verso le famiglie con figli aventi redditi medio bassi”.

“In conclusione – afferma Ferrero – questo rapporto ripropone con forza il tema delle abitazioni e del livello degli affitti in una situazione in cui l’89% degli sfratti avviene per morosità. La necessità di stanziare in finanziaria risorse adeguate per il piano casa trova in questo rapporto una ulteriore conferma”.

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Adiconsum: ”Un Paese civile non può permettersi di avere un indice di povertà intorno al 10%, con punte oltre il 40% nel Mezzogiorno”

Rapporto Istat, l’associazione chiede al Governo ”di rivedere in Finanziaria la parte relativa ai percettori di reddito inferiori ai 936 euro, dal punto di vista fiscale, dell’assistenza sanitaria e dell’ampliamento del Fondo di solidarietà”

ROMA – “Le indicazioni dell’Istat sulla povertà delle famiglie italiane confermanola necessità che nella Finanziaria siano modificati le misure a favore delle famiglie più bisognose”. Così l’Adiconsum, che commenta il Rapporto Istat sulla povertà in Italia.
Per Adiconsum, “un Paese civile non può permettersi di avere un indice di povertà intorno al 10% con punte oltre il 40% nel Mezzogiorno del Paese (circa 7 milioni e mezzo di italiani!)”.
Secondo Adiconsum, dunque, “è grave che negli ultimi anni non si siano avuti sostanziali abbassamenti dei vari indici di povertà e che soprattutto si sia allargata la forbice del Nord e del Centro rispetto al Sud”.

Per questi motivi Adiconsum sta chiedendo al Governo di rivedere nella Finanziaria la parte relativa ai percettori di reddito inferiori ai 936 euro, “sia dal punto di vista fiscale, sia relativamente all’assistenza sanitaria, sia attraverso l’ampliamento dell’ammontare del Fondo di solidarietà sociale. Queste misure – conclude l’associazione – sono indispensabili per una Finanziaria che è stata definita per la prima volta a favore delle famiglie, ma non sono sufficienti: altri devono essere i miglioramenti per rendere veramente favorevole la manovra per i consumatori e le famiglie”.

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