2535 Il «gas flaring» che impesta il delta del Niger

20061212 11:05:00 webmaster

di Luca Manes

Mentre il governo italiano invita la stampa ad "abbassare i toni" sui tre tecnici italiani dell’ENI rapiti in Nigeria, ecco cosa succede nel Delta del Niger. Già la cosa era stata sollevata nell’appello "sangue sui
rigassificatori". Vedere
http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_18392.html

Per la Nigeria il petrolio è da troppo tempo una maledizione. Un paese che ha nel suo sottosuolo ingenti riserve di greggio deve incessantemente fare i conti con un mancato sviluppo, devastazioni ambientali e conflitti
intestini sempre sul punto di sfociare in pericolosi rigurgiti di violenza. Mentre le multinazionali petrolifere continuano ad arricchirsi, il debito del Paese aumenta, le popolazioni locali rimangono povere e delle loro terre viene fatto scempio in maniera indiscriminata.

Basti pensare che in Nigeria il gas naturale collegato all’estrazione del
greggio viene bruciato a cielo aperto, infischiandosene del «dettaglio»
che una tale pratica, in inglese denominata gas flaring, sia da troppo
tempo causa di inquinamento e scempio ambientale. A far uso del gas
flaring sono tutte quelle compagnie occidentali, e sono tante, che da
decenni operano proprio nei territori del Delta del Niger.
Eppure nel novembre 2005 un giudice dell’Alta Corte federale nigeriana
aveva stabilito che il gas flaring è illegale, dal momento che viola i
diritti umani delle popolazioni locali, e che chi lo praticava – la joint
venture composta dalla Nigerian National Petroleum Corporation e da altre
cinque compagnie straniere (in ordine d’importanza Shell, che ha un ruolo
preponderante, quindi ChevronTexaco, l’italiana Agip, Exxonmobil e
TotalFinaElf) – doveva immediatamente cessare di utilizzarlo. Il ricorso
alla corte è stato inoltrato dagli Iwerekan, una delle comunità residenti
nella regione del Delta del Niger. Il gas flaring è un fenomeno naturale
che si verifica nell’atto di estrazione del petrolio, che esce dal terreno
più spesso associato a gas. Gas che sotto la superficie in realtà è
dissolto nel petrolio, ma che poi quando viene pompato fuori ritorna alla
forma gassosa. Questo processo alquanto complesso ha delle implicazioni
molto nocive. Prova ne sia che il panorama del territorio del Delta del
Niger è costellato da abbaglianti fiammate alte decine di metri, causa di
rumorose esplosioni che si susseguono giorno e notte, spesso anche a poca
distanza dai villaggi (i pennacchi di fuoco sono così imponenti che si
possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari). Con il gas
flaring si disperdono nell’aria tossine inquinanti come il benzene, che
tra le popolazioni locali ha provocato l’aumento in maniera esponenziale
di tumori e di malattie respiratorie quali la bronchite e l’asma. Ma è
anche l’unico motivo della presenza nella regione delle piogge acide, con
tutte le conseguenze sull’ambiente e sulle persone che questo comporta –
tanto che le case degli abitanti della zona appaiono non di rado corrose o
con le pareti esterne permeate da una pellicola nerastra. Ciliegina sulla
torta, il gas flaring contribuisce massicciamente al rilascio di gas
serra, quelli che stanno scombussolando il clima del nostro pianeta. Si
pensi che è stato calcolato che la regione del Delta del Niger, da sola,
arriva a produrre ben 70 milioni di tonnellate di Co2 all’anno.
Secondo la corte nigeriana, il gas flaring «va contro il diritto alla
vita, alla salute e alla dignità». Tuttavia appare quasi superfluo
ricordare che la Shell e le sue consorelle quando svolgono le loro
attività nel Nord del mondo non si azzardano a ricorrere a un tale
espediente o a mostruosità affini. D’altronde provate a chiedere all’uomo
della strada se sa che cosa è il gas flaring. Ben pochi saranno in grado
di rispondere, semplicemente perché in Europa il 99% del gas collegato
all’estrazione del petrolio è utilizzato oppure iniettato di nuovo nel
terreno. E poi nessuna multinazionale del petrolio si sognerebbe di
utilizzare standard di produzione così bassi come accade in Nigeria o in
altri Paesi del Sud del mondo.
Il problema nel Delta del Niger è che non si sono costruite le
infrastrutture necessarie per «imbrigliare» il gas e utilizzarlo per uso
domestico e industriale, come invece viene fatto dalle nostre parti,
perché i costi sarebbero stati troppo elevati e il ritorno economico
insufficienti. In Nigeria non c’è un mercato interno per il gas, quindi
per le oil corporations vale molto più la pena concentrarsi principalmente
sulle lucrose esportazioni di greggio verso i Paesi occidentali, oppure
sui giacimenti che producono esclusivamente gas. In proposito val la pena
menzionare l’impianto di Bonny Island, gestito anche dall’Agip, dove il
gas viene liquefatto per essere poi trasportato fuori dall’Africa (in
piccola parte anche in Italia). Chi ci rimette è sempre la popolazione
locale, visto che è stato calcolato che alla Nigeria bruciare gas all’aria
aperta costa ogni anno una cifra intorno ai 2,5 miliardi di dollari in
mancati profitti. Dopo il danno, quello socio-ambientale, la beffa, ovvero
lo sperpero di una risorsa preziosa.

da "il manifesto" del 12 Dicembre 2006

http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_18392.html

 

 

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