2524 IN MORTE DI UN DITTATORE CRIMINALE E ASSASSINO

20061211 12:34:00 webmaster

Il racconto che riportiamo vinse il primo premio nella sezione “Memorialistica” del premio Pietro Conti 2003-2004.

E’ di Antonella Dolci, per molti anni dirigente dell’associazionismo democratico in emigrazione a Stoccolma, in Svezia, che nel 1973 viveva a Santiago del Cile e che fu testimone diretta dei giorni tumultuosi del golpe di 33 anni fa.

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PASTA E FAGIOLI ALL’AMBASCIATA

Premessa

Ho esitato quasi trent’anni prima di raccontare quest’episodio: all’inizio, per discrezione ma, soprattutto, per la consapevolezza che ben altre tragedie si erano svolte in quei giorni che meritavano di essere ricordate. Con il tempo però, ed ora più che mai, che i ricordi si affievoliscono, mi sono convinta che non è necessario essere stati né vittime né eroi per contribuire, con il proprio tassello, a dare una testimonianza di un periodo e di una temperie che rischiano di essere distorti o dimenticati.

Premessa

Ho esitato quasi trent’anni prima di raccontare quest’episodio: all’inizio, per discrezione ma, soprattutto, per la consapevolezza che ben altre tragedie si erano svolte in quei giorni che meritavano di essere ricordate. Con il tempo però, ed ora più che mai, che i ricordi si affievoliscono, mi sono convinta che non è necessario essere stati né vittime né eroi per contribuire, con il proprio tassello, a dare una testimonianza di un periodo e di una temperie che rischiano di essere distorti o dimenticati.

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Arrivammo verso le sette di sera al cancello che dava sul grande parco della residenza dell’ambasciatore d’Italia, a Santiago del Cile. Il custode, riconoscendo la mia amica alla guida, una funzionaria del consolato, ci fece passare senza problemi. Avevo la bambina, di tre mesi, sulle ginocchia, e una valigetta nel portabagagli. Al limitare di una scaletta che portava al piano seminterrato dove c’erano le cucine ed i servizi, mi accolsero il mio compagno, El Gordo, ed altre sei o sette persone, i primi "ospiti". Nella cucinetta il tavolo era apparecchiato e c’erano lenticchie, qualcosa che avrei rivisto spesso nei due mesi che avrei trascorso lí. Provavo a mangiare mentre raccontavo le ultime notizie di fuori e tentavo di impedire alla bambina di afferrare gli oggetti sul tavolo. "Passami la bambina" disse Carmela, così puoi mangiare tranquilla". Carmela era una bellissima brasiliana sulla cinquantina, c’era con lei anche il figlio (che le faceva visite saltuarie, scoprii dopo, dall’ambasciata sudamericana dove si era rifugiato). Anche gli altri, una famiglia con tre bambine, erano brasiliani di origine italiana. Man mano che la macchia della dittatura si allargava sull’America Latina, molti uruguaiani e brasiliani si erano rifugiati in Cile e si preparavano ora ad altri esili.

Tutto era cominciato 15 giorni prima, l’11 settembre 1973. O più esattamente, era cominciato a finire.
La sveglia suonò presto. Eravamo molto assonnati, eravamo rimasti fino a tardi ad ascoltare la radio, a seguire gli estremi disperati tentativi del presidente Allende di scongiurare il golpe, battendo la porta della Democrazia Cristiana, che era rimasta chiusa, chiedendo assicurazioni di fedeltà alla costituzione al generale in capo dell’esercito, Augusto Pinochet, che le aveva date (a quanto pare questo è l’uso: i colpi di stato non si annunciano.)
Dovevamo iniziare tutti e due, El Gordo ed io, un corso all’università quel giorno. Io sulla letteratura italiana del Novecento al Pedagógico dell’Universidad de Chile, El Gordo nella Facoltà di Sociologia, sui "Problemi del Marxismo contemporaneo" (sic!). Avevamo messo la sveglia molto presto, anche se i corsi erano fissati per fine mattinata, dovendo prevedere le code per la benzina che in quei giorni prendevano tre-quattro ore, ed almeno una o due nelle file per privilegiati nei quali ero riuscita ad inserirmi grazie ad un (mendace) striscione "Ambasciata d’Italia" che avevo incollato sul vetro della macchina. In realtà avevo solo un modesto contratto di dipendente locale all’Istituto di Cultura.
Il tempo che nei giorni precedenti era stato bellissimo si era improvvisamente rannuvolato. Un forte vento agitava i rami fioriti dei péschi del giardino. Accendemmo, come sempre, la radio.
Qualche settimana prima, i pochissimi aderenti alla Unidad Popular in quel quartiere di villini e di casaquintas nel Cajón del Maipo, una gola che si andava stringendo sempre di più man mano che si avvicinava all’Argentina, avevamo deciso di tessere fra di noi una rete di informazione e di protezione.Tra l’altro, era stato deciso di suddividere per turni l’ascolto della radio. Tutti sapevamo naturalmente che il golpe si avvicinava e certi programmi radio avevano parole in codice per annunciarlo. Nella suddivisione delle ore, rigidamente ugualitaria e senza nessun particolare privilegio concesso al sesso e alla funzione di nutrice, a me era toccato l’orario dalle tre alle cinque del mattino, non molto pratico dato che, a mezzanotte, dovevo comunque stare sveglia un’oretta per allattare. Dopo due notti senza sonno, comunicai che avrei interrotto l’ascolto: – Lo sapremo comunque quando suoneranno la solita marcia militare. A che serve saperlo un’ora prima, confinati in questa gola."

Ma non era una marcia militare. Si sentivano rombi di aereo e la voce del Chicho [i] :.solo acribillandome a balazos podràn impedir la voluntad que es hacer cumplir el programa del pueblo (.) Estas son mis últimas palabras…….". Stavano bombardando la Moneda, il palazzo presidenziale. Altro che colpo alla peruviana! Quindici giorni prima ero stata invitata a pranzo dall’Ambasciatore d’Italia insieme al nuovo corrispondente dell’Unità a Santiago, proveniente dall’Avana. Parlammo della situazione politica e del golpe che si avvicinava inesorabile. L’ambasciatore aveva espresso un cauto ottimismo: Ci sarà un cambiamento ai vertici, certo, ma non credo in un golpe cruento. I militari cileni hanno una lunga tradizione di rispetto costituzionale e poi, perché mai vorrebbe la destra distruggere la propria classe lavoratrice, le proprie fabbriche? Sarà un colpo alla peruviana.

Cominciammo, insieme ai vicini, il medico e sua moglie, che erano corsi da noi dopo aver sentito anche loro le notizie, a discutere sul da farsi. Nessuno di noi aveva telefono, ce n’era uno solo all’Hostaria Rio Maipo, sulla riva del fiume Maipo, ma i proprietari erano poco affidabili e probabilmente compromessi nel traffico della coca. Con la radio accesa ci sedemmo sotto la pergola davanti a casa, fiorita di rose tee e gelsomini. Il cielo era plumbeo, ora, il vento si era fermato. C’era un grande silenzio nella natura. Tutti gli odori e i colori familiari mi parevano, in qualche modo, estranei, trasformati. "Ho un sacco di fagioli secchi" assicurava allegra Patrizia che aveva tre bambini ed un solido appetito. "Possiamo resistere anche due settimane senza cibo."
Nel Cajón del Maipo c’era un posto di carabinieri a La Obra, a metà strada verso Santiago. Non sapevamo bene se costituissero una protezione o una minaccia. La minaccia però ci pareva provenire più dai vicini, molti appartenenti a raggruppamenti di estrema destra.
El Gordo ed io ci decidemmo a cercare di lasciare il Cajón ed andare a Santiago.
Prima di andarcene, guardammo la nostra vasta biblioteca, che si trovava per la maggior parte nella costruzione di travi e vetro che chiamavamo studio e che stava in giardino, al lato della casa, con una terrazza dalla quale si contemplava lo scenario della Cordigliera. Oltre a libri d’arte, romanzi, poesie, c’erano le opere complete di Marx e Engels, Lenin, Althusser, Hegel,Trotskj, Gramsci, Sartre, due scaffali sulla rivoluzione cubana, Debray, il Che, Mariguela… Se i libri sono armi, quello era un arsenale. Di nascondere qualcosa in vista dell’aspettata perquisizione ci parve impresa senza senso. Lasciammo tutto com’era. (Quando vennero poi i militari a perquisire, noi già non c’eravamo, si presero solo un’edizione tascabile del Kamasutra. Rinunciarono a portar via la letteratura sediziosa, forse perché al momento non disponevano di un camion.)

Facemmo due tentativi, tutti e due falliti. El Gordo voleva, per la nostra sicurezza, che provassi io ad andare a Santiago in macchina con la bambina. Quanto a lui, se doveva essere preso dai militari, non voleva arrendersi disarmato. Avevamo in casa un fucile da caccia e una rivoltella, tutti e due dichiarati. El Gordo con la rivoltella avrebbe cercato di passare la frontiera argentina.
A me pareva , con i suoi chili di troppo e nessuna conoscenza dei sentieri, un’impresa molto
aleatoria e fidavo di più nel cartello AMBASCIATA D’ITALIA e nel mio accento straniero. Avevo
anche quella sensazione profondamente radicata di immunità che dà l’aver appartenuto fin dalla nascita al gruppo dei privilegiati. Lui aveva una conoscenza migliore degli umori dei militari sudamericani.
Il primo tentativo fu con l’arma (nascosta nel sacchetto dei pannolini), l’altro senza, grazie alle mie argomentazioni che la rivoltella, nella sceneggiata che mi proponevo, avrebbe solo aggravato la nostra situazione.
Ci mettemmo in fiocchi, collocammo ben visibile il cartello AMBASCIATA D’ITALIA tra i tergicristalli della mia Seicento rossa e partimmo. Dove la gola si apre verso la valle e la strada per Santiago c’era un blocco di militari. Tutti avevano al collo un fazzoletto arancione, credo, seppi dopo, per distinguere quelli leali o comunque informati di quello che avveniva.
Un ufficiale ci chiese i documenti. Mostrai i passaporti, dissi che, dati gli "eventi", ero convocata all’ambasciata d’Italia con mio cugino, il prof. A. (sono convinta che il mio parente, morto alcuni anni prima, avrebbe apprezzato quest’aiuto postumo datomi dal suo passaporto trafugato.). L’ufficiale però fu irremovibile. Non si passa.
Al secondo tentativo cercammo di passare vicino al gruppo dove non c’erano graduati. Il soldatino infatti, guardati i nostri documenti, gridò all’ufficiale: Tutto in ordine. Il "verso" stavolta era che volevamo arrivare alla nostra casa di Santiago prima del coprifuoco, che era stato annunciato per le tre del pomeriggio. Eravamo già a fine mattinata. Purtroppo un vicino che veniva in senso contrario ci salutò rumorosamente e con grande cordialità e prima che l’ufficiale venisse a chiederci perché volevamo andare a Santiago se avevamo casa nel Cajón, tornammo indietro.

Nel frattempo la vita si era animata nel nostro quartiere. Si presentò il gruppo dei Jaivas, un gruppo rock di successo che abitava in un villino vicino e che, per migliorare il reddito stremato dai troppi concerti di solidarietà, faceva sandali di cuoio con suole di copertoni (ne conservo, dopo trent’ anni e due cambi di paese, ancora un paio). Volevano, prima di tentare anche loro di uscire dal Cajón, che li aiutassimo a tagliarsi i capelli lunghi. Con il medico e la moglie esaminammo la situazione: la radio ora alternava alle marcie militari liste di nomi di sovversivi che erano invitati a presentarsi alle autorità militari per chiarire la loro situazione. C’era il nome del Gordo.
Decidemmo, o meglio gli uomini decisero, che era opportuno andare a visitare il caporione del gruppo di estrema destra del quartiere per vedere che intenzioni avevano nei nostri riguardi. Mentre le signore ci ricevevano cordialmente a Patrizia e a me offrendoci tè e pasticcini e commentando il rischio di pioggia, nello studio il dottore e El Gordo chiarirono, nel miglior stile del Far West, che erano armati e intendevano difendere le loro famiglie. Quali erano le intenzioni del padrone di casa e dei suoi amici? Risultò che erano piú preoccupati di noi perché il posto dei carabinieri era lontanissimo e temevano un’invasione dei poveretti della poblaciòn callampa, una baraccopoli dall’altro lato della strada, verso la montagna, tutti della Unidad Popular naturalmente. Anche loro, risposero, avrebbero difeso con le armi le loro famiglie.
Tornammo a casa, con la vaga sensazione di aver dato un’informazione preziosa al nemico, e con la prospettiva che non restava altro da fare che aspettare i militari. Ormai mancava un’ora al coprifuoco. Alla fine, decidemmo di partire di nuovo con la Seicento rossa, questa volta verso la cordigliera. C’era un’osteria qualche chilometro più avanti nella gola, sulla riva del fiume, dove si potevano affittare stanze per il week end e che faceva buona cucina locale. La padrona era una simpatica e cordiale italiana dal corpo opulento e dai capelli rossi e ci conosceva bene, c’eravamo andati spesso, soli o con amici.
Arrivammo alle tre meno cinque, dicemmo alla padrona che eravamo andati a pranzo a San José, più addentro nel cajón, quando ci aveva sorpresi il coprifuoco e che volevamo dormire lí, per non correre rischi. La storia era un po’debole: con la nostra casa a pochi chilometri e il paese sottosopra dalle sette del mattino, era difficile credere nel nostro improvviso affanno di turismo gastronomico. La padrona annusò possibili seccature ed agì in conseguenza. Le chiesi di mandarci un tè nella baita con terrazza sul fiume che avevamo affittato e ci disponevamo, El Gordo a riposare un attimo, io ad allattare, quando sentimmo dei colpi violenti sulla porta. Non pareva la camerierina con il tè, ci guardammo in silenzio.
Entrarono un sottufficiale ed alcuni soldati, tutti con le armi puntate. Non sapevano bene che cosa cercare. Le liste dei ricercati erano troppo lunghe perché le avessero a mente. La sospetta risultai io perché c’era un ordine di estrema diffidenza nei confronti degli stranieri arrivati negli ultimi mesi in Cile. In febbraio ero stata in Italia e c’era il visto sul passaporto. La diffidenza naturalmente era rivolta ai militanti di sinistra sudamericani ma questi soldatini non sapevano molto di geografia. Con una profusione di erre moscie, di importanza della mia presenza all’ambasciata e di "Cuando vamos a podernos ir, capitàn?" (fa sempre bene aumentare il grado) riuscii a convincerli della nostra innocuità. Chiesero solo al Gordo di accompagnarli fuori per mostrare i documenti della macchina che avevamo lasciato nella guantiera. El Gordo non tornava e cominciai a preoccuparmi. Mi ero ricordata infatti che nel tira e molla intorno all’arma, avevamo dimenticato di tirar fuori le pallottole, insieme alla rivoltella, dal sacchetto dei pannolini sporchi. Bloccai con una sedia la sponda del nostro letto dove la bambina dormiva e fui all’osteria. La macchina era fuori. El Gordo stava guardando la televisione (una rarità in quegli anni in Cile. Noi non l’avevamo). La sala era piena di ospiti. La padrona, ormai rassicurata, fu amabilissima con noi.

Uno speaker annunciò:"..el cadaver del señor Allende ha sido encontrado en la Moneda." Senza pensarci, ci alzammo in piedi, El Gordo ed io, in silenzio. La padrona e gli ospiti ci guardavano, seduti, in silenzio anche loro.
Il coprifuoco era stato prolungato fino a comprendere tutto il giorno seguente. Senza telefono, senza poter allontanarci, restavano le notizie della radio e della televisione. Era già iniziato lo stravolgimento delle parole (sovversivi, democrazia autoritaria) e la grandiloquenza era in proporzione inversa alla realtà sanguinosa che mascherava. La perfezione nell’oscenità fu raggiunta qualche giorno dopo, al solenne Te Deum di ringraziamento nella Cattedrale di Santiago, che vedemmo in casa di amici, officiato dal cardinale Silva Enriquez e in presenza dei generali in capo delle tre armi e, annunciava pomposo lo speaker, di tutti "los primeros mandatarios" del Cile. C’era Frei, c’era il vecchio Alessandri. Mancava solo il presidente eletto e in carica.
Per andare a Santiago il giorno dopo, era necessario un lasciapassare che rilasciavano i carabinieri di San José. La padrona che, disse, conosceva bene il colonnello (non ci sorprese) si offrì di accompagnare El Gordo, scartando la mia timida proposta di andarci io, invece.
El Gordo tornò con un lasciapassare che ci permetteva però di andare solo fino a Puente Alto. Lì dovevamo chiederne in una caserma il prolungamento fino a Santiago .
Passammo rapidamente per casa, per un nuovo carico di pannolini. Alla figlia dei vicini che mi aiutava con la bambina quando ero al lavoro, dissi che andavamo una settimana al sud, che cambiasse le lenzuola. Non ci tornammo più.
Passato il blocco di controllo e arrivati all’incrocio tra la strada per Santiago e quella per Puente Alto, decidemmo che un’ulteriore visita ad una caserma era sfidare la buona fortuna e continuammo diretto per Santiago. Un’ora di macchina, scandita dal ronzio degli elicotteri, da luci di incendi e rumori di spari in fondo, verso la cintura operaia. Davanti ai cancelli del Pedagógico, chiuso e guardato da uniformati, due cadaveri per terra. Due ragazzi.
Arrivammo a casa del fratello del Gordo, un quartiere di villini, con tutte le case imbandierate: di fronte, c’era il villino del generale in capo dell’aviazione, Bonilla. Fu una brevissima visita per scambiare notizie ma lì non si poteva rimanere. Ogni movimento di macchine era registrato dalle sentinelle della casa del generale. Un terzo fratello aveva chiesto che El Gordo gli telefonasse con urgenza, per "analizzare la situazione". C’è poco da analizzare, tagliò secco El Gordo. (Seppi dopo che era bloccato in casa perché aveva dimenticato i documenti il giorno prima del golpe in una palestra di karate e voleva chiedere a me che potevo circolare con la macchina di andarglieli a prendere.) La cognata, seguita dai quattro figlioletti, appariva ogni tanto per chiedere se non era meglio mettere la bandiera, per non essere la sola casa della strada senza. "Metta la bandiera, mijita" rispondeva il marito. Dopo apparve per chiedere se non era meglio togliere la bandiera. "Sanno che siamo della Unidad Popular. Può attirare l’attenzione". "Tolga la bandiera, mijita", diceva il marito, rassegnato.
Cominciammo a fare piani per i prossimi giorni e a cercare un posto per la notte. Non fu facile.

Credo che quello che caratterizza le situazioni eccezionali, le catastrofi, i colpi di stato, sono la sensazione di irrealtà e la paura.
La sensazione di irrealtà perché, durante un colpo di stato, tutte le apparenze cambiano di segno: il tranquillo posto di carabinieri può essere una base di fascisti, la casa non è più un rifugio, il vicino può essere una spia, la casa degli amici può essere una trappola. I diritti sono sospesi, il Parlamento è chiuso, la scienza non ha senso, le scuole e le università sono chiuse. Tutto sembra uguale e più nulla è come prima.
La paura non necessariamente come la sua espressione fisica, il batticuore, lo stomaco che si stringe, il sudore. La paura come qualcosa di materiale, un’aria greve, mefitica, un vento che torce le facce, china le schiene e rimescola i ragionamenti e le idee, per cui non si sa più se quello che si pensa, che si pianifica, che si crede, è frutto di riflessione o di paura.
Nei giorni che seguirono, e in quella ricerca di un posto per dormire, ne vedemmo diverse manifestazioni. Aprivano la porta facce prima amiche, ora stranamente inespressive. Vidi passare, sul viale che bordava il Pedagógico, il prof. Sanchez, dirigente dell’Istituto di Lingue Romanze. Fermai la macchina per salutarlo e gli chiesi: Come sta, professore? Impallidì, si guardò intorno (il viale era vuoto) e poi mi disse a voce altissima, mentre gli occhi gli sfarfallavano intorno: "Come vuole che stia? Sto benissimo, naturalmente, sto benissimo.".
O pochi giorni dopo, in visita a casa di una cognata che era stata malata. Apparve, lasciando acceso il motore della macchina, un vecchio amico che le aveva prestato, durante la convalescenza, un piccolo televisore. "Non ti serve più? Lo posso riprendere? Ciao, ciao…" e scomparve. Commentammo, allibite e divertite allo stesso tempo, la sua fretta che non gli aveva lasciato neppure il tempo di chiedere notizie dei suoi più vecchi amici.
Ma non furono tutti cosí: Ricordo la casa del nostro amico L., regista, che non solo fu felicissimo di vedermi, chiese di tutti e raccontò di tutti, scambiando con me informazioni su ambasciate accessibili, ma mi comunicò immediatamente, trionfante, che, appena aveva sentito del golpe, era corso all’Istituto filmico, riuscendo così a salvare tutto il materiale del film sulla storia del movimento operaio cileno, che poi realizzò nel suo esilio in Germania.
Per non parlare dell’amica italiana del consolato, alla quale telefonai dopo qualche esitazione perché non volevo comprometterla e che mi rispose esultante, aveva cercato di raggiungerci nel Cajón ma non aveva potuto superare i controlli, e ci accolse a casa sua senza preoccuparsi delle possibili denuncie dei vicini e dei danni che questo poteva arrecare alla sua carriera.
Dopo due giorni parve la soluzione migliore che El Gordo cercasse rifugio all’Ambasciata d’Italia. La nostra amica avrebbe trovato modo di farlo entrare. Quanto a me, sarei rimasta fuori, dormendo in case sicure, sarei tornata al lavoro all’Istituto Italiano di Cultura e avremmo studiato che possibilità c’erano di rimanere in Cile. Ci demmo appuntamento ogni sera alle sette al cancello del giardino dell’ambasciata per scambiarci informazioni..
Intanto era iniziato il "ritorno alla normalità". Invece delle liste di ricercati si sentivano ogni giorno alla radio appelli a rimettere in marcia il paese. Veniva nominato un posto di lavoro dopo l’altro e si esortava la gente a presentarsi. Molti lo fecero e vennero immediatamente arrestati e mandati allo Stadio, dove avevano raggruppato tutti i "sospetti". Altri cercarono rifugio o semplicemente rimasero in casa e poi per mesi restarono in attesa che li venissero a prendere, invidiando quasi coloro che c’erano già passati. In uno dei nostri appuntamenti serali al cancello (i primi giorni non c’era nessuna sorveglianza) El Gordo mi disse che era entrato piuttosto malconcio all’ambasciata un collega del fratello e mi chiese di avvertire questi di non presentarsi al lavoro, come sembra volesse fare, perché era una trappola.
Il coprifuoco quella sera era alle nove e rimasi fino alle nove meno dieci davanti alla casa vuota di mio cognato, finché apparve e potei dargli l’informazione e correr via. Dovevo dormire quella notte in una casa dei quartieri alti, dall’altra parte della città. Dopo due minuti bucai la gomma posteriore. Scesi e cominciai nervosissima a cambiare la ruota, consapevole che stare in giro in macchina all’ora del coprifuoco con una bambina piccola in una cesta poteva sembrare bizzarro quando apparve una pattuglia di militari. Anche questa volta, mi salvò l’erre moscia. Chiesi loro aiuto a cambiare la ruota e me la cambiarono loro, raccomandandomi dopo di fare presto ad arrivare a casa.

Per diverse settimane prima del golpe, sul quotidiano conservatore El Mercurio, erano apparsi annunci di un’intera pagina sulle categorie professionali che scioperavano contro il governo: i medici, gli avvocati, gli ingegneri. Nei negozi mancava di tutto o quasi. In particolare erano scomparse alcune derrate come lo zucchero, il latte ed il caffé in polvere, di cui i cileni erano curiosamente molto ghiotti, le sigarette, la carne. C’erano però a poco prezzo pesce e frutti di mare, miele, insalata e frutta e, personalmente, a me questa dieta non dispiaceva. Piú fastidiosa era la scomparsa del cotone e dei pannolini usa e getta che mi obbligavano a lavare e stirare i vecchi pannolini di stoffa, il ché, malgrado possedessi un ferro da viaggio, mi complicò la vita i giorni dopo il golpe.
Stranamente, e con grande gioia delle massaie, tutte queste derrate riapparvero all’improvviso pochi giorni dopo l’11 settembre.

Avevo trovato un impiego a metà tempo all’Istituto di Cultura un po’più di due anni prima, come impiegata locale. Facevo lezioni di italiano la sera e traduzioni di giorno. Si era liberato un posto e mi fu proposto. Avevo tutti i titoli necessari, laurea, abilitazione, esperienza professionale ma credo inoltre che il direttore avesse giudicato opportuno avere qualcuno di sinistra tra i suoi collaboratori per mettersi in buona luce davanti al nuovo governo, con il quale mi attribuiva legami molto più stretti e privilegiati di quelli che avevo in realtà.
Il direttore andava fiero del fatto che il budget dell’Istituto era tra i più bassi del mondo, e non solo, l’Istituto di Santiago era l’unico che, a volte, addirittura restituiva finanziamenti non spesi. Ce lo ripeteva spesso. Le attività dell’Istituto rispecchiavano tale politica. Nei due anni che vi lavorai, se la memoria non mi inganna, ricordo solo due o tre concerti pianistici, eseguiti da una conoscente del direttore. Di mostre, rassegne, conferenze, non se ne parlava.
Quello che caratterizzava inoltre l’Istituto ed i suoi dipendenti era una visione a dir poco restrittiva della cultura: la Cultura era italiana e basta. Si trattava di somministrare gocce di questo bene prezioso ad un popolo selvaggio. Per l’arte, la musica, la pittura, l’archeologia cilena non esisteva il minimo interesse (figurarsi per il laboratorio sociale costituito dal Cile in quegli anni), a meno che si trattasse di persone che in qualche modo cercavano di innalzarsi alle altezze dell’arte italiana, cantanti d’opera, per esempio.
C’era una sola segretaria cilena che lavorava all’Istituto, C. Era una bella signora bionda e precocemente nonna, di grande famiglia, imparentata con tutta l’aristocrazia cilena dai cognomi di vigne e cugina del caporione dell’estremismo di destra, Pablo Rodriguez, di Patriad y Libertad. Era una donna deliziosa e malgrado le nostre evidenti differenze, ci avvicinava una certa somiglianza di modi, lo stesso genere di senso dell’umorismo e, credo, il comune amore per il Cile, anche se non riusciva a capire la mia simpatia per gli indiani mapuches ("..sanno solo ubriacarsi e fare a coltellate agli angoli delle strade. Non capisco perché dovremmo esserne fieri." ribatteva quando io celebravo la loro indomita difesa del sacro fiume Bio Bio contro gli invasori spagnoli).
Fu l’unica, intuendo la mia situazione, ad offrirmi di dormire nella sua casa, i giorni dopo il golpe. Accettai una notte la sua proposta e fu di una cortesia squisita. Si occupò anche della vendita della mia Seicento ad un suo amico e che avessi un compenso adeguato, che non si approfittasse delle circostanze.

Il direttore era un omino basso e pingue, di modi affabili spezzati da improvvisi scatti di autorità.
Ci riuniva a volte nel suo studio per informazioni e per parlare un po’ di sé. Le sue simpatie "nostalgiche", anche se mai esplicitamente espresse, erano evidenti e corroborate dal suo ruolo di direttore, o funzionario, non ricordo, dell’Istituto Italiano di Cultura a Berlino durante la guerra. Malgrado questo, da quando la sinistra era al governo in Cile, e in particolare in mia presenza, alludeva a parole coperte ad un suo passato misterioso ed eroico, in Germania. Aveva sostenuto una rete di resistenza, aveva nascosto un numero cosí alto di ebrei che veniva chiamato "La Primula Rossa" (in spagnolo, ancor più sonoro, "La Pimpinela Escarlata"). Tutti, a quest’annuncio, guardavamo fisso la parete senza muovere un muscolo. A rendere piuttosto inverosimili queste rivelazioni infatti, più che le sue simpatie, che non andavano certo alla Rosa Bianca, era il fatto che il professor Rognoni in ogni suo gesto, attitudine e decisione tradiva il sentimento dominante della sua personalità che era la pavidità.
Era sempre d’accordo con l’autorità, con i superiori, con il più forte e questo gli creava ansie e conflitti quando, come succede, forza di carattere e carica di comando non coincidevano nella stessa persona.

Arrivai al portone del vetusto palazzo che ospitava l’Istituto Italiano di Cultura nella calle Huérfanos alle nove del mattino, come usavo. Al portone il bidello, Brito, l’unico simpatizzante della Unidad Popular nell’edificio, mi rivolse, il volto livido, un timido sorriso. Quando arrivai alla mia scrivania le conversazioni dei colleghi si spensero. Mi misi a fare le traduzioni accumulate, senza che nessuno mi rivolgesse la parola, anche se tornavo al lavoro dopo una settimana d’assenza non annunciata. Quella mattina, mi vennero a vedere alcuni "cugini", per avere notizie nostre, per sapere se potevo prestare la macchina per trasportare "solamente tres cuadras." un compagno un po’ "pesante" o semplicemente per sfogarsi un po’. Al terzo"cugino" il direttore, evidentemente preoccupato per l’allargarsi della mia famiglia, convocò una riunione del personale. Ci sedemmo tutti in silenzio nel suo studio, indossando i nostri spolverini azzurri che ci erano stati imposti alcuni mesi prima per ragioni non meglio spiegate di "decoro" (ho sempre sospettato però che l’obiettivo fosse di nascondere le mie infrazioni al tailleurino di ordinanza.) Il direttore tossicchiò e ci rivolse all’incirca queste parole (anche queste, con una destinataria unica):
Siete tutti consapevoli che in questi giorni in Cile è sopravvenuto un grande cambiamento. Tosse. Risatina. Il governo è stato assunto dai militari. Naturalmente questo è un Istituto Italiano e noi (ricalcato con forza) non abbiamo nulla a che fare con la politica di questo paese. Fortissimo. NOI NON CI MISCHIAMO NELLA POLITICA DI QUESTO PAESE. Silenzio dei presenti. Io guardo fisso una macchia sulla carta da parati. Però, continua, (in tono piú conversevole), risatina, si sa che quando i militari comandano, le cose rigano un po’ più a tambur battente, diciamo, ordine e disciplina sono le parole d’ordine. E quindi, in qualche modo, anche qui, un po’ di militarizzazione (risatina, per farci capire che il messaggio è tra il serio ed il faceto) ci vuole. E poi elenca: nessun discorso di politica, mai, nulla di compromettente, nulla che abbia a che vedere con la politica nei nostri cassetti (a chi sarebbe mai venuto in mente di farlo?). Ci saranno controlli e perquisizioni SENZA PREAVVISO. E il grembiule, si compiace che lo abbiamo indossato, ma da oggi in poi è obbligatorio in permanenza e senza eccezioni. Rassicurato dal nostro silenzio – C’è qualcuno che vuole fare qualche domanda? azzarda.
Alzo la mano. Il mio contratto termina fra una decina di giorni, il 30 settembre, e fin qui è stato rinnovato anno per anno. Ho preso un minuto prima la decisione di chiedere che non venga prolungato.
Quando presi quel giorno quella decisione, anche se in fondo fin allora non avevo ancora accettato l’inevitabilità di dover lasciare il paese, credo fu il discorso del Direttore a convincermi. Quell’uomo, mosso dalla paura o dal desiderio di mettersi in buona luce, era capace di tutto, pensai, anche di mandare lettere anonime, di denunciare. Lo fece poi probabilmente, se fu lui, come molti crediamo, a suggerire mediante lettera anonima ai militari di perquisire l’appartamento del figlio della funzionaria del Consolato che ci aveva aiutati.

Comunico la mia decisione. Visibile sollievo di tutti i presenti, il prof. Rognoni mi guarda quasi con affetto. Aggiungo, guardandolo negli occhi: In un paese in cui si bruciano i libri non ha senso, a mio parere, un Istituto di Cultura". Silenzio generale (forse imbarazzato). Usciamo in mesto ed ordinato corteo. Quando per ultima passo davanti a lui, il direttore mi sussurra " Guardi che io la penso come lei..".

Arrivai all’ambasciata nell’ultima settimana di settembre. Il primo piccolo gruppo che ci si trovava si era istallato, su indicazione del funzionario dell’ambasciata, su letti di fortuna e brandine nei seminterrati della residenza dove c’erano stanzoni, ripostigli, cucine.
Poche ore dopo di me era arrivata una famigliola cilena. Il giovane papà, uno di coloro che aveva creduto agli inviti alla normalizzazione, era stato arrestato appena arrivato al posto di lavoro, maltrattato, sottoposto a finta fucilazione e poi scaricato per strada da una macchina in corsa. Si era precipitato a casa dove la moglie ignara lo aspettava con la cena pronta ed erano corsi con il figlioletto di sette mesi in cerca di un’ambasciata. La prima notte nello stanzone eravamo solo in sei ma questa pacchia non durò. Alla bambina facemmo un letto con cuscini e coperte varie in una scatola di pasta poggiata su due sedie.
La mattina dopo venne un consigliere dell’ambasciata, segnò i nostri nomi, prese appunti sui nostri racconti ed espresse il (fondato) timore che aumentasse il numero degli ospiti. Non era una situazione ideale per un funzionario: L’ambasciatore era dovuto partire pochi giorni prima per l’Italia per gravi ragioni familiari, non esisteva nessun accordo di asilo tra l’Italia ed il Cile e gli ordini provenienti da Roma erano vaghi e criptici. Qualcosa come Non cacciare via nessuno/Non incoraggiare nessuno.
C’era però un telefono in cucina che consentiva chiamate locali. I primi giorni, non c’era nessuna sorveglianza dei militari intorno al muro che circondava l’enorme parco della residenza. Si erano preoccupati invece di chiudere l’accesso a tutte le ambasciate sudamericane dove avevano cercato di rifugiarsi il maggior numero di persone. Le ambasciate dei paesi europei attraevano meno, sia perché si sapeva che non esistevano accordi di asilo, sia perché tutti speravano di stare in un paese il più possibile vicino al Cile, per uno sperato prossimo ritorno, e la lontana Europa faceva timore.
Naturalmente tutti facemmo uso di questo telefono: saltare il muro di cinta dell’ambasciata non era impresa impossibile, con un po’ d’aiuto. E gli "ospiti" cominciarono a poco a poco ad aumentare. Ogni mattina il consigliere usciva dalla macchina sulla piazzola di ghiaia davanti all’ingresso e contava desolato i nuovi arrivati, poi dava disposizioni alla cuoca, l’unica persona, oltre a noi, presente, almeno di giorno, in residenza, di aumentare le compere. Poi ad uno ad uno annotava i nomi ed ascoltava i racconti.
All’inizio osservammo disciplinatamente le norme imposteci e ci affollammo nel seminterrato. Tanto, appena svegli, uscivamo tutti nel parco, dotato anche di una grande piscina, e non tornavamo più giù fino a notte. Non volevamo nessun privilegio, perlomeno la maggioranza di noi, neppur’io che ero l’unica italiana e che ero stata impiegata dello stato italiano. Ricordo perfino che, quando finalmente potemmo partire, feci mandare da mio fratello i soldi dei biglietti per la mia famiglia perché non volevo "essere a carico dei lavoratori italiani". Finí che noi del seminterrato sviluppammo quasi un senso di aristocratica esclusività, alla Mayflower, e guardavamo con una certa sufficienza i nuovi arrivati che cercavano di ottenere posti per dormire nelle parti "nobili" della residenza. Cosa che del resto divenne inevitable quando fummo più di un centinaio. La cuoca arrivava ogni mattina curva sotto il peso dei sacchi di riso, di fagioli e di lenticchie, ogni mattina veniva informata dal funzionario del numero dei nuovi arrivati e si metteva sotto a cucinare. Costituimmo rapidamente turni di cucina, di pulizia dei bagni, di lavaggio dei piatti.
Per farlo, erano necessarie riunioni che finirono con diventare quotidiane, alle tre del pomeriggio. Eravamo tutti di sinistra, di tutto o quasi tutto l’arco dei partiti che avevano sostenuto la Unidad Popular (con eccezione del MIR [ii] che aveva dato ordine ai suoi militanti di continuare la lotta e di non rifugiarsi nelle ambasciate). In queste riunioni però si discuteva strettamente di quello che riguardava la vita corrente o, della situazione generale, degli aspetti che potevano influire direttamente su di noi. Per una specie di istinto di sopravvivenza, evitavamo analisi politiche più generali che, in un’assemblea con tante appartenenze politiche diverse, avrebbero solo creato tensioni e sensi di colpa.

In una di queste assemblee, piuttosto affollata, El Gordo usò, per definirci, la colorita espressione cilena "nosotros que estamos apretando cachete" che vorrebbe dire, all’incirca, noi che stiamo stringendo le natiche, ossia, noi che stiamo fuggendo. Un clamore si levò a questa definizione oltraggiosa, "..starai scappando tu, per noi questa è una ritirata tattica, ecc.ecc." El Gordo allora sbottò ".fuori si combatte ancora, se volete combattere, uscite da qui. Quanto a me, sono qui per salvare la mia vita e quella della mia famiglia.". La frase ci fece molti nemici ma anche molti amici e favorì la creazione di un sottogruppo il cui particolare tipo di realismo era quello di riconoscere che la sconfitta era stata totale e di lunga durata.

E’difficile, in certe situazioni, non perdere la bussola, essere realisti. Per essere realisti occorre avere elementi per interpretare la realtà, punti di riferimento per prevederne l’evoluzione. Tutto questo ci mancava. Non avevamo più il sostegno delle nostre professioni, dei compagni di lavoro, delle famiglie, degli amici, l’appoggio di una stampa affidabile, la sicurezza che danno i luoghi familiari. Tutti i nostri punti di riferimento erano cambiati in poche ore, avevamo un’idea di quello che stava avvenendo ma non potevamo prevederne l’estensione, la durata. Solo il presente era veramente importante.
Ci difendevamo, davanti a questo, come meglio potevamo. Ogni persona nuova che "saltava il muro" era una preziosa fonte di informazioni per avere notizie dei compagni, degli amici, della situazione di un determinato partito, del diffondersi, dell’indurirsi e del precisarsi della repressione. Ogni arrivo era una storia, a volte ingegnosa, a volte drammatica, di come erano riusciti a sfuggire e a rifugiarsi all’ambasciata. Le dimenticavamo però subito, queste storie, eccetto alcune, particolarmente ingegnose o particolarmente tragiche, intenti al nostro nuovo quotidiano che era la vita in residenza, i
turni di pulizia e di cucina, i vari corsi da preparare. Eravamo in purgatorio, ma un purgatorio molto speciale, perché le porte che davano sull’inferno erano ancora aperte e non c’era nessuna garanzia di non ricaderci, e d’altra parte il paradiso, l’Europa, era tutt’altro che allettante, per la quasi totalità di noi era un territorio sconosciuto e pieno di incognite e di minacce.
C’era allora chi si difendeva facendo come se non fosse successo nulla: il soggiorno all’ambasciata era solo un episodio nella loro vita di militanti, facevano riunioni, analizzavano, organizzavano.
Di una delle "storie" dei nuovi arrivati ho però un nitido ricordo: era un professore di letteratura che aveva saltato il muro e raccontava di aver assistito poche ore prima ai funerali di Neruda. C’era pochissima gente dietro il feretro, i familiari stretti, militari. A poco a poco, lungo il grande viale che porta al Cementerio General, cominciò ad uscire gente dalle stradine laterali e si unirono al corteo, in silenzio. Erano tanti quando arrivarono alla tomba. In silenzio fu calata la bara nella terra. E lí un una voce gridò: "Compañero Pablo Neruda. presente". Lo ripeté due volte, la terza cambiò nome: "Compañero Salvador Allende, presente", poi ci fu un rapidissimo "Ahora y siempre" e la fuga verso i cancelli.
Intanto la voce di come era facile saltare il muro era arrivata alle orecchie di tutti, militari compresi . Furono messe sentinelle ai cancelli e agli angoli del vasto muro di cinta. Questo complicò solamente un poco l’operazione. Non era troppo difficile, specialmente con l’aiuto della gente di dentro, arrivare rapidamente con una macchina, arrampicarsi su un muro di meno di tre metri di altezza con l’aiuto di qualcuno e poi saltare dall’altra parte. Una notte ci provò la dottoressa T., una signora di mezza età e e di una certa pinguedine. I compagni la aiutarono a salire sul muro e, vedendo che la sentinella stava per girare l’angolo, la fecero cadere dall’altra parte con uno spintone. La povera dottoressa, che nulla nella sua vita precedente aveva preparato a questi esercizi acrobatici, rimase acquattata fra le frasche, non sapendo se c’erano militari anche all’interno del recinto, per un periodo che le parve interminabile finché si sentì illuminare la faccia da una lampada tascabile e una voce le chiese: Que hace allí, compañera? Al sentire l’appellativo familiare, abbracciò il compagno piangendo.

Questa della lampada tascabile e della perlustrazione del parco era una delle ultime decisioni prese nell’assemblea quotidiana. I "saltamuro" erano in continuo aumento e molti temevano che, tra i fuggitivi, saltasse anche qualche provocatore o qualche infiltrato. Non era un timore ingiustificato: pochi giorni dopo la partenza del primo gruppo, venne lanciato oltre il muro della residenza il cadavere di una giovane donna torturata che era la compagna di uno dei dirigenti del MIR. Solo la fermezza del personale diplomatico italiano riuscì ad evitare un disastro dato che l’amministrazione militare sosteneva che era stata uccisa in un regolamento di conti o in un’orgia all’ambasciata. Si era quindi nominato un comitato di vigilanza con il compito di perlustrare ad orari regolari il giardino e poi di sottoporre ad interrogatorio i nuovi venuti, in collaborazione con i responsabili dei vari partiti, per controllare se le loro storie fossero vere o inventate. Dopo qualche giorno però ebbe luogo una rivolta degli ultimi arrivati che si rifiutarono di raccontare le loro storie e di consegnare i documenti a persone che, su di loro, avevano in realtà solo il privilegio dell’anzianità di soggiorno. Non tutti però saltavano il muro. Molti, all’agilità, preferirono l’astuzia.
Un giorno si presentò al cancello un signore correttamente vestito di nero con una cartella gonfia di carte e prese ad imprecare contro gli sciagurati e gli irresponsabili che stavano lí dentro. Lui era notaio, e la sua cliente, sapendo che il marito era lí, esigeva un’immediata separazione dei beni. Il soldatino di guardia aprí il cancello aI "notaio" come fu poi sempre chiamato. Non ne uscí.

Ad alcuni, bisogna riconoscerlo, era più difficile che ad altri accettare la situazione di comunismo primitivo creatasi in residenza. Una sera tardi, andai in cucina per riscaldare un biberón e vidi, seduto all’angolo del grande tavolo, proprio il "Notaio" che addentava una grossa bistecca. Carne non ne avevamo vista per settimane, né adulti né bambini, sia per il prezzo che per la difficoltà di reperirla. Il Notaio aveva evidentemente subornato la cuoca. Vedendomi arrossì ed io arrossíi di rimando, per quel sentimento che i cileni esprimono cosí bene con l’espressione "por verguenza ajena", per vergogna altrui. Rividi poi spesso il Notaio in tutt’altre circostanze ma quella bistecca mi rimase incisa nel cervello.
Che tutti noi che stavamo lí avessimo condiviso, con maggior o minor impegno, il sogno ambizioso di costruire un mondo più umano e più giusto non ci faceva automaticamente migliori degli altri e spesso utilizzavamo i riferimenti ai grandi valori per giustificare le nostre debolezze. Tuttavia questi valori, che erano quello che avevamo in comune e che ci univa, al di sopra delle differenze di orientamento politico, di classe, di educazione, di carattere, ci aiutarono a trascorrere in modo umano e decente, affollati a centinaia nelle poche stanze dell’ambasciata, il periodo che ci toccò di vivere lì. Grazie ai valori della solidarietà, della protezione dei più deboli, della giustizia, del rifiuto dei privilegi riuscimmo, di fatto, durante due mesi, con i turni di pulizia e l’impegno di coloro che avevano nozioni di sanità e di igiene, a che non ci fosse una sola malattia, un solo contagio, malgrado l’elevato numero di bambini, anche piccolissimi, e la dieta piuttosto povera, per necessità.
Malgrado la maggioranza di noi avesse fuori parenti, amici, compagni, figli piccoli e vecchi genitori, per la cui incolumità vivevamo preoccupati, malgrado che il futuro fosse un’incognita e il presente fosse sospeso nell’incertezza, malgrado che di giorno e di notte sentissimo gli elicotteri dei militari sorvolare il tetto, malgrado ci fosse la permanente presenza dei militari lungo il muro ed ai cancelli, malgrado che, nell’arco della sinistra, appartenessimo alle correnti e agli orientamenti più diversi, socialisti, comunisti, cattolici di sinistra, radicali, non ci fu mai una rissa seria e anche i pochi scontri provocati dalla tensione dei nervi e da qualche bicchiere di vino poterono sempre essere calmati dal pronto intervento dei compagni.

C’era stata una riunione rivolta alle donne, i primi giorni, ed in particolare alle mamme, per decidere tutto quanto aveva a che fare con l’alimentazione e l’igiene dei piccoli. Una compagna propose che i bambini non stessero solo a carico delle mamme ma che tutte le donne presenti, per solidarietà, ne suddividessero il peso. (Di far condividere questo "carico" agli uomini, non se ne parlava ancora, in quegli anni, tra i ben chiamati "machisti-leninisti"). Una giovane donna espresse un parere violentemente contrario, a nome di tutte quelle che, i loro figli, avevano dovuto lasciarli fuori. Era peraltro una discussione accademica. Tutti in realtà facevano a gara per stare con i bambini e mia figlia, tra le sette del mattino e le undici di sera, quando stava nel parco, la vedevo solo quando dovevo allattarla o darle il biberón. Era la bambola preferita delle tre piccole brasiliane, quando non la trovavo, in fondo al parco, nel suo carrozzino sgangherato, spinta lì dal vecchio Frati, un vecchio comunista brasiliano, che se la portava con sé e si metteva a leggere vicino a lei, fermandosi ogni tanto a contemplarla.

Un giorno corsero voci che era arrivato un ospite di riguardo, che era stato sistemato in una delle stanze dei piani superiori, perché era stato ferito in combattimento, non ricordo ora se alla spalla o alla gamba. Aveva con sé una rivoltella. Comunque della ferita dopo pochi giorni non si parlò più.
Era alto e biondo, sacerdote o ex-sacerdote, e si chiamava Silvano Girotti, soprannominato Fratello Mitra. Dopo qualche giorno, scese a mescolarsi con noi. Più tardi lo raggiunse una sua giovane amica. Dopo il suo arrivo, si produssero cose strane: apparvero sulle prime pagine di giornali italiani foto a tutto campo di Fratello Mitra, con tanto di pesante croce al collo e mitra in mano, tra un gruppi di piccolissimi contadini boliviani. Ci confermò giulivo che aveva comunicato lui alla stampa la sua presenza in ambasciata. Tra di noi c’era anche un giovane boliviano, che ogni volta che s’incontrava con Fratello Mitra lo prendeva a male parole (e anche, una sera, a cazzotti): a suo dire, ogni volta che un villaggio boliviano riceveva la visita di Girotti, pochi giorni dopo apparivano i militari. Girotti, da parte sua, sosteneva a chi voleva sentirlo che conosceva benissimo quel boliviano e che era un infiltrato. Avevamo, su Fratello Mitra, opinioni diverse ma, in generale, l’alone di eroismo che lo circondava e il suo desiderio di pubblicità suscitarono piuttosto diffidenza. Che poi, appena emerso dal letto di dolore dopo il combattimento e la ferita, avesse indossato calzini color lavanda nella identica tonalità del foulard, costituì per alcuni di noi un ulteriore motivo di perplessità.
Circa in corrispondenza con l’arrivo di Silvano Girotti, si era indurita la campagna del quotidiano di orientamento filogovernativo El Mercurio contro gli ospiti dell’ambasciata. Foto prese dagli elicotteri ci mostravano, alcuni in costume da bagno, qualche uomo a torso nudo, sui bordi della piscina. Si facevano allusioni a orgie che avvenivano in residenza (quest’associazione orgie/sinistra era una vera fissazione). A molti veniva da ridere. Per non parlare della disposizione d’animo, le condizioni logistiche non favorivano certo questo tipo di attività. Anche le più lecità intimità, in quel sovraffollamento con turni di ferro per il bagno, erano impossibili. Una giovane coppia cilena ebbe l’imprudenza di prolungare eccessivamente il tempo riservato per la doccia. Il titolare del turno seguente, indignato, aprì la porta con uno spintone, e li scoprí nudi abbracciati in piedi nella vasca. Da allora furono chiamati "los paraguayos" per la predilezione che questo popolo, pare, ha per questa posizione erotica.
Ad altri la campagna denigratoria del Mercurio non faceva ridere: poteva essere il primo passo per giustificare un’irruzione dei militari nella residenza.
Prendemmo disposizioni nel caso succedesse e quello che ricordo ora con nitidezza, e con una certa meraviglia, è la calma, la tranquillità con cui, benché molti di noi avessero con sé figli piccoli, mogli, mariti, compagni, compagne, analizzammo la possibilità di essere uccisi in massa o portati via chissà dove, ed il modo migliore di dare una valenza politica a questa fine. Forse perché la vita all’ambasciata era una vita relativamente normale in una situazione generale di totale anormalità, questo miscuglio di sicurezza e di insicurezza, di tran tran quotidiano e di minacce incombenti, ci marcava, in misura maggiore o minore, tutti. O forse perché la morte, gli incidenti, anche nella vita più tranquilla, sono un’eventualità sempre presente, di cui si è consapevoli ma a cui non si pensa, come il fumatore non pensa al cancro ai polmoni, credendolo molto lontano. Per noi anche il giorno dopo pareva molto lontano, solo l’oggi era reale.
Tuttavia, la presenza di tanti bambini, di tanti giovani, lo stesso caldo sole primaverile, faceva sì che non sempre l’atmosfera fosse di tristezza, tutt’altro. Contribuiva molto anche quella meravigliosa capacità del popolo cileno di ridere di tutto e soprattutto delle tragedie, di trovare analogie fra i fenomeni più inattesi ed esprimerle in un linguaggio corposo, sapido, quasi rabelaisiano. Ci furono, in quei due mesi, più risa che pianti.

C’era tra gli "ospiti" dell’ambasciata un giovane argentino, con il quale facemmo amicizia.
Aveva ricostituito nello stanzone di sei letti nel seminterrato, dove dormiva, con l’aiuto di lenzuola appese a fili, quell’elemento indispensabile alla vita di Buenos Aires che è il boliche. Qualcosa come il bar dell’angolo. Ci invitava formalmente ogni tanto, quando aveva potuto procurarsi, non so per quali vie, una bottiglia di whisky, a bere un bicchierino al boliche e sedevamo, noi pochi eletti, chi per terra chi sulla sponda del materasso, mentre le ombre degli esclusi passavano discretamente dietro le lenzuola.

La presenza di soldati al cancello e intorno al muro di cinta non aveva comportato solo inconvenienti, a parere di alcuni. Erano perlopiù militari di leva, giovanissimi, e spesso non insensibili alle richieste dei residenti. Si trattava di lavorarli, fare amicizia con loro ed un elemento chiave per questo lavoro di conquista erano i bambini piccoli. Se uno non ne aveva di propri, si prendevano in prestito.
Anche su questa "fraternizzazione con il nemico" c’erano stati punti di vista diversi. Io appartenevo al gruppo che non voleva contatti ma mia figlia, ignara, fu utilizzatissima in quei giorni e dovevo spesso andarla a cercare ai cancelli se volevo cambiarla o darle da mangiare.

Non mancò la parte culturale. Chi sapeva strimpellare uno strumento lo faceva e ci fu anche un concerto di piano un pomeriggio, in un salotto con mobili di raso del piano superiore, dove venne interpretato per noi "Für Elise". Eravamo moltissimi ad ascoltare, seduti per terra o sui bordi degli scalini che scendevano in giardino, e credo che, dopo duecento anni, riacquistò per un giorno l’iniziale freschezza .

Nel frattempo, continuavano le trattative da parte dei funzionari dell’Ambasciata per permettere ad un primo gruppo di lasciare il paese.
Il consigliere convocò tutti ad una riunione informativa. Le difficoltà, disse, non esistendo un accordo di asilo, erano enormi. Avevano deciso quindi di inviare una prima lista con i nomi più accettabili per l’amministrazione militare: i cittadini italiani, naturalmente, i loro familiari, i bambini e poi i meno "carichi". La delusione provocò una tempesta di proteste. Ma se erano proprio quelli più "pesanti" che avevano bisogno di uscire. Con la protezione appunto del fatto che c’erano cittadini italiani. Non era forse un grande rischio lasciare all’ambasciata solo i più ricercati?
Il consigliere però non si convinse: Se esce un primo gruppo, al quale è più difficile dire di no, si aprirà un varco per altri gruppi. I fatti provarono che era un buon ragionamento, anche se alcuni compagni dovettero rimanere un anno in residenza. Fu il momento in cui molti si pentirono di essere stati troppo espliciti o forse troppo coloriti nella descrizione della loro situazione e nacque un certo freddo tra il gruppo degli eletti e quello degli esclusi. Ci dissero anche che il lasciapassare poteva venire da un momento all’altro, e che ci tenessimo pronti.
La lieve euforia creata dalla notizia della partenza non durò a lungo. Un funzionario dell’ambasciata convocò una riunione per informare i partenti sulla situazione che li aspettava in Italia. Io facevo da interprete. Non fu un quadro incoraggiante: non c’era equipollenza dei titoli di studio, il mercato del lavoro era difficile, la situazione degli alloggi ancora peggio, sussidi economici non erano previsti. Tutti uscirono a testa bassa. El Gordo cercò di rianimarli: "Andiamo compagni, li esortò, non è per chiedere una borsa di studio che siamo venuti qui.Ce la caveremo.". E continuarono i corsi di italiano che avevo iniziato a dare già da tempo, frequentatissimi, non solo da coloro che intendevano restare in Italia ma anche da quelli, numerosi, che avrebbero continuato il viaggio per altri lidi. Finalmente fu annunciata la data della partenza.
L’ultimo giorno furono permesse visite di addio e chi aveva la famiglia vicina e la poteva chiamare senza rischi, ne approfittò. Venne la nonna cilena a dire addio alla nipotina. Era una donna piccoletta, dallo sguardo dolcissimo e dal carattere d’acciaio, poco incline ai sentimentalismi e con un incrollabile, a volte irritante, ottimismo. Ci aveva portato, oltre a biscotti per il tè, un sacchetto di mandorle del nostro giardino ed altri sacchetti arrivarono poi regolarmente con chiunque viaggiava in Europa.
Aveva oltre settant’anni, non era mai uscita dal Cile e quell’incontro ci pareva l’ultimo. Ci comunicò che ci saremmo rivisti presto e che la nipotina le avrebbe fatto conoscere Parigi. Questo sogno che pareva così poco realistico si realizzò in gran parte, un esempio da manuale della potenza dell’ottimismo della volontà: vide crescere la nipotina, conobbe Parigi, e Atene e Mosca, e morì più che novantenne.
L’ultima sera, si fece una serata d’addio, una "despedida". Ci furono bottiglie di vino, chitarre e, per la prima volta in quei due mesi, cantammo tutti i canti che avevano accompagnato quei mille giorni: Victor Jara, Violeta, ma anche i canti della guerra di Spagna, dei partigiani . Quando si sentirono i malinconici toni di "Esta vez no se trata/de cambiar un presidente/ más vamos a construir/un Chile muy diferente." pochi occhi rimasero asciutti. Non so se si commossero anche i due funzionari dell’ambasciata che stavano con noi quell’ultima sera, ma rimasero, comunque, fino alle ore piccole. Tutte le tensioni, ora, erano dimenticate, e il sentimento dominante era la malinconia della separazione, l’incertezza davanti al futuro, il ricordo dei sogni perduti.
La mattina dopo ci fecero mettere in fila, noi che dovevamo partire, davanti al cancello. Fuori c’era uno spiegamento di militari, l’ autobus grigioverde che ci avrebbe trasportati e due auto di scorta. C’erano anche un gruppetto sparuto di amici e parenti. Ci dissero di uscire ad uno ad uno, portando la propria valigia. El Gordo volle prendermi la valigia dato che portavo la bambina ma glielo impedirono. I militari erano nervosi ed irritati. Quando fummo tutti seduti sull’autobus, i compagni affollati dietro il cancello iniziarono a cantare l’Internazionale. L’autobus si mosse in direzione di Pudahuel. Fuori, il traffico, la gente intenta alle sue faccende, i negozi. Tutti guardavano in silenzio, dai finestrini, le strade della loro città.
All’aereoporto ci fecero passare per uno stanzone dove uniformati, visibilmente infastiditi e con modi prepotenti, controllarono le nostre valigie e ci chiesero i documenti di viaggio, che la maggioranza di noi non aveva. Mostrai il mio passaporto. L’ufficiale mi chiese se avevo un documento di identità cileno. Lo stracciò. " Lei in Cile non rimetterà mai più il piede. .." Si sbagliava, peraltro. Ci sono tornata due volte.
Ci fecero salire sull’aereo per ultimi, dopo che si erano seduti i passeggeri "normali", raggruppandoci nei posti al fondo. Con noi salirono anche due signori di mezz’età vestiti uguali che occuparono i sedili vicino alla porta posteriore.
Vedemmo rimpicciolirsi Santiago, lo scenario bianco della Cordigliera, l’arrivo a Buenos Aires, quasi senza scambiar parola. A Buenos Aires ci rinchiusero in uno stanzone senza finestre e senz’aria, con un solo gabinetto, ed un telefono sorvegliato da una guardia. L’aria era pesante e rinunciai a chiamare mio fratello che viveva lí.

Del viaggio da Buenos Aires a Roma, che deve essere durato almeno una dozzina di ore, non ricordo nulla. So che stavo nel sedile di mezzo, la bambina addormentata sulle mie ginocchia, con El Gordo che guardava ostinatamente dal finestrino e fratello Mitra, dal lato del corridoio, poco conversatore, a differenza del solito. Ho l’impressione che la hostess mi risvegliasse implacabilmente ogni due ore per darmi un vassoio con cibo. Dovevamo far scalo a Milano ma, con la solita nebbia di novembre, Linate era chiuso e facemmo uno scalo tecnico a Torino. Ci avvertirono che saremmo stati fermi lí una mezz’oretta per fare benzina e, immagino, per caricare ancora quei terribili vassoi. Ci sgranchimmo le gambe, scambiammo quattro chiacchiere con gli amici seduti lontano. I soli a non muoversi, sui sedili a sinistra della porta posteriore, erano i due signori vestiti uguali. Si erano però tolti la giacca. Venne l’ordine di sedersi e riallacciare le cinture di sicurezza, anche le hostesses si sedettero, cominciarono a sollevare la scaletta posteriore, quando fratello Mitra si alzò di un balzo dicendoci: Ma che vado a fare a Roma? Io sono di Torino. Scendo qui". E si lanciò correndo dalla porta aperta. Ci girammo per vedere. Anche i due uomini vestiti uguali si lanciarono a terra, lasciando le giacche. Dopo pochi minuti, l’aereo ripartì. Il significato completo dell’episodio lo comprendemmo solo qualche mese dopo, quando uscì su tutti i giornali la notizia dell’arresto di Renato Curcio, uno dei capi storici delle Brigate Rosse, che aveva abbandonato il suo rifugio clandestino per la curiosità di presentarsi all’incontro che gli aveva proposto Silvano Girotti. Era una trappola, Fratello Mitra aveva avvertito la polizia. Forse, quel giorno a Torino, aveva tentato di sfuggire ad un destino annunciato.
A Roma, scendemmo sulla pista e ci raggruppammo come pulcini, senza osare muoverci, aspettando ordini, mentre i passeggeri "normali" si allontanavano. Ci fecero poi salire su un autobus speciale che ci portò alla sala dei VIP. Lo stewart che ci aveva accompagnati se ne andò e rimanemmo lí ad aspettare non sapevamo bene cosa, quando d’un tratto la stanza si riempì di giornalisti e di fotografi. Era il primo aereo di rifugiati che arrivava dal Cile, eravamo un’attrazione. Nessuno voleva fotografie e così i fotografi dovettero contentarsi di una foto di tutti i bambini. La vedemmo sulla prima pagina del Paese Sera, il giorno dopo: una decina di faccine abbronzate ed una sola compagna nel mezzo con mia figlia, la più piccola del gruppo, in braccio.
I fotografi si allontanarono e rimanemmo di nuovo soli. Poi dal fondo di un lungo corridoio deserto sentimmo avvicinarsi un rumore di passi affrettati ed apparve un omino ansante, sorridente, commosso, rappresentante di non so più quale organizzazione di solidarietà, gridando: Benvenuti, compagni, benvenuti in Italia! Ci distribuì giornali che annunciavano il nostro arrivo. Leggemmo che si cominciava a parlare del compromessso storico tra il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana.

Ci guidò ad un autobus che ci avrebbe portato all’albergo dove ci avevano riservato alloggio. Quando l’autobus rallentò ad un semaforo, vedemmo una gigantesca scritta tracciata con la pittura bianca su un muro : GIACARTA, SANTIAGO: CHE BATOSTA, COMPAGNI! Era la sera del 17 novembre del 1973.

Antonella Dolci

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[i] El Chicho: nomignolo affettuoso dato dal popolo cileno a SalvadorAllende

[ii] Movimiento de Izquierda Revolucionaria

http://www.filef.info/golpecilePastaefagioli.html

 

 

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