2519 INTERVISTA AL REGISTA GIANNI AMELIO

20061211 11:45:00 webmaster

di Nicola Secciani
(da Viaroma100.net)

MONTEVARCHI – Sabato sera si è svolta nelle stanze di "Officina" di Alberto Tempi una serata di livello straordinario con un ospite davvero eccezionale, il regista Gianni Amelio, prima della proiezione del film "Lamerica", ha risposto alle domande dei presenti, raccontando con affabile arte oratoria i suoi pensieri, i suoi film e i risvolti della sua lunga esperienza cinematografica.

Questa l’intervista che mi ha gentilmente rilasciato:

Partiamo dai suoi esordi, che sono legati alla Rai e alla televisione. Qual è il suo rapporto attuale con il mezzo televisivo e il suo parere sui film per la tv e le fiction di oggi, che nonostante siano progetti ben diversi da quelli degli anni 70 riscuotono in molti casi ottimi successi.
Sono un’altra cosa, che non è quella che facevamo noi, perchè noi pensavamo di fare comunque del cinema, anche se poi questo cinema si sarebbe visto su uno schermo piccolo invece che grande, questa per noi era la differenza. Adesso invece è proprio un’altra cosa, riguardo ai contenuti e riguardo alla forma, perchè è cambiato enormemente il pubblico, diciamo che sono vent’anni quasi che si è cominciato ad erodere il cervello dello spettatore fino a farlo diventare il cervello di un consumatore, adesso il linguaggio televisivo non è più nemmeno deciso da chi fa televisione ma è deciso da chi vende i prodotti, cioè adesso chi produce un pannolino, o produce una macchina, o qualcosa da bere, è lui che decide che cosa tu devi vedere e in che modo lo devi vedere, quella di allora era una televisione che non era così, sapevamo che esisteva gia in America, ma non era la nostra.

Molti dei suoi film hanno alla base, almeno come spunto, delle opere letterarie. Quale rapporto, creativo e personale, la lega alla letteratura?
Io non credo che si debba prendere un libro e portarlo sullo schermo raccontando esattamente la vicenda così com’è nel libro, perchè il linguaggio è un altro. Io credo invece nell’idea che può venire leggendo un libro, avendo un’esperienza personale, oppure venendo a conoscenza di un fatto realmente accaduto, sfogliando un giornale, cioè, le idee sono cose che si sedimentano in noi molto lentamente e spesso basta un niente perchè poi prendano forma. Io quando ho fatto dei film dove nei titoli di testa c’era scritto “liberamente ispirato a” avrei voluto che si sottolineasse almeno tre, quattro volte questo “liberamente”.

Il suo Cinema, soprattutto da dopo “Porte Aperte” si caratterizza per una forte spinta etica, per il senso morale dei suoi film, cosa l’ha portata in questa direzione? E come risponde nell’uso del linguaggio cinematografico alle necessità etiche del suo cinema?
Non è che quando lavoro mi metto a tavolino e mi dico adesso devo fare una cosa che sia così. Soprattutto non programmo un contenuto che sia poi da altri definito, come tu hai detto, di forte spinta morale. Io ho probabilmente dentro dei principi, dei valori, sono un cittadino come te, che vive nel mondo come te, che respira l’aria del proprio tempo e quindi per forza di cose poi sono portato, avendo in mano una macchina da presa e la possibilità di raccontare delle storie, a raccontare quello che mi accade intorno…
E per quanto riguarda il linguaggio cinematografico, come adatta la sua grammatica a questa esigenza….
Non credo di pormi molti problemi di linguaggio separato da quello che devo raccontare, scusa la frase apparentemente troppo semplicistica, cioè io credo che ogni cosa che racconti trovi poi il suo stile strada facendo. Io non sono uno che esalta nessun dogma, qualunque esso sia, io non dico, per esempio: mi devo esprimere in piano sequenza, io ho solo un’esigenza, che è quella di non barare, di non tradire, di non essere furbo, quindi… ecco, se possiamo in qualche modo definire furbo, anche lecitamente, il linguaggio della pubblicità, ecco il mio linguaggio è esattamente agli antipodi di quello là.

Una domanda all’Amelio regista e cinefilo: il cinema italiano si regge ancora molto sulla sua generazione, chi vede, tra le nuove leve di registi, nel futuro del cinema d’autore italiano?
Ne vedo moltissimi, io mi auguro solo che abbiano la possibilità di restare quello che hanno mostrato di essere nel loro debutto, faccio un nome su tutti: mi pare che sia molto interessante Munzi, il regista di “Saimir”, così come uno dei registi più interessanti che oggi abbiamo, arrivato al terzo o quarto film, è Sorrentino. Non è che manchi una nuova generazione, è che probabilmente questa nuova generazione si trova ad agire in una fase estremamente pericolosa, dove diciamo… le lusinghe del mercato spesso possono anche toglierti la forza di fare quello che credi veramente che sia giusto.

Con il film che vedremo stasera, “Lamerica”, lei ha trattato nel 1994 il tema nascente dell’emigrazione, un tema che percorre la sua filmografia e che ancora oggi è un argomento complesso e dibattuto, cosa pensa a proposito?
Io addirittura faccio parte di una commissione governativa che si occupa d’ispezionare i centri d’accoglienza immigrati, i vari cpt da Lampedusa in su. Dovremo formulare delle risposte tra qualche mese e ci stiamo combattendo sopra molto, perchè non è facile, al di là della finzione cinematografica, come problema reale, tentare di trovare e proporre delle soluzioni. Il film mio in realtà racconta non una sola emigrazione ma forse tutte le possibili emigrazioni, è un film che non è, come qualcuno lo ha in modo abbastanza temerario definito, un istant-movie. Cioè io non l’ho fatto perchè in quel momento venivano gli albanesi da noi, io l’ho fatto perchè volevo raccontare che il movimento dei popoli da una terra all’altra è un ricorso storico, è qualcosa che non finirà mai, e che noi italiani dovremmo per primi sentire come nostra, che l’abbiama vissuta in prima persona. Non è un caso che il protagonista del film sia un uomo di ottant’anni malato di mente che nell’Albania degli anni ‘90 crede di essere nell’Italia del dopoguerra. “Lamerica” insomma è un film che racconta cos’è la necessità di allontanarsi per guadagnare una terra dell’abbondanza, che per noi era l’America, per gli albanesi era l’Italia e comunque domani sarà un’altra ancora.

Una delle figure centrali del suo Cinema sono i bambini, spesso nel rapporto con il mondo degli adulti e con il padre. Quale valore dà nel suo pensiero alla figura del bambino?
Io non faccio film sui bambini, io faccio film su degli adulti che hanno, per così dire, una spina nel fianco, che è costituita da un’infanzia non risolta, e allora il problema è sempre l’adulto non è mai il bambino, anche se poi le colpe degli adulti inevitabilmente ricadono sui bambini.

Cosa può dirmi del suo prossimo film, ho letto che sarà in Argentina.
Io credo che i film, non solo finchè non sono al cinema ma finchè non escono in dvd, ancora non sono stati nemmeno girati (ride), non è un fatto scaramantico ma per adesso è solo un film che ho scritto, che dovrei fare ma che ancora non ho incominciato.
La domanda voleva intrudurre quello che è un altro tema ricorrente del suo Cinema: il viaggio, spesso in una terra lontana e sconosciuta…
Il viaggio nei miei film è sempre un viaggio all’interno di noi stessi, i protagonisti sono persone, che a volte sono anche uno specchio vagamente camuffato di me stesso, che proprio perchè si trovano fuori dal proprio ambito, dal proprio contesto, riescono a vedere le cose in maniera più lucida.
Spesso si smarriscono…
Però si ritrovano, Musil diceva che “non si è mai tanto in sé come quando si è persa la strada”, spesso quando uno si smarrisce allora trova la forza per recuperare tutto quello che teme di perdere.

La sua attenzione nella scelta dei protagonisti è nota, qual’è il suo rapporto con l’attore? Cosa la guida nella scelta? E con quale, dei tanti che ha diretto, ha trovato la “sintonia” maggiore?
Con tutti mi sono trovato bene, io gli attori li amo molto e credo che sia giusto così perchè gli attori per un regista sono come i colori per un pittore, per me un regista che dice “io degli attori me ne frego” è come un pittore che non sceglie bene i suoi colori. La scelta di un attore deve tener conto della parte giusta, poi tutto va bene, l’importante è non mettere uno, che può avere anche un grande talento, dentro qualcosa che non gli appartiene, cioè chi fa bene Romeo, secondo me non può far bene, e non solo per ragioni d’età, anche Re Lear.

Per chiudere, e per tornare anche alle giovani leve. Quale consiglio si sente di dare a chi oggi compra la sua prima telecamera?
Intanto di avere molta “tigna”, non so se dice così anche da queste parti, di non lasciarsi cioè scoraggiare né alla prima, né alla seconda, né alla terza porta sbattuta. Perchè per prima cosa si sceglie un mestiere privilegiato, che nessuno t’impone di fare e che non si fa per vivere, nel senso di guadagnarsi solamente la pagnotta, te la puoi certamente anche guadagnare però deve venire prima il desiderio di fare questo lavoro che non quello di guadagnare. Se si ha un’urgenza di guadagnarsi il pane è meglio cercare una cosa più sicura. Dopodiché per consigli pratici io dico: scrivere molto, leggere molto, essere molto curiosi della vita, avere esperienze, cercare di non tirarsi indietro rispetto a niente, altrimenti nulla ti coinvolgerà. E soprattutto essere onesti con sé stessi, capire quel che si vuole, perchè non c’è niente di male a volere, ti faccio un esempio, lo yatch, ma se vuoi attraverso il cinema farti la barca allora devi fare tutta una serie di lavori che sono diversi da quelli che invece fa un regista che, come nel mio caso, racconta l’emigrazione degli albanesi in Italia, capisci insomma…con “Lamerica” la barca non te la compri.

Lunedì 11 Dicembre 2006 08:10

 

 

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