2558 IMMIGRAZIONE: Peggiora l'aspettativa di vita nei Paesi poveri.

20061213 12:41:00 webmaster

Colpa delle prescrizioni della Banca Mondiale e della mancanza di un approccio sistemico

Gavino Maciocco, presidente dell’Osservatorio sulla salute globale: ”Anche gli aiuti sono diventati un business. Per garantire condizioni solide di partenza ci vorrebbero 160 miliardi di dollari l’anno. Una cifra che non è grande…”

ROMA – Dalla Dichiarazione di Alma Ata agli Obiettivi di sviluppo del Millennio le strategie internazionali sul miglioramento delle condizioni di salute non hanno portato, nonostante la crescita economica in vari Paesi del mondo, a una reale diminuzione delle disuguaglianze. Il problema, secondo Gavino Maciocco, presidente dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, è stata l’impostazione di queste strategie, che sono state limitate, imposte dall’alto e improntate a un modello di sviluppo inadeguato. Un’impostazione a cui molto ha contribuito, in negativo, la Banca Mondiale.

Nel Rapporto dell’Osservatorio, i dati sulle aspettative di vita nel mondo mostrano come a partire dagli anni Novanta, dopo decenni di miglioramenti, il continente africano abbia registrato un forte decremento che, da allora, non si è più fermato. Che relazione c’è con le politiche adottate a livello internazionale?

Il dato è frutto di un insieme di fattori. Ci sono state da una parte le crisi economiche degli anni Settanta e il grande indebitamento legato al crollo del prezzo delle materie prime. Tutti i paesi più poveri si trovarono all’epoca a fronteggiare questa grande crisi. Dagli anni Ottanta il livello generale economico e sociale di questi paesi è andato a picco sotto tutti i punti di vista: istruzione, sanità, servizi pubblici. Tutta la rete di servizi pubblici è crollata perché una delle prescrizioni della Banca mondiale, per l’accesso ai crediti, era di ridurre ai minimi termini la spesa pubblica e attivare meccanismi di economia di mercato, attraverso privatizzazioni e apertura a investimenti esteri. Un fattore che ha colpito al cuore paesi che stavano emergendo da pochi anni e che da pochi decenni erano diventati indipendenti. E in un panorama economico di grave crisi, con investimenti pubblici ridotti all’osso, è arrivata l’epidemia di Aids che ha trovato questi paesi totalmente impreparati a fronteggiare la crisi. E in paesi come il Botswana l’aspettativa di vita si è ridotta di trent’anni.

Ma perché a un certo punto, a fronte di questi dati, non si è cercato di invertire queste politiche e anzi, a detta di molti, si è peggiorata la situazione investendo in singoli interventi, singole malattie senza un approccio sistemico?

Perché anche gli aiuti sono diventati un business. Non si danno aiuti per migliorare la situazione, ma perché dietro c’è il business della cooperazione, il business dei farmaci. Un’altra ragione è che i donatori hanno una logica di risultati a breve scadenza. E invece ci troviamo in una situazione in cui, non soltanto non è giusto finanziarie gli interventi su singole malattie, ma occorre riavviare il tessuto del sistema sanitario con politiche di lunghissimo periodo. Partendo dagli stipendi del personale alle strutture, e lavorando su una piattaforma solida.

Perché non si è fatto?

Le piattaforme solide non interessano a nessuno. Si lavora su emergenze, su programmi verticali. Nessuno vuole ricostruire il sistema. Perché ognuno ha forti interessi settoriali.

Secondo lei la stessa logica è alla base anche degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio?

Certo. Perché non si può pensare di risolvere il problema della mortalità infantile o della salute materna se non si ha un approccio di sistema.

Perché, rispetto all’emergenza immigrazione, è così difficile – come emerge dal Rapporto – far passare l’idea che investire nella salute significa investire nello sviluppo dei paesi da cui si origina il flusso migratorio risolvendo il problema alla fonte?

Perché nessuno ha voglia di tirare fuori i soldi in maniera cospicua per far fronte a questa situazione. Soldi che poi non sono tantissimi. Secondo alcuni calcoli per garantire condizioni solide di partenza in questi Paesi ci vorrebbero 160 miliardi di dollari l’anno. Una cifra che non è grande se si pensa che in un anno sono vengono investiti 1000 miliardi in spese militari. C’è un problema di donatori. C’è anche un problema di classe dirigente di questi Paesi. Non ovunque ci sono i Mandela o i Nerere. Però se ci fosse da parte dei donatori un interesse vero probabilmente anche le classi dirigenti locali avrebbero un atteggiamento diverso. (Mariangela Paone)

www.redattoresociale.it

 

 

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