2565 CILE: Troppe favole su Pinochet

20061214 09:58:00 webmaster

di Maurizio Chierici (da l’Unità)

Incenerito senza illusioni perché il grottesco continua ad accompagnare l’eredità di Pinochet. Dittatore, ma liberale; eccesso di violenza ma è la violenza che ha resuscitato l’economia cilena minacciata dal populismo di Allende. Fa impressione che gli affari di un paese possano prevedere l’effetto laterale di un certo numero di morti: 3140, più desaparecidos e torturati. Ne valeva la pena se il modello economico trent’anni dopo funziona. Conservo gli articoli di Mario Cervi, allora testimone del Corriere della Sera: si rammaricava per l’inutile spargimento di sangue, eppure riconosceva la razionalità di un disegno che aveva fermato il «comunismo» e assicurato al Cile «benessere e prosperità».

A volte ci si sbaglia nel raccontare la realtà attraverso il filtro dell’ideologia. Silenzi, compiacimenti: errori di un passato frettoloso. Non teneva conto degli scioperi organizzati da chi guidava il sindacato trasporti in un paese lungo quattro mila chilometri: era stato assoldato per scatenare il caos. E c’è riuscito. Ed ha avuto il premio promesso. Villarin, stratega del disordine, si è goduto la vecchiaia in una bella casa con giardino di Alexandra, distretto Virginia, attorno a Washington dove i giornalisti e il Tg1 sono andati ad ascoltarlo. Storie di ieri delle quali scusarsi. Invece l’imbroglio continua nei necrologi delle ultime ore compilati da chi ricopia nel mito del «mondo libero, cristiano, occidentale».

Val la pena ricordare due o tre cose volute da sua eccellenza per riguadagnare al Cile la dignità perduta. Consigliato dai ragazzi di Chicago ispirati dal patriarca del liberismo, il premio Nobel Friedman, Pinochet ha cambiato la moneta: scudo che diventa peso pesante per attrarre i capitali stranieri già in lista d’attesa dopo il colpo di stato. Ordine garantito dalla mano militare. Sindacati sciolti. Scioperi proibiti. Voci di protesta che spariscono nel niente. Frontiere aperte ai prodotti stranieri: Taiwan sbarca con le sue scarpe e i suoi tessuti. Prezzi concorrenziali che distruggono l’industria nazionale. Il ritmo di fallimenti fa pensare a fabbriche bombardate dalla guerra. La banca nazionale privatizzata precipita il Cile in una delle crisi più disastrose di quel mondo. Anni dopo il crack argentino ne ricorda le tragedie in modo quasi veniale. Sistema pensionistico annullato senza ammortizzatori sociali. A chi guadagna e mette da parte nelle assicurazioni private, è consentita una vecchiaia normale mentre i risparmi previdenziali del passato non valgono più. Futuro cancellato dai registri degli enti controllati dallo stato. E il futuro delle occupazioni incerte, saltuarie, non garantite da una flessibilizzazione annunciata in Tv senza tener conto di chi perde il lavoro, fa scappare un milione di cileni (su 11 milioni di abitanti) non solo per l’angoscia del vivere nel paese caserma, ma per il problema quotidiano di come vivere.

La trasparenza delle privatizzazioni spiega in parte le ricchezze nascoste nelle banche straniere dalla famiglia Pinochet. Lo stato rinuncia perfino al controllo del territorio. Il Cile è uno dei paesi più ricchi di acqua dolce. Centinaia di fiumi e laghi accompagnano il cammino delle Ande. Tutti privatizzati con decreti firmati da sua eccellenza in favore di amici, vecchi militari, piccoli imprenditori che diventano grandi e che sostengono la causa negli anni dell’impero controllato dalle divise e pienamente tramontato solo nel 1998. Un signore diventa proprietario nel Po e nessuno può pescare o attraversare il Po con ponti e barche senza pagare il dovuto a chi lo possiede. E quando l’acqua dolce fa concorrenza al petrolio, e l’energia elettrica gli allevamenti dei salmoni condizionano il mercato, centinaia di beneficiati vendono a compagnie straniere. Quasi metà del Cile oggi fa la doccia o accende la luce pagando la bolletta a grandi aziende straniere.

Con queste regole un parte del Cile si risolleva. Nascono gruppi di potere che sono ancora lì. Una volta plaudenti, oggi riconoscenti silenziosi ma sempre uniti dallo stesso impegno e dalla stessa paura. L’impegno di non cambiare le regole del passato e la paura finalmente incenerita che il generale alle corde avesse potuto rivelare segreti imbarazzanti.

Come ai bei tempi, il miracolo economico resta per pochi. Ai soliti nessuno, le briciole. Più di metà della popolazione sopravvive nella precarietà. Privilegi allargati per ricaduta alle alte corti di giustizia: consigliano prudenza a presidenti e ministri ai quali il voto popolare aveva ed ha affidato il compito di seppellire il passato dopo averne riconosciuto la violenza. Prudenza per pacificare, ma chi e con chi, se le vittime vengono disperse nel silenzio delle alte uniformi e le alte uniformi nascondono nei loro archivi – rispettati dai politici – gli elenchi dei delitti dietro la finzione del segreto di stato? Sparito Pinochet è il momento ideale per avere coraggio.

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