2595 A colloquio con il coordinatore delle ACLI per gli italiani nel mondo e consigliere CGIE

20061223 15:30:00 webmaster

(da Inform)

Roberto Volpini illustra le istanze di riconoscimento e rinnovamento delle associazioni italiane all’estero
“Modifichiamo la legge 383 per equiparare l’associazionismo d’emigrazione a quello che opera in Italia”

ROMA – Mentre il Paese vive un momento di scarsa fiducia e di lenta ripresa economica, le associazioni italiane in patria ed all’estero puntano con decisione il timone verso il rinnovamento ed il futuro. E’ questo in poche parole il messaggio emerso sia dal recente convegno della Consulta Nazionale Emigrazione (CNE) che dalla presentazione del IX rapporto ACLI-IREF sull’associazionismo sociale in Italia.

Due appuntamenti diversi che hanno però evidenziato la capacità di reazione e la grande voglia di esserci del nostro associazionismo nel suo insieme. Un salto di qualità, a tutto vantaggio della società italiana e delle nostre comunità nel mondo, che non potrà però essere disgiunto da un adeguamento delle norme di riferimento dell’associazionismo e del volontariato. Per cercare di comprendere meglio, anche alla luce del complesso momento di transizione vissuto dal CCGIE, in quale direzione potrebbe evolvere l’associazionismo d’emigrazione, abbiamo rivolto alcune domande a Roberto Volpini, componente del Comitato di Presidenza del CGIE e coordinatore delle ACLI per gli italiani nel mondo.
A pochi giorni dal convegno della CNE sull’associazionismo all’estero, le ACLI hanno presentato il nono rapporto IREF sull’associazionismo sociale. Due mondi paralleli che forse però non sono poi così lontani fra di loro. Esiste un nesso tematico fra queste due iniziative?
Nel Rapporto dell’IREF ho ritrovato le medesime indicazioni che caratterizzano il nostro associazionismo all’estero. Quindi in pratica dall’indagine è stato riaffermato il ruolo centrale non solo dalle associazioni che operano in Italia, ma anche di quelle che da molti anni lavorano fra le nostre comunità nel mondo. Un aspetto, quest’ultimo, che appare in forte connessione con il tema dal convegno della Consulta Nazionale Emigrazione, svoltosi lo scorso 13 dicembre, dal titolo: “L’associazionismo di promozione sociale in emigrazione ruolo e rappresentanza”. Con quell’iniziativa la CNE ha voluto sottolineare la centralità del lavoro svolto dalle associazioni che operano per gli italiani all’estero. Un impegno che dovrà continuare anche nel futuro. Noi crediamo infatti che l’associazionismo di promozione sociale in emigrazione, che è sempre stato sinonimo di autonomia e pluralismo, possa svolgere un ruolo di garanzia alla partecipazione delle nostre comunità alla vita democratica dell’Italia. Questa riflessione vale sia per le collettività in Europa, che ormai guardano al futuro da cittadini europei, sia per le comunità che vivono in altri continenti dove si pone anche il problema dell’integrazione nel Paese di residenza. Quando si parla di associazionismo, che all’estero è stato anche promotore della partecipazione al voto per corrispondenza, non bisogna poi dimenticare che il suo ruolo primario è la crescita della persona e della comunità. Un obiettivo che appare centrale per le associazioni in emigrazione e per quelle che lavorano in Italia. Alla luce di questa connessione io spero che nel prossimo rapporto dell’Iref vi sia anche una finestra sulle associazioni all’estero. Organizzazioni di promozione sociale che vogliono sentirsi parte di quegli “anticorpi della società civile” che l’indagine, voluta dalle Acli, individua nel mondo del volontariato e del terzo settore.
Ma quali sono le istanze delle associazioni italiane all’estero di cui la CNE si fa portatrice?
La Consulta Nazionale Emigrazione chiede un riconoscimento ufficiale e paritario fra le associazioni di promozione sociale che operano in Italia e quelle che agiscono all’estero presso le nostre comunità. Una equiparazione che potrebbe ad esempio avvenire attraverso la modifica della legge 383 che regola le associazioni di promozione sociale in Italia. Certo questa norma dovrà essere rivista insieme alla legge sul volontariato; però intanto chiediamo che la 383 riconosca il ruolo dell’associazionismo che opera nel mondo tra i nostri connazionali. Tutto questo avrà effetti positivi anche sull’attività dell’associazionismo all’interno del CGIE, dove il pluralismo di queste organizzazioni è già rappresentato.
In che modo il riconoscimento normativo potrebbe influenzare la presenza delle associazioni nel CGIE. Ipotizza forse un aumento nell’assemblea dei rappresentanti della società civile?
Non dico che vi sia bisogno di un aumento degli esponenti dell’associazionismo nel CGIE. Questi sono infatti già adeguatamente rappresentati nel Consiglio Generale, dove sono presenti sia fra i rappresentanti delle comunità all’estero – nei Comites abbiamo numerosi esponenti delle associazioni – sia fra i consiglieri di nomina governativa. Quindi la questione non è tanto quella dell’entità numerica della rappresentanza, quanto il fatto che il riconoscimento per legge dell’associazionismo di promozione sociale all’estero darebbe la possibilità a queste associazioni di svolgere un ruolo più forte nell’ambito del CGIE, dove oggi invece tendono ad essere emarginate. Forse una delle svolte future che potrebbe rivitalizzare il Consiglio Generale, al momento impegnato nella delicata definizione dei suoi rapporti con gli eletti all’estero, passa proprio attraverso un maggiore riconoscimento del peso dell’associazionismo e della sua garanzia di autonomia e pluralismo.
Da anni le associazioni italiane all’estero fanno fatica ad attrarre l’interesse dei giovani. Un mancato ricambio generazionale che rischia di svuotare questo importante serbatoio di rappresentanza. Lei non crede che il riconoscimento ufficiale dell’associazionismo nel mondo possa arenarsi su queste difficoltà oggettive?
Questa richiesta della CNE comporta anche una forte verifica interna dell’associazionismo estero, comprese le realtà più piccole e regionali, che favorisca il rinnovamento delle forme organizzative ed associative e che venga incontro ai nuovi bisogni delle comunità italiane all’estero, a partire dalle esigenze delle giovani generazioni. Problemi, questi ultimi, che sono stati evidenziati con forza dall’ultima ricerca sui giovani all’estero commissionata dal Cgie. Non stiamo quindi parlando di una riforma a senso unico.
Ma dopo il convegno della CNE, come si svilupperà il dibattito su questa proposta che pone il riconoscimento e il rinnovo dell’associazionismo su due binari paralleli?
A marzo si svolgerà il primo dei quattro seminari preparatori dalla Conferenza Stato-Regioni- Province autonome-CGIE che riguarderà la riforma dello Stato. In quella sede verrà discusso, da uno specifico gruppo di lavoro, il tema della rappresentanza e della rappresentatività delle comunità all’estero e quindi il ruolo delle consulte, dei consigli regionali dell’emigrazione e dell’associazionismo. Gli altri quattro gruppi discuteranno invece i sistemi di governo, il federalismo fiscale, le competenze dello Stato, gli aspetti della cittadinanza e della nazionalità. Al di là dei futuri dibattiti io comunque credo che un forte riconoscimento dell’associazionismo all’estero, darebbe a questa realtà quei diritti di rappresentanza di cui oggi gode il terzo settore italiano. Oserei quasi dire che l’associazionismo all’estero dovrebbe entrare a far parte del terzo settore o addirittura, ma questa è solo una battuta, che dovrebbe esserci un terzo settore per l’associazionismo all’estero.

(Goffredo Morgia- Inform/Eminotizie)

 

 

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