2636 E' ancora ipotizzabile una riforma del CGIE?

20070119 13:27:00 stefy

In un clima di contrapposizione spietata, è ancora ipotizzabile una riforma del CGIE?
Le premesse da cui partire per ipotizzare una linea di riforma

di Graziano Tassello, Direttore CSERPE Basilea, Presidente Commissione Scuola e Cultura del CGIE

Una delle conseguenze non volute ma reali dell’elezione di rappresentanti delle comunità residenti all’estero al Parlamento italiano è lo scontro tra i big dei due schieramenti politici all’interno del CGIE, scontro che durante l’ultima assemblea generale ha raggiunto dimensioni inaudite, fornendo ai numerosi detrattori di questo organismo ampi motivi per continuare nel loro lavoro di demolizione. A meno di una lungimirante inversione di tendenza, il CGIE corre il rischio di trasformarsi in zona di guerra permanente, mentre altre componenti, che pure rappresentano settori assai vasti delle comunità, dovranno limitarsi a giocare il ruolo di spettatori marginali.
L’invasione totale di campo dei partiti è avvenuta perché il CGIE si è rivelato un trampolino di lancio per potenziali nuovi candidati alle elezioni. Ma ridurre tutto il lavoro di questo organismo ad un ossequio formale al diktat di portaborse di turno lo rende obsoleto, e quindi inutile:un CGIE nato per rappresentare gli interessi di tutta la comunità e non solo quelli dei partiti che, nel caso dell’emigrazione, non sempre collimano.
Sono stati numerosi i commenti a caldo sull’ultima assemblea. Mauro Montanari parla di un “clima di disagio”, Juan Garbarino vi scorge la rinascita della “dittatura dei partiti”, l’on. Franco Narducci parla di una “deriva da frenare”, don Domenico Locatelli si rammarica per “un CGIE che peserà sempre meno poiché ormai sono i partiti che lo controllano”, Alberto Bertali sostiene che “quella che è andata in scena è stata la negazione del sistema democratico di rappresentanza”.
In un clima di contrapposizione spietata, è ancora ipotizzabile una riforma del CGIE o è meglio buttare la spugna ed invocare l’utilizzo dei fondi per altri scopi, oppure lasciare che i partiti al governo decidano il da farsi, in attesa che magari il prossimo governo di turno cambi nuovamente le regole del gioco?
In passato il CGIE ha saputo dare prova di grande vitalità ed ha portato a casa brillanti risultati pur con mezzi limitati. Ma le lezioni del passato non si sono tramutate in una tradizione da rispettare. Ora se si crede ancora al bene comune e se si ritiene che vi siano ancora dei volontari disposti a fare qualche cosa di creativo per la comunità, occorre un gruppo di lavoro, che ipotizzi linee di riforma partendo da alcune premesse. La prima è che i partiti, che ora hanno in parlamento i rappresentanti degli italiani all’estero, non devono più far parte di questo organismo poiché il CGIE è organismo consultivo che si pone come “controparte” dei partiti di governo e di opposizione, dialogando con tutti. E dialogare non significa servilismo. Giustamente don Locatelli sostiene in una intervista al SIR che la “pressione dei partiti su questo organismo deve diminuire perché abbiano più spazio la società civile e le associazioni. Gli italiani nel mondo non si ritrovano solo nei partiti, si ritrovano nelle Camere di Commercio Italiane all’estero, nelle associazioni, nelle parrocchie. I giovani, gli anziani, la famiglia, tutti stanno cercando uno spazio e una voce. Un mondo in fermento che il Consiglio deve rappresentare. È evidente che, se si guarda al mondo degli italiani all’estero da questa ottica, allora i partiti sono solo una parte del tutto. La riforma dovrà rispecchiare questa realtà”.
Un’altra premessa – e deve essere interpretata come garanzia contro i partiti pigliatutto – è quella di mantenere alcuni consiglieri di nomina governativa in rappresentanza di organismi che da tempo sono impegnati in questo settore e che hanno dato prova, in passato, di essere a servizio, non solo nominalmente, dell’emigrazione. La presenza di questi rappresentanti dovrebbe garantire il rispetto per quelle “minoranze” che non sono legate a partiti o ad associazioni partito-dipendenti o a patronati e sindacati che, in materia di emigrazione, sono inclini a soccombere al peso dei partiti.
Una terza premessa riguarda le modalità di lavoro del CGIE. E qui entra in gioco anche il problema della razionalizzazione delle risorse. Bisogna dare maggiore peso al lavoro delle assemblee continentali, che possono nel loro interno costituirsi in commissioni di lavoro. L’assemblea generale sarà il momento di raccordo e rielaborazione definitiva delle varie proposte. Sempre in nome della razionalizzazione delle risorse, la distribuzione geografica dei componenti delle assemblee continentali va ridisegnata.
Sono necessarie altre modifiche. Ma è inutile enumerarle se i due schieramenti partitici presenti nel CGIE non smettono di farsi guerra e non raggiungono un accordo, favorendo la nascita di un gruppo di lavoro super partes che individui le linee fondamentali su cui lavorare, scavalcando anche la commissione ad hoc, appunto per non ricadere nella conflittualità di sempre. Il centro-sinistra del CGIE dovrebbe onestamente ammettere di aver commesso un errore grossolano adottando la strategia pigliatutto, correndo oltretutto il rischio di dover candidare persone non sempre all’altezza. Ed è troppo poco fare appello a future buone intenzioni, visti i precedenti. La destra dovrebbe smettere di ritenere che fare il bene comune in emigrazione sia solo fare ostruzionismo. Oltre a riflettere sugli errori di strategia, che hanno portato a questo stato di cose, può riscattarsi con proposte intelligenti e innovative. Altrimenti tutto degenererà in una lite da osteria.
C’è gente che crede ancora nel CGIE: un CGIE diverso, più snello, meno chiacchierato, più serio, meno incline a rilasciare alle agenzie di stampa pettegolezzi avvilenti.
Lo scenario davanti a noi è il seguente: o si vuole andare verso una nuova stagione con un CGIE forte, capace di interloquire con autorevolezza e stimolare i “nostri” parlamentari e il governo, oppure la mancanza di idealità privilegerà la conflittualità portando inevitabilmente questo organismo, e la comunità tutta, verso l’invisibilità. Ne approfitterà qualche regione accaparrandosi gli spazi disponibili. Ma anche la loro stagione non durerà a lungo se le uniche idealità sono il voto regionale ed il presenzialismo spendaccione degli addetti ai lavori. Un orizzonte squallido ma realistico a meno che … (Graziano Tassello)
* Direttore CSERPE Basilea, Presidente Commissione Scuola e Cultura del CGIE

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