10991 1. NOTIZIE dall’ITALIA e dal MONDO 4 gennaio 2014

20140105 09:55:00 guglielmoz

ITALIA – SETTANT’ANNI FA L’ECCIDIO DEI FRATELLI CERVI. LE INIZIATIVE "PER NON DIMENTICARE" / Settant’anni fa, all’alba del 28 dicembre 1943, nel poligono di tiro di Reggio Emilia, Gelindo, Antenore, Aldo, Agostino, Ferdinando, Ovidio, Ettore Cervi vengono fucilati senza processo dai fascisti repubblicani.
EUROPA – Grecia – la coca cola ritira i suoi prodotti da Atene e Salonicco dopo le minacce del FAIIRF.
EU – Le ELEZIONI EUROPEE spiegate a un bambino.
AFRICA & MEDIO ORIENTE – BEIRUT. Finalmente sposi: il primo matrimonio civile in un paese arabo
ASIA & PACIFICO – CINA / Approvati abolizione campi lavoro e modifiche politica figlio unico. Il comitato permanente del l’Assemblea Nazionale del Popolo.
INDIA – sedicenne stuprata e bruciata. E’ la figlia di un taxista iscritto al partito comunista / Stuprata e bruciata viva
AMERICA CENTROMERIDIONALE – Chiapas «ya basta», il grido degli indigeni dopo i botti di capodanno / Eizn. Camminare domandando, dalla rivolta alla resistenza / vent’anni fa, in Chiapas, l’urlo zapatista nella notte di capodanno: «ya basta!».
AMERICA SETTENTRIONALE – NEW YORK. Katrina: case dono Brad Pitt marciscono – la fondazione no profit ‘make it right’, creata dall’attore Brad Pitt per aiutare la popolazione colpita nel 2005 dall’uragano Katrina.

ITALIA
REGGIO EMILIA
SETTANT’ANNI FA L’ECCIDIO DEI FRATELLI CERVI. LE INIZIATIVE "PER NON DIMENTICARE" / Settant’anni fa, all’alba del 28 dicembre 1943, nel poligono di tiro di Reggio Emilia, Gelindo, Antenore, Aldo, Agostino, Ferdinando, Ovidio, Ettore Cervi vengono fucilati senza processo dai fascisti repubblicani. Il piu’ vecchio, Gelindo, ha 42 anni, il piu’ giovane, Ettore, 22 anni. I fratelli Cervi sono stati catturati insieme al padre Alcide nella notte tra il 24 e il 25 novembre nella loro cascina ai Campi Rossi di Gattatico, attaccata in forze dai fascisti e incendiata. Dopo oltre un mese di carcere, la loro fucilazione viene decisa come rappresaglia per l’uccisione del segretario del fascio di Bagnolo in Piano, un paese vicino. Alcide con due suoi figli aveva dato un contributo importante alla lotta partigiana costituendo un gruppo clandestino.
Tante le iniziative di commemorazione in programma, da quelle di movimento a quelle istituzionali. “A settant’anni da quella pagina drammatica della nostra storia,noi che crediamo che non si possano mettere sullo stesso piano i partigiani con i repubblichini, ci troviamo alle 9.30 al poligono di tiro a Reggio Emilia e alle 11 alla Casa Cervi a Campegine. Per non dimenticare, perché non vengano cancellati quegli ideali per i quali i Sette Fratelli Cervi e altri migliaia di partigiani e partigiane come loro hanno dato la vita. Viva la Resistenza!”, si legge in un comunicato.
Alle 15.00, poi, a Guastalla (RE) (Cimitero-tomba Quarto Camurri), cerimonia commemorativa e alle 18.00 a Campegine (RE), fiaccolata commemorativa "La vigilia del sacrificio".
Ci sono anche i dipinti di Renato Guttuso nella mostra che apre oggi fino al 25 aprile al museo di Gattatico (‘I Cervi, una storia che resiste’), a cura di Orlando Piraccini e Paola Varesi che collaborano con l’Ibc e l’Istituto Cervi che la promuovono. Vengono esposti dipinti, sculture, disegni, fotografie del Museo Cervi e di altre collezioni pubbliche e private, approfondite evidenze della storia di questa famiglia di contadini antifascisti.
Sono esposte opere della stagione realista italiana, come il grande dipinto di Nello Leonardi per la vicina scuola media di Sant’Ilario d’Enza o le scene del sacrificio dei Cervi di Omero Ettorre e Anna Coccoli, di stretta militanza artistica figurativa ma cariche di umanita’, e della pittura d’impegno sociale, che rimanda la ‘sequenza’ dei ritratti dei sette fratelli Cervi firmati da Renato Guttuso – forse la firma piu’ prestigiosa della mostra -, qui insieme al volto di papa’ Alcide dipinto da Guttuso tra i personaggi illustri riuniti per i funerali di Togliatti. Tra gli autori in mostra anche Aldo Borgonzoni, Nani Tedeschi, Ennio Calabria, Arnaldo Bartoli, Luigi Bront, Nikolaj Zukov, Franco Ori, Giovanni Sesia, Alfonso Borghi, Gino Covili, Piero Ghizzardi. Un capitolo e’ riservato al ‘racconto popolare’ che la pittura naive dedica alla vicenda della Famiglia Cervi, un altro alle copertine delle tante edizioni delle memorie di Alcide Cervi, pubblicate per la prima volta nel 1954; una sezione e’ per alcuni fotogrammi del film di Gianni Puccini, con sceneggiatura di Cesare Zavattini, e due rare fotografie scattate da Arturo Zavattini in occasione del documentario tv girato da Elio Petri. Un dialogo tra storia e contemporaneo negli stessi luoghi lo rappresenta l’installazione artistica del Collettivo FX di Reggio Emilia, che ha coinvolto la torre radar di Arpa costruita a poche decine di metri da Casa Cervi: e’ una diversa forma di "esercizio della memoria", spiega Rossella Cantoni, presidente dell’Istituto Alcide Cervi. L’inaugurazione della mostra, alle 11.30 con l’orchestra da camera Carl Orff (Amici della Musica di Gattatico) e alle 12.30 al Parco del Museo proprio per l’installazione "Distributore permanente di cultura resistente" del Collettivo FX; annunciata anche Loretta Camellini dell’Arpa di Reggio Emilia, che sostiene il progetto. Questa sera, infine alle 21.15 su Rai Storia "Una Giornata Particolare" presenta il film I sette fratelli Cervi preceduto da un’intervista ad Alcide Cervi, accompagnata da brevi interventi del professor Alberto Asor Rosa, docente di letteratura italiana all’università di Roma "La Sapienza".
ROMA
LAVORO, LA STRADA DI KEYNES / La Confindustria e i sindacati hanno criticato il governo per l’esiguità della manovra che tende a ridurre il cosiddetto cuneo fiscale. Ancora non si hanno dati precisi, ma nella migliore delle ipotesi si tratta di poco più di un centinaio di euro per i lavoratori e per le imprese. Ridicolo. Ma, ammettiamo pure che per ridurre il cuneo fiscale fossero impiegati 4 miliardi, quelli che ci sarebbero se fosse rimasta l’Imu sulla prima casa, che cosa avrebbero prodotto in questa direzione? Considerando che i lavoratori dell’industria manifatturiera e delle costruzioni ammontano a circa 6 milioni di addetti, se questo beneficio si concentrasse su questa categoria, la riduzione del cuneo fiscale porterebbe circa 320 euro l’anno in tasca dei lavoratori e altrettanto per le imprese. L’effetto sarebbe comunque limitato e certamente non darebbe vita a una netta ripresa dell’occupazione per il semplice fatto che, come ci ha spiegato Keynes, in una clima di incertezza generalizzata l’occupazione e gli investimenti ripar­tono con difficoltà. Detto in altri termini: se diminuisce il costo del lavoro di circa 55 euro al mese in media per busta paga, come nel nostro esempio, non c’è un incentivo sufficiente a far sì che le imprese assumano altri lavoratori. Inoltre, bisogna considerare il fatto che in molte produzioni, a partire da quella a media e alta tecnologia, il costo del lavoro ha un peso relativamente basso, ed in diversi casi non arriva al 10 per cento del costo finale al consumatore.
Se invece il governo usasse i 4 miliardi, che abbiamo ipotizzato, per assumere direttamente dei lavoratori nella sanità, scuola, Università, ricerca, servizi sociali, si creerebbero 130.000 nuovi posti di lavoro in settori in cui c’è un grande bisogno, dove i servizi sono spesso scadenti o insufficienti per la carenza di personale.
Si tratta di posti pubblici, fissi, statali: «che orrore!» potrebbe dire il premier o il presidente di Confindustria o la Commissione Europea. Peccato che questa sia l’unica strada possibile per ridurre la disoccupazione oggi e non domani o dopodomani quando arriverà la mitica crescita che tutti i governi hanno annunciato da sei a questa parte.
Non solo. Questi nuovi lavoratori avrebbero un reddito da spendere e potrebbero fare aumen­tare anche la domanda interna creando altra occupazione, molto di più di quello che potrebbero fare i già occupati con un piccolo incremento nella busta paga. Last but not least, avere più occupati nella scuola/Università, nella ricerca, nella sanità e nei servizi sociali, migliorerebbe la qualità della vita per tutti e in particolare per i più poveri, che il peggioramento dei servizi pubblici ha colpito direttamente. E si potrebbero aggiungere alla lista i posti che servono per contrastare il dissesto idrogeologico, per mettere in sicurezza gli edifici pubblici, i beni archeologici, ecc.
Servirebbero altre risorse, certo, ma questa è l’unico modo che abbiamo per creare lavori realmente utili nel medio periodo. Questa è la linea di demarcazione tra una posizione liberista e una di sinistra rispetto alla questione dell’occupazione. La prima punta fideisticamente sulle virtù del mercato capitalistico di creare occupazione attraverso la crescita con opportuni incentivi, dimenticando che in tutto l’Occidente negli ultimi venti anni si è sem­pre più spesso registrata una ripresa jobless. La seconda posizione punta sul ruolo dello stato, e non si vergogna di dire che questo è l’unico soggetto che, in gran parte dell’Europa, tenendo conto della Nuova Divisione internazionale del Lavoro, possa creare realmente nuovi posti di lavori nel breve periodo.
Ma, per chi è dispe­rato, para­frasando Keynes, non esiste un lungo periodo. Que­sta è , a nostro avviso, la vera sfida che si giocherà alle prossime elezioni europee. Ed è ciò che, insieme alla richiesta di ristrutturazione del Debito Pubblico, può creare la grande alleanza tra i paesi del SudEuropa.

EUROPA
ELEZIONI / LE EUROPEE SPIEGATE A UN BAMBINO di Alexis TSIPRAS
1. A Strasburgo eleggeremo circa 750 parlamentari europei.
2. L’Italia ne elegge 73.
3. Si dividono praticamente in otto grandi gruppi inter-nazioni:
– estrema destra (AENM)
– euroscettici (EFD)
– liberal-conservatori (ECR)
– popolari&cristiani (PPE)
– liberal-riformisti (ALDE)
– socialisti&democratici (PSE)
– verdi&regionalisti (ALE)
– sinistra (GUE)
più un gruppetto misto.
4. Per capirci, la collocazione dei partiti italiani nei gruppi sarebbe:
– estrema destra: Fratelli d’Italia, Destra di Storace
– euroscettici: 5stelle, Lega
– liberal-conservatori: Scelta Civica
– popolari&cristiani: Pdl (forzaitalia), Udc
– liberal-riformisti: radicali
– socialisti&democratici: Pd, Sel
– verdi&regionalisti: verdi, autonomie locali (Svp…)
– sinistra: comunisti (Prc, Pdci), antineoliberisti…
5. In Italia si vota col proporzionale, e sbarramento al 4%.
6. Per i sondaggi attuali il prossimo parlamento avrebbe, più o meno:
– 30 deputati alla destra estrema (+30 rispetto a oggi)
– 30 euroscettici (=)
– 40 liberalconservatori (-20)
– 220 popolari&cristiani (-50)
– 80 liberalriformisti (-10)
– 220 socialisti&democratici (+25)
– 40 verdi&regionalisti (-20)
– 60 alla sinistra (+25)
– 30 gruppomisto (+30)
7. Per la prima volta le liste nazionali di tutti gli orientamenti dovranno dichiarare quel è il loro candidato alla presidenza della Commissione europea (il ‘premier’ continentale). al momento si conoscono le candidature di Martin Schulz (Spd tedesca) per i socialisti&democratici e di Alexis Tsipras (Syriza greca) per la sinistra.
8. Per i sondaggi attuali, nessuno dei 73 europarlamentari eletti dall’Italia apparterrebbe al gruppo della sinistra con Tsipras candidato (anche perché il ‘laboratorio’ per una lista di sinistra in Italia ancora non si è neppure ufficializzato).
9. Tuttavia, a sinistra non c’è il ‘vuoto quantico’: Rifondazione comunista si è già dichiarata per la costituzione plurale – di partiti (Prc, Pdci…), movimenti e singoli – di una lista unitaria proprio per smentire il sondaggio e riempire quel vuoto (purché si superi ovviamente il 4 per cento di sbarramento).
10. E, per quello che conta, io – da indipendente – farò questo e poco altro nei prossimi mesi: contribuire alla costituzione di quella lista e invogliare tutta la gente di sinistra che conosco a sostenerla. Perché a maggio in Europa il voto utile – il voto del meno peggio, il voto a naso turato, il voto contro qualcuno – davvero non ha senso. Nel 2014 per Strasburgo si vota in libertà, secondo coscienza di cittadine e cittadini dell’Europa come la vorremmo. E, soprattutto, come faremo il possibile che diventi.

FILLANDIA
LAVORO, UNO STUDIO FINLANDESE CONFERMA ILI PREPENSIONAMNETO PER I LAVORI USURANTI / Un lavoro molto stressante, sia dal punto di vista fisico che mentale, puo’ portare a piu’ malattie durante la vecchiaia. Ad affermarlo è uno studio finlandese pubblicato dalla rivista Age and Ageing. I ricercatori della University of Jyvaskyla hanno studiato i dati di 5mila dipendenti pubblici finlandesi che erano stati oggetto di una ricerca sullo stress nel 1981. I dati sono stati combinati con quelli dei registri ospedalieri nei 26 anni successivi, e dal confronto e’ emerso che lo stress aumenta i giorni di ricovero. Nel dettaglio ogni mille persone con basso stress fisico ci sono in media otto giorni di ricovero, che salgono a tredici se lo stress e’ alto. "Questa associazione si trova anche se si considerano solo i ricoveri oltre i 65 anni – scrivono gli autori – segno che gli effetti durano anche dopo il pensionamento".
La Commissione Europea; Direzione Generale Occupazione e Affari Sociali (COMMISIONE EUROPEA, 1999), ha provato ad elencare i fattori che generano stress. Se nel nostro ambiente di lavoro si verifica anche solo una delle condizioni descritte è probabile che siamo dei lavoratori sotto stress, con tutti i rischi che ciò comporta per la nostra salute. Ovviamente per limitare le cause dello stress bisognerebbe agire a livello sia personale che organizzativo. I fattori più comuni che possono determinare stress legato all’attività lavorativa sono:
Quantità di lavoro da eseguire eccessiva oppure insufficiente
Tempo insufficiente per portare a termine il lavoro in maniera soddisfacente sia per gli altri sia per se stessi
Mancanza di una chiara descrizione del lavoro da svolgere o di una linea gerarchica
Ricompensa insufficiente, non proporzionale alla prestazione
Impossibilità di esprimere lamentele
Responsabilità gravose non accompagnate da autorità o da potere decisionale adeguati
Mancanza di collaborazione e sostegno da parte dei superiori, colleghi o subordinati
Impossibilità di esprimere effettivamente talenti o capacità personali
Mancanza di controllo o di giusto orgoglio per il prodotto finito del proprio lavoro
Precarietà del posto di lavoro, incertezza della posizione occupata
Condizioni di lavoro spiacevoli o lavoro pericoloso
Possibilità che un piccolo errore o disattenzione possano avere conseguenze gravi.
Secondo il modello dell’Aggravio di lavoro – Job strain model (Karasek R., Theorell T., eds., 1990), lo stress lavorativo sarebbe causato soprattutto dalla combinazione di un eccessivo carico di lavoro e una scarsa possibilità di controllo sui compiti da svolgere. Quindi seppure in presenza di un carico di lavoro pesante, un lavoratore potrebbe non sentirsi stressato se percepisse di poter gestire nella maniera più opportuna tale carico.
Il modello dello Squilibrio tra sforzo e ricompensa – Effortreward imbalance model (Siegrist J.; Peter R., 1994), ipotizza che lo stress lavorativo si riscontri in presenza di un elevato impegno da parte del lavoratore associato ad una scarsa ricompensa. Laddove con il termine ricompensa si intende un guadagno economico, approvazione sociale, stabilità lavorativa e opportunità di carriera.

GRECIA
LA COCA COLA RITIRA I SUOI PRODOTTI DA ATENE E SALONICCO DOPO LE MINACCE DEL FAI-IRF / Tutte le bottiglie di Coca Cola e Nestea (nei vari gusti) in confezioni singole di plastica da 500ml sono state ritirate dagli scaffali dei negozi di Atene e di Salonicco in seguito a una lettera di minacce inviata nei giorni scorsi al sito greco Zougla.gr. Nella missiva, firmata dalla Federazione Anarchica informale-Fronte Rivoluzionario internazionale (Fai-Irf), l’organizzazione anarchica aveva minacciato di boicottare i prodotti delle multinazionali Coca Cola e Nestle’ manomettendo le bottiglie da mezzo litro e immettendovi acido cloridrico.
La decisione di ritirare le bottiglie dai negozi e’ stata annunciata dalla stessa Coca Cola in un comunicato in cui si afferma che l’azienda e’ in stretto contatto con le autorita’ competenti per chiarire la questione. Proseguono intanto le indagini dell’antiterrorismo sulla lettera pervenuta a Zougla.gr, mentre dalle analisi effettuate sul contenuto della bottiglia di Coca Cola inviata arrivata insieme con la missiva e’ risultato che conteneva tracce di acido cloridrico. La lettera di sei pagine conteneva una rivendicazione e un video della durata di due minuti e mezzo. Nel documento e nel video si minaccia che nei prossimi quattro giorni dall’invio della lettera membri della Fai-Irf metteranno sui scaffali dei negozi bottiglie di bibite in cui avranno immesso acido cloridrico. Nelle prossime ore la polizia dovrebbe rendere pubblico sia il video che il contenuto della lettera.
ATENE
GRECIA, SETTE VOLTE IN PIÙ IL NUMERO DEI POVERI DALL’INIZIO DELLA CRISI / Dopo cinque anni di crisi economica, la percentuale di greci poveri ha raggiunto il 14% su una popolazione totale di circa 11 milioni di persone, a fronte del 2% del 2009: ovvero il numero dei poveri e’ aumentato di sette volte in appena quattro anni. Una situazione di estrema difficoltà segnata anche dal collasso delle strutture di assistenza e, soprattutto, della sanità, a causa del drastico taglio delle risorse. E quindi quando si parla di poverà si parla di una condizione di abbandono totale a se stessi.
Secondo una ricerca condotta dall’Università di Atene, i piu’ disperati in Grecia oggi sono 630.000 ‘single’ da tempo disoccupati e circa 455.000 nuclei famigliari nei quali nessuno dei componenti lavora. Lo studio suggerisce che questa situazione di estrema poverta’ non e’ determinata soltanto dalla recessione: una delle cause alla base dell’esplosione della poverta’ e’ la mancanza di adeguati ed efficaci ammortizzatori sociali. In particolare, nell’ambito delle intese siglate dal governo di Atene con i creditori internazionali in cambio di aiuti per risanare l’economia, il denaro investito negli ammortizzatori e’ scarso e cio’ fa si’ che l’assistenza sociale sia incapace di aiutare coloro che ne hanno piu’ bisogno. Al momento, secondo la ricerca, il 22% della popolazione greca ha un reddito di meno della meta’ del reddito medio nazionale. Ma il dato piu’ preoccupante e’ che il 14% dei greci ha un reddito cosi’ basso che non puo’ permettersi nemmeno lo stretto necessario.
Proprio per sfuggire a questa drammatica situazione, sempre piu’ greci pensano ad emigrare: questa e’ la foto emersa da un sondaggio condotto dalla società Kapa Research per conto del settimanale To Vima circa ciò che pensano i greci del loro futuro.
Oltre la meta’ degli intervistati (il 55,6%) ha risposto che, se si presentasse "l’occasione giusta", non esiterebbe ad andare all’estero per incominciare una nuova esistenza, mentre il 45,9% ha ammesso di star pensando ad abbandonare la citta’ per trasferirsi in campagna dove il costo della vita e’ inferiore.
Anche il sentimento della disperazione e’ emerso evidente dal sondaggio secondo cui per sette greci su 10 (il 68,6%) "il peggio deve ancora venire" mentre solo per uno su quattro (il 25,1%) la situazione in futuro migliorerà.
Un altro dato che evidenzia la sempre maggiore esclusione sociale di ampi strati della popolazione greca con il prolungarsi della crisi e della recessione e’ emerso da un sondaggio condotto dalla Ekrizo in collaborazione con la Facoltà di Economia domestica dell’Universita’ di Atene. Circa il 93% degli intervistati ha ammesso di aver dovuto drasticamente ridurre il numero dei pranzi e delle cene al ristorante o alla taverna a causa delle diminuite disponibilità finanziarie. In particolare, il 55,1% ha detto di aver subito un taglio dello stipendio o della pensione mentre addirittura il 44% ha ammesso che il proprio reddito non consente loro di acquistare il cibo per le necessita’ quotidiane.

GRAN BRETAGNA
LONDRA
LA THATCHER NEL 1984 PREPARAVA LO SCONTRO ARMATO CONTRO I MINATORI / Era tutto pronto a Londra nel 1984 per un risolutivo e drammatico intervento dell’esercito durante il duro braccio di ferro tra l’allora primo ministro conservatore Margaret Thatcher e i minatori mobilitati in sciopero, in quello che si ricorda come un momento cruciale nella storia recente del Regno Unito. Al contrario di quanto ufficialmente dichiarato dal governo infatti, la Thatcher aveva contemplato la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, ordinando ai militari di fare irruzione nelle miniere e prelevare il carbone necessario per il Paese sull’orlo della crisi energetica. E’ quanto risulta dai documenti ufficiali rimasti riservati per trent’anni e adesso resi pubblici. Dagli archivi emerge inoltre come in quell’anno in piu’ di un’occasione il governo e la Lady di Ferro – al contrario di quanto dichiarato pubblicamente – ebbero il reale timore di dover soccombere davanti alla determinazione dei minatori. La prima volta accadde a luglio, quando alla protesta si aggiunsero i lavoratori portuali: "Il tempo non e’ dalla nostra parte", ammise l’allora ministro del Lavoro Norman Tebbit in una nota riservatissima diretta alla Thatcher. Risale poi ad ottobre una lista delle "opzioni da scenario peggiore", che comprendeva ‘interventi-limite’, redatta dopo che era ormai chiara l’intenzione dei minatori di non cedere di un millimetro minacciando di fatto la ‘chiusura totale’ del Paese.
LONDRA
SANITÀ, IN GRAN BRETAGNA VOGLIONO FAR PAGARE LE PRESTAZIONI AGLI IMMIGRATI / Svolta nel Regno Unito, patria del servizio sanitario nazionale accessibile e gratuito per tutti: gli immigrati (extra Ue) dovranno pagare alcuni dei servizi offerti dall’Nhs, compresi alcuni interventi di pronto soccorso. Lo ha reso noto il governo a Londra annunciando che le nuove regole verranno illustrate nel dettaglio nei prossimi mesi. Si tratta infatti al momento di una proposta, che rientra nell’ambito di una stretta per contrastare quello che viene indicato come ‘turismo dei benefit’, ma anche per fare cassa e recuperare fondi. La novita’ ha gia’ acceso polemiche con associazioni dei medici di base che puntano il dito contro le complicazioni burocratiche che le nuove regole potrebbero comportare, a partire dalla necessita’ di verificare lo status nel Paese di ogni paziente che si rivolgera’ alle strutture sanitarie britanniche. Una maggiore mole di lavoro che rischia, sottolinea la British Medical Association, di far lievitare i costi del servizio invece di ridurli. Nel proporre il nuovo corso, il ministero britannico della Sanita’ ha fatto sapere che non si intende negare l’assistenza medica agli stranieri e soprattutto che si continueranno a garantire interventi salvavita, ma ha tuttavia precisato che i cambiamenti sono necessari per "un sistema che sia giusto nei confronti dei contribuenti britannici che lo finanziano".

GERMANIA
BERLINO
LE CIFRE NASCOSTE / PACCHETTO OCCUPAZIONE 2013, SARA’ LA VOLTA BUONA
Ormai è un appuntamento fisso. Ogni volta che l’Ufficio statistico federale pubblica i dati sull’occupazione in Germania, si celebrano le «cifre da record». «Mai tanti occupati come nel 2013», afferma il bollettino che accompagna i numeri diffusi ieri dall’Istat tedesco: 41 milioni e 780 mila, che rappresentano un incremento di 232 mila unità rispetto all’anno precedente, pari allo 0,6%. Un aumento significativo, ma inferiore a quello dell’annata anteriore: tra il 2011 e il 2012, infatti, fu dell’1,4%. Ufficialmente, la disoccupazione è soltanto del 5,2%: un miraggio se si guarda con gli occhi della «periferia» europea. Le cifre rese note ieri, tuttavia, non dicono tutto. Nulla si evince della quota di lavoratori precari all’interno della massa di chi ha un’occupazione. Rilevazioni precedenti hanno messo in luce, come non si stancano di ricordare i sindacati e le forze di sinistra, che sono almeno 7 milioni le persone costrette a un impiego «atipico», come i famigerati «minijobs ». Molto diffusi (circa 2,5 milioni) sono anche i casi di quanti devono avere più di un lavoro per poter vivere al di sopra della soglia di povertà, a causa di salari spesso molto bassi.

FRANCIA
PARIGI
DIVORZIO PIÙ FACILE E SBRIGATIVO DAVANTI AL CANCELLIERE / Semplificare le procedure per il divorzio consensuale, affidando l’intero iter a un cancelliere senza bisogno di passare davanti al giudice. E’ quanto propone un rapporto commissionato dal ministro della Giustizia francese, Christiane Taubira, rivelato dal quotidiano Le Figaro. Dato che oltralpe le cause di diritto familiare rappresentano circa l’80% dell’attività dei tribunali, spiega il giornale, la misura potrebbe, secondo gli autori del rapporto, contribuire in modo significativo a ridurre l’ingolfamento di alcuni tribunali, e quindi i tempi della giustizia.
I pareri degli esperti sono pero’ contrastanti. Alcuni magistrati, citati sempre da Le Figaro, parlano di evoluzione ”inevitabile”, visto l’elevato livello di formazione dei cancellieri e la loro esperienza in materia di giurisdizione, che li rendono del tutto adatti a trattare questo genere di casi, a priori privi di punti di disaccordo. Ma gli avvocati specialisti di diritto della famiglia fanno notare che la cancellazione del passaggio davanti a un giudice ”rischierebbe di rendere piu’ fragile l’accordo (di divorzio) tra i due coniugi”, e aprire quindi la strada a ricorsi e revisioni. Dal governo giungono invece parole di apprezzamento: ”Nel caso in cui ci siano mariti e mogli che sono assolutamente d’accordo, perche’ non semplificare le procedure? – ha commentato ai microfoni di Bfm Tv il ministro della Famiglia, Dominique Bertinotti – non serve aggiungere conflitto al conflitto”.

AFRICA & MEDIO ORIENTE
PALESINA
GAZA
RAGAZZO PALESTINESE UCCISO DAI SOLDATI ISRAELIANI / Un palestinese di 16 anni è morto questa mattina a seguito delle ferite da arma da fuoco riportate ieri presso il muro di separazione tra Israele e la Striscia di Gaza in un incidente con militari israeliani.
L’esercito israeliano aveva riferito ieri che i soldati israeliani avevano individuato alcuni sospetti intenti a danneggiare la barriera di sicurezza. Dopo averli messi in guardia, è stato spiegato, i soldati hanno aperto il fuoco ferendo l’adolescente palestinese, morto stamane.
Ma non è finita qui perché aerei da guerra israeliani hanno condotto nella notte azioni di rappresaglia su Gaza, poco dopo il lancio di un razzo dal territorio palestinese. In un comunicato, le forze armate israeliane affermano che "l’aviazione ha preso di mira un sito terroristico nel centro della Striscia di Gaza e di altre tre postazioni di lanciarazzi nel nord per rappresaglia dopo un colpo lanciato verso Israele. Gli impatti diretti sono stati confermati", si legge nel testo. Nessun danno e’ stato causato dal razzo sparato dal territorio palestinese, secondo la polizia israeliana.
Da ieri è a Gerusalemme il segretario di Stato Usa John Kerry torna per un’ulteriore spola di pace durante la quale – secondo anticipazioni della stampa – sottoporrà ad israeliani e palestinesi la bozza di un ‘accordo quadro.

LIBANO
BEIRUT
FINALMENTE SPOSI: IL PRIMO MATRIMONIO CIVILE IN UN PAESE ARABO / Grazie a un escamotage burocratico che ha permesso di aggirare la legge, è stato riconosciuto in Libano, nonostante le forti resistenze della politica e delle comunità religiose. Un passo importante verso la laicità dello stato Kholoud Sukkarieh e Nidal Darwish si sono sposati… In se non sarebbe una notizia se non fosse che il loro è il primo matrimonio civile riconosciuto in un Paese arabo. Un importante passo avanti verso la laicità che è stato compiuto nel più multiconfessionale degli stati del Medio Oriente, il Libano, grazie ad un escamotage burocratico. Ne parla un articolo di Elisa Pierandrei pubblicato dal mensile Popoli .
Kholoud è musulmana sunnita e Nidal è musulmano sciita ed è soprattutto questo il problema. In Libano, come negli altri paesi arabi, i matrimoni “misti” sono fortemente scoraggiati . Il matrimonio civile potrebbe essere una soluzione per coppie che per nascita o scelta appartengono a diverse comunità religiose, ma fino ad oggi è stato riconosciuto solo se contratto all’estero. Per questo centinaia di copie vanno a sposarsi nella vicina Cipro. Anche Kholoud e Nidal avevano intenzione di fare lo stesso, ma grazie ad un avvocato hanno poi trovato il modo di sposarsi nel loro Paese. Un atto simbolico fortemente voluto, non contro la religione, ma per esprimere la volontà di costruire uno Stato laico in Libano.
Questo successo è stato possibile grazie ad un cavillo burocratico , come si legge nell’articolo. “Facendo leva su un decreto del 2009 i due sposi hanno eliminato la voce della loro appartenenza religiosa dai registri familiari. In questo modo, non appartenendo a nessuna comunità confessionale, i due erano qualificati a contrarre un matrimonio davanti ad un notaio, senza un’autorità religiosa. Insomma a contrarre un matrimonio civile”.
L’iniziativa dei due sposi ha incontrato forti resistenze soprattutto da parte delle due comunità religiose di appartenenza. L’Alto consiglio sciita ha emesso una fatwa diffidando tutti i politici musulmani dal sostenerla, con il rischio di essere accusati di apostasia. Al contrario la società civile ha risposto positivamente attivando anche la campagna web “ Make civil marriage, not civil war ”.
Sollecitazioni che hanno finito per smuovere la politica. La questione, aperta nel novembre del 2012 si è chiusa ad aprile 2014 quando il documento matrimoniale è stato finalmente registrato con le felicitazioni (espresse via Twitter) del presidente Michel Sleiman, cristiano maronita.
Ma questa vicenda di Kholoud e Nidal seppur “un traguardo importante per un futuro più rispettoso delle differenze presenti in Libano”, potrebbe non essere conclusa. Il loro resta un matrimonio non disciplinato dalla legge . A quale giudice possono ricorrere in caso di divorzio o affidamento dei figli? In attesa di un cambiamento più organico della normativa il loro esempio non è però rimasto isolato: il 13 settembre è stato celebrato in Libano un altro matrimonio civile.

AFRICA
IL 2013 NEL MONDO – PROFONDO NERO IN AFRICA / Malgrado i progressi politici ed economici non siano un’invenzione, gli stati a sud del Sahara tornano ad essere terra di nessuno (e di tutti). Dal Mali ai conflitti in Centrafrica e Sud Sudan, tra interventi esterni di stampo coloniale e il Sudafrica lasciato solo da Mandela
COMINCIATO IN MALI, IL 2013 africano è finito in Centrafrica e Sud Sudan. Ogni crisi ha una storia a sé ma il contagio, i rimandi e le ripetizioni trovano una spiegazione nella geopolitica e la scena è sempre l’Africa. La persistente vulnerabilità – non solo di singole nazioni o fattispecie ma del continente nel suo insieme – autorizza a mettere in dubbio l’ottimismo che aveva fatto parlare di «rina­scenza» appena vent’anni fa. In effetti, i pro­gressi della politica e dell’economia non sono un’invenzione e le ultime prove negative non bastano a cancellare tutto. Nel 2014 la crescita dell’Africa a sud del Sahara dovrebbe superare di qualche decimale il 5%. Qual­cosa deve essere andato storto, però, se l’Africa è tornata a essere un «oggetto».
Il sistema delle relazioni internazionali, con i suoi caratteri selettivi ed egemonici, è un puro prodotto “occidentale”. Esso è stato realizzato quando le nazioni del concerto erano relativamente omo­ge­nee fra di loro men­tre l’Africa era un’appendice dell’Europa senza personalità e sovranità. Se ne potrebbe derivare un’irreparabile estraneità dell’Africa. In realtà, l’Africa, sebbene in qualche misura “diversa”, non è fuori del sistema mondiale. Al contrario, essa è sempre più presente come generatore di politica, anche sul piano internazionale e transnazionale, e non più unicamente come recipiente di reti d’interessi che hanno altrove il loro fulcro dire­zio­nale, come all’epoca della tratta e poi del colonialismo, ma i rapporti di forza le sono sempre contrari.
Anche gli ultimi fatti dimostrano che un po’ (o molto) per le carenze interne a livello di società e di stato ma anche per l’atteggiamento che la politica del Centro riserva ai travagli della Periferia vale ancora il pregiudizio – molto simile a una profezia che si autorealizza – secondo cui l’Africa sarebbe una nebulosa di disordine che ha bisogno dell’intervento delle potenze “civilizzate” per rimediare alle sue difficoltà. L’obiettivo è sempre di preservare l’accesso alle risorse economiche, strategiche e di manodopera del Sud del mondo. D’altra parte, appena l’Africa ha preteso che le sue crisi avessero una soluzione africana, le crisi africane, ancora più di quanto non accadesse nel periodo della guerra fredda, hanno cessato di essere solamente africane e hanno sempre più effetti globali. Si può capire così il montare di attenzioni che alla fine si traducono in interferenze, comunque giustificate. Il risultato è un circolo vizioso quasi perfetto fra cause interne che vengono trattate non in se stesse ma per le ripercussioni a distanza o per i fenomeni generali che le inquinano ( war on terror e jihadismo, non importa in quale successione logica o cronologica) e operazioni dall’esterno che perpetuano o addirittura riproducono i fenomeni che si pretenderebbe di arginare. L’islam politico ha sem­pre avuto una sede privilegiata nel Sahel ma ha assunto un atteggiamento antioccidentale solo negli ultimi anni.
La concentrazione dei conflitti nella terra di nessuno (o di tutti) fra Nord Africa e Africa sudanese è significativa. Si immagina un “confine” – in un certo senso un confine fra due mondi – ma nella realtà è un’area di passaggio. La militarizzazione in atto, quella statica degli Stati Uniti con le infrastrutture per l’ intelligence e la video­sorveglianza e quella mobile della Francia per le spedizioni di tipo coloniale, l’una e l’altra al servizio del contenimento delle “minacce”, ostacola la libertà di movimento, soprattutto dei nomadi o seminomadi, i flussi migratori clandestini, i traffici leciti e illeciti lungo le antiche vie carovaniere, aumentando la belligeranza e creando solidarietà spurie fra tutti coloro che ne subiscono le conseguenze.
È avvenuto anche in Mali con la for­ma­zione dello stato di Azawad e sta avvenendo nella Repubblica Centrafricana con disinvolti spostamenti di campo degli stessi alleati dei governi occidentali (il presidente Déby del Ciad cerca di distinguere fra mercenari e soldati). In Mali è ancora aperto il caso di Kidal, la roccaforte dell’irredentismo tuareg, dove le truppe governative non possono entrare: a crederci, sia Hollande che Fabius hanno garan­tito che la Fran­cia non interferirà.
La Francia ha fatto il punto nel vertice Francia-Africa che si è svolto a Parigi in dicembre. All’inizio della sua presidenza Hollande aveva pensato al precedente di Mitterrand, che pretendeva di sostituire l’ Afrique du papa cara al gollismo con una partnership basata sulla diffusione anche nell’Africa francofona delle buone pratiche dello stato di diritto. La forza degli avvenimenti ha spinto il secondo presidente socialista della Quinta Repubblica a celebrare piuttosto le sue “vittorie” militari. Il grande perdente non è il colonnello Sanogo in Mali o Michel Djotodia, che ha rovesciato il presidente del Centrafrica ma che è stato pressoché esautorato. Chi ha perso è l’Africa. E ha perso soprattutto il Sudafrica o più precisamente il suo presidente Jacob Zuma, più che mai allo scoperto dopo la scomparsa di Mandela. È dalla guerra in Libia che Zuma cerca inutilmente di essere “ascoltato”: una tragedia per uno stato che aspira alla leadership del continente, il solo paese africano nel G20 e cooptato nel blocco delle potenze del Sud. È in sofferenza anche l’Unione africana. La forzatura di far eleggere alla presidenza della Commissione africana Nkosazana Dlamini-Zuma non è bastata a rinvigorire l’Ua, ha incattivito ulteriormente la rivale Nigeria e ha sprecato una risorsa (come ex-ministro non come ex-moglie) per una possibile successione.
Alla base dei “buchi neri” del 2013 c’è sempre la questione irrisolta dello stato. L’origine dello stato africano così come venuto alla luce dopo il colonialismo, con un territorio disegnato sulla base di logiche esterne anziché di processualità interne e con istituzioni d’importazione, ha portato alla definizione di “quasi stato”, che non riguarda solo l’Africa ma che ha in Africa la maggiore diffusione. Lo stato postcoloniale ha adottato un modello che riprende l’esperienza europeo-occidentale ma si è tro­vato nella neces­sità di adat­tarlo a requi­siti ambien­tali e storico-culturali che in parte hanno stravolto il modello dege­ne­rando in pato­lo­gie per certi versi funzionali a garantire una par­venza di governance mettendo in moto un’economia e aggregati informali o decisamente illegali.
I “poteri forti” alla testa del sistema mon­diale non si pongono seriamente il problema di quale sia il tasso di “esistibilità” e “sovranibilità” dei nuovi stati. Invece di rafforzare gli stati deboli o garantire i diritti delle minoranze nello spazio precostituito, si punta a protettorati a termine più o meno determinato o alla moltiplicazione di cantoni, mini­stati o quasi-stati senza radici e con legit­ti­mità incerta per dare un rifu­gio o una spe­ranza ai per­denti di oggi (i pos­si­bili vin­centi di domani). In Africa è acca­duto con l’indipendenza delle pro­vince meri­dio­nali del Sudan, tea­tro di un riflusso della vec­chia con­tesa dinkanuer. La Soma­lia “paci­fi­cata” è un mosaico di spez­zoni in parte sotto occupazione Straniera. In attesa ci sono il Soma­li­land, la Cire­naica e forse un Aza­wad allar­gato a tutta l’area ber­bera. Il capo di un’ala del Séléka, il movi­mento che ha por­tato al potere a Ban­gui il poco pre­sen­ta­bile Djotodia e che ora sarebbe pas­sato all’opposizione, ha pure minacciato di ritagliarsi uno “stato” nel Nord del Centrafrica.
Il para­dosso è che que­sta for­mula “gri” potrebbe aiutare a sbloccare la que­stione della Cisgiordania e/o di Gaza dando vita a una parvenza di stato palestinese autonomo dentro la sfera strategica di Israele così come il Kurdistan ira­cheno è sotto l’occhio vigile della Turchia e il Somaliland sotto quello altrettanto interessato dell’Etiopia.

ASIA & PACIFICO
CINA
APPROVATI ABOLIZIONE CAMPI LAVORO E MODIFICHE POLITICA FIGLIO UNICO
Il comitato permanente del l’Assemblea Nazionale del Popolo – massimo organo legislativo della repubblica popolare cinese – ha sancito l’abolizione dei campi di lavoro, noti come "campi di rieducazione attraverso il lavoro" e l’allentamento delle rigide norme che regolano la politica del figlio unico. L’adozione di queste misure era stata preannunciata nel corso del plenum del Partito comunista lo scorso mese.
Così in Cina si potranno avere due figli. La ‘politica del figlio unico’ è durata 30 anni, fu adottata per tenere sotto controllo la crescita demografica del paese più popoloso del mondo.

CAMBOGIA
LA POLIZIA MILITARE SPARA SUGLI OPERAI TESSILI CHE CHIEDONO UN AUMENTO / E’ di almeno tre morti il bilancio, del tutto provvisorio, della mattanza della polizia militare della Cambogia contro una manifestazione di operai tessili. Da una prima ricostruzione di quanto sta accadendo a Phnom Penh, le forze dell’ordine hanno prima sparato colpi d’avvertimento, poi hanno fatto fuoco in direzione dei manifestanti, che da settimane protestano per chiedere un aumento dei salari. Secondo Chan Soveth del gruppo locale per i diritti umani Adhoc, altri sette lavoratori sono stati gravemente feriti. Gli operai sono in protesta da dicembre per ottenere un aumento delle retribuzioni minime a 160 dollari al mese, dagli attuali 80. Il governo di Hun Sen ha promesso di portare i salari a 95 dollari entro il prossimo aprile: una prospettiva che non soddisfa i 650 mila lavoratori tessili cambogiani, spina dorsale del settore che sostiene le esportazioni nazionali.
La protesta si sovrappone in parte alle manifestazioni del Partito di salvezza nazionale della Cambogia, che lo scorso luglio e’ stato sconfitto di poco in elezioni che crede siano state macchiate da diffuse irregolarità. Da allora l’opposizione e’ scesa in piazza piu’ volte, reclamando la vittoria e chiedendo invano l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui presunti brogli.
"Hun Sen e il suo governo illegale non possono ignorarci, il popolo oggi mostra la sua volontà di cambiamento", ha detto alla folla Sam Rainsy, leader del "Partito di salvezza nazionale della Cambogia" (Cnrp), che nel voto di luglio ha conquistato 55 seggi contro i 68 del "Partito popolare cambogiano" (Cpp) del premier.
Forte del sostegno tra i piu’ giovani, in un Paese in cui il 52% della popolazione ha meno di 25 anni, il Cnrp accusa il governo di essere rimasto al potere solo grazie a diffusi brogli. Le richieste di inchieste indipendenti sul voto e di una uova consultazione elettorale sono state pero’ respinte da Hunen, "uomo forte" che in un modo o nell’altro governa dal 985.

INDIA
SEDICENNE STUPRATA E BRUCIATA. E’ LA FIGLIA DI UN TAXISTA ISCRITTO AL PARTITO COMUNISTA / Stuprata e bruciata viva. Ad un anno dalla tragedia della ragazza violentata a morte da un branco su un autobus a New Delhi, l’India e’ sotto shock per un nuovo episodio di indicibile brutalità e violenza. Una studentessa 16enne e’ stata stuprata per due volte in ottobre a Kolkata, la vecchia Calcutta, per poi essere perseguitata tenacemente dai suoi aggressori, che, preoccupati dalla sua denuncia, l’hanno alla fine bruciata viva cercando di simulare un suicidio.
L’autopsia ha poi rivelato che al momento del decesso l’adolescente era incinta di un mese. Il feto e’ stato prelevato per esami del Dna che
potrebbero essere utili alle indagini. Originaria dello Stato indiano di Bihar, la giovane si era trasferita mesi fa a Madhyamgram, vicino alla capitale del West Bengala, per studiare. L’incubo si materializza il 26 ottobre quando Chhotu Talukdar, grossista di pesce, propone alla ragazza una passeggiata, portandola invece con l’inganno in una casa abbandonata dove con cinque amici abusa di lei. Il padre e la madre la cercano per tutta la notte, trovandola al mattino incosciente in un campo. Ne segue una denuncia, e così il violentatore, aiutato dal branco, la sequestra nuovamente con la forza 24 ore dopo, stuprandola in un taxi. I genitori la ritrovano questa volta, stordita e ferita, vicino ad una stazione.
Per poter sfuggire alla persecuzione il padre, un tassista affiliato al sindacato comunista Citu, decide a quel punto di cambiare casa, spostandosi nella zona dell’aeroporto. Ma le minacce continuano per costringere la famiglia a ritirare la denuncia di stupro.
Poco prima di Natale il dramma. La ragazza viene sequestrata e bruciata. Nonostante i soccorsi la giovane morirà dopo una settimana di agonia e in un momento di lucidità riesce a fare i nomi dei suoi assassini. La notizia si diffonde immediatamente e lo stesso 31 dicembre migliaia di manifestanti, aderenti al Partito comunista, intellettuali e esponenti della societa’ civile, scendono in piazza. A tratti anche scontrandosi con le forze dell’ordine. Le proteste si sono ripetute anche ieri ed oggi, a sottolineare la rabbia per l’ennesima tragedia a sfondo sessuale fra quelle che ogni giorno inesorabilmente colpiscono le donne indiane. Fortissima la polemica nei confronti della polizia, accusata di aver cercato di chiudere la vicenda in modo troppo sbrigativo, mentre lo scontro divampa anche tra le diverse forze politiche bengalesi. Per l’India e’ un’altra pagina nera.

AMERICA CENTROMERIDIONALE
URUGUAY
L’anno di Mújica e dell’Uruguay
Il presidente dell’Uruguay, l’ex guerrigliero José “Pepe” Mújica, vive in una fattoria alla periferia della capitale Montevideo con sua moglie, la senatrice Lucía Topolansky, guida un vecchio maggiolino e si dichiara vegetariano sfegatato. Salvo un paio di poliziotti di guardia all’entrata, cosa peraltro molto comune quasi ovunque nelle città latinoamericane, non si serve di particolari protezioni o scorte e conduce una vita umile e dignitosa, senza eccessi né lussi. Mújica dà in beneficienza il 90% del suo stipendio di 12mila dollari al mese, un gesto piccolo rispetto ai costi generali della politica o al bilancio statale, ma di certo molto significativo e simbolico, soprattutto in una regione come il Sud America che è al primo posto per le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, cioè per la breccia tra ricchi e poveri. Per lui questo è un modo di “restare libero” e non un escamotage per creare un “personaggio” e ottenere riconoscimenti. Infatti, Mújica non ama essere chiamato “il presidente più povero del mondo”, un titolo affibbiatogli dalla stampa internazionale negli ultimi anni.
“Non sono povero, ma poveri sono quelli che hanno bisogno di molto per vivere, quelli sono i veri poveri”, replica il presidente parafrasando Seneca. Molti reportage e interviste tendono a esaltare il suo stile austero e sobrio, la sua vena contadina e la sua vita da persona “normale”, in controtendenza con una politica insultante e sempre più distante dalla gente in tutto il mondo. Tutto vero, ma si parla poco della sua storia politica e combattente, delle prigionie e delle sofferenze e dei successi ottenuti dopo la fine della dittatura che durò dal 1971 al 1984. Quegli anni Pepe li passò prevalentemente in carcere. Fu arrestato quattro volte in quanto membro del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros e l’ultima prigionia durò 13 anni, per cui fu liberato solo nel 1985 e si reintegrò alla vita politica dopo l’approvazione delle leggi di amnistia e il ritorno a un regime democratico.
Nel 1989 i Tupamaros entrarono a far parte della coalizione di partiti del Frente Amplio, al governo dal 2004, e si trasformarono nella sua anima maggioritaria e progressista con la fondazione dell’MPP, il Movimiento de Participación Popular. Pepe fu eletto deputato nel 1994 e poi senatore cinque anni dopo. Durante la presidenza del medico Tabaré Vázquez (2004-2009) Mújica diventa ministro dell’agricoltura, l’allevamento e la pesca ed entra quindi nel primo governo del Frente Amplio. Questa forza politica è nata nel 1971, ma è stata proscritta e i suoi esponenti perseguitati durante la dittatura. Ad oggi ne fanno parte numerosi partiti, ben sedici liste, in rappresentanza delle principali anime della sinistra ma anche di alcune forze d’ispirazione democristiana e di tradizione liberale.
Coerentemente col suo passato e il suo presente Mújica ha formulato discorsi energici e decisi nei summit internazionali contro il consumismo e il modello di sviluppo capitalista, con le sue espressioni ed eccessi degenerati e aberranti, e a favore dell’integrazione latino-americana e di una rivoluzione culturale ed educativa profonda: “Il mondo è prigioniero oggi della cultura della società dei consumi e ciò che sta consumando è la vita umana, in quantità tremende” per cui la gente ormai “non compra con i soldi, ma con il tempo che ha dovuto spendere per avere quei soldi. Non si può sprecare, quel tempo, va lasciato del tempo alla vita”. Di seguito incorporo un video, sottotitolato all’italiano da Clara Ferri, col discorso tenuto dal presidente uruguaiano alla conferenza della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) del 26-27 gennaio 2013: http://www.youtube.com/watch?v=gx0S6KoY5gM
Il 22 marzo 2012 il presidente ha letto un discorso in cui lo stato uruguaiano riconosceva pubblicamente la sua responsabilità nelle violazioni ai diritti umani durante la dittatura. In più occasioni Mújica, insieme a una parte della sua coalizione, ha promosso attivamente sia la revisione che la cancellazione della Ley de Caducidad, la legge che nel 1986 concesse l’amnistia ai repressori del regime dittatoriale, ma le misure adottate dal parlamento hanno subito in varie occasioni la bocciatura da parte della Corte Suprema (Costituzionale) che ne ha annullato gli effetti. Quindi la questione resta ancora in sospeso e, nonostante l’appoggio di Onu e Corte Interamericana dei Diritti Umani, sembra difficile che Mújica e la sua maggioranza, divisa su questo punto, riescano a trovare una soluzione e far riaprire i processi proprio a pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali.
Andando oltre i discorsi e le dichiarazioni, la novità rappresentata dall’esperienza dei governi del Frente Amplio e specialmente di José Mújica risiede nei fatti concreti, nella politica sociale ed economica, rivolte verso i più poveri, e nelle misure coraggiose approvate negli ultimi anni che stanno cambiando il volto del paese sudamericano e ravvivando le speranze dell’ondata progressista in America Latina.
Sicuramente i provvedimenti più trascendenti, che sono stati anche al centro delle cronache e delle inevitabili polemiche internazionali, sono quelli dell’anno che s’è appena concluso e che riguardano i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la legalizzazione della marijuana.
Nello scorso mese di dicembre è stata promulgata la legge che legalizza e regola la produzione, il consumo e la vendita di marijuana nel paese, primo e unico caso in America Latina. Il consumo era già permesso, anche in luogo pubblico, ma restavano dei vuoti per le altre attività che da quest’anno saranno sotto il controllo statale. L’Uruguay è il primo paese al mondo a mettere sotto il controllo dello stato tutti gli aspetti legati alla vendita e produzione di cannabis e dei suoi derivati attraverso la creazione di un Istituto per la Regolazione e il Controllo della Cannabis dipendente dal Ministero della Salute. Potranno comprarla in farmacie autorizzate gli uruguaiani e gli stranieri residenti maggiori di 18 anni, ma potranno anche coltivarla privatamente (al massimo sei piante e 480 grammi di raccolto all’anno) o in club speciali riservati agli iscritti con un minimo di 15 soci e un massimo di 45.
Si potranno portare con sé o acquistare al massimo 40 grammi al mese. Il prezzo non è ancora stato definito, ma si pensa per esempio a una media di un dollaro al grammo per poter competere con l’attuale mercato illegale. Le persone che la coltivano in casa e i grossi produttori legali del mercato nazionale dovranno ricevere una licenza statale ed essere registrati. Chiaramente i coltivatori uruguaiani potranno esportare semi e piante nei paesi in cui l’uso medicinale o ricreativo della marijuana è permesso, per esempio negli stati nordamericani di Washington e del Colorado dove dal 1 gennaio è permesso il consumo.
Il governo farà dei piani di prevenzione e sensibilizzazione ed è stata vietata la pubblicità della marijuana, come succede già con il tabacco in numerosi paesi. Sebbene l’Uruguay non sia uno dei paesi più colpiti dalla violenza della “guerra alla droga”, promossa ipocritamente di paesi proibizionisti come gli Usa e adottata massicciamente come politica di sicurezza nazionale, per esempio, dal Messico e dalla Colombia, la presenza del narcotraffico costituisce un problema grave, considerando anche che i paesi del Corno Sud sono tra i principali punti di transito e d’imbarco della coca diretta in Europa via Africa e Suez.
Una soluzione pragmatica e alternativa, seppur sperimentale, come ha ribadito lo stesso Mújica, rispetto alle fallimentari ingerenze statunitensi nella regione e alle politiche nazionali repressive e militari, corresponsabili di centinaia di migliaia di morti in America Latina, viene quindi da un piccolo paese che ha saputo sfidare l’opposizione interna delle destre e quella della comunità internazionale, in particolare dell’Onu e del suo Ufficio su droga e crimine, l’Unodc, secondo cui si starebbe violando la Convenzione sugli Stupefacenti del 1961.
E anche gli Usa hanno intimato il rispetto della Convenzione e degli impegni internazionali mentre al loro interno i cittadini di due stati hanno scelto di legalizzare l’uso ricreativo della marijuana, sancendo una svolta storica a livello culturale e di politiche pubbliche. Ma l’Uruguay va avanti e se l’esperimento avrà successo (o comunque sia, in realtà), avrà molto da insegnare al continente e al mondo e propizierà il ripensamento dei dogmi sul traffico e il consumo di stupefacenti che risalgono alla metà del secolo scorso e che hanno permesso soprattutto agli Stati Uniti, mossi dalla politica della guerra alla droga, di giustificare il loro enorme potere d’ingerenza negli affari continentali.
Sempre nel 2013 è stata promulgata anche la Legge del Matrimonio Egualitario per cui le coppie di persone dello stesso sesso potranno sposarsi ed è prevista “l’unione di due contraenti, qualunque sia la loro identità di genere o orientamento sessuale, negli stessi termini, con gli stessi effetti e forme di scioglimento che stabilisce il Codice Civile”, recita il testo della norma. S’è anche deciso che il cognome dei figli delle coppie omosessuali sarà stabilito da un accordo tra i due coniugi o da un sorteggio in mancanza di un accordo. Inoltre è stato fissato il diritto dei figli a riconoscere il loro padre biologico nel caso in cui la madre, sposata con un’altra donna, lo abbia concepito con un uomo e non in vitro.

L’Uruguay nel 2012 è diventato il primo paese sudamericano a permettere una depenalizzazione ampia dell’aborto, ora permesso nelle prime 12 settimane di gestazione dalla nuova Legge sul’Interruzione Volontaria della Gravidanza. In America Latina esistono norme simili solamente a Cuba, a Città del Messico, nella Guyana e a Porto Rico. Mújica spiegò in quell’occasione che depenalizzare “sembra molto più intelligente che proibire”, infatti, se “lasciamo sole le donne, se non ce ne curiamo e non diamo loro sostegno, la cosa va male”.

Vista la spiccata vocazione rurale, forestale e turistica dell’Uruguay, con l’84,6% del territorio dedicato all’agricoltura (primo posto al mondo) e la storica importanza dell’allevamento, anche in seguito all’incremento esponenziale negli ultimi anni del valore della terra, la stessa è considerata come un elemento strategico fondamentale per cui il governo Mújica ha proposto una legge che limita l’acquisto di terre da parte di imprese o gruppi in cui vi sia la partecipazione di un paese straniero come socio investitore. L’obiettivo è salvaguardare la sovranità alimentare e delle risorse naturali del paese, in controtendenza con quanto accade in altre realtà come l’Italia e il Messico, dove la svendita di spiagge e terreni o del patrimonio artistico e immobiliare si è trasformata in una soluzione facile per i problemi di bilancio o per ottenere l’approvazione di agenzie di rating, troike e business community internazionale. Il problema è che i conti si risanano per un anno o due, gli interessi sul debito si ripagano per un po’, però il patrimonio che viene alienato, invece di essere reso produttivo e valorizzato, è perso per sempre.
Nel 2012 è stata approvata la legge sulla donazione degli organi, pensata per ridurre in breve tempo la lunga lista d’attesa di pazienti in attesa di trapianti, stabilisce che ciascuno dei tre milioni e 400mila uruguaiani diventa un potenziale donatore di organi dopo il decesso, a meno che esplicitamente non decida il contrario e, nel caso dei minorenni, ci vuole il consenso del rappresentante legale.
Alle elezioni presidenziali e parlamentarie dell’ottobre di quest’anno il candidato del Frente Amplio sarà l’ex presidente Tabaré Vázquez che, dopo un quinquennio di pausa, ha annunciato recentemente la sua ridiscesa in campo. Più moderato rispetto a Mujica, che non può candidarsi a un secondo mandato per proibizione espressa della costituzione, e legato all’FMI, in quanto parte del Gruppo di Consulenti Regionale del Fondo per l’emisfero occidentale, il sessantanovenne Vazquez e il Frente sono in testa nei sondaggi. Nel 2008 Vázquez aveva mostrato il suo lato conservatore bloccando la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, anche se dal punto di vista economico nel 2007 aveva implementato una riforma fiscale progressiva che ha prodotto una diminuzione della povertà e delle disuguaglianze.
Inoltre, nonostante le misure “eterodosse” rispetto al dogma neoliberista, i governi del Frente hanno ottenuto buoni risultati economici con il PIL in crescita del 126% dal 2000 al 2011 (anche se una parte di questa crescita ricade negli anni del governo precedente) e del 5,7% e 3,8% nel 2011 e 2012. La riduzione della povertà è stata impressionante, dal 40% della popolazione nel 2005 al 12,5% nel 2012. La povertà estrema o indigenza è stata quasi azzerata. Statistiche a parte, non sembra comunque che ci siano intenzioni da parte del Frente e del suo candidato di fare marcia indietro sulle conquiste sociali dell’amministrazione Mújica, ma il loro destino evidentemente dipenderà anche dalla difesa che ne faranno la società e i movimenti oltre che dai risultati elettorali.
Emir Kusturica si appresta a girare un documentario sulla vita di Pepe Mújica. Mentre aspettiamo l’uscita del film, resta meno di un anno di governo al presidente guerrigliero per consolidare l’opera riformatrice che ha messo l’Uruguay al centro del mondo e ne ha fatto uno dei punti di riferimento in America Latina. Con l’augurio che anche i prossimi continuino ad essere gli anni di Mújica e dell’Uruguay.

CHIAPAS
«YA BASTA», IL GRIDO DEGLI INDIGENI DOPO I BOTTI DI CAPODANNO / EZLN. CAMMINARE DOMANDANDO, DALLA RIVOLTA ALLA RESISTENZA / VENT’ANNI FA, IN CHIAPAS, L’URLO ZAPATISTA NELLA NOTTE DI CAPODANNO: «YA BASTA!».
Adesso basta, grida un esercito indigeno, prevalentemente composto da contadini, nel sud del Messico. Dà l’assalto a quattro municipi – San Cristobal de Las Casas, Altamirano, «Ya Basta», il grido degli indigeni dopo i botti di capodanno cent’anni fa, in Chiapas, l’urlo zapatista nella notte di capo­danno: «Ya Basta!». Adesso basta, grida un esercito indigeno, pre­valentemente composto da contadini, nel sud del Messico. Dà l’assalto a quat­tro municipi – San Cristobal de Las Casas, Altamirano, Ocosingo, Las Margaritas – e ne occupa per poco altri tre. Poi se ne va da San Cristobal senza problemi, il 2 gen­naio, evi­tando lo scon­tro con i mili­tari, che intanto stanno bombardando le comu­nità. A Ocosingo e nei pressi di Rancho Nuevo, sede della più importante base militare della regione, invece, gli insorti devono combattere e subire perdite. Fa così la sua comparsa l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) e il sub­co­man­dante Marcos, con tanto di pipa e passamontagna. L’Ezln è nato il 17 novem­bre del 1983 nella Selva Lacandona, fon­dato dal comandante German e da un manipolo di donne e uomini in maggioranza indigeni e meticci. Proviene però da un gruppo guevarista attivo nel nord del paese fin dal 1969, le Fuerzas de liberacion nacional (Fln), che si è poi radicato nel Chiapas e nelle regioni vicine dalla fine degli anni ‘70. Un’organizzazione con un classico programma marxista-leninista, che prevedeva la presa del potere politico e l’instaurazione di «una repubblica popolare e del socialismo». La storia dell’Ezln pren­derà invece un’altra strada, segnando fin dai suoi primi passi una distanza dalle rivoluzioni di stampo novecentesco. L’insurrezione, si saprà in seguito, intendeva però di estendersi ai vicini stati di Oaxaca, Tabasco e fino alla capitale, fidando nell’appoggio della popolazione. Un obiettivo, quindi, nazionale, che avanza allora undici richieste («lavoro, terra, casa, alimentazione, salute, istruzione, indipendenza, libertà, demo­cra­zia, giustizia, pace») ed esige la destituzione di Carlos Salinas de Gortari (il «dittatore»), eletto nel 1988 con un’enorme frode. È stato lui a por­tare il paese verso il Trattato di libero com­mer­cio con gli Stati uniti e il Canada (Nafta) e alla riforma dell’articolo 27 della costituzione, nel 1992. Un balzo all’indietro a prima della Rivoluzione messicana, che sancisce la fine della riforma agraria e provoca mani­festazioni e marce.
Il 12 ottobre, la forza degli zapatisti è già evidente a San Cristobal de Las Casas tra le 10.000 persone che manifestano con l’Alianza nacio­nal campesina indipendente Emi­liano Zapata (Anciez) e tirano giù la sta­tua del conquistador Diego de Mazariegos. Marcos dirà poi che durante quelle mobilitazioni, tra settembre e gennaio, le comunità decidono di pas­sare alla lotta armata e che la via della Selva ha avuto la meglio su quella urbana: il movimento – sostiene Marcos — aveva allora un ampio sostegno, però la società mes­si­cana non chie­deva agli zapatisti guerra ma pace e nego­ziato. Da qui la lunga rifles­sione dell’Ezln che lo porterà a optare sempre più per una lotta politica «che va dal basso verso l’alto», alimentata da pause e metafore, circolarità e cyber comunicazione.
Un mese dopo quella prima insorgenza prende avvio la trattativa tra governo e Ezln che por­terà agli accordi di San Andrés su «Diritti e cultura degli indigeni», firmati il 16 febbraio del ’96. Un punto, però, sempre disat­teso dal governo nel corso di questi vent’anni e nono­stante i nume­rosi ten­ta­tivi degli zapa­ti­sti per «andare al di là dello specchio truccato della realtà» (come disse Marcos allo scrit­tore Manuel Vazquez Montalban).
Intanto, quell’iniziale programma è a suo modo andato avanti nei territori autonomi zapatisti. Contro venti e maree e a dispetto della forte repres­sione che continua a colpire le comunità. La «maschera» del subcomandante è entrata nell’immaginario internazionale. Colto, ironico, figlio della borghesia, l’uomo con la pipa ha nel frattempo squadernato a scrittori e giornalisti i suoi giudizi politici e la sua filosofia del «camminare domandando», «in basso e a sinistra» e senza pensare a prendere il potere. In questi giorni, nel suo ultimo comunicato ha attaccato la stampa asservita ai poteri forti. E i giornalisti non possono entrare all’«escuelita» zapatista.
Intanto, il Messico è sempre nella morsa del neoliberismo. Il Nafta, i nuovi accordi del Paci­fico e la svendita del petrolio pubblico sono al cen­tro delle politiche di Peña Nieto. Le manifestazioni si susseguono. Il paese conta una quindicina di guerriglie. La più presente, l’Esercito popolare rivoluzionario (Epr), di orientamento marxista-leninista, ha anche un suo braccio legale ed è nata due anni dopo l’insurrezione zapatista. In altre parti dell’America latina, si scommette sul «socialismo del XXI secolo» messo in moto da Hugo Chávez in Venezuela. La ribellione civico-militare del Comandante, nel 92, è stato l’altro grande spartiacque di fine secolo, che ha rimesso al centro della scena gli ultimi degli ultimi. E ha riaperto la strada che sembrava chiudersi con la fine dell’Unione sovietica.

AMERICA SETTENTRIONALE
USA
NEW YORK
KATRINA: CASE DONO BRAD PITT MARCISCONO
– La fondazione no profit ‘Make it Right’, creata dall’attore Brad Pitt per aiutare la popolazione colpita nel 2005 dall’uragano Katrina, a New Orleans, finisce nell’occhio del ciclone. Gran parte delle case di legno realizzate con i fondi raccolti, infatti, starebbe gia’ marcendo – o quasi – a causa dell’umidità. A pochi anni dalla loro realizzazione.
A riportarlo e’ la stampa locale, che parla di almeno 30 abitazioni su 100 che hanno bisogno di lavori di ristrutturazione all’esterno e all’interno.
NYC
SUPERTEMPESTA USA FA 16 MORTI, IN ARRIVO NUOVO GELO / Atteso crollo temperature in molti Stati nei prossimi giorni
Sale ad almeno 16 il bilancio delle vittime della supertempesta che si e’ abbattuta sul nordest degli Stati Uniti, portando neve e temperature polari in almeno 22 Stati. Il pericolo maggiore in queste ore – ripetono le autorita’ – e’ il ghiaccio, che rende molto rischiosa la circolazione sulle strade. In alcune zone le temperature sono vicine ai 30 gradi sotto lo zero.
A New York, dove l’emergenza neve sembra finita, la temperatura in serata e’ di 10 gradi sotto lo zero.

(articoli da: NYC Time, Time, Guardian, The Irish Times, Das Magazin, Der Spiegel, Folha de Sào Paulo, Clarin, Nuovo Paese, L’Unità, Internazionale, Il Manifesto, Liberazione, Ansa , AGVNoveColonne, ControLaCrisi e Le Monde)

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