
Pietro Bevilacqua su Facebook 17/2/2026
Siamo in molti a essere finalmente consapevoli della partita che si gioca con il voto al referendum per la riforma della Giustizia il 22 e il 23 marzo.
È messa in discussione l’indipendenza della magistratura dal potere politico, uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia, sempre più svuotata e in pericolo. La vittoria del Sì, un altro colpo alla Costituzione, segnerebbe un passo ulteriore verso uno stato autoritario. Che questa sia la direzione di marcia dei gruppi dirigenti non solo italiani ma anche europei, lo dimostra il ventaglio di iniziative dispotiche che dilagano nel Continente: la repressione dei movimenti pro-Palestina, la violenza contro i manifestanti, la censura introdotta nelle scuole e nelle università, le varie leggi che proibiscono il dissenso, le sanzioni che puniscono singoli individui senza processo, come accaduto al colonnello svizzero e grande analista geopolitico Jacques Baud e a tanti altri.
È una tendenza avviata da tempo ed è conseguente alla progressiva perdita di consenso popolare da parte dei governanti dell’UE. Ma tutto lascia prevedere che tale china si accentuerà nei prossimi mesi e anni. Le élites dirigenti che escono emarginate e sconfitte dalla guerra in Ucraina, che devono constatare il fallimento dell’Unione, cercano di uscire dalla disfatta promettendo ai cittadini sfiduciati e confusi un avvenire di guerra e un rilancio dell’economia attraverso il riarmo.
Per costoro la repressione della libertà diventa necessaria.
Devono proibire il dissenso, silenziare le voci critiche se vogliono consentire ai giornalisti del Corriere della Sera, della Repubblica, dei telegiornali di persuadere le masse popolari della necessità di una guerra. Ma la politica di rilancio dell’economia UE attraverso il riarmo, aumenterà lo sfruttamento del lavoro, creerà nuove povertà e il disagio sociale inasprirà i conflitti.
Per questo tenderanno a costruire uno “Stato di vigilanza” che utilizzi il malessere dilagante, gli scontri di piazza, ecc. per creare un bisogno di sicurezza nei cittadini a cui rispondere con l’ordine poliziesco. Vincere questo referendum può significare l’inizio della fine del governo di centro-destra in Italia. Ma ognuno di noi deve compiere uno sforzo speciale di mobilitazione. Non può limitarsi a lanciare messaggi dal computer. Occorre immaginare una molteplicità di forme di propaganda. Si può cominciare a telefonare ad amici e parenti lontani, riprendere i contatti con vecchi colleghi o compagni e metterli in allarme già a partire dell’irritualità della telefonata.
Ma soprattutto occorre uscire fuori dalla campana di vetro del mondo virtuale e uscire per le strade. Le grandi manifestazioni sono importanti. Ma non arrivano ai cittadini che non vanno a votare, che ascoltano solo la TV mentre consumano la cena storditi dopo una giornata di lavoro. Bisogna incontrarli davanti ai cantieri, agli uffici, alle scuole.
Gli insegnanti intimoriti da Valditara potrebbero leggere in classe ogni giorno un articolo della Costituzione. Vediamo chi li sanzionerà. Ma noi dobbiamo girare nei quartieri con un volantino in mano, spiegando le tante, drammatiche ragioni del NO, come parte di una resistenza generale a un dispotismo già in atto in tutta Europa, che rischia di consegnarci a una società totalitaria senza precedenti.
Già il fatto che i cittadini vedano tanti uomini e donne con un volantino in mano in tutte le città comincia a mettere in allarme, può scuotere l’indifferenza, il deserto della rassegnazione. Ma bisogna uscire dal guscio domestico dove produciamo chiacchiere. Altrimenti, prima o poi, verranno a prenderci a casa.
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