LA FONTE MIRACOLOSA

di Vittorio Stano

Il 2020 sarà un anno che ricorderemo per una delle più gravi epidemie nella storia dell’Umanità, e per la radicale trasformazione dell’assetto politico e istituzionale a livello globale.

Nella Vecchia Europa un importante tavolo negoziale è il massiccio piano di intervento fiscale, denominato Next Generation EU.

Gli stanziamenti del Recovery Fund mirano ad aggredire la crisi pandemica per dare all’Europa autonomia strategica e sovranità tecnologica, ora che il declino americano e l’ascesa cinese stanno sgretolando l’ordine mondiale. Un piano di colossale ristrutturazione europea è alle porte: alte tecnologie, treni veloci, infrastrutture, economia digitale, trasformazione energetica, transizione ecologica, …

Per l’UE si annuncia una partita vitale che ha l’ambizione di dare un volto nuovo all’Europa.

Se sono rose,…

A Roma toccano più di 200 miliardi. I fondi europei sono già diventati quasi una fonte miracolosa, in grado di guarire i mali dello squilibrio italiano incancrenito da più di mezzo secolo di spesa pubblica, la linfa che ha nutrito il compromesso sociale in questi decenni. Ma presto in Europa si renderanno conto che nel Belpaese c’è un grosso problema. C’è chi, con furbizia levantina, confida nella speciale provvidenza del Piano di Ursula von der Leyen che tirerebbe tutti fuori dai guai, dimenticando magagne ataviche e croniche inadempienze.

La novità, rispetto al trasformismo dei DePretis, ai mazzieri di Giolitti o al gioco dei cacicchi democristiani, è il ruolo dei sedicenti governatori (sono, invece, presidenti!) : al Nord come al Sud figure forti in un quadro politico debole, in grado di trattare con Roma, e di lì con Bruxelles, con la forza pari a quella di un ministero. Basterà questo per non fraintendere i piani UE come un nuovo affluente del classico abbeveratoio della spesa pubblica?

Sarebbe necessario un cambio di paradigma che tutti invocano ma nessuno mette in pratica. Sia il Governo che i sindacati concordano sulla necessità di cambiare paradigma per arrivare a impegni collettivi e valori condivisi. Al contrario Confindustria vuole tornare a peggio di prima, tergiversando sul dato che dava la locomotiva ferma ben prima della pandemia. L’Italia non cresce da 20anni. Il mercato ha fallito. Il Nord Italia senza il mercato meridionale cresce dell’1% quando va bene, drenando (sottraendo, qualcuno dice rubando!) risorse al Sud. L’UE è cresciuta nello stesso tempo del 23% (zona euro 18% , non euro 38%). Dalla crisi del 2007 in Italia non c’è stata nessuna ripresa.

Confindustria continua a svilire i contratti nazionali di lavoro, sostiene che gli aumenti salariali non possono superare un’inflazione quasi assente (0,8% nel 2020; scenderà allo 0,5% nel 2021) e punta sulla precarietà del lavoro.

Il Governo invece, per l’utilizzo dei fondi UE, intende muoversi lungo sei direttrici: digitalizzazione, transizione ecologica, mobilità del territorio, istruzione, equità sociale, salute. Si adattano, quindi, progetti di vecchia data alla nuova situazione, alle nuove linee guida EU. La riforma più importante, quella fiscale, è rimandata a una legge delega. Tasse più alte per i ricchi è necessario introdurle subito. Anche il Fondo Monetario Internazionale raccomanda di alzare progressivamente le tasse sugli individui più ricchi.

Il cambio di paradigma può venire solo da un radicale mutamento dei fondamenti economici: la politica economica deve equilibrare il mercato e non lasciare il Paese alla mercè delle forze brute del capitalismo finanziario, che già tanto danno hanno arrecato, anche senza quelli causati dal coronavirus. Senza un intervento pubblico diretto in economia non si esce dalla crisi. Inoltre, bisogna accendere un vasto dibattito sulla programmazione proprio per l’utilizzo dei fondi UE, non centrato solo sugli scambi tra il ministro dell’economia e il presidente della confindustria, allargandolo ai centri intellettuali e parti sociali.

I Sindacati siano coinvolti in primo luogo. L’ottimo, pugnace Landini sta chiedendo insistentemente, da tempo, di poter discutere con Confindustria e Governo e far dare ai lavoratori il contributo necessario, obbligato, per non essere spinti ai margini, ora più che mai per l’utilizzo dei Ricovery Funds. La convocazione degli Stati Generali CGIL a Bari il 3.9.2020, nel Teatro Petruzzelli è stata una magnifica iniziativa, in un teatro storico simbolo della capacità di ripresa di una città.

La piattaforma elaborata dalla CGIL Puglia, con il sostegno di economisti e docenti universitari e il fondamentale contributo delle categorie e dei territori, presentata il 3.9.2020 in quel consesso, aveva questo senso: costruire una proposta che sia la base per il confronto con gli altri soggetti della rappresentanza sociale e con le istituzioni. Mentre Confindustria chiede di poter licenziare, i Sindacati propongono di mantenere i posti di lavoro e insistono sull’uso formativo e informativo del moderno sapere per contrastare la fuga produttiva nei paesi a basso costo di lavoro. Il futuro lavorativo per i giovani e non solo non può che essere quello basato sulla acquisizione, produzione, uso e circolazione del sapere moderno.

In questo senso Bari e tutto il Sud possono diventare un riferimento assoluto della Nuova Via della Seta, i luoghi della possibile reindustrializzazione del Paese basata sul sapere digitale con l’uso dei Recovery Funds.

Adesso è tempo che i Sindacati invitino alla mobilitazione per sostenere la necessità di uno sviluppo vero e di qualità che riparta dal buon lavoro e da un Welfare inclusivo.

La classe politica e quella imprenditoriale non soffochino il conflitto che invece è proprio la molla dell’innovazione che risponde ai nuovi bisogni.

Il Sud nella sua interezza, non solo le coste ma anche le zone interne, è un problema europeo e quindi deve essere il primo destinatario dei fondi europei. Il tutto in un quadro europeo. Per questo motivo il Patto di stabilità (Fiscal Compact) e tutti i suoi derivati sono da cancellare e non da sospendere.

L’obiettivo deve essere la piena occupazione che, è dimostrato, è compatibile con un reddito di cittadinanza. Per centrare l’obiettivo i Sindacati italiani seguissero l’esempio dell’IG Metall, sindacato tedesco dei metalmeccanici, ponessero sul piatto del prossimo contratto di categoria la richiesta di RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO : una settimana di 4 giorni lavorativi, senza perdita salariale e collegata alla possibilità di riqualificazione dei lavoratori, per contenere la minaccia della disoccupazione. Di fronte a una borghesia divisa dalla concorrenza, i lavoratori cercassero unità e punti di riferimento a livello europeo. I Sindacati in Europa hanno tutti lo stesso problema. L’unità d’intenti è un valore che i lavoratori possono e devono far pesare.

(VITTORIO STANO)

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