Israele: il governo dell’annessione e le sue sorprese…

di Alessandra Mecozzi

Dopo tre tornate elettorali in 18 mesi, Israele arriva alla formazione di un nuovo governo. La validazione definitiva è stata data dalla Corte Suprema il 6 maggio dopo aver ascoltato i ricorsi presentati. Il giuramento avverrà il 13 maggio. Il nuovo governo si basa sull’alleanza tra Bibi e Benny, nonostante quest’ultimo, Gantz, avesse più volte proclamato di fronte ai propri elettori l’assoluta impossibilità di formare un governo con Netanyahu, a causa dei tre processi per corruzione frode e conflitto di interessi a suo carico. L’accordo di Governo include, a partire dal primo luglio, l’annessione di buona parte della Cisgiordania.

La giravolta porterà a Gantz importanti dicasteri (esteri e difesa) e la carica di primo ministro dopo i 18 mesi in cui lo sarà Netanyahu, a cui spetterà la nomina del prossimo Procuratore Generale. L’attuale Avichai Mandelblit, di prossima scadenza, è colui che ha incriminato Netanyahu (che lo aveva nominato). Ma, proprio Mandelblit, il grande accusatore, ha nei giorni scorsi dato parere non ostativo a Netanyahu per la guida del governo, aprendo in tal modo la strada al giudizio della Corte suprema, altrettanto favorevole.

Sorprende anche che il Labor, storicamente opposto alla destra, oggi quasi scomparso (solo tre seggi alle ultime elezioni) sotto la guida di Amir Perez (già a capo del sindacato Histadrut!), entrerebbe nel nuovo governo.

Paradossalmente Gantz, che si era presentato come il costruttore di un nuovo partito centrista, Blu e Bianco (qualcuno lo aveva definito addirittura di centro sinistra, ipotizzandone l’alleanza con la Joint List araba), ne è diventato l’affossatore. Yair Lapid, già fondatore e capo di Yesh Atid, partito dell’Alleanza Blu e Bianco e Moshe Ya’alon, già capo di Stato Maggiore, hanno denunciato l’accordo e voteranno con i loro parlamentari contro il nuovo governo.

Gantz ha giustificato il governo di “emergenza” con l’interesse generale nella pandemia, ma la spinta verso questa azione politica, sotto la copertura della crisi da coronavirus, era arrivata all’inizio di marzo, quando il ministro della giustizia, del Likud e nominato da Netanyahu, ha chiuso i tribunali israeliani per motivi di salute pubblica, rinviando così il processo per corruzione del primo ministro alla fine di maggio.

A sentire Gideon Levy, giornalista di Haaretz, l’annessione non rappresenta “la fine del mondo”, ma solo un altro passo verso la formalizzazione di un governo di apartheid. Sarà Trump a dire l’ultima parola. Quale sarà non è scontato, dato che negli Stati Uniti gruppi di pressione, tra cui l’ebreo-americano J Street, si oppongono, in nome della democrazia di Israele e Usa, al piano di annessione. L’Europa, sostiene Levy, come al solito condannerà ma non adotterà misure conseguenti. E i Palestinesi? Levy è pessimista: hanno da tempo perso leadership e unità, quindi è poco probabile una sollevazione popolare. Ma le conseguenze della probabile annessione sulla popolazione palestinese saranno pesanti, come già denunciato da diverse organizzazioni palestinesi.

Le ha analizzate anche una associazione israeliana per i diritti umani, Yesh Din in un corposo dossier

(https://www.yesh-din.org/en/). Ci saranno ulteriori limitazioni alla libertà di movimento, ai diritti di proprietà; la colonizzazione si estenderà con ulteriori insediamenti, e proseguirà la politica di espulsione e demolizione di case nelle comunità non riconosciute da Israele; lo status dei palestinesi nei territori annessi, ancora sconosciuto, se non pienamente equiparato a quello dei cittadini israeliani, conterrà violazioni dei diritti.

In sostanza Israele realizzerà il disegno di prendersi quanta più terra con il minor numero possibile di palestinesi. Di fatto si approfondirà e perpetuerà la situazione esistente, in cui due gruppi di persone vivono in un unico territorio sotto il suo dominio e sovranità: gli israeliani con pieni diritti e i palestinesi privati di diritti, ovvero un regime di apartheid istituzionalizzato.

Su Haaretz del 6 maggio, Gideon Levy vede però un seme di speranza nei cambiamenti provocati dalla pandemia: per la prima volta i palestinesi compaiono sui media non come terroristi ma come coloro che combattono il virus, nemico comune. Dopo decenni ai palestinesi è consentito di fermarsi a dormire in Israele! “Fiorirà una primavera di speranza? Probabilmente no. Ma il coronavirus ci ha spostati di qualche centimetro più vicini alla soluzione di uno Stato, la sola rimasta. Un passetto per l’uomo, un piccolo salto per l’umanità”.

 

FONTE: http://www.sinistrasindacale.it/

 

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