n°33 – 23/08/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Marina Castellaneta*: Usa e Israele lasciati liberi di demolire il diritto internazionale – Demolizione Solo alcuni paesi, non l’Italia, hanno detto qualcosa contro l’illegittima e immotivata decisione di Washington di sanzionare i giudici della Corte penale.
02 – Lea Ypi *: CLASSE SOCIALE, MIGRAZIONE E INTEGRAZIONE – “Centra soltanto l’immigrazione. Non c’entrano né il commercio né l’Europa o robe simili… Sulla circolazione delle persone in Europa siamo d’accordo, ma non su quella dall’Africa, dalla Siria, dall’Iraq o da qualsiasi altro posto del genere.
03 – Andrea Colombo*: Ai margini dei tavoli geopolitici, l’ammissione di Draghi: «Europa spettatrice» (ndr, forse Draghi non ricorda ma all’inizio della guerra in Ucraina lui era il residente del consiglio)
04 – Thomas Fazi*: la mossa finale di Trump sull’ucraina. Il ritiro americano sarà mascherato da pace – l’esito più probabile sarà un temporaneo disgelo nelle relazioni tra stati uniti e Russia, sebbene la più ampia lotta geopolitica continuerà.
O5 – Il governo Meloni si lava la coscienza ospitando 31 bambini palestinesi per curarli. Italiani fiancheggiatori del genocidio, ma sempre “brava gente
06 – L’ipotesi di pace in Ucraina spaventa le aziende di armi: cala anche Leonardo SPA – La prospettiva di una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino, sostenuta dagli Stati Uniti, sta mettendo sotto pressione il settore della difesa europeo.
07 – Jacopo Tondelli*: (Gli Stati Generali). Israele e il laboratorio dei mostri di domani
VERGOGNA E IL MONDO STA A GUARDARE, NOI, RESPONSABILI DI QUELLO CHE STA AVVENENDO IN PALESTINA.
08 – Alfiero Grandi Tra Ucraina e dazi, la pericolosa subalternità dell’Europa

 

01 – Marina Castellaneta*: USA E ISRAELE LASCIATI LIBERI DI DEMOLIRE IL DIRITTO INTERNAZIONALE – DEMOLIZIONE SOLO ALCUNI PAESI, NON L’ITALIA, HANNO DETTO QUALCOSA CONTRO L’ILLEGITTIMA E IMMOTIVATA DECISIONE DI WASHINGTON DI SANZIONARE I GIUDICI DELLA CORTE PENALE

CONTINUA L’ASSALTO DEL GOVERNO USA ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CHE S’INSERISCE, PIÙ IN GENERALE, IN UN’ATTIVITÀ DI INDEBOLIMENTO DEGLI ORGANISMI INTERNAZIONALI, INCLUSA L’ONU. LE NUOVE SANZIONI COMUNICATE DAL DIPARTIMENTO DI STATO GUIDATO DA RUBIO SEGUONO UN VECCHIO COPIONE RECITATO DAL MOMENTO IN CUI LA PROCURA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE HA INIZIATO LE INDAGINI SULLA SITUAZIONE NELLA STRISCIA DI GAZA.
Le sanzioni hanno messo nel mirino altri due giudici della Trial division e due viceprocuratori della Corte e segnano un nuovo colpo non solo nel funzionamento della Corte ma, in generale, nel sistema della giustizia penale internazionale perché rischiano di provocare un chilling effect generalizzato impedendo di fare luce sui crimini.
Il quadro normativo costituito dal diritto internazionale umanitario, sancito dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai principi di diritto internazionale generale, ha la sua essenza nella punizione degli autori dei crimini che sono responsabili individualmente degli attacchi alla popolazione civile, della starvation, dei bombardamenti alle strutture sanitarie. È indiscutibile che le sanzioni statunitensi nei confronti di giudici e funzionari della Corte creino ostacoli all’effettiva attuazione della giustizia e costituiscano, contribuendo anche a garantire l’impunità, una violazione di queste regole.

La comunità internazionale, nel suo insieme, è chiamata a risponderne. Tanto più che le sanzioni americane non hanno alcun fondamento giuridico. La stessa amministrazione Usa non ha compiuto alcuno sforzo per trovare appigli giuridici per giustificare queste misure, salvo l’inconsistente e sbagliato richiamo al fatto che la Corte penale internazionale non può esercitare legittimamente la giurisdizione su individui di Stati non parte allo Statuto, dimenticando che nel Trattato è incluso il criterio di giurisdizione sulla base della territorialità. Con la conseguenza che la Corte ha giurisdizione su cittadini di Stati non parte allo Statuto accusati di aver commesso crimini sul territorio di uno Stato parte.

A preoccupare non sono, però, solo le sanzioni e la posizione Usa che è ben inquadrabile in una generale attività demolitoria del diritto internazionale come attestato anche dalle sanzioni unilaterali nei confronti della Relatrice speciale delle Nazioni unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese (una prima volta in assoluto di sanzioni rivolte contro un rappresentante speciale dell’Onu), ma anche le deboli risposte degli Stati e il silenzio assordante dell’Unione europea, attori centrali della comunità internazionale che rischiano di contribuire a ostacolare la giustizia con l’intento di non disturbare il presidente Donald Trump.

Alla nuova ondata di sanzioni Usa contro i giudici della Corte, che fanno seguito a quelle già emesse nei confronti del Procuratore Karim Khan e di altri quattro giudici, le risposte sono state inadeguate e il supporto alla Corte debolissimo. La Corte, dal canto suo, ha denunciato, anche attraverso il presidente dell’Assemblea degli Stati parte, la flagrante violazione dell’indipendenza dei giudici e dell’attività della Corte che serve a fare luce sui crimini e che la stessa amministrazione Usa (sotto l’ex presidente Biden) aveva elogiato nel momento dell’emissione del mandato di arresto nei confronti di Vladimir Putin.

Hanno protestato anche le Nazioni Unite, con l’Alto Commissario sui diritti umani, Volker Türk, il quale ha dichiarato che la comunità internazionale dovrebbe intervenire per garantire l’attività della Corte e per fronteggiare gli attacchi alla rule of law e alla giustizia penale internazionale. Con una esplicita richiesta anche alle società chiamate a mettere in campo le sanzioni a non eseguirle.

Si sono fatti sentire anche alcuni Paesi (non l’Italia): tra gli altri, la Francia, la Svezia, la Norvegia, la Spagna, la Slovenia, i Paesi bassi, la Danimarca, il Senegal. Ma troppo poco anche rispetto alla prima ondata di sanzioni a seguito della quale era stato adottato, da 79 Stati (tra i quali mancava, ancora una volta, l’Italia), un documento congiunto di protesta nei confronti degli Usa e di supporto alla Corte penale internazionale. Oggi, la risposta è stata più debole. Con una rassegnazione che appare inaccettabile perché in gioco c’è la verità, la giustizia e la lotta all’impunità.
Più rumoroso di tutti il silenzio europeo, l’Unione è inesistente nella guerra nella Striscia di Gaza e nella tutela delle vittime. Basti ricordare che è stato proprio un Paese Ue, l’Ungheria, ad accogliere con tutti gli onori il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario (con l’ex ministro della difesa Yoav Gallant) di un mandato di arresto della Corte penale internazionale, senza particolari proteste delle istituzioni Ue. Silenzio anche nel caso delle nuove sanzioni da parte dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kalla e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Eppure, questa debolezza e questi silenzi rischiano di minare i valori stessi dell’Unione europea che sono stati già ampiamente compromessi dalla mancata sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele del 2000 che pure all’articolo 2 considera il rispetto dei diritti umani come elemento essenziale dell’Accordo. Con buona pace delle vittime dei crimini.
*(Marina Castellaneta – Professore ordinario di diritto internazionale. Giornalista …)

 

02 – Lea Ypi *: CLASSE SOCIALE, MIGRAZIONE E INTEGRAZIONE – “CENTRA SOLTANTO L’IMMIGRAZIONE. NON C’ENTRANO NÉ IL COMMERCIO NÉ L’EUROPA O ROBE SIMILI… SULLA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE IN EUROPA SIAMO D’ACCORDO, MA NON SU QUELLA DALL’AFRICA, DALLA SIRIA, DALL’IRAQ O DA QUALSIASI ALTRO POSTO DEL GENERE.
Non va bene.” Un elettore spiega così perché nel giugno del 2016 ha votato a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Come molti altri suoi connazionali, è convinto che la pressione dell’immigrazione abbia portato il Paese a un punto di rottura. “Breaking Point” era anche lo slogan scritto su uno dei manifesti più controversi della campagna referendaria che Nigel Farage aveva condotto per l’Independence Party nel Regno Unito. Il manifesto mostrava una massa di rifugiati in attesa di attraversare il confine tra Slovenia e Croazia, e la scritta “L’Unione Europea ci ha voltato le spalle. Dobbiamo sbarazzarci della UE e riprenderci il controllo dei nostri confini”.
La campagna populista di destra a favore della Brexit era soltanto la prima fase in un percorso di affermazione elettorale delle destre anti immigrazione culminata nella recente rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. “Stanno avvelenando il sangue della nostra nazione,” affermò Trump sugli immigrati in un comizio elettorale in Nevada nel dicembre del 2023, riprendendo lo stesso linguaggio con cui Adolf Hitler aveva criticato il miscuglio razziale nel Mein Kampf. Pochi mesi dopo rincarò la dose: “I democratici dicono, per favore, non chiamateli animali, sono esseri umani. Io rispondo: ‘No, non sono esseri umani, non sono esseri umani. Sono proprio animali” ‘.
Il recente degrado politico nella capacità di riflettere lucidamente su una questione complessa come quella dell’immigrazione è stato preceduto da una crisi intellettuale di lunga data. La questione di come giungere a un accordo equo, che riconosca sia le rivendicazioni degli immigrati sia quelle dei cittadini nelle comunità di provenienza così come in quelle d’accoglienza, è stata al centro di molte recenti discussioni teoriche su giustizia e immigrazione. Mentre il dibattito accademico è generalmente molto più critico nei confronti delle dichiarazioni di guerra, degli insulti e delle semplificazioni a cui fanno ricorso i politici di destra e i media mainstream, alcuni studiosi sono giunti alla stessa generica conclusione secondo cui gli Stati occidentali possono e devono tenere a freno l’immigrazione. “I regimi migratori di gran parte delle democrazie libera ha sostenuto David Miller, “sono sottoposti a – “a tensione fortissima.”(4) Una tensione generata, secondo questa argomentazione, da una serie di fattori: in primo luogo, il numero di migranti che lottano per essere ammessi; secondo, la compensa (derivante da una serie di impegni liberal democratici a favore dell’uguaglianza per tutti) per chi “riesce a inserirsi”; terzo, “l’ansia, : ; risentimento e i pregiudizi di molti cittadini nativi nei confronti di molti immigrati”.(5)
I difensori della libertà di movimento tendo-no a ribattere a queste argomentazioni mettendo in discussione le stesse premesse normative su cui sono fondate, ma lo fanno da una prospettiva che molti giudicano priva di mordente colitico. Suggeriscono che, a prescindere da ciò cine pensiamo della realtà politica, la libertà di movimento è un diritto imprescindibile dell’essere umano, i controlli alle frontiere sono arbitrari e coercitivi, e la distribuzione di privilegi era aree del mondo ricche e povere è ingiusta, cara l’uguaglianza morale di base di tutti gli esseri umani. (6)
Anziché schierarmi con i critici o con i difensori della libertà di movimento, intendo concentrarmi su una dimensione dei dibattiti sull’immigrazione che entrambe le parti sembrano trascurare: la classe sociale. Anche se ammettesse: che l’immigrazione è una preoccupazione arale dei cittadini degli Stati liberali, dovremmo carme quali cittadini sono stati colpiti da quali misure e come difenderli. Potremmo concordare sul fatto che l’apertura delle frontiere sia discutibile, ma dobbiamo capire se le decisioni su chi ammettere e chi escludere abbiano il medesimo effetto su tutti i migranti. L’argomentazione che porterò avanti in queste pagine è che sia i difensori sia i critici della libertà di movimento sbagliano nel presupporre che l’immigrazione ponga di per sé un problema di giustizia. Se lo faccia o meno, e in quale misura, in realtà dipende da chi sei.
I confini sono sempre stati (e continueranno a essere) aperti per alcuni e chiusi per altri. Sono aperti se sei bianco, istruito e di classe media; sono chiusi (o molto meno aperti) se non lo sei. Lo stesso vale per le barriere all’integrazione e alla partecipazione civica. Se ci concentriamo sul valore astratto della libertà di movimento e sulle sue implicazioni nel controllo delle frontiere, ci focalizziamo su un aspetto secondario, che difficilmente assumerà rilevanza nella visione della politica migratoria. È arrivato il momento di riportare l’attenzione sul legame tra immigrazione e classe sociale, di escogitare soluzioni politiche che prendano avvio dal riconoscimento dell’ingiustizia di classe in quanto preoccupa-zione democratica fondamentale. Nel difendere la centralità della classe sociale nei dibattiti sull’immigrazione, mi soffermerò sulle principali preoccupazioni di coloro che si schierano su posizioni anti-immigrati: una distributiva, l’altra culturale.7 Le tratterò singolarmente nelle pagine che seguono.

CONFLITTI DISTRIBUTIVI

Quanto alla preoccupazione distributiva, chi abbraccia una posizione restrittiva sostiene che gli immigrati competono con i nativi per il la-voro, l’alloggio, l’accesso alla sanità e all’istruzione e così via. Ci viene detto che, dato l’impegno degli Stati liberali a garantire l’accesso a un certo livello di welfare a chiunque risieda nei propri territori, è naturale che lo Stato eserciti un potere discrezionale su chi ammettere e su chi escludere, al fine di mantenere gli standard del welfare. (8) Questa preoccupazione distributiva sembra particolarmente pressante quando analizziamo quel che pensa il cittadino medio a proposito dell’impatto dell’immigrazione sulle società ospitanti. Nel Regno Unito, per esempio, autorevole contributo di David Miller sul tema ha preso avvio citando i sondaggi d’opinione da cui è risultato che l’85 per cento dell’opinione pubblica britannica ritiene che l’immigrazione stia mettendo a dura prova servizi pubblici quali le scuole, gli ospedali e gli alloggi, così come per cento ritiene che l’immigrazione abbia avuto un impatto negativo sulla società britannica nel suo insieme. (9)
A scanso di equivoci, Miller non sottoscrive personalmente questi dati, almeno non a questo punto dell’analisi; piuttosto, usa come base per avviare un’indagine sulla giustizia nell’interazione tra immigrati e nativi dal punto di vista morale, data una serie di un pegno plausibili dello Stato nazionale liberale, tra cui le garanzie di autodeterminazione, il pieno rispetto dei diritti umani e un livello di vita decente per chiunque risieda nel suo territorio.
Se diamo credito a Miller, questi impegni sembrano porre un concreto compromesso tra il mantenimento del welfare state e una maggiore apertura dei confini. Persino Joseph Carens, un difensore delle frontiere aperte che sostiene che la scelta tra welfare state e frontiere aperte assomigli alla perversa offerta “o la borsa o la vita”, ammette che “nel nostro mondo assai poco egualitario esistono prove del fatto che le differenze di welfare state giocano un qualche ruolo nel motivare i modelli migratori”. (10)
Tuttavia, ciò che sia i critici sia i difensori della libertà di movimento mancano di sottolineare è la specifica dimensione di classe di que-ste preoccupazioni. Gli oneri dell’ammissione e dell’integrazione non sono sostenuti in egual misura da tutti gli immigrati o da tutti i nativi. Per citare un singolo caso, fino al 2022, con il programma di visti Tier 1 (Investor) del Regno Unito, chi aveva la capacità di investire due milioni di sterline nel Regno Unito poteva arrivare nel Paese e rimanervi per più di tre anni, e chi investiva dieci milioni di sterline poteva richiedere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato dopo soli due anni di residenza (rispetto ai cinque anni applicati a chi faceva richiesta di naturalizzazione per via dei legami familiari).(11) Parimenti, i disagi legati alla compilazione dei documenti, all’attesa di una risposta e alla convivenza con un’enorme incertezza, nonché tutti gli altri problemi familiari associati alla burocrazia dell’immigrazione sono distribuiti in modo disuguale tra la popolazione immigrata. Di nuovo, per fare un altro esempio, chi era ricco poteva usufruire del “super premium Service” per. elaborazione della pratica del permesso di soggiorno. A fronte di una tariffa pari a circa dieci-mila sterline (contro la tariffa ordinaria di circa millecinquecento sterline, a seconda del tipo di visto), un corriere si presentava a casa del cliente per raccogliere i moduli della domanda e i dati biometrici. Non serviva prenotare un appuntamento o fare la fila, e l’intera documentazione veniva processata entro le ventiquattro ore (contro le tre settimane della procedura ordinaria).

QUESTE PRATICHE SONO ORMAI DIFFUSE IN TUTTA. UNIONE EUROPEA E ALTROVE.
All’indomani della crisi del debito nell’Eurozona, Cipro offrì la cittadinanza a quegli investitori stranieri che avevano perso almeno tre milioni di euro dai depositi nelle banche cipriote. Nel 2012, il Portogallo offrì il permesso di soggiorno “Golden”, comprensivo di accesso rapido alla cittadinanza e procedure accelerate di ricongiungimento famigliare, agli investitori immobiliari e finanziari che si fossero impegnati a creare posti di lavoro nel Paese. Nel 2013, Malta approvò una legge che consentiva ai richiedenti ricchi di ottenere un passaporto dell’Unione Europea in cambio di investimenti per un totale pari a 1,15 milioni di euro.12 In Italia, il Golden Visa o Investor Visa è un programma introdotto nel 2017 che concede un permesso di soggiorno a cittadini fuori dell’Unione Europea che investono almeno duecentocinquantamila euro in startup, cinque- centomila euro in aziende italiane, un milione in progetti filantropici o due milioni in titoli di Stato. Anche qui la procedura per il rilascio del visto e tutte le altre pratiche burocratiche sono accelerate.
Pure per quanto riguarda i criteri selettivi, gli immigrati sono gravati in modo disuguale. In base alla politica di ammissione per punti, sperimentata in Canada e diffusa con successo in tutto il mondo – compresi Australia, Danimarca e Regno Unito e, dal 2023, la Germania -, i potenziali immigrati con competenze più elevate, più denaro e una presunta maggiore capacità di adattamento all’ambiente ospitante incontrano ostacoli all’ammissione e all’integrazione significativamente inferiori rispetto alle loro controparti meno ricche e considerate meno produttive, meno talentuose o meno istruite. In effetti, nel caso degli immigrati altamente qualificati, gli Stati si ritrovano a competere per i talenti in una gara globale caratterizzata da gerarchie distintive proprie, in cui “più l’immigrato è ambito, più rapidamente gli verrà offerta l’opportunità di entrare legalmente nel Paese e di percorrere una corsia preferenziale per ottenere le ricompense in qualità di membro”.13
Alla luce delle pratiche di ammissione selettiva di gran parte delle democrazie liberali, è chiaro che le preoccupazioni distributive espresse dai critici della libertà di movimento riguardano ¡tanto gli immigrati appartenenti a particolari classi sociali. Analogamente, la classe sociale e cruciale quando valutiamo la migrazione dal renio di vista dei nativi, e quando esaminiamo le co rimostranze nei confronti della concorrenza esercitata dagli immigrati nel campo della sanita pubblica, degli alloggi o delle scuole. Anche cui non tutti gli immigrati attireranno diffidenza e risentimento in egual misura. Al contrario, l’ostilità sarà riversata perlopiù su quanti hanno
competenze e redditi più bassi ed è più probabile che usufruiscano di una serie di servizi sovvenzionati dallo Stato. Dopotutto, i milionari arabi o russi che vivono a Londra sono soliti affidarsi a cliniche di lusso, mandano i figli in costose scuole private e non presentano alcuna richiesta, per esempio, per gli alloggi pubblici. 14 Pertanto, il genere di competizione che porta al sentimento è tipicamente tra nativi poveri della classe lavoratrice e immigrati poveri.
E qui che la diagnosi del perché l’immigrazione è percepita come una minaccia e la varietà dei
rimedi suggeriti sono fuori strada. Ridurre il conflitto tra gli immigrati e i nativi a un conflitto di identità tra tutti gli immigrati e tutti i nativi serra la dimensione di classe di tali conflitti, nonché il modo in cui la responsabilità di tali conflitti può essere attribuita ai datori di lavoro e all’élite finanziarie. L’attenzione ai conflitti distributivi tra immigrati e nativi offusca i conflitti distributivi e le preoccupazioni dei cittadini dei Paesi ospiti, la cui posizione a sua volta è tutt’altro che omogenea. Si corre inoltre il rischio di condonare la narrazione xenofoba dominante, alimentata dai media e dalle forze politiche di destra, a scapito di un’interpretazione più progressista di ciò che sta succedendo realmente.
Un’interpretazione alternativa, concentrata sull’analisi di classe delle circostanze empiriche ove emergono le ingiustizie associate all’immigrazione, non dovrebbe partire da un quadro isolato, dove i conflitti vengono intesi principalmente come scontri fra agenti dalle identità culturali differenti. Piuttosto, dovrebbe esaminare la questione dell’immigrazione nel contesto delle più ampie ingiustizie sociali che si manifestano come il risultato di vincoli finanziari ai fondi per il welfare state, dell’aumento del debito sovrano e dell’impunità dei proprietari di immobili e dei datori di lavoro che approfittano della vulnerabilità dei lavoratori (siano essi nativi o immigrati). Un tale approccio rileverebbe che gli immigrati della classe lavoratrice diventano spesso i capri espiatori dell’incapacità degli Stati liberali di mantenere la promessa di uguaglianza nella distribuzione dei beni sociali a tutti i propri membri, in particolare ai più vulnerabili. In breve, si tratterebbe di mettere a fuoco come la crisi dell’ideale della solidarietà democratica, verso cui molte società liberali dichiarano il proprio impegno, sia legata non al consolidamento di conflitti identitari, bensì alle inadeguate politiche sociali ed economiche che privano i lavoratori poveri di un accesso adeguato ai beni sociali di base.
Il vero problema, quindi, non è un compromesso tra il welfare state e una politica di immigrazione più liberale. La via più adatta lungo cui procedere non è escogitare politiche di ammissione e integrazione che limitino questi effetti, selezionando gli immigrati sulla base di particolari competenze o del loro potenziale contributo economico.15 Dovremmo piuttosto partire una diagnosi differente, focalizzata sugli ostacoli incontrati tanto dagli immigrati quanto dai nativi meno abbienti. Sintomi che sono particolarmente pressanti alla luce del declino dei sindacati, dell’ascesa dei partiti politici populisti che alimentano narrazioni antimmigrazione e della mancanza di un’efficace rappresentanza politica per tutti coloro che non dispongono di risorse adeguate, sia immigrati sia nativi.
In base a questa analisi rivale, dunque, i conflitti distributivi legati all’immigrazione dovrebbe essere esaminati non come ingiustizie a sé stanti ma come parte di un più ampio resoconto ingiustizia sociale, che si concentri su una fonte comune di oppressione per i cittadini vulnerabili, siano essi nativi o immigrati.16 E la soluzione non verrà dare risposte che consolidano divario tra di essi; è più probabile che emerga dagli sforzi per costruire alleanze politiche tra questi due gruppi e da un solido impegno a rafforzare le reti di solidarietà e le istituzioni che incoraggiano come minimo la contrattazione congiunta a livello nazionale e transnazionale.17 Raccogliere queste slide è compito degli agenti politici progressisti (i movimenti, i sindacati e i partiti politici), il cui impegno per la rappresentanza democratica e il successo elettorale non deve andare a scapito di un’adeguata interpretazione della realtà politica.
Finora ho discusso i problemi distributivi dando per scontate due affermazioni che i critici della libertà di movimento tipicamente fanno nell’analizzare il conflitto tra migranti e cittadini nativi. La prima è che esiste un autentico compromesso tra l’immigrazione e la conservazione del welfare state. Questa premessa può essere, ed è stata spesso, contestala. In termini empirici, per le democrazie liberali gli immigrati sono più spesso una risorsa che un peso: forniscono un contributo fiscale positivo anche in periodi di disavanzo di bilancio; colmano le carenze nell’offerta di lavoro; compensano il calo dei tassi di fertilità e contribuiscono allo sviluppo del capitale umano nelle società ospitanti. (17) Il secondo presupposto è che l’unità di analisi per la distribuzione di benefici e oneri condivisi è (e dovrebbe essere) lo Stato. Si potrebbe obiettare che la discussione sugli oneri condivisi sarebbe diversa se prendessimo come unità di analisi pertinente non lo Stato ma una comunità più ampia di interessi transnazionali, o addirittura una società cosmopolita. Entrambe le obiezioni sono plausibili. Non le affronto in questa sede perché sono più interessata a valutare l’interpretazione politica mainstream dei conflitti legati all’immigrazione, quel tipo di affermazioni che personaggi come Marine Le Pen, Giorgia Meloni o Donald Trump sono inclini a fare, e il problema di giustizia distributiva di cui sta ai partiti politici di sinistra farsi carico. È improbabile che il cosmopolitismo delle frontiere aperte possa mobilitare, senza una mediazione politica adeguata. i cittadini della classe lavoratrice convinti che gli immigrati rappresentino una minaccia per la propria sicurezza e il proprio lavoro e che decidono di votare in base a una percezione della realtà politica definita da categorie dell’ultradestra. L’interpretazione alternativa basata sulla classe sociale che ho evidenziato è quindi ancora cruciale nello sfidare i termini politici entro cui i conflitti legati all’immigrazione vengono esplorati nelle democrazie liberali, e nel rimodellare le attribuzioni di responsabilità e le aspettative politiche dei cittadini.

PREOCCUPAZIONI CULTURALI

La seconda questione che viene spesso sol-levata in relazione all’impatto dell’immigrazione sulle società ospitanti riguarda i conflitti di natura culturale. Qui l’accento è posto sui costi dell’integrazione e sul timore che la diversità culturale possa minare i legami di fiducia e solidarietà necessari al funzionamento del welfare state. (19). Molti autori hanno parlato di una soluzione equa di tali conflitti nei termini di uno pseudo contratto tra nativi e nuovi membri, che richiede a entrambe le parti di adottare misure affinché sia facilitata la loro reciproca accetta-zione nell’interesse dello sviluppo stabile di una cultura politica condivisa.20 Nel caso degli immigrati, una di queste misure si è tradotta nel vin-colare la naturalizzazione al superamento di test linguistici, civici o di altre competenze di base, studiati per attestare la comprensione e l’accettazione da parte degli immigrati di importanti norme linguistiche e sociali della società ospitante. David Miller, tra i difensori più autorevoli di queste politiche, sostiene che “una persona, per svolgere la funzione di cittadino, deve anche schierarsi con il sistema politico di cui fa ora parte”.21 Il suo resoconto al riguardo è alquanto esigente: non richiede soltanto un sentimento di osservanza dell’autorità e delle norme di base dello Stato ospitante, ma anche che gli immigrati familiarizzino con i suoi “punti di riferimento culturali, come le festività e le vacanze, i simboli artistici e letterari, i beni paesaggistici, i manufatti artigianali storici, i successi sportivi, gli artisti popolari e così via”.22 Dovrebbero farlo, sostiene Miller, anche se il loro obiettivo ultimo fosse cambiare la cultura della società o mescolarla con elementi del proprio retaggio e del proprio retroterra. Così, “un’immigrata musulmana in Italia si aspetterebbe che le proprie figlie siano autorizzate a vestirsi in modo morigerato e a portare il velo a scuola, ma non dovrebbe opporsi alla presenza di un crocifisso in quanto rappresentazione del patrimonio cattolico italiano”.22
Questa argomentazione solleva due questioni più ampie, che evidenziano entrambe quanto la questione di classe sia stata trascurata nei recenti dibattili sull’immigrazione. Innanzitutto, queste aspettative di adattamento culturale poggiano su un’immagine unilaterale della comunità politica nazionale, che assume una giustificazione problematica dello status quo. In tutte le società mosse da ideali democratici, la costruzione di un’identità politica è sempre oggetto di continua disputa, laddove ci si aspetti che corrisponda a qualcosa di più di una celebrazione delle conquiste del passato. Il reificare e il ripulire l’identità politica su cui poggia la narrazione identitaria rischiano di avallare una visione escludente, che soffoca anziché incoraggiare l’attivismo democratico. Per restare sul caso del crocifisso, la sua presenza nelle aule scolastiche italiane è stata oggetto di vivaci contestazioni politiche, ma le principali critiche non provengono dai rappresentanti delle altre religioni che la contestano per ragioni di identità culturale. Piuttosto, i critici più con-vinti e convincenti sono cittadini italiani laici che lo interpretano come un simbolo di continuità con il passato fascista del Paese, nonché come un tentativo di minare la separazione della Chiesa cattolica dallo Stato italiano e di sopprimere il diritto di espressione della sinistra. Pertanto, la costruzione di lealtà comuni è spesso una questione di conflitto non soltanto tra immigrati e nativi, ma anche tra gli stessi nativi. E il conflitto non è puramente culturale, ma di natura ideologica e di classe. Richiedere che gli immigrati si identifichino con il crocifisso e che lo accettino quale corretta interpretazione della cultura nazionale salda, in questo caso, il consenso attorno alla parte conservatrice del dibattito politico. Inoltre, scoraggia un’interpretazione alternativa dello Stato come il terreno su cui i conflitti ideologici e quelli di classe sociale si fronteggiano, modellando lo sviluppo di norme politiche a cui i cittadini sono vincolati.
Ancora più perniciosa è la seconda questione: nel riconoscere agli immigrati il diritto di mantenere alcuni aspetti del proprio modo di vivere nella sfera pubblica (come indossare il velo), ma esigendo al contempo che si astengano dal mettere in discussione alcune tradizioni nazionali, finiamo di latto per relegare le potenziali obiezioni degli immigrati a mere obiezioni culturali. Il che indebolisce l’interpretazione politica della loro critica e ne riduce bel Acacia civica. Di conseguenza, i provvedimenti culturali che dovrebbero facilitare l’integrazione e incoraggiare la partecipazione democratica ottengono l’esatto contrario: rafforzano l’identificazione culturale e rimuovono le principali questioni di conte- stazione politica dalla sfera pubblica. Quando il conflitto politico viene ridotto a un conflitto di identità, le altre principali fonti di disaccordo politico vengono messe a tacere o passano inosservate. Il che rende molto più complicato offrire una diagnosi appropriata di tali conflitti e identificare i rimedi necessari per rispondere a essi. Inoltre, rende più arduo mettere in discussione il ruolo dell’élite politiche nel forgiare le norme pubbliche e nel manipolare un processo dal quale vengono di latto sempre più esclusi coloro che sono meno istruiti, clic hanno livelli più bassi di reddito e meno competenze, e il cui disagio sociale viene interpretato come questione di integrazione puramente culturale.
Si potrebbe sostenere che l’esempio del crocifisso è mal scelto e che l’argomentazione culturale sarebbe valida se formulata diversamente. Si potrebbe dire che, sebbene concordassimo sul ratto che la costruzione di una particolare cultura politica è oggetto di controversia continua e che non dovremmo considerare alcuna sua particolare interpretazione come definitiva, i nativi dovrebbero mantenere il controllo del processo e stabilire i termini del dibattito politico. È qui che i test di competenza civica per gli immigrati diventano pertinenti. Ma, di nuovo, dovremmo includere quali nativi detengono il controllo, dove viene fissata l’asticella per attestare a buona cittadinanza e da chi. Se il grado di impegno richiesto per partecipare a tali dibattiti civici è minimo, è difficile capire cosa esattamente test di integrazione civica potrebbero misurare come dimostrerebbero di poter misurare ciò che pretendono di misurare. Se gli standard di integrazione sono esigenti, è difficile resistere all’obiezione secondo cui l’intero progetto è elitario, disegnato per nascondere il carattere di classe dello Stato e per mettere a tacere le voci dissenzienti. Pertanto, mentre gli standard di adattamento più esigenti neutralizzano le obiezioni politiche, quelli minimalisti finiscono pei- far vacillare, anziché consolidare, la convinzione secondo cui il progetto civico in cui i migranti devono impegnarsi è meritorio. Inoltre, per quanto elevati (o meno) possano esser e gli standard, non è chiaro perché diamo per scontato che il tipo di conoscenza richiesta per esercitare un giudizio politico di questo tipo sia qualcosa che tutti i nativi possiedono e che manca a tutti gli immigrati.24 Senz’altro qui il problema è che, nel formarsi per un esercizio competente del giudizio politico, i livelli di istruzione, il grado di cultura nonché le diverse abilità sociali contano molto, a prescindere dal fatto che uno sia un nativo o un immigrato. Se chiediamo a un immigrato altamente istruito di sottoporsi al test, molto probabilmente farà di gran lunga meglio di un nativo poco istruito. Se così fosse, o dovremmo assicurarci che tutti i cittadini e tutti i nativi siano sottoposti a test per garantire che possano partecipare con competenza ai dibattiti pubblici o dovremmo riconoscere, più plausibilmente, che persone diverse esprimeranno livelli diversi di interesse verso tali questioni, indipendentemente da come viene stabilita la relazione con una particolare comunità politica.

CITTADINANZA: TRAMONTO DI UN IDEALE.

Rimane da fare soltanto un’ultima ma importante osservazione: i test di competenza civica per gli immigrati residenti di lungo periodo rievocano un’epoca in cui gli stessi criteri veni-vano utilizzati per limitare il diritto di voto a determinate categorie di persone all’interno di un territorio. Storicamente la classe lavoratrice, le persone con un basso livello di istruzione e chi parlava soltanto il dialetto o era a malapena alfabetizzato nella lingua nazionale standardizzata erano esclusi dall’esercizio dei diritti politici, compreso il diritto di voto. Nel Regno Unito, per esempio, i requisiti di proprietà contavano ancora persino dopo il Representation of thè People Act del 1918 che ribadiva l’esclusione delle donne sotto i trent’anni e con meno di cinque sterline di proprietà. Allora come oggi, l’accesso alla cittadinanza era una questione di appartenenza di classe. Ma mentre i democratici di tutto il mondo hanno combattuto con successo per l’estensione del diritto di voto e contro la cittadinanza classista, la minaccia alla democrazia viene ora dalla reificazione della cultura nazionale e dall’applicazione di queste restrizioni antiquate agli immigrati residenti. L’interpretazione dei problemi di integrazione unicamente in chiave identitaria e a scapito della classe sociale pone una grave minaccia all’ideale della cittadinanza democratica, trasformando quest’ultima da veicolo di emancipazione sociale a veicolo di dominio elitario.
Se tutto ciò suona plausibile, allora diventa imperativo inquadrare la discussione generale sulle migrazioni nei termini di un riconoscimento della classe quale fattore trainante di questo processo. Un risultato logico di ciò sarebbe che dovremmo cercare di abolire i sopracitati requisiti culturali per i residenti a lungo termine, ponendo fine ai test obbligatori e agii altri ostacoli alla piena cittadinanza. Senza una rinnovala enfasi sulla cittadinanza incondizionata per i residenti di lungo periodo, sia come questione di principio sia di politica, gli ideali democratici inclusivi dell’integrazione saranno sacrificati e, alla fine, dimenticati. L’imposizione dell’identità culturale nazionale e la perpetuazione di una narrazione fondata sulla competizione tra immigrati più poveri e nativi più poveri rimangono un progetto dell’élite ricche. Si tratta di un progetto che oscura le questioni di giustizia di classe e che non può non essere affrontato al fine di trovare soluzioni durature alla crisi della democrazia liberale nel mondo. Se non riusciamo a discutere dei confini di classe e a proporre una politica capace di ridurre le disuguaglianze legate all’affermazione ed espansione delle dinamiche del capitalismo, l’avanzata delle ultradestre sarà inarrestabile.
*(Lea Ypi insegna Filosofia politica alla London School of Economics ed è ricercatrice permanente presso ii Wissenschaftskolleg di Berlino.)

 

03 – Andrea Colombo*: AI MARGINI DEI TAVOLI GEOPOLITICI, L’AMMISSIONE DI DRAGHI: «EUROPA SPETTATRICE» – MEETING DI RIMINI L’EX PREMIER ALL’EVENTO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE. IL CONSULENTE SPECIALE DELLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE ED EX PREMIER E PRESIDENTE BCE, MARIO DRAGHI, PRESENTA IL SUO RAPPORTO NELLA SALA KOCK DEL SENATO. (Ndr, forse draghi non ricorda ma all’inizio della guerra in ucraina lui era il residente del consiglio.)

Lo sforzo maggiore per sostenere l’Ucraina nella guerra lo ha fatto l’Europa. Però «nelle trattative di pace ha avuto un ruolo abbastanza marginale». Sempre meglio che su Iran e Gaza, dove la medesima Ue «è stata spettatrice». Dei dazi «imposti dal nostro più antico alleato», meglio non parlarne proprio: «La Ue si è rassegnata». L’aumento della spesa militare magari sarebbe stato necessario comunque. Però i soliti americani lo hanno preteso «in forme e modi che non riflettono l’interesse dell’Europa». Non è che ci siano solo gli Usa. Vuoi mettere la Cina? «Ha chiarito di non considerarci partner alla pari e la nostra dipendenza è sempre più vincolante». Messa insieme la raffica di sberle rivela una sconsolata verità: nel giro di un anno «è evaporata l’illusione della Ue che la dimensione economica portasse potere geopolitico».

Accolto da applausi scroscianti e palesemente graditi, Mario Draghi apre le danze al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini e lo fa con uno dei suoi discorsi più drammatici, pur senza venire meno all’ottimismo e alla speranza che nel suo stile sono quasi un marchio di fabbrica. Rispetto agli allarmi più volte lanciati in passato, in particolare nelle presentazioni del suo report sulla concorrenza su incarico della Commissione Ue, stavolta c’è un’ulteriore impennata nell’urgenza che Draghi non cessa di segnalare. In ballo non c’è più solo la forza economica di una Unione minacciata dalla concorrenza di giganti come gli Usa e la Cina. Ci sono direttamente la politica e la geopolitica, la minaccia concreta di un declino complessivo e irreversibile, il bivio senza alternative tra cambiare o perire. Nata per rispondere al «più urgente problema di quel tempo», la tendenza europea a «scivolare nel conflitto», l’Europa aveva cambiato pelle e prosperato nella fase neoliberale a partire dagli anni Ottanta: «Fede nel libero scambio, apertura dei mercati, regole condivise, riduzione del potere degli Stati».
Ma «quel mondo è finito e molte sue caratteristiche sono state cancellate». Adattarsi a quello nuovo, alle «politiche industriali di grande respiro» invece che ai mercati, alla «forza militare e alla potenza economica» invece che alle regole condivise, al ritorno delle politiche calibrate sull’interesse egoistico dei grandi Stati, sarà molto meno facile di quanto non fu il passaggio all’era neoliberale. Lì si trattava di rivedere l’economia, si poteva ancora rinviare l’integrazione politica. Qui le riforme economiche sono «condizione necessaria ma non sufficiente». Il nodo dell’integrazione si pone ora direttamente sul piano della necessità politica e della sopravvivenza in postazione non marginale in termini di geopolitica: «La Ue deve mutare l’organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere obiettivi economici e strategici».
La ricetta di Draghi non cambia. È sempre l’integrazione, affrontata ogni volta da un’angolazione parzialmente diversa. A Rimini l’ex presidente della Bce ha sottolineato soprattutto la necessità di abbattere le costosissime barriere interne, che impediscono al mercato unico di esprimersi in tutta la sua potenzialità, e sulla centralità assoluta della dimensione tecnologica: «Nessuno che voglia sovranità e prosperità può essere escluso dalle tecnologie critiche. Nessun paese europeo può avere da solo la capacità di sviluppare queste tecnologie». La diagnosi è lucida, la ricetta efficace. Quel che manca è un’analisi di quali ostacoli politici impediscano di muoversi in quella direzione. Ma Draghi non è un politico e quel compito spetterebbe invece proprio ai leader politici.
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Colombo, è un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano)

 

04 – Thomas Fazi*: LA MOSSA FINALE DI TRUMP SULL’UCRAINA. IL RITIRO AMERICANO SARÀ MASCHERATO DA PACE – L’ESITO PIÙ PROBABILE SARÀ UN TEMPORANEO DISGELO NELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E RUSSIA, SEBBENE LA PIÙ AMPIA LOTTA GEOPOLITICA CONTINUERÀ.

E I VERI PERDENTI SARANNO L’UCRAINA E L’EUROPA.
Gli ucraini continueranno a morire in una guerra che non possono vincere, mentre gli europei continueranno a pagarne il conto. Alla fine, anche loro saranno costretti ad accettare un accordo alle condizioni russe, ma solo dopo ulteriori sofferenze. Anche in quel caso, l’Europa rimarrà intrappolata in una relazione ostile e militarizzata con la Russia, con il potenziale per un rinnovato conflitto in qualsiasi momento. Nella migliore delle ipotesi, il vertice in Alaska e le sue conseguenze segnalano un temporaneo allentamento del confronto in corso tra l’Occidente e l’emergente ordine multipolare. Nella peggiore, garantiranno che Europa e Ucraina continueranno a pagare il prezzo di una guerra che gli Stati Uniti hanno già scelto di lasciarsi alle spalle.
* * * *
Sebbene l’incontro di questa settimana alla Casa Bianca tra Donald Trump, Volodymyr Zelensky e un gruppo di leader europei non abbia prodotto risultati tangibili, ha comunque segnato un passo importante verso la pace in Ucraina. Per la prima volta, il leader ucraino e i suoi omologhi in Europa hanno concordato di discutere della guerra sulla base della realtà sul campo, piuttosto che su illusioni. Fino a pochi mesi fa, l’adesione di Kiev alla NATO era considerata non negoziabile dalla diplomazia europea e dalla NATO stessa. Ora, non solo questa prospettiva sembra essere stata definitivamente accantonata, ma per la prima volta la discussione si è spostata dall’”integrità territoriale” dell’Ucraina a potenziali “concessioni territoriali”.
Il vertice di lunedì ha fatto guadagnare a Trump elogi anche da parte dei media mainstream, solitamente critici. “È stata la giornata migliore che l’Ucraina abbia avuto da molto tempo… Il presidente Donald Trump ha offerto scorci allettanti su come avrebbe potuto raggiungere la grandezza presidenziale salvando l’Ucraina, assicurando l’Europa e meritando davvero il Premio Nobel per la Pace”, ha scritto con entusiasmo la CNN. Eppure, l’incontro non si sarebbe svolto se non fosse stato per il vertice di Trump con Putin ad Anchorage, in Alaska, appena due giorni prima, che invece ha suscitato critiche quasi unanimi da parte dei sostenitori dell’Ucraina per aver “legittimato” Putin. Ma questa “de-demonizzazione” di Putin, attentamente organizzata, ha iniettato una dose di realismo e pragmatismo tanto necessaria nella discussione.

L’incontro in Alaska ha formalmente ristabilito il dialogo diretto tra le due maggiori potenze militari e nucleari del mondo. Ha segnato il primo incontro faccia a faccia tra un presidente statunitense e uno russo dallo scoppio della guerra in Ucraina, e il primo incontro del genere sul suolo americano in quasi due decenni. Ha anche segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, che dal 2022 avevano raggiunto livelli di ostilità mai visti dai tempi della Guerra Fredda.
Il simbolismo è stato accuratamente messo in scena: dal ricevimento sul tappeto rosso e dal giro cerimoniale nella limousine presidenziale americana al riferimento informale di Trump a “Vladimir”. Tutto ciò doveva segnare un nuovo capitolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Ma per Mosca, significava ancora di più. Il vertice è stato una vittoria politica. La vista di Trump che ospitava Putin ha messo in luce il fallimento della strategia occidentale di “isolare la Russia” èparalizzarne l’economia”. Lungi dall’essere emarginata, la Russia ne è uscita rafforzata: ha approfondito le sue relazioni strategiche con la Cina, ha ampliato la sua influenza tra gli stati del Sud del mondo e ha resistito al regime di sanzioni che avrebbe dovuto distruggerne l’economia. Semplicemente stringendo la mano a Putin, Trump ha riconosciuto che la Russia rimane una potenza con cui fare i conti, non uno stato paria.
Ancora più importante, il vertice ha rappresentato un riconoscimento indiretto del fatto che l’Occidente ha di fatto perso questa guerra. Le forze ucraine non possono riconquistare i territori annessi dalla Russia. Al contrario, Mosca continua a compiere progressi graduali sul campo di battaglia. Questa realtà rende una soluzione negoziata l’unica possibile via d’uscita dal conflitto, una soluzione che comporterebbe necessariamente concessioni territoriali: la Crimea, più i quattro oblast orientali e meridionali annessi.

Questo forse spiega perché Trump abbia silenziosamente fatto marcia indietro sulle varie minacce che aveva mosso alla Russia nelle ultime settimane. A luglio, aveva annunciato una scadenza di 50 giorni per la Russia, che avrebbe dovuto interrompere la guerra, pena “gravi conseguenze economiche”. Putin l’ha ignorata. Trump ha accorciato la scadenza a 12 giorni. Putin non ha risposto. Anche alla vigilia del vertice in Alaska, Trump insisteva ancora su un cessate il fuoco come risultato minimo. Eppure Putin era stato chiaro: la Russia non ha alcun interesse in un cessate il fuoco che consentirebbe all’Ucraina di riarmarsi e rafforzare le sue difese con il sostegno occidentale.
Inoltre, le richieste di Mosca si sono sempre estese ben oltre la questione del riconoscimento territoriale, cercando una soluzione globale che affronti le “radici primarie del conflitto”, come ha ripetuto ad Anchorage: che l’Ucraina non aderisca mai alla NATO, che l’Occidente non la trasformi di fatto in un avamposto militare al confine con la Russia e che venga ripristinato un più ampio “equilibrio di sicurezza in Europa”. Come ha recentemente riconosciuto anche il falco New York Times: “L’obiettivo principale del leader russo è principalmente quello di garantire un accordo di pace che realizzi i suoi obiettivi geopolitici, e non necessariamente di conquistare una certa quantità di territorio sul campo di battaglia”.
Nel tentativo di intimidire Putin, Trump ha anche minacciato di imporre sanzioni secondarie agli acquirenti di petrolio russo, tra cui Cina e India. Tuttavia, entrambi i paesi hanno rapidamente respinto la minaccia, chiarendo che tali misure sarebbero state inefficaci. Lungi dall’isolare Mosca, le sanzioni avrebbero solo spinto Pechino e Nuova Delhi ancora più vicine alla Russia.
Dopo Anchorage, Trump ha abbandonato entrambe le sue posizioni iniziali. Ha affermato che un accordo di pace era preferibile a un cessate il fuoco e che le sanzioni secondarie erano fuori discussione. Per Putin, questa è stata una vittoria importante. Per gli Stati Uniti, è stata un’ammissione implicita che Washington non ha la leva per imporre condizioni. Per usare le parole di Trump, semplicemente “non ha le carte in regola”. Questo è stato un netto riconoscimento del ridotto peso militare ed economico degli Stati Uniti e dell’Occidente nel suo complesso.

“PER GLI STATI UNITI, SI È TRATTATO DI UN’AMMISSIONE IMPLICITA DEL FATTO CHE WASHINGTON NON HA LA FORZA DI IMPORRE CONDIZIONI.”
Un accordo di pace globale, tuttavia, rimane irraggiungibile. In Alaska non è stato concordato alcun termine, soprattutto perché l’Europa – e lo stesso Zelensky – rimangono contrari a qualsiasi accordo alle condizioni russe. I leader europei sono così profondamente coinvolti nella narrazione della “vittoria” che accogliere anche solo una parte delle richieste russe sarebbe un suicidio. Dopo aver trascorso due anni a rassicurare i propri cittadini che l’Ucraina stava vincendo la guerra, non possono improvvisamente cambiare idea senza affrontare l’indignazione pubblica, soprattutto considerando le drammatiche ripercussioni economiche della guerra sulle economie europee.
Ma la questione più profonda è strutturale: i leader europei hanno finito per affidarsi allo spettro di una minaccia russa permanente per giustificare la loro continua erosione della democrazia – dall’espansione della censura online alla persecuzione delle voci dissidenti, fino alla cancellazione delle elezioni, il tutto con il pretesto di combattere “l’interferenza russa”. Anche Zelensky ha motivi per opporsi alla pace. Porre fine alla guerra significherebbe revocare la legge marziale in Ucraina, esponendo il suo governo a un malcontento represso per la corruzione, la repressione e la gestione catastrofica della guerra. In effetti, un recente sondaggio ha rivelato che gli stessi ucraini sono sempre più favorevoli ai negoziati rispetto a combattimenti infiniti. Non c’è da stupirsi che il vertice in Alaska abbia scatenato il panico nelle capitali europee così come a Kiev.
Forse questo spiega perché la discussione di lunedì abbia accuratamente eluso la questione più delicata – le concessioni territoriali – con Zelensky e gli europei che hanno invece insistito per garanzie di sicurezza “in stile Articolo 5” per l’Ucraina, trattandola di fatto come un membro della NATO anche se formalmente non lo è. Mentre la Russia ha segnalato una generale apertura al concetto di garanzie di sicurezza occidentali, il diavolo si nasconde nei dettagli. I leader europei hanno chiesto la partecipazione e il sostegno giuridicamente vincolanti degli Stati Uniti – qualcosa che né Mosca né Washington probabilmente forniranno, dato il rischio di essere trascinati in uno scontro diretto tra loro. Ancor meno accettabile per la Russia è qualsiasi accordo che preveda una presenza militare della NATO in Ucraina, come quello proposto da Gran Bretagna e Francia. Sembra che i leader europei abbiano adottato una strategia che consiste nell’esprimere apertura a un accordo, garantendo al contempo, attraverso le loro condizioni, che un tale accordo non possa realisticamente concretizzarsi.
Ma, cosa ancora più fondamentale, è improbabile che Trump stesso sia disposto ad arrendersi alla richiesta di Putin di una radicale riconfigurazione dell’ordine di sicurezza globale, che ridurrebbe il ruolo della NATO, porrebbe fine alla supremazia degli Stati Uniti e riconoscerebbe un mondo multipolare in cui altre potenze possano emergere senza interferenze occidentali. Nonostante tutta la sua retorica sulla fine delle “guerre eterne”, Trump continua ad abbracciare una visione fondamentalmente suprematista del ruolo dell’America nel mondo, sebbene più pragmatica di quella dell’establishment liberal-imperialista. La sua amministrazione continua a sostenere il riarmo della NATO e persino il ridispiegamento delle armi nucleari statunitensi su più fronti, dal Regno Unito al Pacifico. Le politiche di Trump nei confronti di Cina, Iran e del Medio Oriente in generale confermano che Washington si considera ancora un impero il cui dominio globale deve essere preservato a tutti i costi, non solo attraverso la pressione economica, ma anche attraverso il confronto militare quando ritenuto necessario.
In questo contesto, la Russia rimane una sfida centrale. In quanto alleato fondamentale sia della Cina che dell’Iran, è inserita nell’architettura dell’ordine multipolare emergente che minaccia l’egemonia statunitense. Per Washington, Mosca non è semplicemente un attore regionale, ma un nodo chiave in un più ampio riallineamento strategico.

Trump, tuttavia, sembra intenzionato – almeno temporaneamente – a mettere da parte il “problema Russia”, concentrandosi invece sul più ampio confronto con la Cina. Ma questo indica un cambiamento di priorità piuttosto che di principi: la logica della supremazia americana garantisce che la Russia rimarrà nella lista degli avversari, anche se i riflettori si spostano brevemente altrove.

In questo senso, Trump si accontenterebbe probabilmente di uno scenario in cui gli Stati Uniti si liberassero dalla debacle ucraina, lasciando che l’Europa se ne facesse carico ancora per un po’ – possibilmente finché le condizioni sul campo non si deteriorassero a tal punto da rendere inevitabile un accordo alle condizioni russe. In effetti, JD Vance e Pete Hegseth lo hanno affermato, sostenendo che gli Stati Uniti smetteranno di finanziare la guerra, ma l’Europa può continuare se lo desidera, acquistando armi americane nel frattempo. Questa “divisione del lavoro” consentirebbe a Washington di riallocare le risorse per l’imminente scontro con la Cina, lasciando gli europei bloccati in una guerra impossibile da vincere.

I russi sono ben consapevoli di tutto questo. Probabilmente non si fanno illusioni sui veri obiettivi dell’establishment imperialista statunitense. E sanno benissimo che qualsiasi accordo raggiunto con Trump potrebbe essere annullato in qualsiasi momento. Tuttavia, gli obiettivi a breve termine di Putin sono in linea con quelli di Trump. Si potrebbe dire che Russia e Stati Uniti sono avversari strategici i cui leader condividono tuttavia un interesse tattico alla cooperazione.
In quest’ottica, si potrebbe ipotizzare che lo scopo del vertice in Alaska non sia mai stato quello di raggiungere un accordo di pace definitivo. Sia Trump che Putin senza dubbio comprendono che un simile accordo è attualmente impossibile. Piuttosto, l’incontro mirava a consentire agli Stati Uniti di ritirarsi dall’Ucraina senza ammettere la sconfitta, mentre la Russia continua ad avanzare. Per Washington, questo crea una copertura politica: Trump può affermare di aver tentato la diplomazia, scaricando il peso della guerra sull’Europa. Per Mosca, il vantaggio risiede nel graduale indebolimento dell’Ucraina con il venir meno del supporto logistico statunitense. In effetti, per incoraggiare un’uscita americana, la Russia potrebbe persino accettare un cessate il fuoco temporaneo e forse anche vaghe “garanzie di sicurezza” statunitensi – con Russia e Stati Uniti che le presentano rispettivamente come significative concessioni e vittorie – sebbene sia improbabile che una tale tregua regga.
L’esito più probabile sarà un temporaneo disgelo nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, sebbene la più ampia lotta geopolitica continuerà. E i veri perdenti saranno l’Ucraina e l’Europa. Gli ucraini continueranno a morire in una guerra che non possono vincere, mentre gli europei continueranno a pagarne il conto. Alla fine, anche loro saranno costretti ad accettare un accordo alle condizioni russe, ma solo dopo ulteriori sofferenze. Anche in quel caso, l’Europa rimarrà intrappolata in una relazione ostile e militarizzata con la Russia, con il potenziale per un rinnovato conflitto in qualsiasi momento. Nella migliore delle ipotesi, il vertice in Alaska e le sue conseguenze segnalano un temporaneo allentamento del confronto in corso tra l’Occidente e l’emergente ordine multipolare. Nella peggiore, garantiranno che Europa e Ucraina continueranno a pagare il prezzo di una guerra che gli Stati Uniti hanno già scelto di lasciarsi alle spalle.
*(Autore: Thomas Fazi è editorialista e traduttore di UnHerd . Il suo ultimo libro è “The Covid Consensus”, scritto in collaborazione con Toby Green.)

 

O5 – Stefano Baudino*: IL GOVERNO MELONI SI LAVA LA COSCIENZA OSPITANDO 31 BAMBINI PALESTINESI PER CURARLI. ITALIANI FIANCHEGGIATORI DEL GENOCIDIO, MA SEMPRE “BRAVA GENTE”.

Potrebbe essere riassunto così l’atteggiamento del governo Meloni che, mentre continua a bloccare qualsiasi misura contro il governo israeliano in discussione a Bruxelles e a rifiutarsi di riconoscere lo Stato di Palestina, ha annunciato con enfasi l’arrivo negli ospedali italiani di 114 palestinesi, tra cui 31 bambini bisognosi di cure per «ferite ed amputazioni»: ossia per essere curati dagli effetti delle bombe e dei proiettili che l’esercito israeliano continua a scaricare su Gaza con il silenzio complice anche dello stesso governo italiano. «Continueremo a sostenere la popolazione civile di Gaza e a lavorare per raggiungere la pace – ha scritto su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che da mesi nega che a Gaza sia in atto un genocidio -. I bambini sono un simbolo di speranza e di futuro: garantire loro cure e assistenza sanitaria è un dovere». Intanto, a Gaza, il numero di bambini uccisi è arrivato a oltre 18mila.
I bambini provenienti dalla Striscia di Gaza, accompagnati da 83 profughi palestinesi, sono arrivati sul suolo italiano mercoledì sera per ricevere urgenti cure mediche. L’operazione sanitaria, la più grande dal gennaio 2024, ha visto l’impiego di tre aerei da trasporto C-130 dell’Aeronautica militare. I voli sono partiti da Pisa, passando per il Cairo e Ramon (Eilat), e hanno portato i piccoli pazienti, affetti da gravi malformazioni congenite o ferite importanti, verso strutture ospedaliere dello Stivale. L’operazione, coordinata dalla presidenza del Consiglio e in collaborazione con vari ministeri e organismi internazionali, si inserisce nel contesto delle attività umanitarie italiane, come il progetto “Food for Gaza”. A presenziare all’arrivo dei profughi c’era il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Ci auguriamo che il buon senso prevalga e finisca la guerra il prima possibile», ha detto ai cronisti sul posto, ribadendo «contrarietà» per la nuova operazione israeliana a Gaza e invitando Hamas a «liberare senza ulteriori perdite di tempo gli ostaggi israeliani».
Sin dal 2023, Tajani aveva sempre preso le parti di Israele. Nel gennaio scorso, quando già si contavano quasi 47mila morti nella Striscia, ai microfoni di Report era arrivato a dichiarare: «Netanyahu non sta commettendo alcun crimine di guerra a Gaza». Poi, negli ultimi tempi, una timida inversione di rotta, mantenendo comunque un eloquente equilibrismo. «Non c’è giuridicamente genocidio, che è una decisione preordinata di sterminare un popolo. Stanno facendo delle cose inaccettabili a Gaza ma non è un genocidio. Quello è ciò che aveva pianificato Hitler contro gli ebrei, che aveva deciso di sterminarli – ha dichiarato lo scorso 7 agosto –. Qui c’è una guerra in corso e si sta colpendo, secondo me, oltre ogni limite la popolazione civile che non ha nulla a che fare con Hamas». Negli ultimi giorni, invece, è uscito con dichiarazioni assai più dure il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto. In un’intervista a La Stampa, quest’ultimo ha affermato che «a Gaza siamo di fronte alla pura negazione del diritto e dei valori fondanti della nostra civiltà», aggiungendo che «non convince più» la motivazione della «legittima difesa di una democrazia di fronte a un terribile attacco terroristico», e che «contro l’occupazione di Gaza e alcuni atti gravi in Cisgiordania» occorre «prendere decisioni che obblighino Netanyahu a ragionare».
Eppure, nessuna mossa concreta è stata assunta dal governo italiano per contribuire a fermare i massacri in corso in Palestina. Nonostante le parole di condanna di Giorgia Meloni e Antonio Tajani dello scorso luglio dopo quasi due anni di violenze e più di 50mila morti – arrivate, per amor di verità, solo quando l’esercito israeliano ha colpito la Chiesa cattolica della Sacra Famiglia, l’unica presente nella Striscia –, l’Italia non ha infatti intrapreso azioni politiche decisive, come il riconoscimento dello Stato di Palestina o la sospensione dei trattati con Israele. La proposta di fermare la cooperazione militare con Israele e l’interruzione dell’Accordo di associazione UE-Israele è stata ignorata, così come il blocco del commercio di armi verso Israele e la sospensione degli scambi con le colonie israeliane, nonostante il parere della Corte Internazionale di Giustizia. Mentre altri Paesi europei hanno intrapreso azioni simili, come Belgio, Spagna e Regno Unito, il nostro Paese ha impedito misure analoghe, mantenendo una posizione di sostegno implicito a Israele.
*(Stefano Baudino – Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.)

 

06 – Dario Lucisano °: L’IPOTESI DI PACE IN UCRAINA SPAVENTA LE AZIENDE DI ARMI: CALA ANCHE LEONARDO SPA – LA PROSPETTIVA DI UNA SOLUZIONE PACIFICA AL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO, SOSTENUTA DAGLI STATI UNITI, STA METTENDO SOTTO PRESSIONE IL SETTORE DELLA DIFESA EUROPEO.

L’incontro tra Trump e Putin in Alaska, previsto per venerdì, alimenta le speculazioni su una possibile soluzione di pace, con conseguenti timori tra gli investitori del comparto. Dall’annuncio dell’incontro, le azioni dell’azienda italiana Leonardo, a maggioranza statale, sono scese di oltre l’8%. In Europa, anche Thales, BAE Systems e Rheinmetall segnano ribassi significativi. Nonostante il rallentamento del flusso di ordini, tuttavia, il mercato resta volatile, con la crescente tensione in Medio Oriente che continua a influenzare il settore.
Dopo l’annuncio dell’incontro tra Trump e Putin rilasciato lo scorso giovedì 7 agosto, tutte le maggiori aziende europee delle armi sono calate a picco. Il 7 agosto, Leonardo aveva aperto con 49,28€ per azione, per scendere a 46,49€ nell’arco di sole due ore dopo l’annuncio, con una variazione pari al -5,66%. Dopo il picco al ribasso, raggiunto alle 13, a fine giornata l’azienda è risalita leggermente a 47,03€, chiudendo così il primo giorno dopo l’annuncio del Cremlino a -4,56%. Oggi, scattato il quinto giorno dall’annuncio, ha aperto a 45,11 €, segnando un calo dell’8,46% rispetto all’apertura di giovedì scorso. Gli investitori dell’azienda italiana non sono gli unici a nutrire timori per una soluzione pacifica alla guerra in Ucraina. La francese Thales ha segnato un calo del 2,28% nella sola giornata dell’annuncio, e a oggi i suoi titoli valgono il 3,34% in meno; il 7 agosto, la multinazionale britannica BAE Systems aveva perso il 4,25%, e negli ultimi quattro giorni ha registrato un calo del 6,97%. Giovedì scorso, Rheinmetall, la maggiore azienda tedesca delle armi, era calata del 3,9%, e oggi registra un calo dell’11,02% rispetto all’apertura del medesimo giorno. Tiene, a suo modo, l’azienda di diritto europeo Airbus Group (a partecipazione olandese, francese, tedesca e spagnola), che dal 7 agosto ha registrato un calo dell’1,56%.
Il calo generalizzato registrato dalle maggiori aziende europee delle armi negli ultimi cinque giorni costituisce una delle maggiori tendenze al ribasso dall’inizio dell’anno. Tutte le aziende citate, comunque, risultano in piena crescita: a marzo, gli annunci militaristi dei leader sulla necessità di un piano per riarmare l’Europa hanno esaltato le aziende di armi in borsa; qualche giorno dopo, Leonardo ha rivisto le stime di crescita al rialzo e ha distribuito dividendi raddoppiati. Dall’inizio dell’anno, l’azienda italiana è cresciuta del 76,36%, Thales è cresciuta del 67,37%, BAE Systems del 49,2%, e Rheinmetall ha registrato un incremento pari al 158,52%.
*(Dario Lucisano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024)

 

07 – Jacopo Tondelli*: (Gli Stati Generali). Israele e il laboratorio dei mostri di domani
VERGOGNA E IL MONDO STA A GUARDARE, NOI, RESPONSABILI DI QUELLO CHE STA AVVENENDO IN PALESTINA.
Nei giorni in cui prende ufficialmente il via la piena occupazione di Gaza da parte di Israele, che Netanyahu proclama indispensabile per la soluzione finale del problema Hamas, il suo ministro delle finanze Bezalel Smotrich, esponente della destra razzista anti-araba, dichiara la morte dello Stato palestinese, mentre annuncia la colonizzazione di una zona a est di Gerusalemme, che produrrà la frammentazione non ricomponibile della Cisgiordania già martoriata dall’occupazione e dalla colonizzazione. Gli ultimi sfacciati difensori di Netanyahu spiegano che lui non è Smotrich e nemmeno Ben Gvir, altro estremista che fa il ministro. Ma anche a voler credere alle difese d’ufficio, quella di un piano di colonizzazione così ampio e così simbolicamente e materialmente importante annunciato contro il volere del primo ministro è una favoletta alla quale non può credere nemmeno il più ingenuo, o il più cattivo, tra i tifosi d’Israele. Ad aprire il cerchio simbolico di una tre giorni tragicamente significativa, era stato peraltro proprio Ben-Gvir, con una visita umiliante a Marwan Barghouti, leader palestinese detenuto da Israele da oltre venti anni. Una visita che aveva il solo scopo di rappresentare l’estremista di governo mentre rideva in faccia al nemico imprigionato.
Se dovessimo astrarre gli elementi politici, etici e giuridici che accomunano i tre “episodi”, potremmo dire che in tutti e tre si esplicita in modo aperto il rifiuto di considerare come vincolanti le regole del diritto internazionale, che si dichiara discendente da principi generali di diritto universale. Un rifiuto, quello di un diritto universale che genera e insieme limita ogni diritto particolare, che in Israele è andato progressivamente radicandosi lungo i decenni che hanno seguito la Guerra dei Sei Giorni e l’occupazione e la colonizzazione dei Territori Palestinesi in nome di un diritto del popolo ebraico che discendeva dalla Bibbia, che si è nutrito dello speculare e opposto rifiuto di ogni compromesso da parte palestinese, soprattutto in seguito all’ascesa di Hamas. A questa logica di supremazia del proprio asserito diritto a difendersi rispetto a qualunque regola del diritto internazionale e di guerra, risponde infatti senza dubbio l’evacuazione forzata di Gaza City, con incalcolabili costi di vite di civili incolpevoli. Alla stessa logica risponde un’ulteriore e decisiva espansione coloniale in Cisgiordania, che realizza subito un ulteriore esproprio di terra altrui e un aggravamento della condizione giuridica e materiale dei palestinesi che ci vivono, rendendo ancora più nitida la volontà israeliana di negare l’autodeterminazione al popolo sotto occupazione. Invero, Smotrich sopravvaluta il peso del suo annuncio sulla nascita dello stato palestinese: che non potesse nascere era già chiaro a tutti da un po’, e il simulacro del riconoscimento da parte di alcuni paesi europei era un pannicello simbolico, giusto politicamente, quanto irrilevante nel determinare il corso della storia. Quanto alla visita irridente di un ministro a un carcerato, non c’è bisogno di sprecare parole per dire che è in violazione di ogni principio di civiltà giuridica, e prima ancora di umanità.
In queste tre istantanee israeliane, che arrivano da un lungo passato e si proiettano in un lugubre futuro, c’è qualcosa di più grande e più spaventoso perfino della tragedia che si consuma senza sosta a Gaza. Perché in fondo, quel che viene esplicitamente sancito, laggiù è rappresentazione di un sentire del mondo e del suo potere reale per come lo stiamo vedendo manifestarsi adesso che il secolo ha raggiunto il suo primo quarto: conta solo la maggior forza. Chi ha quella può contare sul fatto che riuscirà a farla valere, perché solo la forza è regola dei rapporti. I consapevoli diranno: ma è sempre stato così, in Medio Oriente e non solo. Vero, in parte. Ma non mancava, nel vecchio e fragile mondo ridisegnato dopo la Seconda Guerra Mondiale, un sistema di pesi e contrappesi al quale, quantomeno, gli umani di buona volontà potevano aggrapparsi, sulla base del quale potevano indignarsi, esprimendo una condanna che a volte salvava delle vite, e magari anche dava nuovi diritti a chi non ne aveva mai avuti. Oggi tutto questo sembra trascinato definitivamente nel gorgo di un passato lontano, e ad ogni livello, dall’economia alla politica internazionale, sembra esistere solo la legge antecedente alla civiltà. Nello specchio di Gaza, dunque, non vediamo solo la barbarie di oggi, ma l’elevarsi a sistema di quella di un passato che credevamo remoto, prima di accorgerci che l’ultra corpo della prepotenza impietosa sta già costruendo il mondo di domani.
Articolo originale pubblicato su Gli Stati Generali e pubblicato per gentile concessione della testata.
*( Jacopo Tondelli , giornalista, all’ottobre 2014 dirige il giornale online www.glistatigenerali.com)

 

08 – Alfiero Grandi*: TRA UCRAINA E DAZI, LA PERICOLOSA SUBALTERNITÀ DELL’EUROPA
L’INCONTRO TRA TRUMP E PUTIN IN ALASKA HA DATO UN SEGNALE CHIARO: LE SANZIONI USA SONO COME NON ESISTENTI E LE 18 DECISE DALL’EUROPA CONTRO LA RUSSIA SEMBRANO SEMPRE PIÙ UNA COAZIONE A RIPETERE, LASCIANDO IL PASSO AL TAPPETO ROSSO DI ANCHORAGE.
A questo punto si potrebbe – forse – delineare la soluzione ad una guerra che dura ormai da 3 anni e mezzo e ha avvelenato le relazioni nel mondo, stravolgendone le priorità. Solo l’anno prima dell’invasione russa dell’Ucraina il focus era sull’obiettivo del contrasto corale del mondo al cambiamento climatico. Mentre oggi l’accento è sul riarmo e sull’aumento delle spese militari, che colpiranno duramente in Europa. Il cambiamento climatico è diventato argomento subordinato.

IL TORTUOSO PROCESSO DI PACE IN UCRAINA
Chi pensava che l’incontro in Alaska avrebbe portato immediatamente alla pace dimentica che Zelensky e l’Unione europea hanno chiesto a Trump di rispettare il loro ruolo e Trump ha accolto la richiesta a modo suo, decidendo chi fare partecipare all’incontro di Washington e le modalità di sviluppo.
Con l’incontro di Washington è iniziato un percorso ancora non del tutto chiaro, né prevedibile, come dimostra la discussione su dove dovrebbe svolgersi l’incontro tra Russia e Ucraina alla presenza (forse) di Trump.
Si avverte per la prima volta che la futura scurezza dell’Ucraina e il suo futuro territoriale sono entrati in discussione, in altre parole si è arrivati a discutere dei punti più difficili. L’Europa dovrebbe spingere Trump alla ricerca di una soluzione alla guerra in Ucraina, scegliendo di diventare un motore attivo del processo di pace, invece si divide e non è in grado di svolgere un ruolo proprio per arrivare alla pace. L’alternativa alla ricerca della pace sarebbe la continuazione della guerra, con conseguenze tragiche sulle persone, sulle risorse, sul futuro dell’Ucraina. Sarebbe grave ripetere l’errore di avere fatto fallire il primo tentativo per un accordo di pace poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
L’Europa dovrebbe essere un protagonista delle iniziative di pace, spingendo verso una conclusione positiva, anche per iniziare a invertire la tendenza parossistica al riarmo e all’avvelenamento delle relazioni internazionali. Le iniziative di pace finora sono state lasciate nelle (ondivaghe) mani di Trump.
Il rischio è che l’Europa si trovi a sostenere il peso della ricostruzione e della sicurezza dell’Ucraina dopo avere già subito un duro colpo sui dazi e sul riarmo. L’immagine che l’Europa offre di sé è di divisioni paralizzanti e di un ruolo che non si caratterizza per un’iniziativa di pace ma piuttosto per una coazione a ripetere quanto già detto è fatto. Esiste il pericolo che la conclusione di questo tentativo di soluzione del conflitto finisca con il caricarne pesantemente costi e incombenze sull’Europa, a partire dai volenterosi.
Per dare un contributo occorre un disegno di ricostruzione delle relazioni internazionali, ridisegnando e rilanciando il ruolo delle sedi internazionali, delle conferenze di pace, delle reciproche garanzie, mentre la logica di Trump è distruttiva dei rapporti esistenti per lasciare il passo a relazioni tra potenze che sarebbe un’evoluzione centralizzata delle relazioni internazionali.
È chiaro che Trump si candida a svolgere il ruolo del paciere sull’Ucraina, prendendo le distanze dal predecessore Biden, mentre l’Europa potrebbe trovarsi nella spiacevole posizione di sostenere costi e rischi del futuro dell’Ucraina.

Memento Afghanistan: dopo 20 anni di presenza militare, con enormi costi umani e materiali, nel 2021 gli Usa hanno deciso di andarsene (Biden ha attuato una precedente decisione di Trump) e le tragiche immagini delle conseguenze sono troppo fresche per averle già dimenticate. Quando gli Usa decidono che è finita se ne vanno, punto.
Anche l’intesa sui dazi tra Trump e Von der Leyen (mancano ancora firme e testo) va vista nel quadro dei rapporti nevrotici tra Usa ed Europa. Si afferma che i vecchi rapporti transatlantici non ci sono più e poi ci si comporta all’opposto.
Avere deciso prima dei dazi l’aumento delle spese militari della Nato è stato un grave errore dell’Europa che ha lasciato Trump libero di ricattarla sui dazi e sulla (non) tassazione delle multinazionali americane, come ha deciso purtroppo l’ultimo G7, Giorgia Meloni d’accordo. Anche la dialettica sull’Ucraina deve affermarsi sul terreno della ricerca della pace.

CHE RUOLO GIOCA URSULA VON DER LEYEN?
Nell’accordo sui dazi sono entrati altre materie: a) impegni su acquisti di fossili, gas in particolare che costa molto di più e queste fonti verranno usate in contraddizione con gli impegni per la loro riduzione già adottati dall’Europa; b) investimenti dell’Europa negli Usa, una sorta di rubamazzo industriale visto che gli Usa hanno decentrato in Cina e in altri paesi asiatici mentre parte del conto dovrà pagarlo l’Europa; c) le maggiori spese Nato dei paesi europei indirizzate in gran parte all’acquisto di armi Usa, rinunciando di conseguenza alla possibilità di costruire una difesa europea, che sarebbe la vera novità politica e istituzionale, anche sull’Ucraina Trump ha detto che l’Europa dovrà farsi carico del pagamento delle armi USA fornite; d) rinuncia ad adottare normative per regolare sul piano fiscale e nell’interesse europeo i campi di intervento delle big tech informatiche.
Non si capisce perché mentre Trump ha motivato fino alla noia le misure Usa come tutela degli interessi americani l’Europa non ha avuto una posizione altrettanto chiara sui propri interessi. Una condizione sconcertante di subalternità politica, economica e culturale. Per questo la posizione dell’Unione sulla guerra in Ucraina rafforza l’impressione di una contraddittoria confusione.
L’imperativo di Ursula Von der Leyen era arrivare ad un accordo sui dazi ad ogni costo e Trump ha avuto buon gioco a rialzare dal 10 al 15 % i dazi, mantenendo – almeno per ora – quelli più alti su auto, acciaio, rame.
La minaccia dei dazi europei sui prodotti Usa venduti in Europa si sono rivelati una tigre di carta. Si era detto che l’Europa mai avrebbe rinunciato alle sue prerogative normative, invece il 15% di tassazione minima sulle multinazionali è sospesa, le norme sulle big tech dell’informatica sono accantonate. È stata ignorata la svalutazione del 13 % del dollaro sull’euro, con effetti concorrenziali che si sommano ai dazi.
Senza accordo Trump avrebbe dovuto rispondere ai suoi sodali delle multinazionali informatiche che in Europa avrebbero dovuto pagare tasse, seppure basse, e rispettare regole di varia natura. È vero che anche l’Europa deve eliminare paradisi fiscali interni che sono una via di fuga per una concorrenza sleale dentro l’UE, ma questo nulla toglie al dovere di una posizione coerente sui rapporti internazionali.

I PESSIMI RISULTATI DEL GOVERNO MELONI
Con questo pessimo risultato Von der Leyen è sulla graticola insieme ai suoi supporter, in particolare quanti si sono vantati, come Giorgia Meloni, di lavorare per moderare Trump ma in realtà hanno spinto per trovare un’intesa ad ogni costo. Giorgia Meloni è stata patetica quando ha cercato di dimostrare con un arzigogolo linguistico che il 15 % dei dazi è come il 10 % – facendolo diventare sopportabile (a parole) con un’aritmetica tutta personale.
Meloni ha ignorato poi che acciaio e altri prodotti hanno dazi più alti e nessuno per ora è in grado di dire se scenderanno oppure no.

IL TESTO DELL’ACCORDO SUI DAZI NON C’È ANCORA, INTERI SETTORI SONO DA DEFINIRE COME LA FARMACEUTICA. L’ALTERNATIVA ERA VERAMENTE SOLO IL NON ACCORDO
L’affermazione di Trump che l’Europa in passato avrebbe depredato gli Usa semmai confermerebbe che l’Europa non avrebbe avuto interesse a chiudere ad ogni costo, senza adeguati risultati.
L’Europa ha fatto una trattativa senza un orientamento chiaro, senza tenere fermi i principi, con evidenti divisioni interne e alla fine il risultato è – purtroppo – un disastro, la cui vittima illustre sarà proprio l’Europa, il suo ruolo, la sua identità ed autonomia, che era esattamente l’obiettivo di Trump.
Anche sull’Ucraina l’Europa lascia a Trump l’iniziativa di pace, qualunque cosa voglia dire, e si colloca in una posizione guardinga, sospettosa, anziché presentare una sua proposta per la pace insiste su posizioni che non hanno dato risultati.
Anche sui dazi l’alternativa non era il non accordo ma semplicemente respingere un accordo obbligato deciso da Trump ai danni dell’Europa. Questo accordo è un guinzaglio corto che limita la possibilità dell’Europa di fare accordi con altre aree del mondo. Tributari di Trump e insieme senza l’autonomia per stabilire nuove relazioni convenienti nel mondo.
L’accordo sui dazi dovrebbe essere ridiscusso. Così dovrebbe essere rivisto l’accordo in sede Nato. Per l’Europa e per l’Italia questo accordo, se resterà tale, porterà al taglio del welfare e alla riduzione degli investimenti nei settori produttivi, in particolare quelli più innovativi. Non a caso il governo, con un autentico voltafaccia, ha deciso di chiedere il prestito europeo per le armi, non va dimenticato che un prestito per quanto possa essere conveniente e diluito nel tempo va restituito
Sull’Ucraina si rischia un clamoroso bis di quanto è accaduto sui dazi.
L’Italia sta già pagando un prezzo alto all’incapacità di governare della destra. Un esempio: per mantenere il bilancio pubblico nelle regole viene usato il fiscal drag di pensionati e lavoratori dipendenti (90% dell’Irpef) e per di più il governo ha regalato agli evasori 18 condoni fiscali in 3 anni, mentre le politiche di sviluppo sono a zero, come confermano i 6 miliardi non spesi di Transizione 5.0.
Il governo Meloni è oggi un costo per l’Italia (più armi, più dazi) e un vincolo negativo nei rapporti dell’Europa con Trump, vedi da ultimo Ucraina, per l’assenza di una iniziativa autonoma.
Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni hanno l’esigenza vitale della legittimazione di Trump e questo spiega la loro subalternità. Ma gli errori di Giorgia Meloni hanno contribuito a spingere Von der Leyen su una strada sbagliata, perdente per l’Italia. Più il governo Meloni durerà più costerà all’Italia. L’alternativa va costruita ora, senza perdere tempo, tanto più in vista di problemi come l’Ucraina che peseranno sul futuro delle relazioni internazionali, oppure la drammatica situazione di Gaza e ora anche della Cisgiordania.
L’alternativa alla destra procede con ritardo rispetto all’urgenza di cambiare registro e governo prima possibile. Prima è meglio è.
*(Alfiero Grandi. Giornalista – Strisciarossa.it è un blog di informazione e di approfondimento indipendente e gratuito. Aiutaci a mantenerlo libero e sempre dalla parte dei lettori.)

 

 

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