n°32 – 16/08/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Il genocidio, l’informazione e una pessima Rai. Ri-mediamo La rubrica settimanale sui media. A cura di Vincenzo Vita.
02 – Federico Fornaro*: Il dimenticato piccolo Vajont – Storie Il 13 agosto di 90 anni fa una tragedia ridotta ma identica a quella di Longarone colpì il paese di Ovada. Anche la diga di Molare era costruita male. Fascisti e corona imposero un lungo silenzio.
03 – Giuliano Battiston*: Afghanistan, sui diritti «gli occidentali ora sanno che sono stati sconfitti»
Emirato islamico Intervista a Antonio Giustozzi, il più autorevole studioso del regime afghano
04 – Emiliano Brancaccio *: l neo imperialismo dell’Unione creditrice – Dall’inizio della guerra, i paesi europei hanno speso più degli Stati uniti in appalti per la difesa militare dell’Ucraina. Fornito dall’Istituto Kiel, il dato stravolge la narrazione di Trump e dei suoi
05 – Lea Ypi*: confini di classe – disuguaglianze, migrazione e cittadinanza nello stato capitalista.
06 – Thomas Fazi*: Come è morta la democrazia occidentale – «Il vero cambiamento è un’illusione» Krisis propone l’atto d’accusa di Thomas Fazi contro il disfacimento del sistema democratico in Occidente.
07 – Federico Gurgone*: Cocullo, il paese dove regnano i serpenti – Cime tempestose /4 Nella Marsica, a 900 metri di altitudine, antichi riti pagani si rinnovano. Nel pieno del mezzogiorno zenitale, ogni anno la statua di san Domenico abate esce in processione avvolta dai rettili.

 

01 – Vincenzo Vita*: IL GENOCIDIO, L’INFORMAZIONE E UNA PESSIMA RAI. RI-MEDIAMO LA RUBRICA SETTIMANALE SUI MEDIA.

LA MATTANZA DEL POPOLO PALESTINESE È SENZA DUBBIO UN GENOCIDIO ED È RISIBILE IL TENTATIVO DI EDULCORARE LE PAROLE. È AMARO DIRLO, MA LE COSE VANNO CHIAMATE CON IL LORO NOME. UNA COMPONENTE DELL’ORRIBILE MATTANZA È IL KILLERAGGIO SERIALE DI GIORNALISTE E GIORNALISTI.
Chissà qual è il numero reale delle vittime, perché le caratteristiche del lavoro sono molto cambiate e magari il fare cronaca con il cine-occhio di Dziga Vertov (telefoni e smartphone) è più diffuso di quanto si pensi. Da duecento a trecento, secondo i numeri ufficiali, sono i caduti.
A Gaza, però, sono in corso vere e proprie prove tecniche di repressione (dei corpi oltre che delle menti) dell’informazione libera. O ti allinei e fornisci le notizie con il permesso dell’esercito israeliano, o muori. Pare questa la dialettica in corso. Una sorta di avviso ai naviganti: l’era dorata (per dire) dell’indipendenza e dell’autonomia del quarto (quinto, sesto) potere è un ricordo del passato. Ora il potere nella versione del liberismo sovranista – quello palese e formale, guidato però da quello occulto – non tollera alcun contrafforte o bilanciamento, ivi compresa la magistratura.
Ecco perché non basta indignarsi, come urlò come criterio generale di una lotta non effimera Pietro Ingrao. È doveroso costruire un clima di opinione, unico pericolo davvero temuto da chi conduce le operazioni, forse pure da Israele, che rischia come Stato di trovarsi presto al giudizio della Corte penale internazionale. Come rischiano analoga sorte coloro che sono complici o conniventi.
L’emittente prestigiosa Al Jazeera è sotto uno speciale mirino omicida, in quanto è una inesauribile fonte di notizie dai luoghi dell’eccidio e rappresenta una delle poche alternative al pensiero unico. Come sono eroiche eccezioni i racconti quotidiani di Lucia Goracci e di altri colleghi che si contano sulle dita di una mano. Ha giustamente creato un particolare sconcerto l’uccisione del reporter Anas Al-Sharif, accusato senza alcuna prova di essere legato ad Hamas. Si è parlato molto di lui, per l’inaudita crudeltà che ne ha oltraggiato con la menzogna persino le spoglie. Ci mancherebbe, ma la scintilla ormai si è accesa.
Come hanno sottolineato la Federazione della stampa, il sindacato dei giornalisti della Rai, associazioni – da Articolo21 a Rete NoBavaglio – (lo scorso lunedì si è tenuto un significativo sit in davanti alla direzione del servizio pubblico, con la presenza della Comunità palestinese) e secondo le richieste dell’Ordine di categoria, ora le istituzioni sono obbligate a svegliarsi. Serve un’entità che faccia luce su ciò che avviene in quei territori dove la pietà è morta e che demistifichi le fake dei servizi segreti israeliani. L’accusa di essere vicini ad Hamas è il mantra di comodo per coprire i misfatti.
Tra l’altro, se in ipotesi ci fosse qualche verità in simili accuse, sarebbe a maggior ragione indispensabile aprire le frontiere ad inviate ed inviati, perché niente come la buona informazione è in grado di controllare e rovesciare l’ipotetica cattiva informazione. Insomma, le rappresentanze internazionali del giornalismo alzino la voce e pretendano incolumità e rispetto verso coloro che a rischio della vita interpretano un diritto fondamentale per la trama democratica. Basta. Siamo di fronte ad un buco nero che segnerà la storia del millennio e rimarrà per sempre nell’immaginario, come fu con l’Olocausto. Il destino fa rovesciamenti imprevedibili.
La Rai ha inizialmente dato credito alla versione mainstream sull’uccisione di Anas Al-Sharif e Muhammad Karika. Insieme ai cameramen Ibrahim Zaher e Moamen Aliwa erano l’affiatato gruppo di Al Jazeera annientato dal fuoco israeliano.
Una domanda, infine. Nella strisciata abnorme di talk (un centinaio di ore da mattina a notte navigando tra i canali, pubblici e privati) non c’è mai tra gli ospiti e gli interlocutori un palestinese. Come mai? Il sospetto è che viga per quello sfortunato popolo una linea repressiva coloniale e razzista, una effettiva apartheid. Non si spiega altrimenti una dolosa lacuna, contraria a qualsiasi idea di pluralismo.
*(Vincenzo Maria Vita, è un politico, giornalista e saggista italiano. Già Senatore della Repubblica Italiana.)

 

02 – Federico Fornaro*: IL DIMENTICATO PICCOLO VAJONT – STORIE IL 13 AGOSTO DI 90 ANNI FA UNA TRAGEDIA RIDOTTA MA IDENTICA A QUELLA DI LONGARONE COLPÌ IL PAESE DI OVADA. ANCHE LA DIGA DI MOLARE ERA COSTRUITA MALE. FASCISTI E CORONA IMPOSERO UN LUNGO SILENZIO.

L’estate del 1935 era stata particolarmente siccitosa. Quando alle sei del mattino del 13 agosto iniziò a piovere gli abitanti e in particolare i contadini della valle dell’Orba, in provincia di Alessandria, tirarono un sospiro di sollievo. Non potevano certo immaginare che di lì a poche ore la natura (e l’incuria dell’uomo) avrebbe scatenato un inferno di acqua, fango, distruzione e morte.
Nella triste graduatoria delle catastrofi idrauliche quella della diga di Molare, con i suoi 115 morti, occupa la terza posizione dopo la più nota, quella del Vajont (13 ottobre 1963 e 2.018 morti) e di Gleno in provincia di Bergamo (1 dicembre 1923 e più di 500 morti).
L’interesse dell’industria elettrica e degli studiosi per l’Alta Valle dell’Orba, nell’area dell’Appennino al confine tra la Liguria, dove nasce il torrente e il Piemonte, si era manifestato a cavallo tra il XIX e il XX secolo in ragione di un suolo con un buon grado di impermeabilità, una piovosità media annua di circa 1.400 mm, con la possibilità di sfruttare un bacino imbrifero di circa 141 chilometri quadrati.
Il primo progetto, del settembre 1896, prevedeva l’utilizzo delle acque a scopo potabile esclusivamente a beneficio della Liguria, ma si scontrò con le proteste dei piemontesi per questo “furto” della preziosa risorsa.

Dieci anni dopo venne presentato un secondo progetto per lo sfruttamento delle acque dell’Orba, questa volta per uso idroelettrico, che ebbe miglior fortuna, anche se dovette subire un rallentamento a causa della Prima guerra mondiale.
La costruzione della diga di Ortiglieto, nel comune di Molare, iniziò così soltanto nel 1921 e subito la Società Officine Elettriche Genovesi, titolare della concessione, presentò alcune varianti per aumentare la capienza dell’invaso di circa un terzo (da 12 a 18 milioni di metri cubi), con il corollario della costruzione di una seconda diga, detta Sella dello Zerbino, resa necessaria dall’aumentato livello delle acque, da realizzarsi dove il progetto originario prevedeva un semplice sfioratore in presenza di una depressione naturale del terreno.
La diga principale, detta Bric Zerbino, aveva (e ha ancora) una lunghezza massima di 200 metri e un’altezza massima sul livello di magra del torrente di 47 metri ed era dotata di un complesso sistema di scaricatori superficiale e di fondo. Quella secondaria, invece, di più ridotte dimensioni, fu progetta e costruita in modo molto approssimativo, senza alcuna indagine geologica. Una sottovalutazione del rischio che si sarebbe rivelata fatale. Il bacino iniziò a essere riempito alla fine del 1924 e l’impianto entrò in servizio l’anno seguente.
Fino a quel tragico 13 agosto 1935 tutto andò secondo le attese. Nelle prime ore della mattina la valle dell’Orba fu colpita da precipitazioni molto intense e il livello del lago artificiale di Ortiglieto iniziò a salire. Tutto l’impianto era sprovvisto di stazioni pluviometriche per cui nessuno era in grado di prevedere l’innalzamento delle acque e se (e come) la diga avrebbe resistito. Attorno alle dieci i responsabili decisero di azionare lo scarico profondo a campana, che però dopo pochi minuti si blocco, a causa del fango e dei detriti. Nessuno in quei momenti concitati pensava alla diga secondaria, dove invece l’acqua tracimava da ore con un salto di 14 metri.
La sella dello Zerbino, sotto la spinta di circa 30 milioni di metri cubi ben oltre i 18 massimi previsti, crollò alle 13.30. Una gigantesca onda di piena si riversò nell’alveo del torrente Orba, portando con sé ogni cosa, compreso tutte le dighe di compensazione. In quindici minuti raggiunse Molare spazzando via sia il ponte sulla provinciale sia quello ferroviario e allagando alcune borgate (Marciazza, Bosco e Ghiaia di Molare). Stesso destino toccò all’abitato di Monteggio nel comune di Cremolino.
La maggior parte delle vittime e dei feriti si registrò a Ovada, nel quartiere del Borgo, raggiunta dall’onda circa mezz’ora dopo, quando molte famiglie erano in casa intente a pranzare visto il maltempo. Furono rase al suolo un centinaio di abitazioni e il ponte tra Ovada e Roccagrimalda. La piena proseguì poi per gli abitati inferiori di Silvano d’Orba, Capriata d’Orba, Predosa, per smorzare infine i suoi effetti a Castellazzo, alla confluenza con il fiume Bormida.
La prima stima dei morti si attestò sul centinaio (dopo anni di ricerche il bilancio di perdite di vite umane è oggi stimato in 116, di cui 102 nella sola Ovada). Per evitare negative ripercussioni sullo sviluppo dell’industria idroelettrica, il regime fascista mise il silenziatore sulla tragedia e l’eco rimase circoscritta alle sole aree interessate. Questo non impedì l’arrivo, alcuni giorni dopo, del re Vittorio Emanuele III, che stava villeggiando a Sant’Anna di Valdieri e financo del segretario del PARTITO NAZIONALE FASCISTA, ACHILLE STARACE.
Una tragedia che, come altre, merita di essere ricordata a imperituro monito dei rischi che si corrono quando la sicurezza viene posta in subordine all’ingordigia del profitto. Come per il Vajont nessuno pagò; tutti assolti.
*(Federico Fornaro – è un politico italiano. Sindaco di Castelletto d’Orba.)

 

03 – Giuliano Battiston*: AFGHANISTAN, SUI DIRITTI «GLI OCCIDENTALI ORA SANNO CHE SONO STATI SCONFITTI» EMIRATO ISLAMICO INTERVISTA A ANTONIO GIUSTOZZI, IL PIÙ AUTOREVOLE STUDIOSO DEL REGIME AFGHANO. PER FARE UN BILANCIO DI QUESTI QUATTRO ANNI DI EMIRATO ISLAMICO ABBIAMO INTERVISTATO ANTONIO GIUSTOZZI, IL PIÙ AUTOREVOLE STUDIOSO DEI TALEBANI, AUTORE TRA L’ALTRO DI THE TALIBAN AT WAR, 2001-2021 (Hurst).

QUANTO È SOLIDO OGGI L’EMIRATO?
La percezione è che il regime si consolidi e che aumentino le pulsioni totalitarie da Kandahar, da dove governa l’Amir, con un numero crescente di decreti per controllare la popolazione. Sul lungo termine è rischioso, soprattutto se le regole ferree finiranno per riguardare anche gli uomini, ma per ora c’è il consolidamento: l’opposizione armata e non armata è a pezzi, lo Stato islamico è messo male, i Talebani hanno ottenuto fino a 3 miliardi di dollari con le tasse, lo sfruttamento minerario è superiore rispetto al governo precedente e i rapporti regionali sono buoni.

QUALCUNO AVREBBE SCOMMESSO CHE I PAESI REGIONALI AVREBBERO AIUTATO L’OPPOSIZIONE. INVECE È ARRIVATO IL RICONOSCIMENTO DA PARTE DELLA Russa…

I Paesi della regione non hanno mai avuto interesse a sostenere l’opposizione, a eccezione del Tagikistan, che pare stia trovando un compromesso: i Talebani hanno trasferito alcuni gruppi jihadisti tagichi – fonte di preoccupazione per Dushanbe – in aree più lontane dal confine. Kazakistan e Uzbekistan pensano di riconoscere l’Emirato e la Cina non tarderà molto. C’è già un ambasciatore talebano a Pechino. Anche con il Pakistan i rapporti stanno migliorando. Alcuni tagichi del National Resistance Front hanno chiesto aiuto al Pakistan contro i Talebani, ma sono stati rimandati a casa. Una volta che i rapporti con Islamabad si stabilizzeranno, in pratica tutti i confini saranno “chiusi”, controllati: difficile far arrivare armi e sostegno a un’eventuale resistenza.

POCO PIÙ DI UN ANNO FA SI PARLAVA DELLA RIAPERTURA DELLE AMBASCIATE OCCIDENTALI A KABUL. OGGI TIRA TUTT’ALTRA ARIA. PERCHÉ?

Perché i diplomatici europei a Doha e Kabul parlavano con il fronte dei pragmatici, tra i Talebani, che promettevano grandi cose, come risolvere la questione delle donne. Ma non hanno ottenuto nulla: gli occidentali ora sanno che sono stati sconfitti. L’Amir li ha messi in riga.
Il leader supremo ha rimesso in riga anche l’oppositore principale, Sirajuddin Haqqani, ministro di fatto degli Interni…
Sirajuddin ha giocato su troppi tavoli. Sono circolate voci su un presunto colpo di stato contro l’Amir. Sirajuddin sarebbe andato negli Emirati proprio per accelerarlo, illudendosi che gli americani lo avrebbero aiutato. Ma ha fallito e perso la faccia. Tornato in Afghanistan, l’Amir gli ha proposto un accordo: pieno controllo delle forze di sicurezza per l’Amir, in cambio della revisione di alcune politiche di genere. Serajuddin ha rifiutato. Fino a che non si definisce l’assetto istituzionale e la distribuzione di potere, i conflitti interni rimarranno. Per ora l’Amir ha centralizzato il potere, preso controllo delle finanze e portato a sé molti comandanti militari.

IL CONSENSO DEI TALEBANI APPARE CIRCOSCRITTO. COME MAI NON SI VEDONO FORME DI OPPOSIZIONE PIÙ STRUTTURATE?
La base del regime è poco ampia, ma la società è perlopiù passiva, non ci sono segni significativi di opposizione, a parte le poche donne che manifestano. Le comunità locali mediano con i Talebani, lontano dalle telecamere. La società civile non ha mai recuperato l’eredità di 20 anni di occupazione degli americani, abituati a pagare tutti per ogni cosa. Ne è uscita una società civile di salariati. L’Amir e la sua cerchia hanno quasi il monopolio nel clero al sud e in parte dell’ovest, ma all’est il clero non è uniformemente deobandi. In una provincia come Nangarhar, i Talebani fanno fatica perfino a trovare religiosi in linea con loro, per il Consiglio degli ulema.
*(Giornalista e insegnate di letteratura al Sapienza di Rome)

 

04 – Emiliano Brancaccio *: IL NEO IMPERIALISMO DELL’UNIONE CREDITRICE – DALL’INIZIO DELLA GUERRA, I PAESI EUROPEI HANNO SPESO PIÙ DEGLI STATI UNITI IN APPALTI PER LA DIFESA MILITARE DELL’UCRAINA. FORNITO DALL’ISTITUTO KIEL, IL DATO STRAVOLGE LA NARRAZIONE DI TRUMP E DEI SUOI ACCOLITI

Dall’inizio della guerra, i paesi europei hanno speso più degli Stati uniti in appalti per la difesa militare dell’Ucraina. Fornito dall’Istituto Kiel, il dato stravolge la narrazione di Trump e dei suoi accoliti. Questi avevano pubblicamente insultato l’Ue con vari epiteti.
«Vigliacca, scroccona, parassita, profittatrice della generosità militare americana». Ora scopriamo che le cose stanno diversamente. L’Europa è diventata leader mondiale nel finanziamento della guerra in Ucraina.
Gli stranamore nostrani accolgono la notizia con maschio entusiasmo. L’Europa comincia a mostrare quelli che il Corsera ha definito «gli attributi» della sovranità. Per adesso sotto forma di denaro, ma poi bisognerà aggiungere difesa integrata, ombrello atomico comune, tecnologia bellica di avanguardia, e soprattutto «una proiezione militare credibile». In breve: la scatola degli attrezzi di un inedito imperialismo europeo, intenzionato a farsi rispettare nel mondo.
A ben vedere, il nuovo dato risolve anche una vecchia contraddizione dell’Europa unita: la pretesa di dominare i rapporti commerciali evitando però di puntare direttamente le armi in faccia alla controparte.
Un esempio fu proprio l’accelerazione che nel 2014 l’Ue impose all’Accordo di «libero scambio profondo e completo» con l’Ucraina. L’ex ministro dello sviluppo economico di Mosca considerò l’accordo «inaccettabile» per gli interessi del capitalismo russo. Altri evocarono il rischio che i capitali europei, una volta acquisita l’Ucraina, avrebbero potuto farsi strada in tutta l’area. Insomma, all’epoca l’allarme al Cremlino fu generale.
Tuttavia, Putin ci mise poco a capire che la prepotenza commerciale degli europei sul bordo del confine orientale aveva un limite intrinseco: non era accompagnata da altrettanta aggressività militare. Pochi commentatori l’hanno notato, ma questo è uno dei moventi che hanno spinto la Russia ad annettere la Crimea e preparare l’aggressione dell’Ucraina: mettere alla prova il contraddittorio imperialismo europeo, dotato di voce grossa quando si trattava di imporre i contratti ma privo di denti quando bisognava mordere il concorrente.
Ora però la situazione è cambiata. Oltre a essere il massimo creditore generale dell’Ucraina, l’Europa sta spendendo più di tutti per affondare i suoi affilati denti di guerra nel paese.
Il mutamento di scenario è evidente. Soprattutto i tedeschi, von der Leyen e Merz in testa, hanno compreso che un vero imperialismo europeo potrà affermarsi solo se camminerà su due gambe: non solo espansione commerciale ma anche proiezione bellica verso l’esterno. Le vecchie tesi di Padoa Schioppa e Prodi, sull’Europa «forza gentile» èagente di pace» nel mondo, sembrano ormai fossili della preistoria. Del resto, il progetto di una nuova Europa guerriera trova conforto nei dati macroeconomici.
Se oggi gli Stati uniti restringono l’area di influenza militare nel mondo è solo perché il debito americano verso l’estero è tale da rendere insostenibile la proiezione imperiale di un tempo. Trump, insomma, non è certo un pacifista: è un guerrafondaio vincolato dall’enorme indebitamento americano
Ma per l’Ue il quadro è diverso. L’Europa è creditrice netta verso il mondo. Contabilmente, è nella posizione ideale per dare inizio a una propria fase imperiale. La conquistata leadership europea nella spesa militare in Ucraina va in questa direzione.
La trattativa di pace fra Putin e Trump sull’Ucraina, che già si annuncia fragile e cinica, potrebbe dunque incontrare nell’Europa un nemico ancor più spregiudicato. Non è un caso che i governi europei siano additati da Mosca e Washington come potenziali sabotatori.
In effetti, il rischio che gli europei si mettano a remare contro la pace esiste. Non per tutelare la dignità di Zelensky, ormai problema di second’ordine. La grande tentazione è un’altra. Estromessi dal tavolo delle trattative, i leader europei potrebbero stabilire che bisogna far pesare il ruolo di massimi creditori e appaltatori militari in Ucraina. E che dunque è giunto il tempo di sancire l’esistenza di un autonomo imperialismo Ue nel mondo. Se così decidessero, solo in un modo potrebbero giungere alle sorde orecchie di Trump e Putin: rompere un’eventuale tregua ordinando ai debitori ucraini di battere un colpo, un colpo di cannone.
*(Fonte: Il Manifesto – Emiliano Brancaccio è professore associato di economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli “Federico II”)

 

05 – Lea Ypi*: CONFINI DI CLASSE – DISUGUAGLIANZE, MIGRAZIONE E CITTADINANZA NELLO STATO CAPITALISTA.

CHE COS’È LA CITTADINANZA OGGI? E in che modo la sinistra ha smarrito la propria bussola, accettando il dilemma tra giustizia sociale e immigrazione come un dato di realtà, e non come il frutto di rapporti di potere?
Lea Ypi decostruisce qui, in modo radicale, i luoghi comuni del dibattito pubblico su migrazione, integrazione, sovranismo e cittadinanza, e dimostra che le politiche migratorie contemporanee rafforzano la divisione tra classi sociali, e che lo Stato capitalista – lungi dall’essere un garante imparziale della giustizia – è spesso uno strumento di esclusione e dominio.
Il cuore della sua argomentazione è semplice quanto dirompente: la vera frattura non passa tra nativi e stranieri, ma tra chi ha diritti e risorse, e chi ne è sistematicamente privato. Anche nelle società all’apparenza più democratiche, la cittadinanza si compra, si eredita, si concede: non è mai davvero accessibile a tutti. E mentre la sinistra insegue narrazioni identitarie e discorsi sulla cultura nazionale, perde di vista ciò che ha storicamente costituito il suo compito: organizzare la solidarietà di classe.
Confini di classe raccoglie tre dei più importanti saggi politici di Lea Ypi e propone una nuova chiave di lettura per comprendere le crisi della democrazia contemporanea. Un invito urgente a ripensare i confini, non in termini di geografia, ma di giustizia.

UNDICI TESI SULLA CITTADINANZA NELLO STATO CAPITALISTA

1. LA CITTADINANZA COME MERCE
Il limite principale delle più recenti analisi cella cittadinanza e della migrazione, comprese cucile liberali e di sinistra, è che trattano l’accesso alla cittadinanza perlopiù come una questione di diritti individuali. La cittadinanza viene concepita come un titolo che o si eredita in virtù dell’essere nati in un determinato Paese o ci si deve guadagnare (per via di mezzi finanziari o dimostrando determinate competenze civiche; avremo modo di tornare sulle modalità nelle seguenti pagine). Tale concezione teorica viene accettata senza rendersi conto che l’analisi della cittadinanza intesa come diritto individuale mina la possibilità di un approccio alternativo, dinamico e orientato al processo. Trasformare la cittadinanza in un bene statico e ridurla a un titolo individuale rende priva di forza critica l’azione politica orientata alla costruzione di un percorso comune di alternativa democratica.

2. LA CITTADINANZA NELLO STATO CAPITALISTA È ESCLUSIVA ED ESCLUDENTE
Le implicazioni escludenti della cittadinanza sono più evidenti se guardiamo alle modalità con cui la cittadinanza viene estesa a potenziali nuovi membri. Una di queste è la capacità di comprare la cittadinanza (così come il permesso di soggiorno accelerato) da parte di quanti dimostrino di possedere mezzi e abilità per offrire un contributo produttivo alla comunità ospitante. In genere si tratta di investitori finanziari, di persone interessate ad acquistare beni immobili e di quanti sono disposti a pagare cifre molto alte per il rilascio di un passaporto o di un permesso di soggiorno che dà diritto a benefici molto diversi rispetto a chi non possiede gli stessi mezzi finanziari. Un’altra modalità è quella dei test di competenza linguistica e di integrazione culturale attestanti i requisiti di base che stanno diventando sempre più comuni in tutto il mondo. Accessibili unicamente ai residenti di lungo periodo, questi test dovrebbero verificare che i potenziali nuovi membri risiedenti in un certo territorio meritano di diventare cittadini, a patto di dimostrare la propria familiarità con le norme linguistiche e sociali dominanti nella comunità ospitante.

3. LE POLITICHE DI CITTADINANZA OGGI RAFFORZANO IL CARATTERE DI CLASSE DELLO STATO
Dire che lo Stato ha un carattere di classe equi- vale a dire che la capacità dello Stato di agire da piattaforma politica che bilancia e modera i conflitti tra i gruppi sociali in modo equo, per esempio attraverso mezzi democratici, si è progressivamente erosa. Lo Stato diventa piuttosto un agente al servizio degli interessi di élite potenti (sia politiche sia finanziarie), che possono sfruttare le colitiche legate alla residenza o alla cittadinanza per premiare i membri di gruppi con più denaro e potere e per ostacolare e danneggiare altri gruppi vulnerabili.

4 – NON VIVIAMO PIÙ IN DEMOCRAZIE MA IN OLIGARCHIE
La cittadinanza, quando viene comprata e venduta anziché concepita come veicolo di emancipazione politica, diventa uno strumento di do-minio e oppressione. La democrazia, quale ideale che professa che tutti abbiano una parte nel go-vernare e nell’essere governati, si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico, appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo.

5 – IL MERCATO CONTROLLA LO STATO, NON IL CONTRARIO
Anziché essere lo strumento con cui mitiga-re gli eccessi dei mercati e affermare la priorità del processo decisionale democratico, la cittadinanza, quando viene comprata e venduta, si trasforma in una merce come tutte le altre. Lo Stato, anziché contribuire a domare il potere capitalista del mercato, si arrende al suo cospetto.

6 – UN TEMPO LA CITTADINANZA DIPENDEVA DAI REQUISITI DELLA PROPRIETÀ (E DEL DENARO).
È ANCORA COSÌ
Un’altra modalità di accesso alla cittadinanza consiste nel sottoporre i potenziali nuovi membri a dei test che verifichino una competenza sufficiente nella lingua della comunità ospitante e una sufficiente conoscenza delle sue norme politiche di base. Questi test sono a pagamento (in effetti, una delle concessioni fatte dal governo britannico sulla scia dello scandalo Windrush, che nel 2018 ebbe come esito la deportazione e il trattamento ingiusto di cittadini britannici di origine caraibica, molti dei quali erano arrivati legalmente tra il 1948 e il 1971, fu eliminare la tassa per i migranti della generazione Windrush che desideravano richiedere la cittadinanza). Vincolare l’ottenimento della cittadinanza all’acquisto rievoca i tempi in cui i requisiti della proprietà stabilivano chi avesse diritto al voto.

7 – LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO È ALIMENTATO DA UNA CONCEZIONE ETNICO-CULTURALE DELLA CITTADINANZA, MENTRE AI LAVORATORI IMMIGRATI VIENE NEGATA LA RAPPRESENTANZA POLITICA
I test di competenza linguistica e civica per l’accesso alla cittadinanza comprimono la concezione progressista e civica di una comunità politica nella sua controparte etnico-culturale, così come l’ideale universale e inclusivo in uno particolaristico ed escludente. Se non si supera il test di integrazione civica non si ottiene la cittadinanza e con essa i diritti politici che ne risultano. Il che rievoca i tempi in cui a quanti parlavano soltanto il dialetto e a chi non sapeva né leggere né scrivere nella lingua nazionale non era concesso di avere voce e di partecipare alle decisioni politiche. I test di cittadinanza, nell’includere queste componenti linguistiche e civiche, cambiano un ideale lungimirante e trasformativo della comunità politica democratica in uno retrogrado e conservatore.

8 – LA CITTADINANZA NELLO STATO CAPITALISTA CONSOLIDA L’EMARGINAZIONE STRUTTURALE
In passato, le battaglie per la cittadinanza e per l’espansione del diritto di voto erano parte di una lotta attiva per la progressiva inclusione di gruppi sociali precedentemente emarginati e senza diritti: i poveri, i lavoratori, le donne, gli abitanti delle colonie. Di contro, le attuali politiche di cittadinanza reificano tali esclusioni e consolidano le divisioni di classe, di genere e di etnia in cui affondano le radici. La cittadinanza rafforza il divario tra quanti sono considerati meritevoli di appartenere alla comunità politica e i membri di seconda scelta che non riescono a dimostrare di soddisfare i criteri ritenuti essenziali per la qualifica. La cittadinanza così intesa, anziché essere uno strumento per tutelare i membri vulnerabili della comunità politica, rimarca e riproduce la loro emarginazione.

9. LA CITTADINANZA È STATA EMANCIPATRICE FINCHÉ LA DEMOCRAZIA È STATA IL MEZZO PER COMBATTERE IL CAPITALISMO
La socialdemocrazia tradizionale nutriva la speranza che la democrazia avrebbe portato all’abolizione del governo di classe, e che il diritto di voto avrebbe trasformato i cittadini in soci virtuali di un’impresa cooperativa mirata a promuovere il bene della comunità politica nel suo insieme. Per dirla con le parole di Eduard Bernstein, il fondatore della socialdemocrazia moderna, in questo quadro di partecipazione democratica alla vita pubblica “i partiti e le classi che li sostengono imparano presto a riconoscere i limiti del proprio potere e a garantire, a ogni occasione, soltanto ciò che possono ragionevolmente sperare di ottenere, date le circostanze”.1 La cornice di una tale ottimistica valutazione
era però rappresentata da un ideale inclusivo di cittadinanza potenzialmente aperta a tutti. Era l’alba di un’epoca in cui la rimozione graduale delle barriere della proprietà, dell’alfabetizzazione e delle competenze tecniche era il risultato della mobilitazione politica tesa ad ampliare il diritto di voto.
Le condizioni per una valutazione tanto ottimistica, se mai fu giustificata, non esistono più. Oggi stiamo andando in una direzione esattamente contraria. Se nell’età dell’oro della cittadinanza espansiva la democrazia prometteva di sanare la comunità politica dagli effetti potenzialmente distruttivi del conflitto di classe, nell’età della cittadinanza restrittiva la lotta non può più essere moderata dagli strumenti politici istituzionali e non può più essere contenuta entro i canali standard della partecipazione politica. Una volta che la cittadinanza diventa, di nuovo, una cittadinanza per pochi, un bene da comprare, da vendere e scambiare come una merce,
l’ideale inclusivo della democrazia non appare che una vuota promessa.

10. LA RINASCITA DELLA POLITICA DEMOCRATICA RICHIEDE DI SUPERARE IL CAPITALISMO, NON DI PORRE RESTRIZIONI ALL’IMMIGRAZIONE
Sorprende che i gruppi progressisti e democratici in tutto il mondo, mentre continuano a esibire un’adesione teorica a un ideale emancipatore di cittadinanza, stiano in silenzio di fronte alla trasformazione della cittadinanza basata su tali tendenze escludenti. Né i documenti politici ufficiali dei socialdemocratici né i manifesti elettorali dei partiti di sinistra sembrano mostrare una qualche sollecitudine nell’individuare misure che contrastino la tendenza attuale e vi pongano rimedi. Il collasso della politica civica democratica in etnopolitica e la riduzione dell’ideale universalistico e progressista di cittadinanza in uno particolaristico e conservatore procedono perlopiù indisturbati. Per invertire questa tendenza è essenziale che i movimenti e i partiti di sinistra di tutto il mondo propugnino una svolta radicale rispetto agli impegni attuali in materia di politiche di cittadinanza. Dovrebbero farsi promotori di una campagna per l’abolizione delle pratiche che rafforzano la struttura di classe degli Stati liberali contemporanei, nonché escogitare misure radicalmente diverse sull’integrazione dei migranti. Misure che includono (ma non si limitano a) a) l’abolizione delle pratiche di ammissione “attestanti i mezzi”, b) l’eliminazione della cittadinanza selettiva e dei frammentari test d’integrazione culturale, nonché c) la rimozione delle pratiche che mercificano la cittadinanza.

11. IL PROBLEMA NON È LA CULTURA MA IL CAPITALISMO
Il tradizionale pragmatismo della sinistra nell’affidarsi alla democrazia nazionale per mobilitare il sostegno alle proprie cause vive oggi un’impasse. Le politiche di cittadinanza e le attuali restrizioni all’integrazione dei migranti sono un prisma attraverso cui osservare la trasformazione dello Stato democratico in un apparato di élite oligarchica. A questa regressione si affianca la degenerazione dell’ideale universale di cittadinanza in uno strumento di oppressione delle minoranze. Il problema non è la semplice esistenza di confini territoriali o la presenza di frontiere più aperte o più chiuse, nei termini in cui alcuni preferiscono formulare il dilemma della migrazione. Il problema è che le esclusioni, sia all’interno dello Stato sia tra gli Stati, si sostengono reciprocamente e servono a radicare ulteriormente un ordine economico incontrastato nel suo nucleo centrale. La timidezza nel rimuovere le barriere all’accesso e all’integrazione civica non è soltanto ingiusta nei confronti di quanti sono esclusi ed emarginati; la pratica di vendere la cittadinanza ai ricchi e di limitarne l’accesso a chi ha scarsi mezzi materiali, è poco istruito o non possiede competenze civiche ci racconta una storia significativa sul rapporto tra capitalismo e Stato democratico (o presunto tale). Quando questo tipo di approccio alle politiche pubbliche sull’immigrazione e la cittadinanza resta incontrastato il male che ne deriva non danneggia soltanto i migranti; al contrario è un male per tutti.
*((Lea Ypi insegna Filosofia politica alla London School of Economics ed è ricercatrice permanente presso ii Wissenschaftskolleg di Berlino. Nata e cresciuta in Albania e laureata alla Sapienza di Roma, è esperta di marxismo e di teoria critica. Vive e lavora a Londra. Presso Feltrinelli è apparso Libera. Diventare grandi alla fine della stona (2022), vincitore di diversi premi e tradotto in più di trentacinque lingue.)

 

06 – Thomas Fazi*: COME È MORTA LA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE – «IL VERO CAMBIAMENTO È UN’ILLUSIONE» KRISIS PROPONE L’ATTO D’ACCUSA DI THOMAS FAZI CONTRO IL DISFACIMENTO DEL SISTEMA DEMOCRATICO IN OCCIDENTE.

Con una denuncia tagliente, l’analista evidenzia come censura, criminalizzazione del dissenso e manipolazione delle istituzioni siano diventati strumenti per mantenere il potere dell’élite. Dalla Francia alla Romania, passando per l’Unione europea e gli Stati Uniti, secondo Fazi la democrazia sostanziale si è erosa, sostituita da un sistema che favorisce l’oligarchia. Le crisi economiche, sociali e geopolitiche hanno amplificato questa tendenza, mentre forme di repressione e manipolazione si giustificano come difesa della democrazia. Il breve periodo di democrazia sostanziale postbellica è ormai un ricordo. E il futuro si presenta cupo.
El Tres de Mayo by Francisco de Goya from Prado thin black margin resultIn Germania, la polizia ha recentemente perquisito le abitazioni di centinaia di cittadini accusati di aver insultato politici o di aver pubblicato online “messaggi d’odio”. In Francia, la procura ha aperto un’indagine penale contro X, la piattaforma di Elon Musk, accusandola di interferenze straniere attraverso la manipolazione degli algoritmi e la diffusione di contenuti “d’odio”. Ciò è avvenuto dopo una perquisizione della polizia nella sede del Rassemblement National, il principale partito d’opposizione francese, in seguito all’apertura di una nuova indagine sul finanziamento della campagna elettorale, solo pochi mesi dopo che Marine Le Pen, ex leader del partito, è stata condannata a cinque anni di ineleggibilità per uso improprio dei fondi UE.
Nel Regno Unito, oltre 100 persone sono state arrestate semplicemente per aver portato cartelli con la scritta «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action», organizzazione recentemente messa al bando per terrorismo. Nel frattempo, negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump sta attuando una vasta stretta sulla libertà di espressione, soprattutto relativamente alle critiche nei confronti di Israele.
Questi casi non sono eccezioni, ma sintomi di una deriva autoritaria più profonda e sistemica. In tutto l’Occidente, la censura è diventata prassi, il dissenso viene sempre più criminalizzato, la propaganda è sempre sfacciata e i sistemi giudiziari sono usati come armi per mettere a tacere l’opposizione. Negli ultimi mesi, questa tendenza è degenerata in attacchi diretti alle istituzioni democratiche di base: in Romania, per esempio, un’intera elezione è stata annullata perché aveva prodotto «l’esito sbagliato» e altri Paesi stanno valutando mosse analoghe.

Ufficialmente, tutto ciò viene fatto «per difendere la democrazia». In realtà, lo scopo è evidente: consentire alle classi dirigenti di mantenere il potere di fronte a un crollo storico della loro legittimità.

Se ci riusciranno, l’Occidente entrerà in una nuova era di democrazia controllata – o solo nominale. Se falliranno, e in assenza di un’alternativa coerente, il vuoto potrebbe aprire la strada a instabilità, disordini sociali e crisi sistemiche. In ogni caso, il futuro della democrazia occidentale appare cupo.
Gli avvertimenti su questo arretramento democratico guidato dall’alto non sono nuovi. Già nel 2000, il politologo britannico Colin Crouch aveva coniato il termine «post-democrazia» per descrivere il fatto che la democrazia in Occidente, pur conservandone gli aspetti formali, era diventata una facciata priva di sostanza. Secondo Crouch, le elezioni erano ormai spettacoli controllati, organizzati da professionisti della persuasione all’interno di un consenso neoliberale condiviso – pro mercato, pro impresa, pro globalizzazione – che offriva agli elettori ben poca scelta su questioni politiche o economiche fondamentali.
Crouch scriveva all’apice di quella che Francis Fukuyama aveva definito «la fine della storia»: la vittoria globale della democrazia liberale occidentale, sancita dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della Guerra Fredda. L’argomento centrale di Fukuyama era che, da allora in avanti, non ci sarebbero state sfide reali alla democrazia liberale e al capitalismo di mercato, considerati l’apice dello sviluppo sociale.
Per un certo periodo, la previsione si rivelò corretta. La sconfitta storica del socialismo aveva ridotto drasticamente lo spazio ideologico in Occidente, impedendo qualunque sfida strutturale al capitalismo e favorendo un modello di governance tecnocratico e depoliticizzato, sostenuto dal mantra “TINA” (There Is No Alternative): centralità del mercato, responsabilità individuale, globalizzazione.
Le proteste di sinistra dei primi anni Duemila – contro la globalizzazione o la guerra in Irak – non sono riuscite a tradursi in forza politica formale. Anzi, gran parte della sinistra post Guerra fredda, abbandonata la lotta di classe in favore di un identitarismo liberal-cosmopolita, ha finito per legittimare varie forme di «neoliberismo progressista»: un mix di retorica pseudo-progressista e politiche economiche neoliberali.
Sul piano geopolitico, l’egemonia statunitense ha permesso a Washington di imporre un «nuovo ordine mondiale» unipolare. Nel frattempo, trasformazioni economiche profonde avevano colpito il cuore dell’Occidente: il declino della manifattura tradizionale e del patto fordista-keynesiano, sostituiti da un’economia dei servizi, lavoro frammentato e precario. Nella maggior parte dei Paesi occidentali l’occupazione manifatturiera è calata fra il 30 e il 50%, frantumando la classe operaia come soggetto politico unificato.
Questa tendenza storica è stata esacerbata da politiche mirate a indebolire il potere contrattuale del lavoro (leggi anti-sindacali, flessibilizzazione del mercato del lavoro) e a promuovere consumismo privatizzato e apatia politica. Nel frattempo, i processi decisionali venivano sempre più sottratti alle pressioni democratiche, trasferendo prerogative nazionali a istituzioni sovranazionali e a burocrazie sovrastatali come l’Unione europea.

Ne è nata quella che alcuni hanno definito «post-politica»: un regime in cui lo spettacolo politico prospera, ma dove le alternative sistemiche allo status quo neoliberale vengono escluse a priori. Il giornalista americano Thomas Friedman ha descritto il regime neoliberale post-politico come un sistema in cui «le scelte politiche si riducono a Pepsi o Coca-Cola»: differenze di facciata all’interno di un quadro immutabile.
Sebbene la democrazia formale sia rimasta intatta, la democrazia sostanziale, intesa come reale capacità dei cittadini di incidere sulle scelte di governo, si è erosa drammaticamente. Senza un’alternativa sistemica, la politica e la democrazia sostanziale sono appassite, portando a un calo della partecipazione elettorale. E il potere reale si è concentrato nelle mani di una ristretta élite.

Nell’ultimo decennio e mezzo, la situazione è notevolmente peggiorata. il regime neoliberale si è ulteriormente irrigidito e radicalizzato. All’interno dell’Ue, con il pretesto della crisi dell’euro, istituzioni come Bce e Commissione Europea hanno ampliato i loro poteri, imponendo regole di bilancio e riforme strutturali al di fuori di qualsivoglia processo democratico.
Basti pensare a episodi come il «colpo di stato monetario» della Bce contro Silvio Berlusconi nel 2011, quando la banca centrale di fatto costrinse il premier a lasciare l’incarico ponendo la sua uscita come condizione per continuare a sostenere i bond e le banche italiane. O il ricatto finanziario nei confronti della Grecia di Alexis Tsipras. Considerati nel loro insieme, questi eventi hanno spinto alcuni osservatori a suggerire che l’Ue stesse diventando un «prototipo post-democratico», fortemente avverso sia alla sovranità nazionale che alla democrazia.
Le macerie lasciate dalla crisi e dalle politiche di austerità hanno alimentato, a metà anni 2010, le prime grandi rivolte anti-establishment del secolo: Brexit, Trump, i gilet gialli, l’ostilità crescente verso Bruxelles. Ma queste ondate di proteste sono fallite, assorbite o neutralizzate dall’establishment, mediante repressione e contrattacchi ideologici.
In questo senso la pandemia, al di là dell’emergenza sanitaria, può essere interpretata come un evento che ha accelerato la centralizzazione autoritaria del potere. I governi hanno gonfiato il pericolo del virus per sospendere procedure democratiche, militarizzare la società, limitare la libertà civili e introdurre misure di controllo senza precedenti, paralizzando le spinte populiste della fine degli anni Dieci.

La guerra Russia-Ucraina ha riportato alla ribalta dinamiche simili: dissenso etichettato come «propaganda nemica», voci critiche censurate o sanzionate. Pochi mesi fa, l’UE ha compiuto un passo senza precedenti, sanzionando tre suoi cittadini con l’accusa di fare presunta «propaganda filo-russa».

Allo stesso tempo, stanno emergendo nuove minacce populiste, soprattutto di destra. Ma finora neanche queste sono riuscite a scalfire lo status quo, in parte perché l’élite occidentali, impopolari e delegittimate, hanno adottato forme di repressione sempre più sfacciate per influenzare i risultati elettorali.
Il caso rumeno ha segnato una svolta: con l’appoggio di Nato e Ue, è stata annullata un’intera elezione presidenziale, successivamente squalificando il candidato populista, con accuse non provate di interferenze russe. Queste misure repressione vengono giustificate come misure necessarie a difesa della democrazia da presunte minacce interne (i populisti) ed esterne (i nemici stranieri). Ma appare sempre più evidente che il vero obiettivo è blindare il potere dell’élite.
Resta però una domanda: posto che oggi la democrazia occidentale – sicuramente da un punto di vista sostanziale e sempre più anche da un punto di vista formale – versa in uno stato comatoso, possiamo davvero affermare che la democrazia dell’epoca pre-neoliberale fosse una «vera democrazia»? Per un periodo relativamente breve – dal Dopoguerra agli anni Settanta – abbiamo senz’altro conosciuto una forma di democrazia più sostanziale di quella attuale.
In quegli anni, le classi lavoratrici sono state integrate per la prima volta nei sistemi politici occidentali, ottenendo un’estensione senza precedenti diritti sociali, economici e politici in un contesto di forte politicizzazione di massa. Detto ciò, non bisogna nemmeno cadere nella tentazione di idealizzare eccessivamente quel periodo. È fondamentale riconoscere che anche allora la democrazia, nella sua accezione sostanziale, rimaneva fortemente limitata.
Sebbene l’élite al potere si siano trovate costrette – sotto la pressione dei movimenti popolari, della Guerra fredda e del timore di rivolte sociali – a estendere il diritto di voto e a riconoscere una serie di diritti politici e sociali, non lo fecero certo di buon grado. Al contrario, furono spesso animate dal timore che l’ingresso delle masse nel processo democratico potesse tradursi in una minaccia reale per l’ordine sociale costituito, ovverosia che i lavoratori usassero la democrazia per sovvertire i rapporti di potere.
Contrariamente alla retorica secondo cui tali meccanismi sarebbero serviti a «difendere la democrazia da se stessa», la loro funzione storica è stata un’altra: tutelare gli interessi della classe dominante dalla «minaccia» della democrazia, impedendo che l’eventuale volontà popolare potesse tradursi in trasformazioni sostanziali degli assetti di potere esistenti.
Nel frattempo, a partire dagli anni Sessanta, in tutti i principali Paesi occidentali, le istanze di maggiore democratizzazione dell’economia e della politica – avanzate da movimenti operai, studenteschi e popolari – furono sistematicamente contenute, neutralizzate o apertamente represse.
Laddove la partecipazione politica dal basso rischiava di mettere in discussione gli equilibri consolidati, l’élite reagirono con una combinazione di repressione poliziesca, delegittimazione mediatica e riassetto istituzionale, al fine di riaffermare il controllo sul processo decisionale e impedire che la democrazia si estendesse a sfere considerate «intoccabili», come quella economica.
Allo stesso tempo, gli «Stati profondi» occidentali – composti da apparati militari, di intelligence e di sicurezza – esercitavano già allora un’influenza significativa dietro le quinte, generalmente sotto la direzione strategica degli apparati di sicurezza statunitensi. Questa influenza si manifestò, per esempio, attraverso una serie di operazioni clandestine, che includevano anche attività di destabilizzazione e, in alcuni casi, vere e proprie azioni terroristiche, generalmente orientate a contenere l’ascesa delle forze di sinistra.
In Europa, il caso più noto è quello di Gladio, una rete paramilitare segreta sotto l’egida della Nato, coinvolta in numerose attività occulte – inclusi attentati attribuiti a gruppi della sinistra radicale – con l’obiettivo di creare un clima di paura e giustificare misure repressive. In alcuni casi, queste operazioni sono state collegate anche a omicidi politici di alto profilo, contribuendo a orientare l’opinione pubblica e l’agenda politica in senso conservatore e anticomunista.
Per questo motivo, accanto alle concessioni, furono introdotti – o mantenuti – una serie di vincoli, limiti istituzionali e dispositivi di contenimento volti a contenere o neutralizzare il potenziale trasformativo della partecipazione popolare. Il suffragio universale fu così accompagnato da meccanismi politici, economici e culturali pensati per arginare l’impatto della democrazia sostanziale e garantirne un controllo dall’alto. Ad esempio, i moderni sistemi costituzionali posero limiti ben definiti alla sovranità popolare, ovvero a ciò che può essere deciso democraticamente attraverso il voto.

Nonostante ciò, per un certo periodo, il potere delle masse organizzate riuscì effettivamente a contenere, più di quanto fosse mai accaduto prima, la forza organizzata dell’oligarchia. Tuttavia, questo equilibrio era strettamente legato a specifiche condizioni economiche e sociali: l’esistenza di grandi concentrazioni industriali, economie fortemente incentrate sulla manifattura e forme di lavoro relativamente omogenee e sindacalizzabili.
A partire dagli anni Settanta, queste condizioni iniziarono a sgretolarsi, per cause in parte strutturali (legate ai processi di deindustrializzazione e globalizzazione), in parte politiche (legate all’offensiva neoliberale). Il punto decisivo, però, è che da quel momento abbiamo assistito a una graduale polverizzazione della classe operaia come soggetto politico unificato, con conseguente indebolimento irreversibile della sua capacità di incidere sull’agenda politica.
Dunque, fin dai primi giorni della moderna democrazia liberale, le classi dirigenti hanno operato attivamente per delimitare il campo della democrazia entro i confini di una politica considerata accettabile. Questo è avvenuto sia in modo aperto – attraverso la repressione dei movimenti operai, studenteschi e popolari – sia in modo più occulto, tramite campagne di infiltrazione, disinformazione e, in casi estremi, azioni violente e persino assassinii politici.
Questo processo ha aperto la strada a una vera e propria controrivoluzione dall’alto, volta a smantellare le conquiste, pur parziali, ottenute dalle masse nei decenni precedenti. Qui diventa rilevante il concetto di «stato di eccezione» di Carl Schmitt: la sospensione delle garanzie costituzionali per imporre decisioni che sarebbero impossibili attraverso i normali canali democratici. Ma, come ricordava oltre 20 anni fa il filosofo italiano Giorgio Agamben, questo stato di eccezione è ormai diventato permanente in Occidente. Il che, ovviamente, rappresenta un paradosso: se è permanente non è più, per definizione, uno stato di eccezione.
Il futuro, purtroppo, appare cupo. Le condizioni che avevano reso possibile quella breve stagione di democrazia sostanziale sono svanite e difficilmente torneranno. In questo senso, possiamo affermare che la democrazia sostanziale sia morta. Eppure, il disfacimento dell’ordine geopolitico occidentale – con l’emergere di un mondo multipolare guidato anche da potenze come la Cina – segna un passaggio politico ed economico cruciale.
Il declino dell’egemonia occidentale sta indebolendo le sue élite nazionali. E la perdita di influenza globale alimenta il malcontento interno, soprattutto in presenza di crescenti e sistemiche disuguaglianze.
Questo crollo sta mettendo a nudo le debolezze strutturali del sistema occidentale: venuta meno la stabilità geopolitica e il predominio economico che per decenni hanno attutito o nascosto tali tensioni, l’élite occidentali si trovano ora esposte a sfide per le quali appaiono sempre meno attrezzate, non solo sul piano della legittimità, ma anche su quello della capacità di gestione politica e sociale.
Tale disfacimento apre potenzialmente lo spazio per l’emergere di un nuovo ordine che potrebbe andare ben oltre una semplice riconfigurazione del potere geopolitico: potrebbe segnare l’inizio di una reinvenzione radicale dei sistemi politici ed economici nel loro complesso.
Ma questo nuovo inizio richiederà un ripensamento radicale non solo del modo di fare politica, ma anche dello stesso concetto di democrazia, andando oltre le forme svuotate e rituali della democrazia liberale. Citando Antonio Gramsci, si può dire che il vecchio ordine sta crollando, ma il nuovo non è ancora nato. In questo vuoto, può accadere di tutto
*(Fonte . Sinistrainrete – Thomas Fazi: Giornalista e saggista, è autore di diversi libri e scrive per varie testate italiane e straniere.)

 

07 – Federico Gurgone*: COCULLO, IL PAESE DOVE REGNANO I SERPENTI – CIME TEMPESTOSE /4 NELLA MARSICA, A 900 METRI DI ALTITUDINE, ANTICHI RITI PAGANI SI RINNOVANO. NEL PIENO DEL MEZZOGIORNO ZENITALE, OGNI ANNO LA STATUA DI SAN DOMENICO ABATE ESCE IN PROCESSIONE AVVOLTA DAI RETTILI.

Il serpente guarisce. Dona saggezza; ti offre il frutto della conoscenza, che dio voglia oppure no. Tiresia passeggiava sul monte Citerone, quando ne incontrò due intrecciati a formare l’infinito. Si stavano accoppiando e lui, disgustato, non poté trattenersi dall’uccidere la femmina. Innescò così un destino fluido che prima gli avrebbe concesso di sperimentare i piaceri di una vita da donna, dopo lo avrebbe punito con la cecità, ma ricompensato con la preveggenza. Il bastone di Asclepio, intorno al quale era attorcigliata una serpe, aveva proprietà terapeutiche. Oggi è il simbolo dell’Organizzazione mondiale della sanità e, illuminato da un neon verde, segnala ovunque la presenza di una farmacia.
Il serpente striscia sull’humus, ha un contatto privilegiato con gli inferi. Forse perché sotto il suo ventre agiscono strati geologici che collidono, strappano, si sollevano. Strati che desquamandosi ringiovaniscono il pianeta, come fa il pitone quando cambia pelle, creando vulcani, terremoti, montagne. L’Italia vibra sul dorso di due importanti faglie tettoniche: l’africana e l’euroasiatica. E allora grande è la confusione sotto il cielo. Le Alpi si innalzano, Ionio e Adriatico si immergono, in profondità si fondono rocce che risalgono dai camini dell’Etna e di Stromboli.
SOPRA, LA TERRA TREMA. E, se dalla guida per riconoscere i tuoi santi sai di una regina immacolata che schiaccia l’odiato rettile, l’Appennino abruzzese ti corregge: c’è un mondo alla rovescia, in provincia dell’Aquila, dove il paganesimo resiste. È Cocullo, duecentouno abitanti secondo l’ultimo censimento, quasi novecento metri di altitudine al margine della Marsica. Qui, ogni primo maggio, a mezzogiorno la statua di San Domenico abate esce dalla porta della chiesa e viene portata in processione per i tortuosi vicoli del centro storico. Dal suo capo pendono dei serpenti che avvolgono il santo, non ne sono calpestati. Entro tre giorni saranno di nuovo liberati, nello stesso luogo della cattura.

«Non sono velenosi e appartengono a quattro specie: il cervone, il saettone, la biscia dal collare e il biacco», chiarisce Stefano Scali, erpetologo che lavora come conservatore di zoologia dei vertebrati presso il Museo civico di storia naturale di Milano. «Nonostante nella penisola solo la vipera sia potenzialmente pericolosa, il serpente gode di pessima fama, certamente anche per i pregiudizi instillati dal cattolicesimo», continua. «Nella Madonna dei Palafrenieri di Caravaggio, Maria con il tallone pesta la testa di qualcuno che minaccia il bambino: è un cervone. In India invece, dove ci sono i cobra, i serpenti sono rappresentati positivamente. Probabilmente perché eliminano i ratti. Devono averlo capito anche a Cocullo». Il rito è attivo dal Seicento, sostiene l’antropologa Lia Giancristofaro. «Fino alla fine del Novecento la Chiesa prese ciclicamente le distanze», annota, tanto che negli anni ’50 e ’60 i cocullesi furono minacciati di scomunica. In origine c’era la dea Angizia, venerata dai Marsi: il popolo italico che viveva qui prima della romanizzazione. Era una dea ctonia, legata all’universo sotterraneo, alla primordialità delle violenze sismiche e al duro ciclo delle stagioni. Era una maga, sorella di Medea e Circe. Sapeva difendere i suoi devoti dai veleni e usare le erbe curative.

Altra tradizione, questa, superstite sulle montagne abruzzesi grazie all’acqua di San Giovanni. La sera del 23 giugno, devi raccogliere erbe e fiori di campo. Non importa esattamente quali, basta ci sia l’iperico, dalle riconosciute proprietà antidepressive e antivirali. Le erbe, immerse in una brocca di vetro piena d’acqua, vanno lasciate la notte «alla serena» – all’aperto – in modo tale le bagni la rugiada.

Ne risulterà un infuso da regalare la mattina successiva a un’amica geniale, che con esso si laverà il viso e le mani. Così facendo, in passato, coppie di giovani donne siglavano un patto infrangibile che le rendeva «comari di San Giovanni».

LE DONNE erano quindi custodi di pozioni. Al loro servizio – semplici fanti contro veleni per altro inesistenti – la manovalanza era maschile. La figura cardinale attorno alla quale ruota la festa di San Domenico è infatti quella del serparo. I serpari – un loro antenato, Umbrone, è citato nell’Eneide tra gli alleati di Turno – sono coloro che, tra il 19 marzo e il 30 aprile, salgono sui monti per catturare i serpenti, che nutrono in cassette di legno con topi e uova sode.

Certamente cervoni e saettoni, bisce e biacchi eviterebbero le mani invadenti di chi a calendimaggio vuole essere liberato dal male. Le quattro specie, che costituiscono un indicatore prezioso della qualità ambientale, sono almeno ripagate da un monitoraggio utile per sopravvivere alla sesta estinzione di massa, tra cambiamento climatico e crollo della biodiversità, pressione antropica e invasione di cani, gatti, cinghiali. Dal 2010 i serpari devono appunto dichiarare tutti gli individui catturati, che vengono registrati, pesati, misurati e marcati per essere riconosciuti nel caso di un nuovo incontro.

«Abbiamo cominciato allora la nostra ricerca», dice il biologo Ernesto Filippi. «Ne è nato un programma di citizen science in collaborazione con i cocullesi, in equilibrio tra scienza e tradizione. Ci basiamo sui principi one health, sempre più considerati dopo la pandemia: crediamo nell’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale».
Dal 2023, per studiare i parassiti e scongiurarne un salto di specie, si è unita anche l’università di Bari, che ha analizzato campioni di sangue e feci ofidici. Ultimo arrivato è il Max Planck Institute of Animal Behavior di Costanza, con l’intenzione di verificare la sensibilità dei serpenti alle scosse telluriche attraverso l’innesto sulla loro pelle di trasmettitori satellitari, per comparare i movimenti animali con quelli geologici.
IL DIRETTORE del progetto – chiamato Icarus – è Martin Wikelski, che è partito dai documenti: le antiche culture si adattavano al comportamento della natura. «Quando gli animali impazziscono, scappa dal mare e vai sugli altopiani», cantano i bambini indonesiani
E in effetti, nel 2004, gli elefanti fuggirono dalle coste prima dello tsunami. Il 4 gennaio 2012, sei ore dopo la registrazione da parte degli scienziati di Icarus di anomali movimenti tra le capre dell’Etna, il vulcano eruttò; cinque giorni prima del terremoto del 2009, nei dintorni dell’Aquila, i rospi avevano smesso di riprodursi. Ci toccherà aspettare per i dati su Cocullo, perché i fondi sono bloccati. «Ma molti serpari hanno riferito che, nelle settimane precedenti il 6 aprile 2009, erano riusciti a raccogliere i serpenti con un’insolita facilità», ricorda Filippi. Erano tutti fuori dalle tane. Strano per marzo, quando le stagioni fanno la muta mentre chi striscia ne vive né muore, ancora incantato dal suo letargo antico, ciclico, curativo.

SCHEDA
il protagonista di Cocullo è sicuramente il cervone, rettile comune nell’Italia centrale e meridionale. Adora i muretti a secco, dove può riscaldarsi sfruttando il contatto con la pietra che ha assorbito il sole, senza doversi esporre. Sale sugli alberi alla ricerca di ghiri, scoiattoli, uova, pulcini. Può essere lungo anche due metri e mezzo e, come il pitone, è un serpente costrittore. Ma appare docile. Con lui, è gioco facile per i serpari fare la figura degli eroi. Il saettone, seppur simile, non è altrettanto imponente e fa meno scena. Il biacco è troppo vivace: insegue le prede, si agita, attacca ripetutamente. Le bisce non mordono, ma per difesa defecano, emettono sostanze maleodoranti, si fingono morte. Avrebbero il potere di farle fallire, le processioni.
*(Fonte: Il Manifesto – Federico Gurgone, giornalista e insegnante di letteratura)

 

 

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