
00 – Roberto Ciccarelli*: Il Pil frena, i prezzi corrono: l’Italia che Meloni non vede – Decrescita felice Il caro vita morde d’estate: l’Istat registra le speculazioni sui beni essenziali e i loro effetti sulla crescita in contrazione. Il Prodotto interno lordo cala dello 0,1% nel secondo trimestre, fare la spesa è sempre più un salasso.
01 – Elena Basile*. dall’Ucraina a Gaza: il doppio standard dell’Occidente .Se vogliamo avere contezza delle contraddizioni delle oligarchie illiberali bisogna concentrarsi sul pensiero progressista e stanare l’ipocrisia che lo domina. Sono colpita da come i media più ascoltati riescano a continuare a sabotare i deboli tentativi di mediazione che Mosca e Washington potrebbero raggiungere sull’Ucraina e presentarsi, insieme alle classi dirigenti europee, come i detentori di una morale basata su Rule of Law e diritti umani. Era chiaro ai più che la difesa di questa narrativa non era conciliabile con il sostegno al genocidio in corso a opera di Netanyahu.
02 – 246 GIORNALISTI E OPERATORI DEI MEDIA SONO STATI UCCISI NELLA STRISCIA DI GAZA DALL’ESERCITO ISRAELIANO TRA IL 7 OTTOBRE 2023 E IL 26 AGOSTO 2025. UN DATO CHE NON HA PRECEDENTI.
03 – Andrea Carugati*: Meloni al Meeting, crociata contro giudici e migranti – Lo show «Le toghe non ci fermeranno». Promette aiuti alle famiglie, case a basso costo per giovani coppie e altri soldi per le scuole private, cita santi e papi, invita al pentimento i «profeti di sventura»
04 – Andrea Fabozzi*: Una potente metafora della nostra epoca – Rimini e misfatti La politica estera, quella che per «i profeti di sventura» sarebbe dovuta essere il problema principale della prima presidente del Consiglio post fascista, è stata invece l’occasione per il suo completo sdoganamento, per la legittimazione di una leader con la fiamma nel simbolo e nel cuore.
05 – Roberto Pietrobon*: «Infiltrati di Trump in Groenlandia», l’ira del governo in Danimarca
Lo scoop I servizi danesi hanno scoperto una rete Maga sull’isola artica. L’ambasciatore non smentisce: «Il nostro governo non può controllare privati cittadini»
06 – Usa dazi zero, resa preventiva della Ue – Usa-Ue L’Unione Europea cercherà di accelerare l’iter legislativo entro la fine della settimana per rimuovere tutti i dazi sui beni industriali statunitensi.
07 – Hebron, soldati nelle scuole: arresti e confische – Cisgiordania Nel quartiere Sheikh i militari hanno fatto irruzione in sei scuole, arrestato alcuni insegnanti davanti agli alunni e confiscato libri scolastici.(*)
08 – Mattia Marasti *: Il capitalismo corrotto della presidenza Trump – La politica commerciale dell’amministrazione Trump sta aprendo scenari inediti. I dazi imposti sulle importazioni, a partire dai paesi europei, costituiscono un netto cambiamento rispetto alle politiche di apertura al commercio e alla libera circolazione delle merci che hanno contraddistinto il mondo negli ultimi decenni.
00 – Roberto Ciccarelli*: IL PIL FRENA, I PREZZI CORRONO: L’ITALIA CHE MELONI NON VEDE – DECRESCITA FELICE IL CARO VITA MORDE D’ESTATE: L’ISTAT REGISTRA LE SPECULAZIONI SUI BENI ESSENZIALI E I LORO EFFETTI SULLA CRESCITA IN CONTRAZIONE. IL PRODOTTO INTERNO LORDO CALA DELLO 0,1% NEL SECONDO TRIMESTRE, FARE LA SPESA È SEMPRE PIÙ UN SALASSO
Il Prodotto interno lordo cala e corre il «carrello della spesa» che si è mangiato un’altra quota dei salari da lavoro per pagare beni alimentari, per la casa e la cura della persona. C’è la conferma che il «boom» dell’occupazione «da un milione di posti di lavoro» vantato da Giorgia Meloni davanti ai plaudenti ciellini di Rimini corrisponde alla crescita del lavoro povero.
LE STIME PRELIMINARI su agosto comunicate ieri dall’Istat sono state come al solito equivocate dal governo e dalla sua maggioranza in nome del «bene della Nazione», mentre hanno spinto le opposizioni a parlare di «Giorgia che vive nel mondo dei sogni». Sono versioni parziali di un problema in cui il paese è imprigionato. Ad agosto 2025 l’inflazione generale sarebbe scesa all’1,6% su base annua (contro l’1,7% di luglio). Tuttavia, i prezzi del carrello della spesa sono aumentati: +3,5% rispetto al +3,2% del mese precedente. I beni ad alta frequenza d’acquisto sono saliti da +2,3% a +2,4%. Rallentano i beni energetici (-4,4%). Tra quelli alimentari sono aumentati i prodotti non lavorati del +5,6%, quelli lavorati del +3%. Sono cresciuti anche i prezzi dei servizi per trasporti (+2,1%) e per la cura della persona (+0,3%). È calato leggermente il costo degli energetici non regolamentati (-1,7%). L’effetto però è stato marginale per chi deve fare i conti con gli aumenti su pane, frutta, carne, detergenti e prodotti base.
NEL SECONDO TRIMESTRE del 2025, il Pil ha registrato una flessione dello 0,1% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, quando aveva segnato un +0,3%. Su base annua, la crescita è rallentata allo 0,4% (dal precedente +0,7%), con una crescita acquisita per l’anno ferma allo 0,5%. Per l’Istat, la causa principale è da attribuire ai «contributi nulli dei consumi delle famiglie, delle Istituzioni sociali private e della spesa pubblica». Dunque: meno crescono i salari, più si fanno sentire i tagli del patto di stabilità accettato dal governo Meloni, più aumentano i prezzi e più diminuisce la crescita allo zero virgola.
UNA FAMIGLIA CON DUE FIGLI – ha stimato l’Unione Nazionale Consumatori subirà un rincaro annuo pari a 611 euro (erano 606 a luglio). Di questi, 403 euro sono dovuti solo all’aumento del carrello della spesa (contro i 376 di un mese fa) e 384 euro riguardano alimenti e bevande analcoliche. Rincari sentiti in particolare durante l’estate, con il Codacons che ha parlato di «vacanze 2025 all’insegna dei rincari» e di un comparto turistico travolto da aumenti «come uno tsunami». E sta per arrivare la stangata di settembre, tra libri, materiali scolastici e servizi per il rientro in classe.
TRE ANNI DI GOVERNO Meloni ci hanno abituato all’irrisorietà dei rimedi, alcuni dei quali costosissimi e con effetti paradossali. Il «Trimestre anti-inflazione», annunciato in pompa magna, è stato archiviato nel silenzio. Il taglio del cuneo fiscale — misura da oltre dieci miliardi — continua a essere riproposto anche nella prossima legge di bilancio, ma senza effetti strutturali sul potere di acquisto che, in alcuni casi, ha dovuto pagare anche l’aumento delle tasse generato dalla nuova Irpef.
MELONI CONTINUA a vantare dati positivi sull’occupazione, ma dietro la sua stucchevole retorica si nasconde il problema di fondo: cresce sì l’occupazione, ma è occupazione povera. Contratti a tempo indeterminato che garantiscono stabilità formale, senza però adeguata retribuzione né reale tutela. Una dinamica iniziata nel post-Covid, che sotto l’attuale governo si è trasformata in sistema.
I DATI SULCOSTO DELLA VITA, che incide sui salari già bassi, insieme al calo progressivo del Pil, sono l’altra faccia dell’aumento del lavoro povero a tempo indeterminato. Meloni, come del resto i suoi predecessori, continua a dare per inteso che basti un provvedimento governativo sul mercato del lavoro, o nel suo caso l’ingiunzione delle mani, per cambiare qualcosa.
QUESTI SONO ESEMPI di populismo capitalistico che peggiora una situazione già compromessa a danno dei lavoratori, come dimostra l’ultimo quarantennio, Meloni compresa. La perdita di salario che è continuata in maniera macroscopica nell’attuale legislatura lo conferma. Quando si parla di «occupazione» non si parla solo di dati quantitativi legati alle ore lavorate e al numero dei contratti. Bisogna capire cosa si produce, con quale valore, in quali relazioni e secondo quanti investimenti. L’erosione del Pil e le difficoltà salariali confermano che la crescita è della povertà del lavoro. È la logica conseguenza degli interessi che Meloni e le destre difendono e rivendicano alla vigilia della quarta Legge di bilancio, dove si parla di misure fiscali a sostegno dei redditi medio alti e non dell’aumento del potere di acquisto dei salari della maggioranza. Il problema non è tanto il consenso di Meloni tra i dominanti e i ben strutturati, bensì l’inerzia della maggioranza che vive all’insegna del «bisogna adattarsi».
*( Roberto Ciccarelli – Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto».)
01 – Elena Basile*. DALL’UCRAINA A GAZA: IL DOPPIO STANDARD DELL’OCCIDENTE .SE VOGLIAMO AVERE CONTEZZA DELLE CONTRADDIZIONI DELLE OLIGARCHIE ILLIBERALI BISOGNA CONCENTRARSI SUL PENSIERO PROGRESSISTA E STANARE L’IPOCRISIA CHE LO DOMINA.
SONO COLPITA DA COME I MEDIA PIÙ ASCOLTATI RIESCANO A CONTINUARE A SABOTARE I DEBOLI TENTATIVI DI MEDIAZIONE CHE MOSCA E WASHINGTON POTREBBERO RAGGIUNGERE SULL’UCRAINA E PRESENTARSI, INSIEME ALLE CLASSI DIRIGENTI EUROPEE, COME I DETENTORI DI UNA MORALE BASATA SU RULE OF LAW E DIRITTI UMANI. ERA CHIARO AI PIÙ CHE LA DIFESA DI QUESTA NARRATIVA NON ERA CONCILIABILE CON IL SOSTEGNO AL GENOCIDIO IN CORSO A OPERA DI NETANYAHU.
Questo spiega come mai su alcuni giornali del mainstream la denuncia dei crimini di guerra in Cisgiordania, del genocidio di Gaza e del regime fascista di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir sia ormai comune. Articoli che ci consolano e che potrebbero uscire dalla nostra penna. La denuncia del terrorismo di Stato di Israele non è tuttavia accompagnata dalla proposizione realistica di politiche di concreto isolamento del Paese. L’unica possibilità di frenare la hybris israeliana sarebbe costituita dalla fine della cooperazione politico-militare, economica ed energetica con Israele da parte dei Paesi europei. Sanzioni dure, diciotto pacchetti di sanzioni alla stregua di quelle applicate alla Russia, dovrebbero essere fortemente sostenute. Ursula von der Leyen e Kallas potrebbero essere assediate e costrette ad affermare che l’UE ha raggiunto una decisione comune dalla quale si astengono l’Ungheria, l’Italia e pochi altri. Non avviene, purtroppo.
Messi alle strette, i Macron, Starmer e Scholz, per citare i più influenti, che fingono di disapprovare il genocidio, l’apartheid e l’invasione di Gaza, non oserebbero prendere alcuna misura concreta che penalizzi Israele. Si tratta della stessa posizione di tanta parte della diaspora ebraica che si mette la coscienza a posto con la critica al genocidio di Netanyahu, considerato un incidente di percorso di una storia di Israele mai esaminata nelle sue premesse, che hanno determinato i crimini odierni.
Si comprende allora come Trump, Meloni, Orbán e la destra radicale che sta crescendo in Europa non siano poi così differenti dal partito trasversale DEM al potere. È vero che la forma ha una sua rilevanza politica. Tra Hitler e i ceti capitalistici che si esprimevano nei liberali tedeschi, e che hanno permesso l’ascesa del dittatore al potere, esisteva una differenza. Churchill non era Hitler, sebbene durante i primi incontri sia stato favorevolmente colpito dalla personalità del razzista psicopatico. Rimane importante comprendere che la Meloni oggi è al potere perché abbiamo sperimentato la politica del pensiero unico DEM, la cui migliore manifestazione si è avuta in Draghi. E in effetti la destra radicale è oggi sdoganata e benedetta.
IL NOSTRO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, emblema del pensiero liberale e democristiano, progressista, filo-atlantico e subordinato alla lobby dei DEM, convive con la Meloni, sostiene la guerra in Ucraina e, molto cautamente, ha iniziato a pronunciare qualche parola di condanna contro la violenza esercitata contro i Palestinesi, i nuovi paria, i nuovi ebrei. Per stanare i farisei di regime, le opposizioni dovrebbero, con una mobilitazione costante in Parlamento e nella società civile, pretendere dai governi europei sanzioni durissime e l’isolamento dello Stato canaglia. Disperdersi in mille iniziative, rilevanti in quanto prova dell’indignazione civile ma prive di effetto, non giova alla nostra causa.
Ho letto con molto interesse gli articoli di Migone e D’Orsi, di cui ammiro da tempo il pensiero e la passione civile. Dubito tuttavia che riusciremo a resuscitare i caschi blu dell’ONU, che dovrebbero cimentarsi in un confronto militare con Israele coperto e difeso dagli USA. Cina, Russia e Paesi arabi non potrebbero sostenere un’azione in grado di provocare un’escalation verso la terza guerra mondiale. La sola azione unitaria che rimane è una guerra economica a Israele. Cerchiamo di svelare l’ipocrisia dei DEM al potere per mostrare all’opinione pubblica moderata e manipolata che essi non sono diversi da Trump o dalla destra radicale che si fa i selfie con Netanyahu. Si potrà in questo modo ricostruire il filo di una politica europea che ha tradito i suoi principi ed è divenuta, come volevano i suoi artefici da Draghi a Gentiloni, da Macron a Starmer, il braccio operativo della NATO per le guerre imperiali in Ucraina come in MO.
Nel discorso surrealistico di Rimini, Draghi ha criticato l’UE che si arrende a Trump, accettando i dazi e il diktat su energia e investimenti. Ha finto di non sapere che l’UE mercato e burocrazia sottomessa alle lobby degli affari è stata costruita da lui, da Monti, da Prodi, da Gentiloni e dai loro colleghi europei. Almeno i nordici e i britannici non piangono lacrime di coccodrillo. Loro sanno bene che l’UE odierna è una cinghia di trasmissione degli interessi di BlackRock. L’osmosi è evidente. Il cancelliere Scholz, come è noto, lavorava per Larry Fink. Le politiche neoliberiste e di austerità, volute fortemente da Draghi, sono state alla base della dipendenza dell’Europa dal capitalismo finanziario USA, dell’affossamento dell’euro, di una relazione debitori-creditori che è stata a vantaggio dei creditori. I debitori, chiamati gentilmente PIIGS, hanno ceduto sovranità economica senza ottenere solidarietà e meccanismi di compensazione.
L’accettazione del sistema creato a Maastricht e dei fiscal compact ha portato a un drenaggio di risorse dai più poveri Stati meridionali ai più ricchi del Nord. Il “quantitative easing”, le iniezioni di liquidità promosse da Draghi a imitazione di quanto andava facendo la FED a Washington, e le politiche di austerità hanno contribuito alla crescita dei profitti bancari e finanziari a spese delle classi lavoratrici europee. Chiedere oggi un mercato di capitali europei, debito comune, unione bancaria e fiscalità comune da parte di Draghi è un paradosso tragicomico.
L’UE CHE QUESTA CLASSE DIRIGENTE HA VOLUTO È STATA UN’ORGANIZZAZIONE BUROCRATICA, DOMINATA ECONOMICAMENTE DAI TEDESCHI E COLONIA GEOPOLITICA DEGLI USA. L’allineamento alle guerre dei neoconservatori USA in Ucraina e Medio Oriente ha tolto all’UE quel residuo di dignità che le era rimasto. Il tradimento degli interessi del popolo europeo è eclatante. Draghi ha inoltre difeso a Rimini l’integrazione UE, fingendo di non sapere che essa, senza legittimità democratica, rafforzerebbe la burocrazia al servizio dell’imperialismo USA.
L’UE FEDERALE NON PUÒ ESSERE COSTRUITA CON PICCOLI EMENDAMENTI. Non è il voto a maggioranza che renderà l’UE capace di una politica estera autonoma e di perseguire gli interessi geopolitici ed economici delle classi lavoratrici europee. Il popolo europeo esiste se viene individuato un interesse comune basato sul compromesso geopolitico ed economico tra Nord e Sud dell’Europa. L’interesse comune esiste se ci limitiamo all’Europa continentale del nocciolo duro, non a quella dei 27 Stati, di cui una buona parte vuole soltanto partecipare ai benefici economici e obbedire agli interessi di Washington.
L’Europa federale, unione politica democratica, si può perseguire soltanto con una rivoluzione dell’impianto istituzionale e una revisione importante dei Trattati. Il progetto di Draghi e di Gentiloni è tuttavia differente: essi perseguono una UE burocratica e asservita agli interessi non di Trump ma dello stato profondo USA, del partito trasversale DEM di cui la loro carriera politica è debitrice. Bisogna vincere le resistenze nazionali e statali, la maggioranza deve schiacciare la minoranza per rafforzare il potere di un’organizzazione senza anima che ha tradito gli ideali di pace e prosperità, il sogno federale e di una politica estera basata sull’autonomia strategica da Washington, lo Stato sociale, un modello di società opposto a quello neoliberista statunitense. Lo stato profondo USA si sposta a Bruxelles. L’Occidente non si è spezzato: rantola e sopravvive nel contrasto ai parvenu alla Trump, generati da un sistema fallito.
RIPETITA IUVANT E CON RILUTTANZA RITORNO SULLA POSSIBILE PACE IN UCRAINA. Premetto che la difesa delle ragioni geopolitiche della Russia mi porta soltanto svantaggi, ad esempio l’ostracismo dell’establishment, la mancanza di incarichi cosmetici e danarosi che tanti ex ambasciatori ottengono, soprattutto la mancanza di recensioni sui giornali più letti e nei media più ascoltati dei miei sette libri di narrativa. Sono l’unica donna in Italia, ex ambasciatrice, che scrive romanzi e racconti. Soltanto per questo dovrei forse ricevere un minimo di attenzione, di critica anche soltanto negativa. Premessa necessaria per rispondere ai filoatlantici, che dalle loro esternazioni a favore della narrativa NATO traggono benefici e prebende. Con una protervia unica gli stessi accusano i dissenzienti di filo putinismo, come se noi avessimo dei tornaconti personali, come loro, nell’ascoltare la nostra coscienza e nell’analizzare le dinamiche internazionali con onestà intellettuale.
La Russia non ha chiesto il vertice in Alaska ma lo ha concesso. Il Paese avanza sul campo militare e il tempo gioca a suo favore. Avanza lentamente per non sprecare le vite dei russi e per non commettere crimini di guerra contro una popolazione affratellata come quella ucraina. Potrebbe radere al suolo le città come noi abbiamo fatto con Dresda, oppure più recentemente con Baghdad. Invito coloro che si deliziano nel chiamare Putin il mostro, il macellaio, a spiegarmi il contrario. Contiamo le vittime civili di questo conflitto e paragoniamo il numero con altri conflitti durati tre anni. Cerchiamo di essere onesti. Soprattutto, vergognamoci di paragonare la Russia a Israele.
Mosca non ha cambiato la sua posizione. Vuole una pace durevole in Europa che annulli le cause del conflitto. La neutralità ucraina deve tornare in costituzione, il Paese deve essere smilitarizzato oppure contare su un esercito nazionale ridimensionato, non su una piattaforma occidentale, anglosassone per l’attacco alla Russia.
I territori occupati, soprattutto quelli già annessi del Donbass, le cui popolazioni russofone, bombardate dal governo centrale ucraino con la complicità occidentale durante la guerra civile durata otto anni, hanno da tempo espresso il desiderio di fare parte della Russia. Dopo tre anni di guerra Mosca, che per tasso demografico decrescente, estensione della sua superficie e materie prime non è interessata alla conquista di nuovi territori, non potrà che fare minime concessioni. La maggiore è fermarsi. No Ucraina nella NATO significa no NATO in Ucraina. La Russia considera la NATO ai suoi confini una minaccia esistenziale. Le garanzie di sicurezza NATO all’Ucraina permetterebbero a Kiev di ritornare con mille provocazioni al conflitto, trascinando i Paesi NATO o alcuni di essi. Le garanzie possono essere soltanto quelle dei Paesi europei e BRICS, come comprenderebbe anche un bambino, in nome dell’equità e di una pace duratura. Altre concessioni vi potrebbero essere in un negoziato aperto con un Occidente che ha cambiato postura, elimina le sanzioni e torna ai principi di Helsinki, difesi recentemente dal Papa.
GLI EUROPEI E IL LORO FANTOCCIO, ZELENSKI, chiedono invece il cessate il fuoco che consentirebbe all’Ucraina di meglio armarsi e riprendere la guerra. Impongono condizioni alla potenza che vince sul campo militare, cosa mai vista nella storia, e accentuano una postura bellicista, continuando a utilizzare Kiev per erodere il potere russo, in accordo al piano ben illustrato da Brzezinski nella Grande scacchiera pubblicata nel 1997. Si permettono ancora di affermare che l’Ucraina entrerà un giorno nella NATO. Esitano tuttavia a farla entrare in Europa, malgrado Putin abbia affermato di non essere contrario a un percorso di avvicinamento di Kiev all’UE.
Qualcuno ha avuto la brillante idea di affermare che le sorti del conflitto con la Russia possono essere mutate come è avvenuto con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Dimenticano che all’epoca non avevamo l’arma nucleare, un piccolo dettaglio che strateghi e politici occidentali continuano a cancellare. La Russia in caso di sconfitta, essendo la NATO molto più potente politicamente, economicamente e militarmente, ricorrerebbe all’arma nucleare in propria difesa, come è chiaramente sancito nella dottrina militare russa. A prescindere dal nucleare, Mosca può essere sconfitta da un’entrata in guerra, con gli stivali sul campo, di americani ed europei per contrastare un milione e trecentomila unità russe. Proporrei che i figli dei leader guerrafondai diano l’esempio e comincino da ora a combattere per Kiev.
Vaneggiano. Non so se ne sono consapevoli. In effetti per ora obbediscono agli ordini. Bisogna continuare il conflitto fino all’ultimo ucraino a beneficio della finanza e delle lobby delle armi. Naturalmente non lo confessano la sera guardandosi nello specchio. Non ascoltano il grillo parlante come Pinocchio, si sono ormai immedesimati nei loro alibi, nella favola di Parsi: la difesa di una democrazia aggredita contro un mostro, un autocrate senza scrupoli.
In Medio Oriente il progetto del Grande Israele continua. La tappa più recente è costituita dall’invasione di Gaza. Il governo neonazista di Netanyahu realizza in modo coerente la cancellazione di un popolo, massacrato, torturato, affamato. Bambini mutilati, denutriti, senza soccorsi sono ritratti da giornalisti e civili palestinesi. Al netto della retorica, dei piagnistei e dei finti riconoscimenti della Palestina, l’Occidente è complice del genocidio. Soltanto la fine di ogni cooperazione politica, economica e militare, accompagnata da sanzioni economiche durissime, potrebbe temperare la violenza di uno Stato canaglia come Israele. Tel Aviv attacca i vicini contro ogni norma internazionale. Gli Houthi sono, come gli Hezbollah, gli unici che sulla propria pelle si ribellano all’azione nazista di Israele, incarnando un’eroica resistenza. Sono puniti da una potenza militare, nucleare e tecnologica senza uguali nella regione.
IL GOVERNO DELLA DESTRA MESSIANICA ISRAELIANA HA BISOGNO DELLE GUERRE PER RESTARE IN PIEDI. Le campagne contro la Siria, il Libano, l’Iran si alternano a quelle contro Gaza. Il 7 ottobre ha reso maggiormente evidente l’illegalità internazionale, l’ideologia nazista e razzista e la violenza militare di un Paese che, tuttavia, in passato non ha rispettato il diritto internazionale e le Risoluzioni, anche quelle vincolanti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha colonizzato terre non proprie, ha creato forme di apartheid, ha incarcerato minori, ha praticato la tortura contro civili inermi, non solo contro i miliziani di Hamas. In Cisgiordania il sopruso razzista e l’illegalità non sono cessati, malgrado Hamas non esista in questo territorio vessato da decenni da Tel Aviv.
HAMAS È UN’ORGANIZZAZIONE DEDITA ALLA LOTTA ARMATA, SEGRETAMENTE FINANZIATA DALLA CIA E DA ISRAELE CONTRO AL-FATAH AL FINE DI ROMPERE L’UNITÀ PALESTINESE. È stata eletta democraticamente e nel 2007 ha cercato un dialogo politico. L’Occidente non ha mai voluto iniziare con Hamas quel processo virtuoso realizzato con l’OLP, nata come organizzazione terrorista e che ha permesso i negoziati di Oslo. Dal 2000 in poi la destra israeliana ha sconfessato la soluzione dei due Stati e il progetto del Grande Israele è stato portato avanti con la complicità dell’Occidente.
Queste premesse hanno portato al genocidio odierno, giustificato dall’attacco subito il 7 ottobre, un attacco feroce e terrorista anche contro la popolazione civile. Si attende, tuttavia, un’inchiesta indipendente internazionale al fine di verificare quanti morti siano dovuti al fuoco amico e alla direttiva israeliana Hannibal, che permette l’uccisione da parte dell’esercito nazionale di civili israeliani al fine di non farli divenire ostaggi. Le atrocità attribuite dalla propaganda occidentale a Hamas, quali decapitazione di bambini e stupri di donne, sono state smentite. Si deve ancora verificare se il governo israeliano ha peccato di negligenza o di complicità, al fine di permettere l’attacco del 7 ottobre, utilizzato da Netanyahu e dall’Occidente come alibi per giustificare il genocidio del popolo palestinese.
TUTTI GLI INTELLETTUALI, GLI ATTIVISTI E GLI ESPERTI GIURIDICI DELL’ONU SONO COSTRETTI DALLA STAMPA DI REGIME A UNA CONDANNA ASTORICA E MORALISTICA DEL TERRORISMO DI HAMAS, PER POTER DARE CREDIBILITÀ ALLA DENUNCIA DELLE ATTIVITÀ CRIMINALI DI ISRAELE.
La verità è che Hamas esiste perché esiste la violenza razzista e illegale di Israele contro una popolazione indifesa. Condannare Hamas senza tenere conto della realtà storico-politica nella quale nasce è un’operazione sottoculturale e di regime.
Se ci fsse stata la volontà politica israeliana e occidentale, oggi in Palestina avremmo due Stati che convivono e hanno risolto diplomaticamente le loro controversie. Come ho scritto in Occidente e il nemico permanente, il fallimento della diplomazia è dovuto in gran parte all’Occidente e alle lobby di Israele. I Paesi arabi hanno perseguito i propri interessi, utilizzando la causa palestinese per i propri giochi geopolitici. La miopia politica di al-Fatah e il massimalismo hanno contribuito a far morire un dialogo a vantaggio dei Palestinesi. Il terrorismo di Hamas è una conseguenza di un quadro geopolitico, di un processo storico e della distruzione del multilateralismo.
Repetita iuvant, ma la lotta è impari. Il soft power occidentale è invincibile. La maggioranza è manipolata o impotente. L’autoritarismo avanza. L’assurdo è che l’Occidente, artefice principale dell’illegalità internazionale e del disordine nel quale viviamo, si presenta come il difensore della pace, della democrazia e dei diritti umani. Orwell, uno scrittore visionario, aveva previsto la manipolazione a opera di un potere dittatoriale e l’adesione surrealistica della società civile. L’assurdo e il grottesco sono le dimensioni consone al XXI secolo.
*(Elena Basile – scrittrice ed editorialista per Il Fatto Quotidiano, è stata Ambasciatrice italiana in Svezia e in Belgio.)
02 – 246 GIORNALISTI E OPERATORI DEI MEDIA SONO STATI UCCISI NELLA STRISCIA DI GAZA DALL’ESERCITO ISRAELIANO TRA IL 7 OTTOBRE 2023 E IL 26 AGOSTO 2025. UN DATO CHE NON HA PRECEDENTI.
Nello stesso periodo almeno in 520 sono stati feriti da proiettili o missili israeliani, mentre i familiari di giornalisti uccisi sono oltre 800. Israele ha distrutto 115 strutture o centri logistici dei media nella Striscia mentre in Cisgiordania e a Gerusalemme ha chiuso 12 tipografie sgradite e “spento” cinque canali.
Secondo i dati raccolti dal Sindacato dei giornalisti palestinesi, dall’ottobre 2023 sarebbero stati registrati 206 casi di arresto e detenzione di colleghi da parte delle autorità israeliane: 55 restano detenuti nelle carceri israeliane, tra cui cinque giornalisti che erano già stati imprigionati prima del 7 ottobre di due anni fa. Farah Abu Ayash di Beit Ummar a Hebron risulta ancora rinchiusa in isolamento nel centro di detenzione di Moskobiya.
Si sono perse le tracce di Nidal Al-Wahidi e Haitham Abdul Wahid, “il che costituisce un vero e proprio crimine di sparizione forzata in chiara violazione del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario e della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate adottata dalle Nazioni Unite e in vigore dal 2010”, come denuncia il Sindacato.
Il nostro pensiero va a loro, e non da oggi. Esattamente un anno fa pubblicavamo infatti il podcast “La guerra dei giornalisti” di Anna Maria Selini, dedicato proprio ai reporter sotto attacco a Gaza, in Israele e nei Territori occupati. Puoi ascoltarlo dal nostro sito o sulle principali piattaforme. Intervengono Nahum Barnea, Ugo Tramballi, Haggai Matar, Anton Abu Akleh, Shuruq As’ad, Nasser Abu Baker, Yehuda Shaul, Duccio Facchini, Andrea De Domenico, Amira Hass. Materiale utilissimo per comprendere l’attualità e provare a restare umani.
AIUTACI A DIFFONDERLO
03 – Andrea Carugati*: MELONI AL MEETING, CROCIATA CONTRO GIUDICI E MIGRANTI – LO SHOW «LE TOGHE NON CI FERMERANNO». PROMETTE AIUTI ALLE FAMIGLIE, CASE A BASSO COSTO PER GIOVANI COPPIE E ALTRI SOLDI PER LE SCUOLE PRIVATE, CITA SANTI E PAPI, INVITA AL PENTIMENTO I «PROFETI DI SVENTURA»
(ndr. INCREDIBILE. Italiani senza memoria)
INVIATO A RIMINI
Madre e cristiana, ma assai poco misericordiosa, soprattutto verso i migranti e i giudici che fanno «invasioni di campo» sbarrando la strada ai suoi campi di detenzione in Albania.
Giorgia Meloni si presenta al Meeting di Rimini fresca di vacanze, il viso paonazzo per l’abbronzatura, e cita papi, preti e santi, quasi una litania, per mostrarsi devota che di più non si può. E pronta a fare «ogni sforzo» per frenare l’inverno della denatalità aiutando le famiglie: con un piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie (progetto a cui stava lavorando Salvini a cui lei soffia l’annuncio).
Invoca una «società amica delle famiglie» senza citare mai la questione dei salari, tanto che sarà poi il leghista a ricordarle che con gli stipendi fermi a venti anni fa mettere su famiglia è quasi impossibile. Lei si concentra sulle promesse di nuovi denari per le scuole private, tanto care ai ciellini: «Dobbiamo assicurare la libertà educativa anche alle famiglie con minori risorse, basta con i pregiudizi contro la parità scolastica». A Maurizio Lupi brillano gli occhi.
SI DICE «PRAGMATICA» ma è a suo agio solo nell’ideologia, quando prende a sassate la sinistra dei «cattivi maestri» che hanno definito «la genitorialità un concetto arcaico e patriarcale». «Non c’è nulla di moderno nell’affittare l’utero di una donna povera, nel privare per legge un bambino della figura del padre o della madre». A suo agio anche quando cita don Giussani per rivendicare lo stop al reddito di cittadinanza: «Un uomo disoccupato soffre un attentato grave alla coscienza di se stesso».
Non c’è spazio per lotte e diritti. «Tra imprenditori e lavoratori serve condivisione, non scontro. Non ho mai conosciuto un datore di lavoro che non considerasse i dipendenti la sua risorsa più preziosa». In trance a tratti mistica, si inerpica a più riprese nell’esegesi di T.S. Eliot, a partire dalla frase che dà il titolo al Meeting 2025, «Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi». «Nel deserto di Eliot, un mondo dove non c’è spazio per la tensione spirituale, ci sono elementi in comune con la storia di Atreju, sapete bene quanto conta per me la sua lotta contro il Nulla».
TRA UNA CITAZIONE E L’ALTRA, arrivano le bordate politiche. «Ogni tentativo che verrà fatto di impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione illegale verrà rispedito al mittente: non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di fare rispettare la legge, di garantire la sicurezza dei cittadini, di combattere gli schiavisti del terzo millennio». E ancora: «Andremo avanti con la riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare».
Avanti, aggiunge con toni roboanti, «non per sottomettere il potere giudiziario a quello politico, ma per rendere la giustizia meno condizionata dalla mala pianta delle correnti, per liberarla dalla politica». Sembra di risentire Berlusconi, molto amato al Meeting negli anni d’oro, ma qui non c’entrano le aziende di famiglia: il disegno di sottomissione delle toghe è tutto politico.
E in fondo era dai tempi del Cavaliere che un premier politico in carica non veniva accolto con tanto calore dal popolo ciellino. Con Bernard Scholz, presidente della Fondazione Meeting, che lancia la standing ovation iniziale con parole al miele: «Cara presidente, anche chi non condivide il suo orientamento politico deve riconoscere che lei sta rappresentando il suo governo a livello internazionale con grande senso di responsabilità, coraggio, sincerità e affidabilità». Meloni ringrazia, si alza in piedi a mani giunte, le scappa pure una lacrima.
Ma, al netto delle affettuosità, la premier arriva e se ne va dalla fiera di Rimini senza visitare neppure uno stand o stringere la mano a un volontario. Blindatissima, coi ragazzi del servizio d’ordine con le magliette verdi catechizzati a dovere: «I giornalisti non si possono avvicinare». Un’ossessione già manifestata nel famoso fuori onda di qualche giorno fa a Washington, e che si mostra in modo plastico tra i ciellini, con volontari che prendono per le braccia i cronisti.
TONIFICATA DA TANTA STIMA, Meloni apre il fuoco contro chi aveva pronosticato che la politica estera sarebbe stato il suo «tallone d’Achille»: «Spero che quei profeti di sventura siano ora contenti di essersi sbagliati». Su Netanyahu qualche ovvietà sulla sproporzione tra l’attacco subito il 7 ottobre 2023 e la macelleria di Gaza. E la blanda richiesta, senza alcuna ipotesi di sanzioni che pure il governo potrebbe decidere, di «fermare l’occupazione di Gaza e l’espansione delle colonie in Cisgiordania». Ricorda che «l’Italia è il primo paese non musulmano nel numero di evacuazioni sanitarie da Gaza». Mentre qualcuno, e cioè le opposizioni, «scrive mozioni e urla slogan, noi salviamo vite umane».
Meloni si concede anche una affilata carezza a Mario Draghi, che proprio qui al Meeting qualche giorno fa aveva denunciato i rischi di «irrilevanza» dell’Europa. Critiche che «condivido così tanto da averle formulate molto spesso nel corso degli anni, tanto da venire criticata aspramente anche da chi oggi si spella le mani. Sapevo che prima o poi tutti avrebbero dovuto fare i conti con la realtà».
CRITICHE CONDIVISE ANCHE da Salvini, che contesta però la medicina di Draghi: «Serve meno Europa, non di più, bisogna tornare alla Cee». Il leghista arriva al Meeting all’ora di pranzo, mentre Meloni sta ancora parlando. I tentativi di un incontro tra gli stand a favore di telecamere, perorati da Salvini e dagli organizzatori, si infrangono contro il muro di Meloni, che fugge subito verso San Patrignano, per una visita privatissima.
Il leghista annulla il punto stampa previsto per le 13, sarebbe stato uno sgarbo all’alleata che stava ancora parlando, e inizia a girovagare tra gli stand come un’anima in pena, per due ore, fino a quando trova pace in quello del Mit, dove viene intervistato da Maria Antonietta Spadorcia, vicedirettrice del Tg2 in quota Lega. Definisce «guardonismo d’agosto» le domande sul mancato incontro con Meloni. «Ci siamo sentiti al telefono, come facciamo quasi ogni giorno per lavoro». E rinfocola lo scontro con Macron: «Non l’ho insultato, gli ho detto che a combattere in Ucraina ci va lui, non i soldati italiani. E “taches al tram” è un modo di dire simpatico in milanese. Lo inviterò sulla prima auto che attraverserà il ponte di Messina».
In mezzo a questo teatrino, affiora anche per un tema serio: la proposta di Giorgetti di un contributo dalle banche per la manovra, già tentato gli anni scorsi e stoppato anche stavolta da Tajani. Salvini rincara: «I soggetti economici che hanno guadagnato 46 miliardi possono dare un contributo alle famiglie ella crescita. Già da questa manovra».
*( ANDREA CARUGATI. Giornalista professionista, fotografo, autore di libri, produttore cinema e tv. Ho lavorato per ANSA per oltre vent’anni in qualità prima di redattore)
04 – Andrea Fabozzi*: UNA POTENTE METAFORA DELLA NOSTRA EPOCA – RIMINI E MISFATTI LA POLITICA ESTERA, QUELLA CHE PER «I PROFETI DI SVENTURA» SAREBBE DOVUTA ESSERE IL PROBLEMA PRINCIPALE DELLA PRIMA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO POST FASCISTA, È STATA INVECE L’OCCASIONE PER IL SUO COMPLETO SDOGANAMENTO, PER LA LEGITTIMAZIONE DI UNA LEADER CON LA FIAMMA NEL SIMBOLO E NEL CUORE.
Lei, che non rinuncia mai a marcare il territorio, si riferiva ad Atreju, l’eroe della sua gioventù (nazionale). E anche a Thomas Stearns Eliot, l’autore della citazione scelta quest’anno dal Meeting, «un autore a me molto caro» che se rileggesse oggi giudicherebbe un antisemita. Ma noi potremmo dirlo di lei stessa, dopo averla ascoltata in mezzo agli applausi del pubblico di Comunione e liberazione: Giorgia Meloni è «una potente metafora della nostra epoca».
Perché ha ragione quando dice che la politica estera, quella che per «i profeti di sventura» sarebbe dovuta essere il problema principale della prima presidente del Consiglio post fascista, è stata invece l’occasione per il suo completo sdoganamento, per la legittimazione di una leader con la fiamma nel simbolo e nel cuore.
Ma non perché è riuscita a fare dell’Italia «una nazione forte, fiera, schietta e leale», come ha detto alzando i toni e guardando negli occhi un nemico inesistente – almeno a Rimini. Quelle sono chiacchiere da propaganda. Se si è trovata inaspettatamente eppure perfettamente a suo agio nel consesso internazionale è perché il panorama è cambiato rispetto ai tempi in cui strillava dall’opposizione contro l’Europa, i suoi codici e i suoi istituti, il debito comune e i vaccini. Per quella che è oggi l’Unione europea, Meloni che fino a ieri proponeva nei fatti di uscirne, disapplicandone i trattati, è l’interprete ideale.
Infatti agli osannanti ciellini ha potuto spiegare che la via per far tirare fuori l’Europa da quella crisi che indica anche Draghi (da tempo un suo riferimento) è fare esattamente quello che Trump si aspetta che faccia. Arrendersi come si è arresa sulle tariffe che vuole Washington, impegnarsi come si è impegnata a comprare senza dazi qualunque cosa dagli Stati uniti, dal maiale anabolizzato al gas sette volte più caro. Alle armi, naturalmente. Una tragedia soprattutto per l’Italia il suo debito e le sue produzioni, ma «il prezzo della libertà» secondo una versione riveduta e assai corretta del sovranismo.
Nemmeno l’urlo imperiale della presidente del Consiglio, «non c’è giudice che ci fermerà», riesce a fare scandalo. Come dovrebbe farlo chi non riconosce altra autorità al di fuori del suo governo e di se stessa, non il diritto costituzionale ed europeo che i tribunali gli hanno imposto di rispettare nella guerra ai migranti. Ma ormai anche su questo l’Unione europa è più in sintonia con Meloni che con le sue antiche Carte e i suoi vecchi principi, tra cui il diritto di asilo, ormai in via di smantellamento. E poi che scandalo dovrebbe fare la premier italiana che strilla mentre il presidente americano già licenzia o fa arrestare chi dissente. La donna, la madre e la cristiana non sono più un’inquietante stranezza. Sono una metafora.
*(Andrea Fabozzi – Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. E’ direttore del manifesto dal 2024)
05 – Roberto Pietrobon*: «INFILTRATI DI TRUMP IN GROENLANDIA», L’IRA DEL GOVERNO IN DANIMARCA – LO SCOOP I SERVIZI DANESI HANNO SCOPERTO UNA RETE MAGA SULL’ISOLA ARTICA. L’AMBASCIATORE NON SMENTISCE: «IL NOSTRO GOVERNO NON PUÒ CONTROLLARE PRIVATI CITTADINI»
«Uomini con legami con Trump stanno cercando di infiltrarsi in Groenlandia». Sono le 6 di ieri mattina quando l’emittente televisiva pubblica danese Dr lancia il suo scoop per denunciare il tentativo di almeno tre statunitensi, con legami con il presidente Usa e il mondo Maga, di infiltrarsi nella società groenlandese per favorire la nascita di un movimento secessionista dalla corona danese. L’inchiesta della tv pubblica di Copenaghen si basa su almeno otto testimonianze dirette di cittadini dell’isola artica che avrebbero avuto contatti con gli emissari trumpiani. Uno di questi avrebbe già stilato, nei mesi scorsi, una lista di groenlandesi favorevoli all’annessione agli Stati uniti.
Queste azioni rappresentano, di fatto, la terza fase della strategia della nuova presidenza americana per portare a termine un obiettivo già enunciato durante il primo mandato di Trump e ribadito appena è stato rieletto nel novembre scorso: la Groenlandia deve diventare statunitense.
Già ad inizio anno il presidente Usa aveva inviato nella capitale Nuuk il figlio Donald junior che, per un pomeriggio, aveva girato per le case della città groenlandese, distribuendo cappellini Maga e ricevendo inaspettate porte in faccia da cittadine e cittadini comuni, niente affatto persuasi di passare dalla corona danese al cappellino trumpiano. Nonostante le frasi di circostanza pronunciate dal padre, la visita del figlio non aveva dato l’esito sperato.
Per questo è andata in scena una seconda fase con la visita del vicepresidente Usa J.D. Vance lo scorso 29 marzo, a due settimane dalle elezioni anticipate volute dall’allora premier di sinistra Múte Bourup Egede. Appena prima dell’arrivo di Vance i “democratici” (liberali e vincitori delle elezioni), socialdemocratici e sinistra indipendentista avevano però formato un esecutivo chiaramente contrario all’annessione con gli Usa estromettendo proprio il Narelaq, partito considerato di simpatie trumpiane. La visita di Vance si è quindi limitata a un breve giro presso la base militare statunitense sull’isola e a parole di circostanza sull’ «amicizia che lega il popolo americano a quello groenlandese».
Questa terza fase, secondo Dr, sarebbe un chiarissimo tentativo di “soft power” e a riguardo ha riportato una nota del Pet (l’intelligence danese) che ha affermato di essere a conoscenza di questi tentativi di infiltrazione: «Ciò potrebbe essere fatto sfruttando disaccordi esistenti o inventati, ad esempio in relazione a casi individuali noti o promuovendo o rafforzando determinate opinioni in Groenlandia riguardo al Regno di Danimarca e agli Stati uniti o ad altri paesi con un interesse speciale in Groenlandia».
La notizia degli infiltrati ha subito unito tutta la politica danese che ha bollato come «inaccettabile» queste interferenze chiedendo immediati chiarimenti dall’amministrazione Usa. Per ora l’ambasciata statunitense a Copenaghen ha inviato una risposta da parte di un rappresentante del governo statunitense che non smentisce né prende le distanze dai fatti: «Singoli cittadini statunitensi possono avere interessi in Groenlandia. Il governo degli Stati uniti non controlla né dirige le azioni dei privati cittadini».
Mentre è proprio l’amministrazione Trump ad aver sospeso, la scorsa settimana, il progetto del parco eolico che avrebbe dovuto fornire elettricità a 350mila abitazioni tra il Rhode Island e il Connecticut per un valore di 1,5 miliardi di dollari. Il progetto, già completato all’80% con 45 turbine (su 65) già installate, è del colosso danese Orsted – le cui azioni in borsa in questi giorni sono crollate.
*( Roberto Pietrobon. (Biella, 1978), dottore in scienze pedagogiche, è maestro di scuola primaria. Giornalista pubblicista ha scritto per «Liberazione»,
06 – USA DAZI ZERO, RESA PREVENTIVA DELLA UE – USA-UE L’UNIONE EUROPEA CERCHERÀ DI ACCELERARE L’ITER LEGISLATIVO ENTRO LA FINE DELLA SETTIMANA PER RIMUOVERE TUTTI I DAZI SUI BENI INDUSTRIALI STATUNITENSI. (ndr)
L’Unione Europea cercherà di accelerare l’iter legislativo entro la fine della settimana per rimuovere tutti i dazi sui beni industriali statunitensi, una richiesta avanzata dal presidente Trump prima che gli Stati Uniti abbassino i dazi sulle esportazioni di automobili europee. Lo scrive l’agenzia Bloomberg.
Per fonti vicine alla questione, la Commissione europea – titolare delle questioni commerciali per l’Ue – concederà anche tariffe preferenziali su determinati prodotti agricoli e ittici. L’Ue ha ammesso che l’accordo commerciale raggiunto con Trump favorisce gli Usa, ma che è necessario per garantire stabilità e certezza alle imprese. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen lo aveva precedentemente descritto come «un accordo solido, se non perfetto».
07 – HEBRON, SOLDATI NELLE SCUOLE: ARRESTI E CONFISCHE – CISGIORDANIA NEL QUARTIERE SHEIKH I MILITARI HANNO FATTO IRRUZIONE IN SEI SCUOLE, ARRESTATO ALCUNI INSEGNANTI DAVANTI AGLI ALUNNI E CONFISCATO LIBRI SCOLASTICI.(*)
Ieri mattina, in Cisgiordania, l’esercito israeliano ha compiuto numerosi arresti in diverse città. Tra le più colpite Hebron, dove nel quartiere Sheikh i militari hanno fatto irruzione in sei scuole, arrestato alcuni insegnanti davanti agli alunni e confiscato libri scolastici. Immediata la protesta del ministero dell’educazione dell’Autorità nazionale palestinese che ha denunciato anche violenze fisiche sui docenti. Intanto mercoledì l’Onu, in vista della ripresa dell’anno scolastico, ha ricordato come «i bambini palestinesi di Gaza saranno privati dell’educazione per il terzo anno consecutivo».
*(Redazione: Il Manifesto)
08 – Mattia Marasti *: IL CAPITALISMO CORROTTO DELLA PRESIDENZA TRUMP – LA POLITICA COMMERCIALE DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP STA APRENDO SCENARI INEDITI. I DAZI IMPOSTI SULLE IMPORTAZIONI, A PARTIRE DAI PAESI EUROPEI, COSTITUISCONO UN NETTO CAMBIAMENTO RISPETTO ALLE POLITICHE DI APERTURA AL COMMERCIO E ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI CHE HANNO CONTRADDISTINTO IL MONDO NEGLI ULTIMI DECENNI.
Allo stesso tempo, sul fronte economico domestico, l’amministrazione Trump ha imboccato una strada votata a un controllo sempre più opprimente su agenzie indipendenti. Un esempio è il licenziamento di Erika McEntarfer del Bureau of Labor Statistics (BLS), accusata senza prove di aver manipolato i dati per far apparire pessimi i risultati economici dell’amministrazione.
L’accordo con Trump è una trappola per l’Unione Europea: gli errori di Germania e Italia
Le indiscrezioni degli ultimi giorni sugli accordi che l’amministrazione è intenzionata a fare anche con il settore privato, a partire dal gigante dei chip Nvidia, rendono la situazione ancora più preoccupante per quel che riguarda la degenerazione degli Stati Uniti in uno stato in cui la commistione tra potere politico ed economico raggiunge livelli inesplorati.
DI COSA PARLIAMO IN QUESTO ARTICOLO:
• L’IMPOSTA SULLE ESPORTAZIONI E LA GIUSTIZIA SECONDO TRUMP
• IL PERICOLO DEL CAPITALISMO TRUMPIANO
• LA COMPETIZIONE CON LA CINA SULL’AI
• LA SICUREZZA NAZIONALE È A RISCHIO?
• I TENTACOLI DELL’AMMINISTRAZIONE SUL RESTO DELL’ECONOMIA
L’IMPOSTA SULLE ESPORTAZIONI E LA GIUSTIZIA SECONDO TRUMP.
NEL MESE DI AGOSTO, COME RIPORTA IL GUARDIAN, SI SONO SVOLTI A PORTE CHIUSE COLLOQUI TRA I CEO DELLE BIG TECH E L’AMMINISTRAZIONE TRUMP. AL CENTRO DELLA DISCUSSIONE LA GUERRA COMMERCIALE CON LA CINA CHE RISCHIA DI METTERE A DURA PROVA LE AZIENDE AMERICANE DEL SETTORE.
Tra questi incontri, però, uno ha destato particolare attenzione. Riguarda gli accordi che l’amministrazione Trump avrebbe preso con due aziende come Nvidia e la rivale Advanced Micro Devices (AMD). Entrambe le aziende lavorano nel campo dei semiconduttori e quindi dell’Intelligenza artificiale (AI), con la produzione di processori e schede grafiche. Più in generale, sono legate alla produzione di chip, una piastrina di silicio che permette di svolgere le operazioni necessarie per l’elaborazione delle informazioni. Questi chip sono alla base della moderna elettronica e in particolare delle risorse computazionali necessarie per lo sviluppo dei modelli di AI.
Durante il colloquio si sarebbe delineata una licenza per esportare verso la Cina. In particolare, per vendere alcuni chip, come l’H20 di Nvidia e l’MI308 di AMD, le aziende dovranno poi versare il 15 per cento dei ricavi ottenuti nelle casse federali. Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha poi dichiarato che questo tipo di accordo rappresenterebbe un modello replicabile anche in futuro. Il suo contenuto ha generato perplessità tra gli esperti, su vari fronti.
C’è prima di tutto un aspetto giuridico da considerare. Di fatto si è delineata un’imposta sulle esportazioni. La Costituzione degli Stati Uniti, articolo I sezione 9 clausola 5, vieta di imporre tasse o tributi nei confronti delle esportazioni verso un qualunque altro paese. Il portale di informazione giuridica Justia ha recentemente chiarito se l’accordo raggiunto con Nvidia e AMD, di cui non sappiamo ancora precisamente ulteriori dettagli, rientri o meno nelle definizione, risultando quindi incostituzionale.
L’analisi di Justia, scritta dal professore di Legge Michael Dorf, parte chiedendosi se si può classificare come tassa la richiesta del 15 per cento dei ricavi. La tradizione giuridica statunitense ha chiarito che se i pagamenti obbligatori hanno le caratteristiche di una tassa allora devono essere classificati come tali. Poiché si tratta di fatto di un’imposizione sui volumi esportati dalle due aziende, quindi ha tutte le caratteristiche di una tassa, l’accordo ricade nella definizione.
Il secondo quesito da affrontare, più complesso, riguarda le tasse sulle esportazioni. Entrambe le aziende progettano i chip negli Stati Uniti, ma non li costruiscono direttamente. Questo passaggio è invece affidato alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) che come suggerisce il nome opera a Taiwan. Ma, recentemente, TSMC ha cominciato a produrre in Arizona. Come spiegato da Justia, non c’è la certezza che la fabbrica in Arizona si occupi dei chip H20 e MI308. Tuttavia, è verosimile che l’imposizione del 15 per cento sui ricavi non si applichi soltanto alla vendita di questi chip, ma anche ad altre tipologie. Se queste sono prodotte da TSMC in Arizona, allora si rientrerebbe appieno nel caso di tasse sulle esportazioni.
Al di là degli aspetti sul piano del diritto, rimane la questione centrale: chi dovrebbe ricorrere alla Corte Suprema? Anche qualora i contenuti dell’accordo si rivelassero incostituzionali, le due aziende non avrebbero alcun incentivo a scontrarsi con il governo. Se l’accordo è stato raggiunto significa che l’imposta è più conveniente di non fare affari con la Cina. Dorf chiarisce che in questo caso non c’è da chiedersi se l’amministrazione Trump stia agendo nel perimetro della legalità. La vera domanda è se, come spesso accade, riuscirà a farla franca infrangendo la legge. E la risposta, sottolinea Dorf, è “probabilmente sì”.
IL PERICOLO DEL CAPITALISMO TRUMPIANO
Proprio sul ragionamento economico che ha spinto le due aziende ad accettare l’accordo vale la pena soffermarsi per comprendere le distorsioni economiche causate dal capitalismo della corruzione dell’amministrazione Trump.
L’accordo è un chiaro messaggio da parte dell’amministrazione: siamo noi a decidere chi commercia con chi, e lo decidiamo in base a chi è disposto a darci quello che vogliamo. Questo di fatto distorce il sistema economico. Da una parte, le imprese più grandi possono fare attività di lobbying per garantirsi fette di mercato interdette ai competitor; dall’altra, l’amministrazione controlla, attraverso questo potere decisionale, il comportamento delle imprese che devono quindi sottostare alle sue volontà. Ciò va a creare un sistema di coesione ancora più forte tra il potere politico e quello economico, a discapito della competizione.
Inoltre, i segnali lanciati anche da altre aziende mostrano quanto la strategia protezionistica per rilanciare la produzione manifatturiera sia discutibile. In questo caso l’esempio è Apple: negli ultimi mesi ha intrapreso una serie di investimenti negli USA, regalando poi a Trump un manufatto di vetro e oro da 24 carati. Il gesto è stato letto come un tentativo da parte di Tim Cook, CEO di Apple, di appagare Trump e ridurre il peso economico che i dazi causeranno su Apple.
A primo impatto, potrebbe sembrare che i dazi abbiano fatto leva sulle scelte economiche di Apple, spingendola a investire maggiormente negli Stati Uniti. Tuttavia, la strada è ancora lunga e pensare che i prossimi prodotti Apple siano prodotti interamente negli USA è irrealistico. Tuttavia, concentrandoci soltanto sugli investimenti di Apple in USA, viene da chiedersi se non ci fossero vie più efficaci per rilanciare la manifattura negli Stati Uniti, visti i costi sull’economia nazionale dei dazi.
Un altro strumento potrebbe essere la politica industriale, dove il governo collabora con i privati in settori cruciali. Questa cooperazione può richiedere delle condizionalità, come ha scritto ampiamente l’economista di Harvard Dani Rodrik. Proprio gli investimenti in aree svantaggiate rappresentano un campo in cui la politica industriale può giocare un ruolo importante. In questo caso, le aziende riceverebbero ingenti fondi per investire in queste aree, ma allo stesso tempo dovrebbero sottostare a condizionalità riguardanti, ad esempio, l’impatto ambientale o la creazione di buoni posti di lavoro. Come sottolineano gli studi più recenti, questo tipo di politiche ha avuto dei buoni risultati su questo fronte. Si tratta comunque di una strategia che non è scevra da problemi: il rischio, anche in questo caso, è che si crei una collusione tra aziende e Stato.
Al contrario, se la strategia di Trump avrà successo è da vedere, ma è molto improbabile: la nuova ondata protezionista negli Stati Uniti, unita alle eccezioni per le imprese vicine all’amministrazione, peggiorerà la vita della classe media americana, che vedrà il proprio potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Invece andrà a salvaguardare e proteggere gli interessi e i profitti di quelle imprese che si sono accodate a Trump.
LA COMPETIZIONE CON LA CINA SULL’AI
C’è un altro aspetto che vale la pena trattare: quello che riguarda la competizione con la Cina. Fin dalla sua prima amministrazione Trump ha individuato nella Cina un avversario contro cui scagliarsi. Anche l’amministrazione Biden ha seguito la stessa linea. Oltre a innalzare alcuni dazi imposti da Trump, Biden aveva imposto divieti e restrizioni all’esportazione di vari prodotti, in particolare quelli relativi ai chip necessari per lo sviluppo di modelli di AI.
Questa sottile distinzione va evidenziata maggiormente, proprio perché le valutazioni sono pressoché opposte. C’è un fenomeno più macroscopico, cioè la guerra commerciale con la Cina portata avanti dall’amministrazione Trump. Secondo le idee spesso sconclusionate dei suoi consiglieri, serve un approccio muscolare fatto di dazi e altre restrizioni alle importazioni cinesi. Il fine dichiarato è il rilancio della manifattura statunitense. Questa guerra rischia di lasciare feriti sul campo e di non portare alcun vantaggio.
All’interno di questo c’è poi la guerra per il predominio sull’AI. E si tratta di una questione più complessa. A oggi, gli Stati Uniti hanno sicuramente un vantaggio nel campo. A dimostrarlo ci sono i progressi fatti sui Large Language Models (LLMs) come ChatGPT di OpenAI. Non è un caso che l’amministrazione Trump abbia già investito in maniera massiccia su questo frangente. La Cina, però, sta tenendo il passo. A dimostrarlo c’è stato lo scorso gennaio il lancio del LLM cinese DeepSeek.
Nonostante le politiche aggressive dell’amministrazione Trump, prima, e di quella Biden, poi, riguardo i chip Nvidia, la Cina è comunque riuscita a produrre il suo modello che aveva capacità di ragionamento simili a quelle delle versioni del tempo di ChatGPT. Non avendo il predominio sulla parte hardware, nonostante lo sviluppo di chip domestici, l’azienda cinese ha addestrato DeepSeek lavorando sull’algoritmo, puntando su un miglioramento dell’efficienza e dell’architettura sottostante. La pubblicazione di DeepSeek aveva provocato un certo tumulto negli Stati Uniti: non solo per gli investitori, con Nvidia che aveva avuto un netto calo nel prezzo delle azioni, ma anche sul fronte legislativo con l’amministrazione Biden che aveva ulteriormente incrementato i vincoli sul commercio di prodotti critici per lo sviluppo dell’AI.
Per quanto i LLMs siano un esempio paradigmatico al giorno d’oggi, il predominio nel settore dell’AI va ben oltre. Le applicazioni dell’AI e dei modelli di Deep/Reinforcement learning riguardano settori critici come quello medico e soprattutto quello militare. Quindi lo sviluppo dell’AI porta con sé un vantaggio-teoricamente- anche in altri settori di vitale importanza per il benessere e la sicurezza nazionale.
LA SICUREZZA NAZIONALE È A RISCHIO?
Proprio su quest’ultimo aspetto vi sono state molte voci critiche rispetto alle scelte di Trump. In una lettera inviata al Segretario del commercio Lutnick, vari esperti di sicurezza nazionale hanno manifestato la loro contrarietà ad allentare le restrizioni per la vendita di chip Nvidia H20 alla Cina. Nella lettera si legge che i chip H20 non sarebbero affatto datati e che garantirebbero uno sviluppo ancora più rapido del settore dell’AI della Cina. Le applicazioni, sempre secondo gli autori, andrebbero anche a causare un rapido sviluppo della capacità militare di Pechino. Nonostante gli ordini relativi ai chip H20 siano prevalentemente di aziende private, queste lavorano a stretto contatto con il governo cinese, che quindi sfrutterebbe questa collaborazione per lo sviluppo di armamenti automatizzati, sistemi di sorveglianza e di decision making in scenari bellici.
Sono arrivate critiche anche dall’interno dello stesso Partito Repubblicano. John Moolenaar, rappresentante per lo Stato del Michigan, ha sottolineato lo stesso rischio di garantire alla Cina maggior spazio per lo sviluppo del settore dell’AI. Mentre Raja Krishnamoorthi, rappresentante per i Democratici dello Stato dell’Illinois, ha attaccato l’amministrazione affermando che con questo tipo di accordi si dà l’idea che la sicurezza nazionale sia barattabile per il giusto prezzo.
LA CINA, DAL CANTO SUO, ha invitato le aziende a non utilizzare i chip Nvidia. Anche in questo caso, la questione è estremamente delicata: da una parte la Cina, come si è visto, ha puntato sulla produzione domestica di chip, dall’altra ancora oggi dipende dall’estero. Colmare questa dipendenza richiederà ancora tempo e i chip Nvidia rappresentano un’opportunità notevole per il mercato cinese.
I TENTACOLI DELL’AMMINISTRAZIONE SUL RESTO DELL’ECONOMIA
Quello che emerge dalle recenti decisioni e dalle dichiarazioni dei membri dell’amministrazione è l’ennesimo tassello del capitalismo corrotto dell’america trumpiana. Se anche in precedenza i principi di un mercato equo e competitivo erano stati intaccati dagli interessi lobbistici, con l’amministrazione Trump questa tendenza viene istituzionalizzata, con un governo federale pronto a infilare i tentacoli ovunque. Non ci sono solo gli accordi con le aziende come Nvidia e le parole di Bessent sulla replicabilità del modello: si pensi ad esempio agli attacchi continui di Trump nei confronti della FED e delle decisioni di politica monetaria assunte dal board dei governatori e da Jerome Powell. Anche la decisione da parte dell’amministrazione di acquistare il 10 per cento delle azioni di Intel, dopo averla ferocemente criticata, si pone su questa linea.
Questo atteggiamento interventista di Trump in economia ha spinto certi osservatori a chiedersi se Trump stia diventando socialista. Come giustamente osserva Massimo Gaggi in un suo articolo su Il Corriere della Sera, l’interventismo non è una caratteristica riconducibile solo al socialismo, anzi. Il socialismo, almeno in teoria, coniuga l’interventismo statale con la giustizia sociale e una maggior uguaglianza, temi completamente assenti dalle politica di Trump come mostra il Bill passato alla camera. Al contrario, il sistema trumpiano somiglia più agli affari nel Real Estate fatti proprio da Trump a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80: cerca di portare a casa la miglior offerta possibile. Nel farlo, ovviamente, crea un sistema mafioso simile, per certi versi, a quello della Russia di Putin.
QUELLO DI DONALD TRUMP NON È ISOLAZIONISMO, È ‘MAFIA IMPERIALISM’
Una strategia di questo tipo però, come abbiamo visto, potrebbe portare anche a conseguenze avverse di più ampia portata. Per portare a casa maggiori entrate, utili eventualmente per la propaganda sugli effetti dei dazi sul bilancio, si mette a rischio la sicurezza nazionale. Non possiamo sapere oggi quali saranno gli effetti sulla traiettoria dello sviluppo dell’AI in Cina delle mosse di Trump. Tuttavia, è possibile che questo permette a Pechino di ridurre le distanze con gli USA in quel campo.
Le scelte economiche di Trump stanno portando gli Stati Uniti (e non solo) in un territorio inesplorato. I principi del libero mercato sono stati da tempo abbandonati e le regole che dovrebbero salvaguardare la concorrenza sono costantemente ignorate. Al loro posto c’è un capitalismo corrotto clientelare. C’è da chiedersi quanto questa strada verrà seguita anche da altri paesi, soprattutto quelli europei che si rifanno alle idee trumpiane.
*(Mattia Marasti – Scrive per Valigia Blu e Gli Stati Generali di economia e politica, su Domani con Nicola Lacetera.)
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