
01 – Alessandro Visalli*: considerazioni intermedie su tempi complessi – i tempi di cambiamento sono sempre tempi confusi.
02 – Lia Tagliacozzo*: Memoria senza pace oltre le generazioni – Inchieste «Figlia mia, vita di Franca Jarach desaperecida». Il ricordo di Vera, tra le fondatrici delle Madri di Plaza de Mayo, nel libro di Carlo Greppi.
03 – Teresa Barone *: Dipendenti in Svizzera: parte lo sconto sulle tasse
04 – Daniele Lo Vetere *: Armiamoci e partite. Sulla mediocre pedagogia della ⟪necessità storica di difendere l’Europa⟫
05 – Andrea Cegna *: ARGENTINA. Le lotte si uniscono e la società civile scende in piazza contro Milei – Milei ha siglato un nuovo accordo con il Fondo Monetario Internazionale, un altro prestito.
06 – Alfiero Grandi *: Costruire adesso l’alternativa alle destre -La discussione iniziata sul futuro dell’opposizione non è convincente.
07 – Andrea Capocci*: Segnali di vita lontani anni luce – SCIENZA Secondo gli astrofisici, sull’esopianeta K2-18 b ci sarebbero indizi della presenza di oceani abitati da alghe. Lo studio di Cambridge su «Astrophysical Journal Letters». Ma non tutti i ricercatori sono d’accordo
01 – Alessandro Visalli*: CONSIDERAZIONI INTERMEDIE SU TEMPI COMPLESSI – I TEMPI DI CAMBIAMENTO SONO SEMPRE TEMPI CONFUSI.
Il mio amico Pierluigi Fagan direbbe che sono tempi complessi [1], ma io penso nella sostanza che tutti i tempi lo siano e che questi sono diversi perché gli schemi di interpretazione sono scossi. Ne avevamo uno comodo, il ‘dolce commercio’ [2] avrebbe necessariamente e per propria dinamica interna portato con sé attraverso la spinta del consumo l’allineamento del mondo agli standard dell’Occidente. L’idea era di considerare la “modernizzazione” [3] compiuta storicamente, e in innumerevoli conflitti, dalle società europee nel torno di anni tra il XV e il XIX secolo come una “tappa” [4], storicamente necessaria, dei “progressi” [5] della “Ragione” [6] che porta con sé il necessario -biunivocamente connesso- sviluppo delle forze produttive. Nessuno sviluppo autentico è quindi considerato possibile, né civile e morale, né produttivo e autosostenuto, senza che si aderisca a questo movimento ineluttabile e progressivo, irreversibile, scritto nella “Storia” [7], e del quale l’Occidente rappresenta il modello e l’alfiere.
Questo mito fu scosso nella prima metà del XX secolo dall’esperienza della distruzione della tecnica (le mitragliatrici ed il gas nella Prima Guerra mondiale, i bombardamenti ad alta quota, le macchine di sterminio, le atomiche nella Seconda), ed è oggi sfidato dalla direzione che stanno prendendo i fatti. La mente di ogni buon cittadino occidentale, democratico e progressista, incastonata da questo giro di idee e sicuro della propria superiorità e del destino manifesto che aspetta il mondo intero, non appena giungerà a riconoscerlo, è scossa e confusa dalla indisponibilità russa ad arrendersi, dalla nascita dei Brics e la sua espansione, l’irresistibile crescita della Cina e la sua dirompente ascesa nella catena del valore e tecnologica, la crescita di movimenti politici non liberali nei santuari occidentali.
Si possono leggere questi eventi come anomalie in una storia, inserendoli ostinatamente entro una narrazione teleologica normalmente intessuta di principi morali, si possono quindi leggere come incidenti, perturbazioni nel normale sviluppo; oppure come manifestazione di una sorta di ritorno ciclico.
Nel primo caso, a ben vedere anche nel secondo, si tratterebbe quindi solo di identificare la tendenza e le deviazioni. Per cui se quel che sottende il cammino della storia è l’affermazione universale di un umano liberato dai vincoli ascritti dalle tradizioni, e impostato sulla secolarizzazione e l’affermazione dei diritti “universali” (con essi della democrazia, che sarebbe la forma perfetta della loro espressione), o, in altri termini, della “occidentalizzazione” del mondo, allora questi tempi sono confusi perché si rischia di perdere la bussola e la rotta. Questi tempi sono un incomprensibile incidente, un’aberrazione (ed è quel che il buon cittadino cerca di fare, dichiarando sistematicamente come “pazzi” coloro che deviano).
Nella seconda prospettiva sono il ritorno di un ciclo espansione-contrazione, letto in chiave economica e quindi politica, che potremmo leggere a grandi linee nei cicli di espansione 1890-2014, 1980-2008, e nei cicli di contrazione 1930-1970, con interregni almeno decennali al termine del quale saremmo. Autorevoli letture [8] hanno interpretato questi cicli di espansione-contrazione come cicli di egemonia ed espansione del sistema-mondo secondo uno schema implicitamente teleologico e quindi strettamente occidentale [9]. Tuttavia uno schema potente ed in qualche modo utile [10].
Lavorando, con sorvegliata attenzione, sui bordi di questo schema mentale diventa possibile intravedere [11] i movimenti del presente entro il tramonto dell’egemonia tecnica, economica e politico militare dell’Occidente [12]. Ma un tramonto non solo del ciclo breve americano [13], o del ciclo anglosassone [14], ma del mezzo millennio che vede le armate spagnole, portoghesi, olandesi, francesi e inglesi conquistare e colonizzare il mondo, avviando quella immane estrazione di uomini e merci che ha fatto ricco il nostro mondo. È quindi una macro ciclo quello che sembra giungere al termine e che l’erculeo sforzo unilaterale dell’amministrazione americana sta cercando di riavviare.
In altre parole, quel che sembra giunto al termine è la pretesa, nutrita da cinque secoli, di incarnare e guidare la modernizzazione e le sue costanti transizioni. Modernizzazione che è al contempo sinonimo di sviluppo scientifico e tecnologico, di liberazione dalle tradizioni e dall’influenza di spiriti e religioni, di creazione del “sociale” come espressione collettiva del “civile” e quindi del concetto di “cittadino” e di “individuo”. Un insieme di concetti che fanno rete nella nostra mente e gli consentono anche di assumere quella tipica postura “critica” che è il lascito dell’età delle rivoluzioni (da Haiti al Messico, passando per la Francia, la Russia e la Cina, per restare alle principali), mentre la Gloriosa Rivoluzione seicentesca inglese è ancora a metà, innervata come è di spirito religioso. Concetti il cui catalogo è soggetto, individuo, cittadinanza, diritti umani, società civile, sfera pubblica, sovranità popolare, stato, democrazia, giustizia sociale. Una rete di concetti alla quale, sia inteso, non intendiamo rinunciare ma che dobbiamo vedere nella loro provenienza etnografica e storica, ma anche nella loro funzione di schermo e giustificazione. Spesso nella loro disponibilità a farsi tradire, proprio nel momento in cui sono pretesi universali senza alcun bisogno di traduzione.
Il punto è che se questi concetti sono pensati in sé universali e perfetti, allora diventano la macchina di una violenta sopraffazione [15]. Allora si può pensare che in sostanza “Occidente” èmodernità” siano sinonimi, che la tecnica sia una conseguenza della rivoluzione scientifica e questa sia solo effetto del lavoro di alcuni geniali campioni (Galileo, Cartesio, Newton), tutti europei. Che quindi il potere e la ricchezza che l’Occidente ha conquistato sia un merito ed un diritto, che, anzi (supremo capolavoro) sia un regalo al mondo. Può derivarne che ci sia un quid (la tradizione greca? Quella latina? Il protestantesimo?) che è solo e proprio dell’Occidente che lo fa capace di dirigere il treno dell’umanità, una sorta di codice genetico (se pure culturale). Che, quindi, nessuno mai potrà eguagliarlo. Con questo armamentario siamo ben protetti dentro i cancelli della mente del cittadino ben nato e liberale.
Quello i cui schemi sono sfidati da questi tempi.
Ora cosa sta succedendo in questi tempi confusi? Una potente, ma non inaspettata, azione unilaterale del governo americano ha imposto un’ondata senza precedenti e di gran lunga di barriere tariffarie alle merci importate da praticamente tutti paesi del mondo. L’operazione si è svolta in tre tempi: inizialmente minacciata verso i vicini Canada e Messico e la lontana Cina, passando per l’Europa, si è poi manifestata con una enorme e differenziata sequenza di dazi, incrementati verso chi ha reagito e poi, da ultimo, sospesi per novanta giorni ai più. Restano dazi del 145% verso la Cina. Ai quali il governo cinese ha replicato con una serie di ritorsioni e manovre finanziarie aggressive che si stanno ancora dispiegando.
Al momento un altissimo muro separa quindi le economie commerciali americana e cinese, e resta pendente sopra tutti gli altri, che sono chiamati a scegliere.
Cosa indica questa mossa? Probabilmente solo lo sviluppo, con l’abituale brutalità dell’attuale Presidente americano di quello che, in un altro testo [16], ho chiamato la “ritirata imperiale”. Ovvero, della finale assunzione da parte della parte di establishment che sostiene l’amministrazione che il triplice deficit (bilancio dello stato, bilancia commerciale e saldo finanziario complessivo, tutti e tre passivi da anni) è insostenibile ormai nel medio periodo [17], e la “sconfitta dell’Occidente” di cui parla Todd nel suo libro [18], rende non più sostenibile la sovraestensione imperiale pretesa dagli ultimi governi USA (da Clinton in poi, almeno, democratici e repubblicani). Ovvero rende il sogno post Guerra Fredda del Mondo Unipolare (la cui immagine economica e ideologica è la cosiddetta “globalizzazione”) ormai irraggiungibile di fronte alla triplice sfida persa: quella economica, ed ora anche tecnologica[19], con la Cina (e l’estremo oriente in generale); quella militare con la Russia (che, ormai, da sola produce più armi di tutto l’Occidente, e non ne vuole sapere di crollare economicamente, o, tantomeno, di isolarsi diplomaticamente); quella politico-diplomatica con i Brics. Ora, si tratta essenzialmente di compiere una doppia mossa e sincronica: ridurre il “perimetro di protezione” [20] e intensificare nella propria area il “prelievo imperiale” [21].
La questione centrale resta dunque di definire una “propria area”. E qui, in un mondo multipolare conterà anche lo stile di egemonia, ovvero la capacità di esprimere quel che Nye chiama “soft power”. Una risorsa che la mossa della Presidenza americana, nella sua franca brutalità, ha messo a rischio nel medio termine.
Per approfondire l’analisi bisogna considerare che ci sono alcuni passaggi necessari, che sembrano sempre più evidenti e che bisogna attraversare:
rompere le connessioni economico-finanziarie, che sono fatte di flussi di merci ma anche di capitali, di aree di ricircolo dei surplus e di riserve;
costringere gli attori intermedi a scegliere il campo nel quale stare, e che sarà separato da alti muri di tassi e barriere non commerciali;
indebolire la finanza e creare le condizioni per una reindustrializzazione fondata necessariamente sulla nuova “piattaforma tecnologica” [22] che si sta affacciando sulla scena.
Una “piattaforma” imperniata non più sulla vecchia, che era costituita da Ict standardizzante e centralizzante [23], l’industria a rete lunga, decentrata e caratterizzata da forme specifiche di dominazione del lavoro, da funzioni di concentrazione e liberazione dei flussi di capitali, deregolazione e indebolimento delle capacità di comando dello stato, fuga fiscale. Quindi, imperniata su scambio deflattivo [24] e economia del debito [25].
Ma su una nuova determinata dall’insieme dei nuovi abilitatori tecnologici, che possiamo sintetizzare nel potente insieme di nuova IA generativa (“debole”, per ora), robotizzazione antropomorfa, e automazione della logistica. Questa nuova “piattaforma tecnologica” emergente, insieme e intrecciata al “fallimento dell’Occidente” che ne fa da sfondo geopolitico, è fatta da: una radicalizzazione delle tendenze di connessione ubiqua e potenziamento cognitivo (il cui più evidente esito sarà la distruzione delle rendite cognitive di ampi strati del ceto ‘medio’ dei servizi); dal cambio di convenienza tra l’industria (ed i servizi) con lavoro neo-servile, che ha dominato l’ultimo trentennio, ad una industria ‘core’ senza lavoro; da capitali che si sono scoperti fragili per effetto delle estreme conseguenze dello scambio deflattivo esteso al trentennio e per l’esaurimento degli spazi di manovra dell’economia del debito, in primis negli Usa; quale conseguenza di queste dinamiche e nuovo punto di equilibrio una nuova regionalizzazione competitiva.
Il punto centrale è che nel passaggio da una “piattaforma tecnologica” all’altra, ormai non più rinviabile, la vecchia divisione/organizzazione del lavoro che di spostamento in spostamento è giunta all’oggi dovrà essere rivista. E anche che questa transizione non sarà pacifica. Come si è visto dalle mosse di apertura, comporta un esercizio di violenza economica e costrizione politica nella quale si dovrà vedere alla fine chi prevarrà. Ovvero chi avrà sanguinato meno.
Alla fine prevarrà, al tavolo al quale si giungerà ad un accordo finale, chi potrà mostrare di perdere di meno. Non si tratta, quindi, né solo né principalmente di una guerra commerciale, ma del completo ridisegno di tutte le relazioni internazionali. Il problema è giungere a questo, dato che lo status quo non è sostenibile e aumenta gli squilibri, ma farlo senza cadere nella Trappola di Tucidide [26].
Le armi in mano alle due parti sono:
• per gli Usa restringere e annullare il loro ruolo di “acquirente di ultima istanza”, al contempo creando una contrazione industriale nei paesi esportatori e danneggiando il ruolo centrale del dollaro,
• per la Cina utilizzare le riserve per sfidare la stabilità del debito pubblico americano.
Per gli attori intermedi decidere verso quale economia rivolgere la propria attenzione prioritaria.
Chiaramente il passaggio dallo “scambio deflattivo” ad un nuovo sistema economico, che non necessariamente assomiglierà a quello welfarista (per almeno due essenziali differenze: la piattaforma tecnologica nella quale si svolge, che non è quella della rivoluzione industriale; l’assenza della spinta della ricostruzione) porterà ad un non breve periodo di assestamento dei prezzi, in un clima inflattivo, inoltre alla perdita di ruolo delle società leader della “economia immateriale” e della finanza connessa (e ne sono segno le perdite in borsa e nei listini di questi giorni). Nei paesi esportatori, la Cina in primis, tutto ciò potrebbe portare ad una contrazione economica e sociale che partirà non dalle grandi società (altamente meccanizzate), quanto dal tessuto di microimprese, talvolta familiari, che vivono e lavorano personalizzando piccole e medie forniture per paesi terzi (in genere del ‘secondo’ mondo, Sudamerica, Africa, Medio Oriente). E che partirà dalle catene lunghe di fornitura internazionale che dovranno essere profondamente ristrutturate.
Per questo è cruciale, ed è il vero obiettivo, costringere un più ampio ecosistema di paesi a condividere le tariffe, in cambio dell’esenzione. Di fatto questo è il gioco che si apre nei prossimi anni, l’inserimento in aree di free-trade o a basse tariffe, dominate dall’uno o l’altro egemone, e quindi l’innalzamento di barriere di confine tra le aree così definite. Ovviamente, anche ogni genere di triangolazione, aggiramento, contrabbando, elusione.
Gli Stati Uniti rischiano la recessione, la destabilizzazione finanziaria e il salvataggio della FED al prezzo del crollo dell’egemonia del dollaro; la Cina rischia la destabilizzazione del consenso interno in strati intermedi di piccola borghesia, politicamente pericolosi. Entrambi, in caso di perdita di equilibrio, potrebbero trovare la strada di un’escalation distrattiva. In tal caso la Trappola di Tucidide si aprirebbe.
Di qui la diagnosi per la quale vincerà chi sanguinerà di meno. Non già chi troverà le parole più alte e ipocrite (gioco nel quale sembra attardata l’Unione Europea). Vincerà chi avrà la migliore visione, e più pratica, della situazione e dei diversi interessi e valori operanti, chi avrà più pazienza e capacità di tessere reciproche relazioni, chi costruirà alleati e non subalterni rancorosi.
In una prospettiva più ampia, o di medio periodo, chi riuscirà a superare meglio il modello mercatista, fondato sullo sfruttamento degli squilibri (da parte cinese a espandere con successo e ulteriormente il mercato interno, da parte americana a ristrutturarlo a danno dei servizi e vantaggio delle filiere produttive interne e relative aree territoriali e sociali).
La Cina è in vantaggio.
*(Fonte: Sinistrainrete. Alessandro Visalli – Architetto e urbanista, dottore di ricerca, venticinque anni di esperienza nella consulenza ambientale, in particolare nel settore delle energie rinnovabili.
Note
[1] – Pierluigi Fagan, Benvenuti nell’era complessa, Diarco 2025.
[2] – Il termine è messo in giro nel XVIII secolo e rappresenta la condensazione di un’idea contemporaneamente semplicissima e straordinariamente sottile: quella che il fatto di far passare le relazioni umane attraverso il vincolo morbido dello scambio per puro interesse (il “dolce commercio”) le trasformerà e civilizzerà. L’uomo stesso diventerà meno ferino, meno orientato a perseguire motivazioni irrazionali (come “l’onore”), e la società diventerà meno separata in enclave, in clan in lotta reciproca; sarà meno attraversata da inimicizie radicali (ad esempio religiose). Ma questa non è l’idea di una condizione ‘naturale’ dell’uomo che si tratta solo di far emergere, contiene il progetto di una antropologia minimalista. Il progetto di un “uomo nuovo” che viene prodotto dall’estensione del commercio e dalla struttura legale e governativa che lo impone. Cfr., ad esempio, Jean-Claude Michéa, “L’impero del male”, Libri Scheiwiller, 2008 (ed. or. 2007).
[3] – Altro termine chiave della costellazione liberale: si tratta del superamento del mondo tradizionale, con tutte le sue strutture relazionali ed antropologiche, i sistemi di potere, i vincoli costitutivi, i valori (ad esempio l’onore, la responsabilità concreta, la reciprocità nel sistema del dono, l’ordine presunto naturale, …).
[4] – L’idea di un procedere per “tappe” della “storia” è un’altra tipica idea illuminista, fattasi strada tra il XVII ed il XVIII secolo, viene articolata sia nell’ambiente napoletano (Gianbattista Vico, 1668-1744) sia in quello scozzese (Adam Ferguson, 1723-1816), ovviamente ciò porta a ritenere che l’uomo proceda, generazione dopo generazione, ad apprendere sempre meglio il proprio modo di essere nel mondo e quindi progredisca.
[5] – “Progresso” è probabilmente il termine più inevitabile della costellazione liberale-moderna. Il concetto è legato ad una duplice radice: da una parte è un’interpretazione-ricostruzione dell’esperienza storica della tecnica e della scienza nella fioritura cinque-seicentesca e nell’estensione sette-ottocentesca, dall’altra è ancora un progetto di rottura delle relazioni tradizionali e di liberazione delle forze del lavoro e dell’industria dai vincoli storici. Si tratta di un progetto negativo, che conosce ciò che non vuole, ma non ciò verso cui tende. Un programma intrinsecamente “illimitato”, e quindi anche, e necessariamente, in-umano e carico di hybris. Per questa lettura del liberalesimo come “progetto negativo”, si può leggere Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, Meltemi, 2020.
[6] – “Ragione”, rigorosamente al singolare, è quindi il coronamento di questo giro di concetti e del progetto ad essi connesso. Si tratta dell’idea che si deve imporre una unica via, perché aderente all’autentica natura umana (o, per meglio dire, alla natura umana che deve diventare unica).
[7] – La “Storia” è quindi orientata, ha carattere unitario, conoscibile nel suo senso, normativamente connotata.
[8] – Mi riferisco a quelle di Giovanni Arrighi.
[9] – Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli 2007.
[10] – Giovanni Arrighi, nel corso del suo lavoro, ha messo a punto uno schema interpretativo potente che vede lo sviluppo del sistema di produzione ed organizzazione ‘capitalista’ come una successione di ‘cicli’ per successiva espansione ed incorporazione in una dialettica tra “attori territoriali” e “attori economici”. Oppure, se si vuole utilizzare un linguaggio diverso, tra una “logica di potenza” ed una “logica capitalista”. Ancora in altre parole, il sistema capitalistico è visto come una successione di cicli di accumulazione (ogni volta composti di una fase di espansione produttiva ed una fase terminale finanziaria) e da cicli di egemonia nei quali un “centro” si impone a molte “periferie”. Quando la fase di espansione produttiva inizia ad essere meno redditizia (perché si allenta il vantaggio monopolistico che ha all’inizio sfruttato) a causa dell’accresciuta concorrenza, allora i capitali generati vengono trattenuti in forma liquida, e non più investiti in attività divenute troppo rischiose, si ha quindi una fase di espansione finanziaria che prepara il crollo. Sarà l’emergere di una nuova gerarchia, spesso dopo una fase molto turbolenta e non di rado di guerra, che determina un nuovo “centro” che riavvia il processo su basi nuove. Consentendo l’avvio di un ciclo di investimenti produttivi, l’incremento di efficienza e la distribuzione dei surplus accumulati.
Arrighi sposa qui, se pure in modo originale, la tesi di Marx per la quale nel modo di produzione capitalistico (dato che lo scopo è la produzione di capitale e non lo sviluppo delle forze produttive), il mezzo entra in conflitto [in particolare nelle fasi “finanziarie”] con il fine ristretto: la valorizzazione del capitale esistente. Il capitale entra dunque periodicamente in palese contraddizione con l’espansione materiale dell’economia-mondo, il capitale “disimpegnato” in ogni fase finanziaria dall’espansione ulteriore di produzione e commerci, è, perciò, riciclato con profitto superiore in settori non produttivi (che sono spesso le armi).
A questo elevato livello di astrazione si può concludere che, nella dinamica che si genera tra la tendenza a ritirare il capitale dagli investimenti produttivi (di cui a tutta evidenza soffrono i ‘centri’ sovracapitalizzati, determinando sottoccupazione e quindi sottoconsumo), a causa dell’incremento della concorrenza e la relativa scarsità di occasioni sfruttabili per un ‘adeguato’ saggio di profitto e la sovrabbondanza di capitale mobile che ne è l’immediata conseguenza, c’è tuttavia lo spazio per numerosi equilibri dinamici. Gli equilibri sono determinati dalla dialettica tra occasioni di impiegare i capitali per investimenti e di metterli a frutto per rendite (DMD vs DD), entrambe soggette alla legge dei rendimenti decrescenti (relativa e non assoluta). A rendere complesso il quadro, però, non ci sono solo le diverse arene nelle quali le due scarsità (di occasioni di investimento e di occasioni di rendita) si contrappongono, ma anche attori ed organizzazioni non interessate al profitto, ma, dice Arrighi, a potere o prestigio.
In queste “biforcazioni” si creano quindi campi instabili e turbolenti nei quali “agenti” diversamente orientati concorrono l’uno a sottrarre capitali ai circuiti produttivi e commerciali per offrirli sui mercati finanziari, gli altri a impegnarli nei primi, cercando ognuno di massimizzare il proprio potere.
Si tratta anche di una lotta per l’egemonia.
[11] – Si veda il post “Si intravede”, Tempofertile 15 giugno 2024
[12] – Un classico di questa lettura è il libro di Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi editore 2024.
[13] – Fondamentalmente dagli anni Venti del Novecento, poi conclamati come esito della guerra, agli anni Dieci del XXI secolo.
[14] – Dalla sconfitta di Napoleone alla Prima Guerra Mondiale.
[15] – Si veda Caroline Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’imparo britannico, Einaudi Torino 2024 (ed. or. 2022)
[16] – Si veda il post “Superare la sfida dei Brics. Quale logica segue Trump?”, Tempofertile, 2 febbraio 2025.
[17] – Per sottolineare il punto Elon Musk ha dichiarato oggi che se non si taglia la spesa pubblica gli Usa falliranno. Il debito pubblico mostruoso, la cui rappresentazione primaria è l’enorme quantità di titoli del tesoro è ormai detenuta solo per circa un quarto da fondi sovrani esteri (con la Cina che ne ha sempre meno, e per lo più in mano a Taiwan, Francia, Canada e Giappone) e da un notevole 40% dai grandi fondi americani che, quindi, possono determinare una decisiva pressione sulle politiche.
[18] – Per fattori strutturali e culturali. Tra i primi la volatilizzazione dell’industria americana, la irresistibile dipendenza dalle importazioni, il degrado sociale e la dipendenza da lavoratori immigrati anche di alto profilo, le tensioni del dollaro, sfidato in prospettiva dal resto del mondo.
[19] – La Cina è ormai sulla frontiera tecnologica nelle più importanti aree di confronto, e spesso avanti. La ragione è che impegna ingenti risorse economiche e politiche, concentrandole, nel contesto di un grande paese che laurea un milione di ingegneri, spesso di alto livello, all’anno (gli Stati Uniti 230.000, la Russia leader in questa classifica mezzo milione).
[20] – Chiamo qui semplicemente “perimetro di protezione” l’area nella quale si estende il potere politico-militare americano e che determina stati più o meno pronunciati di sovranità limitata. La protezione costa, sia per la necessità di tenere in piedi la capacità di minaccia (che tante volte è stata dispiegata), sia perché l’arma del controllo è il predominio del dollaro, sempre più sfidato, e questo rende necessario tecnicamente che ci sia richiesta della moneta americana che si può ottenere o vendendo più beni e servizi americani di quanti se ne comprano (ma non è così), o costringendo gli altri a comprare commodites e asset in dollari, anche quando le due parti non sono americane. Per ottenere questo ci vuole una rete di influenza e penetrazione nei sistemi economico-politici che costa una continua sorveglianza, mobilitazione, presenza.
[21] – Chiamo “prelievo imperiale” l’insieme di ragioni di scambio squilibrate, vere e proprie esazioni dirette ed indirette, imposizione di standard e regolamenti che sbilanciano il piano negoziale, minacce, talvolta, che consentono di vendere beni o servizi a prezzi maggiorati, di regolare gli scambi finanziari in modo da attirare e gestire flussi, etc. Alcuni esempi, oltre al mio Alessandro Visalli, Dipendenza, Meltemi 2020, in Qiao Liang, L’arco dell’impero, Leg Edizioni 2021, e Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti, Leg Edizioni, 2001, anche utile Giacomo Gabellini, Krisis, Mimesis 2021.
[22] – Ovvero del set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per diversi gruppi e ceti sociali determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti, quindi dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme ed incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma Tecnologica” è, inoltre sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (ed in ultima analisi possibile).
[23] – Che tendeva concentrare fisicamente e socialmente expertise e servizi avanzati rari in “città globali” e territori densi.
[24] – Quella degli anni Settanta ed Ottanta non fu una crisi economica, ma l’ingresso, che si è verificato a ben vedere con l’uscita dal modello fordista, in un assetto tendenzialmente permanente di “stagnazione-contrazione”. Un assetto, prima di tutto di potere, nel quale è prevalente un circuito di rafforzamento tra la contrazione della quota lavoro (salari ed occupazione) via deregolazione e flessibilizzazione, la stagnazione o deflazione dei prezzi nell’economia “reale” (mentre quelli dell’economia “finanziaria” continuano ad essere sostenuti ed a crescere), la depressione degli investimenti e la conseguente continua creazione di “capitale mobile” eccedente, il riciclaggio di parte di questo in credito/debito funzionale a sostenere i consumi (anche a fini di consenso). Questo assetto esprime un vero e proprio “nuovo compromesso sociale” del tutto orientato ai bisogni, alla visione ed agli interessi delle classi alte della società ed in particolare di quella parte di esse mobile e liquida. Al contempo la dinamica erode, lentamente e progressivamente, le condizioni di vita e gli ambienti di insediamento di quote sempre maggiori della popolazione che non riesce o non vuole essere mobile e liquida. In conseguenza risucchia le forze attive e determina un colossale spreco di vite e risorse. Questa circostanza, insieme alla perdita di senso, rende instabili e pericolose le nostre società e si vede sia in occidente come nelle marche di confine (ad esempio nel mondo arabo). Un assetto deflattivo come questo favorisce continui “rimontaggi” e spostamenti, determinati dalla messa in contatto senza protezioni e filtri di poteri e dinamiche troppo diverse e sbilanciate. Quello che chiamiamo da anni “globalizzazione” e che innumerevoli cantori interessati hanno incensato per tutti gli anni Novanta e zero. Inseguendo un’ideologia che voleva lo sviluppo come intrinsecamente equilibrante ed in ultima analisi a vantaggio di tutti.
[25] – Si veda il post “Appunti sul mutamento della piattaforma tecnologica”, Tempofertile, 20 maggio 2018.
[26] – Graham Allison, Destinati alla guerra, Fazi editore 2017.
02 – Lia Tagliacozzo*: MEMORIA SENZA PACE OLTRE LE GENERAZIONI – INCHIESTE «FIGLIA MIA, VITA DI FRANCA JARACH DESAPERECIDA». IL RICORDO DI VERA, TRA LE FONDATRICI DELLE MADRI DI PLAZA DE MAYO, NEL LIBRO DI CARLO GREPPI.
Una cronaca minuta, un lavoro certosino tra archivi pubblici – alcuni consultabili solo di recente – e carte private, tra memorie dolorose e ricordi felici: a tessere insieme il mosaico che fu la vita di Franca Jarach le parole degli amici, le lettere che attraversano i continenti e il racconto indefesso della madre. Vera Vigevani Jarach infatti ha fatto del suo lutto per la figlia l’oggetto di una battaglia collettiva, di uomini e donne alla ricerca di una verità dolorosissima: la scomparsa di un proprio caro nelle nebbie della dittatura argentina.
Desaparecidos, scomparsi, li si chiama ormai ovunque nel mondo, e desaparecida è Franca, arrestata il 25 giugno del 1976 a tre mesi dal colpo di stato. Se contro il colpo di stato in Cile in Italia ci fu una mobilitazione importante, la vicenda argentina è rimasta sotto traccia se non fosse per la mobilitazione costante e dolorosa delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo con il loro fazzoletto bianco annodato intorno alla testa.
A RESTITUIRE CORPO – mai espressione fu più surreale dato che il corpo di Franca non è mai stato trovato: dopo la cattura Franca è stata portata nel centro di detenzione dell’Esma e poi uccisa nei voli della morte sull’oceano -, a restituire corpo, si diceva, alla vicenda della giovane di origini italiane è l’ultimo volume di Carlo Greppi, Figlia mia, vita di Franca Jarach desaperecida (Laterza, pp. 336, euro 19). Greppi è storico non nuovo alla divulgazione, vale citare Un uomo di poche parole, storia di Lorenzo che salvò Primo (Laterza), uno: Primo Levi chimico, scrittore e testimone della Shoah conosciuto in tutto il mondo. L’altro: Lorenzo Perrone, sconosciuto muratore a cui il deportato dovette la vita. Ma anche Storie che non fanno la storia, Il buon tedesco, Non ti voltare indietro: libri che racconta con entusiasmo in giro per l’Italia con grande attenzione al mondo scolastico.
Quando viene sequestrata Franca Jarach ha da poco compiuto diciotto anni ed è l’ex allieva migliore, con tanto di medaglie al merito e riconoscimenti, del Colegio Nacional di Buenos Aires, la scuola della buona borghesia argentina. È figlia di Giorgio e Vera, ebrei scappati in Sud America per sfuggire alle leggi razziali del fascismo. Allegra, vivace, colta, inserita in una cultura cosmopolita, scrive poesie, suona, dipinge e fa politica. Questa è la sua colpa e questo la causa della sua cattura e della sua morte.
È ITALIANA PER L’ITALIA, argentina per l’Argentina, come trentamila altri desaperecidos (1600 solo nei primi due anni di dittatura riguardano persone con passaporto italiano). Soltanto dopo sette anni di ricerche e piste false e inattendibili, telefonate tragiche, ricatti e appelli i genitori conoscono un primo frammento del suo destino ma è stato necessario arrivare al 2000, quando Marta Alvarez, una superstite dei campi di concentramento del regime, ricostruisce i suoi ultimi tragici giorni. In realtà la prigionia di Franca è durata pochissimo: circa un mese dopo l’arresto viene uccisa insieme ad altri compagni.
Un libro che non si arresta davanti al dolore e che percorre sia le dimenticanze che le parole di chi ricorda: «Con pochissime eccezioni, tra queste svetta la tempra di Vera – scrive Greppi -, tutte e tutti i testimoni che interrogo, immancabilmente, a quasi mezzo secolo dalla scomparsa di Franca, nel ricordarla piangono. Alcune persone cedono quasi subito, altre ad un certo punto, altre ancora quando sto pensando che lei o lui non piangerà – l’investigator, così è in castigliano il mio mestiere di cercare, si ritrae con un grumo allo stomaco perché il dolore quando è così profondo diventa sempre, e comunque, parte di te».
Accanto alle testimonianze anche le carte di enti e istituzioni ora preposti alla conservazione e alla difesa di quella memoria. Ci vorranno quasi trent’anni perché – dopo depistaggi, dopo il ritorno alla democrazia, dopo le leggi sull’impunità – il 14 giugno 2005 la Corte suprema argentina riconosca i crimini di lesa humanidad che passano in mano alla giustizia federale: «In vent’anni dallo storico ribaltamento – scrive ancora Grappi – si arriverà a sentenza con 324 processi, condannando 1.181 repressori».
VERA, LA MADRE DI FRANCA, oggi novantesettenne – la cui figlia diciottenne è stata rapita, uccisa e fatta sparire dai militari golpisti argentini – ha avuto un nonno deportato ed ucciso ad Auschwitz perché ebreo: due generazioni uccise nelle stragi di due dittature. Vera continua ancora a testimoniare da quando, dolorosamente impavida, ogni giovedì raggiungeva la manifestazione settimanale delle Madri di Plaza de Mayo, di cui è stata una delle fondatrici. Il primo girotondo delle Madres di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, risale al 30 aprile 1977. Col tempo, quel movimento spontaneo di donne ha trasformato quella piazza nel simbolo della resistenza pacifica a un regime che ha annientato un’intera generazione.
*(Fonte: Il Manifesto. Lia Tagliacozzo. Scrittrice italiana, esperta di cultura ebraica, collabora con diverse testate, tra cui Il Manifesto …)
03 – Teresa Barone *: DIPENDENTI IN SVIZZERA: PARTE LO SCONTO SULLE TASSE – ARRIVA IL CODICE TRIBUTO PER IL VERSAMENTO DELL’IMPOSTA SOSTITUTIVA IRPEF E DELLE ADDIZIONALI REGIONALI E COMUNALI DA PARTE DEI FRONTALIERI IN SVIZZERA.
L’Agenzia delle Entrate ha istituito il codice tributo per il versamento dell’imposta sostitutiva IRPEF e delle addizionali regionali e comunali, relative ai redditi da lavoro dipendente percepiti dai lavoratori frontalieri in Svizzera.
CON LA RISOLUZIONE N. 27 DEL 10 APRILE SCORSO, INFATTI, L’ADE HA FORNITO LE ISTRUZIONI PER ESEGUIRE IL PAGAMENTO UTILIZZANDO IL MODELLO F24.
TRANSFRONTALIERI
Flat tax al 25% per i frontalieri Italiani in Svizzera
È il Decreto-legge 9 agosto 2024 n. 113 a dettare le regole per il versamento di una imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali a decorrere dal periodo d’imposta 2024, pari al 25% delle imposte applicate in Svizzera sugli stessi redditi. L’Allegato 1 al decreto contiene l’elenco dei Comuni coinvolti, a cui si aggiungono i Comuni delle Province di Brescia e Sondrio indicati nell’Allegato 2.
Il codice tributo “1863”, denominato “Imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali regionali e comunali sui redditi percepiti in Svizzera dai lavoratori dipendenti frontalieri – art. 6 del decreto-legge 9 agosto 2024, n. 113”, può essere utilizzato nel Modello F24 esponendolo nella sezione “Erario”, in corrispondenza delle somme riportate nella colonna “importi a debito versati”. Come “Anno di riferimento”, inoltre, si indica l’anno d’imposta per cui si effettua il versamento.
*(Fonte: PMI.it – Teresa Barone)
04 – Daniele Lo Vetere *: ARMIAMOCI E PARTITE. SULLA MEDIOCRE PEDAGOGIA DELLA ⟪NECESSITÀ STORICA DI DIFENDERE L’EUROPA⟫
IL COLLEGA MARCO MAURIZI L’HA SINTETIZZATO ALLA PERFEZIONE: «LA BORGHESIA LIBERALE È PASSATA DA “UN BRUTTO VOTO POTREBBE CONDURRE ALLA MORTE DEI NOSTRI FRAGILI FIGLI” A “PREPARATEVI A VIVERE IN UN BUNKER” NEL GIRO DI POCHE SETTIMANE».
E davvero, ultimamente, con una intensità esplosiva dopo il fallito incontro nello Studio ovale tra Trump e Zelensky, non era possibile accendere la tv su un talk show politico, leggere un corsivo sui quotidiani, aprire Facebook, senza sentire o leggere una Gruber, un Giannini, un Mentana, un Augias, un Flores d’Arcais – sto facendo intenzionalmente solo nomi di opinionisti progressisti – farsi portavoce dell’ineluttabilità dell’ora presente e dell’unica strada tracciata davanti a noi: il riarmo.
Tutto ciò che poteva disturbare questa adesione all’ananke veniva o contestato con accanimento o intenzionalmente taciuto: Schlein è stata screditata come leader inaffidabile, semplicemente perché ha osato non allinearsi a un Partito socialista europeo che si è reso subito disponibile a sostenere le proposte di Ursula von Der Leyen; nessuno ha concesso il minimo spazio alla speranza che una qualche forma di opposizione interna a Trump saprà forse riorganizzarsi oltreoceano nei prossimi quattro anni e ci si è affrettati a dichiarare l’Europa orfana di papà Stati Uniti, esortandola a crescere e a imparare a fare a botte da sola; ovunque si è evocata la Conferenza di Monaco e hitlerizzato Putin, come se questi intenda entrare domani a Parigi coi panzer. Persino una rivista moderata (nei molti sensi del termine) come Il Mulino, ha sostenuto con perfetto tempismo l’idea di reintrodurre un esercito di leva.
Soprattutto, giorno dopo giorno, si è profilato davanti ai nostri occhi un soggetto – i valori europei – sovrastorico, metafisico, mitico, nel quale si confondevano Europa geografica e storica ed Unione dei trattati, Europa e umanesimo-illuminismo-libertà-democrazia-civiltà, Altiero Spinelli e Mario Draghi/Christine Lagarde, Europa e iniziative egemoniche di Macron e di Starmer (che dell’Unione non fa nemmeno parte).
Ma non si può tacere, naturalmente, il caso del più sintomatico fra gli opinionisti, Antonio Scurati. Tre anni fa lo scrittore aveva aggiunto i propri parerga a Plutarco con un elogio delle res gestae di Mario Draghi: uomo che «ha retto le sorti di una nazione e di un continente» èle ha tenute in pugno con il piglio del dominatore, sorretto da una potente competenza, baciato dal successo, guadagnando una levatura internazionale, un prestigio globale, un posto di tutto rispetto nei libri di storia. Ha conosciuto il potere, quello vero, ha conosciuto la fama degli uomini illustri, la vertiginosa responsabilità di chi, da vette inarrivabili, decide quasi da solo della vita dei molti».
Questa volta Scurati ha pen(s)osamente meditato sull’assenza di virtù guerriere dei giovani europei, virtù che tra brevissimo potrebbero invece essere assolutamente necessarie per la sopravvivenza della nostra civiltà (Dove sono ormai i guerrieri d’Europa? «La Repubblica», 4 marzo 2025).
Non so se Scurati possa essere definito tout court un progressista: di sicuro nei suoi libri la postura democratica e antifascista è ribadita con forza. Tuttavia, osservava Gianluigi Simonetti in un acuto articolo («Tuttolibri», 19 ottobre 2024), il suo stile denuncia un «ritorno del represso formale» in cui si intravede una fascinazione estetica per quel fascismo razionalmente rigettato.
Anche l’articolo su Repubblica è nevroticamente ambiguo, reggendosi su un’equivoca antifrasi: la virtù guerriera vi è infatti evocata a contrario, a partire dalla sua assenza, per evitare una sua affermazione troppo diretta e ideologicamente imbarazzante. Nonostante Scurati riconosca tutti i vantaggi della vita in tempo di pace e di welfare, a dar forma al suo testo è il topos dell’ubi sunt, la nostalgia per un passato di poderose dimensioni epico-storiche. È istruttivo mettere a confronto questo tortuoso rovesciamento retorico di Scurati con quello non meno sintomatico di Matteo Salvini, sullo stesso argomento.
Circa un anno fa, la Lega ha depositato alla Camera un disegno di legge sulla reintroduzione della leva obbligatoria. Il disegno di legge era stato preparato nei mesi precedenti da un battage del segretario del partito, il quale, seguendo una strategia retorica di cui certo non è l’unico detentore ma in cui è particolarmente versato, aveva alternato interpretazioni della proposta aggressive – di destra – a interpretazioni rassicuranti – compatibili con un’ideologia progressista: nel primo caso, la leva era il mezzo per insegnare le regole e il rispetto a giovani che indulgono alla pigrizia a causa del reddito di cittadinanza; nel secondo, una forma di impegno verso lo Stato e la comunità non dissimile dal servizio civile, orientabile verso attività come la tutela dei boschi e il pronto soccorso.
Salvini preme sempre sul pedale dell’eccesso linguistico, della violenza e della forza evocate “solo” simbolicamente, in linea con lo stile dei politici della destra radicale globale; ma sa benissimo che certi valori conservatori (ordine, gerarchia, disciplina) non possono essere riesumati in quanto tali, senza una debita contestualizzazione, in una società come la nostra: smussando gli angoli, confondendo i confini, il servizio militare viene così presentato come un “quasi” servizio civile.
Il leader della Lega fa il percorso logico inverso a quello di Scurati, così che le due strategie argomentative formano insieme una struttura a chiasmo: non “è bella la vita in pace, ma prepariamoci alla guerra”, bensì “mi piace la vita militare, ma rispetto l’amore per la pace”. Tuttavia la risultante finale non è molto diversa: il mondo in cui a combattere – ma fino a ieri lo si chiamava “peace keeping” – era solo una piccola porzione professionalizzata della popolazione è durato appena un soffio. Il dovere di difendere la patria – come recita anche la nostra Costituzione – torna a essere di tutti i cittadini. La guerra e la disciplina militare riappaiono nel nostro orizzonte mentale.
Questa convergenza tra il populismo di destra e il liberalismo di sinistra ci direbbe molto dell’inconscio politico di questi giorni, se solo volessimo indagarla: i due poli opposti del magnete, che negli ultimi decenni hanno sempre tenuto a ribadire la naturale repellenza reciproca, la loro incompatibilità ontologica, hanno l’identica pulsione al dolce et decorum pro patria mori.
PARLARE DEI GIOVANI
Il tratto più osceno – non riesco a scegliere un aggettivo meno violento – dell’attuale tambureggiamento bellicistico è che l’età dei suoi sostenitori va dai cinquanta-sessant’anni ai novanta, condizione che li porrà al riparo dall’arrivo dell’eventuale cartolina precetto (ma immagino che oggi esistano più innovative forme 4.0 per convocare al macello): cartolina che invece raggiungerebbe per primi i nostri figli, nipoti e allievi.
Sono convinto non da oggi che il discorso pubblico sulla giovinezza e sui giovani sia uno dei più stucchevoli, tra i molti che circolano nella mediosfera. Raramente infatti mi capita di prendervi parte. A ventriloquare quel che i giovani sarebbero, penserebbero, desidererebbero ci sono già fin troppi adulti. Quello con i giovani, per un insegnante, è innanzitutto un rapporto quotidiano. Esperienza, non teoria. Contatto – piacevole o faticoso –, non ciancia senza responsabilità.
Se la leggerezza con la quale si discetta di giovani e scuola, giovani e fragilità, giovani e social mi urta i nervi, figurarsi sentire cronisti, compiaciuti di poter battezzare per primi l’ora storica fatale tra uno spot pubblicitario e l’altro, parlare di riarmo: ovvero, rendere più probabile, come capitò ai “sonnambuli” che si ritrovarono senza parere nel primo conflitto mondiale, l’invio al fronte dei nostri ragazzi e ragazze.
Ed è proprio questo corto circuito tra superficialità dei metodi e dei mezzi e gravità del contenuto a sgomentare. Ma forse tale corto circuito è solo apparente e la solidarietà di metodi, mezzi, contenuti è molto più profonda di quanto non sembri.
LA GUERRA È LA CONTINUAZIONE DELLA GOVERNANCE CON ALTRI MEZZI
Non sarà sfuggito a nessuno come il termine «resilienza», fin qui inteso soprattutto come una qualità delle persone, specie dei lavoratori, o al massimo dei sistemi (economici, politici, …), abbia potuto essere applicato – senza bisogno di alcuno spostamento semantico, metonimico o metaforico – a un kit di sopravvivenza all’invasione militare. Sto parlando ovviamente del ben noto video della Commissaria per la gestione delle crisi dell’Unione Europea, Hadja Lahbib.
La bravissima dirigente scolastica Ezilda Pepe mi ha fatto notare altre consonanze lessicali tra un documento che risale alla pandemia da covid e il piano Rearm Eu. Nelle «Indicazioni strategiche ad interim per preparedness e readiness ai fini di mitigazione delle infezioni da SARS-CoV-2 in ambito scolastico (a.s. 2022 -2023)» ricorrevano questi due termini inglesi. Spiega Ezilda:
Con questi concetti abbiamo fatto “amicizia” nel periodo della pandemia. L’Istituto Superiore della Sanità inviò, infatti, un documento di gestione e mitigazione del rischio diffusione nel 2022, quando si “cominciò” a tornare a scuola.
Le parole sono importanti, il succo era “pronti a essere pronti”.
Readiness torna in relazione al risk management di guerra in sostituzione dell’espressione REARM EU.
Basta in effetti dare un’occhiata al documento sulla Preparedness Union Strategy dell’Unione Europea, per constatare non solo l’identità lessicale, ma l’affinità concettuale, la comunanza ideologica, la grottesca fraternità spirituale tra il vecchio documento epidemiologico e quest’ultimo. Resilience, preparedness, readiness: che siano le esigenze del mercato del lavoro, una pandemia, la sopravvivenza a uno stato di guerra, l’Unione europea reagisce – è proprio il caso di dirlo – con la medesima costellazione concettuale e linguistica.
Come osserva poi Ezilda, l’espressione “Rearm” è scomparsa abbastanza in fretta dallo spazio pubblico, immediatamente neutralizzata nel lessico-pappa della burocrazia europea. Questo pronto restyling linguistico ricorda un episodio della storia delle politiche scolastiche mondiali la cui morale è istruttiva.
Negli anni Novanta dell’eccitazione globalistica, la Banca Mondiale, «partendo dalla constatazione delle due priorità dell’istruzione – andare incontro alla crescente domanda delle economie di lavoratori flessibili in grado di acquisire prontamente nuove abilità e sostenere la continua crescita di conoscenza» propose sei riforme chiave per l’istruzione (Priorities and Strategies for Education, 1995), esprimendosi in termini assai chiari: autonomia, privatizzazione, apertura delle scuole alle famiglie, impiego di tecniche econometriche e valutazione dei tassi di rendimento dell’istruzione, enfasi esclusiva sulle soft skills e gli atteggiamenti necessari sul posto di lavoro e assenza di «ogni riferimento a materie come storia, letteratura ed arti». Nell’arco di appena quattro anni, però, banchieri, funzionari e policy-maker capirono che era necessario adottare una tattica più morbida. Pertanto nel documento successivo, Education Sector Strategy (1999), inaugurarono «una strategia di pubbliche relazioni anche per l’istruzione. In effetti, ciò che colpisce è il cambiamento di linguaggio: la retorica economica è abbandonata quasi completamente in favore di un linguaggio di cura, attento a sentimenti ed emozioni». In realtà, «i parametri fondamentali delle operazioni della banca non erano cambiati» (tutte le citazioni da A. Cobalti, Globalizzazione e istruzione, 2006, p. 224 sgg.).
La borghesia liberale, i nostri opinionisti progressisti, non hanno dunque cambiato registro. La dolorosa verità è che il mondo che abitiamo parla un linguaggio tanto elusivo e vuoto da non aver mai detto nulla e da poter perciò essere usato per fare tutto: prima costruire società fondate sulla competizione economica, ora prepararsi alla guerra.
Questa elusività e vanità semantica è la caratteristica principale di quella forma di amministrazione apparentemente neutrale del reale che ha sostituito la politica e che va sotto il nome di governance (A. Denault, Governance, 2018). Candidatasi a sostituire il government, troppo compromesso con il comando dall’alto della sovranità moderna, la governance gli preferisce l’impero della normativa tecnica, del regolamento, del benchmark, del quadro di riferimento, della “cultura” dell’assessment e dell’accountability, rafforzando – proprio quando proclama di liberarsene una volta per tutte insieme ai pesanti apparati statali del Novecento fordista – l’amministrazione burocratica del mondo, nella quale, come sappiamo dai tempi di Weber, i mezzi diventano fini, i fini si fanno irrilevanti, pertanto perfettamente intercambiabili, fino alla piena indifferenza etica.
È quella che sempre Denault ha definito «mediocrazia», giocando sul fatto che in francese moyen significhi sia “medio” che “mezzo” e potendo perciò denunciare, nello stesso concetto, tanto un sistema economico, politico, mediatico, formativo che prospera sulla medietà/mediocrità delle sue regole, quanto il mito funzionalista del puro efficientamento, che produce conformismo, automatismi, superficialità: «non […] tanto il dominio dei mediocri, quanto lo stato di dominio esercitato attraverso regole che sono anch’esse mediocri, e tuttavia vengono elevate a sistema giusto e coerente, a volte persino a chiave di sopravvivenza, al punto da sottomettere alle sue parole vuote coloro che aspirano a qualcosa di meglio e osano affermare la propria sovranità» (A. Denault, Mediocrazia, 2017, pp. 46-47).
Educazione militare
La scuola è naturalmente terreno d’elezione per l’applicazione di questo vuoto etico. Il “pieno” delle discipline e delle materie, concrezioni storiche di saperi che incorporano in sé anche le forme e le tecniche della propria trasmissione e appropriazione, è stato sostituito dal vuoto di pattern buropedagogici, i quali, in quanto forme pure prive di sostanza, possono essere tirati da ogni parte e sono buoni a ogni uso.
Quel che è diventata l’educazione civica ne è l’esempio paradigmatico. Tradizionale contenitore per lo studio della Costituzione, sempre a rischio di rappresentare la parodia eticizzata e catechistica dello studio storico del diritto, essa aveva comunque una propria, seppur vaga, fisionomia. Trasformata in “pattern pedagogico”, essa può essere annacquata, come è nelle più recenti formulazioni (non solo nell’ultima riscrittura valditariana) fino a includere “atteggiamenti” tautologici, come l’imparare il rispetto verso gli altri, e sempre nuove “educazioni”, da quella ambientale a quella stradale, da quella alimentare a quella digitale. Nella sua infinita manipolabilità, questo «insegnamento dell’ignoranza» – come l’ha chiamato Jean-Claude Michéa, che ne ha sottolineato il carattere di intenzionale progetto (de)formativo delle élite capitalistiche – può ovviamente anche fare un giro completo su se stesso e tornare a riempirsi di contenuti politicamente prescrittivi, come, nelle ultime Linee guida del 2024, l’imparare l’iniziativa economica e il rispetto per la proprietà privata (questi sì imputabili al solo Governo e Ministero in carica). Ma il pattern potrebbe presto essere ulteriormente riadattato, perché no.
Il 2 aprile, al Parlamento europeo, è stata approvata la Relazione sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune. Vorrei portare l’attenzione sulla parte di questo lungo testo intitolata «Difesa e società, e preparazione [preparedness] e prontezza [readiness] civile e militare», in cui si affronta il tema della formazione dei cittadini europei ai rischi per la sicurezza del continente.
La premessa è agghiacciante per la franchezza con la quale si riduce l’educazione a una forma di indottrinamento o addestramento: si «sottolinea che è necessaria una comprensione più ampia, tra i cittadini dell’UE, delle minacce e dei rischi per la sicurezza al fine di sviluppare una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni delle minacce in tutta Europa e di creare una nozione globale di difesa europea» (art. 133, corsivo mio). Si ribadisce anche «l’importanza cruciale dei cittadini nella preparazione e nella risposta alle crisi, in particolare la resilienza psicologica degli individui e la preparazione delle famiglie» (art. 134, corsivo mio). Ovviamente ci si occupa diffusamente anche dell’educazione in senso stretto, invitando
l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione [preparedness] delle società alle sfide in materia di sicurezza, consentendo nel contempo un maggiore controllo e scrutinio pubblico e democratico del settore della difesa (art. 133).
Attraverso “l’apertura al territorio” già da tempo le forze armate sono entrate nelle scuole italiane con apposite attività didattiche (una preziosa mappatura è quella fatta dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università). Questo fatto, tra l’altro, la dice lunga sulla presunta urgenza di interventi per la difesa: l’aria era cambiata già da tempo.
Quando indicazioni europee come questa, o simili, saranno recepite in Italia, l’educazione civica nel suo essere ormai pura forma burocratica, mezzo mediocre, strumento irresponsabile si presterà perfettamente ad accogliere per mera addizione queste nuove necessità educative. Il video sul «kit di resilienza», allora, tornerà utile come materiale didattico.
Insomma: è tutto pronto perché, nella nuova veste anodina del non linguaggio dell’élite che ci hanno governato negli ultimi quarant’anni, ritorni nelle scuole la vecchia educazione militare.
*(Fonte: Sinistrainrete – Daniele Lo Vetere, giornalista)
05 – Andrea Cegna *: ARGENTINA. LE LOTTE SI UNISCONO E LA SOCIETÀ CIVILE SCENDE IN PIAZZA CONTRO MILEI – MILEI HA SIGLATO UN NUOVO ACCORDO CON IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE, UN ALTRO PRESTITO.
ERA L’UNICO A VOLERLO, ALL’INTERNO DEL GOVERNO, E ALLA FINE È RIUSCITO NEL SUO INTENTO. È L’ACCORDO NUMERO 23 TRA ARGENTINA E FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE (FMI).
Il debito pubblico del paese è stato, tra i grandi, forse il più problematico elemento delle scelte dei governi che si sono succeduti dopo che con la dittatura civico-militare-ecclesiale si è imposto in neoliberalismo nel paese. La situazione economica in Argentina è drammatica, tra le proteste di chi è pensionato e si trova in situazione di grave indigenza, e chi perde il lavoro per i tagli del governo. Ma Milei festeggia, assieme ai suoi sostenitori nazionali ed internazionali, il calo dell’inflazione mensile
Il radicale calo dell’inflazione ha fatto sì che il governo argentino potesse “festeggiare” una diminuzione della “povertà” nel secondo semestre del 2024. Un dato pubblicizzato acriticamente dai media di mezzo mondo, ma non da tutti. È stata la CNN a dare spazio a una lettura tutt’altro che rosea della situazione economica, con l’ex presidente della Banca Centrale Argentina, Alejandro Vanoli, a sottolineare un dato, riconosciuto da molti analisti come reale, ovvero che la riduzione dell’inflazione è la chiave per spiegare il calo della povertà grazie alla diminuzione del costo Paniere Alimentare di Base. Per Vanoli, questo dato, “inverte quello della prima metà dell’anno”. L’economista però aggiunge che è qualcosa che rischia di perdersi nei prossimi mesi poiché “l’inflazione è già aumentata a febbraio 2025 e i dati di marzo parrebbero in crescita. Probabilmente si vedrà una nuova crescita dei costi all’arrivo dei dati del primo semestre del 2025, soprattutto se il governo non adotterà misure di compensazione sul lato dei redditi”.
A mostrare “l’altra faccia” dei “risultati di Milei” c’è anche l’Osservatorio del debito sociale (ODSA) dell’Università Cattolica Argentina, secondo cui “i livelli di povertà e indigenza sono simili a quelli di un anno fa. La povertà multidimensionale, l’insicurezza alimentare, l’impossibilità di accedere a farmaci o servizi sanitari, i debiti non pagati o l’impossibilità di riparare l’alloggio hanno continuato ad aumentare”. Nelle scorse ore il Foro de Economía y Trabajo ha pubblicato un rapporto che mette in discussione la strategia economica del governo di Javier Milei. Secondo il documento, le misure attuate dal ministro dell’Economia, Luis Caputo, aggravano la crisi, avvantaggiando un piccolo gruppo di speculatori finanziari e aggravando la recessione e il deterioramento del potere d’acquisto della popolazione.
“Il problema strutturale dell’economia argentina non è la mancanza di valuta estera ma la fuga di capitali, l’evasione fiscale e la speculazione finanziaria”, sottolinea il rapporto. Il Foro evidenzia come l’Argentina sia “uno dei pochi Paesi dell’America Latina con un surplus commerciale, il che indica che lo squilibrio economico deriva dalla gestione del debito e da politiche che privilegiano i pagamenti ai creditori esterni rispetto allo sviluppo economico interno”. Insomma, Milei con l’accordo con il FMI replicherebbe i drammi delle precedenti amministrazioni. Sembrerebbe che la sua tattica giochi sull’utilizzo dei dollari che arriveranno per “drogare” l’economia del suo paese. Strappando, in questo modo, nuovi e incoraggianti dati che lui vorrebbe utilizzare per rafforzare la sua immagine. Milei è in grande difficoltà.
La truffa della cripto moneta, le manganellate a pensionati e pensionate, l’attacco ai movimenti femministi e lgbtqi+ e la costante perdita di ricchezza della popolazione, stanno minando il suo consenso che attorno al suo primo anno di governo era ancora altissimo. Un dato ineludibile è che le manifestazioni politiche contro di lui sono sempre più numerose, più partecipate e sempre più diffuse in tutto il paese. Se il 1 febbraio si è vista la co-azione di movimenti femministi, antifascisti, e lgbtqi+ per rispondere alle accuse e alle violente parole del presidente durante il Foro di Davos, l’8 marzo lo tzunami femminista ha occupato il centro di Buenos Aires e di tutte le grandi città del paese.
Il 24 marzo, giorno del ricordo dell’inizio della dittatura civico-militare-ecclesiastica, dopo 19 anni è tornata ad esserci un’unica manifestazione. Nel mezzo si è vista la convergenza di gruppi ultras e tifosi della squadre di calcio nelle piazze dove pensionate e pensionati chiedono i loro diritti. Tifose e tifosi che davanti all’ennesima violenza poliziesca contro chi era in piazza hanno messo i loro corpi e si sono scontrati con la polizia. Dopo quasi un anno di stanchezza e difficoltà l’opposizione sociale a Milei cresce, senza trovare una degna e importante rappresentanza politica.
Il peronismo, tra i maggiori responsabili della drammatica situazione economica del paese, non è la soluzione e continua ad avere, nella criticatissima Cristina Kirchner il volto più autorevole. Forse per questo Milei vincerebbe ancora. Però nel solo mese di marzo il consenso verso il governo è caduto del 6% e la scelta del presidente di chiedere soldi al FMI, ovvero chi per il popolo argentino è il grande colpevole della crisi economica, pare non sia stata digerita. In questo scenario, il prossimo 10 di aprile la CGT, la più grande confederazione sindacale di Argentina, ha convocato uno sciopero generale contro il governo. Le difficoltà di Milei non sono solo fuori dai palazzi del potere, ma anche dentro, tanto che nelle prossime ore si dà quasi per certa la creazione di una commissione d’inchiesta parlamentare sulla cripto-truffa-valuta $LIBRA, lanciata su X dal presidente. La mobilitazione della CGT, appoggiata da movimenti sociali, organizzazioni dei diritti umani, partiti di opposizione, inizierà mercoledì 9 aprile, a mezzogiorno. La scelta è stata quella di unire la protesta di pensionate e pensionati, allungare così lo sciopero a 36 ore, e mostrare una grande unità sociale contro le politiche del governo. In tutto questo Milei incassa anche i dazi imposti da Trump alla traballante economia Argentina. Il capitalismo non ha amici e lo scontro tra gruppi di potere pare superare anche i disperati tentativi dell’uomo della motosega di amicarsi Trump. Pagine Esteri.
*(Andrea Cegna, giornalista e organizzatore di concerti, è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare e “il manifesto)
06 – Alfiero Grandi *: COSTRUIRE ADESSO L’ALTERNATIVA ALLE DESTRE -LA DISCUSSIONE INIZIATA SUL FUTURO DELL’OPPOSIZIONE NON È CONVINCENTE.
ANZITUTTO SI DOVREBBE RICONOSCERE CHE LE ATTUALI OPPOSIZIONI HANNO LA RESPONSABILITÀ STORICA DI AVERE AFFRONTATO NEL 2022 LA SFIDA ELETTORALE CON LE DESTRE (UNITE DA UN’ALLEANZA PER IL POTERE) INCAPACI DI EVITARE IL DISASTRO DI UNA MAGGIORANZA PARLAMENTARE DI DESTRA DEL 59% CONQUISTATA CON SOLO IL 44% DEI VOTI. LE RESPONSABILITÀ DI QUESTA SCONFITTA ANNUNCIATA SONO DIFFUSE E OGGI IN OGNI OCCASIONE SIGNIFICATIVA LA MAGGIORANZA DELLE DESTRE CI RICORDA CHE A METÀ LEGISLATURA NESSUNO SA DIRE SE SI RIPETERÀ IL DISASTRO DEL 2022.
La gravità del rischio è talmente grave da meritare un’attenzione che ancora non c’è da parte delle diverse opposizioni politiche e che dovrebbe essere oggetto di preoccupazione anche per le diverse soggettività sociali.
Il primo elemento di valutazione è l’influenza di una malintesa fedeltà atlantica che ha condizionato ogni altra scelta, in particolare sulla guerra in Ucraina. Questa scelta ha adottato una visione unilaterale della situazione con la conseguenza di non riuscire ad accompagnare il sostegno all’Ucraina almeno con una forte iniziativa per trattative e pace. Per questo la posizione è diventata un sostegno “fino alla vittoria” dell’Ucraina, in osservanza alle scelte Usa e Nato. Con la drammatica conseguenza di relegare in secondo piano la lotta al cambiamento climatico, che richiede la convergenza tra diversi, e di portare in primo piano il riarmo, fino alla proposta attuale di considerare fuori dai vincoli europei di bilancio le spese per gli armamenti. E’ evidente lo spirito guerrafondaio che caratterizza questa deriva bellicista, fino a prefigurare una nuova suddivisione del mondo, pur diversa dal passato.
Altro elemento è la sottovalutazione del ruolo che può e deve avere la nostra Costituzione i cui principi fondamentali possono ispirare un programma di governo alternativo alle destre, le quali – non a caso – nel loro programma hanno scritto elementi di sovversione costituzionale con cui stiamo facendo i conti. Autonomia regionale differenziata, prezzo pagato dagli alleati alla Lega; separazione delle carriere e conseguente Csm diviso, composto con sorteggio per disarticolare l’associazionismo dei magistrati (l’Anm ha superato l’80% dei votanti per la rappresentanza in controtendenza all’astensionismo nelle elezioni generali) con conseguente rischio per l’autonomia dei Pm e per l’obbligatorietà dell’azione penale, sono tutte modifiche radicali della Costituzione; premierato e cioè elezione diretta del Presidente del Consiglio con conseguente accentramento dei poteri e comprimendo il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, riducendo il parlamento ad un ruolo subalterno al “capo” eletto direttamente, dando vita alla “capocrazia”.
Le destre puntano a cambiare la Costituzione con interventi radicali, le opposizioni avrebbero buon gioco a presentarsi idealmente (come i magistrati il 25 gennaio scorso) con in mano la Costituzione. L’errore del 2022 oggi viene riproposto da alcuni autorevoli esponenti delle opposizioni che sembrano avere dimenticato che proprio allora le opposizioni non riuscirono neppure a fare il cosiddetto accordo tecnico che oggi viene rilanciato come una grande trovata mentre è in realtà la rinuncia ad affrontare e superare le difficoltà per arrivare ad un accordo politico di legislatura. Perfino l’ipotesi che si torni a votare con il “rosatellum” alle prossime politiche non è detto che si realizzi, visto che a destra c’è un ripensamento sul ruolo della legge elettorale. Se fosse così semplice si sarebbe fatto nel 2022, come fu proposto e non ascoltato come ultima possibilità di evitare il disastro prima del voto. Così avremmo evitato di trovarci con una destra gonfiata dai meccanismi astrusi del rosatellum. Una destra che usa questa rendita (regalata) di una larga maggioranza parlamentare senza tanti riguardi per imporre le sue soluzioni.
La discussione fin qui sviluppata ha un limite di fondo ed è ragionare considerando solo i rapporti tra i gruppi dirigenti delle opposizioni, senza rendersi conto che le destre hanno si avuto un regalo imprevisto ma stanno alacremente lavorando per consolidare il loro ruolo, sia usando il potere allargato che implica lo stare al governo (nomine, ecc.) sia galvanizzando il loro elettorato con descrizioni che non corrispondono alla realtà ma che le opposizioni stentano a contrastare con efficacia.
Per di più dove sta scritto che si voterà nel 2027? La maggioranza è in affanno, sono le opposizioni che non riescono a decollare con un’opposizione alternativa credibile tale da farle esplodere. Ormai è chiaro che questa destra non porterà a risultati per il futuro del nostro paese, che è sostanzialmente fermo malgrado i miliardi del PNRR e che avrebbe bisogno di un intervento forte ed urgente, altrimenti non sarà in grado di reggere la gelata economica del trumpismo che spingerà Italia ed Europa in recessione.
Mancano idee forti e determinazione, è sbagliata l’analisi delle destre e sono deprimenti le loro proposte. Un esempio, l’auto è in crisi e per di più si rischia che la Cina diventi dominante nelle auto elettriche come lo è nei pannelli solari ma il governo ha tolto oltre 4 miliardi di euro dalla legge di bilancio.
Non c’è solo l’economia in stallo, che pure è decisiva, sono i meccanismi di fondo della democrazia moderna che rischiano una crisi verticale e c’è il rischio che le opportunità del PNRR vengano sprecate, anche sulla guerra le destre sono incapaci di qualunque iniziativa autonoma e questo riverbera anche sull’Europa che a sua volta è più afona del solito e sa solo parlare di aumentare produzione ed acquisto di armi, mentre dovrebbe preparare un’evoluzione dell’Europa verso la pace.
La discussione tra le opposizioni non deve guardare solo i rapporti tra i gruppi dirigenti ma deve avere di mira un coinvolgimento forte dei cittadini per renderli protagonisti di una nuova fase di costruzione di un’alternativa di massa alla destra che si candida a governare contro le destre. Una proposta preconfezionata nei salotti per coinvolgere solo dopo i cittadini non darebbe alcun aiuto a ridurre l’astensionismo, che è il vero, grande, preoccupante problema della democrazia. Il referendum sull’autonomia regionale differenziata era una potente occasione, insieme agli altri referendum sul lavoro e sulla cittadinanza. La Corte costituzionale ha preso una decisione contraria, non condivisibile, influenzata dalla preoccupazione che il referendum potesse dividere il paese ma la Consulta ha dimenticato che un referendum abrogativo è sempre promosso per cancellare scelte già fatte, quindi divisiva è la legge Calderoli, che la Consulta però non ha cancellato integralmente.
Il referendum sull’autonomia regionale differenziata era per le opposizioni il massimo punto di unità, ora non c’è più. Il valore di questo referendum stava nel potenziale coinvolgimento delle persone e poteva convincerle a votare, quindi un formidabile appuntamento per tutti: dirigenti, militanti, elettori, cote politico e cote sociale. Ora restano gli altri referendum che sono anch’essi molto importanti ma hanno apprezzamenti non univoci nelle opposizioni. La spinta unitaria non è immediata ma un buon lavoro può risolvere molti problemi.
Quindi se ora non si vuole cadere nella depressione politica di un’opposizione che ha perso il più importante punto di unità politica e sociale occorre costruire un percorso credibile che partendo dalla Costituzione (che resta il fondamento che deve ispirare un programma alternativo alla destra) arrivi ad un progetto che renda possibile e credibile un’alternativa alla destra, anche prima della scadenza naturale del 2027. Sarebbe diabolico se le opposizioni si facessero trovare impreparate di fronte ad una crisi improvvisa del governo delle destre, sempre possibile. Di più, proprio una credibile alternativa potrebbe incalzare il governo della destra e moltiplicarne le difficoltà fino a provocarne la crisi.
Un abbozzo di programma è indispensabile, partendo dalla Costituzione, ed è responsabilità dei gruppi dirigenti, ma occorre che questo dia vita ad un’ampia campagna di partecipazione, puntando a fare scrivere il programma dell’alternativa alle persone che sono disponibili ad impegnarsi sulle proposte, scrivendo, votando, mobilitando. Una grande discussione di massa è il modo migliore per preparare un’alternativa credibile alla destra. Esperienze precedenti hanno dato buona prova, perché dovremmo rinunciare alle esperienze positive del passato? La condizione è che il programma sia non solo dei partiti ma costruito con la società e con gli elettori.
Quello che manca nella discussione fin qui svolta è il lancio di una prospettiva forte, ideale e politica, sociale e partecipata, che cammini nella coscienza e sulle gambe delle persone. Occorre suscitare emozioni, non può essere un confronto a tavolino, nei salotti. E’ nel vivo delle lotte che si formano i quadri, le esperienze dei militanti, le nuove gerarchie nei dirigenti, da solo nessuno di questi sarà in grado di convincere chi si è ritirato deluso dall’impegno a tornare e a fare la sua parte, dando vita ad un grande patto per un’alternativa alle destre. Non c’è più tempo da perdere. Il momento è ora. Trump e la destra in campo nel mondo e in Europa non sono un fenomeno passeggero, la possibilità di costruire elementi di iniziativa unitaria va iniziata prima possibile per evitare di lasciare ad una destra aggressiva il tempo, che altrimenti non avrebbe, di durare. Prima l’alternativa politica e sociale sarà in campo per il futuro dell’Italia e dell’Europa meglio sarà.
*(Alfiero Grandi è un politico e sindacalista italiano. Alfiero Grandi. Già deputato della Repubblica Italiana.)
07 – Andrea Capocci*: SEGNALI DI VITA LONTANI ANNI LUCE – SCIENZA SECONDO GLI ASTROFISICI, SULL’ESOPIANETA K2-18 B CI SAREBBERO INDIZI DELLA PRESENZA DI OCEANI ABITATI DA ALGHE. LO STUDIO DI CAMBRIDGE SU «ASTROPHYSICAL JOURNAL LETTERS». MA NON TUTTI I RICERCATORI SONO D’ACCORDO
Sul pianeta K2-18 b, lontano 124 anni luce da noi, potrebbe esserci la vita. Lo sostengono gli astrofisici dell’università di Cambridge che hanno analizzato la sua atmosfera, pubblicando i risultati ieri sulla rivista Astrophysical Journal Letters.
Nell’atmosfera di K2-18 b ci sono due gas, il dimetil solfuro e il dimetil disolfuro (molecole composte di idrogeno, carbonio e zolfo) che sulla Terra sono prodotti dal metabolismo di batteri, funghi, piante e alghe. Il dimetil solfuro è l’origine del caratteristico odore di salsedine che percepiamo in riva al mare. Se davvero ci fosse vita sul pianeta, potrebbero essere proprio le alghe a produrre questi gas.
Secondo i ricercatori, guidati dall’astrofisico inglese di origine indiana Nikku Madhusudhan, K2-18 b è un pianeta «iceano». Cioè, i pianeti «iceani» hanno una consistenza rocciosa e sono coperti da oceani sovrastati da un’atmosfera ricca di idrogeno. I pianeti iceani, la cui esistenza è stata teorizzata dagli stessi astrofisici di Cambridge, si trovano nella regione cosiddetta «abitabile» intorno alla loro stella di riferimento. Come la Terra, si troverebbero alla distanza giusta da ospitare acqua allo stato liquido e non ghiacciato, ma non così vicini da diventare troppo caldi per ospitare la vita. L’acqua è infatti ritenuta un ingrediente necessario per lo sviluppo della vita su un pianeta, almeno nelle forme in cui la cerchiamo.
K2-18 B è uno dei circa settemila esopianeti – pianeti che orbitano intorno a stelle diverse dal Sole – scoperti finora e sembra avere tali caratteristiche. Avvistato nel 2015 con il telescopio spaziale Kepler, ha un diametro due volte e mezzo più grande rispetto alla Terra e ruota ogni 33 giorni intorno a una «nana rossa» (denominata appunto K2-18), da cui riceve una quantità di calore simile a quella che il Sole fornisce alla Terra. La nuova ricerca si basa sulle osservazioni effettuate con il telescopio spaziale «James Webb» lanciato nel 2021. Il telescopio è in grado di osservare le galassie più lontane dell’universo, ma ricostruisce anche la composizione chimica dell’atmosfera degli esopianeti analizzando la luce che filtra attraverso di essa con una tecnica denominata «spettrografia».
Nel 2023, il telescopio aveva permesso anche di rilevare la presenza di abbondante idrogeno, come ipotizzato per un esopianeta iceano, ma anche metano e anidride carbonica, gas compatibili con la presenza di vita e che proverebbero la natura solida del pianeta. Le osservazioni appena pubblicate registrano anche notevoli quantità di dimetil solfuro e disolfuro.
È una prova della vita? Calma: la ricostruzione della composizione chimica in un ambiente così diverso dal nostro è soggetta a incertezze sperimentali che meritano ulteriori approfondimenti, spiegano gli stessi autori della scoperta. Inoltre, anche l’irradiazione ultravioletta o le scariche elettriche possono dare vita a questi composti. Nell’atmosfera dell’esopianeta ce ne sono in quantità migliaia di volte superiori a quelle dell’atmosfera terrestre e «improbabili senza un contributo significativo di origine biologica».
PER ATTRIBUIRLA a organismi simili a alghe sarebbe necessario anche dimostrare che K2-18 b è davvero coperto da oceani ma di questo al momento non c’è una prova diretta. D’altronde, anche la consistenza rocciosa del pianeta sostenuta dallo studio di Cambridge viene dedotta dall’analisi chimica dell’atmosfera. Non tutta la comunità scientifica è d’accordo.
Diversi scienziati sono scettici nei confronti delle affermazioni di Madhusudhan e ritengono che i dati raccolti siano compatibili con uno scenario del tutto diverso da quello «iceano»: K2-18 b potrebbe essere un pianeta del tipo «mini-Nettuno», cioè essenzialmente una sfera di gas con un piccolo nucleo solido al centro. Se così fosse, l’eventuale presenza di dimetil solfuro e disolfuro non avrebbe origine biologica. Non sarebbe la prima volta in cui una presunta «prova» dell’esistenza di vita su altri pianeti venga smontata da ulteriori osservazioni.
OGGI, AD ESEMPIO, nessuno crede più che la fosfina presente nell’atmosfera tossica di Venere abbia davvero origine biologica, come fu sostenuto da alcuni scienziati solo 5 anni fa con grande clamore. Anche le molte ricerche su Marte indicano che la vita, semmai fosse esistita, sarebbe scomparsa parecchio tempo fa. La scoperta degli esopianeti ha moltiplicato le speranze di trovare gli «alieni», ma è una scienza molto giovane e piena di incertezze. La maggior parte di essi è stata osservata negli ultimi vent’anni con nuovi telescopi abbastanza sensibili da osservare il piccolissimo oscuramento nella luce di una stella lontana provocato dal passaggio di un pianeta. È il metodo di osservazione oggi più utilizzato e permette anche di capire quali ricadano nella zona abitabile.
LA STELLA TABBY HA PERSO I SUOI ALIENI
Con lo studio della loro atmosfera, il telescopio James Webb ha fatto compiere un notevole passo avanti allo studio degli esopianeti. Ma risalire dalla presenza di certe sostanze chimiche alla loro origine (eventualmente) biologica è un’operazione spericolata perché si fonda sull’ipotesi che la vita su altri pianeti si sia sviluppata in modo analogo a quello terrestre. In realtà, le condizioni fisiche degli esopianeti possono dare vita a processi chimici molto diversi da quelli in atto sulla Terra, spiegando la presenza di certe molecole con cause diverse da quelle biologiche. Inoltre, la vita sugli esopianeti potrebbe assumere forme molto diverse da quella terrestre e che nemmeno immaginiamo. Potremmo persino trovarcela di fronte al naso e non saperla riconoscere.
*( Fonte: Il Manifesto. Andrea Capocci, è fisico, insegnante e giornalista.)
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