n° 11 – 22/2/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Eliana Riva*: Israele fa saltare in aria l’ospedale oncologico di Gaza e minaccia l’annessione
Striscia continua Distrutto l’istituto ricostruito nel 2017. Bombe sulle sedi Onu. Le panetterie chiudono, palestinesi in fila per il pane che non c’è. Il ministro della difesa Katz annuncia: se Hamas non rilascerà gli ostaggi, l’esercito occuperà permanentemente pezzi di Gaza.
02 – Roberto Ciccarelli*: «Prontezza 2030»: adesso la guerra cambia nome – Dall’annuncio di un «Riarmo dell’Europa» all’esilarante, ma non meno minaccioso, piano sulla «Prontezza 2030».
03 – Mahmoud Khalil*: STATI UNITI – PALESTINA. Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico – Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto contro un gran numero di persone escluse dalle protezioni della legge.
04 – Israele attacca Gaza, centinaia di palestinesi uccisi. Non conosce soste la massiccia offensiva aerea lanciata a sorpresa da Israele contro Gaza durante la notte.
05 – Andrea Cegna*: Trump cambia la faccia dei confini dell’America Latina.
06 – VERGOGNA…e sceglie Ben Gvir?
07 – Luciana Cimino*: Proteste negli atenei di tutta Italia contro il riarmo e il decreto Sicurezza
Università La mobilitazione nazionale contro i tagli alla ricerca del governo

 

 

01 – Eliana Riva*: ISRAELE FA SALTARE IN ARIA L’OSPEDALE ONCOLOGICO DI GAZA E MINACCIA L’ANNESSIONE – STRISCIA CONTINUA DISTRUTTO L’ISTITUTO RICOSTRUITO NEL 2017. BOMBE SULLE SEDI ONU. LE PANETTERIE CHIUDONO, PALESTINESI IN FILA PER IL PANE CHE NON C’È. IL MINISTRO DELLA DIFESA KATZ ANNUNCIA: SE HAMAS NON RILASCERÀ GLI OSTAGGI, L’ESERCITO OCCUPERÀ PERMANENTEMENTE PEZZI DI GAZA.

Una gigantesca esplosione ha ridotto in polvere l’enorme struttura dell’ospedale dell’Amicizia turco-palestinese, nel centro di Gaza. Si trattava dell’unica clinica oncologica pubblica della Striscia, ricostruita nel 2017 grazie a 34 milioni di dollari donati da Ankara. Medici senza Frontiere ne aveva denunciato la chiusura il primo novembre 2023, a causa degli attacchi israeliani e della mancanza di carburante e forniture mediche determinate dall’assedio.
SITUATO NEI PRESSI del corridoio Netzarim (che taglia in due Gaza, da est o ovest), l’ospedale era stato occupato dai soldati israeliani che lo avevano convertito in un centro militare. Ieri ne hanno minato le fondamenta e lo hanno fatto saltare in aria. Solo un giorno prima, la ong Human Rights Watch aveva pubblicato un rapporto in cui accusava Israele di crimini di guerra per aver causato morte e sofferenza dei pazienti palestinesi durante le occupazioni delle strutture sanitarie. E si ripetono oggi gli orrori già documentati ieri.
Ma stavolta sappiamo quello che accadrà, ne conosciamo già tutti i passaggi. Quella comunità internazionale che dopo il 7 ottobre 2023 assisteva con sbigottimento alla violenza senza limiti degli attacchi israeliani, oggi sa cosa aspettarsi. E forse intuisce anche che Tel Aviv non si fermerà, perché niente e nessuno l’ha fermata prima.
Non sono bastati 50mila uccisi (senza contare i corpi ancora sotto le macerie), gli appelli delle Nazioni unite, i 18mila bambini ammazzati, i mandati di arresto della Corte penale internazionale, gli attacchi agli operatori umanitari, agli ospedali, alle scuole-rifugio. Ci ritroviamo di nuovo a raccontare tutto questo, seicento vittime da martedì, di cui duecento bambini. Altri due operatori umanitari sono stati uccisi in meno di quattro giorni, almeno sette feriti, di cui cinque in maniera grave.
Medici senza Frontiere ha annunciato la morte del decimo membro del suo staff, Alaa Abd-Elsalam Ali Okal, ucciso martedì da un attacco aereo israeliano a Deir el-Balah. Nella stessa zona, ieri, il bombardamento a un edificio dell’Onu ha ferito gravemente due cittadini francesi. Martedì un operatore era stato ucciso e cinque feriti in un altro edificio Onu. Almeno 280, secondo il segretario generale Antonio Guterres, i membri delle Nazioni unite ammazzati da Israele a Gaza dal 7 ottobre 2023.

Tel Aviv conosce l’esatta posizione di ogni edificio Onu, spostamenti e attività del personale che lavora a Gaza. Dove si bombarda tra le macerie. I filmati che arrivano mostrano i razzi cadere ed esplodere nel mezzo di quartieri devastati, spettrali, già pallidi e smorti, spremuti fino all’ultima goccia di sangue.
I CARRI ARMATI sono entrati senza preavviso a Rafah, nel sud, e a Beit Lahiya, nel nord, preceduti da bombardamenti a tappeto. Non hanno trovato resistenza, a differenza di quanto avvenne alla fine di ottobre del 2023. Gli abitanti hanno raccontato di essere stati sorpresi dall’invasione, avvenuta senza lancio di volantini o avvertimenti di evacuazione. Centinaia di persone sono state nuovamente sfollate da Shujayea e Beit Hanoun. I militari hanno ordinato ai residenti di dirigersi verso lo stadio Yarmouk di Gaza City, un’area sovraffollata di tende e di profughi, dove a migliaia vivono in condizioni disperate.
Più della metà delle ambulanze della Striscia è fuori uso a causa della mancanza di carburante e di attrezzature. La Croce rossa internazionale ha fatto sapere che per il personale della Mezzaluna palestinese sta diventando sempre più difficile fornire cure salvavita e garantire il servizio di trasporto per le emergenze.
L’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei profughi palestinesi, ha annunciato che entro sei giorni non avrà più farina da distribuire e che sei delle venticinque panetterie sostenute dal Programma alimentare mondiale sono già state chiuse, mentre le rimanenti non riescono a soddisfare le necessità degli abitanti, che restano per ore in fila nella speranza di poter ricevere un pezzo di pane.
IN QUESTA SITUAZIONE disperata, il ministro della difesa Israel Katz continua con le sue minacce alla popolazione assediata, annunciando che se Hamas non rilascerà tutti gli ostaggi, l’esercito espanderà l’invasione di Gaza, cacciando gli abitanti e occupando permanentemente aree molto più ampie, che verranno annesse a Israele.
Tel Aviv userà «tutte le pressioni militari e civili», ha dichiarato Katz, compreso il piano di pulizia etnica del presidente degli Stati uniti. L’esercito in serata ha lanciato un «ordine finale» agli abitanti della costa nord, perché abbandonino tutto e vadano via prima che cominci quello che si prospetta essere un pesante attacco aereo.
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02 – Roberto Ciccarelli*: «PRONTEZZA 2030»: ADESSO LA GUERRA CAMBIA NOME – DALL’ANNUNCIO DI UN «RIARMO DELL’EUROPA» ALL’ESILARANTE, MA NON MENO MINACCIOSO, PIANO SULLA «PRONTEZZA 2030».
CON QUESTA ESPRESSIONE PRESA DAL TITOLO DEL «LIBRO BIANCO UE SULLA DIFESA» (IL MANIFESTO, 20 MARZO), E ISPIRATA PROBABILMENTE A UN MANUALETTO DI STRATEGIA MILITARE IN CUI NON MANCHERANNO IDIOZIE SULLA «PROATTIVITÀ», LA COMMISSIONE EUROPEA IERI HA INTESO DIRE DI «ESSERE PRONTA ALLA GUERRA ENTRO IL 2030». DATA ENTRO LA QUALE SI PRESUME CHE LA RUSSIA DI PUTIN AGIRÀ CONTRO QUALCHE STATO MEMBRO.
AL TERMINE di quindici giorni politicamente disastrosi, e dopo un nuovo passaggio a vuoto del Consiglio europeo con i capi di governo dei 27 paesi dell’Unione Europea, ieri mattina la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha ufficializzato il rebranding del «ReArm Europe» deciso con i governi degli stati membri. «Abbiamo iniziato in modo relativamente ristretto – ha detto – ma ora il concetto [di riarmo, ndr.] è cresciuto, o è maturato, in Readiness 2030 [cioè «Prontezza», ndr.]. L’ambito è più ampio, non c’è solo il finanziamento alle armi. Ci sono infrastrutture, mobilità militare, missili, droni, artiglieria e guerra elettronica moderna».
Giorgetti attacca Berlino ma si adegua al riarmo europeo
VON DER LEYEN ha accolto i lamentosi richiami del governo italiano, e non solo, che ha ottenuto la «mutazione semantica» chiesta da Giorgia Meloni prima che lanciasse l’amo-Ventotene che ha fatto sparire il vero problema del governo: aumentare il debito pubblico, spremere i cittadini e costruire cannoni. Lo si vedrà presto. Entro il 10 aprile Meloni e Giorgetti devono presentare alle Camere il nuovo Documento di economia e finanza, ora chiamato «Piano strutturale». Di solito è un testo pieno di cose farlocche. La domanda è: dove il governo prenderà i soldi per rispondere al ricatto di Trump sulla spesa militare della Nato tra il 2 e il 5% del Pil? E come li darà alla «Prontezza 2030»?
WAR-WASHING: l’operazione non è ancora terminata. A testimonianza delle idee confuse che ci sono a Bruxelles ieri è intervenuto uno dei portavoce di von der Leyen che ha sostenuto di preferire un altro acronimo: «Safe», che significa «Security Action for Europe». «Il nome ReArm Eu può scatenare alcune sensibilità in alcuni stati membri e rende più difficile trasmettere il messaggio ai cittadini» ha detto. Va ricordato che «Safe» è una delle due gambe del piano di riarmo Ue. Sono i 150 miliardi in prestiti che l’Ue darà agli Stati per pagare i militari. E che i governi non intendono usare, come del resto i 650 miliardi di euro in debito pubblico in quattro anni.
IL PROBLEMA non è di comunicazione. C’è un cambio di paradigma in atto: da securitaria l’idea della difesa si fa militarista e coinvolgerà tanto il civile quanto le divise nell’«Europa Fortezza». Il problema è soprattutto politico e spinge molti governi a fare resistenza passiva contro la Commissione Ue e il suo principale azionista: la Germania del prossimo Cancelliere Merz, il collega del Partito Popolare Ue di von der Leyen. Quello in atto è un cortocircuito tra le regole dell’austerità che impediscono di fare debito pubblico (a cominciare dall’Italia) e l’esigenza di premiare le lobby militari con 800 miliardi, più teorici che reali, mentre si taglia il Welfare, la sanità è a pezzi, i salari sono bassi.
L’economia di guerra la pagano i cittadini con i tagli al Welfare e più tasse
DUE ELEMENTI strutturali vanno considerati. Il primo è che la Germania – ieri le sue classi dominanti hanno festeggiato l’approvazione definitiva della modifica costituzionale sul bilancio da parte del Bundesrat – intende riavviare una competizione iniqua e squilibrata liberandosi dal «freno del debito» e imponendolo agli altri. Un classico dell’Europa austeritaria dal Trattato di Maastricht nel 1992. Il secondo elemento è la trappola del debito pubblico segnalata l’altro ieri nel rapporto Ocse sul debito mondiale: da un lato, ovunque aumenta il debito pubblico (100 mila miliardi di dollari), dall’altro lato aumentano gli interessi. Le emissioni di bond pubblici e privati valgono più del Pil di Germania e Giappone. Nella fatale contraddizione si dimena anche il «riarmo» dell’Ue. Meloni si trova in questa trappola. Gli effetti li pagheranno gli italiani, e non solo.
*(Roberto Ciccarelli (Bari, 1973). Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto».)

 

03 – Mahmoud Khalil*: STATI UNITI – PALESTINA. MI CHIAMO MAHMOUD KHALIL E SONO UN PRIGIONIERO POLITICO – MI CHIAMO MAHMOUD KHALIL E SONO UN PRIGIONIERO POLITICO. VI SCRIVO DA UN CENTRO DI DETENZIONE IN LOUISIANA, DOVE MI SVEGLIO AL FREDDO E TRASCORRO LUNGHE GIORNATE A TESTIMONIARE LE SILENZIOSE INGIUSTIZIE IN ATTO CONTRO UN GRAN NUMERO DI PERSONE ESCLUSE DALLE PROTEZIONI DELLA LEGGE.

Chi ha il diritto di avere diritti? Di certo non sono gli umani ammassati nelle celle qui. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato, privato della sua libertà da un anno, con la sua situazione legale in sospeso e la sua famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni, solo per essere deportato senza nemmeno un’udienza.
LA GIUSTIZIA SFUGGE AI CONFINI DELLE STRUTTURE DI IMMIGRAZIONE DI QUESTA NAZIONE.
L’ 8 marzo sono stato preso dagli agenti del DHS che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno aggredito me e mia moglie mentre tornavamo da cena. A questo punto, il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che capissi cosa stava succedendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era per la sicurezza di Noor. Non avevo idea se avrebbero preso anche lei, poiché gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non essersi allontanata da me. Il DHS non mi ha detto nulla per ore: non sapevo il motivo del mio arresto o se avrei dovuto affrontare un’immediata deportazione. Al 26 di Federal Plaza, ho dormito sul pavimento freddo. Nelle prime ore del mattino, gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì, ho dormito per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta.
Il mio arresto è stata una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, mentre mi battevo per una Palestina libera e per la fine del genocidio a Gaza, ripreso in pieno lunedì sera. Con il cessate il fuoco di gennaio ormai rotto, i genitori a Gaza stanno di nuovo cullando sudari troppo piccoli e le famiglie sono costrette a soppesare la fame e lo sfollamento contro le bombe. È nostro imperativo morale persistere nella lotta per la loro completa libertà.
I presidenti Shafik, Armstrong e Dean Yarhi-Milo hanno gettato le basi affinché il governo degli Stati Uniti prendesse di mira me, disciplinando arbitrariamente gli studenti filo-palestinesi e consentendo che campagne virali di doxing, basate su razzismo e disinformazione, continuassero senza controllo.
Sono nato in un campo profughi palestinese in Siria da una famiglia che è stata sfollata dalla propria terra sin dalla Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza in prossimità ma distante dalla mia terra natale. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nelle mie circostanze delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, ovvero la reclusione senza processo o accusa, per privare i palestinesi dei loro diritti. Penso al nostro amico Omar Khatib, che è stato incarcerato senza accusa o processo da Israele mentre tornava a casa da un viaggio. Penso al direttore dell’ospedale di Gaza e pediatra Dr. Hussam Abu Safiya, che è stato preso prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi si trova in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, la reclusione senza un giusto processo è un fatto comune.
Ho sempre creduto che il mio dovere non fosse solo quello di liberare me stesso dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dal loro odio e dalla loro paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden che quella Trump hanno dimostrato negli ultimi 16 mesi, mentre gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi a Israele per uccidere i palestinesi e hanno impedito l’intervento internazionale. Per decenni, il razzismo anti-palestinese ha guidato gli sforzi per espandere le leggi e le pratiche statunitensi che vengono utilizzate per reprimere violentemente palestinesi, arabo-americani e altre comunità. Questo è esattamente il motivo per cui sono preso di mira.
Mentre attendo decisioni legali che tengano in bilico il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che fossi preso di mira restano comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e Dean Yarhi-Milo hanno gettato le basi affinché il governo degli Stati Uniti mi prendesse di mira disciplinando arbitrariamente gli studenti filo-palestinesi e consentendo che il doxing virale, basato su razzismo e disinformazione, non venisse controllato.
Pur sapendo che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libero di assistere alla nascita del mio primogenito. La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, creando un nuovo ufficio disciplinare autoritario per aggirare il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticavano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali divulgando i registri degli studenti al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti della Columbia, alcuni dei quali privati delle loro lauree triennali solo poche settimane prima della laurea, e l’espulsione del presidente della SWC Grant Miner alla vigilia delle trattative contrattuali, sono chiari esempi.
Se non altro, la mia detenzione è una testimonianza della forza del movimento studentesco nel volgere l’opinione pubblica verso la liberazione palestinese. Gli studenti sono da tempo in prima linea nel cambiamento, guidando la carica contro la guerra del Vietnam, stando in prima linea nel movimento per i diritti civili e guidando la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Anche oggi, anche se il pubblico deve ancora comprenderlo appieno, sono gli studenti a guidarci verso la verità e la giustizia.
L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira come parte di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di visto, i titolari di green card e i cittadini saranno tutti presi di mira per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane, studenti, sostenitori e funzionari eletti dovranno unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti.
Pur sapendo che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libera di assistere alla nascita del mio primogenito.
*(Khalil è stato tra i leader delle proteste organizzate nella primavera 2024 in molti atenei statunitensi contro la guerra israeliana di redazione | 21 Mar 2025 | In evidenza, Medioriente, Mondo Questa lettera è stata pubblicata per la prima volta da The Guardian)

 

04 – ISRAELE ATTACCA GAZA, CENTINAIA DI PALESTINESI UCCISI. NON CONOSCE SOSTE LA MASSICCIA OFFENSIVA AEREA LANCIATA A SORPRESA DA ISRAELE CONTRO GAZA DURANTE LA NOTTE. IL MINISTERO DELLA SALUTE HA AGGIORNATO IL BILANCIO DEI MORTI A 413, COMPRESI UN GRAN NUMERO DI DONNE, BAMBINI E ANZIANI. I FERITI SAREBBERO QUASI UN MIGLIAIO. (*)
Secondo il governo locale, i bombardamenti avrebbero anche ucciso alcuni responsabili dell’amministrazione della Striscia di Gaza: tra questi ci sono Issam al-Dalis, responsabile dei lavori pubblici e capo del comitato di monitoraggio delle attività governative; Ahmed al-Hatta, sottosegretario del ministero della Giustizia; Mahmoud Abu Watfa, sottosegretario del ministero degli Interni; Bahjat Abu Sultan, direttore generale del servizio di sicurezza interna.
Secondo quanto riportato dal sito Ynet, il piano d’attacco è stato preparato in gran segreto dai comandi militari israeliani per “colpire Hamas” con un’azione a sorpresa in tutta Gaza, da nord a sud contemporaneamente da decine di aerei. Israele afferma di aver preso di mira comandanti militari, militanti e dirigenti politici del movimento islamista e di aver attaccato dopo aver ottenuto il via libera del presidente statunitense Donald Trump.
I palestinesi invece riferiscono di vittime in gran parte civili colpite anche nei campi di tende e tra le macerie delle loro abitazioni. I soccorritori parlano di “bagno di sangue”.
Secondo fonti locali gli ospedali della Striscia sono di nuovo al collasso, e le autorità sanitarie hanno rivolto un appello urgente alla popolazione a donare il sangue. Ma nelle strutture sanitarie mancano anche garze e antidolorifici a causa del blocco imposto da Israele al territorio palestinese.
Drammatica la testimonianza del dottor Mohammad Qishta di Medici Senza Frontiere dall’ospedale Nasser di Gaza: “Il pronto soccorso è in condizioni disastrose. Abbiamo corpi e parti di corpi, per lo più bambini e donne. C’è molta confusione nella popolazione. Alcuni sono corsi in ospedale solo per proteggersi. Noi medici abbiamo pianto per l’intensità e la difficoltà della situazione. Ci sono alcuni casi gravi: ustioni, amputazioni, ferite alla testa, ferite al petto”.
Hamas accusa Israele di aver deciso di sacrificare i propri ostaggi nelle sue mani a Gaza. Per un leader del movimento Izzat al-Rishq, il premier Netanyahu starebbe usando la guerra come una “scialuppa di salvataggio” politica per distogliere l’attenzione dalle crisi interne.
Tutte le dichiarazioni israeliane fanno riferimento a una offensiva di lunga durata. L’ultima in ordine di tempo e del ministro della Difesa Katz: “Non interromperemo l’attacco finché tutti gli ostaggi non saranno tornati a casa e gli obiettivi di guerra non saranno stati raggiunti”, ha detto spiegando che tra questi obiettivi, oltre alla restituzione di tutti gli ostaggi (vivi e morti), c’è la “distruzione di Hamas come forza militare o politica nella Striscia di Gaza”.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk si è detto “inorridito” dalla ripresa dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza e ha chiesto che “l’incubo finisca immediatamente”. “L’unica via da seguire è una soluzione politica, coerente con il diritto internazionale. L’uso di una forza militare ancora maggiore da parte di Israele non farà altro che accumulare ulteriore miseria su una popolazione palestinese che già soffre di condizioni catastrofiche”, ha scritto Turk in una nota. – Pagine Esteri
*(Redazione – Pagine estere)

 

05 – Andrea Cegna*: TRUMP CAMBIA LA FACCIA DEI CONFINI DELL’AMERICA LATINA.
SONO PASSATI MENO DI DUE MESI DALL’INIZIO DEL GOVERNO DI TRUMP E LA FACCIA DEL CONFINE TRA MESSICO E GUATEMALA È CAMBIATA, TAPACHULA LA PIÙ GRANDE CITTÀ DEL CONFINE SUD SI È SVUOTATA.
Le code davanti agli uffici che permettono di avere i documenti per attraversare il paese o chiedere asilo negli USA non esistono più, i parchi si sono svuotati, nonostante a centinaia ogni giorno passino dal Guatemala al Messico. La paura di perdere tempo ha fatto cambiare prospettiva, e così i coyotes speculano. Tante e tanti si muovono senza documenti in piccoli gruppi, c’è chi torna a casa perchè non vuole rimanere in Messico bloccato. Qui arriva di tutto, non solo centro-americani ma anche africani ed europei.
La città ha una storia di migrazione cinese e libanese legata alla costruzione delle ferrovie. È una città meticcia da sempre, che dopo il 2018 però ha iniziato a vedere 180 nazionalità attraversarla. Dopo le carovane e con il cambio di narrativa anche Tapachula è diventata razzista ma non respingente. Insomma la città cambia, come sempre è stato, al ritmo dei flussi migratori che sono la sua matrice e il suo marchio.
*(Andrea Cegna agitatore sociale, giornalista e organizzatore di concerti, è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare èil manifesto)

06 – VERGOGNA…E SCEGLIE BEN GVIR?
MA PERCHÉ IL PREMIER ISRAELIANO VORREBBE EVITARE A TUTTI I COSTI UN ACCORDO CHE RIPORTI A CASA GLI OSTAGGI E CONCLUDA, A DISTANZA DI 17 MESI, IL CONFLITTO PIÙ SANGUINOSO DELLA STORIA DI ISRAELE?
Il motivo – secondo diversi osservatori – risiederebbe nel vero obbiettivo di Netanyahu e coinciderebbe con la sua sopravvivenza politica, messa a rischio da diversi processi per corruzione che, nei giorni scorsi, sono entrati nel vivo. Il leader israeliano convocato in aula ha negato con veemenza le accuse nei suoi confronti e definito i procedimenti “una caccia alle streghe”. Ma per sfuggire alla magistratura, ed evitare che l’opposizione possa rimettere in discussione la sua leadership, sa di dover tenere compatta la sua maggioranza. Per questo, come riporta sul quotidiano Ha’aretz Amos Harel, il suo piano sarebbe stato di sabotare la tregua “fin dall’inizio”. La cessazione delle ostilità raggiunta a gennaio sotto le pressioni di Donald Trump aveva infatti pregiudicato la tenuta dell’esecutivo israeliano, da cui le formazioni più estremiste si erano sfilate. Non è un caso che questa mattina i media israeliani riferiscano che l’ex ministro della Sicurezza nazionale e leader del partito suprematista Potere Ebraico, Itamar Ben-Gvir, sia invece pronto a tornare al governo entro pochi giorni. Come osserva Amir Tibon su X: “Netanyahu aveva una scelta”: restituire gli ostaggi alle loro famiglie o “restituire Ben-Gvir al governo per approvare il bilancio. E ha scelto Ben-Gvir”.

07 – Luciana Cimino*: PROTESTE NEGLI ATENEI DI TUTTA ITALIA CONTRO IL RIARMO E IL DECRETO SICUREZZA – UNIVERSITÀ LA MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO I TAGLI ALLA RICERCA DEL GOVERNO

Alla piattaforma di mobilitazione contro i tagli all’università e la precarizzazione dei ricercatori imposte dalla ministra Bernini si sono aggiunti altri due temi: il no al piano di riarmo europeo, alla riconversione dell’industria al settore bellico e l’opposizione al ddl sicurezza. L’articolo 31 della misura, infatti, prevede che gli atenei, come altri enti pubblici, debbano inoltrare le proprie informazioni ai servizi segreti.
Le proteste contro le politiche della destra che depotenziano la ricerca italiana attraverso il de finanziamento del sistema accademico, sono cominciate a giugno scorso e si sono diffuse capillarmente negli atenei italiani con diverse azioni e presidi in varie città e assemblee unitarie organizzate nei mesi scorsi. La giornata di mobilitazione di ieri, che ha coinvolto quasi tutte le regioni, è stata indetta in concomitanza con l’evento Università Svelate, organizzato dalla Conferenza dei Rettori (Crui) e dall’Anci in occasione della giornata nazionale delle Università per «riflettere sulla collaborazione tra atenei, amministrazioni e società».

«Ci siamo mobilitati – spiegano i ricercatori dell’assemblea precaria di Bologna che ieri hanno occupato simbolicamente il rettorato, così come successo in altre città – per svelare cosa c’è dietro agli atenei italiani: il lavoro precario di migliaia di ricercatori, dottorandi e assegnisti di ricerca che hanno contratti breve, senza garanzie, costretti a cambiare sede in cerca di un contratto». Dietro gli atenei ci sono anche le ricerche nel settore bellico. Alla preoccupazione che i tagli di 1,2 miliardi previsti dalla legge di bilancio compromettano la sopravvivenza della ricerca pubblica, agevolando i portatori di interessi privati, si è aggiunto il timore per l’impatto che il RearmEu e il ddl Sicurezza potranno avere in questo contesto. E la saldatura con la questione palestinese è stata naturale.

Concetti già espressi nel Manifesto dei lavoratori e delle lavoratrici delle Università, redatto a febbraio dopo un ciclo di assemblee nazionali. Il testo, che coinvolge anche personale amministrativo, studenti e lavoratori esternalizzati, evidenzia lo scopo del movimento di costruire «un’università adeguatamente finanziata, senza precarietà e libera dalla produzione bellica, che rifiuti logiche produttivistiche e premiali e che, invece, sostenga il diritto allo studio e all’abitare». «È una tendenza in atto da anni – dicono i precari dell’università di Pisa – ma oggi siamo di fronte a un punto di non ritorno che mina ciò che è rimasto dell’università pubblica».
Anche qui, come all’Alma Mater, alla Sapienza e a Roma III, alla mobilitazione hanno partecipato anche molti docenti che, nel corso della settimana, hanno tenuto lezioni libere nelle piazze. Alla Bicocca di Milano i manifestanti hanno consegnato una lettera aperta alla rettrice Giovanna Iannantuoni (anche presidente della Crui) firmata da oltre 230 persone tra docenti, non strutturati e studenti che «mette in luce come il problema non sia solo che il contratto di ricerca rende impossibile lavorare ma anche l’assenza di risorse necessarie e di piani per il reclutamento». Tuttavia la rettrice non si sarebbe dimostrata «disponibile al confronto e il presidio si è trasformato poi in un corteo per le strade dell’università», fanno sapere dall’assemblea precaria di Milano.
Anche a Napoli sono stati contestati i rettori e il sindaco, Gaetano Manfredi (presidente Anci), riuniti in un evento istituzionale. «Abbiamo manifestato sconcerto e dissenso verso una classe politica che, mentre taglia fondi fondamentali per la sopravvivenza degli atenei, trova il tempo di sostenere il riarmo europeo di 800 miliardi, inutile e dannoso», dicono dal collettivo autorganizzato universitario di Napoli che si è mobilitato con Ecologia Politica e l’assemblea precaria. «Rifiutiamo un sapere schiavo della speculazione economica e delle aziende belliche che fanno profitto sulla guerra e sul genocidio dei palestinesi mentre rettori e politici non prendono posizione, anzi condannano le mobilitazioni studentesche». Iniziative analoghe si sono tenute a Torino, Treno, Padova, Siena, Bari, Catania, per citarne alcune.
Alla mobilitazione ha aderito anche la Flc Cgil: «Il governo svaluta il valore del lavoro, trasformando istruzione e ricerca in settori dominati da precarietà e bassi stipendi, perpetrando un attacco diretto alla dignità di chi si impegna per la crescita scientifica e democratica del paese. Senza una forte reazione il rischio è un declino irreversibile, in cui i settori della conoscenza verranno sacrificati per finanziare altre spese, inseguendo modelli economici che producono disuguaglianze»
*(Fonte: il manifesto – Luciana Cimino Giornalista, Consulente comunicazione politica · Giornalista professionista.)

 

 

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